Reading view

Giappone tra tifone Jangmi e caldo estremo: Tokyo paralizzata tra blackout e allagamenti

Il tifone è transitato a velocità sorprendente fin da lunedì, scatenandosi dall’isola di Okinawa in direzione est e nord-est, per poi abbattersi su Tokyo all’alba di mercoledì. Jangmi, il sesto taifū tropicale (tifone) del 2026, si è formato all’interno del vortice monsonico sul Mar delle Filippine, provocando piogge molto intense, allerte inondazioni e tutta una serie di danni a cui il Giappone — per quanto abituato alla consuetudine di tali eventi — ha risposto cercando di alleggerire i danni e le molte interruzioni alla quotidianità.

All’aeroporto di Haneda (Tokyo) sia la compagnia ANA che JAL hanno cancellato un totale di 760 voli domestici e 90 internazionali, e il traffico sulle autostrade ha subito alcune restrizioni. Inoltre Jangmi ha causato ovunque nel Paese disagi al traffico ferroviario, con cancellazioni e ritardi dei treni nell’area metropolitana di Tokyo. Uno dei disagi maggiori per le famiglie è stata la mancanza di corrente elettrica per diverse ore. Secondo la Tokyo Electric Power Co. Holdings, sono molte le abitazioni nella regione di Kanto-Koshin che mercoledì sera hanno subito un blackout, e in totale si sono registrate interruzioni della corrente in quasi 60.000 abitazioni. Le autorità hanno ricevuto segnalazioni di allagamenti, alberi caduti, detriti e frane in un’ampia fascia di regioni, ha dichiarato il portavoce del governo Kihara Minoru in conferenza stampa.

I dati dell’Amministrazione Metropolitana della capitale rivelano che 1.800 famiglie nella città di Ome sono rimaste senza acqua, e che per riuscire a risolvere il problema occorreranno diversi giorni. Jangmi ha concluso la sua presenza in Giappone, ma rimangono i segni lasciati, le persone colpite e soprattutto molte domande a cui dare risposte. Se è vero che il Giappone è attraversato ogni anno da diversi tifoni, lo è altrettanto che quelli che devastano maggiormente il Paese con piogge torrenziali e venti violenti si verificano solitamente in estate. È molto raro secondo gli esperti — sebbene non senza precedenti — che un tifone di tale portata si presenti nel mese di giugno alla vigilia di Tsuyu (stagione delle piogge).

Le spiegazioni date sono: “Una combinazione di fattori climatici, tra cui la comparsa del fenomeno climatico El Niño, ampiamente prevista, oltre agli effetti del riscaldamento globale, problema che potrebbe rendere i tifoni in arrivo sul Giappone più violenti”. A queste conclusioni seguono le allerte alla popolazione, a cui si chiede di mantenere alta la vigilanza. Intervistato dal Japan Times, il professore Ito Kosuke dell’Istituto di Ricerca e Prevenzione dei Disastri all’Università di Kyoto afferma: “L’aumento delle temperature superficiali del mare, causato dai cambiamenti climatici, ha alimentato ulteriormente il tifone e il fronte piovoso stagionale che si trovava a est. Le piogge record e la formazione di zone di precipitazioni lineari in alcune aree sono il risultato di entrambi questi fattori”. El Niño dunque non porterà più estati fresche, anzi l’Agenzia Meteorologica Giapponese prevede che la temperatura di quest’estate nipponica sarà ancora più alta delle ultime stagioni.

Manca davvero poco al solstizio d’estate e il clima diventerà così torrido che il governo di Takaichi Sanae — oltre a cercare ulteriori alleanze che lo rendano inattaccabile e sicuro di attuare sempre più leggi che contraddicono la costituzione pacifista del Paese — sta iniziando a scegliere nuovi termini per descriverlo. Tocca però alle persone, e ai produttori di gadget che qui sono OTT (over the top), cercare tutti i rimedi possibili per alleviare gli inconvenienti di sudore e sintomi affini.

Tra le molte novità sul mercato c’è quella del produttore Thanko, che ha messo a punto un dispositivo di raffreddamento per ascelle, il waki-no-kura, ovvero una piccola ventola che si fissa alle maniche (corte) della camicia o della T-shirt in grado di emettere un flusso d’aria costante, così da mantenerle asciutte. Altra proposta è il Fanneru (“fan-ventilatore” e “neru -dormire-”), cioè una coperta dotata di due ventilatori integrati che risolverebbe il problema dell’accumulo di calore durante la notte, mantenendo una temperatura gradevole.

A causa del previsto kokusho (caldo crudele) cambia anche l’etichetta sull’abbigliamento al lavoro. Il famoso “Cool Biz”, lanciato dal Ministero dell’Ambiente nel 2005, che incoraggiava i dipendenti pubblici a rinunciare a cravatte e camicie a maniche lunghe, e le dipendenti ai collant, ha oggi oltrepassato il limite. Ora permetterà a uomini e donne di mostrare le gambe nude davanti ai colleghi grazie a calzoncini corti, naturalmente intonati per colore e stoffa alle irrinunciabili giacche.

L'articolo Giappone tra tifone Jangmi e caldo estremo: Tokyo paralizzata tra blackout e allagamenti proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Cacciari: “Zelensky e Putin si parlino e si vedano dove vogliono, anche sulla luna”. Poi rifiuta gli auguri di compleanno

Il caso Erri De Luca? Togliere la parola a chicchessia significa mettersi dalla parte del torto“. Sono le parole pronunciate ai microfoni di Uno, Nessuno, 100Milan (Radio24) dal filosofo Massimo Cacciari, che ribadisce quanto espresso nella sua intervista a Tommaso Rodano sul Fatto Quotidiano in merito alla vicenda dello scrittore napoletano. De Luca era stato invitato a tenere il discorso di apertura della kermesse, prevista dal 13 al 20 giugno, ma la direzione ha deciso di revocare l’incarico dopo le sue recenti dichiarazioni al quotidiano israeliano Israel Hayom, dove De Luca si è definito sionista e ha rifiutato di qualificare come genocidio gli stermini israeliani a Gaza. Cacciari ammette di non conoscere i particolari del caso, ma precisa: “Se Erri De Luca dice che non c’è genocidio a Gaza, la questione può essere anche discussa sotto il profilo giuridico e tecnico. I criminali nazisti a Norimberga non sono stati accusati di genocidio. E non perché non ci avessero pensato, ma perché ritenevano che fosse, da un punto di vista formale e giuridico, un’accusa difficilmente sostenibile. C’è stata però quella di crimini di guerra e crimini contro l’umanità – continua – Se Erri De Luca preferisce accusare Israele di questo, si accomodi pure. Io a quel festival l’avrei fatto parlare lo stesso, perché, come ho detto in tutte le occasioni, la democrazia è forte quando dà la parola a chiunque“.

Sulla guerra tra Russia e Ucraina, Cacciari ha commentato la lettera che Zelensky ha inviato a Putin, un’offerta pubblica di dialogo con cui il presidente ucraino propone un incontro diretto in un Paese terzo neutrale (Svizzera, Turchia o uno Stato arabo), un cessate il fuoco durante i negoziati, lo scambio “tutti per tutti” dei prigionieri, il ritorno dei civili e dei bambini deportati e garanzie di sicurezza internazionali. Il Cremlino ha confermato di aver ricevuto la missiva, ma la risposta resta la consueta: Zelensky sarebbe il benvenuto a Mosca, opzione che lo stesso leader ucraino ha già escluso. “Zelensky e Putin sono gli unici che possono risolvere il conflitto – ha affermato Cacciari – Per gli Stati Uniti non è assolutamente una priorità: questa guerra può continuare all’infinito perché le attenzioni di Trump sono rivolte altrove, al confronto globale con la Cina e, per certi versi, con l’Iran. L’Europa politicamente non esiste: non ha difesa comune, non ha esercito comune, non ha politica estera comune. Alla fine devono essere i due protagonisti a trovare un’intesa“. Il filosofo ricorda che neppure l’elezione di Trump ha cambiato le cose, nonostante le aspettative: “Non ce l’ha fatta, non era la sua priorità”. Quando Leonardo Manera gli ha chiesto se, a suo avviso, Zelensky dovrebbe recarsi a Mosca, Cacciari ha risposto con un moto di impazienza: “O Putin a Kiev, ma che ne so io. Si vedano a metà strada, insomma, si trovino sulla luna o dove vogliono“.

Ben diversa, per il filosofo, è la natura della guerra condotta da Netanyahu a Gaza: “Netanyahu, per dirla con Kant, sta conducendo una Ausrottungskrieg, cioè una guerra di sterminio. Quando chiede che per la sicurezza di Israele si debba arrivare al 70% di occupazione della Striscia di Gaza (e già siamo al 60%), vuole cacciare dalle spiagge le tende dell’ultimo milione di palestinesi rimasti. Vuole eliminarli, disperderli per il mondo, continua a occupare territori contro tutte le risoluzioni dell’Onu, colonizza tutto il possibile. Non c’entra nulla con la guerra russo-ucraina, che resta una guerra tra due eserciti, del tutto tradizionale, con l’aggravante di una dimensione civile. Qui non c’è nessun parallelo possibile“.

