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Chiuse le indagini sulla tesi di Maria Rosaria Boccia: l’accusa è che contenga una percentuale di plagio del 91%

8 June 2026 at 20:07

Chiuse le indagini sul caso della tesi di Maria Rosaria Boccia. La Procura di Napoli ha aperto l’inchiesta per fare luce sull’autenticità sulla laurea conseguita all’Università telematica Pegaso dall’imprenditrice di Pompei. Secondo gli inquirenti (i sostituti Capasso, Piscitelli e Onorati) la tesi di laurea presentata sarebbe stata in gran parte copiata da quella di un’altra studentessa laureatasi all’università Luiss di Roma nel 2018. La Guardia di Finanza e la Procura di Napoli contestano all’imprenditrice due ipotesi di falso: il primo riguarda la tesi per il diploma di laurea in Economia e Management che, secondo quanto emerso, riporterebbe una percentuale di plagio del 91% di cui il 70% sarebbe riconducibile alla studentessa della Luiss. Il secondo falso contestato riguarda invece la “Dichiarazione di originalità dell’elaborato” inviata alla Pegaso che sarebbe a questo punto anche questa falsa in quanto viene affermata l’originalità della tesi presentata.

Le indagini sono scattate a seguito di una denuncia presentata dall’Università telematica Pegaso che, infatti, si dichiara parte lesa nella vicenda. A specificarlo è lo stesso ateneo: “L’Università Telematica Pegaso tiene a precisare che l’inchiesta è stata avviata a seguito di una denuncia presentata dalla stessa Università, nell’ambito di un’ampia operazione di self cleaning avviata dallo stesso Ateneo. L’Università si costituirà parte civile. Già lo scorso settembre, a seguito di un servizio giornalistico in cui erano stati sollevati alcuni dubbi in merito all’autenticità della tesi di laurea della signora Boccia, l’Università aveva avviato le verifiche sul titolo e sull’elaborato, nel pieno rispetto dei principi di trasparenza, correttezza e riservatezza, adottando le misure più adeguate in conformità con le normative vigenti e gli interessi coinvolti”.

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Omicidio di Willy Monteiro Duarte, Gabriele Bianchi condannato all’ergastolo nel processo di appello ter

8 June 2026 at 19:39

L’appello ter del processo a Gabriele Bianchi, l’uomo che insieme al fratello Marco massacrò di botte, uccidendolo, il 21enne Willy Monteiro Duarte, ha stabilito definitivamente la condanna all’ergastolo. Il lottatore di Mma era stato condannato in primo grado, così come il fratello, al carcere a vita, pena che era scesa a 24 di anni nel primo procedimento di appello grazie alla decisione dei giudici di concedere le attenuanti generiche. Nell’appello bis, invece, Marco Bianchi era stato condannato all’ergastolo, mentre Gabriele a 28 anni di reclusione.

Il nuovo processo di appello si è celebrato dopo il rinvio disposto dalla Cassazione lo scorso novembre per ridiscutere proprio le attenuanti per Gabriele Bianchi, mentre per Marco la condanna all’ergastolo era già definitiva. La Seconda Corte di Assise di Appello di Roma ha deciso di accogliere le richieste del pm Francesco Brando e del pg Carlo Lasperanza che chiedevano l’ergastolo. Inoltre, la Cassazione con la prima pronuncia aveva già riconosciuto la responsabilità penale per tutti gli imputati per omicidio volontario e reso definitive le condanne per gli altri due imputati, 23 anni per Francesco Belleggia e 21 anni per Mario Pincarelli.

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Nordio fa saltare il vertice di martedì sulla giustizia. Il nodo della responsabilità civile dei magistrati chiesta da FI

8 June 2026 at 19:23

Salta, davvero a sorpresa, e per “colpa” di Carlo Nordio, il vertice sulla giustizia che avrebbe dovuto tenersi martedì. Già fissato l’appuntamento, in via Arenula, al ministero della Giustizia, per le 15. Invece, poco dopo le 18, ecco un messaggio del Guardasigilli in persona inviato a tutti i capigruppo della maggioranza di Camera e Senato. “Per sopravvenuti e improrogabili impegni istituzionali” il ministro della Giustizia chiede che l’incontro salti. Non solo. Non viene neppure indicata una prossima data di convocazione. Nordio non fornisce neppure un’adeguata spiegazione delle ragioni, perché non capita tutti i giorni che un vertice di questo tipo sia sconvocato mezza giornata prima, al punto che già serpeggiano le ipotesi più svariate. Tra queste, quella più accreditata riguarda il problema ormai politico della responsabilità civile per i magistrati ordinari, lanciata e poi chiesta con insistenza dal capogruppo di Forza Italia alla Camera Enrico Costa, mentre la stessa Marina Berlusconi continua a ripetere che proprio la responsabilità civile sarebbe una norma su cui concentrare l’attenzione.

L’effetto sorpresa è garantito. Perché il niet di Nordio sulla richiesta di Costa è stato particolarmente secco e duro, una sorta di niet preventivo, del tutto politicamente anomalo all’interno di una maggioranza che, tra l’altro, vede come vice ministro della Giustizia un altro forzista, e cioè l’avvocato barese Francesco Paolo Sisto che, ancora oggi, sostiene che “aprire una riflessione sulla responsabilità civile dei magistrati non significa attaccare la magistratura, ma rafforzare il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni”. Ma c’è di più. Mentre la maggiore chiusura a occuparsi del tema è arrivata dai meloniani, nelle ultime dichiarazioni della responsabile Giustizia della Lega Giulia Bongiorno è giunta una tiepida apertura. Ma la questione resta squisitamente politica, perché rispetto alla richiesta di un partito di maggioranza come Forza Italia, per giunta fatta dai due capigruppo sia della Camera Costa che del Senato Stefania Craxi, nominata dalla stessa Marina Berlusconi, il no di Nordio è politicamente imbarazzante.

Costa fino a oggi non ha fornito un possibile testo su cui discutere, preferendo ottenere prima una via libera pieno dalla sua maggioranza. Ma proprio qui si è innestato il no di Nordio. Il quale peraltro, nel 2022, era stato il presidente del Comitato per i referendum radical leghisti, tra i quali c’era anche quello sulla responsabilità civile, per cambiare la legge del 1987 post referendum (finito con l’80% dei Sì) poi aggiornata nel 2015, saltato all’ultimo momento per lo stop della Corte costituzionale. Secondo Costa il problema della responsabilità civile del magistrato non riguarda “chi paga”, oggi lo Stato che si rivale poi sulla toga, ma il fatto che proprio il magistrato non possa essere insindacabile nel valutare le prove. Ed è quello che Marina Berlusconi vorrebbe da una legge sulla responsabilità civile. Il presidente dell’Anm Giuseppe Tango oggi ne ha parlato in questi termini: “Nel caso in cui ci fosse un testo su cui ragionare, lo valuteremo ovviamente con estrema attenzione”. Ma a questo punto è improbabile che questo testo ci possa mai essere.

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Violenze sulla Flotilla: il ministro israeliano Itamar Ben-Gvir indagato dalla procura di Roma per sequestro e tortura

La procura di Roma ha iscritto nel registro degli indagati il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir per le violenze nei confronti degli attivisti della Global Sumud Flotilla a fine maggio. Il titolare del ministero di Gerusalemme che controlla la polizia e la penitenziaria, ma anche responsabile di aver schernito gli attivisti della Flotilla in arresto al porto di Ashdod, dopo l’abbordaggio in acque internazionali, e di aver colpito una donna al volto, immortalato da un video.

La procura di Roma ha iscritto Ben-Gvir per il reato di sequestro di persona e tortura, le ipotesi su cui si è mossi gli accertamenti dei pm Stefano Opilio e Lucia Lotti, coordinati da Francesco Lo Voi. È il primo indagato nel procedimento aperto dopo i fatti del 29-30 aprile e del 18-19 maggio di quest’anno, i due abbordaggi in acque internazionali lanciati dalla marina israeliana contro le barche della Flotilla a ovest di Creta a sud di Cipro, e sui maltrattamenti documentati successivamente, quando gli oltre 430 attivisti della missione politica e umanitaria per Gaza sono stati detenuti prima su due navi prigione al largo, poi in un hangar militare del porto di Ashdod, gestito dai militari dell’Idf insieme alla polizia di Ben-Gvir, e poi ancora nel carcere di Ketziot prima dell’espulsione da Israele il 21 maggio.

Con ogni probabilità Ben-Gvir non sarà l’unico iscritto. Sono ancora al vaglio le responsabilità di altre figure dell’establishment politico e militare israeliano. Ci sono altri otti dei nove nomi comunicati alla procura dalla fondazione Hind Rajab, che apre casi giudiziari in vari Paesi del mondo contro singoli israeliani che ritiene responsabili di crimini di guerra contro i palestinesi. Ci sono almeno altre sei figure, già rivelate da Haaretz, tra il direttore (passato e presente) del carcere di Ketztiot al comandante il comandante dell’unità Nachson, che ha operato i sequestri in mare.

Il quadro delle iscrizioni degli indagati sarà completato solo dopo che in procura arriveranno, tra martedì e mercoleì, i verbali delle deposizioni raccolte dai carabinieri, incluse quelle dell’inviato del Fatto Alessandro Mantovani e del parlamentare M5S Dario Carotenuto, e le testimonianze dirette degli attivisti raccolte dai legali della Flotilla.

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Gianluca Ibarra Silvera “facile bersaglio”, la gip sull’omicidio alla stazione di Milano Certosa: “Gettarono il corpo per disprezzo”

8 June 2026 at 15:42

“Hanno cercato ed individuato la vittima”. Volevano “punirli”, hanno trovato un “facile bersaglio“, hanno agito con “lucida e fredda determinazione” e poi si sono disfatti del cadavere con un “significativo gesto di disprezzo”, “manifestando chiaramente le conseguenze per chi si pone in atteggiamento ostile nei loro confronti”. Sono i passaggi più duri contenuti nell’ordinanza con cui la giudice per le indagini preliminari di Milano Sara Cipolla ha convalidato il fermo e disposto la custodia cautelare in carcere per Jefferson Smit Echevarria Verano, il diciannovenne peruviano appartenente ai Latin Kings, accusato dell’omicidio di Gianluca Ibarra Silvera. La misura è stata emessa anche nei confronti di un ventenne nato in Argentina, attualmente irreperibile e destinatario di un mandato di arresto europeo.

