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Fiumicino, il senatore di FdI Menia attacca una coppia gay all’aeroporto: “Basta effusioni, fatele a casa vostra”

“Niente carezze ed effusioni in pubblico”. Sono passate da poco le 21 e alla lounge Ita dell’aeroporto di Fiumicino, in un attimo, scoppia un battibecco. Protagonista il senatore di Fratelli d’Italia Roberto Menia che nota due ragazzi scambiarsi effusioni al tavolino accanto. Stanno facendo una videochiamata con degli amici scambiandosi qualche carezza, ma questo al senatore meloniano non va bene. Non gli va giù. Non è ammissibile, per lui. Così reagisce: “Ora basta, le effusioni fatele a casa vostra“. Una scena che non passa inosservata.

I due ragazzi protestano, non capiscono cosa hanno fatto di male se non scambiarsi qualche gesto d’amore in pubblico. Ma Menia – storico esponente di Fratelli d’Italia con una lunga militanza nel Msi e in An – non ci sta e i due giovani sono costretti a chiamare gli assistenti della lounge Ita di Fiumicino che però non allontanano il senatore di Fratelli d’Italia. Così a intervenire ci pensa il capogruppo del M5s Luca Pirondini che calma Menia e gli fa capire a brutto muso che non si deve permettere: “Gli ho detto che non doveva azzardarsi a dire cose del genere a una coppia di ragazzi che erano seduti al tavolo e non facevano niente di male, l’omofobia nel nostro Paese non è ammessa”, racconta il senatore pentastellato. Alla fine i due ragazzi restano per un po’, finchè non raggiungono il gate per il loro volo, indignati.

Anche Menia conferma il racconto. Rispondendo al Fatto dall’aereo spiega: “Avevo questi due signori seduti vicino alla lounge ma a me da ragazzino hanno insegnato l’educazione”. Cosa nello specifico? “Che quando sei all’aeroporto o al bar, non ti sbaciucchi non ti tocchi. E invece loro si mostravano a tocchettarsi e a baciarsi a vicenda. Questo non va bene: vale per un uomo e una donna, un uomo e un uomo e donna con un’altra donna. Loro (gli omosessuali, ndr) non sono più uguali degli altri: in un posto pubblico bisogna comportarsi come ci si comporta civilmente in un luogo pubblico“. E loro che le hanno risposto? “Mi hanno insultato: mi hanno detto ‘crepa’, ‘ti venga un tumore’ – continua Menia – ma sono abituati a fare vittime. Lei quando va con il suo ragazzo o la sua ragazza in pubblico cosa fa, si tocca? Erano tocchi continui. Hanno infastidito diversi. In molti mi hanno detto: ‘Bravo hai fatto bene'”.

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Legge elettorale, approvato il testo base: tempi compressi sugli emendamenti. Le opposizioni: “Umiliante forzatura”

La Commissione Affari costituzionali della Camera ha adottato la nuova proposta della maggioranza, il cosiddetto “Bignami bis” (dal nome del capogruppo di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami) come testo base per la discussione sulla legge elettorale. Rispetto alla versione licenziata nei mesi scorsi dal Consiglio dei ministri, il premio di maggioranza resta fissato in settanta seggi alla Camera e 35 al Senato, ma verrà assegnato solo se la stessa lista o coalizione arriverà prima in entrambi i rami del Parlamento e supererà la soglia del 42% (non più del 40%). Il tetto massimo dei seggi raggiungibili con il premio, poi, scende da 230 a 220 alla Camera e da 114 a 113 al Senato, così da impedire il raggiungimento del 60% che permetterebbe alla maggioranza del momento di eleggere da sola vari organi di garanzia. “Abbiamo accolto molti elementi emersi dalle audizioni. Le modifiche apportate rendono il premio ragionevole e proporzionato perché arriva al massimo al 13%. Credo e spero ci sia la disponibilità a fare proposte che possano essere accolte e magari oggetto di valutazione”, ha detto in Commissione il relatore del testo, il deputato di Fratelli d’Italia Angelo Rossi.

L’approdo in Aula del provvedimento per la discussione generale è calendarizzato al 26 giugno: dopo le proteste delle opposizioni in Ufficio di Presidenza, il termine per la presentazione di emendamenti in Commissione è stato fissato tra una settimana, giovedì 11 giugno alle 12, mentre la destra avrebbe voluto anticiparlo addirittura a lunedì 8. In base al calendario concordato, il 15 giugno la Presidenza comunicherà le inammissibilità l’esame degli emendamenti è previsto tra il 26 e il 23, mentre il 24 dovrebbe tenersi il voto sul mandato al relatore. “Le continue compressioni dei tempi da parte della maggioranza rappresentano un’umiliante forzatura su una legge elettorale che dovrebbe essere frutto di un confronto ampio tra tutte le forze politiche. Invece si procede con testi definiti fuori dal Parlamento, nei vertici di maggioranza a palazzo Chigi, e poi semplicemente portati in commissione per essere ratificati in fretta e furia“, attaccano in una nota congiunta i capigruppo di opposizione nell’organo, Simona Bonafè (Pd), Filiberto Zaratti (Avs), Alfonso Colucci (M5s), Maria Elena Boschi (Iv) Riccardo Magi (+Europa) e Matteo Richetti (Azione).

