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Tassa sui grandi patrimoni, Conte ribadisce il no. Appendino a favore: “Riguarderebbe una ristrettissima élite di super Paperoni”

Giuseppe Conte ribadisce il suo no, ma la ex vicepresidente del Movimento 5 Stelle Chiara Appendino è invece esplicita nel sostenere la necessità di una tassa sui grandi patrimoni. Il dibattito si è aperto dopo che la segretaria del Pd Elly Schlein ha sollevato il tema scatenando le usuali reazioni sdegnate a destra – e precisando a stretto giro che non è nel programma dell’alleanza progressista. Il leader pentastellato, intervenendo a Repubblica delle Idee a Bologna, ha raccontato di avere “studiato” la patrimoniale quando era a Palazzo Chigi per poi accantonarla. Perché, ha detto, i problemi di valutazione dei patrimoni, il rischio di contenziosi e la possibilità di una fuga di capitali rendono la misura poco conveniente. “Chi l’ha introdotta si è ritrovato con costi di gestione altissimi e un contenzioso che non finisce mai”, ha sostenuto. Invitando a “non fare “autogol e harakiri come stiamo facendo adesso, per cui poi Meloni va a Confcommercio e fa uscire: noi vi consentiremo di costruirlo il patrimonio, noi non saremo quelli che vi privano del patrimonio”. Meglio, a suo giudizio, concentrare la redistribuzione sugli extraprofitti di banche e società energetiche.

Una linea che Appendino contesta apertamente. In un’intervista alla Stampa, venerdì, l’ex sindaca di Torino ha sostenuto che “è immorale non aggredire i super paperoni” in una fase di crescita delle disuguaglianze anche se sarebbe il caso di ribattezzarla “Millionaire tax” per evitare di spaventare il ceto medio. L’imposta dovrebbe infatti essere disegnata come proposto da Oxfam: “Sui patrimoni oltre i cinque milioni di euro, si stima che siano 50mila persone, lo 0,1 per cento della popolazione. Si ricaverebbero 15 miliardi di euro”. Pur riconoscendo la contrarietà di Conte, la deputata ha aggiunto che “molti nel M5S la pensano come me” e che il tema della tassa sui grandi patrimoni è emerso nei tavoli programmatici di “Nova“, il cantiere con cui il Movimento sta elaborando le proprie proposte.

“Non basta solo la tassazione degli extraprofitti”, ha chiosato. “Mettere le mani nelle tasche dei paperoni significa essere radicali? Sì. Ma solo così si è alternativi a una destra caviale e champagne“. Del resto “penso che la maggioranza dei cittadini sia favorevole a strumenti di redistribuzione della ricchezza: discutiamone e portiamo il tema al tavolo progressista, dove AVS è già favorevole”.

Domenica Appendino ha poi ribadito il concetto via X, rispondendo a esponenti di maggioranza e opposizione che si sono espressi contro la misura: “Ieri Picierno, oggi Cirio impegnatissimi a difendere i multimilionari da una tassa che riguarderebbe una ristrettissima élite di super Paperoni. Ma più inquinate il dibattito per spaventare i cittadini tirando in ballo risparmiatori e ceto medio, più appare evidente la verità: non state difendendo gli italiani, state difendendo i privilegi dei superpaperoni e dei potenti”.

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Petizione contro la partecipazione di Eskhol Nevo al festival Il Libro Possibile: “Non ha preso le distanze dal governo israeliano”

No alla partecipazione di Eskhol Nevo al festival Il Libro Possibile in programma a luglio tra Polignano a mare e Vieste. Si moltiplicano le firme – di attivisti, intellettuali, amministratori locali e anche di un arcivescovo – sotto la petizione che punta a escludere lo scrittore israeliano dal cartellone dell’evento letterario. Secondo i promotori, l’autore dei romanzi Nostalgia e Tre Piani, portato al cinema da Nanni Moretti, non avrebbe espresso “una chiara e pubblica presa di distanza dalle politiche del governo israeliano, dalla devastazione di Gaza e dall’espansione del conflitto nell’intero Medio Oriente“. Ma il festival conferma la presenza di Nevo, previsto a Vieste il 21 luglio: “Nessuna esclusione”, fa sapere la direttrice artistica Rosella Santoro.

Non ci sarà, dunque, un nuovo caso Erri De Luca, lo scrittore napoletano escluso dall’incontro inaugurale del festival Salerno Letteratura dopo le dichiarazioni su Israele, sionismo e genocidio in Palestina. I promotori della petizione non contestano “il valore letterario delle opere di Nevo né il principio della libertà di espressione”, ma ritengono che “gli intellettuali abbiano una responsabilità particolare nei momenti più tragici della storia. Non basta raccontare l’umanità: occorre difenderla. Se il tema del Libro Possibile è ‘Discorso all’umanità’, allora la prima domanda che dobbiamo porci è dove sia oggi l’umanità davanti alle macerie di Gaza, davanti ai corpi dei bambini estratti dalle rovine, davanti alla fame che colpisce la popolazione civile”. Per monsignor Franco Moscone, arcivescovo della diocesi di Manfredonia Vieste San Giovanni Rotondo, l’autore di La simmetria dei desideri “non ha avuto il coraggio di portare un contributo di critica e chiarezza” sulla guerra a Gaza.

La direttrice artistica dal canto suo rivendica che il festival “porta la cultura nelle piazze e accoglie voci, sensibilità e posizioni differenti nell’ottica di creare dibattito, oltre le semplificazioni”. “Non possiamo identificare uno scrittore con le scelte politiche del governo del suo Paese. Abbiamo preso atto – sottolinea Santoro – che Nevo ha pubblicamente invocato la pace, indicato nel dialogo e nei negoziati l’unica soluzione possibile e preso le distanze da esponenti dell’attuale governo israeliano. La sua voce, quindi, sarà ascoltata insieme a quelle di Wael Al-Dahdouh, Widad Tamimi, Lorenzo Tondo e degli altri ospiti che affronteranno il dramma di Gaza e del Medio Oriente”.

Nevo, nato a Gerusalemme nel 1971, a più riprese in passato critico contro il governo di Netanyahu, dal palco della Repubblica delle Idee a Bologna ha detto: “Non solo provo vergogna, ma Ben-Gvir non rappresenta né me né i valori del mio Paese né l’ebraismo”, dice senza mezzi termini parlando del ministro della Sicurezza di Israele e degli insulti agli attivisti della Flotilla. “Tra quattro mesi nel mio Paese si vota, farò tutto ciò che è nelle mie possibilità, sono solo uno scrittore, affinché questo uomo non faccia più parte del governo. Doveva essere licenziato all’istante”. “Se devo esprimere tre desideri, il primo è la pace, non facile, ma io ci credo. Il secondo è che con le elezioni di ottobre il mio Paese colga l’opportunità di cambiare, è da tempo che ribadisco che abbiamo bisogno di una leadership più aperta al futuro. L’ultimo desiderio è personale: vorrei che le mie figlie ritrovassero la speranza”.

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F1, la delusione di Leclerc: “Non ho parole, provo solo vergogna. Weekend difficili per ragioni che conosco”

“Moralmente provo solo vergogna, devo per forza fare queste interviste. Perché sono stati weekend difficili per ragioni che conosco. Arrivando qui con alcuni cambiamenti c’era tanta fiducia. Dopo una qualifica così non ho parole, ripeto, provo vergogna”. Così Charles Leclerc, pilota della Ferrari, a Sky Sport, dopo l’incidente a muro nel Q3 che ha pregiudicato la sua corsa alla pole nel Gp di Barcellona. “Il potenziale per la pole c’era e così anche il feeling. Non ci sono scuse, mi dispiace tanto per la gente e i tifosi e tutta la gente che mi segue. Domani sono ottimista sul fatto che posso tornare, la vittoria è il minimo che posso fare per scusarmi ma neanche. Anche se dovessi vincere”, ha concluso.

