10h.Uber da Droga. FPJ surpresa com caso de Jorge Fonseca



A GNR deteve, na segunda-feira, um homem suspeito de tráfico de droga no concelho de Guimarães, foi hoje anunciado.
Em comunicado, a GNR refere a detenção ocorreu na cidade do Porto, após o cumprimento a quatro mandados de busca domiciliária, um de busca não domiciliária e cinco buscas em veículo.
O suspeito foi detido em flagrante delito e foram apreendidos 16,28 gramas de MDMA, uma pistola de calibre 6,35, 70 euros em numerário, dois telemóveis, um revólver de alarme, uma pistola de alarme, uma caixa de munições de 22mm, cinco cartuxos de caçadeira de calibre 12mm, um colete balístico, diversas munições de diferentes calibres, diversos artigos de pirotecnia, diversas peças de fardamento das forças de segurança (PSP e Guarda Prisional), diversos logótipos exclusivos das forças de segurança, uma luz de emergência (pirilampo) de uso exclusivo das forças de segurança e duas box de IPTV.

O detido foi libertado e os factos foram comunicados ao Ministério Público de Vila Nova de Famalicão.
A ação foi levada a cabo pelo Núcleo de Investigação Criminal (NIC) de Guimarães e contou com o apoio da estrutura da Investigação Criminal do Comando Territorial de Braga bem como da PSP do Porto.
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© FOTOILUSTRAÇÃO INÊS CORREIA / OBSERVADOR

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La scoperta ha sorpreso anche i carabinieri. In un’area impervia di Niscemi (Caltanissetta), sottoposta a interdizione dopo la frana del gennaio scorso, c’era una intera piantagione di piante di papavero da oppio. I militari dell’Arma hanno trovato una coltivazione di circa 720 piante di Papaver somniferum.
Il ritrovamento è avvenuto nel corso di un’operazione condotta dai militari dello squadrone eliportato Cacciatori Sicilia, con il supporto dei carabinieri della Stazione locale. La zona, caratterizzata da fitta vegetazione e condizioni di difficile accesso, è risultata completamente isolata e rientra tra quelle interdette per motivi di sicurezza legati al dissesto del terreno.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, le piante si trovavano in avanzato stato di maturazione e sarebbero servite alla produzione di sostanze stupefacenti. I carabinieri hanno denunciato alla Procura di Gela un uomo di 57 anni e una donna di 48 anni, entrambi residenti a Niscemi, ritenuti responsabili della coltivazione. Su disposizione dell’autorità giudiziaria, l’intera piantagione è stata sequestrata.
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© ANTÓNIO PEDRO SANTOS/LUSA

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Uma Embarcação de Alta Velocidade (EAV), alegadamente utilizada por organizações dedicadas ao tráfico de droga por via marítima, foi apreendida a sul de Faro, enquanto outras duas escaparam às autoridades, revelou hoje a Autoridade Marítima Nacional (AMN).
Após um alerta recebido para «a existência de uma EAV imobilizada em águas oceânicas a sul de Faro», elementos do Comando Regional da Polícia Marítima do Sul, com o apoio do Destacamento de Abordagem dos Fuzileiros, da Marinha, e em cooperação com a Polícia Judiciária, realizaram ações de vigilância e fiscalização na costa, lê-se em comunicado.
Durante a aproximação dos meios das autoridades, explica a AMN, «foram identificadas outras duas embarcações nas proximidades que, ao aperceberem-se da presença policial, iniciaram uma fuga a alta velocidade».
«De imediato, foi realizada uma perseguição marítima, durante a qual as embarcações suspeitas efetuaram diversas manobras evasivas com o objetivo de evitar a interceção. Apesar dos esforços desenvolvidos pelos meios empenhados, não foi possível intercetar estas EAV», relatam as autoridades.
A embarcação inicialmente detetada foi apreendida e rebocada.
«Estas ações enquadram-se no esforço contínuo da Polícia Marítima para combater a utilização da costa portuguesa como plataforma logística para atividades criminosas transnacionais», referem as autoridades.
A Polícia Marítima mantém um «elevado nível de vigilância e prontidão operacional», recorrendo a meios navais, equipas especializadas e à cooperação permanente com outras entidades nacionais e internacionais, «reforçando a capacidade de deteção, acompanhamento e interceção de embarcações suspeitas associadas ao tráfico de droga».