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Sicilia, chiesto l’arresto per corruzione del deputato regionale Riccardo Gallo (Forza Italia): appalti e incarichi a moglie e uomini di fiducia

Le assunzioni di mogli, figli, generi e collaboratori di politici del centrodestra nel Centro per la formazione permanente e l’aggiornamento del personale del servizio sanitario (Cefpas) sarebbero state in parte pilotate dal deputato regionale forzista Riccardo Gallo Afflitto. La Procura di Caltanissetta, guidata da Salvatore De Luca, ha chiesto l’arresto per corruzione del politico azzurro nell’inchiesta sul Cefpas, che coinvolge altre sette persone ed è legata all’affidamento di incarichi e di appalti all’interno dell’ente regionale. Dovranno presentarsi davanti al gip di Caltanissetta per gli interrogatori preventivi anche il direttore dell’ente Roberto Sanfilippo, il dirigente generale dell’Asp di Caltanissetta, Giuseppe Capodieci, i funzionari dell’ente Gioacchino Pontillo e Maria Luisa Zoda, il medico in quiescenza Salvatore Enrico Giambelluca, l’imprenditore Pietro Tritone, legale della società Sice Srl, e il funzionario regionale in quiescenza Vincenzo Raitano. Al fattoquotidiano.it risultano 8 richieste di misure cautelari e 12 indagati.

Gli incarichi alla moglie e alle persone di fiducia

Secondo l’indagine della mobile di Caltanissetta e dello Sco di Roma, il deputato forzista avrebbe favorito la nomina al Cefpas di Roberto Sanfilippo da marzo 2023, e per i successivi tre anni, e lo avrebbe mantenuto “in carica sin quando si fosse attenuto” alle sue direttive. In cambio, il manager avrebbe “asservito le funzioni e i poteri connessi al suo ruolo dirigenziale agli interessi e alle indicazioni” del deputato, assegnando “l’incarico dirigenziale per esperto amministrativo giuridico a Pontillo, uomo di fiducia” di Gallo, e alla moglie del deputato Simona Sinagra (per la quale non è stata chiesta nessuna misura cautelare) “quattro incarichi di consulenza e la sottoscrizione di un contratto a tempo pieno e determinato” nell’ente. Sanfilippo, in concorso con il deputato e il dg Asp Agrigento Giuseppe Capodieci, avrebbero sottoscrizione l’accordo quadro tra Cefpas-Asp per le “procedure di distacco del personale fra i due enti”, che avrebbe consentito alla “moglie del deputato” di lavorare nella città dei Templi.

Sempre sotto le indicazioni di Gallo Afflitto, il manager Sanfilippo avrebbe affidato l’appalto “per la realizzazione di una biblioteca digitale” a Domenico Reina (per la quale non è stata chiesta nessuna misura cautelare), fratello del cardinale Baldassarre Reina. Gli investigatori ritengono che Reina sia “privo di competenza in materie”. In questa vicenda, rispondono di falso ideologico i due funzionari dell’ente Pontillo e Zoda. Sarebbe stato introdotto sempre dal deputato Gallo Afflitto anche l’imprenditore Pietro Tirone (Sice Srl), accusato di corruzione e che si è aggiudica l’appalto per “lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria del patrimonio Cefpas 2023-2027. In cambio, l’imprenditore si sarebbe messo a disposizione del politico. Infine Raitano risponde di atto contrario ai doveri d’ufficio perché in qualità di componente della commissione di valutazione dell’ente avrebbe favorito Pontillo, accettando “la promessa di futuri incarichi”.

Il Ras agrigentino all’ombra di Dell’Utri e Alfano (e le accuse dei pentiti archiviate)

Chi è Gallo Afflitto? Cresciuto sotto l’ala protettiva dell’ex ministro Angelino Alfano, Gallo Afflitto è ritenuto uno dei ras delle preferenze nell’agrigentino, avendo seguito le orme del co-fondatore di Forza Italia, Marcello Dell’Utri, e diventando poi luogotenente del viceré azzurro Gianfranco Micciché . Nel 2008 è eletto consigliere nella provincia di Agrigento con il PdL, per poi fondare il movimento di fede forzista “Patto per il Territorio di Agrigento”, che grazie all’inciucio con il Partito Democratico, contribuisce all’elezione a sindaco della città della valle dei Templi, di Marco Zambuto, genero di Totò Cuffaro. In seguito, è eletto deputato alla Camera nel 2013, per poi ottenere lo scranno a Palazzo dei Normanni sempre con il centrodestra nel 2017, all’interno della coalizione a sostegno di Nello Musumeci, ottenendo nell’agrigentino 7341 preferenze. Quattro anni dopo, si riconferma all’assemblea regionale siciliana come primo degli eletti nelle fila degli azzurri nella lista “In Sicilia – Renato Schifani Presidente”.

