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Ucraina in Ue, primo sì dall’Europarlamento per accelerare i negoziati. FdI si astiene, Pd e M5s si spaccano

Con 54 voti a favore, 17 contrari e 5 astensioni, la Commissione Esteri del Parlamento europeo (Afet) ha detto sì all’accelerazione dei negoziati per l’ingresso dell’Ucraina nella Ue. A essere sottoposto a votazioni era il rapporto del Parlamento europeo – relatore Michael Gahler (Ppe) – sulla situazione dell’Ucraina. “Le riforme dell’Ucraina relative all’adesione all’Unione europea sono incoraggianti, al pari di quelle compiute sullo stato di diritto e sulla lotta alla corruzione”, si legge nel testo.

In merito alle riforme necessarie per il processo di adesione ai 27, il testo elogia gli sforzi per “salvaguardare la separazione dei poteri in tempo di guerra”, ma sottolinea allo stesso tempo la necessità di affrontare il “deterioramento delle relazioni tra il potere legislativo e quello esecutivo” e l’importanza di garantire “l’integrità delle cariche giudiziarie al fine di mantenere gli organismi anticorruzione liberi da interferenze politiche”.

Nelle pieghe del rapporto c’è anche una vera novità politica: si propone che l’adesione dell’Ucraina possa essere votata a maggioranza qualificata. Dunque si facilita il processo davanti a eventuali resistenze di qualche paese (storicamente, l’Ungheria).

Sul fronte italiano, proprio per questo, la delegazione di Fratelli d’Italia (rappresentata da Alberico Gambino) ha scelto di astenersi: il superamento dell’unanimità nelle decisioni relative all’allargamento per la sola Ucraina viene considerato “un tema particolarmente delicato” che merita una riflessione approfondita, con modifiche promesse per la plenaria. Insomma, nessuna corsia preferenziale, mentre permane l’equilibrismo meloniano in Europa.

Va poi registrato il voto a favore del Pd (Nicola Zingaretti e Alessandra Moretti) e il no del 5Stelle Danilo Della Valle (“Accelerare il processo di adesione con un Paese in guerra rischia di trascinare tutta l’Unione nel conflitto stesso”, ha commentato). Assente la leghista Silvia Sardone.

Il rapporto sarà votato alla Plenaria di Strasburgo a metà luglio. Nel frattempo a metà giugno sono previsti un Consiglio Affari esteri e un Consiglio Affari generali della Ue: come rivelava ieri Il Mattinale europeo, a margine dovrebbe tenersi la conferenza intergovernativa con Ucraina e Moldavia per aprire la prima serie di capitoli negoziali su democrazia, stato di diritto e lotta alla corruzione. Il percorso è formalmente iniziato.

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Cacciari sbotta con Gruber: “Ce la prendiamo con Meloni, ma l’Europa di von der Leyen è infinitamente peggio di lei”

Scintille a Otto e mezzo (La) tra la conduttrice della trasmissione, Lilli Gruber, e il filosofo Massimo Cacciari sulla posizione del governo italiano e dell’Unione europea di fronte alle guerre in corso. Al centro del dibattito, l’immobilismo della presidente del Consiglio Giorgia Meloni sul fronte internazionale e le responsabilità ben più gravi che, secondo Cacciari, ricadono sulle istituzioni europee.
Gruber chiede direttamente se Giorgia Meloni sappia ancora dove collocarsi sullo scacchiere globale e come possa ricostruire un posizionamento credibile in politica estera. Cacciari risponde che la premier si barcamena come può: non può certo applaudire le scelte di Trump e Netanyahu, ma allo stesso tempo non può permettersi di prenderne le distanze in modo netto. “Dove va? Con chi si allea? Con Putin? È una condizione totalmente obbligata”, sottolinea.