In pole position ci sarà invece George Russell, su Mercedes, che si è preso la prima posizione al termine di una qualifica condizionata dalla bandiera rossa dopo l’incidente di Leclerc. “È stata un’ottima qualifica, sento di essere tornato me stesso. Sto facendo un ottimo weekend. Ho fatto tabula rasa dopo delle gare difficili, ora mi sento di nuovo bene”, ha dichiarato George Russell dopo il primo posto. “È stato bellissimo, anche Hamilton è stato molto veloce“.

E a proposito di Lewis Hamilton, il britannico è di umore opposto rispetto al compagno di squadra, forte del secondo posto (per soli 64millesimi) conquistato a Barcellona: “Domani siamo in una buona posizione per poter lottare. In ogni weekend siamo almeno 4 decimi dietro la Mercedes, stavolta siamo così vicini, a meno di un decimo, e questo dimostra il gran lavoro in fabbrica. Un grazie ai tecnici di Maranello, bisogna continuare a spingere e a sviluppare la macchina. Sono sicuro che riusciremo a dare ancora più potenziale alla vettura per domani“, ha concluso Hamilton.

Non felicissimo invece Kimi Antonelli, che per la prima volta in stagione partirà fuori dalla prima fila con la sua Mercedes. “È stato fino a questo momento un weekend difficile per me, non ho avuto tanto feeling con la macchina e oggi in qualifica mi è mancato qualcosa. Il passo gara, però, ieri è stato forte e sono ottimista per la gara”, ha spiegato Antonelli, che partirà dalla terza posizione: “Cercherò di partire bene, sfruttando nel migliore dei modi la scia che potrebbe essere un aspetto importante su questo tracciato”, ha concluso.

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Aereo da turismo si schianta nel Comasco: gravissimi due uomini di 58 e 55 anni

Un aereo da turismo biposto è caduto sabato pomeriggio nel Comasco. A bordo due passeggeri, un cittadino italiano di 58 anni e uno svizzero di 55, che si trovano ora in condizioni gravissime. Lo schianto è avvenuto intorno alle 16.30 in un campo nei pressi del centro sportivo di Lurate Caccivio, in provincia di Como. Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco, le ambulanze da Appiano Gentile e Lomazzo e l’elisoccorso da Sondrio.

I due uomini sono stati estratti dai resti dell’abitacolo dai vigili del fuoco e trasportati all’ospedale Niguarda di Milano in codice rosso. Uno dei passeggeri è stato portato tramite l’elisoccorso. L’aereo su cui erano a bordo, un ultraleggero svizzero, era partito da Locarno e i motivi dello schianto sono ancora da accertare. Per questo motivo sul posto sono arrivati anche i carabinieri.

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Investe due ragazzi in provincia di Roma: morto un 23enne. Il guidatore si costituisce dopo ore: positivo all’alcol test

Stavano camminando a bordo strada dopo essere usciti da un locale a Guidonia Montecelio, vicino Roma, quando una macchina li ha travolti. Uno dei due ragazzi investiti, il 23enne Matteo D’Ambrosio, è morto sul posto, mentre la seconda vittima, un coetaneo, è rimasta ferita e non è in pericolo di vita. L’auto pirata è fuggita senza prestare soccorso e i carabinieri hanno iniziato subito le ricerche del conducente: qualche ora dopo si è spontaneamente costituito in caserma. Si tratta di un operaio 26enne, risultato positivo all’alcol test: per lui ora l’accusa è di omicidio stradale aggravato e omissione di soccorso. Sarà ora sottoposto anche ad analisi tossicologiche all’ospedale di Tivoli.

I due ragazzi sono stati travolti intorno alle 3 di notte. Per D’Ambrosio, nonostante i tentativi di rianimazione del personale del 118, non c’è stato niente da fare. L’auto che li ha investiti, una Renault Clio, è di proprietà del padre del guidatore ed è stata posto sotto sequestro. Insieme al pirata in caserma si è costituito anche un minorenne che ha dichiarato di trovarsi nel mezzo al momento dell’impatto: anche lui è stato denunciato a piede libero per omissione di soccorso. I carabinieri sono risaliti ai responsabili anche grazie alle testimonianze di alcuni testimoni oculari e all’acquisizione dei video delle telecamere nella zona.

Immagine d’archivio

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Sessantenne ucciso in casa a Milano: era un interprete internazionale ed è stato trovato con numerose ferite alla testa

Era riverso nel soggiorno con segni di ferite alla testa e semivestito: è stato trovato così, sabato pomeriggio intorno alle 17, Roberto Pietro Guerrino nel piccolo appartamento dove viveva, al quarto piano di uno stabile di via Nino Oxilia 11, nel quartiere NoLo di Milano, non lontano da piazzale Loreto. Nella sua casa erano presenti evidenti tracce di sangue per le ferite alla testa provocate con un oggetto che potrebbe essere stato preso proprio dall’appartamento, trovato comunque in ordine.

Guerrino era un noto interprete internazionale: nel suo curriculum aveva scritto di aver fatto da interprete per nomi nazionali e internazionali come l’ex presidente americano Bill Clinton, re Carlo d’Inghilterra, i presidenti Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella. Il sessantenne (avrebbe compiuto 61 anni a luglio) viveva solo e gli ultimi contatti telefoni li ha avuto ieri. I carabinieri del Nucleo investigativo, coordinati dal pubblico ministero Carlo Scalas, stanno sentendo le persone del condominio, è stata disposta l’autopsia per chiarire orario del decesso, ma anche causa e dinamica di quanto accaduto. Sul posto sono arrivati i carabinieri della Scientifica insieme al medico legale. Si sta cercando di ricostruire gli ultimi movimenti dell’interprete e si stanno anche analizzando le riprese delle telecamere di videosorveglianza nella zona.

In base a quanto appreso, l’allarme è stato dato dalla nipote di Guerrino, interprete, che aveva sentito lo zio l’ultima volta venerdì sera verso le 21. Sabato lo ha richiamato senza ricevere risposta e si è preoccupata chiamando il 112 che a sua volta ha chiesto l’intervento dei vigili del fuoco. Non è stato però necessario forzare porte o finestre perché allo stesso tempo è arrivata proprio la nipote con le chiavi. Quando la pattuglia dei pompieri è entrata nella casa, il caposquadra si è reso conto che era successo qualcosa di grave e ha immediatamente chiamato le forze dell’ordine.

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G7 a Évian, Trump parlerà con gli alleati di sminamento di Hormuz. Poi incontrerà Zelensky e i leader del Medio Oriente

Il Comune francese di Évian-les-Bains si blinda in vista del vertice del G7 in programma da lunedì a mercoledì, così come la vicina città di Ginevra, porta d’ingresso in Svizzera per molte delegazioni internazionali. Il summit dei 7 Grandi arriva in un momento geopolitico ancora molto delicato, mentre viene data per imminente la firma dell’accordo tra Iran e Usa per porre fine alla guerra. Il presidente statunitense Donald Trump ha più volte ribadito la sue critiche agli alleati europei: “Non sono stati d’aiuto adesso”, ma i leader del G7 potrebbero comunque “essere molto d’aiuto in futuro”, ha dichiarato.

Al centro, infatti, ci saranno anche i piani per lo sminamento dello Stretto di Hormuz: Trump ne discuterà con gli alleati durante il summit, ha riferito un alto funzionario dell’amministrazione Usa. Regno Unito e Francia hanno espresso interesse ad assistere nella bonifica dello Stretto una volta che il conflitto sarà sospeso. Anche la premier Giorgia Meloni, nelle scorse settimane, aveva aperto alla possibilità di un contributo italiano per garantire un transito sicuro attraverso lo Stretto ma a condizione che ciò possa avvenire “in una fase post-conflitto“, quindi in un contesto di pace.

