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Tom Fletcher, UN humanitarian chief: 'Cuts force us to choose which lives to save and which lives not to'
A few months ago, at a center for malnourished children in the remote Darfur region of Sudan, an orphaned baby who had arrived days earlier on the brink of death gripped Tom Fletcher’s finger with surprising strength. The United Nations’ humanitarian chief says those seconds eased his frustration at international inaction and the “anger” he feels over cuts to aid at a time when needs and conflicts are rising around the world.

© Álvaro García
Vannacci: “Pozzolo? Resta nel partito”. E incalza i giornalisti: “Mi date una definizione di ubriaco?”
Il primo evento pubblico di Roberto Vannacci a Roma è preceduto da una conferenza stampa al Salone delle Fontane dell’Eur. Alle domande dei giornalisti sul caso di Emanuele Pozzolo, il presidente di Futuro Nazionale afferma “non ho visto il video”. Parla di “un incidente automobilistico che riguarda la vita privata e che nulla ha a che vedere con l’attività politica che stiamo svolgendo”.
“Io sono un pochettino strabiliato dalla reazione che ha avuto (la vicenda, nrd) su tutte le pagine dei quotidiani”. Vannacci non gradisce essere interrotto, anche se pone domande giornalisti ai presenti. “Parla lei o parlo io”.
“Ma se lo stesso incidente fosse avvenuto ad un cardiochirurgo il giorno dopo gli sarebbe stato vietato l’ingresso in sala operatoria? Se lo stesso incidente fosse avvenuto ad un professore, di liceo o di università, il giorno dopo gli sarebbe stato proscritto l’ingresso all’aula presso la quale insegna?”.
Il leader di Futuro Nazionale prosegue con gli esempi, poi ai cronisti pone altre domande “mi date una definizione di ubriaco?”. Tutto questo per dire che “Pozzolo resta nel partito. Io non abbandono nessuno, nessuno rimane indietro di quelli che sono stati con me in mille campi di battaglia e non rimane indietro nel mio partito politico”.
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“Mamma è morta tra le mie braccia”: il dolore del figlio di Lucia dopo il suicidio assistito in Svizzera. Poi l’autodenuncia di Cappato e degli attivisti
“Più volte, scherzosamente, le abbiamo chiesto di abbandonare questa scelta, ma lei era risoluta. Credo a causa di un’infinita sofferenza che l’ha portata a morire nelle mie braccia dopo una difficilissima ultima videochiamata con mio padre”. Nelle parole di Paolo, il figlio di Lucia, c’è tutto il peso di una decisione maturata lentamente, tra dolore, attese e speranze. Una scelta che ha portato sua madre, 80 anni, triestina, affetta da una rara malattia neurodegenerativa, a lasciare l’Italia per raggiungere la Svizzera e accedere al suicidio medicalmente assistito. Come tanti altri cittadini e cittadine d’Italia da Dj Fabo in poi. Solo soltanto quindici le persone – spesso dopo lunghe battaglie legali – ad aver visto riconosciuto il diritto a morire nella propria casa accanto alla famiglia. Lucia è morta il 3 giugno, lontano dalla sua città, dalla sua casa e dal marito, che per ragioni di età e salute non ha potuto accompagnarla nell’ultimo viaggio.
“Distanti dalla sicurezza di casa sua e da mio padre e suo marito che non poteva partecipare al suo ultimo viaggio per età e salute, siamo rientrati questa notte dopo aver salutato mamma”, scrive il figlio in una lettera letta durante una conferenza stampa dell’Associazione Luca Coscioni. “Ringrazio di cuore tutte le persone che hanno supportato e aiutato mia madre a liberarsi dei dolori e della sofferenza continua che la accompagnavano oramai da più di un anno”. Paolo racconta di aver sperato fino all’ultimo in un epilogo diverso. “Non nascondo che fino all’ultimo ho sperato egoisticamente che ritornasse con noi in Italia, insieme ai sanitari di supporto”. Ma quella speranza si è infranta davanti alla determinazione della madre e a una sofferenza che, secondo i familiari, era diventata insostenibile.
L’autodenuncia
Dopo la sua morte, Marco Cappato si è autodenunciato alla Questura di Trieste insieme agli attivisti Matteo D’Angelo e Antonella Lauvergnac, che hanno accompagnato fisicamente la donna in Svizzera. Una scelta che si inserisce nella strategia di disobbedienza civile portata avanti dall’Associazione Luca Coscioni dal 2019, dopo la sentenza della Corte costituzionale sul caso Cappato-Dj Fabo e continua nonostante indagini, processi e rinvii alla Corte Costituzionale. Secondo l’associazione, Lucia possedeva tutti i requisiti richiesti dalla Consulta per accedere all’aiuto medico alla morte volontaria in Italia. Eppure la sua richiesta era stata respinta dall’Azienda sanitaria universitaria giuliano isontina (Asugi), che aveva ritenuto non sussistente il requisito della dipendenza da trattamenti di sostegno vitale. Una valutazione che l’associazione contesta duramente.
“Lucia era dipendente totalmente da terze persone e la Corte Costituzionale ha già spiegato che i trattamenti di sostegno vitale devono essere intesi in senso ampio e quindi riteniamo che Lucia rientrasse in tutti i requisiti stabiliti dalla sentenza Cappato”, ha spiegato l’avvocata Filomena Gallo, segretaria nazionale dell’Associazione Luca Coscioni. “Assumeva una corposa terapia farmacologica che senza assistenza continua non poteva assumere. I tribunali hanno confermato che questi sono requisiti che rientrano nei trattamenti di sostegno vitale. Lucia avrebbe voluto morire nella sua città dove è sempre vissuta. Invece è stata costretta ad andare all’estero”.
