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Hegseth in Normandia (con moglie e figli) striglia gli amici europei

Dalle spiagge in cui iniziò la riscossa dell’Europa contro lo spettro nazista alle spiagge in cui la stessa Europa rischia oggi di naufragare. È un sillogismo piuttosto spericolato quello che il segretario americano alla Difesa, Pete Hegseth, ha confezionato per il suo discorso a Colleville-sur-Mer, in Normandia, dove ieri ha partecipato alle celebrazioni per lo Sbarco che il 6 giugno 1944 dette il via all’offensiva angloamericana nell’Europa continentale quasi completamente sotto il tallone tedesco. «Oggi - dice Hegseth - diverse spiagge europee sono prese d’assalto da varie ideologie pericolose: sulle spiagge della Spagna, dell’Italia, della Grecia e della Bulgaria, arrivano barche e uomini». L’immigrazione come il nazismo? Il 2026 come cancellazione dello spirito del 1944? Non è chiaro cosa passi per la testa del «ministro» trumpiano. Quello che è chiaro è il suo appello all’Europa per sollecitarne il risveglio: «Le capitali europee agiranno contro questa invasione o è già troppo tardi?».
Vicino alla ministra della Difesa francese Catherine Vautrin, Hegseth si è guardato bene dal fare qualsiasi riferimento ai conflitti in corso in Iran, Ucraina o altre regioni del mondo, che visto l’anniversario storico sarebbe stato certamente più opportuno, rispetto al richiamo all’immigrazione clandestina, tema caldo sì, ma del tutto fuori contesto. Sarebbe stato ben più difficile per lui richiamare un’altra Omaha Beach, un’altra Operazione Overlord che al momento non si intravede per risolvere i confitti attuali.
Hegseth ha preferito prendersela con gli alleati europei, decisamente deludenti a suo dire: «L’America deve mostrare la via, e noi lo faremo. Ma i nostri alleati devono stare con noi, al nostro fianco». Un invito ai 27 a riarmarsi e pure in fretta, anche perché «l’unica garanzia della pace è la forza». E ancora: «Gli uomini sepolti qui hanno combattuto in un’alleanza in cui ogni partner ha portato la propria piena capacità, coraggio e sacrificio. Non slogan vuoti, non summit nel lusso, non comunicati». Infine: «I veri alleati fanno cose vere, accettano perdite vere per una causa comune per la quale vale la pena combattere e morire».
L’appuntamento in Normandia cade nel contesto del riassetto delle truppe Usa in Europa, in vista del vertice Nato che si terrà a luglio ad Ankara, in Turchia. Venerdì sera Hegseth aveva annunciato che non avrebbe partecipato alla cerimonia internazionale di commemorazione del pomeriggio di ieri a Langrune-sur-Mer, preferendo salutare a Colleville i 9.387 militari americani morti 82 anni fa.
Nel Nord della Francia il capo del Pentagono si è presentato con la moglie e i sei figli, ciò che ha provocato aspre polemiche negli States. Lo staff di Hegseth ha fatto sapere che le spese di viaggio dei familiari saranno interamente a suo carico, ma non è chiaro se questo esborso riguarderà anche i costi aggiuntivi per garantire la sicurezza ai suoi familiari in un momento di rischi aumentati a causa del conflitto con l’Iran. «Il segretario Hegseth segue tutte le regole etiche, regolamenti e linee guida alla lettera», che parla di «standard rigorosi per assicurare che i soldi dei contribuenti siano protetti mentre gli alti funzionari svolgono i loro compiti ufficiali».

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Cesare Cremonini al Circo Massimo: il cantautore trascina, dedica alla madre “Vorrei”, accoglie Jovanotti, Elisa, Carboni e Valentino Rossi – La scaletta

Ha voluto metterci un bel punto (e che punto) Cesare Cremonini con CremoniniLive26 al Circo Massimo di Roma davanti a 65mila presenze sabato 6 giugno (si replica il 7 giugno). Cremonini è l’ultimo dei divi della nostra musica italiana: occhiali neri sempre presenti, sempre all’erta contro “il gossip”, meglio parlare degli strumenti come metafora di vita, disponibile sì ma con il giusto distacco, a ricreare l’aurea volutamente “alta” per certificare la patente del cantautore duro e puro. Guardare ma non toccare.

L’artista si è calato nei panni del perfomer per trascinare il suo “popolo”, ancora una volta, in uno dei suoi spettacolari show che hanno caratterizzato l’ultima parte della sua carriera live e musicale. Ma forse sarà l’ultima, prima di un ulteriore cambio di passo, come lui stesso ha preannunciato poco prima del concerto, verso il rock and roll e lontano dagli stadi.

Lo spettacolo – 2 ore e 30 minuti che racchiude oltre venticinque anni di carriera – ricalca in qualche modo il tour dello scorso anno, che si è tenuto nei principali stadi italiani tra giugno e luglio 2025, ma ci sono degli elementi importanti di novità. Soprattutto negli arrangiamenti e nella perfomance di tutto il rinnovato team musicale con Alessandro “Doc” De Crescenzo (chitarra e direzione musicale), Nicola “Ballo” Balestri (basso), Andrea Fontana (batteria), Andrea Morelli (chitarra), Giovanni Boscariol (pianoforte/tastiere), Alessio Natalizia (polistrumentista), Roberta Granà (coro), Yuri “Jury” Magliolo (coro), Daniele D’Alessandro (clarinetto, sax e arrangiamento fiati), Gabriele Polimeni (tromba), Federico Pierantoni (trombone) e Matteo Valentini (sax e arrangiamento fiati).

Sax e tromboni sottolineano diversi momenti dello show e non è un caso perché i fiati avranno parte preponderante nel nuovo album in uscita entro l’anno. Quindi è stata una sorta di anticipazione già subito evidente con il secondo brano in scaletta “Alaska Baby”, dove anche il corpo di ballo si trasforma in angeli serafini con la tromba, disposto ai lati del palco. Piccola chicca per i fan romani, Cremonini prima di “Latin Lover” alla chitarra intona “Roma Capoccia” di Antonello Venditti. Poi la dedica alla madre Carla presente a Roma. “Quando andavamo in vacanza tutti assieme a Maratea d’estate – ha ricordato -, il tempo non passava mai. Così ho scritto questa canzone ‘Vorrei’, a quindici anni che dedico a mia madre, ma anche a tutte le persone che amano”.

Tra i momenti più “caldi” dello show i duetti con Jovanotti su “Mondo” e “L’ombelico del mondo”, dove le percussioni travolgono il Circo Massimo. Se Cremonini definisce il collega “il numero uno”, Jovanotti lo “incorona” con gli occhiali da sole “imperatore” di Roma. A sorpresa tra i due spunta Valentino Rossi, direttamente dalla prima fila della transenna. Poi ancora la magica “Aurore Boreali” dove con un effetto di laser e fumo si ricrea il fenomeno atmosferico che si adagia sulla voce di Cremonini ed Elisa. Applausi ed ovazioni a Luca Carboni apparso per duettare su “San Luca”. E poi ancora la potentissima “Poetica”, il karaoke colletivo su “50 Special” e “Nessuno vuole essere Robin”. Chiusura affidata a “Un giorno migliore”.

Due i punti di forza il progetto e la regia luci di Mamo Pozzoli, lighting designer che collabora con Cremonini da diversi anni, e i contenuti video realizzati dallo studio creativo londinese NorthHouse, assieme alla direzione creativa e lo stage design dello spettacolo che portano la firma di Claudio Santucci, dello studio Giò Forma.

Insomma si chiude un cerchio, adesso c’è da scommettere che Cremonini torni per il prossimo disco e progetto live ad una dimensione più “intima”, forse anche una residency per più serate in una location suggestiva.

A tutto rock and roll.

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“A gennaio ero in una difficoltà personale molto grande, il sax mi ha ‘rubato’ dall’autodistruzione. Sarò rock ‘n’ roll nel nuovo disco. Ho detto basta (per ora) con gli stadi”: così Cesare Cremonini

Punto e capo, poi nuovo inizio. Così Cesare Cremonini con una battuta ha definito il CremoniniLive26, le cinque tappe, dopo la data zero a Gorizia, al Circo Massimo di Roma (6 e 7 giugno) all’Ippodromo Snai La Maura di Milano (10 giugno), alla nuova area all’Autodromo Enzo e Dino Ferrari – Music Park Arena di Imola (13 giugno) per chiudere alla Visarno Arena di Firenze (17 giugno). Oltre 350 mila persone attese. Il concerto di Cesare Cremonini al Circo Massimo sarà trasmesso il 2 settembre in prima serata su Rai1. Abbiamo incontrato il cantautore poche ore prima dell’inizio dello show romano.

