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“Ho trovato strepitoso Bruce Springsteen contro Trump. Non sono d’accordo per niente con De Gregori, anche se lo amo. La Costituzione è il punto più alto della nostra politica”: così Daniele Silvestri

9 June 2026 at 13:03

Si intitola “Canzoni a sdraio (Live in studio)”, il nuovo progetto discografico di Daniele Silvestri, disponibile dal 12 giugno, che raccoglie alcuni brani meno noti della sua ricca discografia, riletti e riarrangiati in trio. Il progetto sarà accompagnato anche da “Canzoni a sdraio Tour 2026”, prodotto e organizzato da OTR Live, al via il 26 giugno da Porto Torres. Ad anticipare il disco è stato l’inedito, unico del disco, “Sana e robusta Costituzione”. E non è un caso.

“Eravamo in studio e ci separavamo pochi giorni dal Referendum sulla Giustizia – ha affermato Silvestri nel presentare il suo ultimo progetto discografico -. Un tema che ci ha appassionato. La Costituzione ha una storia meravigliosa, che va raccontata. Ha tantissimi pregi perché non è solo un insieme di articoletti di leggi è proprio una scoperta. Secondo il mio punto di vista è il momento più alto della nostra storia politica”.

La scelta della sedia a sdraio è precisa: “Quando sono in studio, e le persone che lavorano con me lo sanno bene, gli orari non esistono più. Riesco a lavorare solo con persone che condividono la stessa passione che non è abnegazione è proprio quella roba che ‘finché non sei contento di quello che hai fatto non smetti’. E devo dire che si sono fatte anche le quattro di mattina (ride, ndr). La sdraio si inserisce in questo contenso. Questo è un disco che non ci è stato ordinato da nessuno, c’era però l’urgenza di comunicare, ma di farlo con il giusto relax. Intendiamoci non è il relax vacanziero, ma quello che si toglie dal flusso a cui siamo abituati, che ci impone sempre di correre e andare veloci. Questo disco ha senz’altro un ritmo diverso”.

Nessuna corsa alla performance né ai numeri: “Ci sono tante sfumature di grigio, ma c’è stato il Circo Massimo pure per me e miei due amichetti (Niccolò Fabi e Max Gazzè; ndr). Ci siamo ritrovati dentro la ‘bolla’, ma magari ci torneremo. Comunque è una esperienza che non rinnegherò mai. Sicuramente non ho l’esigenza di rincorrere i numeri, annunciare sold out, insomma non mi interessa, non mi riguarda e ti dirò di più non ho nemmeno i mezzi per arrivarci. Noi artisti abbiamo bisogno di connessione. C’è chi lo fa con show spettacolari che hanno come obbiettivo quello di stupire le persone che vengono ad ascoltarti e poi c’è chi, invece, preferisce una dimensione intima per affascinare la comunità”.

Infine sul dibattito acceso da De Gregori sull’opportunità o meno degli artisti di esporsi e sulla utilità di Springsteen di fare proclama contro Trump, Silvestri ha le idee chiare: “Nonostante io ami De Gregori, credo che abbia perso un’occasione per non dire nulla, forse era meglio nel suo caso. Io sono totalmente contrario a quelle sue parole. A parte che, nello specifico, quando ho sentito quello che aveva scritto Bruce Springsteen e gliel’ho visto cantare un istante dopo, nell’immediatezza delle cose che stavano succedendo (Trump e le guerre, ndr), l’ho trovato strepitoso. Non ci ho visto proprio niente di ridicolo come è sembrato dire Francesco. Ognuno ha le sue opinioni ed è libero di esprimerle”.