Per discutere degli sforzi per risolvere la crisi iraniana, secondo quanto trapela dalla Casa Bianca, il presidente Usa ha in programma – durante la sua permanenza in Francia – anche incontri separati con l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, con il presidente dell’Egitto, Abdel Fattah al-Sisi, e con il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan.

Sul fronte ucraino, invece, il presidente dUsa parteciperà martedì a una riunione di lavoro del G7 alla presenza anche di Volodymyr Zelensky. Al momento, secondo quanto trapela, non è però previsto un incontro bilaterale formale tra Trump e il suo omologo ucraino. La partenza del tycoon prevista nella notte di domenica. L’ultimo appuntamento sarà mercoledì quando parteciperà a una cena a Versailles insieme al capo dell’Eliseo, Emmanuel Macron.

Évian-les-Bains e Ginevra si preparano da tempo non soltanto a garantire la sicurezza dei capi di Stato e di governo attesi in Alta Savoia, ma anche in previsione delle manifestazioni dei movimenti anti-G7. Il ricordo è ancora vivo dopo quanto avvenne nel 2003, quando il G8 riunito sempre a Évian fu accompagnato da grandi proteste e scontri. Le misure di controllo delle frontiere e dello spazio aereo sono al massimo livello e da giorni numerose attività commerciali del centro, anche lontane dal percorso del corteo autorizzato per la manifestazione anti-G7 del 14 giugno, hanno blindato vetrine e ingressi con pannelli di legno per prevenire eventuali atti di vandalismo. Venerdì sera, una prima manifestazione è stata rapidamente dispersa grazie a un massiccio schieramento delle forze di polizia, riferiscono i media locali. L’imponente dispositivo di sicurezza predisposto include la mobilitazione di circa 4.000 militari a sostegno delle forze dell’ordine e il ripristino temporaneo dei controlli alle frontiere, con la chiusura di diversi piccoli valichi, con l’obiettivo di concentrare i controlli e limitare eventuali spostamenti di gruppi violenti. Anche il Lago Lemano sarà oggetto di una particolare sorveglianza.

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F1, super Russell a Barcellona: è in pole position davanti a un ottimo Hamilton e Antonelli. Leclerc va a muro | La griglia di partenza

Ci si aspettava una reazione da parte sua ed è arrivata. George Russell conquista la pole del Gp di Barcellona, settima prova del Mondiale, e lancia un segnale. Sul circuito del Montmelò, il pilota britannico della Mercedes con il tempo di 1’14″679 ha preceduto la Ferrari di Lewis Hamilton di soli 64 millesimi (gran terzo settore per il britannico), terzo tempo per il leader del mondiale Kimi Antonelli, per la prima volta in stagione fuori con la sua Mercedes dalla prima fila. Russell partirà così in pole position nella gara prevista per domani, 14 giugno, alle ore 15.

A muro l’altra Ferrari di Charles Leclerc, finito contro le barriere nel suo primo tentativo in Q3. Partirà decimo in griglia. Non è un periodo facile per Leclerc, che era in lizza per giocarsi la pole position. Il pilota, dopo l’impatto in curva 4, sta bene ma è stato trasportato per gli accertamenti al Centro Medico del circuito. Leclerc è reduce da un incidente lo scorso weekend a Montecarlo. Quarto invece Lando Norris davanti a Verstappen e Hadjar. Per Russell si tratta della terza pole della stagione, la settima consecutiva della Mercedes. Poi Piastri, Lawson e Hulkenberg a chiudere la top 10 davanti a Leclerc.

“Domani siamo in una buona posizione per poter lottare. In ogni weekend siamo almeno 4 decimi dietro la Mercedes, stavolta siamo così vicini, a meno di un decimo, e questo dimostra il gran lavoro in fabbrica. Un grazie ai tecnici di Maranello, bisogna continuare a spingere e a sviluppare la macchina. Sono sicuro che riusciremo a dare ancora più potenziale alla vettura per domani“, ha dichiarato Hamilton dopo l’ottimo secondo posto.

F1, La griglia di partenza del Gp di Barcellona

1 George Russell Mercedes (Q3)
2 Lewis Hamilton Ferrari (Q3)
3 Kimi Antonelli Mercedes (Q3)
4 Lando Norris McLaren (Q3)
5 Max Verstappen Red Bull Racing (Q3)
6 Isack Hadjar Red Bull Racing (Q3)
7 Oscar Piastri McLaren (Q3)
8 Liam Lawson Racing Bulls (Q3)
9 Nico Hulkenberg Audi (Q3)
10 Charles Leclerc Ferrari (Q3)
11 Arvid Lindblad Racing Bulls (Q2)
12 Gabriel Bortoleto Audi (Q2)
13 Pierre Gasly Alpine (Q2)
14 Oliver Bearman Haas F1 Team (Q2)
15 Franco Colapinto Alpine (Q2)
16 Carlos Sainz Williams (Q2)
17 Esteban Ocon Haas F1 Team (Q1)
18 Alexander Albon Williams (Q1)
19 Sergio Perez Cadillac (Q1)
20 Valtteri Bottas Cadillac (Q1)
21 Lance Stroll Aston Martin (Q1)
22 Fernando Alonso Aston Martin (Q1)

F1 GP Barcellona 2026: dove vederlo in tv e streaming

Il Gran Premio MSC Cruises de Barcelona-Catalunya 2026, in programma sul circuito di Montmelò, viene trasmesso in diretta su Sky (il canale di riferimento è Sky Sport F1, canale 207) ed è disponibile anche in mobilità tramite Sky Go e in streaming per gli abbonati alla piattaforma Now. Il weekend è visibile anche su TV8, che propone in chiaro e in differita le qualifiche del sabato e la gara della domenica.

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Anime, videogiochi e droni: il manifesto (efficace e spiazzante) della narrazione di Trump

Mission accomplished, missione compiuta, è il brevissimo testo che accompagna l’ultimo video pubblicato questa mattina dagli account social della Casa Bianca.

MISSION ACCOMPLISHED.

pic.twitter.com/2drxQlsnRn

— The White House (@WhiteHouse) June 13, 2026

Una clip della durata di 44 secondi netti che condensa in modo perfetto il senso profondo della narrazione trumpiana. Un video che diventa un caso di studio per comprendere quanto un contenuto social all’apparenza senza alcuna notiziabilità specifica può essere estremamente efficace, anzi è un contenuto esemplare nel mostrare come riuscire a catturare il massimo dell’attenzione digitale dei follower con il minimo sforzo.

Molto probabilmente, giusto per dare qualche linea di contesto considerato come detto la stringatezza del testo che lo accompagna, il video è un riferimento a quanto postato poco dopo su Thruth proprio da Donald Trump: “su mio ordine – scrive il presidente americano - , il Comando Meridionale degli Stati Uniti ha sferrato un attacco cinetico rapido e letale per giustiziare con successo Niño Guerrero (alias di Héctor Guerrero Flores NdR) il famigerato leader di Tren De Aragua, una delle organizzazioni terroristiche più sanguinarie del pianeta”, ma con la sua base operativa principale in Venezuela. Il post di Trump mostra anche delle immagini, riprese dal satellite, dove si vede un fabbricato, probabilmente dove si trova proprio Guerrero Flores, disintegrato dal drone. La scelta di utilizzare l’espressione “missione compiuta” ha una sua precisa ragione storica e un peso non marginale nel discorso politico e militare americano, proprio per un precedente che è rimasto vivo nell’immaginario collettivo americano. Infatti, fu utilizzata nel 2003 dall’allora presidente George W. Bush nel maggio del 2003, in un celebre discorso tenuto a bordo della USS Abraham Lincoln, per annunciare la fine delle principali operazioni di combattimento in Iraq. Al di là di questo precedente, peraltro molto