“Questa è la prima volta per me al circo Massimo. – ha affermato poche ore prima dello show – Mi ha dato subito la sensazione di calma e di tranquillità e di sicurezza in me stesso. Mi sento grato, è un momento molto fortunato anche della mia carriera È tutto frutto di un percorso. Ma poi c’è una comunicazione importante che mi preme fare”. Poi arriva la sorpresa.

Cosa succede?
Ho pronto un album che ho fatto in questo periodo e che uscirà entro l’anno. È stato un lavoro particolarissimo per me. Anche se non credo che venderà 1.800.000 copie. Il presidente di Universal conferma (ride, ndr). Non mi era mai successo di interrompere questa ruota che gira da quando sono ragazzino: pausa, album nuovo tour, pausa, album nuovo tour.

Da dove nasce questa esigenza?
Ho forzato la mano perché la discografia mi chiamava più forte di qualunque altra cosa. A 46 anni è stata una scoperta, nel senso che la vita mi ha portato a vivere qualcosa che mi ha segnato molto.

In che modo?
La musica mi è venuta in soccorso e o forse io sono andato verso di lei. Ho creato questo disco negli ultimi quattro mesi e rappresenta un cambio di passo anche nel live. Quindi questi concerti di questa estate non si possono spiegare, senza parlare anche del futuro. Siamo a un punto a capo per me che ho suonato dal 1999 a oggi praticamente in tutte le location possibili dai club ai teatri, ai palasport piccoli tipo l’Alcatraz fino a quelli grandi, per arrivare ai primi stadi. Poi la pandemia che ha diviso un po’ le acque del mondo del live e poi sette stadi, poi 13, Imola e oggi siamo qua al Circo Massimo, un punto di arrivo dei sogni. Ma c’è un’altra cosa…

Cosa?
C’è una ossessione, quella dei numeri. Nel mio caso devo dire che vince e vincerà la voglia di evolvermi dal punto di vista umano, artistico e dal punto di vista discografico. Cosa che oggi sembra un po’ stramba da dire, ma nel mio caso è un orgoglio. Per il prossimo progetto ho chiesto di non suonare negli stadi perché non c’entrano niente con quello che sto per fare. Credo nella coerenza con quello che fai artisticamente e musicalmente. Chiudo coi lustrini e apro al rock ‘n’ roll.

Il prossimo anno dove ti esibirai?
Di certo non farò un tour piano voce. Mi sono appassionato al sassofono e l’ho portato anche in questi cinque appuntamenti. Queste sono le mie piccole, grandi, sfide personali.

Qual è la tua prospettiva?
Sono poco allineato anche alle discussioni quotidiane sulla discografia, però sento che c’è un po’ di tensione in questi ragazzi. Una certa imprenditoria del live italiano cerca di spingere questi ragazzi a un percorso quasi omologato che è quello di ‘prima fai gli stadi e prima esisterai’, ma non è non è così ovviamente. Io ho fatto il mio primo Forum 12 anni dopo il primo disco e ci ho messo una vita.

Perché ripartire dal sax?
Me lo dicevano anche i miei amici ‘perché ti metti in gioco adesso puoi andartene tranquillamente in vacanza, invece, vai a disturbare le tue ossessioni con uno strumento così complesso?’. Ho cercato di studiare per avere la decenza di portare uno strumento in modo da soffiarci dentro, senza sembrare un deficiente (ride, ndr). E poi il sassofono mi ha soccorso in un momento complesso della mia vita privata, mi ha dato un metodo ed è stata un’ossessione che ha ‘rubato’ le ossessioni negative per molti mesi. Era gennaio ed ero in una difficoltà personale molto grande. Più si cresce e più le difficoltà non è che siano più facili, pesano di più perché hai meno muscoli. Pensavo che questa fase mi avrebbe rubato anche il tempo della scrittura, invece è stato esattamente il contrario.

Cosa è accaduto?
Il sax mi ha rubato la parte ‘autodistruttiva’ perché l’ho messa tutta lì nello studio. Ho iniziato a produrre, come sinceramente credo non mi capitasse da un po’ di tempo, senza più pensare a quale fosse il mio percorso. Queste nuove canzoni sono testimonianza di quello che ho vissuto. Mi hanno tolto dai guai e quindi è un disco molto potente, rock and roll nel senso più letterale del termine. Un ‘incidente’ lo devi fare. Secondo me, l’incidente mi è servito. Se non ci fosse stato, forse non sarei qua.

In che misura studiare musica ti ha salvato?
Il mio sassofonista Matteo aveva smesso di suonare da qualche anno per motivi legati alla sua vita. Siccome il dolore non è un affare privato, è una cosa comune, lo aveva stoppato e non riusciva più a prendere in mano lo strumento. Quando mi sono ritrovato col sax in mano gli ho detto ‘guarda, inizia a darmi lezioni tu, non importa cosa succede l’importante è che ci facciamo del bene a vicenda, vediamo dove arriviamo’.

E dove siete arrivati?
Siamo arrivati che il sassofono sicuramente ha avuto un ruolo molto importante nella mia vita privata al punto da farmi fare un nuovo disco mentre Matteo l’ho portato su questo palco con me ed è tornato a suonare.

Hai parlato di un momento difficile, di un incidente. A cosa ti riferivi?

È preferibile lasciarlo nelle leggende perché è un tema, quello della vita personale, che io preferisco non affrontare in maniera così approfondita. Anche perché tutte le volte che ho provato a farlo, ho sbagliato… Per cui alla fine credo che il disco parlerà molto bene di quello che che ho attraversato. Avrà la stessa forza rock ‘n’ roll di ‘…Squérez?’ anche se non ho più la storia del 17enne, visto che oggi di anni ne ho 46.

Hai paura del futuro?

Ne ho vissute abbastanza di situazioni, anche mediaticamente improvvise, come tanti altri miei colleghi. Se pensi che mi sveglio la mattina e controllo se va tutto bene sui social, no proprio, non lo faccio.

In tutto questo che ruolo ha nella tua vita l’amore?
L’amore si impara tutti i giorni per cui non è una cosa di cui io posso parlare. Ad amare si impara piano piano, giorno dopo giorno, quindi non è una questione di definizione per me, non è un argomento per me.

Cosa vorresti che rimanesse di te?
Mi piacerebbe lasciare di me il ricordo delle persone che vengono non tanto e soltanto per lo spettacolo in quanto grandioso, straordinario e ben curato. Mi piacerebbe che la gente portasse a casa me come anima, come persona con le mie sofferenze, le mie gioie, le mie sfide personali.

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L’ultima frontiera della mala foggiana, le bande dei bancomat: la rete delle giovani leve in azione in tutta Italia

Neppure il tempo di arrestare una banda, che altre tornano a colpire. Tre assalti in una notte, tra il Salento e il Foggiano, a distanza di neanche ventiquattr’ore dal blitz della Procura di Foggia contro una batteria dedita ai colpi contro gli sportelli bancomat con la tecnica della marmotta. È il paradosso di un’emergenza che sembra non conoscere tregua, una fotografia che racconta più di qualsiasi statistica. Perché dietro i tre colpi consumati nelle ore successive all’operazione dei carabinieri c’è il volto di una criminalità organizzata diffusa, mobile e capace di muoversi dal Tavoliere verso ogni angolo della Penisola. Una rete che, nonostante gli arresti, continua a dimostrare una preoccupante capacità di rigenerazione. Nel Salento, tra Scorrano e Muro Leccese, sei malviventi a bordo di un’Alfa Romeo Giulietta hanno tentato di mettere a segno due azioni. Nel Foggiano, invece, quattro uomini hanno fatto esplodere lo sportello Atm della BPM di Cerignola.

