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“Profitti sulla pelle degli adolescenti”: non solo social, anche l’Intelligenza artificiale finisce in tribunale. La Florida accusa Altman e ChatGPT

Dopo i social network anche l’intelligenza artificiale finisce in tribunale per i possibili nefasti effetti sugli utenti. Mentre Meta accetta per la prima volta di pagare una sanzione, milionaria, lo Stato americano della Florida ha accusato OpenAI di badare più ai miliardi che al benessere di bambini e adolescenti. “Sam Altman e ChatGPT hanno scelto la corsa all’intelligenza artificiale a discapito della sicurezza dei nostri figli. Hanno scelto il profitto a discapito della sicurezza pubblica e noi in Florida non lo tollereremo”, ha dichiarato il primo giugno in conferenza stampa il procuratore generale James Uthmeier. Nel mirino di quest’ultimo c’è il design della tecnologia: ChatGPT “è progettato per comportarsi come un amico, incoraggiando l’utilizzo del chatbot, per poi abbandonare gli adolescenti vulnerabili dinanzi a qualsiasi spaventoso bisogno rivelino al loro ‘confidente’. Nella migliore delle ipotesi, questa caratteristica progettuale è imprudente, nella peggiore è intenzionale”.

L’esperto: “Sotto accusa la progettazione delle tecnologie”

Non solo ChatGPT, ma anche i social network sono sul banco degli accusati per le caratteristiche dell’algoritmo: contro Meta, casa madre di Facebook e Instagram, negli Usa ballano 2400 cause intentate intentate da bambini, famiglie, distretti scolastici, 42 procuratori generali statali. Dunque potrebbe essere solo l’inizio della valanga. “La vera novità, sul piano giuridico, è che si prova a far rispondere il modo in cui il prodotto è progettato, non solo l’uso che ne fa chi lo adopera”, commenta con ilfattoquotidianoi.it Marco Martorana, avvocato, docente all’università di Parma, specializzato in tecnologie digitali. “Che a citare OpenAI sia uno Stato, e non più soltanto le famiglie delle vittime, cambia la natura della partita: l’Ia non è solo un affare tra privati ma può diventare un questione di salute pubblica”, prosegue il legale. Tuttavia appare concreto il rischio che i colossi sfuggano ai tribunali con la scorciatoia delle multe milionarie, per loro leggere come noccioline. “La scelta di Meta di chiudere con una transazione il caso del Kentucky, pochi giorni prima del processo e senza ammettere alcuna responsabilità, mostra il rovescio – avvisa Martorana – pagare diventa il modo per dare un prezzo al rischio ed evitare quel confronto in aula”.

Meta accetta la sanzione: 9 milioni alle scuole del Kentucky per la salute mentale dei più giovani

Meta per la prima volta (il 21 maggio secondo i documenti visionati dall’agenzia Reuters) ha accettato la sanzione, da 9 milioni, per evitare il processo contro il distretto scolastico della Contea di Breathitt, nello Stato del Kentucky. Le scuole otterranno 27 milioni per affrontare i problemi di salute mentale dei più giovani. Anche Snap, Youtube e TikTok sono usciti dal processo previsto a giugno pagando la loro parte della multa. Ma alle porte ci sono le denunce di altri 1200 distretti scolastici. “La condotta degli imputati ha portato a una crisi di salute mentale tra i giovani americani e non è un’iperbole”, scrivono i legali della contea di Breathitt nell’atto di citazione. Anzi, le parole sono da intendersi letteralmente, suffragate dalle società scientifiche di pediatria e psicologia. “Il fatto che sia presente una crisi di salute mentale tra i giovani americani è stato dichiarato dall’American Academy of Pediatrics, dall’American Academy of Child and Adolescent Psychiatry, dalla Children’s Hospital Association e dal Surgeon General degli Stati Uniti”. Nel mirino ci sono le scelte di progettazione compiute dalle piattaforme per tenere agganciati gli utenti il più a lungo possibile, con il rischio di alimentare dipendenza soprattutto nei più giovani. Lo scopo? “Generare profitti”. Lo strumento? I ragazzi. “Se perdiamo il contatto con gli adolescenti negli Stati Uniti, perdiamo il flusso di clienti”, sosteneva un documento interno di Instagram rivelato dal New York Times nel 2023. Secondo gli accusatori del Kentucky, i colossi dei social network sarebbero consapevoli dei pericoli. E’ la stessa ipotesi del procuratore del New Mexico, dove è corso la seconda fase del processo civile contro Meta, dopo la condanna del marzo al risarcimento da 375 milioni di dollari. Ora il New Mexico ne chiede 10 volte di più: 3,7 miliardi, per risolvere i problemi di salute mentale dei più giovani.

La Florida contro Sam Altman e OpenIA

Lo Stato della Florida rivolge a OpenAi accuse molto simili a quelle piovute sulle piattaforme social. Secondo il procuratore Uthemier la multinazionale e Sam Altman erano a conoscenza dei rischi, soprattutto per i minori. Dunque il Ceo dovrebbe essere ritenuto “personalmente responsabile per il danno causato ai cittadini della Florida”: colpevole di “totale disprezzo per il rischio per la vita umana derivante dalla condotta della sua azienda”. Sulla multinazionale pende una sanzione “potenzialmente da miliardi di dollari”, secondo le dichiarazioni di Uthemier riportate da Cnn.

