Reading view

PSD cria Núcleo das Mulheres Social-Democratas de São Brás de Alportel 

As Mulheres Social-Democratas (MSD) do PSD promovem, no próximo sábado, dia 6 de junho, a sessão de constituição e tomada de posse do Núcleo das Mulheres Social-Democratas de São Brás de Alportel, reforçando a presença feminina na participação política local e criando uma nova plataforma de proximidade, intervenção cívica e ação comunitária no concelho. A […]

  •  

Salvini diserta (ancora) la parata del 2 giugno: “Al lavoro al ministero”. La Russa: “Ognuno è dove vuole”

Dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ai presidenti di Senato e Camera, Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana, passando per il vicepremier Antonio Tajani e anche i ministri, come Giuseppe Valditara, Carlo Nordio eGilberto Pichetto Fratin. Tutti nel palco d’onore insieme al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e i vertici militari per partecipare alla tradizionale parata del 2 giugno. Il grande assente è stato però l’altro vicepremier, il leader della Lega Matteo Salvini.

Non è la prima volta che l’attuale ministro alle Infrastrutture e trasporti diserta la cerimonia della Festa della Repubblica. Questa volta, però, la sua assenza è stata fatta presente agli altri esponenti del partito di governo. “Questa è la festa di tutti gli italiani e mi dispiace per chi era assente. Non ho visto Salvini, ma non ho visto molti. Tranne Italia Viva, non ho visto un capogruppo“, ha commentato La Russa. Per la seconda carica dello Stato “ognuno è dove vuole“: “Io non chiedo mai dove sono, sono altri che hanno la mania di chiedere dove sono”, conclude il presidente del Senato.

Sulla stessa linea l’altro vicepremier che, per sviare le critiche, tira in ballo i leader dell’opposizione: “Salvini assente? Non so, lo dovete domandare a lui. Non c’erano neanche Conte e la Schlein, non li ho visti. È un peccato quando si manca…”, ha detto il leader di Forza Italia parlando a margine delle celebrazioni.

Dopo le dichiarazioni di La Russa e Tajani fonti del ministero delle Infrastrutture e Trasporti fanno sapere che Matteo Salvini, “ha passato tutta la mattinata al lavoro, come ieri peraltro, su trasporti e opere pubbliche da completare, Pnrr in primis, con l’obiettivo fra gli altri di evitare lo sciopero dei ferrovieri per il prossimo 11 giugno”.

Quindi gli impegni di lavoro avrebbero costretto il ministro a non potere partecipare alla parata. In realtà, anche negli anni passati è stato assente diverse volte. Un giorno molto particolare per Salvini considerando che il 2 giugno del 2013, da segretario di quella che si chiamava ancora “Lega Nord“, sui social scriveva “Non c’è un caz** da festeggiare. Tra l’altro sempre il 2 giugno, ma di due anni fa, il Carroccio è stato protagonista di un duro attacco al presidente Mattarella: dichiarazioni, di Claudio Borghi prima e Salvini poi, che provocare molto imbarazzo nel governo.

(Foto dal sito del Ministero della Difesa)

L'articolo Salvini diserta (ancora) la parata del 2 giugno: “Al lavoro al ministero”. La Russa: “Ognuno è dove vuole” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Una nuova Assemblea costituente per il futuro. Gli auguri liberali di Sterpa alla Repubblica