Il sintomo che sono molte le cellule che continuano a muoversi con la stessa rapidità e con identiche modalità operative. Un unico cliché che troviamo anche nell’indagine della Procura di Foggia che ha portato all’arresto di sette persone, con a capo un ragazzo di soli 19 anni, tutte originarie della provincia foggiana, ritenute parte di una struttura criminale dedita agli assalti agli sportelli automatici attraverso la tecnica della “marmotta”, l’ordigno artigianale inserito nelle bocchette dei bancomat per far saltare le casseforti e impossessarsi del denaro. Secondo gli investigatori, si tratta di gruppi capaci di spostarsi per centinaia di chilometri, colpendo in Toscana, Campania e in numerose province del Centro-Sud. Un’organizzazione mobile, con basi logistiche, auto rubate o noleggiate, esplosivi, strumenti da effrazione e ruoli rigidamente definiti. Una criminalità itinerante che parte dal Tavoliere e sceglie obiettivi lontani dai luoghi di residenza per ridurre i rischi investigativi, qualcosa che ricorda l’evoluzione delle bande cerignolane specializzate negli assalti ai portavalori, da anni in azione in tutta Italia.

Nelle carte dell’inchiesta emerge la figura del diciannovenne Ivan Ameri di Borgo Mezzanone (Manfredonia), indicato come “capo, promotore e organizzatore” del gruppo. Ma anche il resto della squadra ha piu o meno la sua età. Oltre ad Ameri, il provvedimento emesso dal gip del Tribunale di Foggia colpisce Enea Dervishi, 19 anni, residente a Orta Nova; Andrea Cordisco, 20 anni, residente a Ordona; Gaetano Lopes, 51 anni, residente a Carapelle; Michele Montesano, 23 anni, residente a Orta Nova; Raffaele Cara, 27 anni, residente a Orta Nova, e Denis Cara, 20 anni, residente a Orta Nova. Le intercettazioni restituiscono la fotografia di una macchina criminale che si muove con metodo quasi militare. Il 16 gennaio, durante il viaggio verso la Toscana per l’assalto all’Atm di Quarrata, Ameri comunica a Lopes: “Ora ci siamo avviati, ci siamo messi sulla Candela (A16, ndr) che abbiamo cambiato la batteria”. Dall’altra parte arriva la risposta: “Vedete un po’ di anticipare, altrimenti dopo è un casino andare girando”. Poco prima dell’assalto, mentre Lopes monitora gli spostamenti di una pattuglia dei carabinieri, informa il gruppo: “Sono andati via, sono andati dritto”. Ameri replica: “E seguili un altro po’, vedi dove vanno”. Poi il via libera definitivo: “Va bene, tu resta in giro, perché qua hai notato com’è? È un po’ brutto”.

L’assalto va a segno e frutta quasi 30mila euro. Ma il rientro viene segnato da un controllo della polizia sull’A1. Parte del denaro viene sequestrato. “Ci hanno tolto tutto, ci hanno tolto”, racconta Ameri a Lopes. La preoccupazione è immediata: “Ma vi hanno chiesto di noi?”. La risposta è rassicurante: “No no, solo a noi ci hanno fermato”. Poco dopo arriva l’ordine più eloquente: “Spegni, butta tutto, io ora butto tutto”. Le conversazioni successive mostrano la compattezza del gruppo e la gestione condivisa delle perdite economiche. “Veramente tutto ci hanno tolto quelli?”, chiede Dervishi. Ameri risponde: “Mi dai 1.000 euro a me, 1.000 euro a lui e ora andiamo da quell’altro e ci deve dare 1.000 euro a me e 1.000 euro a lui, almeno”. Poi il commento che per gli investigatori racconta il clima interno all’organizzazione: “È un bel ragazzo questo, visto? Hai visto non mi ha fatto aprire neanche la bocca”. L’inchiesta coinvolge complessivamente 18 indagati e, secondo i carabinieri, ha consentito di prevenire almeno dieci possibili assalti tra Marche, Lazio, Campania e Puglia. Ma i tre colpi registrati nelle ore successive agli arresti raccontano una realtà che va oltre il singolo gruppo criminale. Raccontano un fenomeno radicato, capace di rigenerarsi rapidamente e di esportare il proprio modello operativo ben oltre i confini della Capitanata. È questo il dato che oggi preoccupa maggiormente gli investigatori: non soltanto la forza delle singole bande, ma l’esistenza di un know-how criminale che continua a viaggiare lungo le autostrade d’Italia, dalla provincia di Foggia fino agli sportelli bancomat di mezza penisola.

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Strage Amendolara, c’è solo una soluzione: regolarizzare i braccianti e sorvegliare i datori di lavoro

L’atroce strage di Amendolara, nella quale sono stati bruciati vivi quattro lavoratori agricoli irregolari: Waseem Khan, Fazal Amin Khogyani, Ismat Ullah e Amjad Safi, ci deve indurre ad una riflessione politica e ad una fermissima richiesta di azione da parte del governo. I quattro erano migranti costretti in una condizione di semi-schiavitù dai caporali loro connazionali, ma ancora di più da una normativa legale restrittiva e un controllo insufficiente da parte delle autorità. Si stima che in Italia siano impiegati nel settore agricolo oltre 200.000 lavoratori irregolari, migranti che non hanno un permesso di soggiorno e per questo sono sostanzialmente privi di diritti. Pare che il meccanismo sia questo: lo straniero arriva in Italia chiamato da una azienda che promette il lavoro, ma che poi non regolarizza il contratto. Il lavoratore senza diritti riceve una paga miserrima e un alloggio fatiscente e garantisce che arrivino nei nostri mercati prodotti agricoli “economici”. Se il lavoratore venisse regolarizzato, i prodotti costerebbero un po’ di più; non molto di più, perché il salario del lavoratore rappresenta soltanto una parte del costo finale del prodotto.

La soluzione del problema è ovvia: regolarizzare i lavoratori e sorvegliare i datori di lavoro per costringerli a contrattualizzare il rapporto lavorativo; reprimere il fenomeno del caporalato. Un grave ostacolo è costituito da un’opinione pubblica che in larga misura è avversa alla regolarizzazione dei migranti: li vorrebbe “remigrare”. Alle considerazioni etiche e giuridiche, che dovrebbero avere un peso preponderante, è necessario aggiungere qualche considerazione di economia spicciola. I lavoratori migranti ci servono: se li “remigrassimo” tutti la manodopera agricola sarebbe insufficiente; parte dei prodotti agricoli rimarrebbero sui campi e il loro prezzo sul mercato aumenterebbe, per la legge della domanda e dell’offerta, molto di più di quanto aumenterebbe regolarizzando i lavoratori. Di fatto, a prescindere dall’aumento dei prezzi, si verificherebbe una vera e propria carenza di questi prodotti.

Assodato che di questi lavoratori abbiamo bisogno, esiste un secondo motivo puramente egoistico per regolarizzare la loro posizione: un lavoratore irregolare, marginalizzato dalla società in cui vive, crea un rischio sociale. Ad esempio, non avendo diritto all’assistenza sanitaria potrebbe non curare una malattia contagiosa e impedirne il tracciamento. L’esperienza del Covid, funestata da vari errori di gestione, è stata risolta grazie alla vaccinazione della grande maggioranza della popolazione, a sua volta resa possibile dal fatto che i cittadini sono noti al Servizio Sanitario Nazionale. L’esistenza di gruppi di persone ignote al Servizio Sanitario Nazionale che non vengono vaccinate comporta un rischio per tutti.

In ultima analisi: il rifiuto dei migranti, le promesse di “remigrazione”, e le altre simili baggianate che costituiscono un’arma propagandistica delle destre più retrive non possono funzionare e non possono essere tradotte in reali azioni politiche, tanto più in un paese che invecchia, nel quale i lavoratori di origine italiana diminuiscono in proporzione al totale della popolazione, e risultano insufficienti a coprire il fabbisogno di lavoro anche per le necessità più impellenti, come la produzione agricola. Ciò di cui abbiamo bisogno è accogliere e integrare i lavoratori migranti, accettando che questo ha un costo; perché qualsiasi altra soluzione costa molto di più in termini economici e sociali. Inoltre, tollerando la situazione attuale si va incontro ad un costo sociale ancora più gravoso: l’imbarbarimento di un paese nel quale bruciare vivi quattro esseri umani, già privati di qualunque diritto, diventa un qualunque fatto di cronaca dimenticabile nello spazio di un paio di giorni.

Pagare le zucchine qualche decina di centesimi in più è un prezzo accettabile per mantenere la nostra civilizzazione.