Poi sposta il tiro sull’Unione europea: “Noi ce la prendiamo con la Meloni. E l’Europa? È infinitamente peggio, perché forse l’Europa potrebbe almeno sforzarsi di approntare una politica estera decente, che manca totalmente. Se la Meloni è stata fin qui succube di Trump e di Netanyahu, allora cosa dire della von der Leyen? – continua – Soltanto sui dazi ha alzato un po’ la voce, ma neanche sulle più efferate stragi ha preso una posizione chiara e definita. Ha per caso proposto una qualche sanzione nei confronti di Israele? Quindi, ce la prendiamo con la Meloni?”.
E ribadisce: “Scenari addirittura apocalittici di questo genere possono essere affrontati soltanto da grandi spazi politici. Certo, l’Italia non fa niente, ma cosa potrebbe fare? In ogni caso, non potrebbe fare nulla. L’unico soggetto che potrebbe avere peso e incidere su queste tragedie sarebbe l’Europa. E l’Europa non solo non c’è, ma per quel poco che esiste è infinitamente peggiore della Meloni”.
Il filosofo lancia quindi una stoccata ai dem: “Certamente questa Europa è anche appoggiata da tutti, visto che la von der Leyen è stata votata dalla Meloni e pure dal Pd“.

Le parole di Cacciari provocano la reazione immediata di Gruber, che si rivolge alla storica Michela Ponzani: “Dobbiamo prendercela con l’Europa e non con Giorgia Meloni, né coi sovranisti che minano in realtà l’Europa e che fanno di tutto per disunire?”.
A quel punto Cacciari sbotta: “Scusi Gruber, cerchi di non equivocare in questo modo quello che dico. È chiaro che bisogna prendersela con i sovranisti e con tutti gli altri, ma certamente le responsabilità non sono di quattro scemi che fanno i populisti e i sovranisti, sono responsabilità della Commissione Europea e delle leadership effettive. E queste non sono certamente i sovranisti o qualche fascista in giro per l’Europa, che non contano niente di niente. Certo che me la prendo con i sovranisti, ma sono ben altre le responsabilità”.
La conduttrice insiste: “Ho capito, ma bisognerebbe anche ricordare che sulla maggioranza delle questioni cruciali c’è ancora il diritto di veto in Europa, quindi per essere più operativi l’Unione Europea ha bisogno di toglierlo“.
Cacciari dissente con fermezza: “Ma non c’è bisogno di toglierlo, perché la Commissione Europea su quelle questioni è andata davanti sparata. Sono stati sempre tutti compatti e uniti nella politica estera che hanno adottato. Ma scherziamo?”.

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Che cos’è l’anonimizzazione e perché è al centro dello scontro tra Google e l’Europa

Quando si cerca qualcosa su Google, si lascia una traccia. Non necessariamente un nome, non necessariamente un indirizzo. Ma una serie di domande, nel tempo, in una certa zona geografica, con un certo ritmo, può dire molto di una persona — abbastanza, in alcuni casi, da identificarla. È esattamente questo il nodo tecnico attorno a cui si sta stringendo uno dei confronti più delicati tra la Commissione europea e il colosso di Mountain View, in applicazione del Regolamento sui mercati digitali, il cosiddetto Digital Markets Act (Dma).

La Commissione ha avanzato una proposta, ai sensi dell’articolo 6, comma 11 del regolamento, che obbligherebbe Google a condividere con terze parti i dati delle ricerche degli utenti, opportunamente anonimizzati. L’obiettivo dichiarato è favorire la concorrenza: se i concorrenti di Google Search potessero accedere a quei dati, potrebbero migliorare i propri algoritmi e competere su basi più eque. In teoria, i dati sarebbero privati dei riferimenti identificativi. In pratica, sostiene Google, non lo sarebbero affatto.

Che cos’è l’anonimizzazione, e perché è difficile
L’anonimizzazione è il processo con cui si rimuovono da un insieme di dati tutte le informazioni che permettono di risalire all’identità di una persona. Il principio è semplice; l’applicazione, assai meno. La difficoltà nasce dal fatto che i dati, anche quando sembrano generici, tendono a diventare identificativi se combinati tra loro o con informazioni di contesto.

Nel caso delle query di ricerca, Sergei Vassilvitski, senior research director di Google, ha portato alcuni esempi concreti nel corso di un briefing organizzato da Google e a cui Linkiesta ha partecipato. Alcune persone aprono le loro ricerche scrivendo direttamente il proprio nome: «Mi chiamo [Nome Cognome] e voglio sapere…». Un comportamento meno raro di quanto si pensi. Altri usano Google come strumento di traduzione per comunicare con qualcuno che parla una lingua diversa, generando sequenze di domande che ricostruiscono una conversazione privata. Prese singolarmente, queste query sembrano innocue. Messe in fila, rivelano una persona specifica.