La conversazione si è conclusa con un siparietto esilarante: i conduttori hanno scoperto che proprio oggi Cacciari compie 82 anni e hanno provato a fargli gli auguri. Ma Cacciarli, davanti alle insistenze di Milan, lo ha gelato in diretta: “Per carità, non celebro anniversari di nessun genere. Ogni forma di anniversario e di ricorrenze è detestata dal sottoscritto, quindi la prego di tenersi i suoi auguri“. Neppure il tentativo di intonare “tanti auguri” in diretta ha avuto successo. “No, no, per carità, auguri a lei”. A conversazione conclusa, Manera ha comunque intonato la canzoncina di auguri per il filosofo, mentre la regia ha riproposto in mix la frase con cui mesi fa Cacciari aveva elegantemente declinato una domanda sul proprio matrimonio. Soundtrack: Che fastidio di Ditonellapiaga. Un commiato ironico e affettuoso per un intellettuale che continua a rifiutare con la stessa coerenza sia le celebrazioni, sia le censure.

L'articolo Cacciari: “Zelensky e Putin si parlino e si vedano dove vogliono, anche sulla luna”. Poi rifiuta gli auguri di compleanno proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Putin chiude a Zelensky: “Non ci sono motivi per incontrarlo ora. La sua lettera è maleducata”

All’indomani della lettera aperta di Volodymyr Zelensky, il presidente russo Vladimir Putin chiude gli spiragli di pace ed esclude la possibilità di un faccia a faccia con il leader ucraino in questo momento. “Non vedo il senso di un incontro. Sarebbe di interesse per la parte ucraina solo per fermare l’avanzata delle nostre forze armate”, ha dichiarato Putin intervenendo alla sessione plenaria del Forum economico internazionale di San Pietroburgo (Spief).

Si spengono così quindi le speranze di un’apertura da parte di Mosca, sorte ieri dopo la pubblicazione dell’appello sul sito della Presidenza di Kiev. Pur con un tono poco conciliante, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, aveva risposto: “Zelensky può venire a Mosca in qualsiasi momento”. Si aspettava però un commento più articolato di Putin. Che è arrivato oggi e che chiude la strada a colloqui diretti tra i due leader, almeno in questa fase.

“Ho rifiutato la stessa proposta tre settimane fa” ha raccontato. È necessario, ha aggiunto, “lasciare che gli specialisti lavorino, elaborino soluzioni, e poi potremo incontrarci”, sostenendo quindi che un vertice con Zelensky sarebbe “inutile” fino al raggiungimento di un accordo di pace. Ha inoltre criticato la lettera, alla quale ha dato “una rapida occhiata”, sostenendo che contiene “elementi di maleducazione” che non favoriscono un clima utile per eventuali negoziati.

La Russia metterà fine al conflitto in Ucraina, ha ribadito, quando “avrà raggiunto i suoi obiettivi“, che rimangono “immutati“. Questi obiettivi sono stati delineati all’inizio dell’operazione militare e poi ancora nel giugno del 2024, ha aggiunto il capo del Cremlino. Vale a dire il ritiro delle truppe ucraine dalle regioni rivendicate dalla Russia e la rinuncia di Kiev ad entrare nella Nato.

Durante il suo intervento il presidente russo ha anche citato l’Italia come una tra le peggiori realtà nell’Unione europea per il debito pubblico. Il leader del Cremlino ha fatto riferimento all’ “elevato debito pubblico e agli ingenti deficit di bilancio”, affermando che il debito pubblico dell’eurozona è salito all’81,7% del Pil nel 2025. Putin ha citato in particolare la Grecia al 146%, l’Italia al 137%, la Francia al 115% e il Belgio al 108%. “La Russia, tra l’altro, è al 16,4%”, ha aggiunto, precisando tuttavia che la cifra “fluttua leggermente”.

È tornato poi ad attaccare l’Ue e i suoi leader. “Le élite europee stanno essenzialmente provocando il caos, nel quale cercano di trascinare sempre più Paesi” ha detto. Secondo Putin, le politiche “aggressive” portate avanti dalla burocrazia europea sono “miopi” e stanno contribuendo sia a un ulteriore indebolimento della posizione dell’Ue nell’economia globale sia a un deterioramento della sicurezza internazionale. La Russia, ha aggiunto, ha un’economia ”sovrana” che non è collassata nonostante le sanzioni. “Naturalmente, sentiamo critiche da tutte le parti secondo cui tutto è crollato. Siamo scesi allo stesso livello in cui i paesi dell’Eurozona hanno registrato una crescita negli ultimi anni”, ha affermato Putin.

Intanto, oggi c’è stato il primo incontro tra la commissaria russa per i diritti umani, Yana Lantratova, e il suo omologo ucraino, Dmitry Lubinets, con il quale ha concordato di sviluppare un percorso di cooperazione. L’incontro, scrive l’agenzia russa Tass, si è svolto al confine tra l’Ucraina e la Bielorussia. In particolare, ha sottolineato Lantratova, i due commissari hanno concordato di scambiare liste di cittadini da rimpatriare, di continuare le visite congiunte ai prigionieri di guerra nei due Paesi e consegnare lettere e pacchi dai parenti ai prigionieri di guerra.

In queste ore, Lantratova ha assistito i militari russi che sono arrivati in Bielorussia, in attesa di raggiungere Mosca in seguito allo scambio con l’Ucraina di 185 prigionieri per parte. Lo scambio fa parte di un più ampio accordo che si sviluppa in più tappe: il precedente era avvenuto a metà maggio e aveva coinvolto 205 persone per fronte.

Nella zona della centrale nucleare di Zaporizhzhia è entrato in vigore un “cessate il fuoco localizzato“. Lo ha annunciato l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, anche se poco dopo è stato messo in discussone da Mosca che ha accusato l’Ucraina di averlo violato ferendo cinque militari russi. Secondo il Cremlino, il raid è avvenuto durante i lavori di ingegneria previsti dalla tregua, nei pressi di un pilone di sostegno della linea elettrica. “Questo incidente costituisce una grave violazione delle garanzie fornite dalla parte ucraina in merito alla sicurezza dei lavori, come confermato dalla nota dell’Aiea del 4 giugno”, si legge in un comunicato.

Quello di Zaporizhzhia è il sesto stop temporaneo concordato tra Mosca e Kiev con la mediazione dell’Aiea, dalla fine del 2025. Serve principalmente a effettuare lavori e riparazioni sulle linee elettriche così da prevenire il rischio di un incidente nucleare. L’Aiea ha spiegato che una linea elettrica da 750 kilovolt è danneggiata “da oltre due mesi” a causa di azioni di guerra, il che fa sì che “la più grande centrale nucleare d’Europa dipenda in questo momento “da una sola linea da 330 kV”. Nelle ultime settimane, la centrale ha perso più volte l’accesso anche a questa linea, ed è stata quindi costretta ad avviare i generatori diesel di emergenza come ultima risorsa.

Secondo il direttore generale dell’agenzia, Rafael Grossi, Russia e Ucraina hanno “collaborato in modo costruttivo con l’Aiea durante settimane di colloqui delicati e complessi”, arrivando a concordare un cessare il fuoco “nell’interesse della sicurezza nucleare”.

L'articolo Putin chiude a Zelensky: “Non ci sono motivi per incontrarlo ora. La sua lettera è maleducata” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Zelensky a Putin: “Non possiamo aspettare gli Usa per la pace”. E dall’Ue approvano. Così il fronte pro-Kiev prova a escludere il tycoon dai colloqui

Quello lanciato da Volodymyr Zelensky il 3 giugno durante l’incontro con il segretario generale della Nato, Mark Rutte, sembrava un sassolino in un enorme stagno. Ma l’onda provocata dalle sue dichiarazioni è diventata più alta del previsto e rischia di stravolgere equilibri ormai consolidati, ma anche incancreniti, della guerra in Ucraina. “Purtroppo, al momento non siamo al centro dell’attenzione – ha detto il presidente al capo dell’Alleanza – A mio avviso, l’Iran è la questione numero uno per gli Stati Uniti e poi viene la questione ucraina. Purtroppo, siamo in coda“. Sembrava una semplice lamentela, ma le stesse parole sono state ripetute nella lettera pubblicata e indirizzata direttamente a Vladimir Putin per proporre un incontro bilaterale diretto tra i due leader per arrivare a un cessate il fuoco e a gettare le basi per un accordo di pace: “Constatiamo che gli Stati Uniti sono pienamente concentrati sulla questione iraniana e sarebbe un errore aspettare semplicemente che la guerra in Europa torni al centro della loro attenzione”, ha detto all’omologo russo. Dal Cremlino manifestano disponibilità apparente, ma prendono tempo. Mentre l’Europa cerca di sfruttare l’occasione per tornare ad avere un ruolo centrale.