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L'indignazione a corrente alternata per la fine del bianco Nowak

Certo, George Floyd. E tutto quello che è venuto dopo. Con i pugni battuti sul petto. Con le piazze Black lives matter. Con i politici, gli opinionisti e chiunque cercasse qualche secondo di visibilità, tutti giù in ginocchio. Perché si era inculcato nel loro cervello che, in quanto bianchi, erano intrinsecamente razzisti, portatori di un passato colonialista, addirittura suprematisti per via di quello che c'era scritto nel loro dna. Ma, se allora pensavamo di aver visto tutto, ci sbagliavamo di grosso. Perché era solo l'inizio del contagio ideologico.

Nel 2020 (in realtà già prima) aveva iniziato ad abbattersi sull'Occidente un'ondata violentissima di politicamente corretto che, poi, con il dilagare dell'ideologia woke e dell'agenda Dei, ha fatto dell'anti-razzismo un male cieco. È, infatti, successo che, anziché battersi perché bianchi, neri e altre minoranze venissero trattati tutti allo stesso, i bianchi venissero demonizzati e finissero loro stessi vittime di un razzismo al contrario. Un razzismo, e questo è probabilmente il risvolto più assurdo di questa storia, che in molti casi viene perpetrato da bianchi su altri bianchi perché, talmente terrorizzati da essere bollati come razzisti, si schierano in modo acritico dalla parte della minoranza di turno.

Non troverete nessuno di quelli che lo fecero per Floyd, in ginocchio per Henry Nowak. Eppure nel 2020, nonostante la morte dell'afroamericano fosse avvenuta a svariate migliaia di distanza, la polizia inglese non aveva esitato a cospargersi il capo di ceneri. Si sentivano così scossi per quanto successo a Minneapolis da scrivere «Piani in materia di razzismo» per «comprendere il trauma del passato» e attuare «un vero cambiamento». E quel cambiamento è oggi sotto gli occhi di tutti: un 18enne, esanime a terra, che viene ammanettato e con le manette al polso collassa fino alla morte. Il tutto perché chi lo aveva ripetutamente accoltellato, un sikh di origini indiane, aveva detto di aver subito un'aggressione razzista. Ora che il processo è chiuso e Vickrum Digwa è stato condannato all'ergastolo, è stato annunciato un supplemento d'inchiesta sui poliziotti che hanno arrestato Henry per capire se il loro operato ha contribuito ad accelerare il decesso del 18enne. Ora, mentre la polizia dell'Hampshire fa le indagini interne, sarebbe opportuno che tutto l'Occidente si interroghi sul proprio fallimento. Non lo ha fatto quando Iryna Zarutska è stata accoltellata da un nero in una metropolitana del Nord Carolina e lì lasciata morire dissanguata. Non lo ha fatto nemmeno quando Charlie Kirk è stato messo a tacere con una pallottola in una università dello Utah. Perché, in quanto bianchi (lui con l'aggravante di essere un conservatore), erano considerati vittime di serie B. Potrebbe farlo ora, guardando all'orrore subito da Henry Nowak, e interrompere così questa spirale autolesionista di odio contro i bianchi imposta dai cantori (bianchi) del woke. Un'occasione per tornare tutti più obiettivi, ma soprattutto una battaglia che non è solo culturale ma soprattutto di sopravvivenza.

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“Ad Amici ho stretto fortissimo la mano a Maria De Filippi perché non ci credevo. Le accuse di omofobia a Riccardo Stimolo? Si è scusato, è buonissimo. C’è la guerra, ma siamo speranzosi”: parla Elena D’Elia

Si intitola “Non è mica fantasia” il nuovo singolo di Elena D’Elia, finalista di “Amici di Maria De Filippi“. L’inedito dà il nome all’Ep, in uscita il 12 giugno nella versione fisica.

Com’è stato il post “Amici”?
Quando mi sveglio la mattina, mi guardo allo specchio e dico ‘Oddio! In che senso?’. Ancora sono un po’ incredula per tutto quello che ho vissuto. Mi porto tanto dietro i rapporti con tutte le persone che ho ‘coltivato’, ho accudito lì dentro. Mi porto tutte le forti emozioni, perché la bellezza di fare un percorso del genere ti fa vivere una quantità di emozioni folli e tante, concentrate.

Qual è il tuo ricordo più intenso?
Quando ho preso la maglia dorata della Finale. È stato proprio un lasciare scorrere le emozioni, tutto dopo aver scalato una montagna altissima. È stato bello guardarmi lì, in mezzo allo studio che tremava e che diventa tutto dorato mentre stringevo fortissimo la mano fortissima a Maria De Filippi per rendermi ancora più conto che stava succedendo davvero.

Un ricordo negativo?
Dopo aver vissuto queste esperienze così piene e forti, usciti fuori dalla scuola ‘rallenta’ tutto ed è straniante. A me piace sempre fare moltissime cose. Sono tornata a Firenze, ho ultimato il disco, ho avuto tempo per riflettere e per assorbire tutto.

Ci sei riuscita?
Non sono riuscita ad assorbire ancora tutto molto bene, ma penso che sia anche il bello di lasciare un po’ scorrere le emozioni e non metabolizzare tutto al 100%.

Cosa hai capito?
Sono incredula, ma consapevole del percorso fatto di crescita, della tanta voglia di fare che mi rimane sempre in corpo, da sempre da quando sono piccola.

Cosa ne pensi della vittoria di Lorenzo?
Sono felicissima perché è un fantastico artista. Molto giovane, ma anche tanto maturo anche per la sua età. Gli voglio tanto bene e gli auguro tutto il meglio, perché è tutto meritato. Ero affascinata da qualsiasi cantante o ballerino lì dentro perché erano mossi da tanta passione. Stare in mezzo alle ambizioni degli altri così è sempre stimolante. 
E io spero di non essere stata da meno.

Tra i brani di questo disco c’è “Non è mica fantasia” e tra gli autori di questo disco c’è Riccardo Stimolo. Come mai avete deciso di scrivere una canzone insieme?
Questo brano è nato assieme a Riccardo e Lorenzo ed è nato da una semplice domanda. A Riccardo voglio tanto bene e penso abbia anche una bellissima con una forte qualità interpretativa. Anche lui si merita veramente di raggiungere tutto quello che si è prefissato e tutto quello che si immagina dalla vita. Siamo stati compagni di squadra, uniti nelle vittorie e nelle sconfitte.

Riccardo è stato accusato di omofobia per alcune sue vecchie frasi. Come l’hai vissuta?
Non è come lo hanno descritto e penso che la vicenda sia tutta sbagliata.

Perché?
Ha ammesso i suoi errori, ha capito e posso confermare che è assolutamente lontano dall’idea di quello di cui è stato accusato. Ha vent’anni ed è mosso da tanta bontà. Ha tanto amore da dare e quindi mi viene da dire solo questo su di lui. A me, come a tutti i nostri compagni, non è mai stata sfiorata l’idea per un attimo che fosse omofobo. È una accusa che non lo rappresenta proprio e può confermarlo chiunque entra in contatto con lui e lo conosce un minimo. Sbagliamo tutti nella vita e l’importante è riconoscerlo e non rifare gli stessi errori.

Canti: “Siamo giovani, lasciateci stare, siamo fatti per immaginare”. Difficile farlo per il clima di guerre e di odio che ci circonda?
È proprio per questo che canto quei versi. È importante che ci sia spazio per sognare, per amare, per sbagliare, per rialzarsi, per vivere la vita proprio in questo periodo così buio. C’è anche tanto vuoto attorno…

Come mai?
Siamo un po’ figli della ‘tecnologia’ che ci apre però a mondi sconosciuti, di solitudine… Per questo, secondo me, dobbiamo sempre essere aperti ad esprimerci, lottando per avere un qualcosa da dire, di avere un qualcosa da sognare nonostante il contesto.

Pensi davvero che possa esserci un mondo migliore per voi?
La speranza è l’ultima a morire, si dice, fino a quando possiamo crediamo nel meglio, perché siamo noi che siamo al comando del nostro pensiero e quindi se possiamo farlo ben venga.

In “Wanda” dici: “Volevo interrogarmi, gli errori sono tanti”. Ne hai fatti già così tanti nonostante la tua giovane età?
Eh per miei vent’anni sono tanti (ride, ndr). In tanti momenti della mia vita avrei voluto reagire in maniera diversa. C’è stato un momento in cui ho rallentato tutto perché avevo vissuto delle delusioni e avevo sbagliato nel giudizio di determinate persone, il che mi ha portato a tutto questo, ad attutirmi un po’ nei confronti non della vita. Avrei voluto non sbagliare, ma in realtà no perché se non avessi mai sbagliato non sarei mai cresciuta. E quindi mi interrogo sugli errori che sì, sono tanti, ma poi ricomincio a vivere.

in “Lolita” parli di aspettare il karma. Ti riferisci a chi ti ha deluso?
Si dice’ non fare agli altri quello che non vuoi venga fatto a te stesso’. Ci credo tanto perché se semini del male, tante volte è difficile raccogliere il bene.