Festeggiamo 80 anni di libere istituzioni democratiche, festeggiamo la fine di alcune delle dittature del Novecento e festeggiamo una libertà sempre presidiata e garantita. Abbiamo voglia di festeggiare, però, non solo il passato glorioso ma anche il futuro.
Per farlo, visto che non si riesce più ad approvare riforme costituzionali con le regole scritte in assemblea costituente – come ci dimostra da ultimo il referendum sulla giustizia – occorre trovare il modo per rafforzare le nostre regole comuni.
Quelle regole in gran parte sono scritte proprio nella Costituzione che oggi merita di essere aggiornata perché non solo il paese reale è cambiato, ma anche perché è mutato il sistema politico e istituzionale. Ciò non significa che la Costituzione sia da buttare, anzi. È da rafforzare.
Rispetto al 1946 sono mutate troppe cose che meritano di essere riflesse nella Costituzione e da essa ricevere la luce dei nostri valori.
Non siamo più in un paese povero distrutto dalla guerra e pienamente sovrano nelle sue scelte: siamo uno dei paesi del G7 e partecipiamo ad un processo di integrazione europea che ci rende autonomi da soli e sovrani con altri 26 paesi.
Ma c’è di più. Siamo nella complessità globale e mentre nel 1946 impiegavamo ore per raggiungere un posto a pochi km di distanza, oggi ci spostiamo da Roma a Milano in meno di tre ore.
Allora spedivamo lettere e cartoline per sapere come andasse lontano da casa, mentre adesso basta un istante per vedersi on line. Potremmo continuare per molto con questi esempi. Quello che conta è segnalare che chi ama la Costituzione non ne difende la forma scritta, ma la sostanza giuridica e valoriale.
La politica non riesce a farlo perché è schiacciata sulle logica del consenso elettorale e non quello che consegna la responsabilità comune come fecero 80 anni fa fino ad approvare tutti insieme un testo che non accontentava tutti ma permetteva a tutti di guardare il futuro con gli occhi della fiducia.
Una proposta di legge costituzionale giace in Parlamento (figlia di una idea della Fondazione Luigi Einaudi) e da lì si potrebbe partire.
Nel 2027 voteremo per le elezioni politiche ma potremmo anche eleggere -a parte- una assemblea costituente alla quale delegare il potere di riforma della Carta nella sua seconda parte almeno.
I puristi degli archetipi ci diranno che le Costituzioni si fanno ex novo solo dopo grandi eventi come furono allora la guerra e il fascismo.
Grazie al cielo quelle violenze non le subiremo mai più, ma proprio per questo un “costituzionalismo di aggiornamento” non può aspettare i drammi.
Bastano i cambiamenti attuali a dirci che tutto intorno alla Costituzione il mondo è molto diverso. Rule of law e libertà sono minacciate da esercizi tradizionali e nuovi del potere, dalla volontà imperiale di autocrazie alla tecnologia digitale in mano a pochi.
Se la politica non riesce, come nel 1946, ci pensi il popolo. Se invece la politica partitica intende proteggere se stessa dal nuovo usando la Costituzione non si stupisca se un giorno questa Carta sulla quale giuriamo e studiamo non riesca a mordere la realtà.
Festeggeremo ancora qualcosa a quel punto?
  •  

Tra realismo e multilateralismo. La lezione del Quirinale sulla politica estera secondo Curti Gialdino

Il discorso pronunciato dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella il 1° giugno 2026 dinanzi al Corpo diplomatico accreditato offre un articolato quadro di riferimento sulla postura strategica e giuridica dell’Italia, delineando una strenua difesa dell’ordine multilaterale e del principio di legalità internazionale in una fase di marcato logoramento degli equilibri globali.

L’intervento ha preso le mosse dai lavori della Costituente, individuando nell’articolo 11 della Carta il fulcro di una visione che interpreta il ripudio della guerra come il definitivo superamento della sovranità assoluta di stampo ottocentesco.

In quest’ottica, le limitazioni di sovranità non sono concepite come una rinuncia, bensì come la precondizione dogmatica per l’adesione a un ordinamento sovranazionale orientato alla pace e alla giustizia.

Sotto il profilo internazionalistico, la ricostruzione descrive correttamente la genesi della Repubblica all’interno della comunità degli Stati.

Tuttavia, l’accostamento normativo tra l’adesione all’Onu, i processi di integrazione europea e la partecipazione all’Alleanza Atlantica merita un distinguo. Mentre i primi due ambiti rispondono, infatti, a una parziale cessione di sovranità per fini universalistici o comunitari, la Nato si configura come un’alleanza militare regionale basata sulla logica della difesa collettiva e della deterrenza.

Questa asimmetria strutturale riflette la complessa coesistenza, nella politica estera italiana, tra l’idealismo multilaterale delle Nazioni Unite (oggi paralizzato dai veti incrociati nel Consiglio di Sicurezza) e il pragmatismo delle alleanze difensive di blocco.