controverso dato che il conflitto dato per concluso continuò per anni, il video di questa mattina merita però un opportuno approfondimento perché è un piccolo capolavoro di comunicazione e di post-produzione, in un risultato che con successo mescola sapientemente tecniche cinematografiche classiche con altre che invece strizzano l’occhio alle dinamiche algoritmiche. C’è un montaggio veloce, supportato con grande energia da Tank una delle tracce più ascoltate di Cowboy Bepop della band giapponese Seatbelts, che poi è stata utilizzata nell’omonima serie anime, una sovrapposizione mai banale di frame video in cui a Trump si sostituiscono clip virali di TikTok, frammenti delle serie anime e manga più celebri da Vegeta, il Principe dei Saiyan, personaggio della serie anime Dragon Ball Z, a Yami Yugi, noto anche come il Faraone Atem, dal popolare franchise manga Yu-Gi-Oh!, ma c’è anche una scena di The Brave Fighter of Sun Fighbird e un mezzo secondo con All Might, dalla serie anime e manga My Hero Academia. Mentre, nella parte finale del video, c’è una fan art, peraltro già presente in altri post passati di Trump, allo stile grafico distintivo di uno dei videogame più famosi al mondo, Grand Theft Auto, la serie GTA ha oltre 460 milioni di download all’attivo, in cui si vedono Trump, Jil vice-presidente JD Vance, il segretario alla guerra Pete Hegseth, quello alla salute, Robert Kennedy jr. e Marco Rubio, segretario di stato. Mission Accomplished ha dilatato, senza tanto clamore ma con molta efficace, i confini della comunicazione istituzionale che vedremo nei prossimi anni.

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La rinascita strategica. Ue e America Latina in un mondo in trasformazione

Il rinvio sistematico dell’accordo tra l’Unione europea e il Mercosur non ha rappresentato soltanto un’opportunità commerciale rimandata: ha rivelato uno dei maggiori fraintendimenti strategici dell’Europa nel secondo Dopoguerra. Per troppo tempo, l’America Latina è stata trattata come una periferia, un serbatoio di materie prime da negoziare con approcci burocratici e pretese asimmetriche, alimentando l’illusione che la regione avrebbe atteso pazientemente nei corridoi diplomatici europei. Questo atteggiamento, protrattosi per decenni, ha trascurato un patrimonio di civiltà condiviso e ha indebolito una relazione storica di amicizia e influenza culturale.

Diversamente da altre aree del mondo, dove la distanza culturale e le fratture storiche rendono complesse le relazioni internazionali, il legame tra Europa e America Latina poggia su radici e valori comuni. Voltando le spalle al Mercosur, l’Europa non ignorava un attore remoto: stava sottovalutando la propria estensione culturale e istituzionale nell’emisfero occidentale. Le istituzioni, la tradizione giuridica, l’organizzazione universitaria e la concezione stessa di cittadino in molte città latinoamericane non sono importazioni estranee, ma capitoli condivisi di una medesima storia intellettuale. I valori che oggi l’Europa promuove globalmente, Stato di diritto, democrazia rappresentativa, libertà individuali, hanno già un terreno naturale in America Latina.

Questa sottovalutazione ha creato uno spazio che altri attori internazionali, come la Cina, hanno saputo occupare rapidamente. Mentre l’Unione europea rimaneva vincolata da dibattiti interni e da approcci cauti e normativi, Pechino ha agito con pragmatismo silenzioso ma efficace: finanziamenti immediati, infrastrutture chiavi in mano e strategie dirette verso le élite locali. Il risultato è che infrastrutture, porti e contratti strategici parlano oggi anche mandarino, evidenziando quanto l’Europa abbia trascurato il proprio patrimonio di relazioni e affinità culturali.

Tuttavia, ciò non significa che la partita sia persa. La riattivazione dell’accordo Ue-Mercosur può rappresentare un’opportunità di recupero e di rinascita strategica. Non si tratta solo di abbattere dazi o regolari scambi commerciali: è l’occasione per ridestare una memoria condivisa e rafforzare un ponte transatlantico fondato su valori e interessi comuni. Come nelle pagine di Tolkien, quando tutto sembra perduto e le ombre sembrano dominare, la speranza risorge da legami antichi e profondi. Anche nel momento più critico, quell’amicizia transatlantica non è mai scomparsa: può risorgere, trasformando un bivio geopolitico in un punto di ripartenza.

Se sapremo guardare oltre protezionismi e frammentazioni settoriali, l’Atlantico può tornare a essere un ponte e non una barriera. Esiste ancora spazio per ricucire gli strappi del passato, recuperare il tempo perduto e ridare slancio a un’alleanza naturale. La cooperazione Ue–America Latina e Caraibi può diventare il fulcro di un nuovo equilibrio globale, una “Nuova alleanza” che valorizzi istituzioni solide e principi di libertà condivisi, riscattando un rapporto che, per troppo tempo, l’Europa aveva lasciato sopire.

 

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“Sinner è pronto a boicottare il doppio misto agli Us Open”: la protesta del numero uno contro gli Slam

Il tennis torna a vivere tensioni con gli organizzatori dei tornei del Grande Slam. Secondo il “Times”, infatti, l’attuale numero 1 al mondo Jannik Sinner, è tra i giocatori che stanno valutando il boicottaggio del torneo di doppio misto degli US Open (che dallo scorso anno è stato rivalutato con il coinvolgimenti di tennisti d’élite nel singolare) nell’ambito delle discussioni degli ultimi mesi sulla distribuzione dei premi economici negli Slam. Durante il Roland Garros, Sinner aveva dichiarato che la quota dei ricavi destinata ai tennisti negli Slam è “decisamente troppo bassa“. “Non si tratta solo dei top ma di tutto il parco giocatori. I Top 10 Atp e Wta hanno scritto una lettera lo scorso anno e non è ancora cambiato niente – aveva dichiarato il numero uno al mondo -. Negli altri sport se i top mandano una lettera importante credo che in 48 ore riceverebbero, non solo una risposta, ma anche un incontro“.

Proprio questa settimana, inoltre, Wimbledon Championships ha annunciato un aumento del 20% del montepremi, che raggiungerà circa 75,1 milioni di euro, nuovo record per il torneo londinese. L’associazione dei giocatori ha chiesto ai quattro tornei del Grande Slam di destinare il 16% dei propri ricavi ai premi già da quest’anno, con l’obiettivo di arrivare al 22% entro il 2030. La lamentela era diventata ancora più intensa circa due mesi fa, quando a poche settimane dal Roland Garros i tennisti prima scrissero una lettera (con firmatari anche Sinner e Alcaraz tra i tanti), poi tutti in conferenza stampa trattarono il tema con parole forti, iniziando a parlare di boicottaggio.

Ma se boicottare uno Slam in singolare avrebbe un peso notevole anche e soprattutto da un punto di vista economico (visti i tanti accordi di sponsorizzazione anche dei singoli tennisti) ed è molto difficile – se non impossibile – che accada, non giocare il doppio misto potrebbe già essere un segnale di media rilevanza.

Gli US Open hanno infatti rinnovato il format del doppio misto coinvolgendo grandi stelle del singolare come Carlos Alcaraz, Emma Raducanu e Novak Djokovic. e già lo scorso anno ha visto diversi top player partecipare. Avrebbe dovuto giocare anche Jannik Sinner, ma prima la sua compagna Emma Navarro rinunciò pochi giorni prima, poi – dopo aver trovato in Siniakova la nuova compagna – l’azzurro non partecipò dopo il ritiro a Cincinnati per il caldo.

La competizione si disputa prima dell’inizio dei tabelloni principali e assegna un premio di un milione di dollari alla coppia vincitrice. Secondo il “Times”, Sinner sarebbe tra i giocatori intenzionati a fare pressione sugli organizzatori per ottenere un aumento dei premi e una maggiore rappresentanza nei processi decisionali del tennis professionistico.

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La Svizzera pronta a un “tetto” per fermare l’aumento degli abitanti

Un referendum a tutti gli effetti storico, mai visto, per frenare la crescita degli abitanti complessivi in Svizzera. Domenica 14 giugno i cittadini svizzeri sono chiamati a decidere se mettere un “tetto” massimo complessivo che non superi i 10 milioni di abitanti.