Le parole di Zelensky manifestano tutta la sfiducia accumulata nei confronti dell’amministrazione Trump. Pur ribadendo che il contributo americano ed europeo rimane fondamentale per la buona riuscita di eventuali colloqui, nella testa del presidente ucraino è maturata la consapevolezza che il conflitto con la Russia non rappresenta più, se mai l’ha rappresentata, una priorità per Washington e che il contributo dato da Trump in alcuni casi è stato addirittura deleterio per la causa ucraina. Così ha messo sul tavolo una carta pesante: l’esclusione del tycoon da un ipotetico processo di pace. “Credo fermamente che gli Stati Uniti d’America siano i più forti tra quelli in grado di incoraggiare Putin a porre fine alla guerra. Ed è per questo che ho sempre sostenuto che la migliore opzione per noi sia il coinvolgimento degli Stati Uniti nei negoziati, insieme all’Europa”, ha premesso nel corso dell’incontro con Rutte. Per poi dire però che “siamo in costante contatto con la parte americana. Stiamo aspettando l’arrivo della squadra di negoziatori, ma ci sta volendo moltissimo tempo. L’Iran è attualmente la questione numero uno per gli Stati Uniti. Sfortunatamente, noi siamo in attesa in questa coda di guerre”.

Solo una boutade, una provocazione? Per niente. Il concetto Zelensky lo ripete anche il giorno dopo nella lettera inviata a Putin: è il tempo della pace, parliamoci io e te senza dover attendere i comodi degli americani, è il succo della missiva. Il Cremlino, un po’ provocatoriamente, ha invitato il capo dello Stato ucraino a Mosca, pur sapendo che si tratta di una pista complicata da battere. È sembrato più un modo di Putin per prendere tempo e non chiudere alla possibilità di un incontro. Anche perché se qualcuno ha tratto giovamento dal cambio di presidenza negli Stati Uniti, quello è proprio il presidente russo che in Trump ha spesso trovato più un alleato che un nemico. E lo suggeriscono anche le parole pronunciate il giorno dopo, nel pomeriggio di venerdì, quando è tornato ad attaccare l’Ue che non ha mai voluto al tavolo negoziale: “Le élite europee stanno provocando un caos nel quale cercano di attrarre sempre più Paesi”, ha detto dalla plenaria del Forum economico internazionale di San Pietroburgo (Spief).

Il tema è già diventato di attualità e ha attirato l’attenzione dell’Unione europea, ormai quasi rassegnata a un ruolo marginale negli sforzi di pace, di mero supporto economico e militare alla resistenza di Kiev. La lettera aperta di Zelensky è “un’altra dimostrazione dell’Ucraina d’interesse genuino per i negoziati e la sosteniamo. L’Ucraina vuole la pace, l’Europa vuole la pace”, ha detto una portavoce della Commissione precisando di non voler entrare nella discussione “su chi debba essere il mediatore”. Se non lo fa Bruxelles, però, ci pensano i singoli Stati membri. A partire dalla Francia che con il presidente Emmanuel Macron dice di aver “sempre sostenuto i negoziati diretti tra l’Ucraina e il Cremlino. Penso che oggi l’Ucraina e la Russia possano costruire sia un cessate il fuoco sia un piano di pace. Sono gli europei che possono aiutarle in questo, dato che siamo di gran lunga i maggiori finanziatori dello sforzo bellico ucraino. Gli europei devono, a un certo punto, sedersi al tavolo delle trattative per un piano di pace”.

Chi debba rappresentare l’Unione al tavolo è ancora da chiarire, ma dalle ultime dichiarazioni e proposte d’iniziativa, oltre al ruolo ricoperto tra i 27, tra i nomi circolati c’è quello del cancelliere tedesco Friedrich Merz che proprio nei giorni scorsi ha proposto di accogliere l’Ucraina in Ue come “membro associato, ossia con un accordo di associazione più solido dell’attuale, non soddisfando le richieste di Kiev ma mostrandosi, proprio per questo, equilibrato nelle valutazioni. Da Berlino, per bocca del ministro degli Esteri, Johann Wadephul, ci si è limitati, per ora, a dire che “è giunto il momento di sedersi al tavolo delle trattative. Credo che tutti si rendano conto che il conflitto ha raggiunto una fase che necessita urgentemente di una soluzione”. Nessuna candidatura, ma a rendere più chiaro il pensiero di una parte degli Stati membri ci ha pensato il primo ministro ceco, Andrej Babis: “È tempo che l’Europa abbia un ruolo per la pace. Il cancelliere dovrebbe ora prendere la leadership” dei negoziati. Lasciando fuori Trump, s’intende. Sempre che Mosca accetti la sua esclusione.

X: @GianniRosini

L'articolo Zelensky a Putin: “Non possiamo aspettare gli Usa per la pace”. E dall’Ue approvano. Così il fronte pro-Kiev prova a escludere il tycoon dai colloqui proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Turchia, i 3 giorni di Bilgi: gli studenti hanno riconquistato la loro università. “Cantando Bella Ciao come a Gezi Park”

Per oltre 20.000 studenti dell’Università Bilgi, le ansie della giovane età adulta si sono sommate, da un giorno all’altro, all’incertezza della vita in un paese sempre più autoritario. Con una sola firma, il presidente Recep Tayyip Erdogan ha chiuso, tramite decreto presidenziale, una delle università private più importanti del paese. I dipendenti dell’università non avrebbero ricevuto l’ultimo stipendio, gli studenti sarebbero stati automaticamente trasferiti all’Università Mimar Sinan, che non offriva molti dei loro corsi di laurea, e non era chiaro se gli studenti all’ultimo anno sarebbero effettivamente riusciti a laurearsi. In un paese già segnato da disoccupazione di massa e turbolenze politiche, si è trattato dell’ennesima intrusione nella vita quotidiana. Questo fino a quando un movimento studentesco non ha riconquistato la propria università in tre giorni, consolidando una rara e storica vittoria per il movimento di opposizione turco: una vittoria ottenuta nelle strade, piuttosto che in parlamento, alle urne o nei tribunali, che molti giovani ritengono li abbiano costantemente delusi.

La mattina dopo l’annuncio della chiusura, un mese fa, circa 2.000 tra studenti e sostenitori si sono radunati dentro e fuori i cancelli dell’università. A coloro che si trovavano fuori dal campus è stato infine consentito l’ingresso, man mano che il numero dei manifestanti aumentava e la pressione cresceva. Dopo una marcia verso lo spazio verde centrale, gli organizzatori hanno tenuto discorsi e letto comunicati stampa. Gli studenti hanno suonato musica dal vivo, ballato l’halay e indetto un’occupazione fino alla riapertura dell’università. Una volta che la situazione si è calmata e la folla si è dispersa, gli studenti si sono detti molto preoccupati del loro futuro. Molti hanno posto domande su disoccupazione, alloggi, stipendi e lezioni, con poche risposte riguardo al decreto inaspettato. Momenti di umorismo nero si sono alternati a risate, silenzi, altre domande accompagnate da ulteriori speculazioni e discussioni politiche, spesso condite da aspre critiche al partito al governo, fondato da Erdogan 23 anni fa, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP).

Molti studenti si sono riferiti al campus come di una casa e di un ecosistema, di cui si prendevano cura con orgoglio. Hatice Anlağan, studentessa di master e dipendente universitaria, ha raccontato di aver già vissuto questa brutta esperienza un’altra volta. Era studentessa all’Università di İstanbul Şehir, chiusa dallo Stato in modo simile nel 2020. Entrambe le chiusure erano avvenute in prossimità delle vacanze, probabilmente per evitare le proteste degli studenti che sarebbero tornati nelle loro città d’origine. “Stavo mettendo in guardia le persone sulla situazione che avremmo potuto trovarci ad affrontare in futuro – ha spiegato – stavo cercando di far capire loro cosa ci aspetta se non restiamo solidi e fermi contro questa ennesima dimostrazione di dispotismo da parte di Erdogan, se non ci opponiamo a questa decisione in modo concreto. Se non lo facciamo, è finita”.

Alcuni studenti erano rimasti a occupare il campus anche la notte, ma il terzo giorno la sicurezza li ha sgomberati. È stato proprio questo terzo giorno il più movimentato, segnato dalla brutalità della polizia e dall’uso di gas lacrimogeni, ma che ha dimostrato anche la determinazione dei manifestanti e forse ha sancito la loro vittoria. Gli studenti si sono presi per mano schierandosi contro le ondate di poliziotti in tenuta antisommossa. Dietro le numerose file di agenti si ergeva un “Toma” – un carro armato dotato di cannone ad acqua spesso utilizzato per disperdere i manifestanti – uno dei tanti presenti sul posto. Gli studenti speravano di occupare la loro università, ma la polizia si è conportata come una forza militare di occupazione.

La resistenza studentesca non ha riguardato solo il loro diritto all’istruzione, ma è stata un referendum sulla dignità e sul diritto di decidere il proprio futuro. Gli slogan lo hanno indicato chiaramente e hanno messo in luce anche un’ampia rappresentanza di gruppi e interessi politici che si sono uniti per raggiungere questo obiettivo collettivo. Allora come oggi, gli studenti hanno innalzato cartelli contro il partito di governo di cui è ancora segretario il presidente-autocrate Erdogan: “Né il fiduciario del governo che ci hanno imposto né l’AKP, i campus sono nostri”. I socialisti rivoluzionari hanno scandito: “Guerra fino alla liberazione”, in riferimento ai rivoluzionari comunisti caduti. I gruppi LGBTI+ hanno cantato ironicamente: “Dove sei amore mio, sono qui amore mio”. Tutti hanno cantato, come ai tempi della rivolta popolare di Gezi Park nel 2013, la versione turca di “Bella Ciao“, con il refrain cantato in italiano.