E ancora: “La mia storia credo chiarisca abbastanza bene che, dal mio punto di vista, non penso sia un obbligo che ogni artista debba per forza prendere posizione. Ognuno ha il diritto di ritagliarsi un ruolo diverso che può essere altrettanto utile alla società, anche se non c’entra con lo schierarsi. Non penso che si svaluti chi è solo poeta nel senso più lirico del termine, perché anche dentro quello, dal mio punto di vista, c’è una visione dell’essere umano. La politica è quella che cerca di mettere insieme gli esseri umani nel loro essere società e collettività. Però, per come sono fatto io e per quello che ho sempre pensato, non sono capace di descrivere il mondo che vedo intorno senza darne la mia interpretazione. Non lo riesco a fare, perché è l’unico modo in cui poi sento che sia vero quello che scrivo, che nel mio caso ha spesso a che fare con una dimensione sociopolitica. Quindi è molto improbabile che io possa essere d’accordo con quel tipo di posizione, e nello specifico non lo sono per niente. Però amo De Gregori”.

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Rula Jebreal sul Nove: “Caro De Gregori, chiedere agli artisti di stare in silenzio è ormai qualcosa di criminale”

By: F. Q.
7 June 2026 at 08:15

“Netanyahu, latitante per crimini di guerra, dice che sta commettendo questo massacro dei bambini, questo genocidio in mondovisione, nel nome dell’Occidente”. Lo ha dichiarato Rula Jebreal ad Accordi & Disaccordi, il programma condotto da Luca Sommi con la partecipazione di Marco Travaglio e Andrea Scanzi, in onda ogni sabato sul Nove, commentando le dichiarazioni di Francesco De Gregori.

“Non saranno i governi a fermare quella strage. Sarà soltanto la discesa in campo dei popoli, perché l’unico modo per fermare davvero questa strage è cominciare a boicottare, a parlare e, soprattutto, a usare ciascuno il mezzo che preferisce. Gli artisti possono usare le parole, i pittori possono usare la pittura, i musicisti possono usare la loro musica. Chiedere loro di stare in silenzio, significa chiedere loro di continuare nella complicità e, soprattutto, nell’omertà, che io trovo non solo intollerabile, ma a questo punto veramente criminale”.

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Sui casi Erri De Luca e Francesco De Gregori: attenzione a non ridurre la controversia a una caricatura

5 June 2026 at 06:37

Chi non fa, non falla, dice il proverbio. Anche nei giornali sono frequenti gli errori, ma basta correggersi e amici come prima.

Correzione. Qualche giorno fa, commentando le critiche rivolte a Erri De Luca e a Francesco De Gregori per certe loro affermazioni sbalorditive (De Luca: “Sono sionista. Chiunque riconosca il diritto di Israele a esistere è già sionista. So benissimo cosa sia un genocidio, e applicarlo alla guerra di Gaza è una distorsione storica e verbale. Il fatto che Israele abbia ripetutamente spostato la popolazione civile, da nord a sud e da sud a nord, per allontanarla dalle zone di combattimento attivo, rende questa accusa vuota”. De Gregori: “Non faccio proclami perché non mi sento superiore a nessuno per insegnare come si vive o che posizione prendere su Gaza, su Israele o su Dylan”), abbiamo definito quelle critiche come una “caccia alle streghe”.

Così facendo, però, abbiamo ridotto la controversia a una caricatura. Infatti non erano in discussione il diritto di De Luca di definirsi sionista o di negare che a Gaza sia in corso un genocidio; né il diritto di De Gregori a fare il pesce in barile, diversamente da Springsteen, Roger Waters ed Eric Clapton; si contestavano il contenuto delle loro posizioni e il loro significato politico. Trasformare una critica in un tentativo di censura sposta il dibattito dal merito alla libertà di espressione. Le due questioni non coincidono.

Abbiamo poi affermato che sono i governi ad avere l’obbligo di schierarsi. Anche qui abbiamo confuso i piani: il punto non è l’obbligo giuridico degli artisti, ma l’eventuale obbligo morale e civile di chiunque, quindi anche di un artista, di prendere posizione contro crimini di guerra.

Abbiamo inoltre sostenuto che gli artisti non dovrebbero essere giudicati per le loro idee. Ma allora non avrebbe senso elogiarli per il coraggio civile, l’antifascismo, l’impegno contro il razzismo o a favore dei diritti umani. E giudicare non è censurare. Se un artista afferma qualcosa in pubblico, gli altri hanno il diritto di considerare la sua affermazione intelligente o sciocca, coraggiosa od opportunistica, condivisibile o moralmente riprovevole. Pretendere che le idee di un artista siano immuni dal giudizio significa attribuirgli un privilegio che nessun altro cittadino ha.