La causa civile è una costola dell’indagine penale annunciata dal procuratore il 21 aprile scorso, frutto della sparatoria avvenuta il 17 aprile 2025 nel campus dell’università dello Stato, con un bilancio di 2 morti e 6 feriti. L’imputato Phoenix Ikner avrebbe consultato l’intelligenza artificiale per ricevere consigli su armi e munizioni, l’orario e l’area migliore per colpire il maggior numero di persone. “Se quel bot fosse una persona, verrebbe accusato di concorso in omicidio premeditato”, aveva dichiarato Uthmeier in una conferenza stampa. Nell’occasione il procuratore della Florida aveva rammentato il lavoro del suo ufficio per perseguire i crimini legati all’uso dell’intelligenza artificiale: una condanna a 135 anni di carcere per un predatore sessuale; il processo in corso ad un presunto pedofilo, con 46 capi d’accusa relativi a materiale pedopornografico generato dall’IA .

La causa civile presentata il primo giugno invece accusa OpenAI di pratiche commerciali ingannevoli e sleali per accelerare i guadagni in barba ai rischi: “A causa delle false dichiarazioni degli imputati su ChatGPT e della loro negligente introduzione di ChatGPT in Florida e nel mondo, gli omicidi di massa sono stati aiutati (…), le persone vulnerabili sono state incoraggiate al suicidio (…) gli utenti hanno perso capacità di pensiero critico e i minori sono diventati dipendenti da uno strumento che finge compassione umana per raccogliere i propri dati senza la supervisione dei genitori. Lo sscopo del colosso? “Accumulare grandi fortune, nonostante conoscano il pericolo di ChatGPT”. In una dichiarazione, OpenAI ha affermato di ritenere che i minori “necessitino di una protezione significativa” e di aver “messo in atto protezioni e politiche all’avanguardia nel settore”. Anche le piattaforme social come Facebook, Instagram e TikTok ripetono da anni di fare tutto il possibile per tutelare gli utenti, soprattutto i minori. Ma la palla ora passa ai tribunali.

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‘Libere anche qui’, il manifesto contro la violenza online sulle donne: “Servono consapevolezza e una legge sul consenso digitale”

Non basta indignarsi per qualche giorno sui social o chiudere un sito web. Per combattere la violenza di genere che infetta la sfera digitale serve un cambiamento culturale, ma anche norme capaci di arginare le nuove forme di abuso. Perché la violenza su internet non è una semplice estensione di quella tradizionale, ma un fenomeno che amplifica la capacità di controllo, umiliazione e aggressione ai danni delle donne. È da queste consapevolezze che nasce Libere anche qui, campagna nazionale sul consenso digitale presentata questa mattina in Senato.

Valeria Campagna è una consigliera comunale del Pd a Latina e componente della Direzione nazionale dem. Nel 2025 aveva denunciato pubblicamente che alcune sue fotografie erano finite su phica.eu, forum che pubblicava scatti rubati sui social network o foto scattate in luoghi pubblici e privati all’insaputa delle dirette interessate, portando alla chiusura del sito. E oggi è tra le promotrici dell’iniziativa: “Bisogna intervenire su più livelli – spiega Campagna, che è anche vicesegretaria regionale del Pd Lazio -, sul versante culturale e su quello normativo. Quando andai in questura a denunciare che le mie foto erano su quel sito mi sono sentita rispondere: ‘Dobbiamo capire qual è il reato da contestare’, perché non ne esiste uno specifico“.

La campagna nasce dall’esperienza diretta delle sue promotrici – ci sono anche Anna Frattini, assessora a Brescia, Lucrezia Iurlaro, presidente dell’associazione Tocca a noi, Giulia Pelucchi, presidente del Municipio 8 di Milano, e Laura Sparavigna, assessora a Firenze -, donne impegnate nella politica, nelle istituzioni e nell’attivismo che hanno vissuto forme diverse di sessismo, molestie e violenza digitale. Episodi differenti, ma accomunati dalla consapevolezza che ciò che accade online non è separato dalla vita reale. Anzi, la violenza che nasce offline può amplificarsi attraverso il digitale, mentre quella che si sviluppa in rete torna poi a influenzare il mondo reale in un continuo circolo vizioso difficile da interrompere.

La iniziativa, avviata con il supporto della rete di amministratrici e amministratori di TiCandido e il contributo di D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza e della Casa Internazionale delle Donne, si sviluppa attorno a due assi. Il primo è fondato sull’Atlante del Consenso Digitale, strumento pensato per spiegare cosa significhi “consenso” negli spazi online che si basa su due principi: il consenso come scelta libera, informata, esplicita e sempre revocabile e la reciprocità come alternativa alle logiche di dominio, possesso e controllo. Non un manuale giuridico, ma una bussola destinata a cittadini, scuole, famiglie, aziende che spiega come il consenso vada sempre chiesto anche online, che immagini e dati personali non possano essere condivisi senza autorizzazione, che l’invio di contenuti sessualmente espliciti non richiesti costituisca una forma di violenza e che deepfake e materiali generati dall’intelligenza artificiale senza consenso rappresentino nuove forme di abuso digitale.