Un secondo nodo teorico riguarda il ruolo delle missioni di pace e delle Corti internazionali, indicate nel discorso come presidi di una civiltà fondata sul primato del diritto sulla forza delle armi. L’affermazione del valore vincolante delle pronunce giurisdizionali, specie in materia di diritti umani, si scontra tuttavia con il cronico deficit di effettività che caratterizza l’ordinamento giuridico internazionale.

La mancanza di un potere sanzionatorio centralizzato e coercitivo riduce frequentemente l’efficacia delle sentenze a mere declamazioni di principio, la cui esecuzione resta subordinata alla volontà politica degli Stati o ai rapporti di forza, evidenziando una faglia profonda tra la dimensione precettiva del diritto e la sua applicazione reale.

Nell’esaminare i conflitti contemporanei – dall’invasione russa dell’Ucraina all’escalation in Medio Oriente – il Quirinale ha adottato il lessico rigoroso della responsabilità internazionale, riaffermando i principi di sovranità territoriale e di inviolabilità delle frontiere.

Se tale lettura appare ineccepibile sul piano del diritto positivo occidentale, non va sottaciuta la crisi di legittimità che colpisce le norme stesse. L’applicazione delle regole internazionali è infatti contestata da ampi settori del Sud globale, che denunciano una prassi asimmetrica e un doppiopesismo geopolitico nella gestione delle diverse crisi umanitarie e territoriali.

Questo divario normativo evidenzia che il diritto internazionale non è oggi percepito in modo uguale, ma risente della polarizzazione globale.

Il monito presidenziale contro la rassegnazione interviene direttamente nel dibattito classico tra idealismo e realismo politico.

La tesi del Quirinale propone un rovesciamento della dottrina realista, sostenendo che l’osservanza della legalità internazionale non sia un’utopia astratta, bensì la massima espressione di pragmatismo per garantire la sopravvivenza globale ed evitare il conflitto perpetuo.

Sebbene tale postura sia coerente con l’impianto costituzionalista, la scuola del realismo politico non può essere liquidata come una semplice deriva cinica.

Essa, infatti, ha il merito di ricordare che il diritto, per spiegare i propri effetti, necessita di una sottostante stabilità politica ed economica, e che la ricerca di un equilibrio di potenze diventa una necessità ineludibile laddove le istituzioni multilaterali falliscono.

Infine, il richiamo alla diplomazia ne ricolloca l’azione nell’alveo naturale di metodo per la prevenzione delle controversie e strumento di decodifica delle dinamiche transnazionali, ponendola come alternativa strutturale alla logica dei blocchi contrapposti.

In sintesi, il discorso presidenziale riafferma la linea tradizionale della politica estera italiana, ancorata al rule of law. L’esame del testo evidenzia come la difesa dell’ordine basato sulle regole rimanga un passaggio logico e costituzionale imprescindibile, sebbene la comunità dei giusinternazionalisti e i decisori politici restino confrontati con la necessità di colmare la distanza, sempre più marcata, tra le norme internazionali e la realtà frammentata delle relazioni globali.

  •  

Addio a Gigi Tivelli, un civil servant con il gusto della scrittura. Il ricordo di Pisicchio

Gigi Tivelli se ne è andato alla vigilia della Festa della Repubblica, “da vero repubblicano” come ha detto Ada, la sua compagna di una vita, dopo aver rappresentato una presenza costante nella vita pubblica italiana degli ultimi quattro decenni.

Tivelli è stato, infatti, innanzitutto un civil servant, lo stimato consigliere parlamentare, giovane vincitore di concorso alla Camera dei Deputati, chiamato più volte a ricoprire incarichi istituzionali in gabinetti ministeriali.

Ma è stato anche un acuto commentatore politico per diverse testate nazionali, tra cui anche Formiche.net; è stato uno scrittore, autore di una quarantina di libri di contenuto politologico, e almeno uno, che io ricordi, di narrativa; è stato l’instancabile organizzatore di cultura politica, proiettata verso l’obiettivo di tenere insieme figure significative della cultura liberal-democratica; ha promosso festival cinematografici, rassegne letterarie, meeting ed eventi, a Roma e nella “sua” Sabaudia, che hanno richiamato sempre personalità di livello e grande partecipazione di pubblico.