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A quasi vent’anni dalla strage di Erba e a oltre un anno dalla definitiva chiusura del capitolo giudiziario della revisione, c’è ancora chi continua a cercare negli archivi, nelle intercettazioni e nei fascicoli paralleli elementi che possano riaprire il caso che costò la vita a Raffaella Castagna, al piccolo Youssef Marzouk, a Paola Galli e a Valeria Cherubini. L’ultima iniziativa arriva da Abdi Kais, indicato dalla difesa dei coniugi Romano come un possibile “supertestimone” nell’ambito delle iniziative volte a rimettere in discussione la ricostruzione della strage.
Attraverso il suo legale Vito Daniele Cimiotta, Kais si è rivolto direttamente al ministero della Giustizia chiedendo un intervento per ottenere copia di atti investigativi e intercettazioni contenuti in un fascicolo relativo a un’inchiesta sul traffico di stupefacenti del 2007-2008 che coinvolgeva lui stesso e la famiglia Marzouk. Secondo il difensore, nonostante ripetute richieste, la documentazione non sarebbe ancora stata resa disponibile dalla cancelleria del Tribunale di Como.
L’obiettivo dichiarato è verificare se in quel materiale possano emergere elementi utili a un ulteriore riesame del massacro compiuto l’11 dicembre 2006, il cui unico sopravvissuto, Mario Frigerio, diventò testimone nei processi che portano alla condanna Roba Bazzi e il marito Olindo. Abdi Kais, che era stato diventato di Azouz Marzouk, aveva dichiarato l’uomo gli disse, in sostanza, “sono tanto preoccupato per mia moglie e mio figlio. Quando esci dacci un occhio tu, per favore”. Gli atti d’indagine e le intercettazioni richiesti “potrebbero contenere elementi di interesse investigativo e risultare utili nell’ambito delle iniziative volte a riesaminare il caso della strage di Erba” ha spiegato il legale.
La richiesta si inserisce però in un contesto processuale che appare difficilmente aggirabile. La revisione del processo, infatti, è già stata chiesta, discussa e respinta. Per mesi la Corte d’Appello di Brescia ha esaminato le istanze presentate dalla difesa e dall’allora sostituto procuratore generale di Milano Cuno Tarfusser (censurato dal Csm e smentito dai giudici per questo, ndr), arrivando a dichiararle inammissibili. Decisione successivamente confermata dalla Corte di Cassazione con una sentenza che ha posto un ulteriore sigillo sul caso ribadendo i “riscontri innumerevoli e minuziosi” e le “prove solide” con i due condannati.
Una sentenza “costituita da un tessuto logico-giuridico di notevole solidità non solo per la forza espressa da ognuna delle principali prove acquisite in ragione della loro autonoma consistenza (“confessione dei due imputati, ancorché ritrattata, ammissione di colpa riportata in appunti manoscritti e in scritti diretti a terzi, deposizione dibattimentale dell’unico testimone oculare, Frigerio, presenza di traccia ematica riconducibile a Valeria Cherubini sull’auto di Romano”), ma – scrivevano un anno fa gli ermellini nelle motivazioni – anche per la presenza di innumerevoli e minuziosissimi elementi di riscontro”.
Non si tratta soltanto di una condanna passata in giudicato. Nel caso di Olindo Romano e Rosa Bazzi si è avuta una convergenza assoluta tra i diversi gradi di giudizio. La sentenza di primo grado, quella d’appello, il vaglio della Cassazione e, da ultimo, il procedimento di revisione celebrato davanti ai giudici di Brescia hanno tutti confermato la responsabilità penale dei due coniugi. Le prove ritenute decisive dai giudici sono state sottoposte per anni a un duplice controllo: scientifico e giuridico. Dalle confessioni, poi ritrattate, alle dichiarazioni dell’unico sopravvissuto Mario Frigerio, fino agli elementi materiali e ai molteplici riscontri valorizzati nelle sentenze. Un patrimonio probatorio che ha superato ogni verifica prevista dall’ordinamento.