Il secondo asse è politico e normativo. Le promotrici chiedono che l’Italia utilizzi la scadenza del 14 giugno 2027, data entro cui dovrà essere recepita la Direttiva europea 2024/1385 sulla violenza contro le donne e la violenza domestica, per costruire una disciplina più ampia e aggiornata sulla violenza digitale di genere. L’obiettivo è colmare le lacune esistenti, estendendo la tutela anche alla diffusione non consensuale di immagini non intime, alle pratiche di controllo digitale e alle forme di delegittimazione e abuso online oggi non sempre adeguatamente coperte dalla normativa vigente.

L’obiettivo è arrivare alla stesura di una proposta di legge costruita attraverso un percorso partecipativo che coinvolga amministratori locali, associazioni, centri antiviolenza, giuristi, esperti di tecnologie digitali, scuole, università e cittadini in una discussione pubblica diffusa sul territorio nazionale. Per questo nei prossimi mesi le promotrici saranno impegnate in una serie di incontri pubblici in diverse città italiane. Il percorso partirà da Parma e toccherà poi Roma, Milano, Bologna e Napoli, con l’obiettivo di raccogliere contributi, esperienze e proposte provenienti da realtà territoriali differenti e costruire una rete nazionale impegnata sul tema.

La campagna si inserisce in un contesto sempre più preoccupante. Secondo la Mappa dell’Intolleranza 2025, le donne continuano a essere il gruppo più colpito dall’odio online in Italia: il 44,59% dei contenuti che le riguardano presenta caratteri misogini, con una crescita degli attacchi rivolti al corpo, all’aspetto fisico e alla sessualità. Nel 2024 la Polizia Postale ha registrato quasi 2.000 reati online a danno delle donne, con il cyberstalking in aumento dell’8%, mentre a livello europeo una donna su dieci dichiara di aver subito molestie online. Sempre secondo i dati richiamati dal documento,

La Relazione sulla dimensione digitale della violenza contro le donne approvata dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio descrive un fenomeno in continua evoluzione fatto di doxing, sextortion, revenge porn, hate speech, controllo attraverso sistemi di geolocalizzazione e nuove forme di abuso legate all’intelligenza artificiale: il 96% dei contenuti deepfake presenti in rete ha natura pornografica. Tecnologie nate per facilitare la comunicazione e la condivisione possono trasformarsi in strumenti di sorveglianza, ricatto e intimidazione. Di qui Libere anche qui: perché le donne tornino a essere libere anche sul web.

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“Da Valditara a Bongiorno, sulla violenza di genere non troveremo alleati nella destra”: al via la campagna “Libere anche qui” sul consenso digitale

“La nostra campagna sul consenso digitale e contro la violenza di genere online è aperta a tutti, trasversale. Volentieri la condividiamo pure con le forze di maggioranza. Dopodiché va ricordato che partiamo da radici culturali differenti: il disegno di legge Bongiorno è una prima risposta, quello Valditara una seconda. Nonostante Giorgia Meloni sia la prima presidente del Consiglio donna, la delusione è significativa. Quindi non credo che troveremo degli alleati purtroppo”. Il giorno successivo all’approvazione definitiva, tra le proteste delle opposizioni, del disegno di legge Valditara sul consenso informato in ambito scolastico per l’educazione sessuoaffettiva, al Senato una rete di giovani amministratrici e attiviste di area progressista ha presentato la campagna nazionale “Libere anche qui“.

Tra le promotrici c’è la consigliera comunale Pd di Latina Valeria Campagna, componente della Direzione nazionale dem, che nel 2025 aveva denunciato pubblicamente che alcune sue fotografie erano state utilizzate senza consenso su phica.eu, forum che pubblicava scatti rubati sui social network o foto scattate di nascosto in luoghi pubblici e privati all’insaputa delle dirette interessate, poi chiuso. “La violenza digitale è una violenza reale. Nasce da una cultura dello stupro, profondamente radicata, che viola il consenso e la reciprocità delle donne, nella nostra vita di tutti i giorni, nei nostri ambienti di lavoro e di studio, di socialità. E quello che succede online è solo il continuum delle dinamiche di potere patriarcali che abitano la nostra società”, ha spiegato nel corso della conferenza a Palazzo Madama. Insieme a lei anche Anna Frattini, assessora a Brescia, Lucrezia Iurlaro, presidente dell’associazione Tocca a noi, Giulia Pelucchi, presidente del Municipio 8 di Milano, e Laura Sparavigna, assessora a Firenze. Donne impegnate a livello istituzionale e politico che hanno subito a loro volta molestie, sessismo e violenza digitale. Per questo, hanno spiegato, l’obiettivo è trasformare l’indignazione individuale in un’azione collettiva e politica.

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Argentina, l’anniversario di “Ni una menos” segnato da altri femminicidi. Ma Milei taglia fondi e programmi contro la violenza di genere