Emir Aydoğan, rappresentante del sindacato degli insegnanti del settore privato, ha affermato che l’Università Bilgi – commissariata 3 anni fa- presentava già prima della chiusura del mese scorso problemi significativi relativi a salari, diritti dei lavoratori e tasse universitarie elevate. “Sottolineiamo che non difendiamo l’Università Bilgi così com’è… ma ci sono ancora alcune pratiche, tradizioni culturali e percorsi educativi di stampo egualitario e libertario tra studenti, docenti e lavoratori… Noi difendiamo l’università, la parte di università che noi stessi creiamo”, ha dichiarato. “Dopo questa resistenza, ci troviamo in una posizione migliore per risolvere i problemi dell’università preesistenti al decreto, alla chiusura e ora alla riapertura – ha concluso -. È stata una grande vittoria anche per tutta la comunità universitaria turca”.

L'articolo Turchia, i 3 giorni di Bilgi: gli studenti hanno riconquistato la loro università. “Cantando Bella Ciao come a Gezi Park” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Arrestata a Dubai l’ex moglie dello sceicco e nipote del sovrano: Zeynab Javadli accusata di avergli sottratto i figli

La Procura di Dubai ha confermato l’arresto di Zeynab Javadli, ex moglie dello sceicco Saeed bin Maktoum bin Rashid Al Maktoum, nipote del sovrano di Dubai. Come riporta Bbc, la donna è stata fermata dopo una denuncia presentata dall’ex marito e padre dei suoi tre figli. I familiari e gli amici della donna hanno perso i contatti con lei e con i figli il 2 giugno e hanno subito lanciato l’allarme. Per due giorni non si sono avute notizie su dove fossero. Saeed l’ha accusata di aver rapito i bambini durante un incontro di visita autorizzato dal tribunale.

La vicenda ha origine dal divorzio avvenuto nel 2019, dopo il quale si è aperto un contenzioso tra le due parti, soprattutto per l’affidamento dei figli. Nel corso degli anni, secondo quanto ricostruito dalla Bbc, entrambi gli ex coniugi si sarebbero accusati a vicenda di aver sottratto i bambini, con i minori più volte al centro di passaggi tra un genitore e l’altro in un clima altamente conflittuale. Per questo motivo, per mesi Javadli non è quasi mai uscita di casa, nella convinzione che gli agenti della sicurezza la stessero aspettando per portarle via i figli e arrestarla.

Entrambi sono stati due star del mondo dello sport. Javadli è un ex ginnasta di livello internazionale, mentre lo sceicco ha avuto una carriera nel tiro al volo, disciplina nella quale ha rappresentato gli Emirati Arabi Uniti in diverse competizioni internazionali e ai Giochi Olimpici. La donna ora rischia l’arresto anche per crimini informatici, perché lo scorso anno ha trasmesso in diretta streaming alcuni scontri per le strade della città. “Sapevo che era l’ultima occasione per stare con i miei figli, perché non mi avrebbero mai più permesso di vederli – ha spiegato all’avvocato britannico per i diritti umani David Haigh -. Credevo sinceramente che fosse la mia ultima possibilità, quindi ho semplicemente avviato una diretta streaming e ho chiesto aiuto”. Per questi motivi l’avvocato ne ha chiesto l’immediato rilascio e di consentirle di contattare il suo legale, il consolato e la famiglia.

Gli avvocati dello sceicco, durante le udienze in tribunale per la causa di affidamento dei figli, hanno accusato Javadli di essere una madre inadatta, che non mandava i figli a scuola e che il luogo in cui viveva con loro, un hotel, non fosse idoneo per dei minori. Alle accuse hanno aggiunto anche che l’ex ginnasta avrebbe messo a rischio la salute della figlia più piccola. Il 4 giugno, la Procura di Dubai ha reso noto che la questione rimane oggetto di indagine e di procedimenti legali in corso. “Continueremo ad adottare le misure legali necessarie in conformità con le leggi applicabili, tutelando al contempo il benessere e il superiore interesse dei minori“, ha concluso.

L'articolo Arrestata a Dubai l’ex moglie dello sceicco e nipote del sovrano: Zeynab Javadli accusata di avergli sottratto i figli proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Bimba trovata morta in Francia, fermato il padre di un’amica denunciato 5 volte per abusi. Macron: “Inaccettabile disfunzione della giustizia”

Lyhanna Bernard era scomparsa il 29 maggio in Francia, nel villaggio di Puycasquier, poco lontano da Tolosa. Una settimana dopo il suo corpo senza vita è stato ritrovato in un’azienda agricola: aveva solo 11 anni. Mancano ancora i risultati dell’autopsia, ma secondo il procuratore di Agen, Olivier Naboulet, ci sono pochi dubbi: “In un’azienda agricola è stato rinvenuto il corpo che sembra essere quello di una bambina, con abiti simili a quelli della minorenne scomparsa”. Il principale sospettato del delitto è Jerome B., il padre di un’amica della vittima: si tratta di un uomo con diversi precedenti per accuse di stupro su minori.

La bambina era stata vista l’ultima volta da due testimoni intorno alle 15, mentre era a bordo dell’auto del sospettato vicino alla scuola media Hubert-Reeves. Il 41enne era stato arrestato il giorno dopo, il 30 maggio: inizialmente aveva negato di averla accompagnata in macchina, finché non è stato messo di fronte alle immagini delle telecamere di sicurezza della zona. L’1 giugno è stato formalmente incriminato per sequestro di persona e detenzione illegale, e successivamente incarcerato. Ad aumentare i sospetti nei suoi confronti, si aggiunge il fatto che Jerome B. lavora proprio nella fattoria in cui è stato trovato il cadavere di Lyhanna, come riporta Le Figaro.

I precedenti

A indignare l’opinione pubblica francese sono state le numerose denunce e segnalazioni che già l’uomo aveva avuto in passato: dal 2017 a oggi ci sono ben cinque inchieste per violenze sessuali su minori a suo carico. Come riportato da Le Monde, la prima segnalazione risale al dicembre 2017, quando la polizia fu contattata dalla madre di una ragazza di 17 anni che aveva avuto una relazione di diversi mesi con il sospettato, all’epoca 32enne. Il caso era stato archiviato senza ulteriori provvedimenti nel febbraio 2018, poiché non era stato commesso alcun reato, data l’età della ragazza e la natura consensuale della relazione.

Nel 2021, l’uomo era stato licenziato per “comportamento inappropriato”, spiega il quotidiano francese, quando lavorava come addetto alla manutenzione presso il liceo di Lectoure (Gers). Jerom B. era stato allontanato “a seguito di un procedimento disciplinare dopo una segnalazione di comportamento inappropriato nei confronti di una studentessa “, secondo quanto riferito dalla regione Occitania. In questo caso le autorità hanno fatto sapere che sono in corso accertamenti per verificare se al licenziamento avessero fatto seguito anche eventuali denunce.

Nel 2022 invece c’era stata la prima denuncia per stupro di minore, avvenuto nel 2020. Jerome B. era stato accusato di un presunto stupro nella sua casa a Montestruc-sur-Gers dalla famiglia di una bimba nata nel 2013 e che quindi all’epoca dei fatti aveva 7 anni. La denuncia era stata trasmessa alla procura di Auch solo nel gennaio 2024, ma le indagini pare non avessero sufficientemente comprovato l’accusa che quindi era stata archiviata il 28 maggio 2024.

Una seconda denuncia per stupro di minore era arrivata nell’agosto 2o25, presentata dalla madre di una minorenne nata nel 2014 per presunti stupri commessi tra settembre 2024 e maggio 2025 sempre nell’abitazione del sospettato. La giovane era stata interrogata cinque giorni dopo mentre le perizie forensi e psicologiche sono state effettuate tra settembre e ottobre 2025. Durante quel mese, la procura di Tolosa ha ceduto il caso alla procura di Auch e il 9 gennaio 2026 il fascicolo è stato inviato dalla procura di Auch alla gendarmeria di Lectoure. Il procuratore di Gers ha però specificato che l’ultimo contatto telefonico sulla questione tra il suo ufficio e la polizia risale al 23 gennaio 2026.

Il 3 giugno 2026 una terza denuncia per stupro di minore è arrivata questa volta all’attenzione del pubblico ministero. Le Monde spiega che al momento della conferenza stampa, la procuratrice non disponeva di “informazioni sufficienti” per commentare “il contesto e la natura dei presunti fatti “. Potrebbe però trattarsi, secondo il quotidiano francese, della denuncia presentata dal padre di una bambina di 11 anni al quotidiano locale La Dépêche du Midi, che denuncia azioni compiute dal sospettato durante un pigiama party a casa sua nell’estate del 2025.

