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Sinner torna in campo dopo il malore al Roland Garros: sarà presente a un’esibizione a Londra prima di Wimbledon

11 June 2026 at 19:09

Jannik Sinner scenderà in campo prima di Wimbledon. Non in un torneo, come già annunciato prima dell’eliminazione al Roland Garros, bensì in un match di esibizione. È stata ufficializzata infatti la presenza del numero uno al mondo al Giorgio Armani Tennis Classic, rassegna di esibizione ormai ultratrentennale che si disputa all’Hurlingham Club, dal 23 al 27 giugno. Una notizia ben accolta anche dal direttore del torneo Nikhil Waugh: “Per la nostra 32esima edizione, siamo eccitati di dare il benvenuto a Jannik Sinner, che si aggiunge ad un parco giocatori eccezionale”.

Sinner è reduce da un periodo difficile, dopo il malore al secondo turno del Roland Garros contro Juan Manuel Cerundolo, e dopo una settimana di vacanza si è sottoposto per due giorni a dei controlli specifici e molto lunghi al San Raffaele di Milano. Per l’altoatesino sembra però tutto nella norma e ha già ripreso gli allenamenti verso Wimbledon. In mezzo ci sarà l’esibizione a Londra, dove Sinner affronterà diversi altri tennisti di altissimo livello.

L’altoatesino, infatti, non sarà né l’unico Top 10, né l’unico italiano presente ai nastri di partenza. C’è Flavio Cobolli con lui, diventato n.10 dopo la finale disputata al Roland Garros, ma anche Luciano Darderi (n.18). A completare il roster, altri giocatori di un certo spessore: Casper Ruud (n.14), Karen Khachanov (n.15), Learner Tien (n.19) e Cameron Norrie (n.29), semifinalista a Wimbledon nel 2022 che sarà l’unico rappresentante britannico.

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Renzi scatenato contro Meloni: “Lei è diventata lady tax. Sotto ai suoi video va messa la scritta ‘contiene fake news'”

11 June 2026 at 18:45

Duro intervento di Matteo Renzi in Aula al Senato durante la discussione generale sulle comunicazioni della premier Giorgia Meloni in vista del Consiglio europeo. “Noi siamo d’accordo con la presidente, quando c’è un video che contiene una fake news o un’immagine falsa è giusto dirlo. Ma non sarà il caso di mettere alcune di queste diciture anche su alcune sue dichiarazioni dell’ultimo periodo?”, esordisce il leader di Italia Viva.

La prima “fake” analizzata da Renzi è quella sulla pressione fiscale del governo Meloni, mai così alta dal post governo Monti. “C’è un video che circola, dice che con lei la pressione fiscale scenderà al 40% in Costituzione. La realtà è che oggi con lei è a livelli record. Riprendiamo questo video e ci mettiamo la dicitura ‘questo video contiene fake news’? – attacca Renzi – Perché lei è diventata nel giro di tre anni lady tax?”.

“Quando ci dice che con questo governo ora incidiamo, dobbiamo mettere la dicitura fake news o semplicemente state cercando di barcamenarvi su un posizionamento politico che, orfano del ponte di Trump, non vi fa più trovare a casa?”, affonda ancora Renzi. “Dovete smetterla con questa narrazione per cui da quando ci siete voi è cambiato il mondo”, si infervora l’ex premier, sottolineando infine l’ultima fake news, quella sul discorso fatto alla Camera da Meloni.

Quindi Renzi conclude rimarcando i dissapori interni allo stesso centrodestra. “Chi sta dicendo che lei ha fallito sulla sicurezza non è questa parte politica, è Vannacci – attacca – La novità politica di oggi è che lei è attaccata da destra. E ci sono due mozioni nell’ambito del centrodestra perché questa è la rottura politica”.

Video Youtube Matteo Renzi

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Uranio, ispezioni e chiusura dei siti nucleari: ecco cosa vuole Trump dall’Iran

In attesa di capire l’impatto sugli sforzi diplomatici internazionali determinato dalla serie di attacchi e ritorsioni tra i due storici nemici e mentre Donald Trump minaccia di colpire duramente anche stanotte il regime dei pasdaran, i negoziati su una delle questioni più spinose al centro dei colloqui volti a porre fine alle ostilità in Medio Oriente, sembrano ripartire, con qualche notevole differenza, dal punto in cui erano stati lasciati alla vigilia dell’inizio dell’operazione Epic Fury.

Ma andiamo con ordine. Appena 48 ore fa, un’eternità per gli standard a cui ci ha abituato il presidente Trump, il New York Times ha riportato che le discussioni intavolate con gli iraniani dai consiglieri di The Donald si stanno focalizzando su quattro punti ben precisi, i quali, stando a quanto affermato dalle fonti del quotidiano (funzionari e diplomatici Usa informati sulle trattative), dovrebbero bloccare il programma nucleare della Repubblica Islamica, con una scadenza tutta da definire.

La prima richiesta avanzata dalla squadra statunitense riguarda la sospensione dell’arricchimento dell’uranio per almeno 20 anni, con la possibilità di scendere a 15 anni. Secondo gli insider del New York Times, gli iraniani avrebbero controproposto una sospensione di 10 anni. Deadline che comunque dovrebbero passare sotto le forche caudine dello Studio Ovale. A metà maggio infatti il presidente Trump ha dichiarato che accetterebbe un’intesa di 20 anni e pertanto il compromesso con Teheran non sarebbe da dare per scontato.

Al secondo punto dei negoziati c’è la disponibilità degli Stati Uniti a collaborare con l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea) per diluire le scorte di uranio arricchito dell’Iran. Il ruolo attivo di Washington non sarebbe però ben visto dalle autorità del regime teocratico che, invece, sarebbero disposte ad accettare gli americani solo in qualità di osservatori. “Lo porteremo via o lo distruggeremo, che sia in loco o altrove”, ha detto il tycoon la scorsa settimana. Un dettaglio non da poco riguarda poi il quantitativo di combustibile radioattivo da diluire: tutte le 11 tonnellate di uranio, ha chiarito pubblicamente il segretario di Stato Usa Marco Rubio, e non solo la mezza tonnellata di materiale quasi adatto alla costruzione di bombe.

La terza richiesta avanzata dai diplomatici statunitensi ai rappresentanti della Repubblica Islamica riguarda la necessità che l’Iran smantelli i suoi principali siti nucleari di Natanz, Fordow e Isfahan, colpiti nel 2025 da Washington nel corso dell’operazione Midnight Hammer. Teheran si sarebbe mostrata disponibile a smantellare due impianti ma pretenderebbe di lasciarne uno operativo, anche per dimostrare di non aver rinunciato a quello che considera ormai da decenni il suo diritto all’arricchimento.

L’ultimo punto discusso dai negoziatori dei due Paesi riguarda la possibilità che gli ispettori internazionali conducano ispezioni a sorpresa, in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo, all’interno dell’Iran. Il New York Times sottolinea che non è chiaro se il governo iraniano acconsentirà in quanto molti dei siti nucleari sospetti si trovano all’interno di basi militari delle Guardie Rivoluzionarie, dove spesso è stato impedito l’accesso agli ispettori.