A undici anni dalla prima manifestazione di Ni Una Menos, il movimento femminista argentino torna a marciare contro la violenza di genere e i femminicidi. A Buenos Aires, centinaia di migliaia di persone hanno camminato fino alla piazza del Congresso dietro le parole “ci vogliamo vive e libere”. L’anniversario della nascita di Ni Una Menos, che ogni anno il 3 giugno organizza manifestazioni in tutto il Paese, è segnato dalla morte di tre ragazze che sembrano aggiungersi agli oltre 80 femminicidi avvenuti nel Paese nel 2026. Il corpo della diciassettenne Dulce María Beatriz Candia, cercata per due settimane dalla famiglia, è stato ritrovato in un edificio abbandonato. Si sospetta che sia stata uccisa da Mario Yung, tassista di 46 anni. Noelia Carolina Romero è stata uccisa dal compagno, Tomás Adrián Núñez: era riuscita a chiamare la polizia per chiedere aiuto ma quando gli agenti sono arrivati, era già morta accoltellata. Agostina Vega aveva 14 anni: i resti del suo corpo sono stati ritrovati in un terreno abbandonato fuori dalla città di Córdoba. Le prime indagini indicano che Claudio Barrelier, ex compagno della madre, l’avrebbe violentata e poi strangolata. Barrelier aveva lavorato con l’amministrazione locale e con il principale partito della città. Già nel 2025 era stato incarcerato per avere sequestrato in casa sua una donna, che era riuscita a scappare. Era stato liberato dopo 20 giorni, dietro il pagamento di una cauzione. I familiari hanno denunciato che le indagini sulla scomparsa di Agostina sono iniziate in ritardo, nonostante sin dall’inizio ci fossero testimonianze ed elementi a carico del principale sospettato che ora si trova in carcere.

Femminicidi come quello di Agostina colpiscono profondamente a livello sociale perché mostrano che il maschilismo non ha fatto alcun passo indietro nella sua crudeltà. Nel corso della vita, tutte noi in Argentina abbiamo un femminicidio che ci ha segnate. Ricordo quando hanno ucciso Candela Sol Rodríguez (sequestrata e uccisa nel 2011, aveva undici anni, ndr) e Ángeles Rawson (assassinata dal portiere del palazzo in cui viveva a Buenos Aires, ndr)”, dice al fattoquotidiano.it Catalina Escardó, docente, tra le partecipanti alla manifestazione. “Scendere in strada ogni anno il 3 giugno è un rito molto importante da mantenere vivo. Serve a continuare a farci incontrare e a costruire sostegno reciproco in un panorama così desolante, in cui le destre avanzano e il mondo appare più difficile da cambiare. La sensazione di essere ancora prive di protezione è terribile. Ma oggi possiamo scendere in strada e incontrare altre donne, possibilità che prima del 2015 non esisteva”.

In Argentina si registra un femminicidio ogni 31 ore. Da quando nel 2023 si è insediato il governo di Javier Milei, sono stati tagliati drasticamente i finanziamenti ai programmi di prevenzione alla violenza di genere. Una delle prime decisioni dell’esecutivo era stata chiudere il Ministero delle Donne, Genere e Diversità, riducendolo a una sottosegreteria che poi è stata chiusa. Secondo un’analisi elaborata dall’Equipo Latinoamericano de Justicia y Género, nel 2026 le politiche di prevenzione della violenza di genere hanno subito un taglio del 89% rispetto al 2023. Il programma Acompañar, che fornisce supporto economico alle donne in situazioni di violenza, è passato dall’assistere 102mila donne nel 2023 a zero nel 2025. La linea telefonica di assistenza 144 (un servizio telefonico gratuito nazionale dedicato all’assistenza, all’ascolto e all’orientamento per persone che subiscono violenza di genere) è stata smantellata.

Il presidente Milei ha criticato la specificità del reato di femminicidio, minacciando di eliminarlo dal codice penale, e ha spesso espresso pubblicamente opinioni omofobe e contrarie ai diritti LGBTQ+. “Questo governo sta praticando un anti-femmismo di Stato”, hanno detto le attiviste di Ni Una Menos. “Di fronte al governo di Milei che nega la violenza patriarcale, oggi diciamo: le nostre vite non sono sacrificabili”.

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Consenso informato per l’educazione affettiva a scuola: il ddl Valditara è legge tra le proteste. “Vincono la paura e l’oscurantismo”

Approvato tra le proteste di associazioni ed esperti il ddl Valditara in materia di consenso informato in ambito scolastico per l’educazione sessuoaffettiva. Il Senato ha dato il via libera definitivo con 78 voti favorevoli e 38 contrari: il testo, già approvato dalla Camera, è così diventato legge. Esulta il ministro dell’Istruzione: “Tuteliamo i bambini dalla confusione della propaganda gender e ridiamo voce ai genitori sulle tematiche della identità di genere per i figli adolescenti minorenni”, ha sostenuto.

Cosa prevede la legge

Il succo del provvedimento sta nella richiesta del consenso informato preventivo dei genitori (o degli stessi studenti se maggiorenni) per poter partecipare alle attività che riguardano i temi della sessualità. Le scuole dovranno mettere a disposizione il materiale didattico utilizzato per i progetti e richiedere loro un’autorizzazione scritta. In assenza di essa, saranno chiamate a garantire ai ragazzi “attività formative alternative”. Altro perno della norma, è lo spartiacque tra materne e elementari da una parte e medie e superiori dall’altra. Nei primi due casi, “fermo restando quanto previsto dalle indicazioni nazionali”, le attività sui temi della sessualità sono escluse; dalle scuole secondarie sono, invece, possibili con il benestare delle famiglie. Come ricostruito da ilfattoquotidiano.it, già adesso era necessario il via libera dei genitori, ma così ogni iniziativa dei docenti sarà disincentivata.