L’identificazione diventa ancora più precisa quando si aggiunge la localizzazione geografica.Vassilvitski ha citato il caso di qualcuno che cerca informazioni su una malattia cronica e sugli orari compatibili con il proprio lavoro, qualificandosi come parrucchiera in un’area rurale. In una piccola zona con pochi saloni, i candidati possibili si riducono a una manciata di persone. Senza bisogno di nome e cognome, l’identità emerge.

Su questo terreno si è mosso anche Łukasz Olejnik, ricercatore indipendente affiliato al King’s College di Londra, che in un’analisi pubblicata ad aprile ha definito la proposta della Commissione uno dei maggiori rischi per la riservatezza e la sicurezza nazionale in Europa degli ultimi decenni. Il criterio di soglia previsto – più di 50.000 utenti registrati nell’arco di tredici mesi – è talmente basso, ha scritto, da lasciare passare una quantità enorme di termini sensibili: sintomi medici, nomi locali, farmaci. Filtrerebbe solo ciò che è assolutamente unico.

Non è una questione di tempo
Google non chiede semplicemente più tempo. Il punto, come ha spiegato Vassilvitski nel briefing, è di metodo: le misure preliminari della Commissione sono uscite intorno alla metà di aprile, il periodo di consultazione pubblica è durato due sole settimane, e la decisione finale è attesa entro la fine di luglio. Un calendario stretto per problemi che sono, come ha detto lo stesso esperto, «al limite della ricerca attuale». Quello che si chiede è un confronto aperto, con esperti di anonimizzazione e riservatezza esterni all’industria, capaci di raggiungere un consenso condiviso su cosa significhi davvero rendere anonimi questi dati. Molti di questi esperti, ha aggiunto, non sapevano nemmeno che il procedimento fosse in corso, e quando lo hanno scoperto avevano già pochissimo tempo per rispondere.

Non è una posizione isolata. Il think tank ECIPE e l’Information Technology and Innovation Foundation hanno entrambi prodotto analisi critiche delle misure proposte. La fondazione, in un commento formale alla Commissione dello scorso maggio, ha sostenuto che le misure vanno ben al di là di quanto necessario, con effetti negativi sulla riservatezza degli utenti, sugli incentivi all’innovazione e sulla praticabilità commerciale dell’intero sistema.

L’altro fronte: Android e gli assistenti artificiali
Le divergenze con la Commissione non si esauriscono sulla ricerca. Un secondo procedimento, ai sensi dell’articolo 6, comma 7 del Dma, riguarda Android e impone a Google di garantire agli assistenti di intelligenza artificiale di terze parti lo stesso accesso alle funzionalità di sistema di cui gode Gemini, il proprio assistente. In concreto: accesso al microfono, alla fotocamera, al contenuto dello schermo, ai comandi vocali, ai sensori, alle impostazioni del dispositivo, all’esecuzione in background.

Dal punto di vista ingegneristico, spiega Google, si tratta di un livello di integrazione profondissimo, sviluppato con anni di lavoro e test di sicurezza specifici. Un agente di intelligenza artificiale che opera a livello di sistema non funziona come un normale assistente testuale: deve interpretare lo schermo in tempo reale, eseguire comandi, operare in ambienti variabili. Aprire queste interfacce indiscriminatamente, senza una validazione rigorosa, aumenta la superficie di attacco. L’esempio che circola nel dibattito è quello di Samsung, che ha integrato Perplexity su alcuni suoi dispositivi Android dopo un lungo lavoro di ingegneria della sicurezza dedicato: la prova che si può fare, ma non per decreto e non in poche settimane.