Infine, l’assunto secondo cui “è sionista chiunque si batta per due popoli, due Stati”, un argomento di De Luca che abbiamo fatto nostro, è storicamente falso. Per decenni sono esistiti sionisti contrari allo Stato palestinese e favorevoli all’annessione integrale dei territori; ancora oggi esistono correnti sioniste che rifiutano la soluzione dei due Stati. Al tempo stesso, molti sostenitori dei due Stati non si definiscono affatto sionisti. Le due posizioni non coincidono.

Anche la nostra ridefinizione di sionismo (“movimento che a fine ’800 teorizzò il diritto degli ebrei perseguitati in Europa ad avere uno Stato nella terra degli avi”) era una semplificazione eccessiva. Il sionismo è sempre stato un insieme eterogeneo di correnti: binazionali, socialiste, religiose, territorialiste e anche apertamente colonialiste. Ridurlo a un’etichetta umanitaria e pacifista significa rimuovere il nodo storico centrale: la Palestina non era una terra vuota, ma un territorio abitato prevalentemente da arabi.

Una definizione adeguata dovrebbe considerare sia le aspirazioni nazionali ebraiche sia le conseguenze della loro realizzazione sulla popolazione residente. Abbiamo cioè dimenticato le questioni che hanno reso controverso il termine sionista nel corso della storia.

Inoltre, dal fatto che il sionismo rivendicasse uno Stato ebraico non segue affatto che la risoluzione 181 dell’Onu fosse, in quanto tale, “sionista”, come abbiamo sostenuto. La risoluzione del 1947 rappresentò un compromesso diplomatico elaborato da un organismo internazionale per affrontare un conflitto tra due nazionalismi. Fu sostenuta dai dirigenti sionisti dell’epoca, ma anche da governi e diplomatici che non erano affatto sionisti. Chiamarla “sionista” significa confondere il sostegno a una specifica soluzione politica con l’adesione a un’ideologia.

Avremmo dovuto precisare che si può sostenere la soluzione “due popoli, due Stati” senza essere sionisti; e che molti, pur desiderando la pace, la considerano impraticabile e/o ingiusta. In sostanza, abbiamo ridefinito il sionismo in modo selettivo e benevolo, e poi, con un “quindi” non giustificato né dai fatti storici né dalla logica, abbiamo esteso l’etichetta di “sionista” a posizioni molto più ampie.

Per tutti questi motivi la chiusa a effetto (“chi sostiene due Stati è sionista, anche se non lo sa”) è una forzatura che avremmo dovuto risparmiarvi. Ci scusiamo per ogni confusione causata dai nostri errori.

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Noa: “Rispetto l’opinione di De Gregori, ma non può dire agli altri cosa devono fare. Springsteen è un eroe, che rischia la vita. Netanyahu è una maledizione per il mio popolo, Ben Gvir è un mostro”

3 June 2026 at 09:02

Noa, partiamo da quella sera. 4 novembre 1995, Tel Aviv, la manifestazione per celebrare gli Accordi di Oslo. Sono le 21.30.
“Avevo cantato, ero già scesa dal palco per dare un abbraccio e un bacio a Yitzhak Rabin. Il premier sale su per fare il coro, stonatissimo e imbarazzato, in ‘Shira LaShalom’ con Miri Aloni, che aveva reso famoso questo pezzo pacifista quando era nell’esercito”.

E dopo?
“È sceso anche lui, il foglio con il testo della ‘Canzone della pace’ ripiegato nel taschino della giacca. È stato quello, dei tre proiettili sparati dal killer, un estremista di destra ebreo, a risultare fatale. Trapassando il foglio e inondandolo del suo sangue. Lo conserviamo al Centro Rabin per la Pace. Fu un momento tragicamente mitologico”.

