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Ok Boomer? Gen Z e accademici a confronto. Scopri il nuovo vodcast del Fatto Quotidiano sul futuro digitale

By: F. Q.
12 June 2026 at 13:37

Sapete che rispondere con una emoji col pollice alzato può essere interpretato come un comportamento passivo-aggressivo? O che non bisogna parlare di skin care a un professore universitario, perché potrebbe non sapere cosa sia? O ancora: sapete che persino i travel influencer hanno un cuore e sono capaci di non girare un video in un luogo che vogliono preservare dal turismo di massa?

Ecco, se non lo sapete dovete guardare Ok, Boomer?, il nuovo video-podcast del Fatto che mette a confronto due generazioni che di solito parlano l’una dell’altra, ma quasi mai l’una con l’altra: quella degli accademici – professori, ricercatori, studiosi che hanno passato la cinquantina – e quella di tiktoker, studenti, influencer e content creator che fanno parte della Gen Z. In ogni puntata verrà affrontato uno dei grandi temi che stanno ridefinendo il nostro rapporto con tecnologia, cultura, informazione e società. Da domani alle 15 sul canale Youtube del Fatto e sul fattoquotidiano.it, e da domenica mattina su tutte le altre piattaforme (Spotify, Apple Music e Amazon Music), ogni settimana il format ideato e condotto da Virginia Della Sala farà dialogare due mondi apparentemente molto lontani, con l’obiettivo non di farli scontrare, ma di creare conversazioni vere che aiutino a colmare il gap generazionale.

Ospiti della prima puntata, Raffaele Giuliani e il prof. Christian Ruggiero, chiamati a confrontarsi su social e politica, o meglio su come sia cambiata la politica al tempo dei social e su quanto i nuovi strumenti tecnologici avvicinino (o allontanino) le persone dalla partecipazione attiva. Nessuna lezione universitaria, ma uno scambio franco e ironico. Che, magari, vi aiuterà anche a capire con quale emoji rispondere – o non – a un messaggio whatsapp.

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“Social battery”, “wellness nacking” e “soft life”: Gen Z e Millennials non tracciano più passi e calorie, ma vogliono misurare stress, energia e tempi di recupero

8 June 2026 at 12:22

Per anni, la cultura del benessere è stata dominata dal controllo ossessivo: conteggio delle calorie, ottimizzazione delle routine e raggiungimento di obiettivi rigorosi. Oggi, questo approccio ultra-performativo e basato sul tracciamento estremo sopravvive solo in una piccola nicchia del 7%. A rivelarlo è la ricerca “The Wellbeing Flow”, condotta da Ipsos Doxa su un campione di 1.000 italiani di età compresa tra i 18 e i 60 anni. L’indagine, commissionata per inquadrare i nuovi stili di vita in occasione del lancio degli smartwatch della serie Huawei Watch Fit 5, evidenzia un cambio di paradigma radicale: l’85% delle persone prende le proprie decisioni in tema di salute psicofisica basandosi puramente sull’umore del momento.

Il nuovo vocabolario del benessere emotivo

Il focus collettivo si è spostato dalla prestazione allo stato mentale. Il 28% degli intervistati dichiara di riconoscersi nella “soft life”, un approccio che privilegia la leggerezza e allontana la pressione costante, mentre il 61% desidera mantenere abitudini sane ma senza che queste diventino un’ossessione. Questo slittamento culturale si riflette anche nel linguaggio quotidiano, che ha sostituito i vecchi parametri fitness con concetti puramente psicologici:

  • La “social battery” indica l’energia relazionale a disposizione per affrontare gli altri.
  • Il “brain fog” descrive il senso di annebbiamento e il sovraccarico mentale.
  • Si diffondono abitudini come il “wellness snacking” (pillole di benessere veloci consumate durante la giornata) e il “bed rot” (l’isolarsi a letto senza fare nulla per potersi ricaricare).

Oggi l’interesse primario è rivolto all’interiorità: gli italiani vorrebbero monitorare la propria stabilità emotiva (41%), misurare la reale energia fisica disponibile (39%) e comprendere la qualità del proprio sonno e recupero (31%).

Millennials: alla ricerca di un equilibrio pragmatico

Analizzando i dati dal punto di vista anagrafico, emerge una frattura netta tra le generazioni. I Millennials affrontano la cura di sé con un approccio intenzionale, strutturato ma adattabile.