Lucia
Lucia aveva lavorato per anni come infermiera nel reparto di pneumologia di Trieste. Negli ultimi tempi, però, la malattia l’aveva resa completamente dipendente dagli altri per le attività quotidiane. Secondo quanto riferito dall’associazione, necessitava di assistenza costante e anche di procedure indispensabili come i clisteri per poter evacuare autonomamente. La donna aveva presentato una seconda richiesta di verifica dei requisiti, ma la risposta non era ancora arrivata quando ha deciso di partire. “Dopo Martina Oppelli, un’altra donna triestina è stata costretta ad andare a morire in Svizzera”, ha detto ancora Gallo.
“Lucia aveva chiesto di poter accedere all’aiuto medico alla morte volontaria in Italia. Ne aveva pieno diritto, ma dopo il primo diniego non ha ricevuto una risposta in tempi compatibili con il progressivo aggravarsi della sua condizione”. Durissime anche le parole di Marco Cappato. “La Regione Friuli-Venezia Giulia ha di nuovo, dopo Martina Oppelli, negato l’aiuto medico alla morte volontaria a una persona che avrebbe invece avuto diritto ad essere aiutata a morire a casa propria”, ha affermato. “Oggi ci autodenunciamo per chiedere che sia fatta giustizia. La Procura della Repubblica di Trieste è tenuta ad accertare le responsabilità della morte sia di Martina Oppelli che di Lucia: o siamo colpevoli noi che le abbiamo aiutate ad andare in Svizzera, oppure chi le ha negato l’aiuto in Italia è responsabile di averle costrette a sottoporsi alla ulteriore tortura di un viaggio di centinaia di chilometri in condizioni di sofferenza insopportabile”.
Gli attivisti
Accanto a lui, gli attivisti che hanno accompagnato la donna ricordano le ore trascorse insieme durante quel viaggio. “Dopo il caso di Martina Oppelli ho deciso di unirmi a Soccorso Civile perché ritengo sia una atrocità ciò che le persone sono costrette a subire”, ha detto Antonella Lauvergnac. “Mentre la politica fa melina per interessi di parte, le persone continuano a soffrire, e a volte a morire, in attesa di vedere pienamente riconosciuto il diritto ad autodeterminarsi”, ha aggiunto Matteo D’Angelo. “Per questo disobbediamo, mettendo a rischio la nostra libertà personale, con viaggi estenuanti soprattutto per le persone malate”.
Lucia è la decima persona accompagnata in Svizzera dall’Associazione Luca Coscioni nell’ambito di un’azione di disobbedienza civile. Ma dietro i numeri resta la storia di una donna che avrebbe voluto concludere la propria vita nella sua città e accanto al marito. E resta soprattutto il ricordo custodito dal figlio, quello degli ultimi istanti trascorsi insieme. Un addio consumato lontano da casa, dopo giorni di attesa imposti dalla procedura svizzera, e una videochiamata difficile con l’uomo con cui Lucia aveva condiviso una vita intera. “Confido che questa nostra testimonianza possa fare riflettere, cambiare i punti di vista e aiutare chi soffre nel più scuro silenzio” ha scritto Paolo.
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Rayman Legends Retold, un ritorno che vuole ricostruire tutto da capo
C’è qualcosa di coraggioso nel tornare su un brand che porta il peso di decenni di aspettative e dichiarare, senza mezzi termini, che si riparte da zero. È esattamente quello che Ubisoft Montpellier e Ubisoft Milano hanno scelto di fare insieme con Rayman Legends Retold: non un seguito, non un omaggio nostalgico, ma una rifondazione vera e propria dell’universo di Rayman, pensata per chi quella saga la conosce a memoria e per chi non l’ha mai sfiorata.
Abbiamo avuto modo di vedere e provare il gioco in anteprima, con accesso a due delle regioni che comporranno la mappa di gioco. Quel che ne è uscito è un quadro ancora incompleto — il titolo è atteso per il 1° ottobre 2026 e lo sviluppo è ancora in corso — ma già capace di lasciare il segno.
Un mondo che respira da solo
La svolta più evidente rispetto al passato è la nuova presentazione con ambienti tridimensionali, che non è un semplice aggiornamento estetico ma una scelta strutturale. Legends Retold abbandona la progressione lineare a livelli separati e la sostituisce con un’unica grande mappa di gioco, divisa in regioni autonome, ognuna con carattere visivo e lore distinti. È un’architettura che promette esplorazione vera, non solo attraversamento.
Delle due regioni che abbiamo visitato, Old Teensie Kingdom introduce il mondo con la sobrietà di un atto primo classico, mentre The Stinkbog — la regione delle paludi, con le sue cavalcate sui draghi che aprono la mappa verticalmente — ha il passo di chi sa di avere qualcosa da dire. Le ambientazioni che abbiamo visto hanno tutte un carattere deciso e riconoscibile: niente sfondi intercambiabili, ogni area porta con sé una storia che si legge prima ancora di interagire con essa. Alcune ci hanno lasciato letteralmente a bocca aperta.
Il comparto artistico è affiancato da una colonna sonora firmata da Christophe Héral e Grant Kirkhope — coppia già collaudata su Origins e Legends — con audio immersivo che entra nel gameplay diretto nei livelli musicali, dove ritmo e movimento si sincronizzano in modo istintivo.
Gameplay: la difficoltà come scelta, non come punizione
Sul piano delle meccaniche, il gioco conferma l’approccio “forgiving” promesso dagli sviluppatori nella modalità storia: dovremo esplorare, usare l’ambiente come alleato — per spostarci, per attaccare, per sopravvivere — e un moveset classico da platform — salto, pugno in caduta, attacchi caricati — che non chiede nulla di nuovo al giocatore ma funziona. L’impressione è quella di un platform costruito per non escludere nessuno al primo contatto.