Che le cambiò la vita.
“A 25 anni ero una star. La beniamina di Israele, con i riccioli e la voce d’oro. Riempivo gli auditorium, avevo un disco con la Geffen Records. Mi consideravano la nuova Celine Dion. Ricordo l’istante in cui ho pensato: ‘Riuscirai a fuggire da questa gabbia, Noa? Ti dedicherai solo a inseguire il successo o ti tufferai nelle acque insanguinate, sapendo che ci sarà un prezzo da pagare? Molti ti odieranno’. Decisi di diventare come Neytiri”.

Il personaggio di Avatar.
“Mi trasformai in uno spirito guerriero. Sono da 30 anni in questa missione, è il mio destino, tra un paio di generazioni forse il mio seme avrà generato qualche piantina. Nessun artista che si reputi tale deve andare in panico per compiacere il pubblico, ma continuare a esplorare, facendo in modo che la musica offra un briciolo di verità. I Beatles, Joni Mitchell, Leonard Cohen, Paul Simon e…i contrappunti di Bach ce lo hanno insegnato. Difendi la tua innocenza, esplora la tua anima, fai in modo che vada a occupare uno spazio ancora vuoto, prima sia troppo tardi”.

Lo dimostra nel suo ultimo album, ‘The giver and the see’, che è baciato dalla grazia. C’è ispirazione a ogni passo. E ci vedi pure, in controluce, l’ombra di questa realtà angosciosa. Eppure lei, diversamente da De Gregori e Vasco, ha scelto di non raccontare le cose solo nelle canzoni.
“Rispetto l’opinione di De Gregori, ma lui non può dire agli altri cosa debbano fare o meno. Ha optato per non parlare se non con la sua musica? Ok, ma Springsteen è un eroe, che sta mettendo a repentaglio la propria vita con immenso coraggio per schierarsi contro Trump. Da sempre Bruce racconta la cosa più preziosa per lui, l’America: e se capisce che quell’idiota del presidente la sta distruggendo dovrebbe starsene in disparte? De Gregori dice: chi siamo noi cantanti per parlare di politica? Certo, non siamo obbligati. Però puoi parlare di valori, della pace, dei diritti umani, essere contro il razzismo e la xenofobia. O dobbiamo lasciare questi temi agli storici e ai filosofi?”.

Il 3 ottobre ci sarà nel Maryland il Power to the People Festival, con Springsteen, Tom Morello, Foo Fighters…
“Ci andrei a piedi, se mi invitassero. Wow, ci sarà anche Joan Baez”.

Torniamo all’album: è il primo senza la chitarra di Gil Dor, spicca il piano di Ruslan Sirota, che la seguirà nel tour italiano in estate.
“Amo Gil, è un genio, ma ha 17 anni più di me, oggi ha interessi diversi. Il nostro suono era diventato un nodo inestricabile, come Tuck & Patti. Facemmo un disco ai tempi del Covid, ‘Afterallogy’. E poi, e poi…arrivò il 7 ottobre. In un post sui social dissi a chiunque: se avete bisogno di noi, veniamo a suonare a casa vostra. Raccoglievamo fondi per Gaza”.

Subito dopo il 7 ottobre il mondo intero era al fianco di Israele. Però Netanyahu…
“Netanyahu è una maledizione per il mio popolo. Un bugiardo, un disperato che sta facendo la guerra per salvarsi dalla galera e dall’inferno che merita. Il 7 ottobre Hamas ha ucciso i nostri ragazzi, ha trucidato bambini. Un Primo Ministro assennato avrebbe chiuso la questione in fretta, attaccando Hamas e facendosi restituire gli ostaggi. Netanyahu no: ha tradito Israele da quando è al potere, da 20 anni. Si è venduto una prosperità tecnologica regionale foraggiando la stessa Hamas con milioni di dollari e si aspettava che quelli ricambiassero la protezione senza attaccarci. Netanyahu è una merda, così come quel pazzo figlio di puttana di Trump che gli fornisce le armi. E neppure il vecchio, democratico Biden era riuscito a fermare Bibi”.

Come sottrarsi alla morsa dei tiranni?
“Noi israeliani abbiamo un’ultima possibilità: le elezioni in ottobre. Se Netanyahu le rivincerà il mio Paese precipiterà nell’abisso, e io stessa, che vivo in un kibbutz, me ne andrò. C’è questa estrema chance prima della catastrofe. Il dramma è che non abbiamo una costituzione che limiti la sua possibilità di ricandidarsi”.