  • Il 58% predilige una pianificazione flessibile della propria routine quotidiana.
  • Il 42% cerca principalmente il contatto con la natura per recuperare le energie.
  • Il 20% integra regolarmente pratiche mirate all’equilibrio mentale, come lo yoga, la meditazione o la respirazione profonda.

Questa generazione è la più attenta a difendere la propria “social battery” e la propria concentrazione. Per supportare questa ricerca di stabilità, il 28% dei Millennials richiede strumenti tecnologici in grado di fornire una guida senza però risultare invasivi.

Gen Z: il benessere come pendolo emotivo

Diametralmente opposto è il comportamento della Generazione Z, che vive la gestione delle energie in modo tutt’altro che lineare, oscillando tra estremi compensativi.

  • Il 15% ricorre al “bed rot”, rifugiandosi nel letto per azzerare gli stimoli e recuperare le forze.
  • Il 14%, al contrario, sfrutta gli allenamenti ad altissima intensità come violenta valvola di sfogo mentale.
  • Il 34% preferisce consumare il benessere in modo frammentato tramite piccoli momenti di “wellness snacking”.
  • Il 33% cerca un sollievo emotivo istantaneo attraverso attività ludiche e leggere.
  • Più che affidarsi a una disciplina rigorosa, per i giovanissimi il wellness è un interruttore da accendere e spegnere all’occorrenza. Da qui deriva la richiesta, avanzata dal 37% della Gen Z, di interfacciarsi con tecnologie capaci di mostrare empatia e di adattarsi dinamicamente ai loro sbalzi quotidiani, rifiutando gli schemi fissi.

L’evoluzione della tecnologia indossabile

Il tramonto del mero conteggio dei passi impone una ridefinizione del mercato dei dispositivi indossabili. Oggi il 37% degli utenti pretende che la tecnologia sia in grado di interpretare lo stress, gli stati emotivi e le reali capacità di recupero dell’organismo.

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I giovani fanno sempre meno se**o: perché nell’epoca delle app, del porno online e dell’AI il desiderio sembra essersi spento

5 June 2026 at 12:58

Di che cosa parliamo quando parliamo di desiderio? Di soldi, di oggetti (borse, scarpe, vestiti, orologi) di sesso, di potere, di amore, di successo? Di una vita lunghissima, quasi eterna (i miliardari ci stanno già lavorando). Di tutto, forse. ma anche di assenza, di crisi, in un mondo svogliato che delega alla tecnologia le emozioni umane. Kano, un’impiegata giapponese di 32 anni, ha sposato Lune Klaus, fidanzato creato con ChatGpt che esiste soltanto nel suo smartphone. Con una certa apprensione, diamo una sbirciatina a quello che le proiezioni ipotizzano, anche se è come guardare il paesaggio nella nebbia: in parte lo immaginiamo. Potremmo provare il brivido della sex-roulette, una lotteria, dove a ogni scelta corrisponde un incontro a sorpresa, con un uomo, una donna o chissà. Potremmo frequentare centri che offrono rilassanti pacchetti wellsex. Laura Berman, psicologa delle relazioni all’Università di Chicago, sostiene sul “Wall Street Journal” che in dieci-quindici anni riusciremo a “disegnare” l”anima gemella perfetta, con la voce giusta e l’AI creata per sussurrarci parole dolci:” La tecnologia trasformerà il sesso, spingendolo a un livello completamente nuovo. Avremo perfetti simulacri di tecno-amanti, con la formula soddisfatti o rimborsati”.