Reazioni indignate

Il quadro inquietante di denunce e segnalazioni che riguardano il sospettato ha creato grande indignazione nell’opinione pubblica: “Si è verificata una inaccettabile disfunzione della giustizia. Non è una questione di risorse, ma di responsabilità. Ho parlato con il ministro della Giustizia Gerald Darmanin, il ministro dell’Interno Laurent Nunez e il primo ministro Sebastien Lecornu, chiedendo che le indagini vengano condotte il più rapidamente possibile e che vengano accertate responsabilità collettive, sistemiche e potenzialmente individuali al fine di adottare tutte le misure necessarie”. Così ha commentato il presidente Emmanuel Macron non appena appresa la notizia a margine del summit Ue in Montenegro. L‘ufficio del Primo Ministro ha annunciato che Sébastien Lecornu convocherà venerdì i Ministri dell’Interno e della Giustizia per discutere del caso e delle possibili carenze nella gestione delle denunce di stupro contro l’uomo sospettato del rapimento di Lyhanna.

I pretendenti all’Eliseo, già in pre-campagna elettorale per le presidenziali del 2027, hanno duramente criticato il leader francese. Il presidente del Rassemblement National, Jordan Bardella, ha accusato lo Stato di aver “gravemente fallito”, aggiungendo in un post sui propri canali social che “il popolo francese esige giustizia”. Ha usato toni severi anche Bruno Retailleau, presidente dei Repubblicani: “Il nostro sistema giudiziario è un fallimento e va riformato radicalmente. Una società che non è più in grado nemmeno di proteggere i propri figli è una società i cui membri finiranno per rivoltarsi gli uni contro gli altri”.

L'articolo Bimba trovata morta in Francia, fermato il padre di un’amica denunciato 5 volte per abusi. Macron: “Inaccettabile disfunzione della giustizia” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Da Steven Seagal ai fratelli Tate: alla “Davos Russa” tornano gli occidentali (anche Maga). Ospite fisso l’ex cancelliere Schröder

Il 3 giugno a San Pietroburgo si è aperto il Forum internazionale economico (Spief), un tempo considerato la “Davos Russa”. Il summit non è iniziato però come sperato da Putin. Kiev ha colpito con i suoi droni la città natale del presidente russo, costringendo lo Zar ad accogliere i suoi ospiti internazionali con una densa nube di fumo nero alle spalle causata dalle bombe. Nonostante ciò, nella tre giorni di incontri, sono attesi oltre 20mila partecipanti: tra loro anche vip e persone note al mondo Maga, oltre a Schröder e alla delegazione Usa, come riporta il Corriere della Sera.

Un tempo il Forum di San Pietroburgo era un evento aperto a tutto l’Occidente. Politici, esperti di economia e imprenditori andavano in Russia pronti a investire miliardi a Mosca, tra contratti energetici e forniture strategiche a basso prezzo. Dopo l’invasione in Ucraina nel 2022 però, l’evento si è svuotato quasi totalmente della presenza di europei o americani, sostituiti con rappresentati dei Paesi del Sud Globale, dalle monarchie del Golfo, passando per India, Sud Africa e Brasile. L’unico rimasto sempre vicino è l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, ex lobbista e amico di Putin, che il presidente russo vorrebbe come mediatore per l’Ucraina. L’ex leader della Germania non si è mai perso un forum dal 2000 a oggi, e anche quest’anno è presente.

All’evento di quest’anno però qualche personaggio noto al grande pubblico ha deciso di rimettere il naso in Russia. Per la prima volta dal 2022, sulla Neva, il fiume che passa per la città, sarà presenta anche una delegazione ufficiale americana guidata da Rodney Mims Cook jr. Si tratta del capo della Commissione per le belle arti degli Stati Uniti, colui che supervisiona la costruzione della Ballroom che Trump sta realizzando alla Casa Bianca, o almeno che sta provando a fare tra un intoppo e l’altro. Oltre ai politici in veste ufficiale, a titolo privato è presente anche l’attore Steven Seagal, amico personale di Putin che nel 2016 ha anche ricevuto il passaporto russo. La star 74enne vanta perfino il titolo di rappresentante speciale del ministero degli Esteri della Russia per i legami umanitari con Usa e Giappone.

Ma non c’è solo l’attore noto per i suoi colpi di arti marziali. Alla tre giorni di San Pietroburgo presenzia anche Candace Owens, l’influencer americana che piace ai suprematisti bianchi, celebre perché ora dovrà rispondere di diffamazione in una causa con Brigitte Macron, dopo aver accusato la first lady francese di essere nata uomo. Altri rappresentanti fieri del mondo Maga sono i fratelli Andrew e Tristan Tate, ex kickboxer. Come Owens, anche loro sono noti per vicende giudiziarie perché a maggio 2025 sono stati incriminati con 21 capi di accusa dalla procura d’Inghilterra e Galles: i reati contestati includono stupro, lesioni personali, tratta di esseri umani e sfruttamento della prostituzione.

L'articolo Da Steven Seagal ai fratelli Tate: alla “Davos Russa” tornano gli occidentali (anche Maga). Ospite fisso l’ex cancelliere Schröder proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Nonno scopre un biglietto vincente della Lotteria del valore di 50mila dollari nel suo camion, mesi dopo l’estrazione

Un anziano residente di West Plains, nel Missouri in America, si è sorpreso quando ha scoperto che, nel vano portaoggetti del suo pick-up, c’era un biglietto della Lotteria Powerball del valore di 50mila dollari. Il vincitore ha dichiarato di voler condividere parte della sua fortuna con la famiglia, compresi i nipoti.

Il tagliando vincente giaceva lì da mesi, dimenticato dopo l’estrazione di febbraio, senza che il fortunato proprietario ne fosse a conoscenza. La scoperta è avvenuta in modo del tutto casuale: l’uomo si trovava nello stesso punto vendita in cui aveva acquistato i biglietti quando ha deciso, finalmente, di verificarne i numeri. Solo in quel momento ha realizzato di aver guidato per mesi con una piccola fortuna custodita a bordo del suo veicolo.

“È stato uno di quei momenti in cui ho pensato: ‘Beh, probabilmente devo tirarli fuori dal vano portaoggetti del mio pick-up’ – ha dichiarato il giocatore, rimasto anonimo. Secondo un comunicato stampa del 26 maggio della Lotteria del Missouri, l’uomo mentre si è fermato a fare benzina, “ha deciso di scansionare uno dei biglietti nello stesso negozio dove lo aveva acquistato”, hanno riferito i funzionari della lotteria.

L’uomo ha detto di essere rimasto senza parole quando l’impiegato gli ha rivelato l’importo del premio a cinque cifre. “Non sapevo davvero cosa dire. Gioco da anni e questa è la vincita più grande che abbia mai avuto!“, ha affermato.

Poi un aneddoto divertente. Lo shock per l’inaspettata vincita è stata tale da distrarlo dal motivo per cui si era fermato: “Avevo già pagato la benzina e mi ero persino allontanato, dimenticandomi di fare rifornimento!”

L'articolo Nonno scopre un biglietto vincente della Lotteria del valore di 50mila dollari nel suo camion, mesi dopo l’estrazione proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Stop al supporto dell’Italia alle guerre”: oltre cento sigle convocano un corteo alla base aerea Usa di Aviano

La base aerea Usa di Aviano è da oltre due mesi una specie di sismografo dell’attività statunitense sul fronte della guerra contro l’Iran. Gli arrivi e le partenze si susseguono, consentendo gli scali di aerei cargo che trasportano materiali non meglio identificati sulle rotte del conflitto. Alcuni partono da Fairford nel Regno Unito e si dirigono verso la Giordania, facendo scalo nel centro friulano o a Ramstein in Germania. Altri aerei sono stati segnalati sulla rotta da Lakenheath, nel Suffolk, a Incirlik, in Turchia ai confini con la Siria (dove si trovano una cinquantina di testate atomiche), per poi rientrare in Europa attraverso Aviano, che a sua volta è un deposito atomico. A tenere meritoriamente il monitoraggio di questo flusso aereo è il giornale on line pordenoneoggi.it, che segue anche il via vai delle truppe che, a bordo di Boeing 747, raggiungono la base di Camp Lemonnier a Gibuti, nel Corno d’Africa. “Continuano giornalmente anche i voli da e per Ramstein e la Romania, dove gli Usa hanno una base molto importante per lo scacchiere europeo, considerando che la Romania aiuta l’Ucraina nell’invio di droni di fabbricazione statunitense”, spiega il giornalista Alessandro Rinaldini.