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“Anche se la Rai ha dei muri enormi, io non ho paura e voglio superarli. Ho scartato Annalisa a Sanremo”: Amadeus torna dopo 2 anni. Fiorello scherza: “A settembre torni qui?”

Giornata storica per Amadeus e la Rai. L’ex conduttore di punta di Rai Uno, ora in forze a Warner Bros. Discovery con qualche incursione ad “Amici di Maria De Filippi” su Canale 5, è tornato dopo due anni nell’azienda di Stato, grazie all’amico Fiorello. Lo showman siciliano, infatti, ha accolto a braccia aperte Amadeus durante la penultima puntata de “La Pennicanza”, in onda su Rai Radio2 oggi 4 giugno.

“Amadeus non so se arriva, ogni volta che viene si lamenta del traffico”, sono le prima parole di Fiorello ad apertura di puntata. Ma poi manda in onda il filmato dell’arrivo di Amadeus in guardiola in Via Asiago, dove deve consegnare i documenti prima di entrare. Ma c’è qualche intoppo tecnico di troppo. Così Fiorello decide di raggiungere l’amico che si presenta con un “pass giornaliero valido fino alle 14:30”, ossia fino al termine de “La Pennicanza”.

L’inizio è esplosivo con Amadeus che canta in playback il singolo “Saltellare”, inciso dal conduttore insieme a “I Ragazzi Della Curva” nel 1991. Fiorello rivela: “L’ho cantato io un pezzo, mentre lui (Amadeus, ndr) intascava i soldi del diritto d’autore”.

Momento di commozione per Amadeus, al termine della clip che riassume i cinque anni del Festival di Sanremo da lui diretti e condotti, assieme all’amico di sempre. Fiorello chiede al suo ospite: “Ti manca Sanremo? Lo rifaresti?”. La risposta: “Sanremo non si rifiuta mai. Noi l’abbiamo vissuto con divertimento vero e grande gioia. Sai che amo le canzoni, in cinque anni ho ascoltato circa cinquemila canzoni”. Sempre a proposito di Sanremo Amadeus ripercorre con il conduttore del programma radiofonico i cantanti che sono stati scartati.

“Benji e Fede non li ho mai scartati – ha affermato -. Aspetta dicono due volte sono scartati due volte? Poi Massimo Ranieri non è stato mai scartato . Annalisa il primo anno (il brano era “Bellissima”, ndr). Emma mai scartata. Ma tieni presente che io ascoltavo le canzoni, quindi cercavo di prendere canzoni che pensavo potessero funzionare perché se prendi un cantante con una canzone che non funziona fai un danno al cantante e al Festival”.

Fiorello ad Amadeus: “Ti manca Sanremo? Lo rifaresti?”. Amadeus: “Sanremo non si rifiuta mai. Noi l’abbiamo vissuto con divertimento vero e grande gioia. Sai che amo le canzoni, in cinque anni ho ascoltato circa cinquemila canzoni

Fiorello poi rincara: “Quali sono i cantanti su cui tu hai puntato, mentre gli altri ti dicevano che era meglio lasciar stare. E alla fine i risultati ti hanno dato ragione”. Amadeus risponde: “Beh, visto che c’è Massimo Martelli che era l’autore della musica con me, abbiamo investito, diciamo così, su due nomi giovani Tananai e Olly“.

Poi Fiorello e Amadeus hanno cantato una irresistibile versione rivisitata di “Non amarmi” che però contiene anche un messaggio “in codice” per la Rai. “Anche se la Rai ha dei muri enormi, io non ho paura e voglio superarli”. Infine un “qui pro quo” nato durante una frase di Amadeus che, rivolgendosi a Fiorello, commentava delle istanze civili e sociali portate avanti durante la “Pennicanza”: “Chissà a settembre cosa potrai combinare qui”. L’amico sente: “Chissà a settembre cosa potrei combinare qui? Ma allora torni!”. Applausi e risate.

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Scontri razziali, altri guai per Starmer

«Giù, sulle vostre ginocchia». Glielo urlano in faccia, con violenza. Da una parte la polizia, immobile, trincerata dietro alle proprie divise. Dall'altra gli abitanti di Southampton. Qualcuno brandisce la bandiera inglese. L'odio anima la piazza, la divora, ne alimenta paure e tensioni. Pretendono che quegli agenti, che nel 2020 si erano inginocchiati per George Floyd, adesso lo facciano anche per Henry Nowak. Quando era in fin di vita, anziché aiutarlo lo hanno trascinato, voltato e poi ammanettato. E questo perché hanno preferito dar retta a Vickrum Digwa che accusava quel ragazzo riverso a terra di averlo aggredito per motivi razziali. E non si capisce come questo possa essere avvenuto. Perché guardando le immagini della bodycam della polizia, rese pubbliche al termine del processo che ha condannato Digwa all'ergastolo, appare chiaro chi è ha aggredito chi. Così, appena il video ha fatto il giro dei social, la piazza è esplosa. Pietre, lattine, sedie, razzi di segnalazione: qualsiasi cosa gli capitasse a tiro andava bene per bersagliare gli agenti tra le cui fila, al termine degli scontri, si sono contati undici feriti. Dall'altra parte della barricata, invece, sono state arrestate due persone.

Il problema, però, non è solo di ordine pubblico. E, molto probabilmente, non riguarda solo la città di Southampton ma tutta l'Inghilterra. Certo, il ministro dell'Interno, Shabana Mahmood, non poteva che definire i disordini «del tutto inaccettabili», ma la morte di Henry Nowak non può essere archiviata in questo modo. L'Independent Office for Police Conduct, che indaga sulle accuse di comportamenti scorretti da parte della polizia, sta già prendendo in esame l'operato degli agenti che sono intervenuti il 3 dicembre 2025, la sera in cui è morto Henry. Questi dovranno spiegare perché hanno ammanettato il 18enne nonostante fosse esanime a terra; perché non lo hanno liberato quando ripeteva, con un filo di voce, «non riesco a respirare»; perché non gli hanno creduto quando ha detto loro di essere stato accoltellato. Anche il primo ministro Keir Starmer ha usato parole dure contro i disordini di martedì sera ma ha anche dichiarato di essere rimasto sconvolto dalle immagini della bodycam e ha preteso risposte su come «le accuse di razzismo abbiano influenzato il processo decisionale» degli agenti.

La verità è che Starmer, quelle risposte, ce le ha sotto gli occhi. Gli basterebbe dare un'occhiata alle linee guida contro il razzismo per capire perché, come denunciato dai genitori di Henry, la polizia «ha lasciato morire il figlio senza dignità». Il Consiglio Nazionale dei Capi di Polizia ha già fatto sapere che le rivedrà. E lo stesso è stato promesso dal ministro della Polizia, Sarah Jones. Queste linee guida, come spiegato da Nigel Farage di Reform Uk, hanno condizionato il comportamento dei poliziotti creando un «doppio standard» a favore delle minoranze etniche e una sorta di razzismo contro i bianchi.

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Corsi (obbligatori) su diversità e inclusione: le forze dell'ordine piegate all'agenda woke

Come è potuto accadere che gli agenti dell'Hampshire ignorassero le richieste d'aiuto di un ragazzo, che giaceva esanime a terra, e si fidassero della versione di chi lo aveva accoltellato solo perché questo diceva di aver subito un'aggressione razzista? Ecco come: anni di corsi di sensibilizzazione culturale, anni di formazione su Diversità, equità e inclusione (Dei), anni di incontri con oratori esterni. Tutto questo ha spinto la polizia a non credere a Henry Nowak, quando diceva di essere stato accoltellato, ma a prendere le difese di Vickrum Digwa che lo aveva appena colpito con una lama da venti centimetri.