Stava lavorando a definire i programmi della sua ultima creatura, la Academy Spadolini, un think tank volto a valorizzare i talenti delle giovani generazioni, che dichiarava, già nella sua intestazione, una devozione al repubblicanesimo del politico-intellettuale, anche a monito polemico e a denuncia dell’incultura politica dominante.

Gigi aveva amato la politica fin da ragazzo, quando ancora adolescente si impegnava nei gruppi giovanili repubblicani facendosi apprezzare da Ugo La Malfa, e, pur non avendolo mai dichiarato espressamente, credo che avrebbe volentieri assunto in prima persona l’onere della rappresentanza, dopo aver sperimentato ogni altra dimensione possibile della politica non militante, da quella più vicina all’attività legislativa, a quella teorizzata con i libri, a quella impartita con l’insegnamento che esercitò da professore a contratto nelle Università.

Fu un laico integrale che, però scelse Guglielmo Negri come suo riferimento di vita e di visione culturale nell’universo repubblicano, un cattolico fervente che per lui fu un mentore insieme amorevole e severo.

Tivelli era nato ad Adria, nel Polesine povero della metà degli anni cinquanta-da dove partivano gli emigrati per cercare lavoro all’estero- da una famiglia cattolica della piccola borghesia.

Dunque fu un “meridionale del nord”, un rodigino che, forse anche per questo, ha avuto sempre un rapporto di grande empatia con il popolo meridionale, dai calabresi, ai pugliesi, ai campani, in particolare.

Fu un uomo generoso: non ricordo mai di aver ascoltato dalla sua voce una richiesta, una perorazione, un’istanza, che fosse rivolta a sé stesso.

Ricordo, invece, la “presa in carico” di tante situazioni difficili: giovani di qualità che non riuscivano a trovare lavoro, padri di famiglia in difficoltà, persone in salute precaria e con assistenza ancora più precaria.

Una generosità laica, dunque, altrettanto meritevole, perché non si aspetta l’effetto collaterale, quello di un ristoro nell’aldilà.

Gigi Tivelli amava il sarcasmo costruito su una montagna di paradosso. È la risorsa di talune persone intelligenti che cercano così di esorcizzare la debilitante realtà di un’ignoranza crassa che galoppa felice verso i suoi più arditi margini di peggioramento.

Ma è una risorsa pericolosa perché può capitare, appunto, che qualche interlocutore non entri nella sintonia e allora, prende fischi per fiaschi e battute e paradossi diventano, a parere del travisatore, cose serie. E a Tivelli è capitato più volte, e più volte ha pagato.

Diceva Francesco Guccini in Parole, un bel brano del 2011: “per una battuta mi farei spellare”. Accadde, infatti, anche questo. Addio Gigi: sarai oggi sicuramente nella zona laica del Paradiso, a dibattere ancora di politica.

  •  

Quelli che usano la libertà d’espressione contro la libertà

In questi giorni, forse anche perché legittimamente annoiati dal delirio di onnipotenza trumpiano da un lato e dal delirio d’impotenza della politica italiana dall’altro, in tanti ci siamo esercitati su un certo numero di polemiche che ruotavano tutte, per un verso o per l’altro, attorno alla libertà d’espressione, il più malinteso e manipolato tra i valori della democrazia liberale, divenuto non per caso la bandiera di tutti i peggiori fascismi in circolazione.

Dall’intervista di Erri De Luca su Gaza fino alle parole di Enrico Mentana sulla programmazione della 7, passando per le dichiarazioni di Francesco De Gregori contro certe pose da artisti impegnati e per l’annullamento del concerto di Kanye West a Reggio Emilia, su giornali, talk show e social network praticamente non si parla d’altro, da giorni. Il problema è che se ne parla male. Quindi vi dico subito in modo chiaro e semplice come la vedo io: quello che conta, nella libertà di espressione, è la libertà, non l’espressione.

Consentire una serie di letture pubbliche del Mein Kampf nel ghetto di Roma sarebbe certamente un modo esemplare di assicurare la facoltà di esprimersi di migliaia di antisemiti in camicia bruna, ma confliggerebbe con la libertà dei residenti e con il loro diritto a uscire di casa senza dover temere di venire aggrediti, linciati o ammazzati in mezzo alla strada. Fatta questa premessa di carattere generale, veniamo ai casi particolari e ad alcune necessarie distinzioni, cioè esattamente quello che a mio parere è mancato in un dibattito soffocato dalla logica dell’appartenenza tribale, o forse solo dall’attaccamento di tutti i partecipanti alle proprie ossessioni e idiosincrasie.