Il cognome del deputato è stato in passato tirato in ballo da due collaboratori di giustizia. Prima dal pentito Daniele Sciabica, che si è auto-accusato di diversi omicidi di mafia tra il 1985 e il 1988, per conto del clan mafioso Grassonelli di Porto Empedocle. Sciabica accusa Gallo Afflitto di concorso in omicidio, ma la Dda di Palermo archivia l’indagine. In seguito è stato l’architetto-massone Giuseppe Tuzzolino a citare il deputato in relazione a presunti intrecci di assunzioni nella Girgenti Acque, società che gestiva l’ato idrico nell’agrigentino. Le dichiarazioni di Tuzzolino però non convincono la Dda di Caltanissetta, che in seguito ha arrestato il pentito per calunnia aggravata.

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Pina Picierno, il suvlaki con Cerasa e la colla all’europoltrona (in attesa di Forza Italia)

“Il J’Accuse di Pina Picierno”. Titola così il Foglio un’intervista a firma del direttore Claudio Cerasa (che ci tiene a far sapere che il dialogo è avvenuto a Bruxelles, davanti a hummus e suvlaki) nella quale la vicepresidente del Parlamento europeo annuncia il suo attesissimo addio al Pd. Anni e anni di affondi, intemerate, retroscena dettati, voti “bellicisti” anche contro l’indicazione dei dem, rapporti (definiti “inciuci” dai colleghi) con europarlamentari del Ppe e dell’Ecr, incontri con esponenti di think tank israeliani di estrema destra, sfoghi contro il suo partito, contro Elly Schlein, contro Giuseppe Conte. Nel nome di quello che lei definisce un “riformismo coerente e popolare”, in “grado di entusiasmare”. Tutto da capire se quest’araba fenice sia data in natura, ma intanto lei ricorda le cose contro cui combattere: “il fascismo putiniano”, “le ambiguità” su Kiev, l’antisemitismo nostrano. È da un anno sotto scorta, Picierno, per minacce da parte di filorussi ed estremisti.

E la sua identità politica oggi riparte da qui: lontani i tempi da giovane promessa della Margherita, come quelli in cui studiava da leader del Pd di primo piano, dopo essere stata una delle cinque donne scelte da Matteo Renzi per andare in Europa nel 2014, forte delle sue preferenze al Sud. Con il fu Rottamatore i rapporti sono freddissimi. Forse anche peggiori, per non dire ai minimi termini, quelli con Schlein. Avrebbe voluto sfidarla a un eventuale congresso, che poi non c’è stato. Ma in fondo nessuno – neanche nella destra dem – era davvero convinto che lei sarebbe stata la candidata giusta. E dunque, ricomincia da quello che c’è e che vuol mantenere a tutti i costi: il posto da vice Presidente del Parlamento europeo. Nella delegazione del Pd, dove ormai la mal sopportavano, raccontano che “Pina sapeva dall’inizio che avrebbe fatto solo mezzo mandato, come – peraltro – è normale a Strasburgo. Era stato detto in una riunione, e lei c’era”. Ora dovrebbe toccare a Nicola Zingaretti, ma lei ha agito di anticipo.

E così il gruppo Renew, come ha fatto sapere Sandro Gozi (che parla per sé stesso e non per Italia viva), è pronto ad accoglierla e a garantirle quella casella. Malumori tra i dem dell’Eurocamera che notano come il Pd tutto finisca all’angolo per questa vicenda: non solo perde una carica, ma perde anche la faccia rispetto al resto dei Socialisti europei, che l’hanno votata alla vice presidenza, su proposta dei dem. Lei i dem li aveva ricattati all’inizio, minacciando di andarsene in caso contrario, la segretaria ha ceduto. Tornando alla conversazione con il Foglio, nel nome delle larghe intese, Picierno chiarisce: “La casa dei riformisti non c’è più. Non si può essere ambigui con il fascismo putiniano e gli estremismi. E’ ora di lavorare a qualcosa di nuovo, per vincere le elezioni”.

Dove e cosa sarebbe questo qualcosa di nuovo? Il piano dovrebbe essere il seguente: restare vice Presidente del Parlamento europeo in quota Renew, poi fare la campagna elettorale come numero due di Carlo Calenda (che infatti saluta con entusiasmo la sua scelta), insieme a Elisabetta Gualmini, che ha lasciato il Pd per Azione già qualche mese fa. Dopodiché, tutto può essere. Non è passata inosservata la sua lettera per una Repubblica al femminile, scritta il 2 giugno insieme a Letizia Moratti, europarlamentare di Forza Italia, che gioca per Marina, più che per Antonio Tajani. E dunque, davanti alla probabile esplosione di Azione (con Matteo Richetti che guarda al centrosinistra e Ettore Rosato e Elena Bonetti verso Forza Italia), l’approdo finale dovrebbe proprio essere il partito che fu di Berlusconi.