In quell’extraterritorialità della guerra su cui possono contare gli americani in Italia, Aviano è uno snodo importante ed è lì che associazioni pacifiste e movimenti politici contro la guerra si sono dati appuntamento per sabato 6 giugno. Al momento 112 sigle hanno dato la loro adesione, a cominciare da Anpi Friuli-Venezia Giulia, Cgil, Tavolo della Pace, Global Sumud Flotilla, Rete italiane Donne in Nero che fanno da capifila. Il raduno è previsto alle 15 davanti al Duomo, da dove si snoderà il corteo fino all’ingresso della base. “Aviano, una voce collettiva per la pace, contro la guerra e il riarmo” è il tema della manifestazione. “La pace non appartiene soltanto ai governi o alle istituzioni, ma nasce anche dalla responsabilità e dall’impegno quotidiano della collettività”, si legge nel manifesto. “Un fermo No alla guerra e a ogni escalation militare si alzerà con voce unica, per riaffermare l’urgenza per la pace e per un modello di società alternativo fondato sulla dignità e sul rispetto delle persone, dei popoli e di ogni essere sul pianeta”. I temi si intrecciano: si va dalla denuncia della corsa globale agli armamenti e dei “rigurgiti nazionalisti” al rischio sempre più concreto di un mondo dominato dalla logica della deterrenza e dello scontro permanente. “Ci opponiamo fermamente al supporto politico e militare fornito dal governo italiano e dai governi europei a Israele nel genocidio del popolo palestinese, così come alla guerra condotta da Israele e dagli Stati Uniti contro Iran e Libano. Il nostro pensiero e la nostra solidarietà vanno a tutte le vittime dei conflitti in corso nel mondo, dall’Ucraina al Sudan, dal Myanmar al Congo e all’Eritrea”.

“La manifestazione sta riscuotendo un forte consenso”, ha detto in conferenza stampa Maurizio Marcon, segretario generale della Cgil di Pordenone. “La mobilitazione vuole essere anche una proposta, non soltanto una denuncia. Chiediamo al governo italiano e alle istituzioni di investire nelle politiche sociali e nelle misure urgentissime per affrontare i disastri ambientali e il cambiamento climatico, anziché nelle spese militari”. Antonella Lestani, coordinatrice regionale dell’Anpi, ha aggiunto: “Richiamarsi all’articolo 11 della nostra Costituzione equivale riaffermare la promessa originaria della democrazia italiana: mai più la guerra come strumento di potere, e centralità della convivenza democratica tra i popoli. Abbiamo scelto Aviano per lanciare un messaggio politico e umano contro la normalizzazione della guerra”. Michele Negro, rappresentante friulano della Rete per i diritti, l’accoglienza e la solidarietà internazionale, ha fornito alcuni dati: “Abbiamo oltre 12mila testate nucleari nel mondo, quando sappiamo che ne basterebbero cinquanta per distruggere l’umanità. Mentre crescono gli investimenti per la produzione di armi e per le infrastrutture militari, abbiamo situazioni economiche esplosive come i licenziamenti dell’Electrolux. Di fronte a ciò, l’Italia sceglie di investire quasi mille miliardi in dieci anni per arrivare al 5% del Pi, in spese militari”. Altri numeri sono stati aggiunti da Massimo Marchini, attivista della Flotilla di terra: “La maggior parte delle vittime delle guerre oggi sono i civili. A Gaza, degli oltre 80mila morti registrati, circa l’85% sono civili, un quarto delle vittime sono bambini. Un dato terribile”.

L'articolo “Stop al supporto dell’Italia alle guerre”: oltre cento sigle convocano un corteo alla base aerea Usa di Aviano proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Incontro Zelensky-Putin, il primo ostacolo è la sede: escluse Kiev e Mosca, ecco le altre possibilità

L’apertura c’è stata, seppur solo a parole. Se lo spiraglio non si richiuderà, saranno molte le questioni da definire prima di cedere concretizzarsi quella che al momento è una possibilità ancora remota, un incontro fra Volodymyr Zelensky e Vladimir Putin. Il primo problema da risolvere è il luogo dell’ipotetico faccia a faccia. I simboli sono fondamentali e la scelta della sede non sarà soltanto una questione di forma ma di sostanza. E la schermaglia tra le due parti è già iniziata.

Sa benissimo, Zelensky, che chiedere a Putin di volare a Kiev per trattare un cessate il fuoco o una pace è inutile. Anche il presidente russo sa perfettamente che l’avversario non si recherà mai in Russia, eppure non rinuncia alla provocazione: “Putin ha detto che se Zelensky vuole parlare, può venire a Mosca e farlo”, ha fatto sapere maliziosamente il Cremlino. Il che non avverrà mai, a meno che dopo quattro anni e mezzo di strenua resistenza Zelensky non voglia passare alla storia come il leader della nazione invasa che va a Canossa a pietire la fine della guerra lasciando per giunta all’invasore i territori conquistati.

Zero a zero e palla al centro, quindi. “Esistono Paesi che tradizionalmente ospitano leader per risolvere questioni di guerra e di pace – ha scritto il presidente ucraino nella lettera aperta in cui ha proposto il faccia a faccia al nemico per porre fine alla guerra in Ucraina -. La Svizzera, la Turchia, i Paesi del mondo arabo: molti sono in grado e disposti a ospitare un simile incontro”. Il piccolo Stato alpino, neutrale per antonomasia rappresenta lo standard mondiale della diplomazia multilaterale. Nel 1985 Ginevra ospitò lo storico faccia a faccia tra Ronald Reagan e Michail Gorbačëv, tappa fondamentale verso il disgelo tra Usa e Urss e la fine della Guerra Fredda. Nel 2023 la Corte penale internazionale ha emesso un mandato di arresto per Putin con l’accusa di crimini di guerra in Ucraina, ma Berna hanno dichiarato che avrebbero concesso l’immunità al presidente russo qualora si fosse presentato per colloqui di pace.

Grazie alla sua posizione di ponte naturale tra Europa, Asia e Medio Oriente e alla volontà di Tayyip Recep Erdogan di farne un punto di riferimento nella regione, la Turchia si è ritagliata da tempo un ruolo centrale di mediatrice nei dossier eurasiatici: a Istanbul e ad Antalya si tennero i primissimi colloqui di pace diretti tra le delegazioni russa e ucraina nel 2022, culminati successivamente nella firma dell’Iniziativa per il grano del Mar Nero.

Le petro-monarchie del Golfo, dal canto loro, negli ultimi decenni hanno investito nel “soft power” diplomatico, trasformandosi in hub per la ricomposizione dei conflitti in Medio Oriente. Fin dal 2023 l’Arabia Saudita ha promosso importanti vertici internazionali a Gedda nel tentativo di creare le basi per piano di pace per l’Ucraina. Gli Emirati Arabi Uniti hanno già ospitato round di consultazioni trilaterali preliminari tra delegazioni diplomatiche americane, ucraine e russe. Il Qatar è stato la sede dei lunghi colloqui tra Stati Uniti e Talebani culminati con gli accordi del 2020 per il ritiro dall’Afghanistan e ha assunto un ruolo centrale come mediatore nei tavoli negoziali per i cessate il fuoco a Gaza. L’Oman, invece, considerato la “Svizzera d’Arabia” in virtù della sua politica di neutralità, ha avuto un ruolo di facilitatore nell’Accordo sul nucleare iraniano del 2015 e nei mesi scorsi ha ospitato colloqui indiretti tra gli Stati Uniti e l’Iran, prima che l’intelligence statunitense accusasse Mascate di favorire Teheran.

Altre sedi al momento sembrano avere poche possibilità. Donald Trump ha attivamente caldeggiato l’incontro tra i due leader ventilando l’ipotesi di ospitare un vertice tripartito in Alaska (simbolicamente vicina alla Russia e territorio americano neutrale, dove il 15 agosto 2025 aveva ricevuto Putin) o a Washington. Papa Leone XIV ha offerto la Santa Sede come spazio fisico e simbolico per un dialogo e il Vaticano ha già svolto un ruolo concreto nel facilitare lo scambio di prigionieri di guerra e il rimpatrio di bambini ucraini.

L’incognita, d’altronde, è sempre dietro l’angolo. L’11 maggio 2025 a sorpresa Putin aveva proposto di aprire colloqui diretti a Istanbul il successivo 15 maggio. Zelensky aveva raccolto immediatamente il guanto di sfida, confermando la sua partenza per la Turchia: “Ci vediamo a Istanbul – aveva detto -, ma solo se Putin si presenta di persona“. Nonostante al Palazzo Dolmabahçe fosse già tutto pronto, la notte prima del vertice il Cremlino annunciò che lo zar non sarebbe andato.

L'articolo Incontro Zelensky-Putin, il primo ostacolo è la sede: escluse Kiev e Mosca, ecco le altre possibilità proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Robot umanoide colpisce con un calcio un bambino durante uno spettacolo di arti marzialI – IL VIDEO

Durante uno spettacolo in una località turistica dello Xinjiang, in Cina, un robot umanoide ha colpito con un calcio un bambino tra il pubblico mentre si stava esibendo in una dimostrazione. L’episodio è stato ripreso in video e ha iniziato rapidamente a circolare online, sollevando nuove domande sulla sicurezza di queste performance in contesti aperti.

Il robot si trovava all’interno di un’area dedicata alle esibizioni e stava eseguendo una sequenza di movimenti ispirati alle arti marziali quando, durante la performance, ha colpito il piccolo spettatore facendolo cadere a terra. Secondo le ricostruzioni, l’automa non operava in autonomia, ma sarebbe stato controllato manualmente da un addetto della struttura. Il bambino non avrebbe riportato ferite. La madre ha comunque criticato la gestione dell’accaduto, sostenendo che il personale sarebbe intervenuto con ritardo dopo l’incidente.