Per la giudice, quanto accaduto la notte del 25 maggio nei pressi della stazione Certosa non è stata una lite degenerata improvvisamente. Dopo “un iniziale allontanamento in treno”, si legge nel provvedimento, il gruppo sarebbe tornato “alla ricerca di coloro con i quali poco prima avevano avuto un alterco allo scopo di ‘punirli'”. Una volta rientrati in zona, gli aggressori avrebbero “cercato ed individuato la vittima, il fratello e l’amico”. La ricostruzione della gip, sulla base delle indagini della Squadra mobile coordinata dal pm Elio Ramondini, delinea quindi una vera e propria spedizione punitiva. Quando Gianluca Ibarra Silvera finisce a terra, i “due indagati, insieme al gruppo”, vedono in lui un “facile bersaglio”. È anche per questo che la giudice riconosce l’aggravante della premeditazione nei confronti dei due principali indagati.

Ma è il passaggio finale dell’ordinanza a colpire maggiormente. Dopo l’omicidio, scrive Cipolla, gli aggressori si sarebbero disfatti del corpo con un “significativo gesto di disprezzo”, gettandolo in una “profonda intercapedine”. Non un semplice tentativo di occultamento, secondo la giudice, ma un gesto dal forte valore simbolico, compiuto “manifestando chiaramente le conseguenze per chi si pone in atteggiamento ostile nei loro confronti”. Una sorta di messaggio rivolto all’esterno, capace di esprimere la logica intimidatoria che avrebbe guidato l’azione del gruppo. Le indagini, tuttavia, sono tutt’altro che concluse. La stessa gip evidenzia che gli accertamenti proseguono per “individuare” tutti i partecipanti all’aggressione e per chiarire il “movente” del delitto. L’ipotesi è lo scambio di persona e che il 22enne sia stato aggredito da 17 persona che lo credevano un rivale. Gli indagati sono attualmente otto, ma il gruppo presente quella notte sarebbe stato composto da diciassette giovani.

Nel corso dell’interrogatorio, Jefferson Smit Echevarria Verano ha ammesso di appartenere ai Latin Kings ma ha negato di aver materialmente ucciso il ventiduenne. Come emerge dal verbale, ha però indicato agli investigatori i nomi di quattro componenti del gruppo che, a suo dire, avevano “il coltello”. Ha inoltre spiegato che all’interno della gang vi sarebbero soggetti che occupano “una posizione importante” e che “ci dicono che cosa fare”. Il diciannovenne ha infine riferito di avere ricevuto, dopo i fatti del 26 maggio, “tante minacce” da parte della banda rivale Ms-13 attraverso TikTok. Un elemento che gli investigatori stanno verificando mentre prosegue la caccia ai complici e la ricostruzione completa della catena di comando e delle responsabilità all’interno del gruppo.

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Grazia a Minetti, la società di Cipriani vuole 250 milioni di dollari dal Fatto e dalla Rai: la causa negli Stati Uniti

8 June 2026 at 14:36

Non semplice diffamazione bensì “interferenza illecita con rapporti commerciali futuri, falsa rappresentazione dannosa e denigrazione commerciale”. È questa l’accusa appena formalizzata nei confronti della società editrice de Il Fatto Quotidiano e della Rai per le notizie sulla grazia presidenziale concessa all’ex consigliera regionale Nicole Minetti comparse sul quotidiano e in alcuni servizi della trasmissione Report. A sottoporla alla Corte distrettuale di New York sono stati i legali di Cipriani Usa Inc., ramo statunitense del gruppo imprenditoriale guidato dal compagno di Minetti, Giuseppe Cipriani.

Nell’atto di 43 pagine si lamenta un impatto “immediato e grave” sui conti del colosso della ristorazione. Di qui la richiesta esorbitante di 250 milioni di euro di risarcimento, più danni “speciali”, “punitivi” e “ogni altro rimedio equo”. I legali dello studio legale internazionale Reinhardt Savic Foley LLP parlano di “una serie di accuse false e sensazionalistiche” sui rapporti di Cipriani con Jeffrey Epstein, il noto finanziere newyorkese al centro del più grande caso di pedofilia degli ultimi anni, e sulle “feste a sfondo sessuale” organizzate in Uruguay nel ranch “Gin Tonic” dell’imprenditore italiano. Oltre che sulle pratiche per l’adozione e le cure necessarie per il figlio adottivo della coppia Cipriani-Minetti.

“Sebbene le falsità fossero presentate come riferite personalmente a Giuseppe Cipriani – scrivono i legali – i convenuti sapevano (oppure hanno agito ignorando colpevolmente tale circostanza) che la campagna avrebbe necessariamente e prevedibilmente provocato un grave e immediato danno commerciale a Cipriani Usa e all’intera attività Cipriani, inclusa quella con sede a New York”. Nell’atto si fa riferimento anche a un episodio che rappresenterebbe la “conseguenza diretta” delle notizie pubblicate da Fatto e Report, ovvero il ritardo nella chiusura “di una rilevante operazione da 50 milioni di dollari” a causa di non meglio precisate perplessità di “uno dei finanziatori”. Vengono addebitati alle due testate giornalistiche anche i “costi straordinari” sostenuti per incaricare “una società investigativa indipendente esterna… per indagare e confutare accuse che non avrebbero mai dovuto essere pubblicate”. Chiaro riferimento alle indagini difensive, citate anche nel comunicato stampa della Procura generale di Milano, con cui si ribadiva il parere positivo alla grazia per Nicole Minetti.

Nei giorni scorsi i legali del colosso della ristorazione avevano già diffidato il Fatto, chiedendo di rimuovere ogni traccia degli articoli sulla vicenda, e di “cessare e desistere” dal portare avanti la nostra inchiesta giornalistica. Cipriani e Minetti non hanno mai voluto rispondere alle domande poste dal Fatto, sebbene contattati sin dall’11 aprile, quando è stata data per la prima volta la notizia della grazia concessa all’ex consigliera regionale.

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Schede sim introdotte in carcere con un bacio appassionato durante il colloquio: arresti a Bari

8 June 2026 at 14:09

Gli ordini spesso arrivavano dal carcere attraverso telefonate fatte utilizzando schede sim introdotte grazie a un bacio appassionato scambiato tra un detenuto vicino al clan mafioso Strisciuglio e la fidanzata durante un colloquio. Con questo stratagemma, poi venivano veicolati i via libera per minacce e agguati. Uno di questi era stato indirizzato a un imprenditore di Palo del Colle, in provincia di Bari, per costringerlo a consegnare un auto a noleggio senza alcun pagamento. E per chiarire chi comandava, un’auto noleggiata sarebbe stata data alle fiamme.

Complessivamente gli arrestati sono quattro: due già detenuti nelle carceri di Lecce e Paola, uno finito in cella oggi, un altro ai domiciliari. Per un altro indagato. il giudice per le indagini preliminari ha respinto la richiesta di arresto del pubblico ministero non ritenendo attuali le esigenze cautelari. Le accuse, contestate a vario titolo, sono tentato omicidio, estorsione, porto illegale di armi, ricettazione, furto e incendio di auto, favoreggiamento personale e introduzione illegale di dispositivi di comunicazione in carcere. Il giudice ha riconosciuto l’aggravante del metodo mafioso.

Le misure sono state disposte dopo l’inchiesta della Dda di Bari denominata “Re nero” che tra il 2023 e il 2024 ha accertato movente e presunti responsabili di un tentato omicidio avvenuto il 16 novembre di tre anni fa a Palo del Colle. Il delitto sarebbe avvenuto dopo le “ripetute estorsioni subìte da un imprenditore locale” attivo nel noleggio di auto da parte di un presunto affiliato al clan mafioso Strisciuglio di Bari. Inoltre, nel bar di cui la vittima è titolare nella zona 167 di Palo, furono esplosi quindici colpi di pistola calibro 9 contro l’ingresso “con l’intento di colpire i presenti”, annotano gli investigatori.

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Strage di Erba, l’ex compagno di cella di Azouz Marzouk chiede gli atti al ministero della Giustizia di un’inchiesta per droga. Il legale: “Elementi di interesse”

8 June 2026 at 13:40

A quasi vent’anni dalla strage di Erba e a oltre un anno dalla definitiva chiusura del capitolo giudiziario della revisione, c’è ancora chi continua a cercare negli archivi, nelle intercettazioni e nei fascicoli paralleli elementi che possano riaprire il caso che costò la vita a Raffaella Castagna, al piccolo Youssef Marzouk, a Paola Galli e a Valeria Cherubini. L’ultima iniziativa arriva da Abdi Kais, indicato dalla difesa dei coniugi Romano come un possibile “supertestimone” nell’ambito delle iniziative volte a rimettere in discussione la ricostruzione della strage.

Attraverso il suo legale Vito Daniele Cimiotta, Kais si è rivolto direttamente al ministero della Giustizia chiedendo un intervento per ottenere copia di atti investigativi e intercettazioni contenuti in un fascicolo relativo a un’inchiesta sul traffico di stupefacenti del 2007-2008 che coinvolgeva lui stesso e la famiglia Marzouk. Secondo il difensore, nonostante ripetute richieste, la documentazione non sarebbe ancora stata resa disponibile dalla cancelleria del Tribunale di Como.

L’obiettivo dichiarato è verificare se in quel materiale possano emergere elementi utili a un ulteriore riesame del massacro compiuto l’11 dicembre 2006, il cui unico sopravvissuto, Mario Frigerio, diventò testimone nei processi che portano alla condanna Roba Bazzi e il marito Olindo. Abdi Kais, che era stato diventato di Azouz Marzouk, aveva dichiarato l’uomo gli disse, in sostanza, “sono tanto preoccupato per mia moglie e mio figlio. Quando esci dacci un occhio tu, per favore”. Gli atti d’indagine e le intercettazioni richiesti “potrebbero contenere elementi di interesse investigativo e risultare utili nell’ambito delle iniziative volte a riesaminare il caso della strage di Erba” ha spiegato il legale.

La richiesta

La richiesta si inserisce però in un contesto processuale che appare difficilmente aggirabile. La revisione del processo, infatti, è già stata chiesta, discussa e respinta. Per mesi la Corte d’Appello di Brescia ha esaminato le istanze presentate dalla difesa e dall’allora sostituto procuratore generale di Milano Cuno Tarfusser (censurato dal Csm e smentito dai giudici per questo, ndr), arrivando a dichiararle inammissibili. Decisione successivamente confermata dalla Corte di Cassazione con una sentenza che ha posto un ulteriore sigillo sul caso ribadendo i “riscontri innumerevoli e minuziosi” e le “prove solide” con i due condannati.