Ora che un giudice ha stabilito che quella sera del 3 dicembre 2025 Henry "non aveva detto nulla di razzista" e ha condannato Digwa all'ergastolo, il dibattito politico e mediatico si è spostato sulle regole d'ingaggio della polizia. Per capire come si muovono gli agenti della contea dell'Hampshire è d'aiuto leggere il "Race action plan" per il triennio 2024-2026. "L'omicidio di George Floyd da parte di agenti di polizia in servizio negli Stati Uniti nel 2020 è stato un momento cruciale per le forze dell'ordine nel Regno Unito, rendendo necessario un vero cambiamento", si legge. "Sebbene questo tragico evento sia accaduto in un altro Paese, le forze dell'ordine in tutto il Regno Unito hanno avuto per molti anni un rapporto teso con alcune comunità". Il 2020 può, dunque, essere considerato il momento in cui nasce il culto cieco all'agenda Dei. Con il College of Policing che invita gli agenti a "rispondere positivamente ad accuse, segnali e percezioni di ostilità e odio" e a "non contestare questa percezione". Con la polizia dell'Hampshire che stanzia un milione di sterline per tenere corsi sulla questione razziale la cui partecipazione era non solo "obbligatoria" ma addirittura "collegata all'avanzamento di carriera". Con il capo dello stesso dipartimento che nel 2022 fissava come "priorità assoluta" l'essere anti-razzisti e inclusivi. Con le forze dell'ordine che, come sottolinea lo Spectator, "hanno reagito alle accuse di razzismo istituzionale andando all'estremo opposto".

Sentito dal Telegraph, l'ex presidente della Metropolitan Police Federation, Rick Prior, ha raccontato che oggigiorno "la cosa peggiore che possa capitare a un agente di polizia è essere accusato di razzismo" perché rischia di essere allontanato dal lavoro per mesi. Pertanto, anziché "essere obiettivo", quando interviene in un caso di presunto razzismo, persegue soltanto quell'obiettivo. Nel "Race action plan", infatti, non solo si invita a occuparsi dei "reati che causano il maggior danno alle comunità di minoranze etniche" ma anche ad assicurarsi che "siano in atto procedure che consentano a tutte le vittime di crimini d'odio di ricevere il miglior servizio possibile in base alle loro esigenze".

Il governo Starmer ha fatto sapere che queste linee guida saranno presto riviste e che sarà fatta luce su come "le accuse di razzismo abbiano influenzato il processo decisionale" degli agenti. Peccato che l'ufficio, che dovrà indagare, è lo stesso che invitava i poliziotti a non ferire le persone che denunciano episodi di razzismo dicendo che nelle loro accuse mancano prove "tangibili".

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Cinque Vasco Rossi appaiono in giro per le città italiane: 5 come 50 anni di carriera. Arriva l’annuncio dei più eventi del 2027 per 500mila persone?

Non uno, ma ben cinque Vasco Rossi sono apparsi sui manifesti elettronici di oltre venti città italiane da Milano a Roma, da Bologna a Napoli. Cinque espressioni del rocker a raffigurare le sue molteplici anime, cinque come cinquanta il numero degli anni di carriera che il prossimo anno l’artista si appresta a festeggiare “con più eventi per oltre 500mila persone”.

L’iniziativa diffusa compare mentre il tour 2026 entra nel vivo, dopo la data zero di Rimini, e si prepara a fare tappa a Ferrara, dove il 5 e 6 giugno sono attesi 120mila spettatori al Parco Urbano G. Bassani. Nessuna comunicazione ha accompagnato la comparsa delle immagini, il che ha naturalmente alimentato le interpretazioni più varie da parte del pubblico.

Sul profilo ufficiale del cantante invece qualche considerazione sul tour iniziato da Rimini con la data zero: “Giugno, ormai, arrivano due cose sicure: il caldo… E i concerti di Vasco. Quest’anno il tour sarà all’insegna della provocazione. Ironica. Feroce. Rock. Per sdrammatizzare… O forse per esorcizzare questo periodo storico così buio, pieno di odio, violenza e paura.

E ancora: “Noi continuiamo a considerare la musica e i concerti una forma di resistenza attiva. Contro la paura. Contro la violenza. Contro la legge del più forte. Quella esercitata brutalmente tra guerre di conquista e sterminio da arroganti prepotenti e sociopatici individui a capo di immense potenze. E allora noi rispondiamo così: con le canzoni. Con migliaia di persone insieme. Con la vita. Con un po’ di sana, scandalosa, felicità collettiva”.

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Il sistema della “mafia del Pakistan” nei campi della Basilicata: braccianti sorvegliati e testimoni intimiditi

È il 10 marzo scorso, in collegamento con la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia sono tutti schierati dietro un tavolo della prefettura di Matera. Raccontano cosa hanno scoperto seguendo il filo rosso lasciato da uno spaventoso incidente stradale in Val d’Agri, avvenuto in autunno: quattro braccianti stranieri morti, altri sei feriti. La presidente Chiara Gribaudo chiede, loro rispondono per quanto possibile perché le inchieste sono ancora aperte e gli accertamenti tutt’altro che finiti. La strage di Amendolara, in provincia di Cosenza, è la punta dell’iceberg di quanto avviene nelle campagne al confine tra Basilicata e Calabria: lo raccontano bene i vertici delle forze dell’ordine di Matera nel corso di quella audizione di tre mesi fa. Basta riascoltare le parole del questore Mario Della Cioppa, del comandante provinciale dei carabinieri Giovanni Russo e del comandante della Guardia di Finanza Roberto Maniscalco.

La “mafia del Pakistan”

Rimettendo insieme i pezzi di vecchie inchieste e dell’indagine sulla morte dei quattro indiani che viaggiavano insieme ad altri 6 braccianti hanno scoperto molto altro. Così a dicembre erano arrivati quattro arresti: caporali, come i due pachistani fermati per aver bruciato da vivi tre afgani e un loro connazionale dentro il minivan nella stazione di servizio tra Amendolara e Roseto Capo Spulico. Il canovaccio è sempre lo stesso, l’humus dal quale affiorano le indagini non cambia mai. Per questo l’unico sopravvissuto alla strage di lunedì, Taj Mohammad Alamyar, ha usato un’espressione calzante: “Mafia del Pakistan”.

I testimoni nelle strutture protette

Davanti alla Commissione, il racconto dei vertici delle forze dell’ordine era stato chiarissimo: dalle indagini coordinate dalla procura di Matera, guidata da Alessio Coccioli, era emerso un quadro netto. Allora, come nella vicenda di Amendolara, c’erano i 300 euro da lasciare ai caporali per un alloggio fatiscente che costringeva a vivere i braccianti in “condizioni degradanti”, aveva raccontato il comandante Russo. Svelando anche un retroscena dell’inchiesta che sostanzia il comportamento mafioso di quei caporali: i superstiti della strage in Val d’Agri, spiegò, erano stati intimiditi dai caporali affinché fornissero una ricostruzione annacquata, sostanzialmente falsa, agli investigatori. Una vera e propria minaccia che aveva spinto carabinieri e polizia a spostare i braccianti sopravvissuti in una struttura protetta al fine di tutelarsi e garantire un racconto veritiero: un trattamento riservato ai testimoni di giustizia che decidono di rompere il muro di silenzio imposto dai clan mafiosi.

I metodi di sorveglianza e il secondo livello

Anche grazie a questi accorgimenti, gli inquirenti erano arrivati all’arresto dei quattro caporali ed erano riusciti a rimettere insieme un quadro accusatorio solido. Nelle carte, si racconta di paghe giornaliere da 42 euro per 8 ore di lavoro nei campi alle quali aggiungere altre 2-3 ore trascorse sui bus per andare e tornare dai terreni. “Erano sottoposti a metodi di sorveglianza assolutamente vietati, dovevano chiedere il permesso per andare in bagno. E non sempre li veniva accordato”, avevano spiegato gli investigatori. Delineato la posizione dei caporali, la procura di Matera sta ora mettendo a fuoco un secondo livello, quello dei datori di lavoro, per verificare un loro eventuale coinvolgimento in quello che tra Siberitide e Piana di Metaponto appare come un “sistema” collaudato.