La stretta sull’immigrazione

Gli svizzeri vogliono blindarsi dall’aumento della gente che abita nel territorio elvetico. Numeri alla mano, il testo che vuole bloccare l’immigrazione rischia di portare anche alla rescissione dell’Accordo sulla libera circolazione delle persone tra l’Unione Europea e la Svizzera che vige dal 2002 in vigore dal 2002. La richiesta di questo referendum è stata fatta dall’Unione democratica di centro (Udc).

Quali sono i numeri

Secondo i dati aggiornati alle ultime ore, la Svizzera conta 9,010 milioni di abitanti ma la sua popolazione è aumentata in modo molto importante soprattutto a partire dagli anni Duemila: nel 2001 erano 7,2 milioni, oggi la cifra che abbiamo appena detto. Quasi uno su tre, il 32%, ha origini straniere mentre venti anni fa questo rapporto era di uno a cinque. E poi, soltanto la Germania può dire di avere avuto una crescita esponenziale maggiore.

"No a una Svizzera da 10 milioni di abitanti” è lo slogan scelto da chi sostiene che si debba mettere un freno agli “effetti negativi dell'immigrazione di massa" che si ripercuote nella vita quotidiana tra la mancanza di alloggi, i prezzi aumentati per gli affitti ma anche blocco del traffico e treni super affollati. Qualora dovesse essere approvato il referendum, se gli abitanti dovessero superare 9,5 milioni entro il 2050, ecco che si dovrebbero mettere in campo misure eccezionali.

Cosa potrebbe accadere con l’Ue

Nel dettaglio, Parlamento e Consiglio federale avrebbero l’obbligo di intervento nei settori di asilo e ricongiungimento familiare oltre all’invocazione delle clausole d’eccezione che fanno parte degli accordi internazionali e aiutano l'aumento demografico. Qualora si verificasse questa ipotesi, si potrebbero creare problematiche con l’Ue in base agli accordi di Dublino e Schengen.

Se fino a qualche settimana fa il sì sembrava essere in netto vantaggio, gli ultimi sondaggi hanno mostrato un sostanziale equilibrio con la popolazione divisa e un lieve vantaggio dei “no”.

Le critiche, logicamente, non sono mancate: chi si oppone al tetto sulla popolazione ha parlato di “iniziativa del caos” perché si avrebbero ripercussioni negative sull’economia. Preoccupazione anche da parte dei medici visto che in Svizzera, una percentuale vicina al 50% è di origine straniera.

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Gaffe “Mondiale”: il Tg1 scambia Bill Gates per Steve Jobs, fondatore di Apple morto nel 2011. Il video del servizio sulla cerimonia d’apertura diventa virale

Giovedì 11 giugno una grande cerimonia di apertura ha dato il via ai Mondiali 2026 di calcio che si stanno svolgendo tra Stati Uniti, Messico e Canada. Lo show si è svolto al leggendario stadio Azteca di Città del Messico, dove si è tenuta la partita inaugurale tra i padroni di casa del Messico e il Sudafrica.

Le immagini sono state riprese dalle televisioni mondiali e allo stadio c’erano tantissime celebrità del mondo dello sport, ma anche dello spettacolo e dell’imprenditoria. Il Tg1 ha dedicato un servizio ad hoc per spiegare quali celebrities fossero presenti nelle tribune d’onore.

“Hollywood prende forma sugli spalti Brad Pitt, Leonardo DiCaprio, Steve Jobs, David Beckham e Tom Cruise, ma non sul cuore”, sono le parole della giornalista Felicita Pistilli che accompagnano le immagini della cerimonia. Ma qualcuno ha storto il naso.

Infatti il Tg1 ha scambiato Bill Gates per Steve Jobs, fondatore di Apple morto nel 2011. Il video è diventato virale. C’è chi ha aggiunto tra i commenti: “Segnalo Tg3 di ieri “al calare del sole si sono accese le luci della cerimonia d’apertura dei mondiali allo stadio Azteca” (erano le 11.30 del mattino)” e poi una serie di battute “al fianco di David Beckham c’è Giuseppe Cruciani”, “c’era pure Cesare Cremonini”, “spero non fosse stato cremato”. Solo per citarne alcuni.

La Rai è stata criticata già in precedenza per il taglio della cerimonia d’apertura per dare la linea al Tg1: interrotta Shakira proprio nel momento clou. Poi l’ammissione: “Errore di timing”.

STEVE JOBS pic.twitter.com/eyW7Bs0IQo

— Trash Italiano (@trash_italiano) June 13, 2026

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Geopolitica, milizie e guerra cognitiva. Così l’Iraq torna al centro del Medio Oriente

Le recenti indiscrezioni relative all’utilizzo del territorio iracheno nell’ambito delle operazioni contro l’Iran e la formazione del nuovo governo guidato da Ali al-Zaidi hanno riportato Baghdad al centro dell’attenzione internazionale. Tuttavia, concentrarsi esclusivamente sugli eventi più recenti rischia di oscurare una realtà più profonda. L’Iraq non è più soltanto uno dei teatri della crisi mediorientale. È il punto in cui convergono alcune delle principali linee di frattura che stanno ridefinendo l’intero equilibrio regionale: competizione tra Stati Uniti e Iran, ruolo delle milizie, sicurezza energetica, instabilità siriana, fragilità istituzionale e crescente centralità dello spazio informativo. Comprendere l’Iraq significa quindi comprendere una parte significativa delle dinamiche che influenzeranno il futuro del Medio Oriente e, indirettamente, della sicurezza europea.

L’equilibrio impossibile tra Washington e Teheran

La posizione geografica e politica dell’Iraq lo colloca al centro di una delicata competizione strategica. Da un lato Baghdad mantiene relazioni fondamentali con gli Stati Uniti, partner essenziale per la sicurezza e la cooperazione militare. Dall’altro, l’influenza iraniana continua a permeare ampi settori della politica, dell’economia e della sicurezza irachena. La recente formazione del governo guidato da Ali al-Zaidi rappresenta un esempio emblematico di questo equilibrio. La sua figura è emersa come soluzione di compromesso in una fase caratterizzata da forti tensioni tra le diverse componenti politiche interne e dagli interessi delle principali potenze regionali. Non è un caso che la scelta sia maturata dopo mesi di stallo politico e in un contesto nel quale Washington e Teheran hanno continuato a esercitare un’influenza significativa sugli sviluppi interni iracheni. L’Iraq continua dunque a muoversi all’interno di uno spazio strategico estremamente ristretto, nel quale ogni scelta politica viene inevitabilmente interpretata anche alla luce del confronto tra Washington e Teheran. Come evidenziato dal più recente Iraq Risk Assessment del Geopolitical Risk Observatory della Luiss, l’Iraq continua a presentare criticità strutturali legate alla governance, alla sicurezza e all’esposizione alle tensioni regionali. La combinazione tra fragilità istituzionale e pressione geopolitica rende il Paese particolarmente vulnerabile agli effetti delle crisi che attraversano il Medio Oriente.

Il nodo irrisolto delle milizie

Uno degli elementi che maggiormente condizionano la stabilità irachena riguarda il ruolo delle Popular Mobilization Forces (PMF). Nate durante la guerra contro lo Stato Islamico, esse sono state progressivamente integrate nel sistema di sicurezza nazionale senza tuttavia perdere completamente le proprie strutture autonome. La questione va oltre il semplice piano militare. Alcune componenti delle PMF esercitano infatti una significativa influenza politica, economica e sociale. Questo fenomeno pone interrogativi fondamentali sulla capacità dello Stato di mantenere il monopolio dell’uso della forza e di esercitare pienamente la propria sovranità. Il problema non riguarda soltanto la sicurezza interna, ma la stessa natura dello Stato iracheno e la sua capacità di governare in modo efficace un territorio caratterizzato da forti pressioni interne ed esterne.