Ha fiducia che possa essere sconfitto?
“I media internazionali cavalcano la falsa equazione fra Netanyahu e Israele. Perché non vediamo mai nei vostri Tg Meir Golan, il leader della nostra coalizione democratica? Questo è un problema per noi israeliani di sinistra, che siamo moltissimi. Senta questa storia: uno studente va da un saggio e gli chiede: ci sono due lupi, quello della luce e quello delle tenebre, chi vincerà? Il saggio gli risponde: quello che nutri. Ed è così”.

Dunque esiste una solida opposizione da voi.
“Scherza? Un giorno manifestammo attorno alla Knesset, dormimmo lì in tenda. Ci fu un attacco e sbaraccammo la piazza, perché tutti i nostri figli sono mobilitati nell’esercito. Israele è un piccolo Paese sotto tiro costante, siamo terrorizzati che i nostri ragazzi, i nostri fratelli e sorelle non tornino a casa. Io stessa, agli esordi della carriera, passai due anni nell’IDF, come vuole la legge. Due dei miei figli sono arruolati. La più piccola mi ha detto: Mamma, me ne vado all’estero, non posso imbracciare il fucile per questi corrotti e per Netanyahu”.

E per Ben Gvir.
“Lo odio, è un mostro. Ma per i suoi fans le violenze sulla Flotilla lo hanno reso ancora più forte. Lui, Netanyahu e Trump sono banditi, mafiosi, criminali. Occhio: Trump lavora per l’ego e l’avidità. Ben Gvir è persino più pericoloso poichè sostiene di operare per conto di Dio. Crede che la sua missione divina sia liberare la terra dai palestinesi e creare il Regno di Giudea per la venuta del Messia. Dal fiume al mare. E costruire il Terzo Tempio. Questa è gente pericolosissima, malvagia. Sa chi era l’idolo di Ben Gvir?

Dica.
“Si chiamava Meir Kahane, un rabbino ebreo americano, aveva fondato un movimento razzista e suprematista come il Ku Klux Klan, però ebraico”.

All’inizio dei ’70 Dylan, nel suo periodo religioso, ne parlava bene. Lo incontrò- Poi si ricredette.
“Quando Kahane fu eletto in Parlamento tutti gli altri deputati abbandonarono l’aula. Il suo partito fu messo fuori legge. Ora Ben Gvir sta controllando la polizia e la nostra sicurezza interna”.

A proposito, ha sentito del battello della Flotilla senza equipaggio che ha raggiunto la Striscia?
“Un miracolo della corrente, della natura. Spero che a bordo vi fossero ancora cibo e aiuti. Tuttavia, è l’unico risultato concreto della Flotilla. Sapevamo che l’obiettivo praticabile fosse mostrare al mondo, di nuovo, quanto fosse orribile Ben Gvir”.

E la violenza dei coloni? Non dovrebbero essere lì.
“Quelli che vediamo nelle news internazionali sono una ristrettissima minoranza, i cosiddetti Ragazzi delle Colline, così violenti e brutali. I coloni sono negli insediamenti perché i governi di Israele hanno concesso loro terra a buon mercato: Tel Aviv è più cara di Parigi per comprare una casa. I coloni erano andati lì quando subivamo la massima pressione di Arafat e dell’OLP, gli attentati e i missili. Ora lasciare quelle aree significherebbe scatenare una guerra civile. Siamo rimasti nella sindrome dell’accerchiamento. Netanyahu cavalca lo spettro di Hitler per premere sugli israeliani traumatizzati dall’Olocausto”.

Se ne esce?
“Finché lui resta in sella, l’Occidente e l’Italia non debbono interrompere gli accordi commerciali”.

No?
“Le sanzioni lo renderebbero un condottiero impossibile da disarcionare. Detto questo, tutti devono smettere di spararsi addosso. Adesso. Hezbollah non deve tirare razzi entro i nostri confini e noi non dobbiamo avanzare in Libano. Lo stesso deve accadere con l’Iran. I popoli libanesi, iraniani, israeliani sono meravigliosi. I loro leader sono tutti dei bastardi”.