Gli imprenditori denunciati e i reclutatori

Del resto la Finanza, a novembre 2025, aveva denunciato i titolari di una trentina di aziende agricole della costa jonica lucana per il mancato versamento dei contributi dei dipendenti. L’ammanco era considerevole: oltre 2 milioni di euro, nei quali era compreso anche il 9% a carico del lavoratore. In sostanza, gli imprenditori aveva trattenuto sui loro conti correnti circa 200mila euro dei braccianti lucrando ulteriormente sul loro lavoro già mal pagato. Un sistema nel quale la Cgil Calabria continua a insistere sul coinvolgimento della ‘ndrangheta e che, certamente, non finisce ai caporali. In alcune inchieste degli anni scorsi erano emersi anche alcuni reclutatori in Nord Africa il cui compito era fornire una sorta di lista di braccianti da arruolare; in cambio intascavano tra i 5 e 10mila euro per favorire la loro assunzione fittizia nelle aziende. Lo schema si è ripresentato, in una sorta di eterna replica, in un’altra più recente indagine della Dda di Potenza. Un “sistema”, appunto, con caporali e livelli superiori che spartiscono la torta sulle spalle dei disperati allestendo una partita truccata, nella quale a perdere erano e sono sempre i braccianti.

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White lives matter

Nessuno di quelli che si sono inginocchiati per George Floyd, probabilmente lo farà per Henry Nowak. Nessuna sigla o movimento sfilerà per lui in piazza. Perché le vite dei neri contano ma, in questo folle mondo occidentale drogato di woke, quelle dei bianchi un po' meno. Nessun progressista farà campagne di sensibilizzazione. Probabilmente non sanno nemmeno della sua triste storia perché, fuori dall'Inghilterra, la stampa mainstream si è a lungo guardata bene dal raccontarla. E così Henry Nowak passerà per uno dei tanti diciottenni ammazzati a coltellate sul finire di una sera. Poco importa ai cantori del progressismo che quel 3 dicembre 2025, la polizia intervenuta sul posto decida di arrestare Henry, agonizzante, anziché Vickrum Digwa, un 23enne di fede sikh che ha ripetutamente infierito su di lui con un coltello da 20 centimetri. A loro non importa che i poliziotti lo abbiano ammanettato anziché soccorrerlo perché l'aggressore ha detto (mentendo) di essere stato vittima di un attacco razzista. E nemmeno gli importa che la morte di Henry Nowak potrebbe essere il punto più basso toccato da un Paese a tal punto intriso di ideologia woke da diventare cieco. E tutto questo non importa perché non è utile alla narrazione politicamente corretta della sinistra che vuole tutti i bianchi intrinsecamente razzisti e violenti contro ogni minoranza.

Lunedì sera, dopo mesi di polemiche, si è finalmente arrivati a sentenza. la Southampton Crown Court ha condannato Vickrum Digwa all'ergastolo. Il giudice, dopo aver ascoltato il parere della giuria popolare, ha stabilito che l'inglese di origini indiane dovrà stare almeno 21 anni in carcere. Ma nonostante questo gli inglesi fanno fatica a mettere la parola "fine" a questa storia drammatica. Perché, per quanto le sei coltellate inflitte con uno "shastar" di otto pollici le abbia sferrate Digwa, i riflettori sono puntati sugli agenti della Hampshire Police, la stessa che nel 2020 si era prodigata in tweet a favore di George Floyd. Gli agenti hanno preferito credere alle bugie di Digwa, nonostante Nowak fosse accasciato a terra, praticamente privo di sensi, e con un filo di voce ripetesse: "Non riesco a respirare". Le immagini delle bodycam degli agenti, che sono state rese pubbliche al termine del processo, sono un pugno nello stomaco. "Sono stato accoltellato", prova a spiegare Nowak. "Non credo proprio, amico", gli risponde un poliziotto. A guardare il video non ci si spiega come possano aver ammanettato un corpo che non si regge nemmeno in piedi. "Lo hanno lasciato morire senza dignità", hanno commentato i genitori dello studente 18enne. "Il modo in cui è stato trattato è stato disumano e degradante".

Nei giorni scorsi la polizia ha chiesto pubblicamente scusa ma le scuse non sono sufficienti a chiudere il caso. In un articolo dello Spectator che indaga "il male dell'anti-razzismo", vengono elencate le ragioni che hanno spinto gli agenti a "ignorare le suppliche del ragazzo bianco di 18 anni che stava morendo dissanguato davanti ai loro occhi". Ci sono "decenni di addestramento all'antirazzismo, la paura di essere etichettati come razzisti, la paura di non ascoltare le minoranze". Tutto questo è il frutto avvelenato dell'antirazzismo: "Qualunque cosa fosse negli anni Novanta, sembra che ora la nostra polizia sia istituzionalmente anti-bianchi".

Quando tra qualche anno, a Southampton, chiederanno di cosa sia morto Henry Nowak, qualcuno racconterà di una rissa per strada; altri parleranno di una coltellata che gli ha perforato un polmone; altri ancora tireranno in ballo un errore di valutazione della polizia; pochi, molto pochi, avranno il coraggio di dire, come ha fatto ieri Nigel Farage, che è stato vittima di "un nuovo razzismo contro i bianchi". Lo stesso che ha ucciso Iryna Zarutska lo scorso agosto, in una metropolitana della North Caroline. Un'altra morte per cui non abbiamo visto cortei e mobilitazioni. E allora viene da chiedersi: fino a che punto l'Occidente si vergognerà di dire che anche le vite dei bianchi contano?

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Ora l’intelligenza artificiale deve dimostrare di saper cambiare l’economia reale

Per anni i cantori dell’intelligenza artificiale hanno annunciato l’avvento di una rivoluzione inevitabile e dirompente, destinata a migliorare la vita dei lavoratori e i rendimenti degli investitori. Da Sam Altman in giù, erano tutti convinti che la traversata nel deserto sarebbe stata più breve del previsto, descrivendoci una Terra promessa economica in cui sarebbe bastato inserire qualche algoritmo nei processi aziendali affinché il mondo del lavoro cambiasse per sempre. Più produttività, meno fatica, crescita economica accelerata. Macchine sempre più autonome avrebbero svolto la maggior parte delle attività cognitive oggi affidate agli esseri umani.

L’IA continua ad attirare investimenti enormi, ma l’entusiasmo iniziale si sta scontrando con la realtà che, come insegnava Giulio Andreotti, è sempre un po’ più complessa. La rivoluzione non è ancora arrivata, e la crescita men che meno. Il problema non è il funzionamento della tecnologia, anzi. Gli strumenti di intelligenza artificiale si sono diffusi rapidamente nelle aziende e nelle abitudini quotidiane dei lavoratori. I modelli generativi scrivono testi, analizzano dati, generano codici, producono immagini e simulazioni con una velocità che fino a poco tempo fa sembrava fantascienza. Il problema è un altro: l’economia, per ora, non se n’è accorta.

Negli Stati Uniti la produttività è cresciuta nel 2025 a un ritmo vicino alla media storica, intorno al due per cento annuo secondo i dati del Bureau of Labor Statistics, ben lontano dal balzo registrato negli anni Novanta durante la rivoluzione digitale. Alcuni economisti, tra cui Daron Acemoglu del MIT, stimano che il contributo diretto dell’intelligenza artificiale alla crescita della produttività sia finora limitato, nell’ordine di pochi centesimi di punto percentuale all’anno.

Un’indagine del National Bureau of Economic Research su circa seimila dirigenti mostra che il settanta per cento delle aziende usa strumenti di intelligenza artificiale, ma l’ottanta per cento non ha registrato alcun cambiamento significativo né nella produttività né nell’occupazione negli ultimi tre anni. Le ragioni sono meno tecnologiche di quanto si immagini: dati incompleti o disordinati, sistemi informatici incompatibili con i nuovi modelli, mancanza di competenze interne e, soprattutto, l’assenza di un problema aziendale preciso che l’intelligenza artificiale dovrebbe risolvere.

Sloan Management Review e Boston Consulting Group, il novantacinque per cento dei progetti di IA generativa resta fermo alla fase di sperimentazione o non produce benefici economici misurabili, rimanendo confinato a prototipi o test interni. E secondo la società di ricerca Gartner, entro la fine del 2026 molte organizzazioni potrebbero abbandonare fino al sessanta per cento delle iniziative di IA avviate senza dati adeguati, infrastrutture compatibili o una strategia chiara di implementazione.

Gli investimenti nell’intelligenza artificiale possono aumentare la produttività delle imprese, ma solo se ci sono degli asset complementari: dati di qualità, infrastrutture digitali e personale qualificato. In molti settori, soprattutto nei servizi, queste condizioni non sono ancora diffuse. La principale conseguenza è che l’adozione della tecnologia segue spesso una curva a “J”. Nelle prime fasi le aziende registrano addirittura un calo di produttività, dovuto ai costi di implementazione, alla formazione del personale e alla necessità di ripensare i processi. Solo dopo alcuni anni emergono i benefici.