Una sentenza “costituita da un tessuto logico-giuridico di notevole solidità non solo per la forza espressa da ognuna delle principali prove acquisite in ragione della loro autonoma consistenza (“confessione dei due imputati, ancorché ritrattata, ammissione di colpa riportata in appunti manoscritti e in scritti diretti a terzi, deposizione dibattimentale dell’unico testimone oculare, Frigerio, presenza di traccia ematica riconducibile a Valeria Cherubini sull’auto di Romano”), ma – scrivevano un anno fa gli ermellini nelle motivazioni – anche per la presenza di innumerevoli e minuziosissimi elementi di riscontro”.

Il giudicato e il processo mediatico permanente

Non si tratta soltanto di una condanna passata in giudicato. Nel caso di Olindo Romano e Rosa Bazzi si è avuta una convergenza assoluta tra i diversi gradi di giudizio. La sentenza di primo grado, quella d’appello, il vaglio della Cassazione e, da ultimo, il procedimento di revisione celebrato davanti ai giudici di Brescia hanno tutti confermato la responsabilità penale dei due coniugi. Le prove ritenute decisive dai giudici sono state sottoposte per anni a un duplice controllo: scientifico e giuridico. Dalle confessioni, poi ritrattate, alle dichiarazioni dell’unico sopravvissuto Mario Frigerio, fino agli elementi materiali e ai molteplici riscontri valorizzati nelle sentenze. Un patrimonio probatorio che ha superato ogni verifica prevista dall’ordinamento.

Questo non significa che la ricerca della verità debba arrestarsi per principio o che il sistema delle impugnazioni straordinarie non debba essere utilizzato quando emergano elementi realmente nuovi. La revisione esiste proprio per evitare errori giudiziari. Ma altra cosa è trasformare ogni sentenza definitiva in un punto di partenza per una contestazione senza fine, alimentata da ipotesi già esaminate e respinte nelle sedi competenti. Negli ultimi anni il caso Erba – e il pensiero non può non andare alla nuova indagine sul delitto di Garlasco – è diventato anche il simbolo di una tendenza più ampia: quella di sottoporre il giudicato a un processo mediatico permanente. Un fenomeno che ha trovato sponde in campagne televisive, ricostruzioni alternative e iniziative personali, come quelle portate avanti dallo stesso Tarfusser anche dopo il rigetto della revisione e nonostante le ripetute bocciature ricevute nelle sedi giudiziarie.

Resta naturalmente il diritto di chiunque di avanzare istanze, chiedere documenti e proporre nuove verifiche. Ma resta anche un dato che troppo spesso finisce sullo sfondo del racconto pubblico: nel nostro ordinamento le sentenze non sono opinioni. Sono il risultato di processi celebrati nel contraddittorio delle parti, davanti a giudici diversi e sottoposti a molteplici controlli. Nel caso della strage di Erba, dopo quasi vent’anni di indagini, processi, appelli, ricorsi e richieste di revisione, tutte le decisioni assunte dalle autorità giudiziarie sono andate nella stessa direzione. Continuare a presentare il caso come un mistero irrisolto significa ignorare una realtà processuale che, piaccia o meno, appare tra le più solide e scrutinata della recente storia giudiziaria italiana.

Tutte le prove contro i condannati

Ecco quali sono i riscontri e le prove che hanno portato all’ergastolo. Le intercettazioni, le due confessioni, il Dna, la testimonianza del sopravvissuto, gli appunti su una Bibbia. Per i giudici le intercettazioni dei due coniugi, finiti immediatamente nel mirino degli investigatori, “esprimevano un pensiero che suonava quasi come una confessione“. Il 20 dicembre 2006, a nove giorni dalla mattanza nella Palazzina del Ghiaccio di via Diaz, moglie e marito sono in macchina perché già pensano di essere sotto osservazione e dicono: “Perché non mettono sotto torchio lui ed i suoi amici marocchini …. Però quando noi andavamo dai carabinieri che dicevamo quello che succedeva … va se alzavano il culo e venivano giù … eh se loro alzavano il culo non succedeva …. “. Per i magistrati – che hanno individuato negli scontri condominiali tra i coniugi e Raffaella il movente degli omicidi premeditati – Bazzi e Romano spiegano già con quelle parole di aver agito e perché. Il giorno prima del fermo, eseguito l’8 gennaio, i due erano convocati e la donna dice: “… è andata male eh?” … non hai paura? … ” aggiungendo “… io ho paura… come quella sera che siamo andati a Como … “.

Il Dna

Alla base del fermo all’epoca c’era stata la traccia di Dna rilevata nella Seat Arosa della coppia e la testimonianza di Mario Frigerio. Il sangue, non visibile a occhio nudo, venne repertato sull’auto sul battitacco del conducente insieme ad altre tre tracce che non erano sangue. Una “traccia di alta qualità, perché il Dna di quella traccia è strato tratto da sangue vicino al sangue puro, senza particolari fattori degradanti” scrivono i giudici nelle motivazioni della sentenza di primo grado citando le parole del perito. Era sangue di Valeria Cherubini, la moglie di Frigerio che fu trovata morta al secondo piano, dopo essersi trascinata. Come era finita quella traccia di sangue puro nell’auto dei coniugi? Il processo ha risposto anche a questa domanda: non per contaminazione come ipotizzato, ma semplicemente perché era sul corpo di Olindo Romano che sul punto aveva risposto al pm che gli chiedeva del sangue: “Ma non dai piedi, per me ce l’avevo in testa. Sì, perché il resto mi ero cambiato tutto. Io quella sera … ho cambiato anche le calze, e quelle macchie … erano sotto le calze e sotto i pantaloni, e quindi le cose che ho perso in macchina, le ho perse sicuramente dai capelli… “.

I magistrati sottolineano come non sono state trovate tracce residue di sangue nel cortile subito dopo la strage, il fuoco (i due appiccarono anche un incendio), l’acqua utilizzata dai vigili del fuoco intervenuti “ha reso vano ogni tentativo di rinvenire orme, impronte digitali o tracce ematiche a partire dal portoncino di ingresso della palazzina del ghiaccio … Ed allora non resta che concludere che gli imputati possono essere stati contaminati da quella traccia di sangue solo la notte stessa della strage, e solo per essere stati proprio sulla scena del delitto, e questo prima che il fuoco e gli interventi dei primi soccorritori devastassero l’ambiente”.

Le confessioni

Appena fermati marito e moglie negarono, ma il 10 gennaio confessarono e poi confermarono due giorni dopo davanti al giudice per le indagini preliminari. “Io vi racconto tutta la verità adesso, poi qualche piccolo particolare poi dopo, lo rivediamo magari dopo perché … Niente quella sera lì eravamo in due, e io ero fuori che fumavo e mia moglie era in casa. Quando è arrivata la Castagna con la macchina del padre e la figlia e il nipote, io ero già fuori. Mia moglie è uscita, le abbiamo lasciate salire e nell’andare in là abbiamo messo i guanti, tutti e due, i guanti di tela bianca … Siamo entrati prima io e mia moglie penso che ce l’avevo subito dietro, ho colpito la Raffaella subito, ho colpito la madre subito e mia moglie è corsa dal bambino. Poi, mia moglie è ritornata e mi ha dato una mano a finire la mamma della Raffaella, poi siamo passati sulla Raffaella ed abbiamo finito anche lei …. ”.

“L’ho colpito alla gola e poi io mi ricordo che è rimasto lì per terra ecco. Poi c’era mia moglie lì da parte sulla signora Valeria, e so che sono andato là con il coltellino a dargli una o due coltellate sulla testa, adesso non so se era una o se erano due. Ecco, e questo è quello che mi ricordo io…”. Rosa racconta, rispondendo alle domande del pm, come ha preso il bambino, come l’ha colpito mentre era sul divano dopo avergli stretto la faccia in una mano. Perché l’ha ucciso? “Perché piangeva e mi dava fastidio, mi aumentava il mal di testa quando sentivo … , e allora l’ho preso”. I colpi? “Uno” da sinistra a destra alla gola da lei che è mancina.

La dinamica e il particolare dei cuscini

“Dunque non una, ma due confessioni assolutamente spontanee, in nessun modo coartate – scrivono nelle motivazioni i giudici – impossibili da concertare nei dettagli eppure assolutamente complementari, confessioni rilasciate ai Pubblici Ministeri a soli due giorni dal fermo, in data 10.1.2007. Ma non è tutto, perché sia Romano Olindo che Bazzi Rosa, ad ulteriori due giorni di distanza, davanti al Gip, il 12.1.2007, ancora una volta entrambi, senza avere peraltro avuto modo di consultarsi, ribadiscono le rispettive ammissioni di colpa. Ed anche questa volta, val davvero la pena di sottolinearlo senza fare assolutamente alcun accenno alle presunte pressioni subite”. A fronte di racconti particolareggiati e perfettamente complementari ai risultati delle indagini, all’inizio dell’udienza preliminare il 28 febbraio 2008, Romano con una breve dichiarazione, Bazzi con 29 parole su un foglietto scritto a mano dicono di essere innocenti e di aver confessato per non essere separati.

I due coniugi avevano confessato circostanze ancora non verificate dagli investigatori e conoscevano particolari che solo chi aveva portato a termine la strage poteva sapere. Entrambi hanno raccontato come è morta Valeria Cherubini. Gli stessi inquirenti all’inizio pensavano che l’aggressione alla donna si fosse conclusa nel suo appartamento dove era stata ritrovata. Mentre sono stati i due coniugi a rivelare, “cosa che poi è stata confermata da tutte le risultanze processuali – scrivono i giudici in sentenza – che l’aggressione si era conclusa sul pianerottolo del piano sottostante e che, quindi, era stata la donna da sola a riuscire a trascinarsi sino al suo appartamento”. C’è il particolare dei cuscini ritrovati vicino i corpi di Raffaella e della madre, usati per soffocare i lamenti. Particolare che non erano noto a nessuno e che all’inizio neanche gli inquirenti avevano preso in considerazione, eppure Rosa Bazzi ne parla e dice come e perché li ha usati.