Se l’Iran accettasse i quattro limiti al programma nucleare, scrive il quotidiano Usa, ciò rappresenterebbe un significativo passo avanti rispetto ad alcune delle concessioni ottenute da Teheran nei negoziati del 2015. Come si può ben immaginare, l’accordo, oltre a dipendere in parte da come verrà chiusa la questione del blocco di Hormuz, richiederebbe la cooperazione del regime in ogni fase. Altra incognita è se il capo negoziatore della Repubblica Islamica, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, riuscirà a non essere scavalcato dai Guardiani della Rivoluzione e da altri politici dell’ala più dura.

Sta di fatto che i negoziatori americani, almeno sino alla vigilia della nuova escalation, avrebbero manifestato un certo ottimismo sull’andamento dei negoziati. L’inviato speciale del presidente, Steve Witkoff, e suo genero, Jared Kushner, hanno fatto visita giovedì al laboratorio nucleare Oak Ridge, nel Tennessee, per valutare quali attrezzature e competenze sarebbero necessarie per diluire l’uranio del regime islamico e avrebbero inoltre incontrato decine di esperti del dipartimento dell’Energia e dell’intelligence che stanno pianificando le modalità per recuperare e neutralizzare il carburante radioattivo iraniano.

L’ottimismo americano non sarebbe del tutto immotivato. Infatti, secondo il ben informato Barak Ravid di Axios, si era già vicini ad un accordo preliminare con l’Iran alla fine del mese scorso ma Trump, dopo una riunione alla Casa Bianca del 29 maggio, avrebbe deciso di inviare agli iraniani una richiesta di due emendamenti alla bozza di memorandum d’intesa. Accettare di ridurre il grado di arricchimento dell’uranio entro 60 giorni e impegnarsi a non imporre pedaggi alle navi che attraversano lo Stretto di Hormuz. Queste quanto preteso dal leader Usa che, in cambio, si sarebbe detto disposto ad accettare il degradamento dell’uranio arricchito sul suolo iraniano, sotto la supervisione dell’Aiea. Di qui, le trattative con il regime si sarebbero dilungate sino ad arrivare allo stallo attuale.

Se la “strategia del pazzo” applicata da Washington sembra aver contagiato in parte anche la nuova leadership della Repubblica Islamica, più militare e oltranzista della precedente, è impossibile non notare che, pur con alcune importanti differenze, i punti al centro del negoziato (tra questi lo smantellamento dei siti nucleari) assomigliano a quelli che Witkoff e Kushner stavano già discutendo con gli iraniani a Ginevra a fine febbraio. Se qualcosa è cambiato, e non in meglio per Washington, è sicuramente l’accresciuto potere negoziale di Teheran che, adesso, oltre a rivendicare il diritto all’arricchimento dell’uranio, può contare sul ricatto di Hormuz per condizionare l’esito dei colloqui. Un risultato che, con tutta probabilità, l’autore dell’Arte di fare affari non aveva messo sufficientemente in conto.

Cina, la nuova mossa oltre Taiwan: così Pechino spinge la sua sfida nel Pacifico

Mentre il mondo guarda ancora una volta alla crisi nel Golfo Persico, che a sua volta ha messo in secondo piano il conflitto in Ucraina e i risultati ottenuti dalla campagna di bombardamento di Kiev nei territori occupati dai russi che sta mettendo in crisi il sistema di rifornimento della Crimea, la Repubblica Popolare Cinese compie un'altra mossa nello scacchiere del Pacifico Occidentale e per la prima volta oltrepassa, nelle sue rivendicazioni territoriali marittime, la “Linea dei Nove Tratti” spostandone il limite a est dell'isola di Taiwan.

Sabato 6 giugno, come riferisce lo stesso organo di stampa statale Global Times, Pechino ha lanciato “un'operazione speciale di applicazione della legge marittima nelle acque a est dell'isola di Taiwan”. La Repubblica Popolare riferisce che “si tratta di una mossa necessaria in risposta all'annuncio unilaterale da parte di Giappone e Filippine dei cosiddetti "colloqui sulla delimitazione marittima" a est dell'isola cinese di Taiwan, che costituisce una grave violazione della sovranità territoriale e dei diritti e interessi marittimi della Cina”.

L'operazione, lanciata dal ministero dei Trasporti cinese, in coordinamento con le amministrazioni per la sicurezza marittima del Fujian e del Guangdong, il Centro di supporto alla navigazione del Mar Cinese Orientale e l'Ufficio di soccorso del Mar Cinese Orientale, mira a esercitare pienamente la giurisdizione cinese in materia di applicazione della legge marittima, a rafforzare le capacità di controllo e vigilanza del traffico marittimo in acque strategiche, a garantire la sicurezza del traffico marittimo e a salvaguardare i diritti e gli interessi nazionali, riporta ancora il media di stato cinese.

Riconoscere le ZEE per limitare l’espansionismo cinese

Il 28 maggio, infatti, il Giappone e le Filippine hanno annunciato che avrebbero delimitato le loro ZEE (Zona Economica Esclusiva) che sono sempre state sovrapposte in forza delle rispettive rivendicazioni, decidendo quindi di trovare un accordo come previsto dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS). La risposta di Pechino è stata quella di inviare una flottiglia paramilitare attraverso il Canale di Bashi e nell'Oceano Pacifico a est di Taiwan, in acque che sino ad ora non sono rivendicate nemmeno nelle sue mappe più estese.

Le navi della Guardia Costiera cinese erano accompagnata anche da unità idrografiche – che spesso vengono utilizzate anche come navi spia e che, in prospettiva, potrebbero essere usate per il taglio delle condutture sottomarine – a indicare la volontà di acquisire diritti su un braccio marittimo che sino a oggi non è mai stato rivendicato, ma che implicitamente la Cina ritiene le appartenga in quanto afferente all'isola di Taiwan.

Non è infatti un caso che, nel suo comunicato, Pechino sottolinei che le manovre navali siano state effettuate in conformità col diritto internazionale marittimo. La dimostrazione di forza è terminata il 10 giugno, dopo che le navi cinesi si sono allargate sino alla ZEE orientale di Taipei, facendo poi rotta nord per virare successivamente a ovest a nord di Taiwan dopo aver oltrepassato l'isola nipponica di Yonaguni, ultima della catena delle Sakishima e al centro di una recente crisi tra Tokyo e Pechino.

Modi e tempi precisi

Il punto cruciale della vicenda sta nella modalità dell'azione e nella tempistica. L'azione è stata condotta da unità navali paramilitari, seguendo esattamente lo stesso schema di ciò che avviene nel Mar Cinese Meridionale, dove la Guardia Costiera cinese compie azioni aggressive nei confronti delle imbarcazioni filippine nella ZEE di Manila in una crisi che si è aperta da un paio d'anni a questa parte.