Non è la prima volta che accade una cosa del genere. L’elettricità, per esempio, iniziò a entrare nelle fabbriche occidentali già negli anni Ottanta dell’Ottocento, ma impiegò decenni prima di produrre un aumento significativo della produttività industriale. In una prima fase gli imprenditori si limitarono a sostituire il motore a vapore con un grande motore elettrico centrale, mantenendo invariata la struttura della fabbrica ereditata dall’era del vapore: lunghi alberi di trasmissione che distribuivano la forza meccanica nell’intero edificio.

Il vero cambiamento arrivò solo quando le imprese iniziarono a sfruttare le caratteristiche specifiche dell’elettricità. Tra gli anni Venti e Trenta del Novecento le fabbriche vennero progressivamente riprogettate: piccoli motori elettrici furono installati direttamente sulle singole macchine utensili, eliminando i complessi sistemi di trasmissione meccanica e permettendo di ridisegnare completamente la disposizione degli impianti. Le linee produttive divennero più flessibili, gli spazi più efficienti e il lavoro più specializzato. Solo allora i benefici dell’elettrificazione, evidenti fin dal primo giorno, come maggiore velocità, minori costi e un sensibile aumento della produttività, iniziarono a comparire nelle statistiche economiche.

Una storia simile si è ripetuta con i computer. Già negli anni Settanta i grandi mainframe erano entrati nelle banche, nelle compagnie assicurative e nelle grandi imprese industriali per gestire contabilità, pagamenti e archivi amministrativi. Poi arrivò la seconda ondata: tra il 1980 e il 1990 il numero di computer installati nelle imprese statunitensi aumentò di oltre dieci volte e le aziende investirono centinaia di miliardi di dollari in hardware e software. Ma non abbastanza da rivoluzionare il mercato del lavoro. Nel 1987 l’economista e premio Nobel Robert Solow sintetizzò il paradosso con una frase diventata celebre: «Si vede l’era dei computer ovunque, tranne che nelle statistiche della produttività». Il boom arrivò solo negli anni Novanta, quando l’informatica iniziò a riorganizzare davvero il funzionamento delle imprese: software gestionali integrati, reti informatiche interne, internet commerciale, logistica digitale e supply chain informatizzate.

In entrambi i casi il problema non era la tecnologia in sé. Il ritardo dipendeva, e dipende, dal fatto che le innovazioni più profonde hanno bisogno di cambiamenti organizzativi, istituzionali e culturali. Le macchine possono essere installate rapidamente; ripensare il modo in cui un’economia lavora è un processo decisamente più lento. I modelli devono dialogare con sistemi informatici costruiti negli anni, con procedure interne, con vincoli legali e normativi. Devono essere addestrati su dati affidabili, e spesso quei dati non esistono o sono disordinati.

Un altro elemento che ha raffreddato l’entusiasmo riguarda il tipo di lavoro che l’IA produce. Per mesi si è parlato di automazione e sostituzione. In molti casi sta succedendo qualcosa di più complicato. L’intelligenza artificiale non elimina il lavoro umano: lo cambia e spesso lo aumenta, come afferma il 77 per cento dei dipendenti sentiti durante un sondaggio dell’Upwork Research Institute. Quasi quattro lavoratori su dieci dichiarano di passare più tempo a controllare o correggere contenuti generati automaticamente. Programmatori scrivono codici più rapidamente ma devono verificare quello generato dagli algoritmi. Analisti producono report più velocemente ma dedicano più tempo alla revisione. Questo fenomeno si chiama paradosso di Jevons e gli economisti lo conoscono da oltre un secolo: quando una tecnologia rende più efficiente l’uso di una risorsa, il consumo totale di quella risorsa può aumentare invece di diminuire.

Un’altra ragione per cui la rivoluzione promessa tarda ad arrivare riguarda la natura stessa della produttività. Nei modelli economici più semplici la produttività è un rapporto tra input e output: se una tecnologia permette di fare una certa attività più velocemente, ci si aspetta automaticamente un aumento della produzione. Ma in un’azienda il valore non nasce solo dalla velocità con cui si eseguono i compiti. Molto spesso dipende da elementi più difficili da standardizzare e quindi da automatizzare: il giudizio umano nelle decisioni complesse, la creatività nel risolvere problemi nuovi, la capacità di interpretare informazioni incomplete o ambigue, oppure di coordinare persone e relazioni all’interno di un’organizzazione. In questi ambiti l’intelligenza artificiale può aiutare, ma raramente sostituisce del tutto il contributo umano. Ed è proprio lì che spesso si genera la parte più importante del valore economico.

Negli uffici, l’impatto dell’intelligenza artificiale appare più sottile di quanto suggerisca il dibattito pubblico. Uno studio pubblicato quest’anno da ricercatori della Seoul National University basato su un sondaggio su oltre cinquemila lavoratori in Corea del Sud, mostra che più della metà utilizza già strumenti di IA generativa nel lavoro quotidiano. L’effetto medio è modesto: tra chi li usa, il tempo di lavoro si riduce in media di circa il 3,8 per cento. E soprattutto quel tempo risparmiato non si traduce quasi mai in più produzione. In molti casi viene assorbito in modi meno visibili. Per esempio: pause più lunghe, minore pressione mentale o uno spostamento verso attività percepite come più interessanti. Una parte dell’impatto dell’intelligenza artificiale sembra emergere più come miglioramento delle condizioni di lavoro che come aumento della produttività misurata.

Un altro risultato interessante riguarda l’esperienza professionale. I lavoratori meno esperti sembrano trarre i benefici maggiori dall’uso dell’IA. Gli strumenti generativi funzionano spesso come una sorta di tutor sempre disponibile: suggeriscono soluzioni, correggono errori e aiutano a completare compiti complessi. In questo modo riducono il divario tra chi ha molta esperienza e chi ne ha meno. Nelle prime fasi della sua diffusione l’intelligenza artificiale sembra agire più come una tecnologia che livella le competenze che come un semplice moltiplicatore della produttività.

L’intelligenza artificiale sta seguendo a menadito l’Hype Cycle elaborato dalla società di ricerca Gartner. Secondo questo modello, quasi tutte le tecnologie emergenti attraversano una prima fase di entusiasmo, il cosiddetto picco delle aspettative gonfiate, in cui promesse e previsioni superano di gran lunga le applicazioni reali. E questa fase l’abbiamo passata ascoltando le promesse di Altman, Elon Musk e altri pioneri dell’IA alla ricerca di ingenti investimenti. Se gli investimenti crescono troppo rapidamente rispetto alla capacità delle imprese di trasformare la tecnologia in valore economico reale, il risultato può essere una sequenza di boom e disillusioni, come quello che stiamo vivendo adesso. Dopo aver investito tanto, imprese e investitori iniziano a confrontarsi con i limiti tecnici della tecnologia, i costi di implementazione e benefici più modesti del previsto.

La fine dell’hype non segna necessariamente la fine della rivoluzione. Piuttosto ne rappresenta l’inizio vero. Quando l’entusiasmo si riduce, le tecnologie smettono di essere esperimenti spettacolari e diventano strumenti da integrare lentamente nelle strutture economiche e sociali. È un processo lento e spesso poco visibile, fatto di cambiamenti nei processi, nei modelli organizzativi e nelle competenze. Ma è proprio in questa fase, quando l’entusiasmo lascia spazio all’integrazione, che le innovazioni finiscono davvero per trasformare l’economia.

La conseguenza non sarà tanto un rallentamento, quanto uno spostamento degli investimenti. I capitali si allontaneranno dai progetti più generici, difficili da valutare e poco integrati nei processi, che saranno i primi a essere ridimensionati o chiusi. Si concentreranno invece sulle applicazioni in cui l’intelligenza artificiale produce risultati chiari e misurabili. Dovranno soddisfare tre criteri su tutti: l’automazione industriale, l’ottimizzazione operativa e la riduzione dei costi. Non basta che i modelli funzionino; devono produrre valore. Finirà la stagione dei prototipi acchiappa investitori e inizierà l’era dell’implementazione.

Il futuro dell’intelligenza artificiale dipenderà probabilmente meno dalla potenza degli algoritmi e più dalla capacità delle organizzazioni di reinventare il modo in cui lavorano. Come accadde con l’elettricità e con i computer, la tecnologia da sola non basta. Servono nuove idee su come usarla. Idee, non profezie.

Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 01/26 – “Super Mario per l’Europa”, ordinabile qui.

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