La Bibbia

È agli atti del processo una lettera che nell’aprile del 2007 la coppia fece arrivare a un religioso: “Non ci siamo ancora resi conto di ciò che abbiamo fatto. Il perdono, il pentimento, si contrappongono all’odio e alla rabbia, alle umiliazioni subite in questi anni, la nostra colpa, la responsabilità di chi poteva evitare tutto questo e non lo ha fatto”. Ci sono poi gli appunti di Romano sulla Bibbia che gli fu regalata dal cappellano del carcere durante i primi mesi di detenzione. Anche questi scritti sono agli atti “… accogli nel tuo regno il piccolo Youssef, la sua mamma Raffaella, sua nonna Paola e Cherubini Valeria a cui noi abbiamo tolto il tuo dono, la vita … ” e poi ” … oggi a colloquio con la mia vita mi ha raccontato che sono alcune notti che vede Raffaella davanti alla branda come quella sera col sangue che le scende sul volto ed i colpi che gli ho inferto quando l’uccidemmo … ” e sotto il commento:” … stiamo scontando la nostra pena per causa tua e della tua famiglia … “. In altri appunti il rancore verso le vittime, verso il padre di Raffaella Castagna “… Dio lo ha punito, un uomo che si rifugia in chiesa, cattolico per interesse. Sapeva tutto e non ha fatto niente per evitare una strage annunciata … “; verso Mario Frigerio e Valeria Cherubini: “… dovevano farsi i cazzi suoi … “.

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“Il senatore di Forza Italia Francesco Silvestro indagato con l’ipotesi di violenza sessuale”

8 June 2026 at 13:30

La Procura di Roma, secondo quanto riporta La Repubblica, ha aperto un fascicolo che vede indagato il senatore di Forza Italia Francesco Silvestro con l’ipotesi di violenza sessuale. Nel procedimento risulterebbe iscritto nel registro degli indagati anche un carabiniere, indicato come Antonio P., per tentata violenza privata. Il caso nasce dalla denuncia presentata da una donna di 52 anni, agente di commercio nel settore vinicolo, che ha riferito agli inquirenti un episodio avvenuto all’interno dello studio del parlamentare, nel palazzo di San Luigi de’ Francesi.

La denuncia

Secondo la ricostruzione della presunta vittima, al centro dell’indagine, l’incontro sarebbe avvenuto nel febbraio 2025, quando la donna si era recata nell’ufficio del senatore per discutere di una possibile fornitura di vini. In quel contesto, Silvestro avrebbe pronunciato frasi a contenuto allusivo, tra cui “Il vino mi eccita, perdo i freni”, per poi, sempre secondo la denuncia, costringere la donna a subire un atto sessuale senza consenso. La notizia, anticipata ieri da Repubblica, avrebbe portato nelle scorse ore all’iscrizione nel registro degli indagati sia del senatore sia del carabiniere coinvolto nella vicenda. Un atto, secondo quanto trapela dagli ambienti giudiziari, disposto anche a tutela degli stessi indagati, per garantire la piena partecipazione alle indagini e l’esercizio dei diritti difensivi fin dalle prime fasi del procedimento.

Le “scuse”

Silvestro, che oltre all’incarico parlamentare ricopre anche la presidenza della Commissione bicamerale per le questioni regionali, non è stato ancora ascoltato dai magistrati. Interpellato aveva respinto le accuse definendole “assurde”, confermando l’incontro ma negando qualsiasi violenza e ipotizzando invece una possibile strumentalizzazione della vicenda. “Magari mi vuole estorcere qualcosa”, aveva dichiarato il senatore, aggiungendo: “Denunciasse, poi ci divertiamo”. “Io sono un bel ragazzo, lei è normale” una delle frasi del parlamentare.

Proprio su queste affermazioni è intervenuto lo stesso Silvestro con una successiva nota di chiarimento. “Chiedo scusa per le parole che ho pronunciato nel corso di un colloquio telefonico con una giornalista – ha spiegato il senatore – Sono stato colto di sorpresa da quanto mi veniva attribuito, un episodio e accuse rispetto alle quali ho già dichiarato attraverso il mio legale stupore e totale estraneità”. Il parlamentare ha poi aggiunto: “Mi sono anche dichiarato pronto, da subito, a fornire tutti i chiarimenti necessari. Mi scuso per espressioni che credevo colloquiali, ma che considero comunque sbagliate e che nel contesto di una telefonata possono aver generato fraintendimenti o leso sensibilità”.

Il racconto della donna

“E questa storia mi fa solo stare male. Ma quello che è uscito è la pura verità” ha dichiarato la 52enne in una intervista al quotidiano La Repubblica. Il punto di partenza del racconto della donna, agente di commercio nel settore del vino, che ha deciso di parlare della vicenda dopo aver ottenuto garanzie sull’anonimato. La signora ricostruisce un incontro avvenuto a Roma con il senatore Silvestro, dichiarando di non averlo mai conosciuto prima e di essere stata convocata per motivi professionali legati a possibili forniture: “Mai”. L’incontro, inizialmente formale, sarebbe poi degenerato in un episodio da lei descritto come non consensuale: “Assolutamente no”.

Racconta di essersi sentita bloccata durante i fatti: “Ero come raggelata. Un senatore. Nel suo studio”, e di essere poi uscita “sconvolta” dall’edificio. In seguito afferma di aver ricevuto dal senatore un messaggio con un link a un hotel, senza mai rispondere. Spiega il ritardo nella denuncia con il trauma subito e il percorso psicologico intrapreso: “Non dormo più bene, non sono rilassata. Ma sono serena”. Aggiunge di aver cercato supporto legale pochi mesi dopo i fatti, contattando lo studio dell’avvocata Giulia Bongiorno, senza però proseguire con quell’interlocuzione. Riferisce anche di pressioni e intimidazioni successive attribuite a un intermediario, il carabiniere che sarebbe indagato: “Che mi sarei rovinata la vita, non avrei più lavorato”. Infine, commenta con durezza le frasi attribuite al senatore sul suo aspetto fisico: “Che squallore. […] Che non sono Miss Universo”, ribadendo la decisione di denunciare e la fiducia nella giustizia: “Io ci credo, nelle istituzioni”.

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Tasse, l'articolo 53 della Costituzione è tradito: "Ecco perché l'attuale sistema fiscale è ingiusto"

 

di Michele Blanco

È davvero incredibile come in molti non capiscano, o facciano finta di non capire, l'urgenza di una riforma fiscale profonda e incisiva in Italia, che punti a una reale redistribuzione della ricchezza. Di fronte all'attuale iniquità del sistema, un intervento non è solo utile, ma necessario e indispensabile per ragioni di semplice giustizia sociale, oltre che per rispettare il dettato della nostra Costituzione.

I dati del 2025 parlano chiaro: su 662 miliardi di euro di entrate tributarie totali, l’Irpef ha coperto ben 227 miliardi (con un incremento di quasi 10 miliardi rispetto al 2024). Di questa cifra, il 90% grava su lavoratori dipendenti e pensionati. Al contrario, le imposte "sostitutive" – che colpiscono guadagni finanziari e affitti – hanno generato appena 21 miliardi, mentre l’Ires (l'imposta sui profitti societari) si è fermata a soli 60 miliardi. Il quadro delle imposte dirette si chiude con i circa 17 miliardi dei tributi locali. Ci sono poi le imposte indirette, quelle che colpiscono i consumi a prescindere dal reddito: ben 270 miliardi di euro complessivi, di cui 230 miliardi derivanti solo da Iva e accise.

È evidente che una simile struttura non sia sostenibile. La base imponibile è drammaticamente squilibrata a danno delle classi sociali più deboli, mentre il gettito sui profitti e sulle rendite finanziarie resta vergognosamente basso, agevolato da regimi di favore che permettono ai contribuenti più abbienti di scegliere il fisco più conveniente. Un sistema del genere, schiacciato da tasse indirette e proliferazione di flat tax, tradisce apertamente il principio di progressività sancito dall’articolo 53 della Costituzione.

Eppure, nessuna forza politica ha il coraggio di proporre con forza una vera svolta a beneficio della maggioranza dei cittadini. Una proposta concreta e sostenibile potrebbe articolarsi in tre punti complementari:

  • 1. Ritorno alla progressività Irpef: Riportare le imposte sostitutive (plusvalenze finanziarie e cedolari secche sugli affitti) all'interno del regime Irpef per consentire il cumulo dei redditi, evitando che a beneficiare delle agevolazioni siano solo i redditi più alti. Contestualmente, occorre aumentare gli scaglioni Irpef inserendo due nuove aliquote: il 50% per i redditi sopra i 75 mila euro e il 55% sopra i 100 mila euro.

  • 2. Più tasse su banche e colossi industriali: Innalzare l'aliquota Ires per le banche, le società energetiche e le aziende della difesa, portando la tassazione effettiva al 35%.

  • 3. Imposta patrimoniale sui grandi beni: Introdurre un'imposta patrimoniale (escludendo la prima casa) pari all'1% sui patrimoni sopra i 4 milioni di euro e al 2% sopra gli 8 milioni. Questo è l'unico modo per tassare la crescita smisurata della ricchezza finanziaria accumulata negli ultimi decenni, a fronte di salari che hanno perso drammaticamente potere d'acquisto.

Grazie alle maggiori entrate garantite da questa manovra, si potrebbe azzerare totalmente l'Iva sui beni di prima necessità, ridurre l'aliquota ordinaria al 20% e avere a disposizione fino a 30 miliardi di euro in più da investire in sanità, scuola e spesa sociale.

Movida e notti insonni: le leggi ci sono, ma non vengono applicate. E a rimetterci sono i cittadini

8 June 2026 at 06:32

Movida e notti insonni. Puntualmente se ne riparla all’inizio di ogni estate. E puntualmente, salvo casi isolati, tutto continua come prima. Eppure gli strumenti per difenderci ci sono, anche in sede penale, e se ne è occupata più volte addirittura la Suprema Corte. Da ultimo, con una sentenza appena pubblicata (Sez. III n. 16966 del 12 maggio 2026) esaminando il caso di una discoteca romana da cui, secondo le denunce degli abitanti, nell’estate del 2025 provenivano rumori assordanti cui si sommava il chiasso provocato dagli avventori fuori del locale, creando una situazione tale da portare al sequestro ed alla chiusura della discoteca stessa.