Chi cercherà sfida la troverà nei livelli dedicati, pensati ad hoc per il pubblico più competitivo. Tornano Kung Foot, il minigame sportivo ormai culto, e Cave of Trials, il livello platform infinito che misura i riflessi senza sconti. È una coesistenza che funziona proprio perché le due anime non si sovrappongono mai: la storia non perde accessibilità, la sfida non perde mordente.
La cooperativa fino a 4 giocatori in locale è integrata nell’esperienza fin dall’inizio — non un’aggiunta, ma una modalità progettata con lo stesso peso della singola.
Un universo che si prende sul serio
Una delle scelte più indicative dell’ambizione del progetto riguarda la produzione audio: Ubisoft ha curato la selezione del cast vocale con la stessa attenzione che si riserva alle produzioni narrative di peso, puntando a dare profondità ai personaggi invece di trattare il doppiaggio come un dettaglio di contorno. È una scelta che, insieme alla localizzazione in 8 lingue, dice molto su come il team consideri questo titolo — non un aggiornamento di servizio, ma un tentativo serio di restituire a Rayman il rilievo che merita. Il nuovo mondo dei morti viventi, con la sua lore inedita e un boss finale che promette di lasciare il segno, va nella stessa direzione: Legends Retold sta costruendo mitologia, non solo livelli.
In conclusione
Rayman Legends Retold è ancora in lavorazione, e il quadro che ne emerge è per forza di cose incompleto. Ma quello che abbiamo visto è sufficiente per capire che Ubisoft Montpellier non sta semplicemente aggiornando una vecchia IP: sta costruendo qualcosa con una visione precisa, artistica e strutturale, che rispetta la saga senza esserne prigioniera.
Se l’obiettivo era dimostrare che Rayman ha ancora qualcosa da dire nel panorama dei platform contemporanei, la risposta anticipata è sì — e con una certa convinzione. L’appuntamento è per ottobre!
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Offshore wind power cables can affect sensory system of sharks and rays: studies

“Preparo il pranzo a mio marito”: la ‘sitcom’ social che nessuno riesce a smettere di guardare
“Preparo il pranzo a mio marito“: sono queste le parole che Claudia Landi pronuncia ogni volta che si appresta a prendere un contenitore di plastica decorato con fiori rosa e bianchi e a ‘schiaffarci’ dentro il pasto per il coniuge. Landi continua con un “e gli metto…” e inizia a elencare gli ingredienti che finiscono nel recipiente: pomodori, a volte conditi a volte sciapi, insalata, tonno in scatoletta rovesciato con tutto l’olio, petto di pollo impanato non importa come, salsicce, panini, pasta congelata in diverse porzioni.
All’inizio, probabilmente, erano video messi online senza pretese. Oggi è difficile pensare che Landi non sappia perfettamente cosa accade ogni volta che prende in mano quel contenitore. Ma ha davvero importanza che ormai il tutto sia diventato una gag consapevole? Non molta. Verità e verosimiglianza, quando si tratta di intrattenimento, interessano relativamente a chi guarda. Chi non conosce Claudia Landi potrebbe chiedersi ci sia tanta gente appassionata ai suoi video. La risposta non è semplicissima e forse manco lo sappiamo. Del resto, internet è pieno di piccoli fenomeni che a prima vista sembrano inspiegabili e che proprio per questo meritano un’occhiata più da vicino. Un dato è evidente: migliaia di persone seguono “Preparo il pranzo a mio marito” come seguirebbero una serie tv. E forse la televisione c’entra. Negli ultimi anni abbiamo imparato a consumare storie a puntate ovunque: sulle piattaforme streaming, su YouTube, sui social. Persino le serie che una volta uscivano tutte insieme ora vengono spezzettate settimana dopo settimana, nella speranza che l’abbonato continui a pagare. C’è del livore, avete ragione.
Torniamo a noi: è un po’ quello che accade con Claudia Landi. È la serialità che impazza, in forma breve. Nessuno segue quei video per scoprire se quel giorno il tonno finirà sopra l’insalata “a schiaffo” o con insolita delicatezza. Li segue perché conosce già il copione. Anzi, perché lo conosce talmente bene da poterne anticipare ogni passaggio. Il contenitore con i fiori. L’elenco degli ingredienti. L’assemblaggio approssimativo. I commenti indignati. Le prese in giro. Le risate. Ogni episodio conferma una promessa fatta al pubblico, e allo stomaco del marito.
A funzionare è certamente l’autoironia di Landi. Ha capito che il suo modo di fare rappresenta una miccia perfetta per accendere l’umorismo dei commentatori e si diverte insieme a loro. Ma c’è anche un altro elemento. Sui social siamo abituati a vedere piatti perfetti. Il cibo di “Preparo il pranzo a mio marito” è l’esatto contrario. Non sembra uscito da un ristorante e spesso nemmeno da una cucina particolarmente motivata. Come nelle sitcom migliori, poi, uno dei personaggi più importanti è quello che non si vede quasi mai. Il marito. Destinatario di quei pasti improbabili, presenza fantasma di cui ogni tanto si percepisce una voce, una parola, un segno. È vivo.