Sul caso che ha fatto più rumore – e ragionevolmente si è portato dietro gli altri, secondo la stessa logica per cui se un giocatore di golf uccide qualcuno a mazzate in modo particolarmente efferato, per i successivi due mesi giornali e tv si riempiono di serial killer golfisti, magari anche solo amatori, o al limite spettatori occasionali – ho già scritto qui in dettaglio, dunque mi limito a sottolineare un punto. E cioè che si può benissimo condividere la riprovazione di De Luca per l’uso ritorsivo del termine «genocidio» contro Israele, senza però accettare la sua giustificazione dei massacri di Gaza con l’argomento secondo cui «il numero di vittime civili è enorme e terribile perché quando si combatte in uno spazio urbano denso, tra scuole e ospedali, la popolazione paga sempre il prezzo più alto», e ancor meno l’assurdo parallelo con Mosul, Raqqa e Mariupol. Allo stesso modo si può condividere la critica di De Gregori all’idea che l’artista debba dare al mondo continue lezioni di vita, politica e educazione civica (come mostrano di condividerla, su Linkiesta, Cataldo Intrieri e Guia Soncini), e trovare tuttavia insostenibile, ingeneroso e persino irritante indicare come esempio di un simile modo di fare proprio Bruce Springsteen.

Di fronte alle squadracce di Donald Trump che ammazzano cittadini in mezzo alla strada, e a editori multimiliardari di quotidiani e tv che gli baciano la mano, per non dire di peggio, il fatto che almeno lui alzi la voce e cerchi di scuotere il suo paese è un esempio di coraggio e dirittura morale per cui bisognerebbe ringraziarlo e rendergli onore, certo non sfotterlo. Quanto alle parole di Mentana sulla linea antigovernativa dei talk show della 7, il punto è semplicemente che l’espulsione dalla Rai di programmi e conduttori non allineati ha fatto la fortuna della concorrenza (vogliamo parlare dei dati di ascolto della Nove grazie a Fabio Fazio?) creando un vuoto, una distorsione del mercato, tra la Rai meloniana e la Mediaset berlusconiana, di cui per La 7 sarebbe stato folle non approfittare.

Lo scandalo, ovviamente, è il fatto che pressoché tutti o quasi tutti i giornalisti e conduttori di maggiore successo siano finiti su La 7, per l’intollerante prepotenza dei nuovi padroni della tv, al tempo del mono-duopolio meloniano Rai-Mediaset. Quanto infine alla polemica sul concerto annullato di Kanye West, rapper ultra-trumpiano che ha apertamente inneggiato a Hitler, mi colpisce solo per un aspetto: che ci ricorda una volta di più quanto la retorica sui rischi del nuovo antisemitismo da parte della destra trumpiana e filotrumpiana sia completamente fasulla e strumentale, e sia esattamente l’altra faccia della loro non meno fasulla e strumentale battaglia sulla libertà d’espressione: l’una e l’altra si traducono banalmente nel cercare scuse per ridurre al silenzio gli avversari politici e per diffondere in ogni modo ogni possibile discorso d’odio. Una manovra che come al solito vede convergere e confondersi, in una miscela esplosiva, furbacchioni di destra e fessi di sinistra.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

L'articolo Quelli che usano la libertà d’espressione contro la libertà proviene da Linkiesta.it.

  •  

Votare è un piccolo gesto che continua ad avere una forza immensa

Votare è più di un gesto banale, di un semplice tratto di una matita copiativa su un foglio che chiamiamo scheda.

Votare è un atto di libertà, di autodeterminazione, di partecipazione al destino comune e collettivo.

Votare è la possibilità di trasformare un desiderio in scelta, un’ingiustizia percepita in una direzione nuova, una speranza in una responsabilità condivisa. È il modo più concreto nel quale ognuno di noi può affermare di esserci, di contare, di voler contribuire.