Vale la pena, allora, di ricordare ancora una volta (ma già ne ho scritto) l’articolo 659 del codice penale il quale, al primo comma, punisce con l’arresto fino a 3 mesi o l’ammenda fino a 309 euro ”chiunque, mediante schiamazzi o rumori …., disturba le occupazioni o il riposo delle persone”, mentre si applica l’ammenda da 103 a 516 euro “a chi esercita una professione o un mestiere rumoroso contro le disposizioni di legge o le prescrizioni dell’autorità”. Occorre, quindi, fare riferimento ai limiti massimi di rumorosità stabiliti dalla legge nelle varie situazioni anche se – è bene ricordarlo – sempre secondo precedenti sentenze della Cassazione, per verificarli non c’è bisogno di fonometri o prove complicate, bastano anche solo le testimonianze dei presenti o delle forze dell’ordine; insomma, “il giudice non è tenuto a basarsi esclusivamente sull’espletamento di specifiche indagini tecniche, ben potendo fondare il proprio convincimento su altri elementi probatori in grado di dimostrare la sussistenza di un fenomeno in grado di arrecare oggettivamente disturbo della pubblica quiete” (Cass. 10938/2019); e cioè che vengano prodotti rumori che abbiano una “attitudine a propagarsi ed a disturbare la quiete e le occupazioni di un numero indeterminato di persone”.

E questo vale anche per il chiasso dei clienti che sostano all’esterno del locale, in quanto il gestore ha l’obbligo di intervenire per controllare che la frequentazione del locale da parte degli utenti non sfoci in condotte contrastanti con le norme poste a tutela dell’ordine e della tranquillità pubblica. Anzi, in questi casi, secondo il Consiglio di Stato (Sez. V, n. 240/2025), il sindaco può ordinarne la chiusura anticipata.

Resta da capire cosa deve fare in concreto il gestore per evitare di essere ritenuto corresponsabile: la sentenza in esame non si sofferma su questo punto, limitandosi a scrivere che si può fare “ricorso all’Autorità o allo “ius excludendi”. Conferma così, in sostanza, altre sentenze precedenti che, sin dal 2021, hanno specificato che il gestore deve, ad esempio, evitare musica all’aperto e la somministrazione di bevande all’esterno; così come ha l’obbligo di cacciare dal locale i più facinorosi, predisponendo un servizio di vigilanza esterno e chiamando, se necessario, le autorità cui compete intervenire; e di certo non basta, in questi casi, l’apposizione all’interno di un cartello che invita a non provocare schiamazzi all’uscita (“misura del tutto inadeguata” per la Suprema Corte).

Tuttavia l’esperienza almeno di una città come Roma insegna che, se di notte, di sabato o di domenica, si chiede l’intervento delle forze dell’ordine per rumori molesti, la risposta è immancabilmente che sono impegnate in altre operazioni; e, quanto ai vigilanti pagati dal gestore, ci si chiede come e con quale autorità possano fermare i fracassoni (spesso ubriachi) fuori del locale.

Insomma, come dicevamo, le leggi ci sono ma non vengono applicate con possibili gravi danni alla salute dei cittadini. Secondo l’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità), l’inquinamento acustico è ritenuto, dopo l’inquinamento atmosferico, la seconda maggiore concausa ambientale di morbilità, con almeno 48.000 nuovi casi di malattie cardiache e 12.000 decessi prematuri ogni anno in Europa, soprattutto nelle aree urbane; e, se pure i maggiori killer sono i rumori stradali, ferroviari ed aerei, è altrettanto certo che, se ad essi aggiungiamo anche quelli provocati dalla movida, i danni alla salute non possono che peggiorare.

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“Un diritto trasformato in delitto”: la Procura di Torino chiede di portare alla Consulta il nuovo reato di blocco stradale

7 June 2026 at 16:55

Il reato di blocco stradale voluto dal governo Meloni è contrario alla Costituzione perché ha “trasformato un diritto in delitto“. Lo sostiene il pubblico ministero di Torino Elisa Pazè, che ha chiesto al gip di sollevare la questione alla Corte costituzionale nell’ambito di un procedimento contro 18 indagati per aver bloccato la tangenziale della città – per un totale di una decina di minuti – durante una manifestazione pro-Gaza il 17 maggio 2025. La norma, introdotta col primo decreto Sicurezza per stroncare le proteste degli attivisti climatici, prevede il carcere da sei mesi a tre anni per chi “impedisce la libera circolazione su strada ostruendo la stessa con il proprio corpo, se il fatto è commesso da più persone riunite”: un comportamento che prima costituiva un semplice illecito amministrativo, punito con una multa da mille a quattromila euro. La magistrata torinese ha depositato una memoria di otto pagine sostenendo il contrasto della fattispecie con sei norme costituzionali. Il nuovo reato, scrive, “è frutto dell’intervento di un decreto-legge adottato al di fuori dei casi straordinari di necessità e urgenza, in contrasto con l’articolo 77” della Carta, e “collide con la libertà di riunione sancita dall‘articolo 17 e con il diritto di sciopero tutelato dall’articolo 40“. Ancora, “contrasta con il principio di ragionevolezza, di cui è espressione l’articolo 3“, e con quello della funzione rieducativa della pena, previsto dall’articolo 27.

Secondo Pazè, in primo luogo, l’intero decreto del 2025 è illegittimo per essere stato emanato senza i requisiti di necessità e urgenza, motivati nel preambolo con “una serie di affermazioni apodittiche” e “senza alcun richiamo a situazioni di fatto”. La pm ricorda, peraltro, come il provvedimento avesse copiato integralmente i contenuti di un disegno di legge in discussione in Parlamento da oltre un anno, “così vanificando il lavoro svolto dalle Camere ed esautorandole“. Nel merito, invece, la memoria sostiene innanzitutto il contrasto della norma sul blocco stradale con i diritti di riunione e di sciopero: “La possibilità che si creino rallentamenti o addirittura blocchi del traffico è connaturata alle manifestazioni, sia che esse si svolgano in forma statica sia in forma dinamica”, si legge. “Nel trasformare un diritto in delitto il legislatore non ha effettuato un bilanciamento degli interessi in gioco conforme ai valori costituzionali, valutando i fondamentali diritti di libertà individuale e collettiva come recessivi rispetto all’interesse alla circolazione”.

La pena minima prevista, sei mesi di reclusione, è poi definita “sproporzionata sia in sé, sia rispetto a quella prevista per altro reato” e quindi “lesiva del principio di eguaglianza”, in base al quale la pena dev’essere “proporzionata al disvalore del fatto illecito commesso”. Per la magistrata, “sanzioni così sproporzionate appaiono illegittime anche alla luce del principio della finalità rieducativa della pena di cui all’articolo 27, comma 3, della Costituzione”: la norma, infatti, “viene a colpire manifestanti che esprimono istanze solidaristiche, pacifiste, ambientaliste, rivendicazioni di carattere sociale e che percepiscono come immotivata e ingiusta la reazione repressiva dell’ordinamento”. A esprimere soddisfazione per l’iniziativa della pm Alleanza Verdi e Sinistra, con il deputato torinese Marco Grimaldi: “È ciò che sosteniamo da tempo, quella misura è lesiva dei diritti fondamentali tutelati dagli articoli 17 e 40 della Costituzione. È un attacco diretto al diritto di riunione e di sciopero. Ora la decisione spetta al gip attendiamo con fiducia”.

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“Accuse false nel libro con Sallusti”: Palamara condannato a risarcire 23mila euro all’ex pg della Cassazione Salvi

6 June 2026 at 15:30

Luca Palamara è stato condannato a risarcire con 23mila euro Giovanni Salvi, ex procuratore generale della Corte di Cassazione, che lo aveva citato in giudizio per alcune affermazioni contenute nel best-seller Il Sistema, scritto con l’attuale direttore di Libero Alessandro Sallusti. Il Tribunale civile di Roma ha giudicato diffamatorio il racconto dell’ex pm – radiato dall’ordine giudiziario in seguito allo scandalo nomine – in merito a un pranzo tra i due avvenuto il 23 giugno 2017, nel periodo in cui Salvi, allora procuratore generale di Roma, aveva presentato per la prima volta la sua candidatura per il vertice dell’ufficio requirente della Suprema Corte, poi ottenuto due anni dopo. In quel momento Palamara era presidente della Quinta Commissione del Consiglio superiore della magistratura, quella che si occupa delle assegnazioni degli incarichi direttivi. “In giugno – ce n’è traccia sul mio cellulare – vedo Giovanni Salvi, che mi invita su una splendida terrazza di un lussuoso albergo romano nei pressi di corso Vittorio Emanuele”, scrive nel libro. “Un candidato che incontra privatamente il presidente designato della commissione che dovrà giudicarlo?”, lo imbecca Sallusti. “Se lo fanno un politico su una nomina pubblica o un imprenditore su un appalto finiscono diritti sotto inchiesta, se lo fa un magistrato nulla da dire”, risponde l’ex magistrato. E ancora: “Nel momento stesso in cui uno si raccomanda per una nomina vìola le regole del gioco, ammette che i curricula e l’oggettività del giudizio non sono l’unico criterio possibile e accettabile. (…) Quando il procuratore Giovanni Salvi si apparecchiò con me su una terrazza romana per diventare procuratore generale della Corte di Cassazione, cosa si aspettava? Che ne avrei parlato la sera a cena con mia moglie o che avrei messo in campo tutte le mie relazioni per fargli raggiungere l’obiettivo?”.

Insomma, Palamara sostiene che Salvi lo invitò a pranzo per “autoraccomandarsi” per la nomina a pg. Una ricostruzione che la sentenza – depositata il 4 giugno – definisce falsa e diffamatoria sotto più aspetti: in primo luogo, scrive il giudice Francesco Rossini, dallo scambio di messaggi tra i due “non è possibile determinare con ragionevole certezza da chi sia partito l’invito per l’incontro conviviale oggetto della contestazione”. Ma “da ritenersi falsa” è soprattutto “la circostanza riferita dal dottor Palamara sul contenuto dell’incontro”: l’ex ras delle nomine, infatti, non ha “prodotto né registrazioni, né documenti, né articolato prove testimoniali che dimostrino la verità delle dichiarazioni rese nel libro”. L’ex pg della Cassazione, invece, ha fornito una versione diversa, spiegando che l’oggetto dell’incontro era la comunicazione della Prefettura di Roma di non voler rinnovare la scorta a Palamara: per il rinnovo della tutela era necessario il parere del procuratore generale della Capitale, ruolo in quel momento ricoperto dallo stesso Salvi. Una ricostruzione, riconosce il giudice, “supportata dalla documentazione acquisita agli atti” e in particolare da cinque sms scambiati tra i due. Secondo il Tribunale, “il tenore complessivo” del libro-intervista “induce il lettore alla constatazione per cui anche il dottor Salvi faceva parte delsistema” descritto dal Palamara”, attraverso affermazioni che “sviliscono l’onorabilità” dell’ex alto magistrato con “modalità espositive suggestive”.