E poi i commenti, il vero motore del successo del format, come spesso accade. “La stessa quantità d’olio del tagliando ai 30.000 chilometri Volkswagen”. “Tuo marito è un Pastore Tedesco?”. “Da quanti anni odi tuo marito?”. “Più che preparargli il pranzo gli sta facendo un test di resistenza cardiovascolare”. Oppure: “Un giorno dodici chicchi di mais e una scatoletta di tonno, il giorno dopo sedici salsicce, pomodori e una spolverata di alluminio. Così, con nonchalance”. Naturalmente c’è anche chi fa notare che, al netto delle battute, preparare ogni giorno il pranzo a qualcuno resta un gesto di cura. Ed è probabilmente vero. Anche se alcune preparazioni sembrano suggerire una definizione piuttosto creativa del concetto di cura. Forse è proprio qui il segreto del successo di Claudia Landi. Non nel tonno, nelle salsicce o nell’olio versato con generosità industriale. Ma nel fatto che, in social popolati da persone impegnatissime a sembrare straordinarie, lei continui ostinatamente a sembrare sé stessa. E alla fine, puntata dopo puntata, è diventata un personaggio. Dopo giorni di visioni compulsive una sola domanda resta. Non cosa mangerà il marito domani. Ma come stia il marito oggi.
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Thun conquista la Gen Z: perché angioletti, presepi e statuette da credenza sono tornati di moda su TikTok
Chiudete gli occhi e tornate con la mente ai primi anni Duemila. Visualizzate la pesante credenza in legno massello nel salotto della nonna, le vetrinette “da non toccare” oppure le mensole di quella zia che passava i fine settimana a spolverare la sua collezione infinita. Lì, fieri e inamovibili, troneggiavano gli angioletti dalle guance paffute e dai toni caldi della terra, ma anche animaletti serafici, sposini, campanelle, tazze decorate, statuette da battesimo, da comunione, da Natale, da anniversario. Erano il feticcio assoluto della massaia italiana, il Santo Graal del collezionismo casalingo in cui il presepe in ceramica, pezzo dopo pezzo, assumeva le dimensioni di un plastico urbanistico. Thun è stato il grande lessico della casa italiana: amatissimo, accumulato, regalato, esposto con orgoglio e poi, per una certa stagione, liquidato come troppo tenero, troppo decorativo, troppo “massaia con la passione per le bomboniere”. Oggi, aprite TikTok. Quegli stessi angioletti sono diventati l’oggetto del desiderio dei ventenni.
Ebbene sì: contro ogni pronostico, sono tornati, rivelandosi più di tendenza che mai. Sui social queste celebri ceramiche hanno ripreso a circolare senza sosta, alimentando video nostalgia e unboxing, scatenando frenetiche cacce all’edizione limitata che rimbalzano tra ricordi d’infanzia e piattaforme di reselling come Vinted ed eBay. Non si tratta di un banale revival nostalgico, ma di un vero e proprio fenomeno generazionale capace di spiazzare anche gli esperti di marketing. In un’epoca in cui le nuove tendenze celebrano estetiche come il coquette o il cottagecore — innalzando la casa a rifugio e archivio emotivo — Thun ha innescato il cortocircuito perfetto: quello che fino a ieri veniva talvolta liquidato come “kitsch familiare” è stato oggi sdoganato, elevandosi a simbolo, memoria condivisa e micro-lusso sentimentale. Per capire meglio la portata e la genesi di questo fenomeno, abbiamo interpellato Simon Thun, Ceo di Thun S.p.A., che preferisce parlare di una “nuova consapevolezza” piuttosto che di un semplice ritorno di fiamma. “Abbiamo osservato un cambiamento culturale profondo: oggi le persone, specialmente i più giovani, cercano autenticità e simboli di appartenenza”. La chiave del successo? Aver tradotto un lessico storico e radicato nel passato in una grammatica spiccatamente contemporanea. Insomma, l’azienda non sta diventando interessante per i giovani nonostante la sua storia, ma proprio grazie alla sua storia. In un mercato saturo di prodotti seriali pensati per essere virali, i piccoli angeli decorati a mano sembrano arrivare da un altro tempo. Per i Millennials significano infanzia e domeniche in famiglia; per la Gen Z, che spesso li scopre attraverso lo schermo, sono oggetti già carichi di racconto, facilmente riconoscibili e familiari.
La febbre dei “drop” e i server presi d’assalto
Per inquadrare la portata del fenomeno, bastano i numeri. L’Angelo del Centenario ha generato dinamiche di vendita paragonabili a quelle delle sneaker in edizione limitatissima o di certe collaborazioni come l’ultima tra Swatch e Audemars Piguet. Creato per celebrare i cento anni dalla nascita della fondatrice Lene Thun, è stato prodotto in 3.499 esemplari, che sono andati esauriti in appena 30 minuti online e nel giro di poche ore all’interno degli store fisici. “L’Angelo del Centenario è nato come una creazione speciale per celebrare i cento anni dalla nascita di mia nonna, Lene Thun. Sapevamo che sarebbe stato amato, ma la risposta ci ha sorpresi”, ammette Simon Thun. “Vedere questo entusiasmo ci ha emozionato perché conferma quanto Thun continui a vivere nel cuore delle persone, attraversando generazioni e geografie diverse”.