Pd: “Il Parlamento ha scelto la paura”. M5s: “Oscurantisti”

Per le deputate Pd Irene Manzi e Sara Ferrari “con l’approvazione definitiva della legge sul consenso informato a scuola, il Parlamento ha scelto da che parte stare: non dalla parte dei ragazzi e delle ragazze , non dalla parte della scuola. Ha scelto la paura, l’ideologia e l’oscurantismo. Il ddl Valditara non rafforza i rapporti tra scuola e famiglia. Li burocratizza, sminuendo l’autorevolezza dei docenti e colpendo proprio i ragazzi più fragili, quelli che in classe trovano l’unico spazio di ascolto che non trovano altrove, anche a casa”. Per il 5 stelle Luca Pirondini “è una marchetta al mondo retrogrado”: “L’esultanza di Pro Vita, l’associazione anti-abortista e pro-Medioevo, segna il vero obiettivo raggiunto dal governo con la legge Valditara sul consenso informato appena approvata dal Senato: fare una marchetta a quel mondo retrogrado e oscurantista che per Giorgia Meloni rappresenta un orticello elettorale da curare. Oggi è un giorno buio per la scuola pubblica, umiliata nella sua missione educativa e additata come fonte di paura e di sospetto”.

Una nessuna centomila: “Italia morosa sui diritti e peggiorerà ancora”

Durissima la presa di posizione della Fondazione Una Nessuna Centomila: “Chiedere alle famiglie di approvare progettualità che investano la sfera dell’affettività all’interno delle scuole”, ha dichiarato al vicepresidente Celeste Costantino, “significa, in primis non avere chiara qual è la fotografia di questo Paese, e, di fatto, privare i bambini, le bambine, i ragazzi e le ragazze del nostro Paese di quello che invece viene considerato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità un diritto per tutti”. Sono tantissime le organizzazioni internazionali che chiedono all’Italia di inserire all’interno degli ordinamenti scolastici l’educazione sessuo-affettiva, non ultima la Convenzione di Istanbul, ratificata nel nostro Paese nel 2013, ricorda la Fondazione. “L’Italia – dice ancora – arriva nel 2026 ancora senza poter disporre di questo sapere all’interno delle scuole e le responsabilità sono trasversali. Ma con questo ddl addirittura la situazione peggiora. Perché prima, con l’autonomia scolastica, le progettualità di educazione sessuo-affettiva potevano tranquillamente trovare spazio all’interno delle scuole. Oggi, con questo allarmismo diffuso dal ministero e con la poca informazione sul tema, nel momento in cui verranno presentati questi progetti, di fronte alla mancanza dell’unanimità sulla scelta del progetto, lo si sacrificherà a favore di progetti ‘più facili’. Credere il contrario o dichiararlo, significa non avere contezza di quella che è la condizione della scuola pubblica oggi. Nessun dirigente scolastico, nessuna insegnante, si prenderà mai la responsabilità di dover trovare un’attività alternativa, e quindi servirà sempre l’unanimità”. E ancora: “Il vero problema delle famiglie riguardo questo tema è l’informazione. Non si sa cosa sia veramente l’educazione sessuo affettiva. Gli stereotipi e la violenza domestica sono un fenomeno diffuso nel nostro Paese, quindi, presumibilmente, saranno molti i genitori che non daranno il consenso ai propri figli ad aderire ai corsi. La situazione di morosità in cui il nostro Paese versa, con questa approvazione del provvedimento, è destinata a peggiorare sensibilmente. Noi lo consideriamo un ulteriore passo indietro che pagheranno soprattutto i ragazzi e le ragazze del nostro Paese”.

Proteste anche da Save the children: “Il consenso preventivo obbligatorio da parte dei genitori per attività di educazione alla sessualità a scuola rischia di indebolire l’alleanza educativa tra scuola e famiglia e rafforzare le disuguaglianze educative”, ha dichiarato Giorgia D’Errico, direttrice relazioni Istituzionali di Save the Children. “L’obiettivo di informare le famiglie e rafforzare il dialogo con la scuola è condivisibile, ma l’introduzione di un obbligo generalizzato di consenso per percorsi educativi su affettività e sessualità rischia di accentuare i divari educativi e culturali già esistenti, penalizzando soprattutto le ragazze e i ragazzi che avrebbero maggiore bisogno di strumenti informativi e di confronto”.

Gli studenti: “Netta contrarietà”

Protesta compatta l’Unione degli studenti: “Ancora una volta il governo sceglie di affrontare temi fondamentali per la crescita delle nuove generazioni con divieti, controlli e ostacoli burocratici”, hanno dichiarato in una nota. “Invece di riconoscere il valore educativo e preventivo dell’educazione sessuo-affettiva, si costruiscono nuove barriere che rischiano di limitare l’accesso alla conoscenza, alla consapevolezza e agli strumenti necessari per costruire relazioni sane, rispettose e libere dalla violenza”. Quindi annunciano: “L’Unione degli Studenti continuerà a mobilitarsi dentro e fuori le scuole per rivendicare l’introduzione strutturale dell’educazione sessuo-affettiva in tutti gli istituti del Paese. “Non sarà l’ennesimo disegno di legge a fermare il bisogno di conoscenza e consapevolezza che attraversa le nuove generazioni. Ne parleremo nelle nostre classi, nelle nostre assemblee, nelle nostre famiglie e nelle nostre piazze. Perché una parola oggi può salvare una vita domani”, hanno concluso gli studenti.