Ma questa è un’altra storia. Oggi va registrato il calore di ex Pd come Luigi Marattin e Andrea Marcucci e la freddezza di tutti quelli che lavorano per il campo progressista. Non la accoglierà Renzi e neanche Alessandro Onorato, che sta costruendo il suo movimento civico. Difficile credere che la seguirà qualcun altro nel partito: Giorgio Gori, con il quale ha ottimi rapporti e consuetudini continue, per ora dovrebbe rimanere dov’è. Chi lo sa, magari come sfidante perfetto di Schlein (e Conte) ai gazebo: in grado di mantenere una quota alla destra dem e ai centristi, ma di certificare la sconfitta di Conte ai gazebo. Notazione finale: con l’uscita di Picierno, la delegazione Pd passa a essere la seconda (dietro agli spagnoli) nel gruppo dei Socialisti europei a Strasburgo. Da “testardamente unitaria” Schlein scelse di candidare lei e Gualmini. Oggi, anche la testardaggine ha i suoi limiti.

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Olimpiadi 2026, in Valtellina FdI attacca la Lega. Anzi no. Ecco il comunicato-verità, poi minimizzato

Fratelli d’Italia contro la Lega, in provincia di Sondrio, a causa degli scandali e delle inchieste olimpiche, per smascherare quella Zona Franca che si è creata troppo a lungo attorno al grande evento celebrato tre mesi fa. C’era da strabuzzare gli occhi quando il Coordinamento Provinciale del partito di Giorgia Meloni ha diffuso un comunicato carico di sospetti e censure: “Appalti olimpici e inchiesta Simico: un silenzio che preoccupa”. Bastavano le prime righe per capire che non si trattava di un’allucinazione e si profilava una clamorosa spaccatura. “Le notizie relative all’inchiesta della Procura di Belluno che c

oinvolge i vertici di Simico (Società Infrastrutture Milano Cortina, che dipende dal ministero di Matteo Salvini, ndr) non possono lasciare indifferente il territorio valtellinese, direttamente interessato da importanti opere olimpiche finanziate con ingenti risorse pubbliche”. Già l’appello a non girarsi dall’altra parte di fronte all’indagine per turbativa d’asta riguardante la cabinovia incompiuta di Socrepes a Cortina appariva una novità. Da quando l’Italia ha ottenuto nel 2019 l’assegnazione dei Giochi, dal centrodestra si sono levate solo voci entusiastiche, rassicurazioni che tutto stava procedendo per il meglio, che le Olimpiadi a costo zero sarebbero state un successo.

La linea di Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia non è mai mutata in questo lungo arco di tempo, anzi ha visto i rappresentanti politici dei tre partiti (i ministri Andrea Abodi, Matteo Salvini e Antonio Tajani, con i governatori Attilio Fontana, Luca Zaia e Maurizio Fugatti) sempre schierati sul versante dell’ottimismo, a costo di negare l’evidenza. Il comunicato di FdI di Sondrio è nato da una giustificazione locale, dopo che Simico ha dato la disdetta al raggruppamento di imprese condotto dalla bresciana Graffer che aveva ricevuto l’incarico di costruire una cabinovia da 44,8 milioni anche a Bormio, oltre che a Cortina e Livigno. Si tratta di una delle tante eredità olimpiche, annunciate in pompa magna, che subisce uno stop in Valtellina e pone interrogativi anche sullo sviluppo dell’appalto nel Piccolo Tibet.

La denuncia dei meloniani continuava riferendosi all’inchiesta che coinvolge Graffer (indagata anche a Verbania per un impianto non olimpico) e Simico: “Sorprende il totale silenzio della Lega e dell’amministrazione comunale di Bormio, che negli ultimi anni hanno rivendicato come propri i risultati e gli investimenti legati alle Olimpiadi. Se fino a ieri qualcuno si attribuiva il merito delle opere, oggi è doveroso che gli stessi soggetti si assumano la responsabilità politica di spiegare ai cittadini quale sia lo stato effettivo degli interventi, quali procedure siano state adottate e quali garanzie siano state poste a tutela della trasparenza”.

Un attacco frontale. “Bormio rappresenta uno dei principali poli di investimento dell’intero progetto Milano-Cortina. Per questo Fratelli d’Italia chiede che il Sindaco di Bormio riferisca pubblicamente sullo stato delle opere e che venga resa disponibile una relazione aggiornata sugli affidamenti, sui cronoprogrammi e sulle eventuali criticità emerse nel corso della realizzazione degli interventi”. Per la verità il sindaco Silvia Cavazzi non è della Lega, ma di una lista civica. La conclusione della nota pone un problema a lungo trascurato: la rendicontazione della dispendiosissima organizzazione dei grandi eventi pagati con soldi pubblici. “Le Olimpiadi costituiscono un’occasione storica per la Valtellina. Proprio per questo non possono essere trasformate in una zona franca sottratta al confronto politico e al controllo pubblico. Chi ha governato e continua a governare il territorio ha il dovere di rispondere alle domande dei cittadini. Il tempo dei comunicati celebrativi è finito: è arrivato il momento della trasparenza e della responsabilità”.