Un simile livello di hype ha inevitabilmente attivato il mercato secondario: le ceramiche sono approdate a tempo di record su piattaforme di reselling come Vinted ed eBay a prezzi fortemente maggiorati. Una deriva che il Ceo analizza con lucidità: “Quando un oggetto è numerato e carico di significato, il mercato secondario è una conseguenza quasi fisiologica. Tuttavia, la nostra missione non è alimentare la speculazione, ma creare oggetti che entrino nelle case per restarci. Il vero valore di un pezzo Thun è nella storia che rappresenta per chi lo possiede, non nel suo prezzo di rivendita”. Il collezionismo della casa di Bolzano nasce infatti decenni prima dell’hype culture contemporanea e delle file digitali per accaparrarsi blind box e pupazzi Labubu. Le esclusive del Thun Club esistevano già in un’epoca pre-social: “Certamente osserviamo con interesse i nuovi modelli di consumo globale”, spiega il Ceo, “ma la nostra è una scarsità autentica, legata ai tempi della decorazione a mano e alla celebrazione di ricorrenze uniche. Non imitiamo le mode del momento, ma evolviamo i nostri strumenti per dialogare con una sensibilità contemporanea che apprezza l’esclusività”. Al vecchio collezionismo puramente affettivo si affianca oggi la ricerca del pezzo limitato da mostrare: “L’esclusività può accendere la curiosità iniziale, ma è l’emozione a garantire la durata. La dimensione affettiva resta però il nostro pilastro irrinunciabile”.
L’algoritmo di TikTok e il peso della community
Ed è così che arriviamo al punto, ovvero a come l’identikit dell’acquirente tipo si stia frammentando e ringiovanendo: “Stiamo assistendo a un abbassamento costante dell’età media, spinto soprattutto dal digitale“, conferma Simon Thun. “Se il Thun Club rimane il cuore pulsante e fedele, i nuovi acquirenti hanno spesso tra i 25 e i 35 anni. Più che l’età anagrafica, però, è interessante la trasversalità emotiva: oggi Thun viene acquistato sia per celebrare una tradizione familiare, sia come creazione di design iconica da mostrare sui social”. In questo scenario, TikTok ha funzionato da innesco perfetto. “TikTok è stato un amplificatore straordinario di un fenomeno spontaneo”, osserva il manager. “Ci ha colpito vedere giovani content creator raccontare le nostre creazioni attraverso i loro ricordi d’infanzia o nuovi rituali quotidiani. In un certo senso, ha fatto in modo digitale quello che mia nonna Lene faceva leggendo le lettere dei clienti: ha reso visibile un capitale emotivo che esisteva già. Le piattaforme non hanno creato l’interesse, lo hanno reso virale e partecipativo”.
Tuttavia, il motore economico del brand resta solidamente ancorato alla fedeltà a lungo termine, come il programma Thun Lovers che vanta 1,5 milioni di iscritti. “La nostra community è il motore dell’azienda. Più che il dato economico, per noi conta la qualità del dialogo: i Thun Lovers non sono semplici clienti, ma ambasciatori che ci aiutano a co-creare il futuro del brand“. Un capitale umano che si riflette sui bilanci: “Confermo che la componente fidelizzata incide in modo molto rilevante, con punte che raggiungono il 70%. Questo dimostra che Thun non vive di acquisti impulsivi o occasionali, ma di una relazione continua e di una fiducia costruita nel tempo”.
Le conversazioni nascono spesso nei gruppi Facebook, descritti dal Ceo come “veri e propri salotti digitali. C’è chi cerca il pezzo mancante, certo, ma la maggior parte delle interazioni riguarda storie personali: un dono ricevuto in un momento difficile, la gioia di un nuovo arrivo in famiglia”. Ma, mentre gran parte del mercato tenta di trasformare i follower in una comunità, l’azienda percorre la strada inversa: possedeva già una comunità reale, e i social l’hanno resa visibile. “A Caserta ci hanno raggiunto 5.000 amici, a Bari lo stesso. In un mondo che corre verso il virtuale, ritrovarsi fisicamente attorno a valori semplici ma profondi è la nostra vera forza”. Il baricentro di questo universo resta il Thuniversum di Bolzano, definito “il luogo dove gli Angeli imparano a volare. Ogni anno accogliamo oltre 60.000 visitatori, un’esperienza immersiva dove si può toccare con mano la nostra storia”.
Dalle uova di Pasqua a Frida Kahlo: la potenza dell’imperfezione
Dietro ogni disegno c’è ancora l’impronta di Lene Thun, affettuosamente chiamata “Omi Lene”. “Mia nonna è la nostra bussola”, racconta il nipote. “Non è solo la fondatrice; la sua visione della vita — gioiosa, attenta agli altri e capace di vedere il magico nel quotidiano — ispira ogni nostro nuovo disegno”. Soprannominata la “Contessa degli Angeli”, ha regalato a queste figure una forma rassicurante e laica: “L’Angelo è un simbolo universale che supera i confini della religione per diventare un segno di protezione e vicinanza”. Per preservare questa magia, l’azienda bandisce il lessico della produzione seriale: “Prodotto è un termine industriale, Creazione richiama il tocco umano“, puntualizza Simon Thun. “La decorazione a mano rende ogni pezzo unico: quella piccola imperfezione o sfumatura è la firma dell’artigiano e la garanzia che quell’oggetto ha un’anima”. Ed è proprio questa identità forte a permettere al marchio di giocare con icone pop senza snaturarsi. Dai progetti speciali dedicati a Frida Kahlo o ai Minions, fino alla dirompente collaborazione pasquale, che ha spinto i consumatori a pesare letteralmente le uova di cioccolato tra le corsie dei supermercati pur di accaparrarsi la sorpresa in ceramica. Una “caccia al tesoro” che ha stupito la stessa azienda: “Ci ha divertito e lusingato! Quando le persone si impegnano così tanto per trovare una tua creazione, significa che hai creato qualcosa di veramente desiderabile”.
Il futuro del brand è quindi tracciato, e guarda ben oltre l’entusiasmo passeggero dei social: “L’obiettivo è trasformare questo revival in un legame duraturo“, conclude il Ceo. “Non vogliamo inseguire la fiammata del momento, ma consolidare una comunità che si riconosce in valori di autenticità e gentilezza. Il Centenario è stato un nuovo inizio: continueremo a evolvere, parlando a nuove generazioni con la stessa passione con cui mia nonna modellò il suo primo angelo”.
