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The couple traveling with Bad Bunny to make coffee for the singer and his entire team
In September 2017, just as Abner Román and Karla Ly Quiñones were about to open the doors of Café Comunión in the Santurce neighborhood of San Juan, Puerto Rico, Hurricane Maria devastated the island.

© Harold Camilo
How having zero points in tennis — or 'love' — came to sound so sweet

There are theories that "love" in the tennis context has French, English or Dutch origins. But like many words, historians and language experts say it's hard to pin down the "right" answer.
(Image credit: Kirsty Wigglesworth)
How cellphone carriers prepare for hurricane season with AI, drones and 'cows'

Hurricane season is expected to be milder than usual this year. But that's not stopping cell phone companies from pulling out all the stops.
(Image credit: Melissa Sue Gerrits)
Entenda protestos que paralisaram Bolívia e já derrubaram três ministros
Roma taglia 30mila alberi, il Campidoglio: “Ne abbiamo piantati il doppio”. Gli esperti: “Non basta mettere piante giovani”
“Trovo sbagliato e profondamente riduttivo il racconto per cui ‘abbiamo piantato più alberi di quanti ne abbiamo tagliati’. Anche se fosse vero numericamente non basterebbe, perché il tema non è quanti alberi entrano o escono dal bilancio comunale, ma quale patrimonio arboreo resta alla città. Quale ombra resta ai cittadini. Quale paesaggio ai quartieri. Abbattere alberi e ripiantarne non è un’operazione neutra. E comunque trentamila alberi abbattuti sono un’enormità”. Daniele Zanzi, agronomo di fama internazionale, commenta così i numeri del Bilancio Arboreo del Comune di Roma. Tra il novembre 2021 e il dicembre 2025, ha spiegato l’amministrazione presentando il Bilancio, gli abbattimenti sono stati 29.842 (di cui 706 schianti) – numeri altissimi rispetto a tutte le amministrazioni precedenti – mentre le piantagioni effettuate sarebbero pari a 67.640. Sono entrati nel computo anche alberi esistenti ma non censiti prima, ben 36.372, che tuttavia fornivano i loro servizi ecosistemici anche prima.
Critiche le associazioni in difesa degli alberi di Roma: per Italia Nostra mancano dati essenziali quali abbattimenti e messa a dimora per ogni municipio, strada, specie arboree, attecchimento e sopravvivenza delle nuove piante. A sua volta Curaa, Cittadini Uniti per Roma i suoi Alberi e Abitanti, parla di un conteggio senza possibilità di verifica e di un bilancio arboreo positivo ma solo sulla carta, mentre denuncia la distruzione di alberi monumentali: dai cipressi del “bosco sacro” del Mausoleo di Augusto, alle paulonie di Piazza della Chiesa Nuova, al bosco dei lecci di Castel Sant’Angelo, al dimezzamento dei pini ai Fori Imperiali. “Solo alcuni esempi di una furia che non sta risparmiando gli alberi nemmeno in periodo di nidificazione. E in ogni caso 30.000 abbattimenti significa 6.000 tonnellate di ossigeno in meno”, denuncia la presidente Jacopa Stinchelli.
Getta acqua sul fuoco Paola Muraro, presidente degli Agronomi di Roma. “È ovvio che la struttura di un albero di 20-30 anni non è la stessa rispetto a una pianta giovane, ma Roma aveva la necessità di un ricambio. Ricordiamo che gli effetti di queste nuove piante non sono mai visibili subito, ma dobbiamo lavorare con un senso di responsabilità ambientale futura”. Muraro ammette che “nel breve periodo si registra una perdita di servizi ecosistemici, ma nel medio-lungo termine il rinnovo porta a un patrimonio arboreo diversificato, meglio adattato agli stress urbani per una funzione vegetazionale più efficiente, più gestibile riguardo al rischio. Non siamo quindi di fronte a una riduzione sistemica del patrimonio arboreo, ma a una sua trasformazione”.