La revisione del Dma e le tensioni con le grandi piattaforme
Il Dma è entrato in vigore nel maggio del 2023 e si applica a un gruppo ristretto di grandi operatori digitali – Google, Apple, Meta, Amazon, ByteDance – classificati come gatekeeper, cioè controllori di infrastrutture digitali essenziali. La prima revisione formale del regolamento, pubblicata dalla Commissione lo scorso aprile aprile, lo ha dichiarato ancora valido nei suoi obiettivi. I risultati concreti per i cittadini ci sono – schermate di scelta per i browser, possibilità di installare app da fonti alternative, maggiore controllo sui dati – ma l’enforcement è stato lento e politicamente complicato.

L’anno scorso Apple è stata multata per 500 milioni di euro e Meta per 200 milioni, entrambe per violazioni del Dka. Molti osservatori hanno giudicato le cifre troppo basse, e si è diffusa l’ipotesi che Bruxelles stesse calibrando le sanzioni per non inasprire le tensioni commerciali con Washington, dove l’amministrazione Trump aveva minacciato ritorsioni contro le aziende europee che colpissero i colossi tecnologici americani. La Commissione ha smentito ogni condizionamento.

Ora tocca a Google. Secondo quanto riportato dal quotidiano tedesco Handelsblatt, citando fonti interne alla Commissione, è in arrivo una sanzione nell’ordine delle centinaia di milioni di euro per il caso di auto-preferenziamento nei risultati di ricerca. Sarebbe la multa più alta mai inflitta sotto il Dma. Google si è già difesa in anticipo: le modifiche apportate alla ricerca in ossequio al regolamento europeo rappresentano, secondo un suo portavoce, «il peggioramento più grave nella storia del prodotto».

La dimensione geopolitica
Sullo sfondo di questa vicenda si staglia una tensione più ampia, che va oltre il diritto della concorrenza. Il Dma era stato concepito come uno strumento veloce, capace di imporre compliance rapida senza i tempi biblici dell’antitrust tradizionale. In parte lo è stato. Ma la sovrapposizione tra regolazione digitale europea e guerra commerciale transatlantica ha cambiato il contesto: ogni multa è diventata un potenziale casus belli, ogni procedimento un terreno su cui si misurano i rapporti di forza tra Bruxelles e Washington.

In questo scenario, Google critica la Commissione europea di non ascoltare. A niente è servito, dicono, inviare alcuni esperti di sicurezza Android per presentare all’esecutivo prove concrete di come certi obblighi possano consentire l’uso di spyware, registrazione audio e furto di foto. Il tutto, aggiungono, mentre il Parlamento europeo discute pubblicamente su come difendersi da sofisticati rischi informatici potenziati dall’intelligenza artificiale (come Mythos di Anthropic), e il ramo normativo della Commissione europea che si occupa esclusivamente di concorrenza a Bruxelles (Dg Comp) sembra intenzionata a smantellare attivamente la sicurezza di base destinata a fermarli. La decisione finale è attesa per fine luglio.

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Un’Europa più forte è possibile, ma tutto ha un prezzo

Le proposte di modifica dei meccanismi decisionali europei sono come il giorno della marmotta, la stessa scena che si ripete all’infinito. Al gioco partecipa anche la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen: «Il piano A è andare avanti a ventisette. Ma se ciò non fosse possibile, il Trattato prevede una cooperazione rafforzata». Con questa frase, pronunciata lo scorso febbraio davanti al Parlamento europeo durante il dibattito sulla competitività e sul rapporto Draghi, von der Leyen ha aperto esplicitamente alla possibilità di un’Europa a più velocità. Intesa come strumento pragmatico per «abbattere le barriere che ci impediscono di essere un vero gigante globale».

Poche settimane prima, i ministri dell’Economia e delle Finanze di Germania, Francia, Italia, Spagna, Polonia e Paesi Bassi avevano discusso come far avanzare alcuni dossier cruciali senza attendere l’accordo di tutti i ventisette i Paesi dell’Unione. «Le sei grandi economie europee vogliono fare da motore per l’Europa», ha detto il ministro tedesco Lars Klingbeil. Il messaggio, nella sostanza, è lo stesso: rafforzare competitività e difesa, come suggerito da Mario Draghi, richiede velocità, non unanimità.