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Determined to Know: Free-Will, Randomness and the T.B.Q.P., by Tobias Langdon
Salvini a Pichetto Fratin: “Acquisto gas russo cag… pazzesca? I più anti-russi come Macron e Sanchez lo comprano e noi no”
L’ipotesi lanciata da Matteo Salvini che il governo italiano possa tornare ad effettuare importazioni di gas russo per far fronte alla crisi energetica, nella giornata di ieri è stata stroncata in modo netto dal ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica del governo Meloni. “E’ una cagata pazzesca” il virgolettato non smentito e riportato nelle cronache parlamentari. Il ragionamento di Gilberto Pichetto Fratin è che “costerebbe molto lo stesso”. E che non sarebbe vantaggioso l’acquisto di gas russo.
Oggi il vicepresidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture e Trasporti prima finge stupore e si lascia andare ad una esclamazione sarcastica, poi spiega: “Tengo presente il fatto che oggi, mentre stiamo parlando, cinque paesi europei stanno continuando ad acquistare combustibile dalla Russia, tra cui Francia e Spagna“. “Quindi – continua il leader della Lega – mentre noi discutiamo di quello che potremmo fare ma non facciamo a discapito di famiglie e imprese, altri paesi europei oggi stanno comprando. E quindi quelli che sono i più anti-russi stanno finanziando l’economia russa, chiedete a Macron e a Sanchez per quale motivo stanno comprando combustibili oggi per centinaia di milioni di euro. Nel mese di aprile 1 miliardo e 700 milioni di euro. E quindi per quello che mi riguarda tornare a comprare a prezzi più vantaggiosi rispetto a quello che stiamo spendendo oggi, combustibili in tutto il mondo, Russia compresa, è un tema sul tavolo”.
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Israel ignora cessar-fogo, bombardeia Líbano e diz ter aval dos Estados Unidos
A autenticidade é uma virtude política?
A história associou tão intimamente política e boa educação — pelo menos na aparência — que a grosseria é agora vista como uma transgressão. Surge um novo estilo de dirigente, feito de ameaças, insultos e motosserras. Os seus adeptos entendem que são «autênticos» face ao poder instituído. Mas a sua resposta ao descrédito da política institucional contribui para o agravar. Enquanto participava no programa televisivo de telerrealidade The Apprentice, no qual contratava e despedia aspirantes (…)
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«Feliz como Deus em França», dizia um provérbio asquenaze. Hoje, enquanto muitos judeus franceses se preocupam com o regresso do antissemitismo, uma minoria sente-se sobretudo atormentada por ser associada a um Estado genocida. Será possível defender um sionismo progressista, oposto ao governo de Benjamin Netanyahu? Não será antes necessário emancipar a judeidade do sionismo? Figuras da esquerda debatem o assunto. Será possível perguntar a um judeu francês qual a sua posição sobre Gaza? (…)
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Qual o impacto das sucessivas crises energéticas no sector das renováveis, sobretudo no contexto da abertura deste sector ao mercado? Será o momento de consolidar, e aprofundar, a financeirização da energia em Portugal, ou apenas um prolongamento de tendências com vários anos? Tudo isto no meio de um intenso jogo de interesses geopolítico em que, além da necessária descarbonização da economia, a União Europeia procura reduzir a sua dependência energética de outros grandes blocos económicos. (…)
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Le cosiddette Zone Rosse rappresentano una delle più grandi illusioni prodotte oggi in materia di sicurezza. Dietro un’espressione che richiama rigore e spazi interdetti si nasconde qualcosa di molto diverso da ciò che quel termine ha sempre significato. Nel linguaggio tecnico dell’ordine pubblico, la Zona Rossa indica l’applicazione operativa di una previsione di legge avente carattere eccezionale e temporaneo: la protezione dei luoghi che ospitano vertici internazionali o manifestazioni ad alto rischio, attraverso la materiale delimitazione delle aree sottoposte a controllo con varchi e filtraggi per il tempo strettamente necessario e non oltre.
Oggi le nuove zone rosse, così chiamate da direttive ministeriali esplicative del recente decreto sicurezza, indicano altro: porzioni di città da sottoporre a “vigilanza rafforzata”, con possibilità di adottare ordini di allontanamento e Daspo urbani, asseritamente intrapresi per ripristinare la legalità in quel territorio. Non viene spiegato, tuttavia, in che modo o con quali risorse sarebbe assicurato il potenziamento auspicato, atteso che esso verrebbe di norma garantito con risorse già impiegate in altri contesti.
Il problema nasce proprio qui: chiamare con lo stesso nome due strumenti che non hanno quasi nulla in comune, alimentando l’illusione di una sicurezza che esiste più nella comunicazione che nella realtà. Chi ha fatto davvero polizia sulle strade sa bene quanto queste misure incidano poco o nulla sui fenomeni che dichiarano di voler contrastare. Molti avevano creduto che una politica che aveva fatto della sicurezza la propria bandiera avrebbe finalmente affrontato il problema in modo strutturale. Invece, dietro slogan, decreti e annunci, i risultati sono quelli di molta rappresentazione e poca capacità di incidere sulla vita reale delle città.
Degrado e illegalità non si combattono disegnando perimetri simbolici ma governando ciò che accade dentro e intorno, soprattutto nelle periferie, che non possono più essere considerate semplici dormitori da sottoporre solo a cicliche operazioni di polizia ma diventare invece luoghi vissuti, con scuole aperte, impianti sportivi accessibili, centri culturali, occasioni di incontro e socializzazione. Una piazza piena di vita è il primo e più efficace presidio di sicurezza: dove c’è vita arretrano delinquenza e paura.