Nel dibattito interviene anche Nathalie Naim, Consigliera del Primo Municipio per la Lista Civica Gualtieri e da sempre in prima linea su decoro urbano e cura del verde. Per Naim “il bilancio arboreo, che è stato redatto secondo quando previsto dal Regolamento del Verde è un atto positivo, ma sarebbe auspicabile, ai fini di una migliore trasparenza per i cittadini, ma anche della comprensione dello stato del verde della città, realizzarlo in modo più circostanziato. Invece di declinare genericamente il numero totale di alberature abbattute e piantate, occorrerebbe indicare la tipologia e il luogo in cui ricadono perché la differenza ecosistemica fra un albero di prima grandezza e uno di piccola specie è enorme, la differenza fra un albero adulto e una pianta molto giovane o un germoglio anche”.
La questione, anche per Naim, riguarda il paesaggio: “Un albero non vale un altro. Un paesaggio tipico di Roma caratterizzato da filari di pini o da platani ad esempio, non può e non deve essere sostituito da altre specie. Infine è importante verificare i giovani alberi piantati dalle ditte e conteggiati nel bilancio perché troppo spesso questi non ottemperano al loro dovere di accudirli per due anni e molti non sopravvivono”. In generale, dunque rilievi critici mossi all’amministrazione convergono sul tema della qualità del verde. “Il valore non è nel fusto contato, ma nella funzione esercitata”, nota sempre Zanzi. “Per questo la legge che considera l’albero come oggetto di arredo urbano ed equipara un albero di trenta metri a uno appena nato andrebbe modificata”.
Resta comunque un problema radicale: l’incomprensione, sul tema del verde, tra l’amministrazione romana e i cittadini, che ormai da mesi e mesi manifestano tutta la loro frustrazione sui social media dove denunciano i continui abbattimenti senza preavviso e senza coinvolgere i residenti, che spesso si trovano all’improvviso privati dei loro alberi e della relativa ombra. “A Roma esiste una forte azione collaborativa da parte dei cittadini e questo è un vantaggio per il bene della città, ma non esiste una visione cosiddetta ‘anti-verde’, spiega Muraro. “Credo sia necessario un dialogo continuo per far comprendere che l’abbattimento di alberi arrivati a fine ciclo vita o rischiosi non è di per sé un fallimento della tutela”. “Certamente la sicurezza è un tema serio, ma non si può fare di ogni grande albero un potenziale imputato”, conclude Zanzi. “Credo che la buona amministrazione del verde si misuri anche con la qualità degli alberi salvati, con la capacità di dire no a un abbattimento evitabile, con la competenza degli interventi, con la cura silenziosa che non finisce nel giorno della piantumazione ma comincia proprio lì. Il problema non è politico, ma culturale”.
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Festival di architettura “Open House Roma”: così si promuove una partecipazione più consapevole alla trasformazione della città
“L’architettura non viene abbastanza conosciuta e studiata, rispetto alle arti figurative e alla pittura, ma è un peccato perché invece ha un ruolo importantissimo: viviamo l’architettura tutti i giorni, uscendo di casa, andando al lavoro”. Francesca Laganà ha trentasei anni, è architetta (con una specializzazione in restauro architettonico), per lavoro si occupa di rilievo digitale dei beni culturali applicando tecnologie avanzate dalla documentazione del patrimonio; ma soprattutto, nel tempo che le resta, coordina – insieme a Giulia Franceschilli e Giovanni Orlando – oltre seicento volontari del Festival internazionale di architettura Open House Roma, organizzato dall’associazione culturale Open City Roma (APS). Festival che ogni anno, a maggio, trasforma la Capitale in un museo diffuso, offrendo (quest’anno) ben 220 luoghi aperti, 60 tour guidati e 50 eventi speciali. Tutto gratuito, con l’obiettivo di far conoscere l’architettura – antica, moderna, contemporanea – ai cittadini. “Open House Roma fa parte di Open House Worldwide, un network internazionale che nasce a Londra nel lontano 1992 con l’idea di aprire gratuitamente le porte della città. E ora è diffuso in altre sessanta città del mondo”, spiega Francesca. “In Italia è arrivato attraverso l’associazione Open City Roma nel 2010 (la prima edizione del Festival è nel 2012), e si è poi ampliato anche a Milano, Torino e Napoli. Oggi Open City Roma è un’associazione non profit nata per diffondere la conoscenza dell’architettura e promuovere una partecipazione più consapevole alla trasformazione della città”. Ad organizzare il festival sono dodici persone (dottori di ricerca, architetti, operatori culturali e comunicatori digitali), “che si riconoscono in un progetto fondato sul concetto di bene comune come motore propulsivo di una nuova economia che metta al centro l’ambiente, la cultura e la comunità”; poi ci sono appunto tutti i volontari – che non sono tutti architetti, e non sono solo studenti, ma di ogni età e con percorsi completamente diversi – che gestiscono la grande mole di visitatori che ogni anno partecipano agli eventi.