Finalmente un po’ di verità attorno alle Olimpiadi? L’epoca dei silenzi politici complici è giunta al capolinea, anche se con colpevole ritardo? Niente di tutto questo. Dopo poche ore il coordinatore provinciale di FdI, Francesco Romualdi, ha fornito l’interpretazione autentica del comunicato emesso dallo stesso Coordinamento Provinciale da lui presieduto. Il dietrofront è plateale. “Fratelli d’Italia ha il massimo rispetto per la Lega e non ha alcun dubbio che le indagini confermeranno il buon lavoro di tutte le forze politiche che hanno insieme lavorato per la buona riuscita delle Olimpiadi. Non esiste alcun caso politico con la Lega”. Strano, sembrava esattamente il contrario. Il diktat di Romualdi non ammette repliche. “Confido che le inutili discussioni e speculazioni scaturite dalla nota di ieri si trasformino in una sana e salda collaborazione che il territorio provinciale richiede”.

La sindaca Cavazzi, da noi interpellata, ha elogiato i benefici di legacy per il territorio, glissando su qualsiasi riflessione critica o autocritica. Gli unici che si sono esercitati in questa funzione necessaria per la buona amministrazione sono stati in questi anni gli ambientalisti, Alleanza Verdi Sinistra e il Movimento Cinquestelle. Tutto il resto, a destra e non solo, compone una desolante Zona Franca che, evidentemente, non è solo una prerogativa economica di Livigno, dove non si pagano Iva e accise, ma comprende un’enorme area grigia delle istituzioni. Vietato parlare di spese folli, opere fatte male, ritardi o incompiute. Un silenzio scaltro, compiacente e compiaciuto, domina nelle vallate del Nord, benedette da una nevicata di miliardi.

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Il caso De Gregori, e la fine del diritto al dubbio

È il dibattito culturale del momento, ed è nato quasi per caso. A fine maggio, al Teatro Out Off di Milano, Francesco De Gregori presenta “Nevergreen”: un docufilm, un disco dal vivo, una serie di concerti per pochi intimi tra Roma e Milano. I giornalisti lo incalzano sul caso del giorno: Bruce Springsteen, che apre il “Land of Hope and Dreams Tour” dichiarandosi contro l’amministrazione Trump. De Gregori risponde di getto, e da una settimana quelle parole rimbalzano dai social ai giornali fino alle grandi firme dei quotidiani, ma nessuno sembra aver colto fino in fondo il senso di quelle parole. Vale la pena, mentre il dibattito è ancora aperto, provare a mettere ordine.

Cosa ha detto davvero
Spogliato dalla riformulazione mediatica, il discorso ha due nuclei e un ponte tra i due. Il primo nucleo potremmo definirlo “epistemico-etico”. Le questioni internazionali, dice De Gregori, vanno analizzate con cura; schierarsi «in maniera netta e apodittica» tradisce la complessità dell’oggetto. E lui stesso confessa di avere idee confuse, citando il «contengo moltitudini» di Whitman come rivendicazione del diritto al dubbio. Non è un attacco all’impegno civile in quanto tale: è un attacco alla forma rigida del pensiero unico, e una professione di onestà conoscitiva contro le certezze sospette.

Il secondo nucleo riguarda invece la forma comunicativa. Il proclama dal palco – o l’appello firmato – lo lascia indifferente perché trova inadeguato il dispositivo stesso. E rilancia con la domanda più tagliente, quella meno ripresa eppure più radicale: non capisce gli artisti che vogliono sensibilizzare il pubblico, perché non è già abbastanza sensibile per conto suo? Qui c’è il rifiuto netto della postura pedagogica dell’artista verso l’ascoltatore.

A cavallo tra i due sta il passaggio sui titoli. «Che titoli ha un uomo di spettacolo per dare lezioni?» è la frase più ripresa, ed è interessante perché “titolo” può significare al tempo stesso “credenziale” o “legittimazione”: ciò che ti permette di parlare con cognizione e ciò che ti dà il diritto di parlare agli altri. Letto in un senso si salda al primo nucleo (l’artista non sa abbastanza); letto nell’altro al secondo (l’artista non ha diritto di insegnare). De Gregori usa il termine sfruttando entrambi i significati, forse consapevolmente. È in quell’ambivalenza che il discorso acquista vera profondità: non difende un pudore personale, mette in questione la nozione stessa di autorità artistica in democrazia.