Palamara ha commentato la decisione con una nota, rivendicando il fatto che il Tribunale abbia “escluso la sussistenza di qualsiasi profilo diffamatorio” rispetto ad altri passaggi del libro oggetto della causa, in cui si faceva riferimento a Salvi relativamente alla sua nomina a pg di Catania e poi di Roma. “In particolare, sulla vicenda della Procura generale di Roma, il Tribunale ha riconosciuto che la descrizione delle dinamiche correntizie e del confronto interno al Csm sulle nomine degli incarichi direttivi rientrava nel legittimo racconto di fatti di interesse pubblico, escludendo che tale ricostruzione potesse integrare una lesione della reputazione personale di Salvi”, afferma l’ex presidente dell’Associazione magistrati. Sulla vicenda del pranzo per la nomina in Cassazione, lamenta invece, “il giudizio si è formato senza che fosse ammessa la prova testimoniale richiesta dalla mia difesa, che avrebbe consentito di dimostrare la veridicità della ricostruzione contenuta nel libro e il contesto nel quale si svolse l’incontro richiamato. Lo stesso Tribunale dà atto che la richiesta istruttoria è stata rigettata (per irrilevanza in quanto volta a “a provare fatti diversi rispetto a quanto controverso”, ndr). Per questa ragione”, conclude Palamara, “ho già conferito mandato ai miei legali di proporre appello dinanzi alla Corte d’Appello di Roma, affinché possa essere svolto un pieno accertamento dei fatti e possano essere valutati tutti gli elementi di prova”.

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Morto a 38 anni dopo la missione in Kosovo: ex militare riconosciuto vittima del dovere per possibile esposizione a uranio impoverito

6 June 2026 at 14:18

Non fu solo una malattia, ma il possibile esito di anni vissuti in scenari operativi ad alto rischio. La Corte d’Appello di Lecce ha riconosciuto lo status di vittima del dovere a un militare originario di Grottaglie, morto nel 2015 a 38 anni per una grave patologia ematologica insorta dopo la missione in Kosovo. I giudici hanno così ribaltato la decisione del Tribunale di Taranto, che in primo grado aveva respinto la richiesta dei familiari di accesso ai benefici previsti dalla normativa. Con la nuova sentenza, la Corte ha invece riconosciuto il diritto dei parenti alle provvidenze economiche, accogliendo integralmente l’appello.

Il militare aveva prestato servizio nel 9° Reggimento d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin”, prima di entrare nei ruoli della Polizia di Stato. Durante la missione internazionale nei Balcani, avrebbe operato in un contesto caratterizzato da possibile esposizione a uranio impoverito e nanoparticelle, elementi al centro delle valutazioni del collegio giudicante.

Per i giudici, proprio quel contesto operativo avrebbe avuto un ruolo concausale nell’insorgenza della patologia che ha portato al decesso. Una ricostruzione che ha consentito di riconoscere il legame tra servizio e malattia, elemento decisivo per l’applicazione dello status di vittima del dovere.

Dopo la morte del militare, i genitori avevano avviato un lungo contenzioso giudiziario per ottenere il riconoscimento dei diritti previsti dalla legge, sostenendo il nesso tra la missione all’estero e l’aggravarsi delle condizioni di salute del figlio. La vicenda è stata seguita dagli avvocati Massimo Spagnulo, Ciro Santoro e Maria Santoro, che hanno sottolineato come la sentenza confermi un principio rilevante nei casi di patologie multifattoriali: il nesso con il servizio può essere riconosciuto anche in termini di concorso di cause, quando emergano elementi significativi legati all’esposizione operativa e alle condizioni del teatro di impiego. Per la difesa, la decisione non ha solo valore giuridico ma anche umano, perché chiude una lunga battaglia dei familiari e riapre l’attenzione sulle condizioni di rischio affrontate dai militari italiani nelle missioni internazionali.

Foto di archivio

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L’ultima frontiera della mala foggiana, le bande dei bancomat: la rete delle giovani leve in azione in tutta Italia

6 June 2026 at 11:53

Neppure il tempo di arrestare una banda, che altre tornano a colpire. Tre assalti in una notte, tra il Salento e il Foggiano, a distanza di neanche ventiquattr’ore dal blitz della Procura di Foggia contro una batteria dedita ai colpi contro gli sportelli bancomat con la tecnica della marmotta. È il paradosso di un’emergenza che sembra non conoscere tregua, una fotografia che racconta più di qualsiasi statistica. Perché dietro i tre colpi consumati nelle ore successive all’operazione dei carabinieri c’è il volto di una criminalità organizzata diffusa, mobile e capace di muoversi dal Tavoliere verso ogni angolo della Penisola. Una rete che, nonostante gli arresti, continua a dimostrare una preoccupante capacità di rigenerazione. Nel Salento, tra Scorrano e Muro Leccese, sei malviventi a bordo di un’Alfa Romeo Giulietta hanno tentato di mettere a segno due azioni. Nel Foggiano, invece, quattro uomini hanno fatto esplodere lo sportello Atm della BPM di Cerignola.

Il sintomo che sono molte le cellule che continuano a muoversi con la stessa rapidità e con identiche modalità operative. Un unico cliché che troviamo anche nell’indagine della Procura di Foggia che ha portato all’arresto di sette persone, con a capo un ragazzo di soli 19 anni, tutte originarie della provincia foggiana, ritenute parte di una struttura criminale dedita agli assalti agli sportelli automatici attraverso la tecnica della “marmotta”, l’ordigno artigianale inserito nelle bocchette dei bancomat per far saltare le casseforti e impossessarsi del denaro. Secondo gli investigatori, si tratta di gruppi capaci di spostarsi per centinaia di chilometri, colpendo in Toscana, Campania e in numerose province del Centro-Sud. Un’organizzazione mobile, con basi logistiche, auto rubate o noleggiate, esplosivi, strumenti da effrazione e ruoli rigidamente definiti. Una criminalità itinerante che parte dal Tavoliere e sceglie obiettivi lontani dai luoghi di residenza per ridurre i rischi investigativi, qualcosa che ricorda l’evoluzione delle bande cerignolane specializzate negli assalti ai portavalori, da anni in azione in tutta Italia.

Nelle carte dell’inchiesta emerge la figura del diciannovenne Ivan Ameri di Borgo Mezzanone (Manfredonia), indicato come “capo, promotore e organizzatore” del gruppo. Ma anche il resto della squadra ha piu o meno la sua età. Oltre ad Ameri, il provvedimento emesso dal gip del Tribunale di Foggia colpisce Enea Dervishi, 19 anni, residente a Orta Nova; Andrea Cordisco, 20 anni, residente a Ordona; Gaetano Lopes, 51 anni, residente a Carapelle; Michele Montesano, 23 anni, residente a Orta Nova; Raffaele Cara, 27 anni, residente a Orta Nova, e Denis Cara, 20 anni, residente a Orta Nova. Le intercettazioni restituiscono la fotografia di una macchina criminale che si muove con metodo quasi militare. Il 16 gennaio, durante il viaggio verso la Toscana per l’assalto all’Atm di Quarrata, Ameri comunica a Lopes: “Ora ci siamo avviati, ci siamo messi sulla Candela (A16, ndr) che abbiamo cambiato la batteria”. Dall’altra parte arriva la risposta: “Vedete un po’ di anticipare, altrimenti dopo è un casino andare girando”. Poco prima dell’assalto, mentre Lopes monitora gli spostamenti di una pattuglia dei carabinieri, informa il gruppo: “Sono andati via, sono andati dritto”. Ameri replica: “E seguili un altro po’, vedi dove vanno”. Poi il via libera definitivo: “Va bene, tu resta in giro, perché qua hai notato com’è? È un po’ brutto”.

L’assalto va a segno e frutta quasi 30mila euro. Ma il rientro viene segnato da un controllo della polizia sull’A1. Parte del denaro viene sequestrato. “Ci hanno tolto tutto, ci hanno tolto”, racconta Ameri a Lopes. La preoccupazione è immediata: “Ma vi hanno chiesto di noi?”. La risposta è rassicurante: “No no, solo a noi ci hanno fermato”. Poco dopo arriva l’ordine più eloquente: “Spegni, butta tutto, io ora butto tutto”. Le conversazioni successive mostrano la compattezza del gruppo e la gestione condivisa delle perdite economiche. “Veramente tutto ci hanno tolto quelli?”, chiede Dervishi. Ameri risponde: “Mi dai 1.000 euro a me, 1.000 euro a lui e ora andiamo da quell’altro e ci deve dare 1.000 euro a me e 1.000 euro a lui, almeno”. Poi il commento che per gli investigatori racconta il clima interno all’organizzazione: “È un bel ragazzo questo, visto? Hai visto non mi ha fatto aprire neanche la bocca”. L’inchiesta coinvolge complessivamente 18 indagati e, secondo i carabinieri, ha consentito di prevenire almeno dieci possibili assalti tra Marche, Lazio, Campania e Puglia. Ma i tre colpi registrati nelle ore successive agli arresti raccontano una realtà che va oltre il singolo gruppo criminale. Raccontano un fenomeno radicato, capace di rigenerarsi rapidamente e di esportare il proprio modello operativo ben oltre i confini della Capitanata. È questo il dato che oggi preoccupa maggiormente gli investigatori: non soltanto la forza delle singole bande, ma l’esistenza di un know-how criminale che continua a viaggiare lungo le autostrade d’Italia, dalla provincia di Foggia fino agli sportelli bancomat di mezza penisola.