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“Mamma è morta tra le mie braccia”: il dolore del figlio di Lucia dopo il suicidio assistito in Svizzera. Poi l’autodenuncia di Cappato e degli attivisti

“Più volte, scherzosamente, le abbiamo chiesto di abbandonare questa scelta, ma lei era risoluta. Credo a causa di un’infinita sofferenza che l’ha portata a morire nelle mie braccia dopo una difficilissima ultima videochiamata con mio padre”. Nelle parole di Paolo, il figlio di Lucia, c’è tutto il peso di una decisione maturata lentamente, tra dolore, attese e speranze. Una scelta che ha portato sua madre, 80 anni, triestina, affetta da una rara malattia neurodegenerativa, a lasciare l’Italia per raggiungere la Svizzera e accedere al suicidio medicalmente assistito. Come tanti altri cittadini e cittadine d’Italia da Dj Fabo in poi. Solo soltanto quindici le persone – spesso dopo lunghe battaglie legali – ad aver visto riconosciuto il diritto a morire nella propria casa accanto alla famiglia. Lucia è morta il 3 giugno, lontano dalla sua città, dalla sua casa e dal marito, che per ragioni di età e salute non ha potuto accompagnarla nell’ultimo viaggio.

“Distanti dalla sicurezza di casa sua e da mio padre e suo marito che non poteva partecipare al suo ultimo viaggio per età e salute, siamo rientrati questa notte dopo aver salutato mamma”, scrive il figlio in una lettera letta durante una conferenza stampa dell’Associazione Luca Coscioni. “Ringrazio di cuore tutte le persone che hanno supportato e aiutato mia madre a liberarsi dei dolori e della sofferenza continua che la accompagnavano oramai da più di un anno”. Paolo racconta di aver sperato fino all’ultimo in un epilogo diverso. “Non nascondo che fino all’ultimo ho sperato egoisticamente che ritornasse con noi in Italia, insieme ai sanitari di supporto”. Ma quella speranza si è infranta davanti alla determinazione della madre e a una sofferenza che, secondo i familiari, era diventata insostenibile.

L’autodenuncia

Dopo la sua morte, Marco Cappato si è autodenunciato alla Questura di Trieste insieme agli attivisti Matteo D’Angelo e Antonella Lauvergnac, che hanno accompagnato fisicamente la donna in Svizzera. Una scelta che si inserisce nella strategia di disobbedienza civile portata avanti dall’Associazione Luca Coscioni dal 2019, dopo la sentenza della Corte costituzionale sul caso Cappato-Dj Fabo e continua nonostante indagini, processi e rinvii alla Corte Costituzionale. Secondo l’associazione, Lucia possedeva tutti i requisiti richiesti dalla Consulta per accedere all’aiuto medico alla morte volontaria in Italia. Eppure la sua richiesta era stata respinta dall’Azienda sanitaria universitaria giuliano isontina (Asugi), che aveva ritenuto non sussistente il requisito della dipendenza da trattamenti di sostegno vitale. Una valutazione che l’associazione contesta duramente.

“Lucia era dipendente totalmente da terze persone e la Corte Costituzionale ha già spiegato che i trattamenti di sostegno vitale devono essere intesi in senso ampio e quindi riteniamo che Lucia rientrasse in tutti i requisiti stabiliti dalla sentenza Cappato”, ha spiegato l’avvocata Filomena Gallo, segretaria nazionale dell’Associazione Luca Coscioni. “Assumeva una corposa terapia farmacologica che senza assistenza continua non poteva assumere. I tribunali hanno confermato che questi sono requisiti che rientrano nei trattamenti di sostegno vitale. Lucia avrebbe voluto morire nella sua città dove è sempre vissuta. Invece è stata costretta ad andare all’estero”.

Lucia

Lucia aveva lavorato per anni come infermiera nel reparto di pneumologia di Trieste. Negli ultimi tempi, però, la malattia l’aveva resa completamente dipendente dagli altri per le attività quotidiane. Secondo quanto riferito dall’associazione, necessitava di assistenza costante e anche di procedure indispensabili come i clisteri per poter evacuare autonomamente. La donna aveva presentato una seconda richiesta di verifica dei requisiti, ma la risposta non era ancora arrivata quando ha deciso di partire. “Dopo Martina Oppelli, un’altra donna triestina è stata costretta ad andare a morire in Svizzera”, ha detto ancora Gallo.

“Lucia aveva chiesto di poter accedere all’aiuto medico alla morte volontaria in Italia. Ne aveva pieno diritto, ma dopo il primo diniego non ha ricevuto una risposta in tempi compatibili con il progressivo aggravarsi della sua condizione”. Durissime anche le parole di Marco Cappato. “La Regione Friuli-Venezia Giulia ha di nuovo, dopo Martina Oppelli, negato l’aiuto medico alla morte volontaria a una persona che avrebbe invece avuto diritto ad essere aiutata a morire a casa propria”, ha affermato. “Oggi ci autodenunciamo per chiedere che sia fatta giustizia. La Procura della Repubblica di Trieste è tenuta ad accertare le responsabilità della morte sia di Martina Oppelli che di Lucia: o siamo colpevoli noi che le abbiamo aiutate ad andare in Svizzera, oppure chi le ha negato l’aiuto in Italia è responsabile di averle costrette a sottoporsi alla ulteriore tortura di un viaggio di centinaia di chilometri in condizioni di sofferenza insopportabile”.