“I volontari, che noi chiamiamo ‘Openhousers’, e che scelgono quando essere disponibili e per quante ore, hanno due ruoli principali”, spiega Francesca. “I primi si chiamano ‘Architeller’ e sono le persone che raccontano questi luoghi in modo chiaro, semplice e accessibile, anche per chi non ha competenze. E poi ci sono i Site Assistant, quelli che si occupano dell’accoglienza, dell’organizzazione, delle prenotazioni e dello svolgimento delle visite”.
Per Francesca il lavoro per Open House Roma è una specie di secondo lavoro, “almeno mezza giornata la porta via, ma è una questione di passione”. Gli edifici sono scelti dal team “Programma”, coordinato da Gaia Maria Lombardo, che cura la selezione dei luoghi, i rapporti con proprietari, enti e istituzioni e la costruzione dell’offerta culturale del festival. È il gruppo che mette insieme tutti i tasselli affinché ogni anno Open House possa raccontare la città attraverso centinaia di aperture, visite ed eventi (con una percentuale di rinnovo di circa il 30-40% del programma). Si lavora anche sulle case private, molte volte sono gli architetti stessi che propongono un loro progetto e lo raccontano al pubblico.
All’interno del programma c’è una sezione che si chiama ‘Architetture del quotidiano’, con lo scopo rendere visitabili quei luoghi che di solito vengono utilizzati con un altro scopo, ad esempio le chiese e i mercati. “Tutto ciò che apriamo”, continua la volontaria, “ha un valore architettonico e collaboriamo anche con i volontari del Touring Club italiano, uno scambio importantissimo e bello tra generazioni diverse”.
Un’apertura nuova di quest’anno, particolarmente suggestiva? “Abbiamo reso fruibile con grande successo il Mausoleo degli Equinozi sull’Appia Antica, Una delle testimonianze più affascinanti del paesaggio funerario dell’Appia. La particolarità del monumento è nel suo orientamento astronomico: nei giorni degli equinozi un raggio solare penetra dalle aperture superiori e illumina il centro della camera. Ma penso anche all’opificio Italiacamp, che era una importante marmeria che ha realizzato opere e restauri per la Basilica di San Pietro, le cattedrali di Londra e New York, i palazzi del Quirinale e oggi è un luogo di eventi che ha mantenuto la sua identità. Quello che conta davvero”, conclude Francesca, “è il senso di partecipazione culturale. Il volontariato culturale secondo me ha un valore enorme, perché significa contribuire concretamente a rendere la cultura più accessibile e condivisa. Spesso si pensa al volontariato solo in ambito sociale o assistenziale, ma anche la cultura ha bisogno di persone che mettano tempo, energie e competenze al servizio della collettività. La cosa più bella è vedere persone entrare in un luogo e uscirne guardando la città in modo diverso. E sapere che tutto questo è possibile grazie all’impegno e all’energia di chi ogni anno sceglie di esserci”.