Quest’anno si parla tanto di desiderio, soprattutto nei Festival. C’è “Il desiderio e la Legge”, tema della Milanesiana di Elisabetta Sgarbi (fino al 22 luglio). C’è Seminare idee a Prato (5-7 giugno) che prova a definire il desiderio in tutte le sue sfumature. E in qualcuna di sicuro ci possiamo riconoscerci. Per lo psicoanalista-star Massimo Recalcati, desiderio è una parola chiave. Spesso viene frainteso e confuso con il capriccio, con il godimento immediato, la spinta irrazionale. Non è così, al contrario è “una forza capace di rendere viva la vita”. Poi ce ne sono tanti: il desiderio invidioso, il desiderio di riconoscimento, il desiderio angosciante, il desiderio sessuale, il desiderio d’amore. A Prato l’andrologo Nicola Mondaini, famoso per il manuale “Wikipene”, spiega la fisiologia e, involontariamente, la psicologia mettendo in guardia il mondo maschile dalla medicalizzazione del desiderio. Troppe pillole blu in giro, anche tra in ragazzi. Mentre la scrittrice Natasha Solomons rivaluta Cleopatra, diversa da come ce l’ha raccontata Shakespeare, la seduttrice non più giovane, coinvolta nelle complesse dinamiche politiche dell’amore. Nel romanzo “E io sono Cleopatra”, Solomons la considera soprattutto una stratega del desiderio: il suo corpo era uno strumento.

Già Umberto Eco, negli anni ‘70 aveva colto un’ ossessione per il desiderio come categoria culturale. Mezzo secolo dopo il filosofo Byung-Chul Han proclama che l‘Eros è in agonia. Viviamo una particolarissima contraddizione. Oggi non c’è quasi niente di proibito. Vuoi vivere in una comune poliandrica? Bene. Vuoi sviluppare sentimenti romantici verso l’intelligenza artificiale del tuo telefono? Splendido. Vuoi una maratona di sesso promiscuo con centinaia di partner nel corso di pochi anni? Serviti pure. Vuoi” farlo strano” (ricordate il film con Carlo Verdone), kinky, sadomaso? Non c’è problema. A parte commettere reati o violare il consenso di un’altra persona, c’è ben poco che non si possa fare nel mondo sviluppato. Eppure la solitudine è al massimo storico e secondo David Baker, popolarissimo divulgatore specializzato in antropologia e biologia evolutiva, “uno studio ha rilevato che la frequenza di sesso occasionale è calata del 14 % fra il 2007 e il 2017. Nello stesso periodo, gli under 30 che dichiarano di non aver fatto sesso nell’anno precedente è quasi raddoppiato”: Ragioni? Il massiccio uso di social media riduce il numero di situazioni in cui può accendersi spontaneamente il desiderio (Mondaini è d’accordo con Baker) , i corteggiamenti di persona tendono a essere più selettivi quando si guarda una foto sull’app, rispetto a rimorchiare in discoteca. E il porno online ha sostituito la realtà.

Però desideriamo desiderare. I cinque romanzi della saga “After” di Anna Todd, diventati altrettanti film, un’odissea del voglio-non posso- non devo, sono ora una collezione di fragranze con nomi come “Sin” e “Secret.” Desideriamo desiderare. Perciò Giulia Savarese ha appena creato Almoud (mandorla affumicata, fiori bianchi, oud) immaginando una sintesi chimica del desiderio.” Un po’ come nell’indimenticabile romanzo di Patrick Süskind, “Il Profumo” (1985) dove il protagonista cerca disperatamente di sintetizzare l’odore meraviglioso dell’amore (e uccide per ottenerlo)” racconta. Lei pensa di esserci riuscita senza far male a nessuno, e la sua linea si chiama UAHIQUE (Uniamo anime uniche). Concorda con il filosofo Maurizio Ferraris che sostiene, in barba all’apocalittico Byung-Chul: “Oggi non si desidera meno, solo che i codici sono cambiati. Se c’è una cosa che non ci abbandona mai, dalla nascita alla morte, è proprio il desiderio, Non è un sovrappiù culturale, una moda. L’intelligenza artificiale può calcolare, ottimizzare, riprodurre schemi; ma non soffre per la distanza fra ciò che è e ciò che potrebbe essere. Anche quando le piattaforme digitali sembrano saturare ogni attesa con una risposta immediata, non eliminano il desiderio, lo riorganizzano”.

Poi, mettendo da parte la filosofia, ci sono le canzoni, del passato e del presente. Sarà un caso, ma, come ricorda il critico musicale Gino Castaldo, le più belle sono in gran parte ispirate dal desiderio, “pensiamo a Judy Garland che guarda lontano e canta “Over the rainbow”, o ai Pink Floyd di Wish you were”. Ma potremmo citare anche Sanremo e “Per sempre sì”. Invocato nelle più amate canzoni napoletane e nelle serenate di ogni tempo, assume forme nuove e impreviste. Anche “Imagine” di John Lennon era un gigantesco inno al desiderio. Osava chiedere un mondo liberato (quanto mai attuale). Cerchiamo di non essere troppo montaliani (nel senso di Eugenio Montale). Di sapere come nella poesia “Non chiederci la parola” soltanto “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.