L’ombra della guerra regionale

Gli sviluppi degli ultimi mesi mostrano come l’Iraq sia sempre meno uno spettatore delle dinamiche regionali. Le indiscrezioni relative all’utilizzo di infrastrutture situate nel deserto occidentale iracheno nell’ambito delle operazioni contro l’Iran hanno riacceso il dibattito sulla reale capacità di Baghdad di sottrarsi alle logiche del confronto regionale. Al di là della verifica delle singole ricostruzioni giornalistiche, il dato strategico appare evidente: il territorio iracheno continua a essere percepito dagli attori regionali come uno spazio operativo fondamentale nel confronto tra Israele, Iran, Stati Uniti e rispettivi alleati. Questo fenomeno evidenzia una fragilità strutturale della sovranità irachena. Il Paese si trova infatti a gestire una posizione geopolitica che lo rende inevitabilmente esposto alle tensioni che attraversano il Levante e il Golfo.

Energia e vulnerabilità strategica

Secondo le più recenti valutazioni del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, il petrolio continua a rappresentare oltre il novanta per cento delle entrate pubbliche e delle esportazioni nazionali, rendendo il Paese particolarmente sensibile alle oscillazioni dei mercati energetici e agli shock geopolitici regionali. Questa dipendenza espone Baghdad agli shock geopolitici e alle oscillazioni dei mercati energetici internazionali. Le tensioni che hanno interessato lo Stretto di Hormuz e le rotte energetiche regionali hanno dimostrato ancora una volta come la sicurezza energetica e la sicurezza nazionale siano ormai dimensioni inseparabili. In assenza di una significativa diversificazione economica, ogni crisi regionale rischia di trasformarsi rapidamente in una crisi fiscale, sociale e politica. A ciò si aggiungono elevata disoccupazione giovanile, crescita demografica e persistenti difficoltà nel settore dei servizi pubblici.

La minaccia jihadista non è scomparsa

La sconfitta territoriale dello Stato Islamico ha certamente ridotto la capacità dell’organizzazione di controllare vaste porzioni di territorio. Tuttavia, sarebbe un errore considerare definitivamente superata la minaccia jihadista. Le reti residue dell’Isis continuano a operare in alcune aree del Paese, mentre l’instabilità siriana e la gestione dei detenuti jihadisti rappresentano fattori di rischio che potrebbero favorire nuovi processi di radicalizzazione e reclutamento. Diversi centri di ricerca internazionali, tra cui il Washington Institute e l’International Crisis Group, sottolineano come la minaccia non risieda tanto nella capacità di ricostituire un’entità territoriale analoga al Califfato, quanto nella persistenza di reti clandestine, dinamiche di radicalizzazione e capacità di adattamento dell’organizzazione. La caduta del regime di Bashar al-Assad e il deterioramento della situazione lungo il confine siro-iracheno hanno ulteriormente accresciuto tali preoccupazioni. Il trasferimento di migliaia di detenuti affiliati allo Stato Islamico da strutture siriane verso l’Iraq e il rischio di dispersione di elementi radicalizzati costituiscono variabili che meritano particolare attenzione. La vera lezione degli ultimi anni è che la perdita del territorio non coincide necessariamente con la scomparsa della minaccia. Le organizzazioni jihadiste hanno dimostrato una notevole capacità di adattamento, modificando strutture operative, modalità di reclutamento e strategie di propaganda.

Dalla sicurezza alla competizione cognitiva

Accanto alla dimensione militare emerge una sfida sempre più rilevante: quella cognitiva. Se negli anni Duemila la minaccia era rappresentata principalmente dall’insurrezione armata e successivamente dalla conquista territoriale dello Stato Islamico, oggi una parte crescente della competizione si sviluppa nell’infosfera. La diffusione di narrative polarizzanti, la propaganda online, le campagne di influenza e i processi di radicalizzazione digitale stanno progressivamente trasformando il dominio cognitivo in un nuovo terreno di confronto. Attori statali e non statali competono per orientare percezioni, identità e comportamenti, sfruttando piattaforme digitali, reti sociali e vulnerabilità informative. L’Iraq rappresenta un osservatorio privilegiato di questa trasformazione. Milizie, organizzazioni estremiste e potenze regionali competono non soltanto per il controllo di risorse e territori, ma anche per la capacità di orientare il dibattito pubblico e costruire consenso. In tale contesto, la sicurezza nazionale non può più essere interpretata esclusivamente in termini militari. Diventa sempre più importante comprendere i processi di influenza, radicalizzazione e manipolazione informativa che attraversano le società contemporanee.

Perché l’Iraq conta per l’Italia

Per l’Italia, l’Iraq rappresenta un dossier strategico di primaria importanza. Roma mantiene una presenza diplomatica consolidata a Baghdad e partecipa attivamente agli sforzi internazionali per la stabilizzazione del Paese. Le recenti misure di sicurezza adottate dalla Nato Mission Iraq, che nel marzo 2026 ha temporaneamente rimodulato la propria presenza sul terreno a causa del deterioramento del quadro regionale, hanno evidenziato come la sicurezza irachena continui a essere strettamente legata alle dinamiche geopolitiche dell’intero Medio Oriente. L’interesse italiano non si limita alla dimensione militare. La stabilità irachena incide direttamente sulla sicurezza del Mediterraneo allargato, sulla lotta al terrorismo, sulla sicurezza energetica e sulla tutela degli interessi economici nazionali nella regione. In un contesto caratterizzato da crescente competizione geopolitica, l’Iraq continua a rappresentare uno snodo fondamentale per comprendere le dinamiche che collegano Medio Oriente, Golfo e Mediterraneo.

Conclusioni

L’Iraq rappresenta oggi uno dei più significativi stress test della sicurezza regionale. Le tensioni tra Stati Uniti e Iran, il ruolo delle milizie, la fragilità economica, la persistente minaccia jihadista e la crescente rilevanza della dimensione cognitiva convergono nello stesso spazio strategico. Baghdad non è soltanto un osservatorio privilegiato del Medio Oriente contemporaneo: è il luogo in cui si manifestano, spesso in anticipo, le trasformazioni che influenzeranno la sicurezza regionale ed europea nei prossimi anni. L’Iraq non è più il “problema iracheno” degli anni successivi al 2003. È il crocevia delle principali crisi del nuovo Medio Oriente. La sfida che attende il governo di Ali al-Zaidi non riguarda soltanto la gestione delle crisi presenti, ma la capacità di rafforzare istituzioni statali ancora fragili in un contesto segnato dalla competizione tra potenze, dal peso delle milizie e dall’emergere di nuove forme di conflitto nel dominio cognitivo. Per questo motivo, osservare Baghdad significa osservare in anticipo molte delle dinamiche che potrebbero definire il futuro equilibrio della regione nel prossimo decennio. In questo senso, l’Iraq continua a rappresentare non soltanto un osservatorio privilegiato delle crisi regionali, ma anche un indicatore anticipatore delle trasformazioni strategiche che interesseranno il Mediterraneo allargato e la sicurezza europea nei prossimi anni. In una regione segnata dal ritorno della competizione tra potenze, dall’instabilità cronica e dall’emergere di nuove forme di conflitto, Baghdad continua a rappresentare uno dei principali laboratori strategici del Medio Oriente contemporaneo.