Questo non significa che la ricerca della verità debba arrestarsi per principio o che il sistema delle impugnazioni straordinarie non debba essere utilizzato quando emergano elementi realmente nuovi. La revisione esiste proprio per evitare errori giudiziari. Ma altra cosa è trasformare ogni sentenza definitiva in un punto di partenza per una contestazione senza fine, alimentata da ipotesi già esaminate e respinte nelle sedi competenti. Negli ultimi anni il caso Erba – e il pensiero non può non andare alla nuova indagine sul delitto di Garlasco – è diventato anche il simbolo di una tendenza più ampia: quella di sottoporre il giudicato a un processo mediatico permanente. Un fenomeno che ha trovato sponde in campagne televisive, ricostruzioni alternative e iniziative personali, come quelle portate avanti dallo stesso Tarfusser anche dopo il rigetto della revisione e nonostante le ripetute bocciature ricevute nelle sedi giudiziarie.
Resta naturalmente il diritto di chiunque di avanzare istanze, chiedere documenti e proporre nuove verifiche. Ma resta anche un dato che troppo spesso finisce sullo sfondo del racconto pubblico: nel nostro ordinamento le sentenze non sono opinioni. Sono il risultato di processi celebrati nel contraddittorio delle parti, davanti a giudici diversi e sottoposti a molteplici controlli. Nel caso della strage di Erba, dopo quasi vent’anni di indagini, processi, appelli, ricorsi e richieste di revisione, tutte le decisioni assunte dalle autorità giudiziarie sono andate nella stessa direzione. Continuare a presentare il caso come un mistero irrisolto significa ignorare una realtà processuale che, piaccia o meno, appare tra le più solide e scrutinata della recente storia giudiziaria italiana.
Ecco quali sono i riscontri e le prove che hanno portato all’ergastolo. Le intercettazioni, le due confessioni, il Dna, la testimonianza del sopravvissuto, gli appunti su una Bibbia. Per i giudici le intercettazioni dei due coniugi, finiti immediatamente nel mirino degli investigatori, “esprimevano un pensiero che suonava quasi come una confessione“. Il 20 dicembre 2006, a nove giorni dalla mattanza nella Palazzina del Ghiaccio di via Diaz, moglie e marito sono in macchina perché già pensano di essere sotto osservazione e dicono: “Perché non mettono sotto torchio lui ed i suoi amici marocchini …. Però quando noi andavamo dai carabinieri che dicevamo quello che succedeva … va se alzavano il culo e venivano giù … eh se loro alzavano il culo non succedeva …. “. Per i magistrati – che hanno individuato negli scontri condominiali tra i coniugi e Raffaella il movente degli omicidi premeditati – Bazzi e Romano spiegano già con quelle parole di aver agito e perché. Il giorno prima del fermo, eseguito l’8 gennaio, i due erano convocati e la donna dice: “… è andata male eh?” … non hai paura? … ” aggiungendo “… io ho paura… come quella sera che siamo andati a Como … “.
Alla base del fermo all’epoca c’era stata la traccia di Dna rilevata nella Seat Arosa della coppia e la testimonianza di Mario Frigerio. Il sangue, non visibile a occhio nudo, venne repertato sull’auto sul battitacco del conducente insieme ad altre tre tracce che non erano sangue. Una “traccia di alta qualità, perché il Dna di quella traccia è strato tratto da sangue vicino al sangue puro, senza particolari fattori degradanti” scrivono i giudici nelle motivazioni della sentenza di primo grado citando le parole del perito. Era sangue di Valeria Cherubini, la moglie di Frigerio che fu trovata morta al secondo piano, dopo essersi trascinata. Come era finita quella traccia di sangue puro nell’auto dei coniugi? Il processo ha risposto anche a questa domanda: non per contaminazione come ipotizzato, ma semplicemente perché era sul corpo di Olindo Romano che sul punto aveva risposto al pm che gli chiedeva del sangue: “Ma non dai piedi, per me ce l’avevo in testa. Sì, perché il resto mi ero cambiato tutto. Io quella sera … ho cambiato anche le calze, e quelle macchie … erano sotto le calze e sotto i pantaloni, e quindi le cose che ho perso in macchina, le ho perse sicuramente dai capelli… “.
I magistrati sottolineano come non sono state trovate tracce residue di sangue nel cortile subito dopo la strage, il fuoco (i due appiccarono anche un incendio), l’acqua utilizzata dai vigili del fuoco intervenuti “ha reso vano ogni tentativo di rinvenire orme, impronte digitali o tracce ematiche a partire dal portoncino di ingresso della palazzina del ghiaccio … Ed allora non resta che concludere che gli imputati possono essere stati contaminati da quella traccia di sangue solo la notte stessa della strage, e solo per essere stati proprio sulla scena del delitto, e questo prima che il fuoco e gli interventi dei primi soccorritori devastassero l’ambiente”.