Per leggerlo nel modo giusto, però, bisogna evitare due tentazioni speculari. La prima è quella nichilista: se nessuno ha titoli per parlare, allora tutti tacciano. È la conclusione che si ricava se si interpreta il «che titoli ha?» come domanda retorica universale, ma è una conclusione che si autocontraddice nel momento stesso in cui viene enunciata pubblicamente, e che svuota di senso l’idea stessa di sfera pubblica democratica. La seconda è quella tecnocratica: se non ce li hanno gli artisti, ce li hanno gli esperti, gli analisti, gli accademici, i diplomatici. È rassicurante, ma trasforma la politica in amministrazione e i cittadini in audience da plasmare. La via stretta tra i due è una posizione che De Gregori implica senza enunciarla (ed è con questo silenzio che presta il fianco alle critiche più centrate): i titoli esistono, ma sono diffusi tra i cittadini in quanto tali, nessuno è autorizzato a esercitare un’autorità pedagogica sugli altri. È il senso di quel «non è abbastanza sensibile per conto suo?»: una fiducia nella maturità politica del pubblico che non è disimpegno, è il contrario del disimpegno. Lascia però un fianco scoperto: la presunzione che esista una distinzione netta tra «proclama dal palco» e «canzone civile», su cui torneremo.

L’assordante silenzio della politica
Sul fronte delle reazioni, l’aspetto più significativo è ciò che non è successo: nessun politico di prima fila si è pronunciato, considerando il terreno minato: schierarsi a favore o contro De Gregori significava esporsi a contraccolpi su Gaza, su Trump, sul ruolo della cultura nella propaganda. I politici hanno preferito che il dibattito restasse prevalentemente in ambito culturale con il risultato paradossale che chi del posizionarsi ha fatto il proprio mestiere ha scelto il silenzio.

Tre modi di rispondere
Le reazioni del mondo dello spettacolo sono andate dal totale fraintendimento all’«alta fedeltà».

Enzo «coda-di-paglia» Iacchetti, esposto da mesi sul tema Gaza e da ospite nei talk televisivi in servizio permanente, ha scritto sotto un post Instagram del Fatto Quotidiano: «grande cazzata, l’uomo di spettacolo è un uomo che pensa al mondo e al futuro dei suoi figli, che delusione che sei». Tre righe, zero argomenti: un colpo di bandiera, perdendo l’occasione per dire qualcosa all’altezza della sfida intellettuale lanciata dal cantautore romano.

Morgan ha fatto qualcosa di più approfondito, anche se sbaglia le citazioni del repertorio di De Gregori. Gli rimprovera di non capire perché gli artisti debbano schierarsi, cita Gaza, parla di indifferenza grave e porta in soccorso “La donna cannone” e “La leva calcistica della classe ’68” come prove dell’impegno passato del Principe. Ma quelle canzoni non sono proclami e sono “politiche” solo in senso lato: un inno all’amore e alla libertà e una poesia sull’adolescenza. Confondendo l’impegno civile con il proclama dal palco, Morgan finisce per dimostrare il punto di De Gregori invece di confutarlo.

Vasco Rossi, dal palco di Rimini, ha fatto il commento più rispettoso. Ha riconosciuto la legittimità della posizione altrui senza condividerla, e ha rivendicato la propria: le sue canzoni parlano da sole, lui si schiera attraverso quelle. Ha definito De Gregori «un poeta, non un politico». Sembra una formula di cortesia, è una distinzione concettuale: lo legge come voce situata, non come piattaforma da combattere. È stato, paradossalmente, il più coerente con lo spirito di un discorso che diceva di non condividere.

Il dittico del Corriere (e oltre)
Sul versante delle “grandi firme”, il Corriere della Sera si distingue dalle altre testate costruendo un dispositivo a due voci. Il 31 maggio Antonio Polito scrive un pezzo più «politico»: parla con qualche ragione di «sinistra illiberale», legando le polemiche che hanno investito sia Francesco De Gregori, sia Erri De Luca, e denuncia la «shitstorm» abbattutasi su chi ha rivendicato il diritto di non schierarsi. Coglie con precisione il punto più radicale – la critica alla pedagogia del palco – e lo usa come clava contro una parte. Il giorno dopo Walter Veltroni, vecchio amico personale di De Gregori (testimone alle sue nozze nel 1982, decennale collaborazione all’Unità), si colloca su un altro livello: mette al centro la citazione di Whitman, il diritto al dubbio, la complessità come sfida antropologica del nostro tempo.

Veltroni è uno dei commentatori che ha letto De Gregori con maggiore aderenza testuale. Coglie il nucleo epistemico, distingue tra pensiero totalitario e impegno civile, cita “Il fischio del vapore” con Giovanna Marini come prova di una sensibilità intatta. Ma elude i passaggi più scomodi: non parla mai di Springsteen, non cita la frase sul pubblico già sensibile, non affronta le idee confuse. Costruisce una versione presentabile del discorso, quella che il proprio campo può accettare senza traumi. Polito fa il Polito e polarizza, Veltroni fa il Veltroni e concilia: una raffinata operazione editoriale.