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De Luca e la campagna “Cafoni zero”: dal moldavo coi “problemi di prostata” alle corse clandestine. “Ora rieduchiamo tutti”

Vincenzo De Luca torna stabilmente nel suo “laboratorio” salernitano e, come un vero “modesto artigiano della politica”, riprende in mano il megafono social. Nella sua consueta diretta Facebook del venerdì, il neo-sindaco (per tutti ancora “lo Sceriffo”) non risparmia nessuno, lanciando ufficialmente la nuova fase della sua storica campagna “Cafoni zero” per restituire lustro e decoro urbano a Salerno. Il primo bersaglio dell’ex presidente della Regione Campania è la ditta incaricata del rifacimento della segnaletica stradale. “Un’impresa non so se inadeguata o di malviventi”, tuona De Luca, denunciando che le strisce pedonali appena dipinte siano svanite dopo soli due giorni.”Questi pensano di fare le strisce non con la vernice resistente, ma con il latte scremato – commenta sarcasticamente – Cari ragazzi, non va bene, sono cattive abitudini che avete maturato in questi anni, di cui dovete liberarvi”. Per evitare nuovi “ingolfamenti” nel traffico, il sindaco avverte di aver già dato disposizione affinché questi lavori vengano eseguiti tassativamente di notte, promettendo controlli rigorosi sui materiali per evitare truffe.

La battaglia contro la “cafoneria” tocca apici di sdegno, quando l’ex presidente campano racconta l’episodio di “un giovanotto extracomunitario, forse moldavo”, sorpreso a esibirsi in atti osceni nei giardini di Piazza San Francesco in pieno giorno: “Dopo essersi stravaccato, non so se già ubriaco a prima mattina o meno, essendo stimolato credo da problemi di prostata, ha ritenuto di andare allegramente nei giardini in mattinata, nei giardini ad esibirsi. Bene, lo abbiamo denunciato, abbiamo fatto il decreto di espulsione, vediamo se lo rincontriamo per strada”.

Non c’è pace neppure per gli “imbecilli” e gli “idioti” che alle due di notte disturbano il sonno dei residenti con corse folli di moto dalle “marmitte sfondate”. La ricetta del sindaco contro le corse clandestine è chiara: blocchi stradali notturni, denuncia dei centauri e sequestro immediato dei mezzi. “È bello farli camminare a piedi, così si attiva la circolazione”, aggiunge, sottolineando la necessità di “rieducare” i giovani a un piano di civiltà. “Rieducare è una cosa che serve per vivere meglio tutti quanti, niente di repressivo”, precisa De Luca.

Il pezzo forte della strategia del sindaco salernitano resta però la gestione della “movida cafona”, locuzione diventata celebre nella sua crociata contro chi violava le restrizioni durante la pandemia. L’obiettivo dichiarato è una città a “cafoni zero”, dove “l’ammuina” non sarà più consentita. Per trasformare le serate salernitane in momenti di “grande bellezza” e “qualità culturale”, l’amministrazione sta preparando un bando per artisti di strada, mimi, ritrattisti e giovani musicisti del conservatorio, a patto che non utilizzino “amplificazione, casse, rotture di scatole, cafonate nelle serate di movida”. L’idea è quella di un “lavoro di cesello” per creare piazze tematiche dedicate alla ceramica, alla moda e alla poesia, liberando finalmente Salerno dall’immagine di “sciatteria e degrado”. Per De Luca, infine, la sicurezza deve camminare insieme alla solidarietà, motivo per cui annuncia che per i lavori di piccola manutenzione come la pitturazione di ringhiere e dissuasori, verranno impiegati anche detenuti selezionati dal carcere di Salerno per ridare quotidianamente dignità alla città.

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Tensioni nei cieli del Baltico: caccia svedesi intercettano aerei da guerra russi

Momenti di tensione nei cieli della Svezia. Le forze armate del Paese scandinavo hanno fatto decollare per ben due volte in un solo giorno i suoi caccia di reazione rapida per intercettare e allontanare alcuni velivoli militari russi. Gli ospiti indesiderati si sono avvicinati allo spazio aereo controllato da Stoccolma, nelle zone settentrionali e meridionali del Mar Baltico, costringendo l'aeronautica svedese a intervenire. Il doppio episodio, andato in scena nella giornata di venerdì, è stato reso noto soltanto adesso. Non è la prima volta che la Russia invia i suoi mezzi a ridosso dei confini della Nato, seguendo una strategia presumibilmente pensata per testare le difese e la prontezza avversaria, ma anche per provocare l'Alleanza atlantica.

Cosa è successo in Svezia

Le forze armate svedesi hanno spiegato che tra i due avvistamenti sono trascorsi solo pochi minuti. Per contenere la minaccia sono decollati quattro aerei Jas 39 Gripen. "Li abbiamo seguiti finché non abbiamo ritenuto che fossero a una distanza sufficiente e avessimo la certezza che il nostro territorio fosse al sicuro", ha dichiarato Maria Heurlin, addetta stampa dell'esercito.

Impossibile sapere di più, come la vicinanza dei velivoli al territorio controllato da Stoccolma. "Non posso entrare nei dettagli, ma erano vicini al nostro spazio aereo", ha tagliato corto la stessa funzionaria. "Non si è verificata alcuna violazione dello spazio aereo nazionale", si legge invece in un comunicato ufficiale.

Sappiamo che l'aeronautica ha ordinato alle sue squadre di allerta rapida (Qra) di eseguire due missioni di decollo d'emergenza separate per un bombardiere supersonico russo Su-24 e un caccia d'attacco Su-34. "Entrambe le situazioni sono molto gravi. Si tratta di un comportamento ricorrente che minaccia sia la nostra integrità territoriale sia la nostra sicurezza. Pertanto, è fondamentale agire rapidamente", ha specificato ancora Heurlin. "Questa volta non c'è stata alcuna violazione dello spazio aereo svedese. Ma l'incidente dimostra quanto velocemente possa cambiare la situazione e quanto sia importante che la Svezia, insieme ai nostri alleati, rilevi, identifichi e intercetti i caccia russi per proteggere il nostro spazio aereo", ha invece affermato il primo ministro svedese, Ulf Kristersson.

La mossa della Russia

I Gripen hanno individuato i jet russi e li hanno seguiti fino a quando non si sono trovati a una distanza considerata sufficiente. Uno dei due aerei del Cremlino si è poi diretto verso Kaliningrad. Nell'operazione nel Mar Baltico meridionale, invece, anche i caccia danesi hanno partecipato alle attività di difesa aerea collettiva della Nato.

L'emittente pubblica danese DR ha intanto fatto sapere che la Russia ha ampliato le infrastrutture militari vicino al confine con i Paesi membri dell'Alleanza Atlantica. A detta degli analisti, Mosca starebbe espandendo la sua presenza militare vicino al confine con la Finlandia, la Norvegia e gli Stati baltici. Questi episodi rientrano, come detto, nell'alveo delle provocazioni del Cremlino.

"L'azione russa è grave e rappresenta un comportamento ricorrente che minaccia sia la nostra integrità territoriale che la nostra sicurezza. I caccia svedesi e alleati hanno agito rapidamente, con decisione e chiarezza, intercettando gli aerei russi e mettendo in sicurezza il territorio svedese e dell'alleanza", ha concluso Ewa Skoog Haslum, capo del Comando operazioni delle forze armate svedesi.

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Ecco perché il Libano rischia una nuova guerra civile

Alla fine il nodo libanese è venuto al pettine. Il fronte dimenticato del conflitto, avviato il 28 febbraio dagli attacchi israelo-americani contro l’Iran, è tornato di prepotenza d’attualità dopo che domenica scorsa le forze di Tsahal hanno spostato l’obiettivo delle loro operazioni militari dall’area meridionale del Paese dei cedri a Dahiyeh, il quartiere della capitale del Libano considerata la roccaforte di Hezbollah, il gruppo sciita alleato del regime degli ayatollah. La mossa di Tel Aviv ha provocato la reazione iraniana e un crescendo di raid e ritorsioni, sfociate, poco prima di nuovi devastanti raid americani contro la Repubblica Islamica, nell’annuncio di un accordo tra gli storici nemici. Ma che posto trova il Libano nei negoziati e nell’intesa che potrebbe essere firmata già nelle prossime ore a Ginevra?