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“Trattava gli operai da schiavi, come nei film”: fermato il caporale del cantiere del Consolato Usa a Milano

6 June 2026 at 10:26

Era pronto alla fuga con un pullman e per questo motivo c’è un secondo uomo fermato per caporalato nell’inchiesta della Procura di Milano sullo sfruttamento dei manovali indiani pagati 1,50 euro l’ora nel cantiere del nuovo Consolato statunitense, realizzato da Caddell Construction, in piazzale Accursio nel capoluogo lombardo. Nella notte fra venerdì e sabato il pubblico ministero Paolo Storari ha disposto il fermo di Aji Appukuttan, il 51enne indiano che nelle testimonianze degli operai migranti raccolte dal Nucleo ispettorato lavoro dei carabinieri viene definito il “cane da guardia” della multinazionale americana delle costruzioni ed è ritenuto dagli inquirenti il “caporale operativo” e l’intermediario del sistema di “sfruttamento” scoperto.

È accusato di aver imposto ad almeno 50 lavoratori l’apertura di un conto corrente in Italia, attraverso la firma su pratiche in una lingua a loro sconosciuta, con cui ogni mese sarebbero stati prelevati automaticamente i 500 euro sottratti alla busta paga per remunerare l’alloggio nei Residence le Groane e Residence Ripamonti destinati agli immigrati giunti in Italia con la formula distacco intra-societario internazionale che invece prevede l’obbligo di garantire vitto e alloggio ai lavoratori impiegati all’estero. Così come è sempre Appukuttan, come viene indicato nei verbali, ad aver imposto il pagamento dei 350 euro mensili in “contanti” per il “pranzo e la cena” da consumare in cantiere durante i lavori edili della maxi struttura diplomatica. Lo avrebbe fatto con “reiterate minacce di licenziamento e rimpatrio” in India, in particolare nei confronti di chi, dopo essersi infortunato, avrebbe chiesto di “potersi assentare” per il “riposo”. Intimidazioni, come quella di “essere rispediti” nella nazione asiatica, che costano al 51enne l’accusa di caporalato aggravato.

“Da quello che ho visto con i miei occhi in tante occasioni, tratta gli operai indiani come schiavi, come si vede nei film che parlano degli schiavi. Io quando vedevo quelle scene in cui trattava male gli operai gridando e mandandoli via chiedevo a qualche operaio che parla inglese cosa avesse detto, mi rispondevano che li aveva minacciati dicendo che li avrebbe licenziati e mandati in India”, ha detto un testimone dell’inchiesta, il cui verbale è riportato nel decreto di fermo di Appukuttan. Ha detto di non conoscere tutti i “nomi” dei lavoratori coinvolti (con picchi di 500 persone in cantiere) ma “tutti quelli con cui ho parlato mi dicevano di avere paura di lui”. Il 51enne avrebbe tenuto i “contatti con la società indiana che li porta in Italia e da quello che mi hanno detto pagano soldi per venire”, circa 500mila rupie (5-6mila euro) per ottenere il permesso di soggiorno per motivi di lavoro. L’uomo in Italia “li spaventa” e “quando è successo che alcuni di loro hanno protestato o per qualsiasi problema tra Caddell e gli operai” lui si sarebbe occupato della risoluzione dei problemi. Il testimone ha fornito agli inquirenti ulteriori informazioni sul sistema di sfruttamento dietro il progetto di rigenerazione urbana dei 40mila metri quadrati dell’ex Tiro a segno che potrebbero portare a sviluppi giudiziari nelle prossime settimane.

Il fermo, che dovrà essere convalidato dal gip, è stato disposto per il pericolo di fuga dell’indagato che inoltre si sarebbe adoperato per tentare di depistare l’inchiesta: a partire dal 29 maggio, quando i carabinieri hanno dato esecuzione al decreto di controllo giudiziario d’urgenza nei confronti della società statunitense indagata per la legge 231, Appukuttan avrebbe “inviato” messaggi “nella chat di gruppo” degli operai “intimando di non parlare e di non riferire all’esterno quanto accadeva in cantiere” e chiedendo di sapere cosa avessero riferito sulla sua figura. Lo stesso giorno avrebbe cambiato il “domicilio” in Italia, allontanandosi dal precedente alloggio di Garbagnate, nel Milanese.

“Voleva scappare dall’Italia – ha messo a verbale un operaio 41enne in una delle testimonianze – solo che ha capito che con l’aereo è pericoloso così si sta organizzando con la Caddell per farlo scappare via”. “Sono a conoscenza – ha aggiunto – del fatto che gli operai indiani hanno parlato di lui da voi. Vogliono fargli prendere un pullman o qualche altro mezzo che non si può controllare, perché sanno che al 100% se prende l’aereo lo scoprite e lo potete arrestare”. Nei giorni scorsi era stato fermato all’aeroporto di Orio al Serio Ulas Demir, il cittadino turco indagato come manager di Caddell Construction nella sede secondaria italiana. Aveva acquistato un volo per Istanbul il giorno dopo il commissariamento d’urgenza dell’azienda. Elemento che, assieme alle intercettazioni telefoniche, ha fatto ipotizzare il pericolo di fuga alla base del provvedimento. Il fermo è già stato convalidato dal gip di Bergamo che ha disposto un’ordinanza di custodia cautelare.

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Uccise il padre per difendere la madre: Makka Sulaev assolta in appello per legittima difesa, ribaltata la condanna a 9 anni

5 June 2026 at 18:45

La Corte d’Assise d’appello di Torino ha assolto per legittima difesa Makka Sulaev, la ventenne processata per aver ucciso il padre con due coltellate a Nizza Monferrato, in provincia di Asti, il 1 marzo 2024, nel corso dell’ennesima lite familiare. “Non volevo ucciderlo, volevo difendere mia madre” dichiarò la ragazza. La decisione ribalta integralmente la sentenza di primo grado, che l’8 marzo 2025 aveva condannato la giovane a nove anni e quattro mesi di reclusione. La Corte ha disposto anche la sua immediata liberazione. Fino alla sentenza d’appello, Sulaev era sottoposta all’obbligo di firma. La giovane era stata arrestata pochi giorni dopo i fatti e successivamente collocata in una comunità protetta, dove ha potuto proseguire il percorso di studi.

La vicenda si inserisce in un contesto familiare segnato, secondo quanto emerso in dibattimento, da episodi di violenza domestica e maltrattamenti ripetuti. Il giorno dell’omicidio, secondo la ricostruzione processuale, l’uomo, Akhyad Sulaev, avrebbe aggredito la moglie durante l’ennesima lite in casa. La figlia sarebbe intervenuta per difenderla, interponendosi tra i genitori. Durante il processo d’appello è stato acquisito anche un audio registrato da uno dei figli minori con un tablet, che ha documentato le fasi della lite e che è stato ascoltato in aula. Elemento che, insieme alle altre risultanze istruttorie, ha contribuito alla rivalutazione complessiva del quadro probatorio.

In primo grado, il tribunale di Alessandria aveva escluso la legittima difesa, ritenendo non sussistenti i presupposti per applicarla e contestando anche profili di eccesso nella reazione della giovane. La sentenza d’appello, invece, ha riconosciuto la sussistenza della scriminante, ricostruendo il gesto della ventenne all’interno di una situazione di aggressione in atto e di vulnerabilità familiare. Nel corso del dibattimento, il procuratore generale aveva chiesto la conferma della condanna, sostenendo che non si potesse invocare la legittima difesa e richiamando il principio del divieto di autotutela. La difesa ha invece insistito sulla condizione di violenza domestica continuativa, sottolineando la posizione di soggetto vulnerabile della giovane e la dinamica dell’aggressione in corso.

“È stata stravolta la sentenza di primo grado”, ha dichiarato il difensore della ragazza, evidenziando come il giudizio d’appello abbia ribaltato l’impostazione accusatoria iniziale. La procura generale potrebbe ora valutare un ricorso in Cassazione, mentre si attendono le motivazioni della decisione. La vicenda giudiziaria si chiude per ora con l’assoluzione della giovane, che al momento della lettura della sentenza era in aula ed è scoppiata in lacrime. Per lei si apre ora una nuova fase personale, anche sul piano degli studi, con l’esame di maturità imminente e il progetto di iscriversi a Medicina.

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Voto di scambio con aggravante mafiosa, rinviato a giudizio l’ex capo di gabinetto di Toti in Regione Liguria

5 June 2026 at 18:15

Matteo Cozzani, ex capo di gabinetto di Giovanni Toti, è stato rinviato a giudizio per corruzione elettorale con l’aggravante dell’agevolazione mafiosa, nell’ambito della maxi-inchiesta della Procura di Genova che nel maggio 2024 portò all’arresto per corruzione dell’allora governatore della Liguria (uscito dal processo con un patteggiamento). L’accusa riguarda presunti pacchetti di voti arrivati dalla comunità originaria di Riesi (Caltanissetta), residente nel quartiere genovese di Certosa, a candidati della lista Toti alle elezioni regionali del 2020, ottenuti secondo l’accusa in cambio di promesse di posti di lavoro da parte di Cozzani (già sindaco di Portovenere, in provincia della Spezia).

Il giudice per l’udienza preliminare di Genova, Giorgio Morando, ha ordinato il processo (che comincerà il 16 settembre) anche per altri 11 imputati: l’aggravante mafiosa è contestata anche ai gemelli Arturo e Italo Testa, rappresentanti della comunità riesina, e all’ex sindacalista della Cgil Venanzio Maurici, ritenuto il referente genovese del clan Cammarata di Cosa Nostra. Il consigliere regionale Stefano Anzalone e l’ex candidato della lista Toti Domenico Cianci dovrannno invece rispondere di corruzione elettorale semplice.

Venerdì l’udienza preliminare è stata rinviata a novembre per la decisione sulla richiesta di messa alla prova di sei imputati. Stralciata la posizione dell’ex segretario generale dei porti di Genova e Savona Paolo Piacenza (oggi presidente dell’autorità di sistema portuale dei mari Tirreno meridionale e Ionio), accusato di omessa denuncia per l’occupazione abusiva di alcune aree portuali da parte dell’imprenditore Aldo Spinelli: gli atti sono stati trasmessi ai pm che dovranno emettere nei suoi confronti un decreto di citazione diretta a giudizio.

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Andrea Purgatori, rinviati a giudizio quattro medici per la morte del giornalista: accusati di omicidio colposo

5 June 2026 at 16:28

Quattro medici sono stati rinviati a giudizio per la morte di Andrea Purgatori, giornalista e autore tv scomparso nel luglio del 2023. La gup di Roma, Paola Petti, ha preso la decisione dopo una lunga udienza in cui sono state sentite tutte le parti coinvolti. I sanitari sono accusati di omicidio colposo.