Sul fronte aperto da Polito si è inserito poi, da Linkiesta, Cataldo Intrieri con un pezzo che ha il coraggio di puntare l’indice dove va puntato. Ripercorre il celebre processo del Palalido del 1976 – quando estremisti di Autonomia Operaia invitarono De Gregori dal palco a suicidarsi come Majakovskij – e lo usa come specchio dei nostri giorni, dato che oggi qualcuno gli sta facendo lo stesso processo sul suo silenzio su Gaza. Ma il colpo più radicale è un altro: Intrieri nomina esplicitamente quello che Polito aveva soltanto adombrato, il fatto che parte della pressione conformista a schierarsi su Gaza pesca, oggi, in «una grande voglia di antisemitismo che gira nell’aria»: il re è nudo.

Schierati, ciascuno a modo suo
Più interessanti, per ragioni diverse, le posizioni di tre testate con una matrice identitaria forte. Da una parte, Il Foglio ha scritto un elogio della ritrosia contrapponendo Dylan a Springsteen, il Principe italiano agli attivisti di stadio. È stato l’uso più scoperto: De Gregori arruolato come testimone interno al campo avverso, con un sottotesto retorico che potremmo riformulare così: «anche a sinistra qualcuno ha capito». Operazione classica, efficace perché l’autorevolezza dell’eretico si misura sulla provenienza.

Dall’altra, al Fatto Quotidiano la traiettoria è stata più tortuosa. Dopo aver rilanciato per giorni gli attacchi a De Gregori, il giornale ha chiuso la settimana con un lungo pezzo non di una firma di punta ma del cronista Marco Pasciuti, che ricostruisce cinquant’anni di rifiuti dell’incasellamento: dal processo del Palalido nel ’76 al «no, grazie» a Craxi che voleva “Viva l’Italia” come inno socialista, fino alla dedica «A M., con autonomia» di “Signor Hood” per Marco Pannella. È stata, forse, la difesa più autonoma dalle esigenze del campo: storicizzante invece che ideologica.

Massimiliano Coccia nel podcast “Quel che resta del giorno” su Linkiesta si è mosso su un terreno interessante. Difende De Gregori con argomenti vicini a quelli del Foglio, ma sposta il discorso dal piano della rissa contingente a quello della diagnosi culturale. Parla di «tempo claustrofobico dell’attivismo» in cui «nessuno si ricorda di chi ha vinto Cannes», ma «compiliamo liste di proscrizione di chi non si è schierato contro il genocidio a Gaza» – la stessa pressione conformista che Intrieri definisce «voglia di antisemitismo»; di una «società di autodichiaranti» incapace di «trasformare la propria disperazione in arte». È un salto qualitativo: il problema non è più chi ha ragione tra De Gregori e Springsteen, è la povertà simbolica di un’epoca che ha sostituito la produzione culturale con la performance identitaria. E quando osserva che De Gregori «viene da una tradizione culturale in cui la profondità contava molto più della visibilità», il riferimento a una sinistra che non esiste più – quella della cultura come spessore e non come segno di riconoscimento – è evidente. Da qui la denuncia conclusiva: manca «il coraggio di intestarsi una complessità e agire dentro quella complessità».

Una voce dissonante è venuta da Luca Sofri, che sulla sua newsletter “Canzoni” ha contestato l’impianto stesso del ragionamento di De Gregori. Tutti i pensieri che assumono «separazioni categoriche tra le cose della realtà», tra artisti e non artisti, tra argomenti politici e non, tra proclama dal palco e canzone civile sono fallimentari. Dire «Trump sta devastando l’America», per Sofri, non è categorialmente diverso dallo scrivere “Imagine” o “Generale”. È il fianco scoperto che avevamo segnalato: il rifiuto del proclama dal palco presuppone una distinzione formale tra modalità di intervento, che è meno netta di quanto De Gregori la presenti. Non azzera la sua lettura, ma vi mette di fronte un punto che neanche l’intervento di Coccia – che pure è quello intellettualmente più ricco – aveva colto.

De Gregori e i suoi specchi
Resta una cosa, ed è certamente la più singolare e probabilmente la più importante. De Gregori ha costruito un discorso per sottrarsi alla logica di campo: niente lezioni, niente proclami, «contengo moltitudini»… Eppure il discorso è stato immediatamente catturato dalla logica che voleva evitare. Iacchetti lo ha letto come tradimento di un fronte, Polito come prova di un altro, Il Foglio come arma anti-sinistra. Persino Veltroni, l’amico, lo ha difeso ricontestualizzandolo dentro un perimetro accettabile per il proprio pubblico. Tutti, o quasi, l’hanno usato per posizionarsi; quasi nessuno l’ha discusso per quel che è.

È la più classica delle eterogenesi dei fini: il discorso anti-arruolamento per antonomasia è diventato la bandiera di arruolamenti contrapposti. E anche per questo conferma la tesi che voleva sostenere: il dispositivo mediatico costringe alla semplificazione, e nessuno, nemmeno chi lo denuncia, ne esce indenne. Quello che resta della polemica è una piccola dimostrazione plastica di ciò che De Gregori aveva enunciato. Le sue parole sono state contestate, difese, strumentalizzate, ammorbidite, rilanciate: tutto, tranne che comprese nel loro significato più profondo.