Perché i territori non si amministrano con gli evidenziatori sulle mappe ma con la presenza dello Stato, che deve dimostrare di essere in grado di rendere effettive le regole che impone. Ciò accade solo se sicurezza e certezza del diritto sono considerate parti dello stesso sistema, tale da garantire una reale presenza delle forze di polizia e processi rapidi per chi delinque, grazie a strutture giudiziarie efficienti e organici adeguati.
È qui che emerge la contraddizione. Nell’opinione pubblica è alimentata l’idea di una svolta securitaria che, invece, esiste soltanto nella sua rappresentazione. E le zone rosse diventano così il simbolo di una fermezza più proclamata che praticata.
Qualche sera fa, in una via del centro della mia città (che potrebbe essere una qualunque città italiana), tra famiglie, ragazzi e locali affollati, era percepibile un inequivocabile odore di hashish. Non in una periferia dimenticata ma nel cuore della stessa, peraltro già dichiarata zona rossa con tanto di roboante comunicazione, senza che fosse visibile una divisa ma solo una diffusa percezione di precarietà.
È da qui che bisognerebbe partire. La sicurezza nasce quando un cittadino vede lo Stato prima di tutto, quando il degrado viene contrastato prima che diventi normalità, quando si vedono strade pulite e frequentate, negozi aperti, parchi curati, illuminazione funzionante, residenti che non hanno timore di vivere il proprio quartiere e forze di polizia che controllano. È lì che si costruiscono legalità e sicurezza attraverso una strategia politica seria e di lungo periodo.
Invece le cronache raccontano la stessa storia in tutta Italia. Zone rosse, degrado e violenza che non arretrano, nuove aree e continue proroghe di quelle esistenti. Nessun vero miglioramento sostanziale: al massimo lo spostamento dei problemi di qualche centinaio di metri. È evidente, allora, che il problema non è la durata della misura ma la sua efficacia. Ecco perché, non solo per me che ho vissuto la sicurezza sul campo per una vita, le zone rosse appaiono solo un inganno: quello che pretende di costruire sicurezza colorando una cartina e sostituendo la realtà con una rappresentazione artefatta.
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“Non vedo l’ora. Presenterò tutta la documentazione”: si accende lo scontro a distanza tra Milo Infante e Roberta Bruzzone. Il conduttore ha segnalato il comportamento della criminologa al Comitato etico Rai
Si accende lo scontro a distanza tra Milo Infante e Roberta Bruzzone. Una grana, l’ennesima, da risolvere per il servizio pubblico. La rottura tra la criminologa e il giornalista era avvenuta lo scorso novembre, dopo una lunga collaborazione, quando Bruzzone aveva lasciato lo studio di “Ore 14”invitando gli ospiti a “leggere le carte” suscitando la reazione immediata del padrone di casa: “Lo facciamo anche noi lo sforzo di leggerli, non le ha lette solo lei”.
Uno scontro che ha certamente lasciato strascichi. Bruzzone ,oltre a partecipare come opinionista a “La Vita in Diretta“, è anche conduttrice di “Nella mente di Narciso“, una docuserie in onda su RaiPlay e Rai2 prodotta da “La Casa Rossa”, la società di proprietà di Francesca Verdini, compagna di Matteo Salvini. Infante, conduttore ma anche vicedirettore degli Approfondimenti, ha segnalato il comportamento di Roberta Bruzzone al Comitato etico della Rai oltre che ai direttori Rai di competenza.
“Il conduttore sarebbe particolarmente risentito per alcuni commenti che la criminologa ha condiviso sui propri account social dopo la rottura. (…) Ha consegnato un dossier sugli insulti rivolti a lui al comitato, che ora dovrà decidere se sia opportuno affidare un ulteriore programma alla criminologa. La decisione è ancora lontana dal venire e, nel caso, non è detto che non si possa rimediare con delle scuse o altre tipologie di accordi”, fa sapere il Domani. Dopo la rottura Bruzzone aveva parlato di una “scelta doverosa” spiegando nel podcast Burnout di Selvaggia Lucarelli di aver lasciato il programma “perché è venuto meno il rapporto di amicizia con Milo Infante e di conseguenza tutto il resto“.
Domenica scorsa Giuseppe Malara, vicedirettore degli Approfondimenti, avrebbe incontrato la produttrice Francesca Verdini per discutere di quanto accaduto e valutare le diverse opzioni. “Apprendo dalla stampa che Milo Infante avrebbe ritenuto opportuno investire della questione il Comitato Etico Rai. Ne prendo atto con assoluta serenità. Anzi: non vedo l’ora di essere convocata, se davvero questo accadrà”, replica la criminologa a Fanpage.it: “Sarà quella la sede più opportuna per rappresentare, con puntualità e documentazione, tutto ciò che anche io ho da riferire in merito a condotte, modalità e dinamiche che mi riguardano direttamente. E che riguardano Infante. A quel punto vedremo, carte alla mano e non a colpi di suggestioni, chi abbia davvero rispettato il codice etico e chi, invece, lo abbia violato. Io sono pronta. Come sempre”, conclude Bruzzone.
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“Dopo diciannove anni di silenzio parla per la prima volta ai nostri microfoni Marco Poggi, il fratello di Chiara”: l’esclusiva di Quarto Grado
“La redazione di Quarto Grado firma una esclusiva pazzesca. Dopo diciannove anni di silenzio parla per la prima volta ai nostri microfoni Marco Poggi, il fratello di Chiara, assassinata nella villetta di Garlasco. È la sua prima intervista”, annuncia sui social Gianluigi Nuzzi. “Su Marco tante nuvole e tante fake news, racconterà il suo rapporto con Andrea Sempio, cosa è successo quel giorno e se era davvero in montagna”, continua il conduttore comunicando che l’intervista è stata realizzata dall’inviata Martina Maltagliati.