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Thun conquista la Gen Z: perché angioletti, presepi e statuette da credenza sono tornati di moda su TikTok

4 June 2026 at 15:14

Chiudete gli occhi e tornate con la mente ai primi anni Duemila. Visualizzate la pesante credenza in legno massello nel salotto della nonna, le vetrinette “da non toccare” oppure le mensole di quella zia che passava i fine settimana a spolverare la sua collezione infinita. Lì, fieri e inamovibili, troneggiavano gli angioletti dalle guance paffute e dai toni caldi della terra, ma anche animaletti serafici, sposini, campanelle, tazze decorate, statuette da battesimo, da comunione, da Natale, da anniversario. Erano il feticcio assoluto della massaia italiana, il Santo Graal del collezionismo casalingo in cui il presepe in ceramica, pezzo dopo pezzo, assumeva le dimensioni di un plastico urbanistico. Thun è stato il grande lessico della casa italiana: amatissimo, accumulato, regalato, esposto con orgoglio e poi, per una certa stagione, liquidato come troppo tenero, troppo decorativo, troppo “massaia con la passione per le bomboniere”. Oggi, aprite TikTok. Quegli stessi angioletti sono diventati l’oggetto del desiderio dei ventenni.

Ebbene sì: contro ogni pronostico, sono tornati, rivelandosi più di tendenza che mai. Sui social queste celebri ceramiche hanno ripreso a circolare senza sosta, alimentando video nostalgia e unboxing, scatenando frenetiche cacce all’edizione limitata che rimbalzano tra ricordi d’infanzia e piattaforme di reselling come Vinted ed eBay. Non si tratta di un banale revival nostalgico, ma di un vero e proprio fenomeno generazionale capace di spiazzare anche gli esperti di marketing. In un’epoca in cui le nuove tendenze celebrano estetiche come il coquette o il cottagecore — innalzando la casa a rifugio e archivio emotivo — Thun ha innescato il cortocircuito perfetto: quello che fino a ieri veniva talvolta liquidato come “kitsch familiare” è stato oggi sdoganato, elevandosi a simbolo, memoria condivisa e micro-lusso sentimentale. Per capire meglio la portata e la genesi di questo fenomeno, abbiamo interpellato Simon Thun, Ceo di Thun S.p.A., che preferisce parlare di una “nuova consapevolezza” piuttosto che di un semplice ritorno di fiamma. “Abbiamo osservato un cambiamento culturale profondo: oggi le persone, specialmente i più giovani, cercano autenticità e simboli di appartenenza”. La chiave del successo? Aver tradotto un lessico storico e radicato nel passato in una grammatica spiccatamente contemporanea. Insomma, l’azienda non sta diventando interessante per i giovani nonostante la sua storia, ma proprio grazie alla sua storia. In un mercato saturo di prodotti seriali pensati per essere virali, i piccoli angeli decorati a mano sembrano arrivare da un altro tempo. Per i Millennials significano infanzia e domeniche in famiglia; per la Gen Z, che spesso li scopre attraverso lo schermo, sono oggetti già carichi di racconto, facilmente riconoscibili e familiari.

La febbre dei “drop” e i server presi d’assalto

Per inquadrare la portata del fenomeno, bastano i numeri. L’Angelo del Centenario ha generato dinamiche di vendita paragonabili a quelle delle sneaker in edizione limitatissima o di certe collaborazioni come l’ultima tra Swatch e Audemars Piguet. Creato per celebrare i cento anni dalla nascita della fondatrice Lene Thun, è stato prodotto in 3.499 esemplari, che sono andati esauriti in appena 30 minuti online e nel giro di poche ore all’interno degli store fisici. “L’Angelo del Centenario è nato come una creazione speciale per celebrare i cento anni dalla nascita di mia nonna, Lene Thun. Sapevamo che sarebbe stato amato, ma la risposta ci ha sorpresi”, ammette Simon Thun. “Vedere questo entusiasmo ci ha emozionato perché conferma quanto Thun continui a vivere nel cuore delle persone, attraversando generazioni e geografie diverse”.