In quel mare, spesso e volentieri le unità della Guardia Costiera sono accompagnate dalla flottiglia da pesca cinese, utilizzata come una vera e propria milizia marittima per compiere azioni coercitive “sottosoglia” come blocchi e intimidazioni. Spesso a bordo delle barche da pesca cinesi maggiori è presente anche personale armato.

Pechino fondamentalmente usa la sua marina militare per dimostrare le proprie capacità, ovvero ciò che può fare con la forza, in azioni anche aggressive come avvenuto più volte nel Mar Cinese Meridionale o con semplici passaggi in acque prossime a quelle territoriali di altre nazioni che reputa “ostili” come il Giappone o l'Australia.

Viceversa, utilizza la sua Guardia Costiera e altre navi non ufficiali come forza paramilitare per affermare la propria sovranità, ovvero ciò che rivendica. La tempistica non riguarda tanto l'annuncio del futuro accordo nippo-taiwanese sulle reciproche ZEE, qualcosa che è stato direttamente innescato da Pechino stessa con le sue posture sempre più aggressive verso i Paesi limitrofi considerando che Taipei ha sempre rifiutato di venire a patti con Tokyo per la delimitazione delle rispettive zone marittime, bensì è possibile inquadrarla nell'esito del vertice Trump-Xi Jinping, dove il presidente statunitense ha messo sul piatto la vendita di armamenti a Taiwan in cambio di accordi commerciali più favorevoli, venendo quindi incontro ai desideri cinesi di far cessare l'invio di armi statunitensi a Taipei.

Dalle colonne del Giornale lo avevamo preannunciato già allora: questo atteggiamento mercantilista con la Cina degli Stati Uniti di Trump è foriero di instabilità proprio perché rende l'avversario (ovvero Pechino) più spavaldo, con ripercussioni importanti nel Pacifico Occidentale dove alleati come il Giappone, Taiwan o le stesse Filippine subiscono direttamente le conseguenze di questa nuova politica, generando timori sull'impegno americano che si riflettono in cambi epocali di posture strategiche: Tokyo, ad esempio, ha avviato una profonda mutazione della sua politica di sicurezza e difesa spendendo molto più in armamenti e aprendo alla possibilità di venderli all'estero, mentre Manila è tornata a guardare a Washington per la propria sicurezza aprendo nuove basi Usa sul proprio territorio. Senza dimenticare l'Indonesia, altro grande attore regionale con interessi diretti nel Mar Cinese Meridionale, che sta investendo sempre di più nella Difesa aprendo partenariati con Paesi europei ed occidentali.

Missili e artiglieria in prima linea: così Taiwan prepara la “zona di distruzione” contro la Cina

Le forze armate di Taiwan hanno condotto una vasta esercitazione lungo la costa occidentale, quella che guarda direttamente verso la Cina continentale attraverso lo Stretto di Taiwan. L’obiettivo dichiarato delle manovre è stato quello di simulare la risposta a un possibile sbarco anfibio nemico, uno scenario che da anni rappresenta la principale preoccupazione strategica di Taipei.

Le esercitazioni di Taiwan

Come ha spiegato Reuters, le operazioni si sono svolte lungo un tratto di circa 20 chilometri nei pressi di Taichung, coinvolgendo contemporaneamente otto diverse postazioni. Le forze taiwanesi hanno impiegato sistemi lanciarazzi Thunderbolt-2000 sviluppati localmente, obici semoventi Paladin di fabbricazione statunitense, missili anticarro, mortai e artiglieria pesante per creare una sorta di “zona di distruzione” destinata a fermare un eventuale assalto dal mare.

L’aspetto più significativo dell’esercitazione non è stato tanto l’arsenale utilizzato, quanto il metodo. I comandanti hanno sottolineato che le truppe hanno avuto molto meno tempo per prepararsi rispetto al passato, con l’obiettivo di replicare condizioni il più possibile vicine a quelle di un conflitto reale. In precedenza, alcune unità disponevano di giorni o addirittura settimane per predisporre le posizioni di tiro; questa volta l’arrivo nelle aree operative è avvenuto appena 24 ore prima dell’inizio delle attività.

Secondo i vertici militari, la scelta è servita a rendere l’addestramento più imprevedibile e a migliorare la capacità di reazione immediata delle forze armate. La modernizzazione della difesa taiwanese passa infatti sì attraverso l’acquisizione di nuovi sistemi d’arma, ma anche da una revisione delle procedure operative.

Un messaggio alla Cina

I sistemi HIMARS forniti dagli Stati Uniti sono stati protagonisti di un’altra operazione a fuoco reale lungo la costa occidentale. La Cnn ha fatto sapere che per la prima volta i razzi sono stati lanciati verso le acque dello Stretto di Taiwan, sempre simulando una risposta rapida a un’aggressione proveniente dalla Cina.

Gli HIMARS incarnano la dottrina della cosiddetta guerra asimmetrica, sostenuta da Washington, che punta a rendere estremamente costosa e complessa qualsiasi operazione militare contro l’isola. Montati su camion altamente mobili, questi sistemi possono uscire rapidamente da posizioni nascoste, lanciare i missili e spostarsi immediatamente altrove.

Durante l’esercitazione i veicoli hanno ricevuto l’ordine di fuoco, raggiunto la posizione assegnata e lanciato i razzi in pochi minuti, dimostrando la capacità di colpire rapidamente senza esporsi a lungo alle contromisure avversarie. Taiwan considera questi sistemi un elemento fondamentale della propria deterrenza, soprattutto mentre le attività militari cinesi attorno all’isola continuano ad aumentare.

Ronaldo a Bocelli: “Ti ho visto con Sinner. Sono geloso di entrambi, mi sono innamorato”. Il video dell’incontro

11 June 2026 at 17:44

Un incontro tra due leggende amate in tutto il mondo nel backstage del Fifa Countdown Concert, l’evento che ha dato ufficialmente il via al conto alla rovescia verso i Mondiali di calcio 2026. Andrea Bocelli e Ronaldo Luís Nazário de Lima ‘il Fenomeno’ si sono ritrovati dietro le quinte della manifestazione, regalando ai presenti un siparietto spontaneo e divertente. Nel video diffuso sui social, l’ex fuoriclasse brasiliano, all’Auditorio Nacional di Città del Messico, si rivolge a Bocelli in un fluente italiano e scherza sul recente incontro del tenore con Jannik Sinner. “Mi sto allenando a tennis, ho visto che ti sei incontrato con Sinner. Ero geloso di tutti e due, mi sono innamorato di tutti e due“, dice Ronaldo sorridendo. Poi aggiunge parole di stima per il campione altoatesino: “È una persona molto brava“.