La giudice ha anche autorizzato la citazione come responsabili civili delle due strutture sanitarie in cui Purgatori è stato ricoverato prima del decesso.

Secondo l’accusa i quattro medici avrebbero commesso degli errori diagnostici e terapeutici. I medici coinvolti sono il radiologo Gianfranco Gualdi, il suo assistente Claudio Di Biasi e la dottoressa Maria Chiara Colaiacomo, entrambi appartenenti alla sua equipe, e il cardiologo Guido Laudani. Il processo avrà inizio il prossimo 12 gennaio. Il tribunale ha anche ammesso nel processo una compagnia assicurativa e riconosciuto ai familiari del giornalista il diritto di costituirsi parte civile.

Gli inquirenti contestano ai medici “imperizia, negligenza e imprudenza” nelle cure del giornalista morto a causa di una endocardite infettiva. Una sequenza di errori e diagnosi sbagliate iniziata, secondo l’accusa, con l’esame di risonanza magnetica dell’8 maggio 2023, non refertato correttamente.

“Massima soddisfazione per il rinvio a giudizio di tutti gli imputati e delle cliniche private. Una decisione che conferma la convinzione che nella gestione sanitaria di Andrea Purgatori siano stati commessi a diversi livelli gravi errori”, ha commentato l’avvocato Alessandro Gentiloni Silveri, legale dei familiari del giornalista.

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Strage di Crans, spunta una fattura sospetta sulla schiuma che alimentò il rogo: Jessica Moretti indagata anche per falso

5 June 2026 at 15:50

A cinque mesi dalla tragedia del Constellation, l’inchiesta giudiziaria sul devastante incendio che nella notte di Capodanno ha provocato 41 morti e oltre cento feriti si arricchisce di un nuovo capitolo. Jessica Moretti, proprietaria insieme al marito Jacques del locale di Crans-Montana andato distrutto dalle fiamme, è ora indagata anche per falsità in documenti. La nuova contestazione formulata dalla Procura di Sion non riguarda direttamente le cause dell’incendio ma un documento considerato dagli inquirenti di particolare rilevanza: la fattura relativa all’acquisto della schiuma fonoassorbente che, secondo le ricostruzioni investigative, avrebbe preso fuoco provocando il rapidissimo propagarsi delle fiamme all’interno del sotterraneo del locale.

Secondo gli accertamenti effettuati dagli investigatori svizzeri, il documento presenterebbe anomalie tali da far ipotizzare una falsificazione. Gli inquirenti parlano di alterazioni riconoscibili, modifiche macroscopiche e incongruenze che riguarderebbero persino gli elementi fiscali riportati nella fattura. Il documento, che risulterebbe formalmente emesso da una società tedesca, porta la data del 3 settembre 2015 e indica un importo di 13.464 euro. Tuttavia, secondo la Procura, la fattura conterrebbe elementi incompatibili con la sua presunta origine. Tra questi, la presenza di un’aliquota Iva corrispondente a quella applicata in Francia e non in Germania, particolare che ha contribuito a far nascere i sospetti degli investigatori.

L’ipotesi investigativa è che il documento possa essere stato modificato per ragioni fiscali. Al momento, secondo quanto emerge dagli ambienti giudiziari, non vi sarebbero elementi che colleghino direttamente la presunta falsificazione alla dinamica dell’incendio. Tuttavia, per gli inquirenti il caso assume particolare rilevanza poiché riguarda proprio il materiale che si trova al centro dell’indagine tecnica sulle cause della tragedia.

La nuova accusa

La nuova accusa è emersa nella giornata in cui, a Sion, si è svolta la prima grande udienza di confronto tra Jacques e Jessica Moretti e le numerose parti civili coinvolte nel procedimento. I due coniugi sono arrivati poco dopo le otto del mattino a bordo di un veicolo della polizia senza contrassegni e hanno raggiunto l’edificio universitario dove si stanno svolgendo le audizioni. Si tratta della prima occasione in cui la coppia compare insieme davanti agli investigatori e agli avvocati delle vittime dopo le audizioni separate tenute nei mesi scorsi. L’attesa era particolarmente alta, non soltanto per il peso emotivo dell’incontro ma anche perché molte famiglie sperano di ottenere finalmente chiarimenti su aspetti che continuano a rimanere oscuri.

Tra i più duri nei confronti degli indagati c’è l’avvocato Romain Jordan, che assiste numerose famiglie delle vittime ed è stato incaricato anche dal Governo italiano di rappresentare gli interessi delle famiglie italiane coinvolte nella tragedia. “È stata indagata per una fattura falsa, non una fattura qualsiasi ma la fattura relativa all’acquisto della schiuma”, ha dichiarato il legale all’ingresso dell’udienza. “Ci chiediamo quando inizieremo a ricevere dichiarazioni sincere senza doverci confrontare con documenti falsi. Dove si trova il rispetto per le vittime? Stiamo perdendo un tempo prezioso e facendo giri inutili. Ora bisogna andare avanti e gli indagati devono collaborare”. Parole che riflettono il crescente malcontento delle famiglie, molte delle quali lamentano un atteggiamento considerato poco trasparente da parte dei proprietari del locale. Anche Alfredo Zampogna, legale dei genitori di Chiara Costanzo, una delle vittime italiane del rogo, ha espresso forti perplessità sulla documentazione esaminata dagli investigatori. Secondo l’avvocato, le modifiche presenti nella fattura apparirebbero evidenti e riconducibili ad alterazioni probabilmente apocrife.

Per Antonio Bana, che assiste la famiglia Barosi, la nuova contestazione rappresenta un elemento che potrebbe incrinare ulteriormente la posizione difensiva dei proprietari del locale. «Si stanno evidenziando delle piccole crepe», ha commentato il legale.

La madre della vittima

L’udienza si è svolta in un clima di forte tensione emotiva. Tra i presenti vi era anche Laetitia Brodard-Sitre (al centro della foto), madre di Arthur, il ragazzo di 16 anni morto nel disastro. La donna si è presentata vestita di bianco, con una fotografia del figlio appuntata sul petto. Le sue parole hanno rappresentato uno dei momenti più toccanti della giornata. “Ho perso mio figlio Arthur. Per questo oggi sono vestita di bianco e porto la sua foto sul cuore”, ha detto visibilmente commossa. “Ci sono stati 41 angeli che se ne sono andati. Ci sono ancora 115 feriti, alcuni ricoverati in terapia intensiva, gravemente ustionati, alcuni ancora in shock settico e in condizioni tali da non essere più riconoscibili”. Arthur era considerato una promessa del calcio giovanile svizzero e militava nell’FC Lutry, società del Canton Vaud.

La madre ha spiegato di essere presente non soltanto per lui ma anche per il fratello Benjamin e per tutte le famiglie che continuano a convivere quotidianamente con le conseguenze della tragedia. “Abbiamo bisogno di risposte – ha affermato – Sono passati cinque mesi. In questo periodo abbiamo scoperto molte cose ma voglio ancora capire quale fosse lo stato d’animo di Jacques e Jessica Moretti”. Le aspettative delle parti civili sono elevate, anche se alcuni legali invitano alla prudenza.

L’avvocato Gilles-Antoine Hofstetter ha sottolineato come la natura stessa dell’udienza possa limitare la spontaneità delle dichiarazioni rese dagli indagati. Secondo il legale, il fatto che Jacques e Jessica Moretti vivano insieme rende inevitabile ipotizzare che abbiano avuto modo di confrontarsi ampiamente sulla strategia difensiva e sulla ricostruzione dei fatti. “Siamo all’Everest della collusione”, ha osservato, precisando comunque che si tratta di una situazione del tutto normale per una coppia sposata. L’inchiesta continua intanto a coinvolgere un numero crescente di persone.

La chat sulle candele

Il corteo pirotecnico, andato in scena tante volte al Constellation, prima di Capodanno, non sarebbe stata un’iniziativa ‘spontanea’ dei giovani dipendenti del locale, ma una pratica dettagliatamente organizzata dalla stessa Jessica Moretti come sarebbe emerso oggi durante l’interrogatorio dei proprietari del locale, a cui sono stati fatti sentire degli audio tratti da una chat di Whatsapp in cui la titolare dà precise istruzioni ai camerieri sulla coreografia. Compresi due audio di questo tenore: “Avrei gradito che si facesse” o “potreste farlo”. Questi documenti, che hanno portato Jessica alle lacrime in ricordo della giovane Cyanne Panine, la ragazza che era stata indicata come colei che aveva inconsapevolmente generato l’incendio ed è poi deceduta, contrastano con la versione sempre sostenuta dagli imprenditori francese. “Non abbiamo mai obbligato nessuno”, ha ribadito oggi la donna. “Era una consuetudine, – ha ammesso – ma quando si svolgeva la sfilata c’erano sempre due camerieri che erano preparati a gestire la situazione”.

Il punto sulle indagini

Attualmente sono quattordici gli indagati nell’ambito del procedimento penale aperto dalla magistratura svizzera per omicidio colposo, lesioni personali per negligenza e incendio colposo. Tra loro figurano non soltanto i proprietari del locale ma anche funzionari pubblici, dipendenti comunali ed ex amministratori che, a vario titolo, avrebbero avuto responsabilità nei controlli e nelle autorizzazioni legate all’attività. Jacques Moretti era stato arrestato il 9 gennaio scorso e successivamente rimesso in libertà il 23 gennaio dopo il pagamento di una cauzione di 200 mila franchi svizzeri. Ora la nuova contestazione per falso documentale apre un ulteriore fronte giudiziario che rischia di complicare ulteriormente una vicenda già estremamente complessa.

Sul piano processuale la presunta falsificazione della fattura potrebbe non avere un impatto diretto sull’accertamento delle responsabilità per l’incendio. Sul piano investigativo e simbolico, però, il documento assume un peso molto diverso. Per le famiglie delle vittime rappresenta infatti un nuovo elemento che alimenta dubbi sulla trasparenza della ricostruzione finora fornita dai proprietari del locale. Ed è proprio questo il punto che emerge con maggiore forza dalla lunga giornata di Sion: mentre la magistratura continua a cercare le responsabilità della tragedia che ha sconvolto la Svizzera e gran parte dell’Europa, le famiglie delle 41 vittime chiedono soprattutto una cosa: la verità.

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