Appena fermati marito e moglie negarono, ma il 10 gennaio confessarono e poi confermarono due giorni dopo davanti al giudice per le indagini preliminari. “Io vi racconto tutta la verità adesso, poi qualche piccolo particolare poi dopo, lo rivediamo magari dopo perché … Niente quella sera lì eravamo in due, e io ero fuori che fumavo e mia moglie era in casa. Quando è arrivata la Castagna con la macchina del padre e la figlia e il nipote, io ero già fuori. Mia moglie è uscita, le abbiamo lasciate salire e nell’andare in là abbiamo messo i guanti, tutti e due, i guanti di tela bianca … Siamo entrati prima io e mia moglie penso che ce l’avevo subito dietro, ho colpito la Raffaella subito, ho colpito la madre subito e mia moglie è corsa dal bambino. Poi, mia moglie è ritornata e mi ha dato una mano a finire la mamma della Raffaella, poi siamo passati sulla Raffaella ed abbiamo finito anche lei …. ”.
“L’ho colpito alla gola e poi io mi ricordo che è rimasto lì per terra ecco. Poi c’era mia moglie lì da parte sulla signora Valeria, e so che sono andato là con il coltellino a dargli una o due coltellate sulla testa, adesso non so se era una o se erano due. Ecco, e questo è quello che mi ricordo io…”. Rosa racconta, rispondendo alle domande del pm, come ha preso il bambino, come l’ha colpito mentre era sul divano dopo avergli stretto la faccia in una mano. Perché l’ha ucciso? “Perché piangeva e mi dava fastidio, mi aumentava il mal di testa quando sentivo … , e allora l’ho preso”. I colpi? “Uno” da sinistra a destra alla gola da lei che è mancina.
“Dunque non una, ma due confessioni assolutamente spontanee, in nessun modo coartate – scrivono nelle motivazioni i giudici – impossibili da concertare nei dettagli eppure assolutamente complementari, confessioni rilasciate ai Pubblici Ministeri a soli due giorni dal fermo, in data 10.1.2007. Ma non è tutto, perché sia Romano Olindo che Bazzi Rosa, ad ulteriori due giorni di distanza, davanti al Gip, il 12.1.2007, ancora una volta entrambi, senza avere peraltro avuto modo di consultarsi, ribadiscono le rispettive ammissioni di colpa. Ed anche questa volta, val davvero la pena di sottolinearlo senza fare assolutamente alcun accenno alle presunte pressioni subite”. A fronte di racconti particolareggiati e perfettamente complementari ai risultati delle indagini, all’inizio dell’udienza preliminare il 28 febbraio 2008, Romano con una breve dichiarazione, Bazzi con 29 parole su un foglietto scritto a mano dicono di essere innocenti e di aver confessato per non essere separati.
I due coniugi avevano confessato circostanze ancora non verificate dagli investigatori e conoscevano particolari che solo chi aveva portato a termine la strage poteva sapere. Entrambi hanno raccontato come è morta Valeria Cherubini. Gli stessi inquirenti all’inizio pensavano che l’aggressione alla donna si fosse conclusa nel suo appartamento dove era stata ritrovata. Mentre sono stati i due coniugi a rivelare, “cosa che poi è stata confermata da tutte le risultanze processuali – scrivono i giudici in sentenza – che l’aggressione si era conclusa sul pianerottolo del piano sottostante e che, quindi, era stata la donna da sola a riuscire a trascinarsi sino al suo appartamento”. C’è il particolare dei cuscini ritrovati vicino i corpi di Raffaella e della madre, usati per soffocare i lamenti. Particolare che non erano noto a nessuno e che all’inizio neanche gli inquirenti avevano preso in considerazione, eppure Rosa Bazzi ne parla e dice come e perché li ha usati.