Colpito dall’italiano dell’ex attaccante di Inter e Milan, Bocelli gli fa notare: “Però parli ancora bene italiano“. Pronta la replica di Ronaldo: “Eh sì… otto anni di calcio“, ricordando con ironia il lungo periodo trascorso nel campionato italiano. Un momento di grande empatia tra due protagonisti assoluti delle rispettive discipline, che sta rapidamente conquistando il pubblico sui social, unendo nel segno dello sport e della musica due figure entrate da tempo nell’immaginario collettivo internazionale. Bocelli tra qualche ora sarà protagonista anche dell’apertura ufficiale dei Mondiali di Calcio 2026, dove si esibirà con l’inno della manifestazione, “DNA“, firmato dallo stesso tenore con David Guetta, Megan Thee Stallion e Ejae.

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Peter Gomez: “Il Fatto cresce del 19% perché diciamo ai lettori quello che qualcuno non vuole che si sappia”

11 June 2026 at 17:40

Ospite di Battitori liberi, su Radio Cusano, Peter Gomez, direttore de ilfattoquotidiano.it e di Fq Millennium, scatta una fotografia nitida, e per certi versi inquietante, dello stato della stampa in Italia: un’analisi che non riguarda solo i bilanci o le copie vendute, ma tocca le fondamenta stesse del pluralismo e della libertà di critica.

Alla constatazione amara del conduttore Savino Balzano, che esprime stupore nel vedere testate e giornalisti che, dopo la richiesta milionaria di Cipriani e Minetti, fanno quasi il tifo perché qualcuno riesca a far chiudere Il Fatto, Gomez individua due ragioni fondamentali: “Mentre il panorama editoriale arranca, ad aprile il nostro giornale ha registrato un aumento del 19% delle copie, risultando l’unica testata in crescita insieme a Il Giornale di Tommaso Cerno (+1,1%). Il secondo motivo di questo astio sta nel fatto che, per vari motivi, i quotidiani dipendono tutti più o meno dalla politica ormai o dalle istituzioni. Poi probabilmente non saremo simpatici a tutti, però io credo che queste siano le due ragioni principali”.

Secondo il direttore, il segreto di questo successo è banale quanto rivoluzionario: “Il nostro giornale ha aumentato le copie non solo in virtù delle sue prese di posizioni diverse rispetto alla gran parte della stampa sulla Palestina e sulla guerra tra Russia e Ucraina, ma soprattutto in virtù dell’unico segreto per vendere i giornali: dire alle persone qualcosa che non sanno. Qualcosa che qualcuno non vuole che si sappia“. Una missione che oggi sembra diventata un’anomalia in un mercato dove i quotidiani appaiono “generalmente tutti uguali”.

Gomez ricorda che l’autonomia editoriale del Fatto Quotidiano è resa possibile da un modello economico che, con orgoglio, rifiuta il cordone ombelicale dello Stato: nonostante un bilancio complesso dovuto all’incremento dei costi del personale, la società ha scelto di tutelare ogni singolo dipendente. “Al contrario di gran parte dei giornali – sottolinea Gomez – abbiamo deciso di non dichiarare lo stato di crisi, quindi di non mandare via nessuno e di non ridurre l’orario di lavoro”. In un momento di incertezza, la testata aveva inizialmente inoltrato la richiesta per accedere al contributo di 10 centesimi a copia previsto per legge, ma una volta ottenuta l’approvazione ufficiale, è arrivato il rifiuto: “Quando da Palazzo Chigi ci hanno comunicato che eravamo stati ammessi, abbiamo detto di no. È una questione di coerenza“.

Una scelta che Gomez rivendica con forza, lanciando una frecciata ai sedicenti campioni del libero mercato che sopravvivono solo grazie ai sussidi: “In questo Paese, molti di quelli che predicano il neoliberismo e sostengono che il costo del lavoro sia troppo alto vivono di fondi pubblici, fondazioni o cooperative. Sono tutti liberali alle vongole. Noi siamo liberali, ma certamente non siamo alle vongole“.

Tuttavia, il prezzo del dissenso in Italia si paga con la moneta della delegittimazione. A Balzano che ricorda con sarcasmo le inchieste “risibili” volte a dimostrare un fantomatico finanziamento putiniano dietro le posizioni del giornale sulla guerra in Ucraina, Gomez ribadisce che il clima è diventato tossico: “Quello che non si accetta più è che ci sia gente che ha opinioni diverse semplicemente perché la pensa così. Evidentemente c’è tanta di quella gente che è pagata in qualche modo dall’altra parte, che pare impossibile che questo avvenga”.

Il direttore del Fatto online cita gli attacchi scomposti alla testata sul racconto dei massacri a Gaza. Pur ribadendo il diritto di Israele a reagire dopo l’orrore del 7 ottobre, Gomez ha denunciato il superamento di ogni limite umanitario: “Già dopo un mese ci siamo resi conto che quella reazione era spropositata: non era più giustizia, era vendetta“. Per questa analisi, il direttore è stato marchiato con l’infamia di essere “filo-Hamas”, un esempio plastico di una strategia volta a silenziare il dibattito: “Si viene associati a terroristi o dittatori solo perché si hanno opinioni diverse basate su analisi dei fatti differenti. Ma questa non è democrazia, perché la democrazia vive di confronto”

In ultima analisi, Gomez punta il dito contro la crisi d’identità della professione, stigmatizzando i troppi colleghi che passano con disinvoltura dal giornalismo ai ruoli di portavoce politico: “Noi giornalisti, un po’ come si dice dei magistrati, non dobbiamo essere solo indipendenti. Dobbiamo anche apparire tali”. La chiusura è affidata a un monito di Paul Valéry, che fotografa perfettamente la barbarie del dibattito pubblico attuale: “Quando non puoi attaccare il ragionamento, attacchi il ragionatore“.

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Morto a novant’anni il giurista Natalino Irti: avvocato e accademico, è stato maestro del diritto civile

11 June 2026 at 17:30

È morto a novant’anni Natalino Irti, tra i più autorevoli giuristi italiani del secondo Novecento e una delle voci più influenti del diritto civile contemporaneo. Originario di Avezzano (L’Aquila), avvocato e professore ordinario, è stato accademico dei Lincei, presidente emerito dell’Istituto italiano per gli studi storici e dal 1977 docente all’Università La Sapienza di Roma, dove ha insegnato istituzioni di diritto privato, diritto civile e teoria generale del diritto, contribuendo alla formazione di generazioni di magistrati, avvocati e accademici. È stato anche presidente del Credito Italiano, vicepresidente dell’Enel, membro del consiglio d’amministrazione dell’Iri (Istituto per la ricostruzione industriale) e del Comitato per le privatizzazioni. Il nome di Irti resta legato soprattutto a “L’età della decodificazione”, opera con cui ha interpretato la progressiva perdita di centralità del codice civile e la nascita di sottosistemi normativi autonomi, governati da logiche e principi propri. Una riflessione che ha segnato in profondità il modo di leggere il diritto privato nell’Italia contemporanea, aprendo un confronto sul ruolo della dottrina, sulla certezza del diritto e sul rapporto tra codici, leggi speciali, economia e potere politico.