Per provare a dare una risposta occorre fare un passo indietro. Ad aprile, quando è scattato il fragile cessate il fuoco in vigore sulla carta sino ad oggi, gli israeliani hanno chiarito che non si applicava al Libano. E infatti lo Stato ebraico aveva continuato a lanciare attacchi contro obiettivi situati in territorio libanese. Da Teheran si era però subito fatto sapere che il Libano doveva essere parte integrante dell’accordo. Il limbo che ne era conseguito si era trascinato sino al recente superamento da parte di Israele della “linea rossa” (i già menzionati raid contro Beirut) con le autorità del regime teocratico che avevano colto l’occasione, a suon di missili, per ricordare come ogni soluzione del conflitto passa non solo dal dossier nucleare o dalla risoluzione dell’impasse nello Stretto di Hormuz ma anche dal Libano.

Nuovo accordo si diceva. Non sono molti i dettagli del memorandum d’intesa, mediato da Pakistan e Qatar e annunciato nella notte tra giovedì e venerdì, ma, dalle indiscrezioni trapelate, si apprende che il previsto cessate il fuoco di 60 giorni riguarderà, senza ambiguità, anche il Libano. Tel Aviv, che occupa già una parte del Libano meridionale, avrebbe accolto con un certo scetticismo la notizia dell’accordo supportato da Donald Trump. Il timore delle autorità dello Stato ebraico, riferisce Axios, è che l’amministrazione americana possa limitare la loro libertà d’azione contro Hezbollah e pretendere di essere consultata prima di ogni attacco. Un alto funzionario statunitense ha provato a rassicurare l’alleato affermando che se l’organizzazione sciita dovesse lanciare razzi contro Israele e se l’Iran dovesse continuare ad armare i miliziani libanesi, ciò rappresenterebbe una violazione dell’accordo. Da ciò ne discenderebbe che quanto accadrà a Beirut avrà la stessa importanza di quanto accadrà a Teheran.

Sta di fatto che anche ieri i caccia dello Stato ebraico hanno continuato a colpire in Libano (300 i raid israeliani compiuti nell’ultima settimana) mentre Hezbollah ha proseguito ad attaccare l’Idf e a lanciare razzi contro il nord di Israele. Secondo gli esperti, Washington, pur appoggiando l’estensione del cessate il fuoco al Paese dei cedri, lascerebbe comunque a Tel Aviv la possibilità di realizzare gli attacchi che ritiene necessari, in base ad un’ampia interpretazione della legittima difesa. Una prova di ciò la si è già avuta con la tregua tra Israele e il governo libanese mediata dagli Usa e annunciata ad inizio giugno. Un accordo non sottoscritto da Hezbollah, che sfugge al controllo delle autorità centrali al punto da essere definito uno Stato nello Stato.

Proprio il cessate il fuoco firmato da Beirut pone il governo di fronte ad una sfida quasi impossibile: riprendere il controllo del territorio e disarmare e smantellare l’organizzazione filo iraniana. “Sappiamo come inizierebbe un tentativo di disarmare Hezbollah ma non sappiamo come finirebbe”, dichiara al Wall Street Journal Khalil Helou, ex generale dell’esercito del Libano. Difficile insomma che il partito di Dio, che sta attuando nuove tattiche contro Israele, possa seguire gli ordini del governo di Beirut. Un esempio fra tutti. Quando ad inizio marzo le autorità nazionali hanno annunciato al gruppo il divieto delle attività militari, l’organizzazione sciita ha ignorato quanto prescritto e ha cominciato ad attaccare Israele, manifestando così il sostegno al regime dei pasdaran.

E adesso, in un contesto ad alta fluidità, il Paese dei cedri rischia di ripiombare nel caos degli anni più bui della guerra civile che, tra il 1975 e il 1990, devastò una nazione considerata all’epoca la Svizzera del Medio Oriente. Dall’inizio dell’operazione Epic Fury, l’invasione israeliana del Libano meridionale e i raid aerei hanno infatti costretto oltre un milione di persone ad abbandonare le loro case e molti di loro vivono attualmente nelle tende della capitale. I musulmani sfollati di fede sciita vengono emarginati dal resto della popolazione per timore che possano attirare i raid di Tel Aviv nei quartieri e nelle città abitate da cristiani, drusi e musulmani sunniti.

Il governo libanese ha poche carte da giocare per mantenere l’ordine. Esso non può contare su ampie risorse finanziarie e persino le sue forze armate sono deboli e i militari malpagati. Secondo il dipartimento del Tesoro Usa, Hezbollah sarebbe riuscita ad infiltrarsi persino nelle organizzazioni di sicurezza del Libano. Oltretutto, i soldati libanesi non vogliono essere percepiti come complici di Israele e molti non hanno voglia di mettersi contro i propri connazionali, anche se esponenti del partito di Dio. Washington, consapevole delle difficoltà, avrebbe in cantiere l’istituzione di un sistema che permetterebbe ad unità militari libanesi di ricevere addestramento ed equipaggiamento necessari per dare la caccia ad Hezbollah, in modo che tale compito non sia più svolto dall’Idf.

E se il Libano si trova al centro di un’intricata tela di trattative e trame geopolitiche, alla gente del posto non resta che chiedersi “dov’è lo Stato?”. Un interrogativo affidato al Wall Street Journal da Ali al-Dayekh, il quale nel conflitto ha perso la casa e il panificio in cui lavorava, che aggiunge subito una risposta alla sua domanda. Tanto chiara quanto disarmante. “Siamo soli”, dice Ali. La guerra in Libano è forse tutta qui.

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Il “nuovo” Alcaraz si prepara al ritorno: si allena in strada senza tutore al polso e a petto nudo

Una corsa senza protezione al polso destro infortunato, che lo tiene lontano dai campi da circa due mesi: è il primo segnale positivo che, nonostante non abbia ancora preso in mano la racchetta, arriva da Carlos Alcaraz, il tennista numero 2 al mondo, che ha dovuto rinunciare al Roland Garros e a Wimbledon (che comincerà il 29 giugno prossimo). In un video postato sui social del preparatore atletico Alberto Lledo Quiles, si vede lo spagnolo – saldamente al secondo posto della classifica alle spalle di Jannik Sinner – correre a petto nudo insieme al suo preparatore atletico senza protezione al polso, che invece aveva utilizzato in tutte le recenti uscite pubbliche.

E anche le parole di Lledó (“Le settimane volano! Non riesco più a stare al tuo passo”) lasciano pensare a dei miglioramenti, in particolare in vista dell’agosto sul cemento americano, che poi porterà all’ultimo Slam del 2026: gli Us Open a Flushing Meadows.

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Lamine Yamal fa la spesa in un supermercato in Georgia: il video con il carrello da Walmart

Da fenomeno del calcio mondiale a cliente qualunque di un supermercato americano. Lamine Yamal è stato protagonista di una scena insolita che ha fatto rapidamente fatto il giro dei social e dei media internazionali a pochi giorni dell’esordio della Spagna ai Mondiali 2026. Il talento del Barcellona è stato infatti avvistato all’interno di un Walmart di Fort Oglethorpe, in Georgia, durante uno dei momenti di libertà concessi alla nazionale spagnola. Niente eventi promozionali, fotografi ufficiali o iniziative organizzate: semplicemente una spesa come quella di milioni di persone ogni giorno.

Le immagini, pubblicate da Espn e dal New York Post, mostrano il giovane fuoriclasse mentre percorre le corsie del supermercato e successivamente nel parcheggio, intento a spingere un carrello particolarmente carico. Una scena che ha inevitabilmente attirato l’attenzione di clienti e curiosi, sorpresi nel vedere uno dei calciatori più forti e celebri del pianeta alle prese con la spesa quotidiana. L’episodio arriva a pochi giorni dall’inizio del cammino della Spagna nel Mondiale, che debutta ad Atlanta lunedì 15 giugno contro Capo Verde alle ore 18 italiane.

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