Gli attivisti

Accanto a lui, gli attivisti che hanno accompagnato la donna ricordano le ore trascorse insieme durante quel viaggio. “Dopo il caso di Martina Oppelli ho deciso di unirmi a Soccorso Civile perché ritengo sia una atrocità ciò che le persone sono costrette a subire”, ha detto Antonella Lauvergnac. “Mentre la politica fa melina per interessi di parte, le persone continuano a soffrire, e a volte a morire, in attesa di vedere pienamente riconosciuto il diritto ad autodeterminarsi”, ha aggiunto Matteo D’Angelo. “Per questo disobbediamo, mettendo a rischio la nostra libertà personale, con viaggi estenuanti soprattutto per le persone malate”.

Lucia è la decima persona accompagnata in Svizzera dall’Associazione Luca Coscioni nell’ambito di un’azione di disobbedienza civile. Ma dietro i numeri resta la storia di una donna che avrebbe voluto concludere la propria vita nella sua città e accanto al marito. E resta soprattutto il ricordo custodito dal figlio, quello degli ultimi istanti trascorsi insieme. Un addio consumato lontano da casa, dopo giorni di attesa imposti dalla procedura svizzera, e una videochiamata difficile con l’uomo con cui Lucia aveva condiviso una vita intera. “Confido che questa nostra testimonianza possa fare riflettere, cambiare i punti di vista e aiutare chi soffre nel più scuro silenzio” ha scritto Paolo.

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“Dai salari alle violenze, le promesse alle donne non mantenute. Dobbiamo lavorarci”: il discorso di Paola Cortellesi al Quirinale

“Quando finalmente la voce delle donne ebbe un peso”. Non poteva esserci figura più adatta per celebrare gli 80 anni della Repubblica italiana. È stata Paola Cortellesi, regista e protagonista dell’exploit cinematografico campione d’incassi C’è ancora domani (2023), a ricordare da Piazza del Quirinale a Roma, durante le celebrazioni ufficiali, come la Repubblica sia nata dalla Resistenza e dall’antifascismo, e come in quei giorni fu finalmente concesso il diritto di voto alle donne.

“Nacque dalla lotta partigiana degli uomini e delle donne della resistenza. Nacque da una scheda piegata in una cabina elettorale, da un gesto semplice e insieme rivoluzionario; dal voto di un popolo che usciva stremato dalla guerra, dalla dittatura, dalla fame e dal lutto. E nacque, per la prima volta, anche dal voto delle donne”. Cortellesi si è soffermata sul fatto che durante il Ventennio mussoliniano “la maggior parte delle donne italiane era cresciuta dentro un’idea precisa di subordinazione e obbedienza (…) in un unico ruolo considerato “naturale”: moglie, madre, custode del focolare”. Esaltazione della maternità, impossibilità di dirigere scuole medie e superiori, di insegnare materie considerate di alto profilo come filosofia e storia nei licei, insomma un orientamento politico forzato verso i “lavori donneschi”.

È qui che Cortellesi cita alcuni passaggi del volume “Politica della famiglia” del 1938, scritto dall’economista fascista Ferdinando Loffredo: “La indiscutibile minor intelligenza della donna ha impedito di comprendere che la maggiore soddisfazione può essere da essa provata solo nella famiglia”. E ancora: “Il lavoro femminile crea nel contempo due danni: la mascolinizzazione della donna e l’aumento della disoccupazione maschile”. “In sintesi – chiosa ironica Cortellesi – vengono a rubarci il lavoro”.

L’attrice e sceneggiatrice ha ricordato che nonostante “questo oscuro scenario di disuguaglianza ci furono ragazze giovanissime che decisero di ribellarsi”. Cortellesi ha quindi elencato tre partigiane della Resistenza: Teresa Vergalli – nome di battaglia Annuska – staffetta, a 16 anni; Tina Anselmi, poi diventata deputata della DC, che a 17 anni fu costretta ad assistere all’impiccagione di 31 prigionieri in piazza e quindi decise di unirsi alla Resistenza; infine Irma Bandiera, la bolognese emiliana che venne catturata da una squadra fascista, torturata fino alla morte dai repubblichini, ma che non rivelò mai i nomi dei suoi compagni preferendo morire.

“Molte di quelle ragazze erano adolescenti. Non avevano ancora il diritto di voto, ma stavano già scegliendo il futuro dell’Italia”. “C’era la moltitudine silenziosa delle donne comuni. Quelle piegate dal lavoro fin dall’infanzia, indottrinate alla sottomissione; destinate, nei casi migliori, a una vita di obbedienza e nei peggiori a subire ogni sopruso (…) quelle che non sarebbero finite nei libri di storia e che raramente sono state ringraziate”. L’attrice e regista ha così concluso il suo lungo intervento rivivendo in una sorta di loop la sua interpretazione di Delia in “C’è ancora domani”, ricordando l’alto valore simbolico e politico di quel diritto al voto avvenuto proprio nel 1946. “Con quel gesto nasceva la promessa di una Repubblica fondata sulla dignità e sull’uguaglianza. La promessa di un paese in cui si potesse parlare liberamente, dissentire, scegliere chi governa, partecipare alla vita pubblica senza paura”.

Con la Repubblica è nata “la promessa di un Paese in cui si potesse parlare liberamente, di sentire e scegliere chi governa partecipare alla vita pubblica senza paura. Una nazione in cui le donne potessero finalmente studiare, lavorare, votare, candidarsi, amministrare i propri beni, costruire il proprio destino fuori dall’obbedienza imposta – ha aggiunto -. L’effettiva parità salariale, la libertà di camminare sole la sera o di separarsi da un compagno violento senza temere per la propria incolumità. Ecco, queste ultime promesse non sono state ancora mantenute. Dobbiamo lavorarci. Dico dobbiamo, perché se è vero che la sovranità appartiene al popolo, allora ogni cittadino può e deve fare la sua parte”.