L’idea di procedere per gruppi ristretti non è nuova nella storia dell’integrazione europea. I trattati consentono già un’integrazione differenziata. L’euro, Schengen, le cooperazioni nel diritto di famiglia, i brevetti: diversi esempi mostrano che l’Unione ha da tempo accettato di viaggiare a più velocità. Solo che adesso le pressioni di un’America meno cooperativa, di una Russia aggressiva e di una Cina dominante nelle catene globali del valore lasciano l’Europa ancora più esposta. La flessibilità aiuta, ma non basta a garantire decisioni rapide su dossier centrali come politica estera e difesa, alimentando nell’opinione pubblica la percezione di un’Europa lenta e inefficace.

I sei Stati che vogliono fare da motore intendono muoversi in campi su cui l’Unione discute da decenni con pochi risultati concreti: difesa comune, intelligence, sicurezza interna, accesso alle materie prime, coordinamento fiscale. Già nel 2017 la Commissione Juncker pubblicò un libro bianco sul futuro dell’Europa, indicando scenari e strumenti per affrontare sfide molto simili a quelle attuali. Quasi dieci anni dopo, gran parte di quei progetti esiste, certo, ma solo su carta.

Forse è il caso di trasformare la geometria variabile da strumento occasionale a metodo strutturale. Non per creare un club esclusivo di Stati europei, ma per definire regole chiare di partecipazione, aperte a chiunque voglia aderire rispettando lo Stato di diritto. Alcuni Paesi membri potrebbero muoversi su dossier critici senza inciampare in veti e ostruzionismi, offrendo al contempo incentivi concreti a chi vuole aggregarsi in un secondo momento.

Energia, difesa, politica estera, governance economica e coordinamento fiscale sono settori in cui questo approccio potrebbe fare la differenza: accelerando decisioni strategiche, riducendo la frammentazione e costruendo strumenti permanenti di stabilità. L’esperienza recente della pandemia e del Next Generation Eu hanno dimostrato un vecchio assunto del liberismo: una crisi è sempre un’opportunità. In questo caso l’opportunità è quella di accelerare la costruzione europea. Accettare che alcuni Paesi avanzino più velocemente su certi dossier potrebbe essere il prezzo per evitare che l’Europa resti ferma mentre il mondo accelera.

Il cuore del dilemma europeo non è solo politico, ma costituzionale. A differenza di altri organismi intergovernativi, l’Ue è un ordinamento costituzionalizzato dai Trattati, con vincoli stringenti che disciplinano perfino le eccezioni al principio dell’unanimità. Questo è particolarmente evidente nel caso della cooperazione rafforzata, l’artificio giuridico spesso invocato come via d’uscita dal blocco a ventisette.

L’articolo 20 del Trattato sull’Unione europea (TUE) consente a un gruppo di Stati di avanzare insieme su specifici dossier, purché gli obiettivi non possano essere raggiunti dall’Unione nel suo insieme e partecipino almeno nove Paesi. È concepito come deroga, non come regola. Poi ci sono gli articoli 326-334 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea (TFUE). Questi stabiliscono che le cooperazioni rafforzate devono rispettare i Trattati e il diritto dell’Unione, e soprattutto non possono pregiudicare né il mercato interno né la coesione economica, sociale e territoriale.

In più, ogni nuova cooperazione deve essere aperta a tutti gli Stati membri e che questi possano aderire in qualsiasi momento. In parole semplici, anche se un gruppo di Stati volesse avanzare su difesa comune, intelligence o fiscalità europea, non può farlo in modi che ostacolino qualcuno o alterino la concorrenza interna al mercato unico. Questa è la tutela di base dell’integrazione europea, molte volte sottaciuta nel dibattito politico. Proprio per questo, trasformare la geometria variabile in metodo strutturale è praticamente impossibile. Servirebbe un processo revisione costituzionale su larga scala, inattuabile soprattutto in tempi brevi, in una fase di grande fragilità – Emmanuel Macron è un’anatra zoppa in patria, Friedrich Merz non ha lo standing né la forza politica, Giorgia Meloni non sembra davvero intenzionata a diventare la leader europeista di cui ci sarebbe bisogno, ammesso che abbia le carte per farlo.