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La fotografia del declino italiano

Lavoce in mezz’ora è il format di divulgazione di lavoce.info che propone conversazioni con economiste ed economisti per approfondire i principali temi del dibattito economico e sociale. In questa puntata affrontiamo la reale situazione dell’economia italiana con Guido Ascari.

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Giustizia, scontro FdI-Fi al vertice con Nordio: gli azzurri chiedono uno sprint sulle riforme, i meloniani fanno muro

Sulla giustizia nel centrodestra è ormai scontro aperto. A oltre due mesi dalla disfatta al referendum, le divergenze tra alleati sono esplose mercoledì mattina nel vertice con i capigruppo di maggioranza al ministero, convocato dal Guardasigilli Carlo Nordio su richiesta di Forza Italia e durato quasi tre ore. Gli azzurri Stefania Craxi ed Enrico Costa, spalleggiati dal viceministro Francesco Paolo Sisto, hanno insistito per portare a termine le riforme della prescrizione e del sequestro degli smartphone, già approvate da un ramo del Parlamento, in modo da “dare risposte” ai 12 milioni di elettori che hanno votato Sì. Una posizione su cui c’è il sostanziale accordo anche della Lega. Fratelli d’Italia, però, ha alzato un muro di gomma: i meloniani, poco entusiasti di aprire nuovi fronti con la magistratura, prendono tempo chiedendo modifiche ai due provvedimenti, che intanto restano congelati in commissione. I due partiti spingono in direzioni opposte anche per quanto riguarda il gip collegiale, la norma – contenuta nella legge Nordio del 2024 – che dal 25 agosto imporrebbe un collegio di tre giudici, invece di uno solo, per decidere sulle richieste di custodia cautelare in carcere. Di fronte agli allarmi delle toghe, che avvertono sul rischio paralisi dei tribunali per le carenze di personale, il ministero ha già deciso di rinviare l’entrata in vigore. I berlusconiani però vorrebbero un differimento di pochi mesi, mentre Nordio e FdI ragionano su un termine più lungo (tra nove mesi e un anno) per scavallare le elezioni, e bocciano la proposta di Forza Italia di prevedere i collegi solo nei grandi tribunali – dove i giudici sono di più – per velocizzare l’applicazione. Uno stallo che ha costretto a convocare una nuova riunione per il 9 giugno, quando il ministro, i suoi vice e i partiti si rivedranno per trovare una quadra.

A Forza Italia sta a cuore soprattutto il ddl sul sequestro degli smartphone, firmato dal senatore azzurro Pierantonio Zanettin e da Giulia Bongiorno, presidente leghista della Commissione Giustizia di palazzo Madama. In base al testo, per sequestrare un dispositivo elettronico e acquisire i suoi contenuti i pm dovranno ottenere più via libera dal gip tramite una complessa procedura, mentre adesso possono farlo in autonomia con un decreto. Dopo l’ok al Senato nell’aprile 2024, il provvedimento è rimasto bloccato alla Camera per il veto di Fratelli d’Italia e in particolare di Chiara Colosimo, presidente della Commissione bicamerale Antimafia, che si è fatta interprete dei timori del procuratore nazionale Giovanni Melillo per i potenziali “effetti disastrosi” delle nuove norme. Colosimo ha presentato una lunga serie di emendamenti alla riforma, che ora Fratelli d’Italia chiede di approvare: nell’ultima conferenza dei capigruppo il ddl è stato calendarizzato in Aula per luglio, ma l’iter in Commissione non sembra vicino a sbloccarsi. I meloniani chiedono modifiche anche alla riforma della prescrizione, e in particolare una norma transitoria per evitare il rischio-amnistia di cui ha parlato in audizione l’Associazione nazionale magistrati. Infine, Nordio ha ribadito la sua contrarietà all’ipotesi di una legge per estendere la responsabilità civile dei magistrati, lanciata dal capogruppo azzurro alla Camera Enrico Costa. Sul tema il ministro si è richiamato alle sue parole dei giorni scorsi: un provvedimento del genere “non è nel programma, né all’ordine del giorno e, per quanto mi riguarda, non lo sarà”, aveva detto.

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Parcerias e Negócios anuncia parceria com a Diáspora Lusa para aproximar empresários portugueses no mundo

A Convenção Anual da Parcerias e Negócios realizou-se no dia 23 de Maio, no SDivine Fátima Hotel, reunindo empresários, empreendedores, oradores, dirigentes e profissionais de diferentes sectores de actividade. O encontro ficou marcado pela partilha de experiências, pela apresentação de…

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E se il sistema pensionistico italiano fosse in attivo? I numeri che cambiano la storia

Una lettura integrale della questione previdenziale italiana Ogni anno, puntualmente, torna lo stesso copione. Si avvicina la scadenza dell’adeguamento dei requisiti previdenziali e i grandi quotidiani economici riscoprono la “necessità” ...

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