E la strada è ancora lunga: “Molto è cambiato da allora. Ma la storia recente ci mostra con brutale chiarezza quanto velocemente il mondo possa cambiare e quel diritto conquistato ottant’anni fa continua a ricordarci che la democrazia non è qualcosa di scontato, e che ogni libertà esiste perché qualcuno ha avuto il coraggio di pretenderla”. Citando ancora Irma Bandiera, Cortellesi ha concluso: “Prima di essere fucilata a 29 anni, fece in tempo a scrivere una lettera indirizzata a sua madre: “Ditele che sono caduta perché quelli che verranno dopo di me possano vivere liberi come l’ho tanto voluto io stessa”. Quelli “dopo di lei”, siamo noi”.

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“Dal basso”, primo festival di yoga popolare a Roma: “No alle logiche di mercato che lo rendono inaccessibile”

Da un lato c’è lo schermo dei social che racconta di corpi perfetti, scolpiti da allenamenti elitari a 150 euro. Dall’altro c’è una comunità che vuole tornare ai veri valori dello yoga, dove tutti a terra si riconoscono alla stessa altezza. È un guardarsi “Dal Basso” proprio come suggerisce il nome del primo Festival di Yoga Popolare organizzato dal collettivo “Yoga Riot” che si terrà il 7 giugno – dalla mattina alla sera – al Laboratorio Occupato Autogestito Acrobax di Roma.

“Per noi significa creare una comunità davvero inclusiva, in cui non contino il tipo di corpo, l’estrazione sociale o lo stile di vita delle persone. L’idea è offrire uno spazio comune e accogliente in cui chiunque possa praticare yoga – ha spiegato a ilfattoquotidiano.it Matteo Franceschini , insegnante di yoga e co-fondatore del collettivo – noi siamo insegnanti e utilizziamo la pratica per trasmettere valori che appartengono prima di tutto a noi come individui. Con questo Festival volevamo costruire un momento di unione, capace di mettere tutti sullo stesso piano”.

Ma quanti e quali sono i piani da livellare per ambire alla perfetta inclusione di tutte e tutti? Non occorre fare molta strada, basta dare uno sguardo al proprio corpo. È considerato giusto? Sbagliato? È conforme? Secondo Franceschini, che ha ricordato come i valori dello yoga siano sempre andati ben oltre la sola pratica fisica, oggi sembra quasi che esista un solo corpo ideale per lo yoga ma “in realtà è l’opposto. Nella mia esperienza personale – mi occupo anche di yoga terapeutico – credo che proprio chi vive difficoltà o ha un corpo lontano dagli standard dominanti debba sentirsi accolto nella pratica. Il corpo non definisce una persona: è uno strumento, e ogni corpo racconta una storia che merita dignità e ascolto”.

Perché allora sembra così difficile superare l’idea che la pratica sia solo appannaggio di pochi? “Sui social, tutto corre velocissimo e si finisce per imporre modelli conformi spingendo molto sulla performance e sull’apparenza– ha sottolineato Franceschini – il nostro obiettivo è riportare l’attenzione sull’esperienza umana e non sulla conformità estetica”.

Ma superate le barriere fisiche che riguardano la sfera individuale, secondo Franceschini bisogna affrontare la dimensione collettiva “capitalistica” che ha creato un vero e proprio “classismo del benessere“: “Il mondo del wellness, yoga compreso, è stato progressivamente assorbito da logiche di mercato che hanno reso certe pratiche accessibili solo a chi può permettersele”. Ma l’inversione di rotta esiste ed è possibile: “Con Dal Basso abbiamo voluto fare l’opposto. Oggi esistono festival in cui un singolo giorno può costare anche 150 o 200 euro. Noi abbiamo scelto di mantenere un prezzo popolare. L’ingresso costerà 15 euro per un’intera giornata di attività, con due sale yoga, circa trenta laboratori, un mercatino e momenti conviviali. Anche il cibo sarà gestito da realtà che condividono la nostra stessa visione sociale e accessibile”.

È con lo scardinamento di questi muri che può compiersi la piena “libertà di movimento“, un concetto che va ben oltre il suo significato letterale e che per il collettivo Yoga Riot si aggancia alla “possibilità per ogni individuo di esistere, spostarsi ed essere accolto con dignità, indipendentemente dal luogo in cui è nato”. Matteo Franceschini ha specificato come questo sia per loro un tema centrale “soprattutto nel momento storico che stiamo vivendo” perché “mentre si parla sempre più spesso di remigrazione e chiusura” è fondamentale “sostenere chi fugge da determinate condizioni o aiutare concretamente chi resta nei territori colpiti“.

Tutto è dunque centrato sul significato etimologico del termine yoga: unione. È solo spogliandosi di qualsiasi sovrastruttura che si può innescare una connessione con sé stessi e l’altro in un processo che, come cerca di insegnare lo yoga fin dall’origine, ha bisogno di consapevolezza: perché, ha concluso Franceschini, “più siamo consapevoli, più ci avviciniamo alla libertà, individuale e collettiva”.

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