Il credito politico per aprire una vera revisione dei trattati oggi non c’è, in Europa. Una riforma costituzionale richiederebbe anni di negoziati, ratifiche nazionali e referendum. Sarebbe un percorso macchinoso e vulnerabile alle ingerenze di potenze esterne, dalla Russia alla Cina, interessate proprio a mantenere un’Europa debole e incapace di decidere. La domanda quindi non è se l’Europa abbia bisogno di avanzare a più velocità, ma come farlo senza spaccarsi prima di cominciare. La risposta più onesta è anche la meno elegante. Non serve una rivoluzione o una nuova fase costituente. La via più percorribile è quella sotterranea, poco a poco, forzando gli strumenti esistenti e accettando una dose strutturale di ambiguità. In perfetto stile Ue.

La prima opzione sul tavolo è spingere al massimo la cooperazione rafforzata (art. 20 TUE), interpretandola in modo estensivo e trasformandola, di fatto, in una prassi più frequente per consentire a gruppi di Stati di avanzare su difesa, sicurezza, politica industriale e approvvigionamenti strategici. È un costituzionalismo creativo: stare dentro i trattati, stiracchiandoli al massimo, un po’ come fanno da anni molti governi nazionali quando governano per decreto.

La seconda strada è più esplicita, quindi rischiosa. È la strada quella degli accordi intergovernativi extra-Ue. Trattati bilaterali o trilaterali tra Stati che condividono una visione strategica, come il Trattato del Quirinale tra Italia e Francia o il Trattato di Aquisgrana firmato nel 2019 tra Francia e Germania. Sono accordi di coordinamento sui dossier più importanti, senza passare per le procedure comunitarie. È una via già battuta, spesso celebrata, talvolta disattesa, quasi sempre personalizzata. Di solito funzionano finché c’è una regia politica forte, e fin qui è stata utilissima quella di Emmanuel Macron. Senza di lui, e senza una leadership capace di pensare in termini europei, questa architettura rischia di svuotarsi rapidamente.

Entrambe queste soluzioni – cooperazione rafforzata “forzata” e accordi intergovernativi – non sono alternative pulite. Sono compromessi. La prima resta prigioniera dei limiti giuridici dei trattati, la seconda rischia di legittimare un’Europa costruita fuori dall’Unione. Il confine è sottile, ma l’alternativa – restare formalmente uniti e politicamente irrilevanti – è peggiore. Se il mondo accelera e l’Europa resta ferma, la geometria variabile diventa una necessità di sopravvivenza.

Davanti a questa impasse la tentazione è pensare che una forzatura sia inevitabile. In fondo, l’Europa ha spesso costruito i suoi pilastri prima ancora di avere un tetto comune. L’euro è nato senza un’unione fiscale compiuta. Schengen ha preceduto una vera politica migratoria. L’integrazione europea non è mai stata lineare; è stata incrementale, talvolta imperfetta, spesso ambigua.

Oggi quella stessa ambiguità potrebbe diventare metodo. Spingere al massimo la cooperazione rafforzata, moltiplicare accordi intergovernativi, costruire alleanze strategiche che superano i confini formali dell’Unione. Non è un caso che nel 2026 si siano intensificati i dialoghi con il Canada, sul piano commerciale e perfino su quello della difesa, con l’ingresso di Ottawa nei progetti europei di sicurezza industriale. È il segnale di un’Europa che, per rafforzarsi, comincia a costruire ponti anche al di fuori dei ventisette.

Ma qui si apre il vero paradosso. Rafforzare l’Unione aggirando le sue rigidità può renderla più efficace nel breve periodo. Allo stesso tempo, rischia di spostare il baricentro decisionale fuori dal perimetro istituzionale comune, creando un’Europa che si consolida per addizione di accordi, più che per coesione interna. Se l’Europa sceglie di avanzare per gruppi ristretti e per alleanze esterne, sta costruendo un nucleo più solido o sta accettando una frammentazione controllata? Forse il vero banco di prova non sarà la prossima riforma dei trattati, ma la capacità di tenere insieme velocità e unità, potenza e legittimità. Perché un’Europa più forte fuori dall’Europa potrebbe essere una soluzione. Oppure l’inizio di un nuovo equilibrio ancora tutto da definire.

Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 01/26 – “Super Mario per l’Europa”, ordinabile qui.

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