Un simile livello di hype ha inevitabilmente attivato il mercato secondario: le ceramiche sono approdate a tempo di record su piattaforme di reselling come Vinted ed eBay a prezzi fortemente maggiorati. Una deriva che il Ceo analizza con lucidità: “Quando un oggetto è numerato e carico di significato, il mercato secondario è una conseguenza quasi fisiologica. Tuttavia, la nostra missione non è alimentare la speculazione, ma creare oggetti che entrino nelle case per restarci. Il vero valore di un pezzo Thun è nella storia che rappresenta per chi lo possiede, non nel suo prezzo di rivendita”. Il collezionismo della casa di Bolzano nasce infatti decenni prima dell’hype culture contemporanea e delle file digitali per accaparrarsi blind box e pupazzi Labubu. Le esclusive del Thun Club esistevano già in un’epoca pre-social: “Certamente osserviamo con interesse i nuovi modelli di consumo globale”, spiega il Ceo, “ma la nostra è una scarsità autentica, legata ai tempi della decorazione a mano e alla celebrazione di ricorrenze uniche. Non imitiamo le mode del momento, ma evolviamo i nostri strumenti per dialogare con una sensibilità contemporanea che apprezza l’esclusività”. Al vecchio collezionismo puramente affettivo si affianca oggi la ricerca del pezzo limitato da mostrare: “L’esclusività può accendere la curiosità iniziale, ma è l’emozione a garantire la durata. La dimensione affettiva resta però il nostro pilastro irrinunciabile”.

L’algoritmo di TikTok e il peso della community

Ed è così che arriviamo al punto, ovvero a come l’identikit dell’acquirente tipo si stia frammentando e ringiovanendo: “Stiamo assistendo a un abbassamento costante dell’età media, spinto soprattutto dal digitale“, conferma Simon Thun. “Se il Thun Club rimane il cuore pulsante e fedele, i nuovi acquirenti hanno spesso tra i 25 e i 35 anni. Più che l’età anagrafica, però, è interessante la trasversalità emotiva: oggi Thun viene acquistato sia per celebrare una tradizione familiare, sia come creazione di design iconica da mostrare sui social”. In questo scenario, TikTok ha funzionato da innesco perfetto. “TikTok è stato un amplificatore straordinario di un fenomeno spontaneo”, osserva il manager. “Ci ha colpito vedere giovani content creator raccontare le nostre creazioni attraverso i loro ricordi d’infanzia o nuovi rituali quotidiani. In un certo senso, ha fatto in modo digitale quello che mia nonna Lene faceva leggendo le lettere dei clienti: ha reso visibile un capitale emotivo che esisteva già. Le piattaforme non hanno creato l’interesse, lo hanno reso virale e partecipativo”.

Tuttavia, il motore economico del brand resta solidamente ancorato alla fedeltà a lungo termine, come il programma Thun Lovers che vanta 1,5 milioni di iscritti. “La nostra community è il motore dell’azienda. Più che il dato economico, per noi conta la qualità del dialogo: i Thun Lovers non sono semplici clienti, ma ambasciatori che ci aiutano a co-creare il futuro del brand“. Un capitale umano che si riflette sui bilanci: “Confermo che la componente fidelizzata incide in modo molto rilevante, con punte che raggiungono il 70%. Questo dimostra che Thun non vive di acquisti impulsivi o occasionali, ma di una relazione continua e di una fiducia costruita nel tempo”.

Le conversazioni nascono spesso nei gruppi Facebook, descritti dal Ceo come “veri e propri salotti digitali. C’è chi cerca il pezzo mancante, certo, ma la maggior parte delle interazioni riguarda storie personali: un dono ricevuto in un momento difficile, la gioia di un nuovo arrivo in famiglia”. Ma, mentre gran parte del mercato tenta di trasformare i follower in una comunità, l’azienda percorre la strada inversa: possedeva già una comunità reale, e i social l’hanno resa visibile. “A Caserta ci hanno raggiunto 5.000 amici, a Bari lo stesso. In un mondo che corre verso il virtuale, ritrovarsi fisicamente attorno a valori semplici ma profondi è la nostra vera forza”. Il baricentro di questo universo resta il Thuniversum di Bolzano, definito “il luogo dove gli Angeli imparano a volare. Ogni anno accogliamo oltre 60.000 visitatori, un’esperienza immersiva dove si può toccare con mano la nostra storia”.