È agli atti del processo una lettera che nell’aprile del 2007 la coppia fece arrivare a un religioso: “Non ci siamo ancora resi conto di ciò che abbiamo fatto. Il perdono, il pentimento, si contrappongono all’odio e alla rabbia, alle umiliazioni subite in questi anni, la nostra colpa, la responsabilità di chi poteva evitare tutto questo e non lo ha fatto”. Ci sono poi gli appunti di Romano sulla Bibbia che gli fu regalata dal cappellano del carcere durante i primi mesi di detenzione. Anche questi scritti sono agli atti “… accogli nel tuo regno il piccolo Youssef, la sua mamma Raffaella, sua nonna Paola e Cherubini Valeria a cui noi abbiamo tolto il tuo dono, la vita … ” e poi ” … oggi a colloquio con la mia vita mi ha raccontato che sono alcune notti che vede Raffaella davanti alla branda come quella sera col sangue che le scende sul volto ed i colpi che gli ho inferto quando l’uccidemmo … ” e sotto il commento:” … stiamo scontando la nostra pena per causa tua e della tua famiglia … “. In altri appunti il rancore verso le vittime, verso il padre di Raffaella Castagna “… Dio lo ha punito, un uomo che si rifugia in chiesa, cattolico per interesse. Sapeva tutto e non ha fatto niente per evitare una strage annunciata … “; verso Mario Frigerio e Valeria Cherubini: “… dovevano farsi i cazzi suoi … “.
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VTM
Três das detenções estão relacionadas com suspeitas de tráfico de estupefacientes e uma resultou do cumprimento de um mandado de detenção internacional.
A primeira ocorrência teve lugar no dia 5 de junho, em Mirandela, onde agentes da PSP deram cumprimento a um mandado de detenção internacional emitido por suspeitas da prática de um crime de roubo ocorrido no Brasil. A detida é uma mulher de 54 anos, que será presente ao Tribunal da Relação de Guimarães para os procedimentos legais subsequentes. A operação contou com a colaboração da INTERPOL, através do Departamento de Investigação Criminal da PSP e do Núcleo de Investigação Criminal do Comando Distrital de Bragança.
No dia seguinte, 6 de junho, a Divisão Policial de Bragança deteve um homem, de 50 anos, por suspeitas de tráfico de droga. Durante a intervenção policial foram apreendidos 11,41 gramas de cocaína, 1,07 gramas de heroína e 4,81 gramas de haxixe.
Já no dia 7 de junho, em Mirandela, foi detido um homem, de 52 anos, no âmbito de uma investigação em curso relacionada com tráfico de estupefacientes. Na sua posse foram encontradas e apreendidas 501,33 gramas de haxixe, 26,24 gramas de cocaína e 14,4 gramas de heroína.
Ainda nesse dia, na cidade de Bragança, a PSP deteve outro homem, de 57 anos, também por suspeitas de tráfico de droga. A operação resultou na apreensão de 12,07 gramas de cocaína.
Os três suspeitos detidos por tráfico de estupefacientes serão presentes às autoridades judiciárias competentes para primeiro interrogatório judicial e eventual aplicação de medidas de coação.
Em comunicado, o Comando Distrital da PSP de Bragança reafirma que “continuará a desenvolver ações de prevenção e combate à criminalidade, em articulação com as autoridades competentes, no cumprimento da sua missão de garantir a segurança pública”.
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© INÊS LACERDA/OBSERVADOR



Eran las seis de la mañana del miércoles 2 de julio de 2008 cuando dos centenares de agentes de la Policía Nacional, muchos de ellos expresamente llegados de la Península, se desplegaron en los accesos al poblado chabolista de Son Banya, en Palma. El McAuto de la droga de la isla, como lo bautizó el entonces delegado del Gobierno en Baleares, Ramón Socías, estaba totalmente sitiado. De nada sirvió la vigilancia permanente que sus habitantes ejercían en la única vía de acceso existente. El ya jubilado juez José Castro ―quien años después sentó a la infanta Cristina en el banquillo― dirigió in situ, junto al entonces fiscal antidroga Adrián Salazar, la operación Kabul. Esta propició el principio del fin del imperio de la droga que, como una telaraña, había tejido durante años Francisca Cortés Picazo, La Paca, matriarca del llamado clan de Son Banya, que da nombre a un terreno embarrado de chabolas y casas ilegales ubicado entre el aeropuerto de Son Sant Joan y Merca Palma, y que durante décadas ha funcionado como epicentro de la importación de cocaína a la isla y ventanilla de venta al por menor.

© EFE/MONTSERRAT T DIEZ