Uno scoop per il programma di Rete 4 che sarà trasmesso venerdì 5 giugno ma questa settimana eccezionalmente raddoppierà la sua messa in onda anche giovedì 4. Marco Poggi ha deciso di rompere il silenzio dopo le numerose speculazioni mediatiche in un caso ritornato, da oltre un anno, al centro della scena. In studio parlerà per la prima volta anche Mirko Capaldi, amico da oltre vent’anni di Andrea Sempio.
Il programma condotto da Nuzzi e Viero al giovedì sera prenderà il posto di Paolo Del Debbio che ha concluso il suo impegno stagionale con “Dritto e Rovescio“. Sfiderà anche questa settimana Milo Infante che venerdì sera saluterà il pubblico di Rai2 dopo la stagione dei record di “Ore 14” in daytime e in prima serata. Una sfida aperta e dichiarata che ha visto più volte i due giornalisti sfidarsi con un raddoppio della messa in onda del talk di Rai2.
Le puntate di “Quarto Grado” non saranno monografiche, oltre al caso Garlasco spazio alle ultime novità sul caso di Pamela Genini con in studio Francesco Doldi, unico indagato per vilipendio di cadavere e furto del corpo della vittima. Oltre agli aggiornamenti sulla vicenda delle donne avvelenate a Campobasso. Tra gli ospiti Roberta Bruzzone, Carmen Pugliese, Carmelo Abbate, Candida Morvillo, Massimo Picozzi, Paolo Colonnello, Caterina Collovati, Gabriella Marano e Marco Oliva.
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Confinement and disinfected bedding: An ape sanctuary in DRC responds to Ebola

Sovranità tecnologica, l’Europa prepara la sua partita (ancora lunga) contro il dominio tech americano
“Quel posto è pieno di piccoli Hitler”: cinque poliziotti banditi da Kensington Palace per i loro “commenti inappropriati” sul palazzo di William e Kate
“Il palazzo è pieno di piccoli Hitler”. Queste parole non sono passate inosservate dal momento che il riferimento non era ad un palazzo qualunque, ma a Kensington Palace e soprattutto perché, ad essere accusati di averle pronunciate sono stati cinque poliziotti del corpo speciale detto RaSP (Royallty and Specialist Protection) impegnati nella sorveglianza e sicurezza della residenza a ovest di Londra.
Le accuse sarebbero partite da una donna dello staff che li avrebbe sentiti mentre esprimevano “commenti inappropriati”, compreso quello secondo il quale la residenza sarebbe stata “piena di piccoli Hitler” e di avere spesso assunto atteggiamenti discriminatori verso le donne, di tipo sessista e misogino.
La Metropolitan Police ha aperto un’indagine per i fatti relativi al periodo che va dall’agosto 2023 al settembre del 2024 considerando che, anche se da tempo ormai i principi del Galles vivono a Windsor, quella è e resta la sede dei loro uffici.
Le indagini della polizia hanno fatto emergere anche altri elementi che hanno portato all’ordine di allontanamento per cinque poliziotti da ogni palazzo reale, per il futuro e al sequestro dei loro pass che davano accessi esclusivi.
Il tabloid The Sun, che per primo ha rivelato il caso, ha anche parlato di “stupore e sorpresa” espresse da parte di un ex agente di sicurezza impegnato in quell’incarico quando ha saputo dell’alto numero di poliziotti ed ex colleghi coinvolti “nel diffondere una cultura di misoginia”.
Tra l’altro, andando a fondo nelle indagini, la Metropolitan Police di Londra ha anche raccolto accuse rivolte ad un ufficiale del corpo RaSP che sarebbe stato sorpreso “a dormire durante il servizio” al castello di Windsor. In 23, tra gli addetti alla sicurezza, hanno ricevuto un richiamo per “cattiva condotta”, e 21 di questi si sono visti ridurre incarichi ed attività, mentre due sono stati allontanati dagli incarichi da svolgere nel palazzo.
William e Kate, prima di trasferirsi a Windsor, avevano vissuto a Kensington Palace, che fu casa anche per Lady Diana. La coppia, stando a quanto riferito, “non è stata coinvolta direttamente nella gestione del personale, ma è stata informata dell’accaduto”.
I principi del Galles hanno lasciato quella residenza nel cuore di Hyde Park nel 2022, ma ancora oggi tengono per sé l’appartamento 1A: venti stanze a loro disposizione e spazi utilizzati come base d’appoggio per le loro visite ufficiali a Londra.
Dal 2015 al 2017 la coppia ha vissuto invece all’Anmer Hall nel Norfolk e una volta lasciata definitivamente Londra, si è trasferita all’Adelaide Cottage di Windsor nel 2022. Da un anno, ormai, i due si sono trasferiti definitivamente al Forest Lodge, una magione georgiana di otto camere da letto, inserita nel grande parco di Windsor, per dare ai tre bambini George, Charlotte e Louis spazi esterni per giocare, la serenità della campagna e tutta la sicurezza che quel luogo, diversamente da altri, può garantire. Recentemente, tra l’altro, è stato rivelato che il principe William paga 307 mila e 500 sterline di affitto per vivere nella proprietà, a differenza dello zio Andrea Mountbatten-Windsor che ha vissuto vent’anni lì accanto, nel Royal Lodge, senza mai versare un centesimo.
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