Robot umanoidi, la nuova frontiera dello spettacolo

Negli ultimi mesi, i robot umanoidi sono sempre più spesso utilizzati non solo in ambito industriale o sperimentale, ma anche come attrazione in eventi pubblici e turistici. Le dimostrazioni puntano a mostrare agilità, coordinazione e capacità di intrattenimento. Tutto questo, rende queste macchine veri e propri strumenti di spettacolo.

Non è raro che le performance includano movimenti ispirati alle arti marziali, coreografie o sequenze di intrattenimento pensate per il pubblico. In un altro episodio diventato virale, un robot umanoide è stato ripreso mentre eseguiva una danza sulle note di “Billie Jean” di Michael Jackson, simulando una vera performance dal vivo.

Visualizza questo post su Instagram

Un post condiviso da Hook NewsFeed (@hooknewsfeed)

L'articolo Robot umanoide colpisce con un calcio un bambino durante uno spettacolo di arti marzialI – IL VIDEO proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

L’Albania si ribella al resort di Ivanka Trump e Kushner: proteste e indagini stringono il progetto del maxi-resort da 4 miliardi

Proteste contro il governo, indagini della Procura e un precedente che insinua l’ipotesi che il progetto immobiliare di Jared Kushner e della moglie Ivanka Trump possa subire uno stop forzato, come successo in Serbia. Il 4 giugno è stato il quinto giorno consecutivo di manifestazioni per fermare la costruzione del resort della figlia del presidente Usa e del marito intenti a costruire un resort di lusso sull’isola di Sazan e sul sito protetto di Zvernec, su una delle spiagge vergini nel sud dell’Albania, a circa 150 chilometri da Tirana. Una enorme folla di cittadini e attivisti della società civile albanese si è riunita, grazie agli appelli sui social, davanti alla sede del governo per protestare contro il progetto. I due – che portano avanti il progetto insieme ai fratelli Moutaz e Ramez Al-Khayyat, del Qatar, i quali gestiscono il conglomerate Power International Holding – hanno già speso circa 200 milioni di dollari per l’acquisto dei terreni i cui proprietari albanesi sono sott’inchiesta e l’intero investimento si aggirerebbe intorno ai 4 miliardi di dollari.

Le proteste

I manifestanti contestano la costruzione del complesso in una zona che ritengono sia protetta e chiedono al governo di rinunciarvi, accusandolo peraltro di aver piegato le norme urbanistiche e ambientali agli interessi di un investitore straniero influente. Ma l’esecutivo ha precisato che l’intera area rientra in una categoria che prevede anche costruzioni a scopo turistico. “Il progetto non è giunto alla fase finale, e c’è ancora da concludere lo studio sull’impatto ambientale, quindi non capisco a cosa dovremmo rinunciare”, ha dichiarato Rama, il quale ha sostenuto che dietro la protesta ci sarebbero forze straniere “che sono contro gli interessi economici del Paese. “Sui social, si sta svolgendo una guerra ibrida tesa ad impedire che l’Albania faccia un vero e proprio salto di qualità nel settore del turismo”, ha aggiunto. Alle richieste dei manifestanti per le sue dimissioni, Rama ha risposto secco: “Il mio contratto è con quei 800 mila cittadini che mi hanno votato per cambiare il Paese”. L’indignazione pubblica è ulteriormente cresciuta dopo che un video ha mostrato un attivista che veniva trascinato a forza da una guardia di sicurezza privata mentre manifestava sul luogo del cantiere.

Come sia venuta l’idea ai coniugi Trump-Kushner, l’ha spiegato Ivanka stessa in un’intervista rilasciata questa settimana al podcaster statunitense David Senra. La figlia del tycoon ha dichiarato di avere scoperto il sito per caso, insieme al marito. “Eravamo sulla barca di un amico e ci siamo fermati per fare una nuotata. In pratica, è così che l’abbiamo trovata”, ha raccontato. “Abbiamo nuotato fino all’isola. Abbiamo fatto un’escursione a piedi nudi fino in cima e siamo rimasti semplicemente incantati”, ha aggiunto. Il progetto – che prevede la realizzazione di hotel, ville, appartamenti e un porto turistico – si articola in due parti: una nell’area della Laguna di Narta, riserva naturale sulla costa meridionale albanese, e l’altra sull’isola disabitata di Sazan, ex base militare dell’epoca comunista. Il progetto di sviluppo è previsto all’interno di una riserva naturale e in una delle aree di maggiore biodiversità dell’Albania, nonché una tappa fondamentale per gli uccelli migratori lungo la costa adriatica, cosa che preoccupa gli ambientalisti. Per questo i manifestanti hanno portato ai cortei cartelloni raffiguranti fenicotteri rosa, una delle specie di uccelli migratori protette, durante le manifestazioni a Tirana. Secondo il governo del premier Edi Rama, l’investimento rappresenterebbe un’opportunità strategica per lo sviluppo del turismo di lusso e per il posizionamento internazionale del Paese, che spinge per l’adesione all’Ue. Ma l’iniziativa ha suscitato l’opposizione degli ambientalisti e dei critici del primo ministro. Una società di investimento legata a Kushner ha ottenuto dalle autorità albanesi uno status di investitore speciale. L’Albania ha 450 km di costa rimasti in gran parte sottosviluppati durante decenni di regime comunista. Dalla fine di maggio sono iniziate per il progetto le operazioni preliminari con escavatori e altri macchinari pesanti, che sono entrati nella zona aprendo vie di accesso, scavando nella sabbia, disboscando la zona fra i pini e installando recinzioni. Gruppi ambientalisti albanesi e di altre parti d’Europa hanno condannato i lavori e un importante gruppo locale ha affermato che habitat protetti da tempo vengono “distrutti in modo irreversibile”.

L’inchiesta della Procura

Nello scenario delle proteste, si aggiunge anche il fronte giudiziario. L’agenzia statale anticorruzione albanese ha confermato di aver avviato un’indagine relativa al progetto, ma non ne ha divulgato i dettagli. Il governo afferma che il terreno destinato al progetto sia di proprietà privata. Tuttavia sono emerse rivendicazioni contrastanti che mettono in discussione la privatizzazione, un tipo comune di controversia legale. Rama si è impegnato a portare avanti l’iniziativa, affermando che sarebbe in linea con l’ambizione dell’Albania di diventare una delle principali destinazioni turistiche mondiali. “L’Albania non dovrebbe essere un Paese che teme un progetto straordinario come questo, in cui partner eccezionali si sono uniti per investire 4 miliardi di euro”, ha dichiarato Rama. “Finché sarò qui, non c’è alcuna possibilità che questi investimenti si fermino”, ha aggiunto. Il fallimento di un progetto simile in Serbia offre tuttavia un monito. A novembre il Parlamento di Belgrado ha approvato una legge speciale per consentire la costruzione di un complesso di lusso nella capitale, Belgrado, finanziato da una società di investimento legata a Kushner. Il mese successivo, il procuratore serbo per la criminalità organizzata ha incriminato 4 persone, fra cui un ministro del governo, per abuso d’ufficio e falsificazione di documenti al fine di agevolare lo sviluppo del progetto. In seguito Kushner si è ritirato dal previsto investimento multimilionario che avrebbe sostituito un vasto complesso militare bombardato, un’area designata come patrimonio storico e la cui tutela legale era stata revocata dagli ex funzionari ora sotto processo.

L'articolo L’Albania si ribella al resort di Ivanka Trump e Kushner: proteste e indagini stringono il progetto del maxi-resort da 4 miliardi proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Drone marino esplode nel porto di Costanza (Romania): “È di quelli usati in Ucraina”. Allerta rossa: “Altre 4 imbarcazioni con esplosivo”

Nel day after del tentativo di dialogo tra Mosca e Kiev, con la lettera pubblicata dalla Presidenza ucraina e indirizzata al presidente russo, Vladimir Putin, nel dibattito sulla guerra torna la Romania, Paese membro della Nato e dell’Ue. Dopo l’esplosione di un drone su una palazzina civile nella città di confine di Galați, nella mattinata di venerdì un altro drone, questa volta marino, è esploso senza arrecare danni nel porto di Costanza, sul Mar Nero. E secondo il sito Digi24, sono altre quattro le barche cariche di esplosivo ancora al largo delle coste rumene.

L’inizio del dialogo?

Dopo la risposta del portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, che non ha chiuso alla proposta di Volodymyr Zelensky, pur rispondendo provocatoriamente di attenderlo a Mosca, dalla capitale russa arriva la notizia che Putin “ha ricevuto un rapporto” sul messaggio dell’omologo ucraino, pur ricordando che non esistono canali diplomatici diretti tra i due Paesi.