Dalle uova di Pasqua a Frida Kahlo: la potenza dell’imperfezione

Dietro ogni disegno c’è ancora l’impronta di Lene Thun, affettuosamente chiamata “Omi Lene”. “Mia nonna è la nostra bussola”, racconta il nipote. “Non è solo la fondatrice; la sua visione della vita — gioiosa, attenta agli altri e capace di vedere il magico nel quotidiano — ispira ogni nostro nuovo disegno”. Soprannominata la “Contessa degli Angeli”, ha regalato a queste figure una forma rassicurante e laica: “L’Angelo è un simbolo universale che supera i confini della religione per diventare un segno di protezione e vicinanza”. Per preservare questa magia, l’azienda bandisce il lessico della produzione seriale: “Prodotto è un termine industriale, Creazione richiama il tocco umano“, puntualizza Simon Thun. “La decorazione a mano rende ogni pezzo unico: quella piccola imperfezione o sfumatura è la firma dell’artigiano e la garanzia che quell’oggetto ha un’anima”. Ed è proprio questa identità forte a permettere al marchio di giocare con icone pop senza snaturarsi. Dai progetti speciali dedicati a Frida Kahlo o ai Minions, fino alla dirompente collaborazione pasquale, che ha spinto i consumatori a pesare letteralmente le uova di cioccolato tra le corsie dei supermercati pur di accaparrarsi la sorpresa in ceramica. Una “caccia al tesoro” che ha stupito la stessa azienda: “Ci ha divertito e lusingato! Quando le persone si impegnano così tanto per trovare una tua creazione, significa che hai creato qualcosa di veramente desiderabile”.

Il futuro del brand è quindi tracciato, e guarda ben oltre l’entusiasmo passeggero dei social: “L’obiettivo è trasformare questo revival in un legame duraturo“, conclude il Ceo. “Non vogliamo inseguire la fiammata del momento, ma consolidare una comunità che si riconosce in valori di autenticità e gentilezza. Il Centenario è stato un nuovo inizio: continueremo a evolvere, parlando a nuove generazioni con la stessa passione con cui mia nonna modellò il suo primo angelo”.

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Sposarsi prima dei 30 anni torna di moda: da Dua Lipa a Brooklyn Beckham, perché la Gen Z riscopre matrimonio, figli e promesse d’amore

3 June 2026 at 15:41

Potremmo parlare d’amore (cuoricini, cuoricini) e invece parliamo di numeri. Ci si sposa meno (un calo medio del 6%) ma le cose potrebbero cambiare. Paradossalmente, meno sacro e più festaiolo diventa il rito, più si dice con leggerezza “lo voglio”. Almeno per un po’. E, a guardare bene negli intricati rendiconti dell’Istat di fine 2025, se le buone intenzioni diventassero fatti, avremmo risolto in una generazione o due il problema della crescita zero (lasciamo il calcolo esatto agli attuari). Siamo decisamente in controtendenza. Il 74,5% dei giovanissimi pensa che da grande vivrà in coppia, con o senza matrimonio. E il report dell’Istat sugli undici-diciannovenni fa sperare. Appena il 5,1% si immagina senza un compagno/a, e gli indecisi superano di poco il 20%. La quota di chi si vede single è leggermente più alta per le ragazze (dato interessante in termini di indipendenza: meglio sole che male accompagnate). Anche se l’età del primo sì è ferma sui 34 anni per gli uomini e 32 per le donne, la maggioranza (76,9%) dei giovanissimi vorrebbe sposarsi entro i 30, e il 21% prima dei 26. Le ragazze puntano ad anticipare ulteriormente (80,7%) e il 23,2 è decisa a sposarsi poco dopo i 25. Anche sul fronte figli ci sono novità: con l’età aumenta il desiderio di averne, che passa dal 63,3% della fascia 11-13 anni al 73,1% di quella 17-19. Il 61,5% dei giovanissimi che pensa di avere bambini ne vorrebbe due, l’8,8% si accontenta di uno, il 18,2% tre o anche più. Alcuni/e prudentemente non sanno. Del resto, uno studio della Fondazione Cariplo fotografa i problemi della genitorialità nel Nord Italia, un problema di sistema per le giovani coppie: servizi troppo cari in città e lontani in provincia.