“Con Natalino Irti scompare uno dei protagonisti assoluti del pensiero giuridico italiano”, lo ricorda il presidente del Consiglio nazionale forense (l’organismo di vertice dell’avvocatura) Francesco Greco. “La sua riflessione ha attraversato il diritto nella sua dimensione più profonda, interrogandosi non solo sugli istituti ma sul senso stesso dell’ordinamento. Ha ridefinito il modo di leggere il codice civile e il diritto privato contemporaneo ed è stato sempre un osservatore attento alle trasformazioni profonde della società. Il Consiglio nazionale forense tutto lo ricorda con gratitudine e reverenza e si stringe al dolore della famiglia”. Antonio Patuelli, presidente dell’Associazione bancaria italiana, “ricorda commosso la limpida figura di Natalino Irti, che è stato anche banchiere e che fino alla scomparsa era proboviro” dell’associazione: “Di Natalino ho sempre ammirato la profonda cultura giuridica dell’insigne docente, le grandi e poliedriche sensibilità culturali e l’impegno professionale rigoroso. Con lui già negli anni Ottanta parlavamo di privatizzazioni bancarie, in anticipo rispetto a quanto poi sarebbe avvenuto”, dichiara in una nota.

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Nucleare, miliardi congelati e raid in Libano: tutti i fronti che alimentano la guerra tra Israele e Stati Uniti

La guerra tra Iran, Israele e Stati Uniti non si gioca più su un solo campo. È un conflitto stratificato, in cui i raid militari si intrecciano con i negoziati sul nucleare, la battaglia sui fondi iraniani congelati, il controllo dello Stretto di Hormuz, la minaccia dei missili balistici e il ruolo di Hezbollah in Libano.

Mentre Washington e Teheran discutono un possibile accordo ad interim per ridurre l’escalation, Israele continua a colpire i suoi obiettivi regionali e guarda con sospetto qualsiasi compromesso che lasci intatta la capacità strategica iraniana.

Il nodo nucleare e i missili: la linea rossa di Israele

Il dossier nucleare resta il cuore della crisi. L’Iran rivendica il diritto all’arricchimento dell’uranio, mentre Stati Uniti e alleati chiedono limiti più rigidi, accesso pieno degli ispettori internazionali e garanzie verificabili. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha chiesto a Teheran cooperazione urgente e accesso ai siti nucleari, in un clima reso ancora più teso dalla guerra e dagli attacchi subiti da alcune infrastrutture.

Per Israele, però, il problema non è soltanto nucleare. La questione riguarda anche i missili balistici iraniani, la loro gittata e la possibilità di colpire territorio israeliano o basi americane nel Golfo. Washington aveva già indicato la limitazione della portata dei missili tra le richieste principali rivolte a Teheran. Per l’Iran, invece, l’arsenale missilistico resta uno strumento di deterrenza indispensabile, soprattutto dopo mesi di attacchi diretti e indiretti. L'Iran seguita a sostenere che il suo diritto alle armi convenzionali non è affatto negoziabile e di essere ancora in possesso di un vasto arsenale.

I miliardi congelati: la guerra economica dietro la diplomazia

Il secondo fronte è finanziario. Iran e Stati Uniti starebbero negoziando il rilascio di parte dei fondi iraniani congelati all’estero. Teheran chiede tra 6 e 12 miliardi di dollari subito, mentre Washington vuole uno sblocco graduale, controllato e vincolato all’acquisto di beni umanitari. Un funzionario iraniano ha affermato che sono in corso discussioni sull'ammontare dei beni congelati da sbloccare immediatamente e su una tempistica garantita per il pagamento dei restanti miliardi di dollari di fondi iraniani entro un periodo di 60 giorni.

La partita è decisiva perché riguarda la sopravvivenza economica della Repubblica islamica. Dopo anni di sanzioni e mesi di guerra, l’Iran ha bisogno di liquidità per alleggerire la pressione interna. Gli Stati Uniti, al contrario, vogliono usare quei fondi come leva negoziale: concedere ossigeno a Teheran, ma senza restituirle piena libertà finanziaria.

È qui che nasce l’ipotesi di un accordo provvisorio: non una pace definitiva, ma un’intesa tecnica per ridurre l’escalation, riaprire alcuni canali economici e rinviare i nodi più difficili. Una soluzione che però rischia di scontentare Israele, convinto che ogni pausa possa permettere all’Iran di ricostruire capacità militari e influenza regionale.

Libano, Hormuz e Hezbollah: i fronti che possono far saltare l’accordo

Il Libano è diventato uno dei terreni più sensibili della trattativa. Israele continua a colpire il sud del Paese contro obiettivi legati a Hezbollah, mentre Teheran cerca di mantenere il movimento sciita come leva strategica in qualsiasi negoziato più ampio con Washington, mentre il cessate il fuoco resta fragile e contestato.

Per l’Iran, Hezbollah è parte essenziale della propria architettura regionale. Per Israele, invece, è una minaccia diretta ai confini settentrionali. Per questo il dossier libanese non è più separabile da quello iraniano: ogni raid israeliano, ogni risposta di Hezbollah e ogni pressione americana su Beirut finiscono per pesare sui negoziati con Teheran.

A complicare tutto c’è lo Stretto di Hormuz, snodo fondamentale per il traffico energetico mondiale. L’Iran ha minacciato o annunciato restrizioni al passaggio delle navi in risposta agli attacchi americani, trasformando il Golfo in un altro fronte della guerra. Per Washington, la libertà di navigazione è una linea rossa; per Teheran, il controllo dello stretto è e sarà una carta strategica da usare al tavolo.

Il risultato è una guerra sospesa tra diplomazia e nuovo allargamento. Un accordo ad interim potrebbe congelare alcuni fronti, ma difficilmente risolverebbe le cause profonde dello scontro: il nucleare, i missili, le sanzioni, Hezbollah, Hormuz e la sfiducia israeliana verso ogni compromesso con Teheran. Più che una pace, al momento, sembra profilarsi una tregua armata: abbastanza per evitare il collasso immediato, troppo poco per chiudere davvero la guerra.

Conte attacca Meloni: “Non partecipa più ai summit europei, non può fare una fuga alla Schettino”

11 June 2026 at 16:43

“Meloni non si affaccia più ai summit europei, non si è presentata a quello in Montenegro, perché, cosa doveva fare? Stentavo a crederci: doveva presentare un francobollo. Poi il vertice di Londra con Francia, Germania e Regno Unito non siamo stati invitati. In queste ore adesso si è consumato un incontro degli ambasciatori di questi Paesi in Russia a Mosca, ma dico almeno vi hanno avvertito?”. Così il presidente del Movimento 5 stelle, Giuseppe Conte, durante le dichiarazioni di voto dopo le comunicazioni della presidente del Consiglio Giorgia Meloni prima del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno.