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From the wreckage of Super Typhoon Sinlaku, Pacific Islanders slowly recover

Europe enters the ‘era of deportations’
“The era of deportations has begun.” A few months ago, this line from far‑right Swedish MEP Charlie Weimers sounded like a provocation. Now, after the agreement on the EU’s new Return Regulation between Parliament, the member states and the Commission, it reads more like an accurate description of the European Union’s political direction. With the legal framework for sending migrants to deportation camps outside Europe nearly complete, several member states — Germany, Austria, the Netherlands, Denmark and Greece — have intensified their search for countries willing to host them, mainly in Africa, far from the European continent, according to diplomatic sources. The political battle is over; the geographical one is just beginning.

© OLIVIER HOSLET (EFE)
Legal protections for Brazil’s isolated Indigenous peoples: Interview with prosecutor Daniel Luís Dalberto

Animali come figli? La death education offre uno sguardo diverso sulla proposta del sindaco di San Giorgio su Legnano
Da giorni si discute della provocazione lanciata dal sindaco di San Giorgio su Legnano: chiedere a chi vive con un cane o un gatto e non ha figli di versare un contributo volontario per sostenere le famiglie con bambini. Una proposta che nasce dal tema reale della denatalità, ma che finisce per toccare un nervo molto più profondo della nostra società: il modo in cui giudichiamo le scelte, le fragilità e le biografie degli altri.
Dietro quella che viene definita una “provocazione” si nasconde infatti un presupposto implicito: che esista una relazione tra il non avere figli e la scelta di vivere con un animale. Come se il cane o il gatto rappresentassero una sorta di sostituto della genitorialità. Come se chi non ha figli avesse semplicemente scelto una strada più semplice, meno impegnativa, più comoda.
Ma la realtà umana raramente è così lineare. La death education insegna prima di tutto una cosa: non possiamo leggere le vite degli altri dall’esterno. Dietro una casa in cui vive un animale potrebbero esserci infertilità, aborti spontanei, lutti perinatali, separazioni, malattie, rinunce economiche, percorsi di cura, oppure semplicemente scelte personali che non richiedono alcuna giustificazione pubblica. Esistono persone che avrebbero desiderato diventare genitori e non hanno potuto. Persone che hanno perso un figlio. Persone che stanno affrontando percorsi dolorosi di procreazione assistita. Persone che convivono con un lutto silenzioso che nessuno vede.
Quando una comunità costruisce una narrazione che contrappone chi ha figli e chi ha animali, rischia di trasformare situazioni profondamente diverse in categorie morali. Da una parte chi contribuisce al futuro. Dall’altra chi sembra quasi sottrarsi a una responsabilità collettiva. Ed è proprio qui che la death education può offrire uno sguardo diverso.
Perché educare alla morte significa anche educare alla complessità delle esistenze. Significa comprendere che non tutte le assenze sono visibili. Che esistono perdite che non hanno funerali. Che alcune ferite non producono certificati né statistiche.
Negli ultimi anni, inoltre, la relazione con gli animali è diventata sempre più significativa anche dal punto di vista affettivo ed esistenziale. Non perché sostituiscano i figli, ma perché rappresentano legami autentici. Per molte persone un animale accompagna la solitudine, la malattia, la vecchiaia, la depressione, il lutto. Entra nella storia emotiva di una famiglia e spesso diventa parte integrante dei suoi rituali di cura e di memoria.
Chi lavora nell’ambito del lutto sa bene quanto possa essere devastante la perdita di un animale. E sa anche quanto spesso questo dolore venga minimizzato o ridicolizzato. Il vero tema, allora, non è scegliere tra figli e animali. Il vero tema è comprendere come costruire comunità capaci di sostenere la fragilità senza trasformarla in una graduatoria di valore.
Le famiglie con figli meritano certamente maggiore sostegno economico e sociale. Ma quel sostegno dovrebbe nascere da politiche pubbliche lungimiranti, non dalla ricerca di categorie simboliche da contrapporre. Perché una società matura non cresce mettendo in competizione i bisogni affettivi delle persone. Cresce quando riconosce che dietro ogni porta chiusa esiste una storia che non conosciamo.
E che prima di chiedere un contributo economico, forse dovremmo imparare a esercitare qualcosa di molto più raro: la sospensione del giudizio.
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