L’esclusione di Donald Trump dai colloqui, paventata proprio da Zelensky nella lettera e motivata dal presunto disinteresse americano per il dossier ucraino, sembra aver rialzato il morale in Europa. A proporsi nuovamente come rappresentante delle istanze europee è, di nuovo, il governo tedesco. Il ministro degli Esteri, Johann Wadephul, ha dichiarato, rivolgendosi indirettamente a Putin, che “è giunto il momento di sedersi al tavolo delle trattative. Credo che tutti si rendano conto che il conflitto ha raggiunto una fase che necessita urgentemente di una soluzione”. Una soluzione alla quale si deve arrivare anche grazie al contributo dell’Europa, continente più esposto alle clausole di un eventuale trattato di pace, come sostiene il primo ministro ceco Andrej Babis: “È tempo che l’Europa abbia un ruolo per la pace. Il cancelliere dovrebbe ora prendere la leadership. Ci stiamo preparando al vertice della Nato ad Ankara, quella sarà l’occasione per discutere della pace. Donald Trump vuole che l’Europa abbia un ruolo, è concentrato su Hormuz ora”. Anche Antonio Tajani commenta: “Vogliamo essere ottimisti, l’importante è che Putin dimostri di volersi sedere sul serio al tavolo e che non sia soltanto un bluff. Noi incoraggiamo qualsiasi forma di dialogo, se Putin e Zelensky si parleranno sarà certamente un fatto molto positivo. Bene anche l’idea di Zelensky di avere un ‘cessate il fuoco’ durante il confronto. Noi faremo tutto ciò che è possibile per sostenere un accordo che sia portatore di una pace giusta e che ponga fine ad una guerra che dura fin da troppo tempo”.

La guerra continua

Dopo il raid ucraino su San Pietrioburgo, proprio nelle ore in cui nella città era presente anche Putin, l’esercito russo ha ripreso gli attacchi in Ucraina. Ma a preoccupare per il possibile coinvolgimento della Nato è di nuovo la situazione in Romania. Dopo l’esplosione, il porto di Costanza rimane in stato di allerta, con le autorità che hanno attivato il Piano di Intervento Rosso. Il Ministero della Difesa Nazionale ha annunciato che il drone è “del tipo utilizzato nella guerra in Ucraina” e che il caso è sotto indagine da parte della Procura della Corte d’Appello di Costanza. Il Presidente Nicușor Dan ha dichiarato che le forze dell’ordine e le strutture di sicurezza sono intervenute tempestivamente ed hanno evacuato preventivamente l’area prima dell’esplosione, aggiungendo che, ad oggi, non vi sono indicazioni di vittime.

L'articolo Drone marino esplode nel porto di Costanza (Romania): “È di quelli usati in Ucraina”. Allerta rossa: “Altre 4 imbarcazioni con esplosivo” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Il riarmo mangerà welfare e pensioni o farà salire le tasse. Per inseguire la sicurezza strategica si sacrifica quella sociale”. Il dossier

“Per inseguire una sicurezza strategica basata sul riarmo, all’interno dell’Italia e della UE si rischia di sacrificare la sicurezza sociale”. Questo l’allarme lanciato dal prof. Fabrizio Battistelli, sociologo, nonché presidente e cofondatore di Iriad, l’Istituto di ricerche internazionali di Archivio Disarmo, think tank romano sulla pace, oggi alla presentazione alla Camera dei deputati del rapporto da lui coordinato “Europa: quale difesa?”. Nel report, promosso da Marco Tarquinio, deputato europeo del gruppo dei Socialisti e Democratici eletto da indipendente nelle liste del PD, il professore evidenzia come “l’impegno del 3,5% del Pil solo per la difesa strettamente militare, accettato anche dal governo italiano, è esorbitante. O la presidente del Consiglio se ne rende conto e al vertice Nato che si terrà ad Ankara a luglio recede dall’accordo – spiega Battistelli – o lascia in eredità ai prossimi governi una spesa militare fuori controllo che, se veramente fosse pari al 3,5% del Pil, nel 2035 raggiungerebbe l’astronomica cifra di 83 miliardi e 950 milioni di euro. Insistendo sulla decisione Nato dell’Aja, all’Italia rimarranno soltanto tre possibilità: aumentare ulteriormente il debito pubblico, aumentare le tasse, spostare sul riarmo le risorse per pensioni, istruzione e salute”. L’obiettivo pacifista, indagato nello studio di oltre 100 pagine, è invece l’individuazione di un modello di “difesa europea a due braccia: militare e civile”. “Ho commissionato questo Rapporto ai ricercatori di Archivio Disarmo – ha detto Tarquinio – per l’assoluta qualità del lavoro che portano avanti da tempo e per la necessità, fuori e lontano da semplificazioni e propagande, di fare un serio punto sul processo di riarmo in atto nei singoli Paesi dell’Unione Europea. Un evento niente affatto “comune” e comunitario, più o meno contemporaneo – questo sì, ha aggiunto l’eurodeputato – ma contraddittorio e diseguale, segnato più da competizioni che da collaborazioni tra Stati membri e spesso ammantato da una pesante retorica di riabilitazione della pratica bellica. Un piano che, purtroppo, minaccia di riportarci verso il nostro peggior passato e che si sta sviluppando con affanno, risucchiando fondi ingenti dalle politiche del futuro, quelle sociali e di transizione verde, secondo il disastroso copione imposto alla Ue dalle potenze che hanno riportato la guerra al centro della politica e della vita dei popoli”.

La domanda però resta: come può l’Europa garantire la propria sicurezza senza mettere a rischio il modello sociale che ne rappresenta uno dei pilastri? Lo studio di Iriad affronta uno dei temi centrali del dibattito europeo: la costruzione di una Difesa comune in un contesto internazionale caratterizzato da conflitti armati, tensioni geopolitiche e crescente instabilità. La tesi di fondo è che una politica basata esclusivamente sull’aumento delle spese militari non è sufficiente a rispondere alle sfide della sicurezza contemporanea.

La spesa vale l’impresa?

L’Unione europea dispone già oggi di una spesa militare complessiva tra le più elevate al mondo, seconda soltanto a quella degli Stati Uniti. Eppure, continua a confrontarsi con inefficienze e costi elevati derivanti dalla frammentazione tra gli Stati membri, dalla duplicazione di capacità industriali e dalla scarsa integrazione delle industrie della difesa, evidenzia il rapporto. Da qui la proposta di un modello alternativo basato sulla sicurezza cooperativa e su una difesa comune di tipo federale, capace di superare l’attuale approccio prevalentemente nazionale e intergovernativo. “Si tratta – osserva Marco Tarquinio – di un modello a due braccia, che affianca a una componente militare, orientata alla deterrenza e caratterizzata da una postura esclusivamente difensiva, una componente civile e nonviolenta fondata sulla cooperazione internazionale, sul controllo degli armamenti, sulla prevenzione dei conflitti e sul rafforzamento della resilienza sociale”.

Non solo Rearm Eu

“L’approccio del piano ReArm Europe/Readiness 2030 rimane tradizionale, in quanto solo una parte limitata di esso sostiene progetti industriali comuni, mentre la maggior parte delle azioni intraprese dagli Stati Membri segue un approccio intergovernativo nelle strategie, la spesa viene decisa Stato per Stato e la politica industriale si concentra sui “campioni” nazionali della produzione”, si legge nel report di Iriad. Tra l’altro, stando al rapporto, mentre “le dinamiche economiche, finanziarie e industriali della Difesa europea appaiono inserite in una transizione verso un’economia ormai ‘prebellica’, caratterizzata però da uno uno spazio di manovra fiscale ristretto, nasce il dilemma “burro o armamenti” assume la forma di un vincolo strutturale. L’aumento sincronizzato dei bilanci militari dopo il 2022 è accompagnato da un effetto di spiazzamento nei confronti delle poste di bilancio del welfare (sanità, protezione sociale e istruzione) e da un livello di debito pubblico che limita la capacità degli Stati membri. Allo stesso tempo, la Base Industriale della Difesa della Ue appare come un sistema frammentato in fase di rinazionalizzazione, in cui le esperienze dei gruppi industriali transeuropei (Airbus, KNDS, MBDA) stanno perdendo centralità a favore dei campioni industriali nazionali (una o più aziende leader nel settore armamenti). “In assenza di una drastica revisione del processo di riarmo, inevitabilmente la spesa militare svuoterà lo stato sociale, assorbendo le risorse destinate al welfare, in particolare a sanità e istruzione. Se avverrà ciò verrà compromessa la coesione sociale, intesa come parte integrante della sicurezza complessiva e verrebbe vanificata la stretta interdipendenza che esiste tra sicurezza esterna e sicurezza interna”, sottolinea Battistelli. Per questo il report spiega come “la realizzazione di una vera Difesa europea richiede un avanzamento dell’integrazione politica dell’Unione, il superamento delle attuali frammentazioni decisionali grazie al superamento dell’unanimità e la costruzione di un consenso democratico attorno a un progetto comune. Una sfida che riguarda non solo la capacità dell’Europa di difendersi, ma anche il suo futuro, confermandosi lo spazio di “libertà, sicurezza e giustizia” promesso nel suo patto costitutivo. “In questa prospettiva, la sicurezza non viene considerata soltanto come capacità militare, ma come il risultato dell’interazione tra fattori politici, economici, sociali e tecnologici, conclude Battistelli.

L'articolo “Il riarmo mangerà welfare e pensioni o farà salire le tasse. Per inseguire la sicurezza strategica si sacrifica quella sociale”. Il dossier proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  
❌