“Ormai non contiamo proprio più, non ci siamo più. Ma cosa fate, gli offesi? Non può fare l’offesa perché fino all’ultimo giorno dovete difendere l’interesse nazionale, non si può permettere una fuga alla Schettino“, attacca ancora Conte.

Il leader pentastellato parla anche di un post Meloni. “Ormai siete in campagna elettorale – dice ancora – FdI in particolare. Ma se questa è la campagna siete messi male, non ci spaventa. Fatevi sotto, non temiamo nulla”. E conclude: “Toccherà a noi rilanciare l’Italia, sappiamo come si fa”

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Il panico per l’incidente con materiale pericoloso, il lockdown poi la smentita: falso allarme al Pentagono

L’emergenza che ha innescato lo stato di lockdown al Pentagono e l’evacuazione di alcuni piani della struttura era frutto di un falso allarme. Lo riferiscono fonti della Cnn. Le operazioni di controllo dureranno comunque per un paio d’ore.

Inizialmente, l’incidente era stato indicato come legato a “materiali pericolosi”. Diversi piani e corridoi erano stati isolati e altri evacuati dopo che i sistemi interni dell’edificio avevano rilevato un problema legato alla qualità dell’aria.

Il portavoce del Pentagono, Sean Parnell, aveva confermato che i sistemi della struttura “hanno rilevato un problema di qualità dell’aria che richiede misure precauzionali, in attesa di determinarne la gravità”. “Il dipartimento sta applicando i protocolli standard di protezione”, aveva aggiunto Parnell, spiegando che i team di risposta erano stati dispiegati e pronti a fornire supporto ai dipendenti.

Sul posto era intervenuto anche il team per i materiali pericolosi della Pentagon Force Protection Agency, con il sostegno dei vigili del fuoco della contea di Arlington. Secondo una fonte citata dalla Cnn, alcuni agenti entrati nell’edificio indossavano maschere antigas e tute di protezione da agenti chimici.

“Per coprire petto e braccia con un tatuaggio nero sono stato davvero male. La pelle diventava gialla, ho smesso di muovere parti del corpo”: Machine Gun Kelly racconta

11 June 2026 at 16:19

Quello che doveva essere un simbolo di rinascita si è trasformato in un’esperienza al limite della sopportazione. A raccontarlo è stato Machine Gun Kelly, che in una lunga intervista a Billboard Canada è tornato a parlare del gigantesco tatuaggio “total black” che nel 2024 ha coperto gran parte del suo corpo, dalle braccia al petto fino allo stomaco.

L’artista, il cui vero nome è Colson Baker, ha spiegato che quel progetto non aveva soltanto una valenza estetica. “Stavo cercando un cambiamento che non fosse soltanto sonoro. Doveva essere qualcosa di fisico”, ha raccontato. Guardando i vecchi tatuaggi, infatti, diceva di non riconoscersi più: “Vedevo morte e droga in tutti quei disegni. C’erano tatuaggi felici, tatuaggi tristi, tatuaggi sacri e tatuaggi infernali. Era come se il mio disturbo bipolare stesse urlando dalla mia pelle“.

Per questo motivo si è rivolto alla tatuatrice delle celebrità Roxx, che gli ha proposto un enorme tatuaggio nero destinato a coprire quasi completamente la parte superiore del corpo. Il problema era il tempo necessario per realizzarlo. Secondo Roxx, un lavoro del genere avrebbe richiesto circa due anni. Machine Gun Kelly, però, aveva altri piani. “Mi aveva avvertito che sarebbe stato quasi impossibile, anche dal punto di vista della tolleranza al dolore. Io le ho risposto: ‘Abbiamo due mesi‘”.

Una decisione che ha avuto conseguenze pesanti. Invece di alternare le sedute ai necessari periodi di recupero, il cantante si è sottoposto quasi quotidianamente a lunghe sessioni di tatuaggio. “Dopo la prima settimana abbiamo iniziato a lavorare sui linfonodi nella zona delle ascelle e delle spalle e mi sono sentito davvero male. La mia pelle stava diventando gialla. Non riuscivo a dormire. Ho smesso di riuscire a muovere alcune parti della parte superiore del corpo“.

Nonostante i sintomi e il dolore, l’artista ha deciso di andare avanti fino alla fine. Oggi guarda a quell’esperienza come a una prova personale superata. “Ne sono uscito estremamente ispirato. Non soltanto per quello che avevo fatto, ma per quello che avevo dovuto superare“. A distanza di oltre due anni da quel tatuaggio, diventato uno dei più discussi del mondo della musica, Machine Gun Kelly continua a considerarlo il simbolo di una trasformazione personale iniziata in un periodo particolarmente complicato della sua vita, tra problemi di salute mentale, la sobrietà e la volontà di lasciarsi alle spalle una fase che lui stesso definisce caotica.

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“Pentagono in lockdown, alcuni piani evacuati: soccorritori con maschere anti gas”. Ma era un falso allarme

11 June 2026 at 16:19

Un falso allarme ha fatto scattare il lockdown al Pentagono è in lockdown e alcuni piani sono stati evacuati. L’alert è durato oltre mezz’ora, con i soccorritori che erano entrati nell’edificio con maschere antigas e tute di protezione poiché si era parlato di un incidente con materiali pericolosi.

Diversi piani e corridoi all’interno del Pentagono sono stati isolati e altri evacuazione. Il portavoce del Pentagono, Sean Parnell, aveva confermato che i sistemi di sicurezza della struttura “hanno rilevato un problema di qualità dell’aria che richiede misure precauzionali, in attesa di determinarne la gravità”. Inoltre un messaggio inviato dal team di sicurezza del Pentagono affermava che era stato rilevato un “problema” e che erano necessari ulteriori test.

“Potrebbero richiedere da una a due ore. Le squadre di intervento sono sul posto e pronte a fornire supporto agli occupanti dell’edificio, se necessario. Potreste notare la presenza di personale di diverse agenzie e l’attuazione di misure precauzionali nel cortile centrale. Vi preghiamo di non interpretare queste attività in modo errato”, si legge nel messaggio. Le verifiche, prima di revocare ogni allerta, sono comunque in corso.

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Mondiali, la Fifa vieta ad Haiti di indossare la maglia sull’indipendenza con omaggio alla Polonia: “È politica”

11 June 2026 at 16:15

La nazionale di Haiti è stata costretta a cambiare il design della sua maglia per i Mondiali perché per la Fifa è troppo politica, a pochi mesi di distanza dalla modifica delle divise per le Olimpiadi invernali. La maglia, prodotta dall’azienda colombiana di abbigliamento sportivo Saeta, originariamente raffigurava la battaglia finale della Guerra d’Indipendenza haitiana del 1804 sul davanti. L’immagine è stata respinta durante il processo di approvazione della Fifa. Saeta ha dichiarato mercoledì in un comunicato che si atterrà al divieto, pur precisando che il design “non era inteso come una dichiarazione politica“, bensì come un “omaggio agli uomini e alle donne che contribuiscono ogni giorno al futuro di Haiti”. La maglia presentava il blu a richiamare il mare e il rosso a simboleggiare la “forza e la passione” della nazione, ha affermato l’azienda.