Quindi come si costruisce la pace?
“Convincendoci, tutti in Medio Oriente, di poter convivere. E se penso a Gaza so che non è facile smarcarsi da Hamas: quegli schifosi dei terroristi se ne stanno rintanati a ingrassare in Qatar sulla pelle dei bambini palestinesi. Tengono in ostaggio la gente di Gaza: lì se ti ribelli ad Hamas in cinque minuti ti fanno fuori. Io in Israele posso ancora parlare, non so per quanto”.

Ha sentito la nuova versione di ‘Comfortably Numb’ ricantata da Roger Waters con Mona Mair in inglese e arabo e il video per Gaza?
“Interessante, ma Waters mi ha perso quando ai suoi concerti faceva volare un maiale con la Stella di David. Non puoi usare il nostro simbolo più sacro sovrapponendovi quello meno amato. È come se avesse detto al popolo ebraico: andate tutti a fare in culo. Questo è inaccettabile. Le parole possono essere benedizioni, oppure armi. Waters ha abusato del suo potere e della sua popolarità, diventando così radicale da meritarsi il disprezzo anche degli israeliani di sinistra come me, che pensano che gli abitanti di Gaza debbano essere liberi e che i palestinesi debbano avere un loro stato accanto ad Israele. Coesistendo fianco a fianco”.

Non dicevamo che schierarsi è sempre meglio che tacere?
“Ovvio, ma senza incorrere in errori di prospettiva. Prenda i movimenti pro-Pal: dovrebbero imparare a capire che il sostegno alla Palestina non deve andare a discapito del diritto alla vita e alla sicurezza del mio popolo. Troppi intellettuali occidentali, anche nelle università o nella comunità artistica male informata, confondono Gaza con Hamas, ed è un errore tragico per tutti. Chi vorrebbe sentirsi dire: ‘Gazawi, dovete diventare martiri in nostro nome’? Al tempo stesso, questa miopia fa il gioco di Netanyahu. Dobbiamo costruire ponti per la pace. Crederci allo sfinimento”.

Come ha fatto lei, Noa, organizzando con Mira Awad il Re-Imagine Peace Festival con artisti israeliani, palestinesi e italiani, tra cui Neri Marcorè, all’Anfiteatro delle Cascine di Firenze dal 10 al 12 luglio. Non ha invitato politici, parteciperà il Patriarca di Gerusalemme Pizzaballa.
“Che è un grande uomo, una rockstar! Sono stata davvero a disagio per lui dopo l’incidente della Domenica delle Palme. Pizzaballa si è ricordato di quando feci un concerto nella sua Bergamo destinando i fondi all’ospedale per affrontare il Covid. A Firenze sarà un evento gratuito, tutti i cittadini sono i benvenuti per parlare e capire insieme. Se metti da parte le ideologie, le tifoserie e vedi un essere umano che soffre, schierati dalla sua parte. Se non riesci a sentire il grido d’aiuto di qualcuno, non aspettarti che poi qualcun altro ti soccorra nel tuo momento del bisogno. Io sono una donna ebrea yemenita, dunque di sangue arabo. Quel che conta è la mia identità. Che è come il mantice di una fisarmonica. Se lo comprimo, sarò schiacciato e isolato dalla mia particolarità, se lo espando mi sentirò accolto nel mondo”.

Dove ha coltivato la saggezza?
“Da dieci anni pratico la meditazione estrema, la Vipassana. Non sono più la Noa di un tempo. Un mio amico, il grande storico Yuval Noah Harari, è persino più avanti di me. Riesce a stare in silenzio totale per 60 giorni l’anno. Harari, un conferenziere mondiale. Dice: è la cosa più importante della mia vita. I monaci buddisti insegnavano che se c’è qualcosa che puoi fare, agisci. Altrimenti lascia che sia. O come mi diceva il mio mentore Shimon Peres: ‘Ottimisti e pessimisti sono entrambi destinati a morire. La differenza è come impieghi la tua vita’”.

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