Prima ancora, bisogna fare i conti con il lavoro, i soldi, la fluidità e la materia prima: lui, lei, l’amore. Eppure le nuove generazioni (in particolare la Z) si stanno riavvicinando all’idea del matrimonio, a condizione di ridefinirlo come gesto personale, inclusivo ed estetico (il che spiega i dei tre giorni festa, come fossimo in India, i due-tre cambi d’abito per la sposa, le location insolite, gli addii al celibato e al nubilato importati dagli USA.) C’è anche un grande ritorno alla tradizione, racconta il designer Antonio Riva, che ha appena presentato a Milano la collezione White Sublime, un bouquet di elegantissimi abiti in mikado di seta quasi architettonici visti alla Barcelona Bridal Fashion Week: “C’è tanta voglia di sognare!”. Concordano Marta De Vivo, 24 anni, consulente di comunicazione strategica ( “sposarsi è credere in qualcosa di bello” ) e Carolina Capria scrittrice, sceneggiatrice, podcaster, che ne hanno parlato su Sky Tg 24. E, da non sottovalutare, c’è l’esempio dello star system: ok, divi e divette, piloti e d ereditiere non hanno problemi budget, ma la questione economica non è l’unico ostacolo. L’adorata Taylor Swfit, 36 anni, ha dovuto baciare molti ranocchi (una dozzina quelli conosciuti) prima di trovare il principe suo coetaneo, il giocatore di football americano Travis Kelce. Forse per questo, tante celebs trovato l’amore, si precipitano all’altare o in una qualunque istituzione per legalizzarlo. La cantante Dua Lipa, trent’anni, e Callum Turner (famoso per gli spin-off di Harry Potter), 26, si sono appena sposati al Londra dopo due anni insieme. Mille Bobby Brown ( Stranger Things ed Enola Holmes) ha detto un entusiasta sì a Jake Bongiovi, figlio di Jon, nel 2024 (20 anni lei, 21 lui) nonostante gli appelli social le chiedessero di ripensarci ( “Ti prego Millie, non farlo!”). Sembrano innamoratissimi Brooklyn Beckham, oggi 27 anni, e Nicola Pelz, 31, sposi nel 2022. Mamma Victoria era contraria a nozze tanto precoci nonostante la ragazza fosse di ottima famiglia (papà miliardario).

Dureranno queste coppie? O mettono in conto la possibilità di lasciarsi magari con un gioioso divorce party? Khaby Lame, uno dei tiktoker più seguiti al mondo per ii divertenti sketch muti (il suo patrimonio è valutato tra 1,3 e 2,7 milioni di dollari), nel novembre 2023, a 23 anni, si è lanciato senza paracadute in un matrimonio flash, rito religioso musulmano, con la modella danese-sudafricana Wendy Thembelihle Juel, ma la coppia non ha funzionato. “Inaspettata e insanabile incompatibilità caratteriale“, recita il comunicato ufficiale: il divorzio è arrivato nel maggio 2024, pochi mesi dopo.

In effetti, la chiave di tutto è la domanda che aleggia nella serie Netflix “Beef 2” (la prima stagione è stata molto premiata): sappiamo davvero cosa significa sposarsi? Assistiamo a un litigio estremo fra marito (Oscar Isaac) e moglie (Carey Mulligan) asfissiati dal lavoro condiviso in un lussuoso country club, che non hanno mai un reale momento insieme, non riescono a concludere i lavori in casa o a fare sesso, poveri loro. Hanno puntato troppo sull’immagine della relazione perfetta e ne pagano il prezzo. Ma anche i giovani e innamoratissimi dipendenti del club (Charles Melton e Cailee Spaeny) scoprono il possibile, rapido decadimento della loro passione…Eppure si moltiplicano i post di ventenni con tanto di anello di fidanzamento e la scritta, in inglese “I am engaged!”, perché ormai si fa tutto come nei film, lei estasiata, lui in ginocchio con l’astuccio in mano che rivelerà una piccola scheggia di luce. Un diamante è per sempre. Un matrimonio forse no, ma a quanto pare, con un po’ di incoscienza è bello provarci.

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