Durante la rivoluzione di Haiti contro il dominio francese, Napoleone Bonaparte inviò altre truppe per reprimere la rivolta, tra cui circa 500 soldati provenienti dalla Polonia che – nonostante inizialmente fossero schierati con i francesi – si identificarono successivamente con la causa degli haitiani, condividendo il desiderio di libertà. Per questo decisero di cambiare schieramento, contribuendo all’indipendenza di Haiti nel 1804. In segno di riconoscenza, Haiti concesse loro la cittadinanza onoraria.

I giocatori hanno indossato la maglia ora vietata in un’amichevole contro il Perù la scorsa settimana. Il modello originale risulta attualmente esaurito sul sito di SaetaUSA. Analogamente, il Comitato Olimpico Internazionale aveva richiesto la rimozione dell’immagine del padre fondatore di Haiti, Toussaint Louverture, dalle uniformi indossate da Haiti durante la cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici Invernali di Milano Cortina, ritenendo che violasse le regole olimpiche che vietano i simboli politici. Haiti è ampiamente considerata la prima nazione caraibica indipendente, fondata da ex schiavi in seguito a una rivolta di schiavi andata a buon fine. La nazionale haitiana fa l’esordio nella Coppa del Mondo sabato contro la Scozia a Foxborough, nel Massachusetts, per poi affrontare il Brasile, cinque volte campione del mondo, il 19 giugno a Filadelfia e il Marocco il 24 giugno ad Atlanta.

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Kim Kardashian ruba l’asciugamano a Kimi Antonelli dopo la vittoria al GP di Monaco (e lui lo cerca ancora) – Video

11 June 2026 at 16:07

Un curioso episodio post-gara ha animato Gran Premio di Monaco 2026 ed è finito rapidamente al centro delle discussioni sui social. Il protagonista inatteso della vicenda non è stato soltanto il risultato sportivo, ma un asciugamano, diventato centrale per un gesto avvenuto a margine della premiazione che ha coinvolto volti noti dello sport e dello spettacolo. Sul circuito monegasco l’attenzione si è inizialmente concentrata sulla vittoria del giovane pilota italiano Kimi Antonelli, poi si è spostata su un’altra star: Kim Kardashian.

Mentre era in corso la festa sul podio, con anche Lewis Hamilton tra i protagonisti, la celebre imprenditrice e influencer Kim Kardashian, compagna del pilota inglese e presente nel paddock insieme alla sorella Khloé, è stata travolta dagli spruzzi tipici delle celebrazioni della Formula 1. La situazione, unita alla confusione del momento, avrebbe portato l’influencer a fare un gesto improvvisato: prendere un asciugamano trovato sul percorso ma in realtà destinato al vincitore.

La mossa non è passata inosservata. Il momento è stato ripreso e rilanciato sui social generando rapidamente commenti e discussioni e, come spesso accade in questi casi, dividendo il pubblico tra ironia e critiche. In molti hanno sottolineato lo scarto culturale tra chi vive abitualmente il paddock della Formula 1 e chi vi si affaccia come ospite occasionale.

A spegnere le polemiche ci ha pensato lo stesso Kimi Antonelli, che con tono leggero ha affrontato l’episodio attraverso i suoi canali social e quelli ufficiali del team Mercedes-AMG Petronas Formula One Team. In un breve video il giovane pilota ha scherzato chiedendosi dove fosse il suo asciugamano.

Kim Kardashian picks up race winner Kimi Antonelli’s towel for herself ???? pic.twitter.com/Z8jlp6ES2A

— Ferrari News ???? (@FanaticsFerrari) June 8, 2026

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“Preoccupante aumento dei passeggeri che in aereo recuperano i bagagli in caso di evacuazione di emergenza. Il 40% dei passeggeri non sa di doverli lasciare a bordo”: l’allarme degli esperti

11 June 2026 at 15:52

Quanti di voi ascoltano con attenzione le direttive date dagli assistenti di volo in materia di sicurezza? Il risultato è sorprendente. Non tutti lo sanno, ma c’è una preoccupante tendenza dei passeggeri a recuperare i bagagli anziché evacuare l’aereo in caso di emergenza. Il dato sta allarmando il settore dell’aviazione. Una nuova campagna dell’Associazione Internazionale del Trasporto Aereo (IATA), intitolata “Salva una vita, non una borsa”, sta cercando di sensibilizzare i viaggiatori a lasciare tutti i bagagli a bordo e a dirigersi rapidamente verso l’uscita di emergenza più vicina e utilizzabile.

Se la campagna di sensibilizzazione non dovesse avere successo, gli esperti del settore affermano che potrebbero essere necessarie misure più drastiche. “L’approccio iniziale del settore sarà quello di verificare se riusciamo a educare i passeggeri e se questo influisca sul loro comportamento”, ha dichiarato Nick Careen, vicepresidente senior per le operazioni, la sicurezza e la protezione della IATA, durante l’assemblea annuale dell’organizzazione a Rio de Janeiro l’8 giugno, secondo quanto riportato dal quotidiano britannico The Times.

E ancora: “Se non vedremo i cambiamenti comportamentali che ci aspettiamo, dovremo adottare misure un po’ drastiche, che potrebbero includere sanzioni, anche qualcosa di semplice come un meccanismo di chiusura di sicurezza per le cappelliere. Le sanzioni sono in qualche modo efficaci, ma se non vengono applicate in modo coerente, perdono la loro efficacia”.

Una recente indagine commissionata dalla IATA ha messo in luce una preoccupante lacuna nella consapevolezza dei passeggeri aerei riguardo alle procedure di emergenza. Lo studio, condotto su un campione di viaggiatori provenienti da Stati Uniti, Regno Unito, Singapore ed Emirati Arabi Uniti, ha evidenziato che ben quattro passeggeri su dieci ignorano di dover abbandonare i propri effetti personali a bordo dell’aereo in caso di evacuazione d’emergenza.

Il dato più allarmante emerge dal confronto tra percezione e realtà: se l’80% degli intervistati dichiara di sapere come comportarsi in una situazione di emergenza, soltanto il 61% ha fornito la risposta corretta, confermando di dover lasciare tutti i bagagli a bordo.

Un divario significativo che ha spinto la IATA a lanciare una campagna di sensibilizzazione mirata, con l’obiettivo di informare i passeggeri sull’importanza di seguire correttamente le procedure di sicurezza, contribuendo così a salvaguardare l’incolumità di tutti i presenti a bordo.

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Polemiche sulle frasi di Silvestri (M5s): “Meloni non si è mai rialzata, ha cambiato ginocchiere”. Lei: “Mancato rispetto delle donne”

11 June 2026 at 15:45

Polemiche per la dichiarazione del deputato M5s Francesco Silvestri che, nel corso del dibattito dopo le comunicazioni di Giorgia Meloni in vista del Consiglio europeo, l’ha accusata “di non aver raddrizzato la schiena nei confronti di Netanyahu e Trump”, ma “di aver semplicemente indossato delle ginocchiere per stare più comoda”. A lui ha replicato direttamente la premier: “Boldrini si è indignata perché il collega si rivolgeva alla sottoscritta dicendo ‘signor presidente’. Mi chiedo se questo sia davvero il punto del rispetto delle donne. O sia piuttosto quello di ascoltare un collega che mi dice che ho indossato delle ginocchiere. Collega Silvestri, quello che voi non riuscite ad accettare è che c’è una donna che è arrivata dove è arrivata senza mai indossare delle ginocchiere, senza favoritismi e senza scorciatoie. Vi dà fastidio che la prima donna presidente del Consiglio sia arrivata dalla destra perché voi non siete stati capaci di proporla”.

Le frasi di Silvestri hanno scatenato le proteste della maggioranza, ma hanno raccolto anche solidarietà tra le opposizioni. La vicepresidente dem della Camera Anna Ascani si è scusata con l’Aula: “Se avessi colto nelle parole di Silvestri il senso che poi è stato descritto sarei intervenuta”, ha detto. “Valuterà il collega se intervenire per chiarire quelle parole. Mi scuso per quello che è stato colto come una mia mancanza. Non ho colto questo senso e di questo mi scuso”.

Silvestri, intercettato in Transatlantico, ha chiesto di “non strumentalizzare le sue parole”: “Sono quattro anni che questo governo è inginocchiato a Trump e alla politica di Netanyahu: ecco spiegato l’arcano delle mie parole”, ha dichiarato. “Se poi qualcuno ha voluto trasformare l’accusa che ho rivolto ad una chiara postura politica in un atteggiamento sessista, allora c’è malafede al solo fine di strumentalizzare e nascondere la verità. Tra l’altro lo ha fatto non avendo nessuna contezza della mia storia politica né di quella del Movimento 5 Stelle. La mia cultura è diversa da quella di qualcun altro: io mi chiamo Silvestri e il mio cognome finisce con la I e non con la O”.

In sua difesa è intervenuto anche il capogruppo M5s Riccardo Ricciardi che ha ricordato l’indagine per violenza sessuale nei confronti del senatore Fi Silvestro. “Tra le fila della maggioranza milita il presidente di una commissione bicamerale, Francesco Silvestro, non Silvestri, accusato di molestie sessuali, il cui primo commento sulla vicenda è stato: io sono carino, lei è normale quindi è impossibile che sia accaduto quello di cui mi si accusa. Oggi, questa maggioranza prende a pretesto una frase del nostro Francesco Silvestri per inscenare un pietoso teatrino vittimistico, accusandolo di sessismo. Noi lo ribadiamo con forza perché detto centinaia di volte: la politica estera della presidente del Consiglio Meloni è stata completamente prona, succube, di Trump e Netanyahu. Avevano espresso la volontà di alzare la testa dopo il referendum, ma tutto ciò non è accaduto. Non sono d’accordo su un passaggio con Silvestri: questo governo non si inginocchia ma striscia“.

A Meloni ha risposto anche la dem Laura Boldrini: “La presidente del Consiglio non perde occasione per usare le istanze femministe a proprio uso e consumo, strumentalizzandole, anche nell’aula di Montecitorio. Sì, ho manifestato insofferenza quando il collega di Fdi continuava a dire “signor presidente” rivolgendosi a Giorgia Meloni perché considero ridicolo che una donna si faccia chiamare al maschile. Ridicolo e contrario alla grammatica italiana. Come considero deprecabile dire a una donna che ‘indossa le ginocchiere’ per rappresentarne la subordinazione politica a un uomo. Una frase, per altro, successivamente chiarita dal collega Silvestri. La difesa delle donne, signora Presidente, passa da molte cose”.

Presa di distanza anche dal leader di Azione Carlo Calenda: “Mi faccia dire, immagino anche da parte di tutte le opposizioni, che siamo lontani e indignati dalle cose dette alla Camera su ginocchiere o non ginocchiere”, ha dichiarato. Mentre Fratelli d’Italia chiede “si apra un’istruttoria”: “È vergognoso – ha stigmatizzato nel suo intervento Paolo Trancassini di FdI – dire che qualcuno dovrebbe mettersi le ginocchiere anziché alzare la testa, lo dico alle belle anime della sinistra: sapete perfettamente quando si dice a una donna che si debe mettere le ginocchire davanti a un uomo. Questo è un fatto vergognoso!”. Trancassini ha chiesto alla presidenza di intervenire: “mi auguro che si apra una istruttoria“. “Verificheremo assolutamente”, ha detto il presidente Lorenzo Fontana.

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Droni, luci e il volto di Gaudí: la Sagrada Familia è finalmente ultimata, lo show per l’inaugurazione della Torre di Gesù Cristo – VIDEO

11 June 2026 at 15:33

La Sagrada Familia ha raggiunto un nuovo traguardo simbolico con l’inaugurazione della Torre di Gesù Cristo, il punto più alto della basilica progettata da Antoni Gaudí. A Barcellona la cerimonia è stata accompagnata da uno spettacolo di luci e droni che ha trasformato il cielo della città in una scenografia dedicata all’architetto catalano. L’evento si è svolto alla presenza di Papa Leone XIV, che ha benedetto la nuova torre e completato così un passaggio fondamentale nella costruzione del tempio espiatorio. Con questa aggiunta, la Sagrada Familia diventa di fatto la chiesa più alta del mondo.

Il momento più suggestivo della serata è arrivato al termine della cerimonia, quando sul profilo della collina di Montjuïc è stato proiettato il volto di Gaudí, realizzato attraverso un sistema di droni e giochi di luce. L’immagine, rivolta simbolicamente verso la basilica, ha richiamato una delle frasi più note attribuite all’architetto: “Prima l’amore, dopo la tecnica”.

La scelta di Montjuïc non è stata casuale: la collina, alta circa 173 metri, supera di poco la Torre di Gesù, che raggiunge i 172,5 metri. Un dettaglio che richiama direttamente la visione dello stesso Gaudí, secondo cui nessuna opera dell’uomo avrebbe dovuto superare in altezza la natura.

La luce del futuro nel segno di Gaudí

L’illuminazione interna e strutturale utilizza un sistema composto da decine di fasci di luce distribuiti lungo gli elementi architettonici della croce e delle navate. Secondo i dati forniti, il nuovo impianto LED ad alta efficienza consente anche un significativo risparmio energetico rispetto alle tecnologie precedenti, e riduce i consumi e l’impatto ambientale complessivo della struttura.

Lo spettacolo di luci e droni ha chiuso una giornata destinata a entrare nella storia della Sagrada Familia. Ancora una volta l’eredità di Gaudí è tornata a dominare la scena e ha ricordato la sua idea di un’architettura pensata come prolungamento della natura e non come sua contrapposizione.

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