Insomma, votare è un gesto piccolo che però ha, e continua ad avere, una forza immensa, perché da sempre, se fatto con consapevolezza, mette in moto «qualcosa», tanto dentro chi lo compie, quanto nel mondo fuori che lo riceve, registrandolo.

Questo libro nasce allora con l’intento di raccontare proprio questo: come e perché il voto conta. E perché dietro quel gesto apparentemente meccanico, quasi burocratico, si celi in realtà un patrimonio complesso, fatto di conquiste e di esclusioni, di lotte e di paure, di speranze e disillusioni, di gesti di fiducia e di atti di coraggio.

Un percorso lungo naturalmente e tutt’altro che lineare, che dà senso tuttavia a ogni scheda depositata; che conferma, oggi per molti versi ancora più di ieri, che esercitare questo diritto – faticosamente conquistato appunto – resti un atto di un’importanza essenziale, vitale.

In un tempo infatti in cui la sfiducia cresce, l’astensione dilaga e la politica sembra guardare a un orizzonte troppo vicino per apparire come un reale progetto che abbia la sostanza di una visione, recuperare il significato profondo del votare diventa un gesto controcorrente, quasi rivoluzionario.

Non a caso, in fondo, il voto è il modo più semplice e più deciso per dire ancora una volta: «io ci sono». Per affermare cioè che il futuro comune dipende anche da noi: che nulla insomma è già scritto e che la nostra voce può ancora spostare e «cambiare il corso» della Storia.

Che è poi quello che differenzia – se ci fermiamo un momento a pensare – le autocrazie dalle democrazie: le prime infatti hanno sempre un futuro già scritto, precotto e bell’e pronto, a prescindere dall’esito del votare da parte dei cittadini.

Mentre le seconde, invece, non conoscono mai il loro futuro, perché quel domani che si chiama futuro nasce, ogni volta, proprio da lì, da quel momento che è il votare, insomma: ossia da quella scelta compiuta con una matita, ripetuta milioni di volte, in genere in uno stesso giorno, da coloro che hanno l’esercizio di quel diritto.

Allora è proprio per questo che votare è una parola – o più precisamente un verbo – «controtempo»: perché invita a fermarsi e a ricordare ciò che rischiamo di perdere quando smettiamo di esercitare il nostro diritto più potente, che è anche – non dimentichiamolo –, almeno in teoria, il più facile da praticare e il più semplice da intendere.

Non a caso non esiste, nella storia, grande pensatore che non abbia sottolineato come il votare sia, in fondo, un modo per esprimere e per confermare non soltanto una responsabilità sociale quanto, anzitutto, la propria libertà personale. E che, quando ciò non accade – come ormai stiamo vedendo in molte democrazie, a partire dall’Italia dove l’astensionismo ha raggiunto livelli di guardia, come spesso sottolinea il presidente della Repubblica Sergio Mattarella –, si inizia progressivamente a decadere, a degradarsi, perché «la democrazia vive solo se qualcuno se ne prende cura», come ricordava già molti anni fa Italo Calvino nel suo La giornata d’uno scrutatore.

La democrazia infatti – e questi tempi appunto ce lo mostrano in modo brutale – non è un paesaggio, uno sfondo, un ambiente di vita dato una volta per tutte: è un cammino quotidiano, che è fatto anzitutto, come presupposto necessario e doveroso da parte di tutti noi, da un gesto minuscolo – votare appunto – che tuttavia, se compiuto da tutti, può essere davvero grande e cambiare lo scenario e il panorama della società che ci circonda.

Eppure, proprio perché quella straordinaria «magia» che chiamiamo democrazia possa funzionare appieno attraverso un voto libero – non una finzione già decisa a tavolino, da qualcuno, altrove, in piena solitudine – sono necessari presenza, responsabilità e cura da parte di tutti noi.

Essa richiede, in fondo, una forma di fedeltà quotidiana da parte di ciascuno di noi.

Perché, quando ognuno pensa che sia compito di altri occuparsene, finisce che nessuno lo fa davvero. E allora tutto, lentamente ma inesorabilmente, si spegne: proprio come accade anche ai giardini più fioriti e rigogliosi quando vengono abbandonati.

Dunque, se si guarda alla parola «votare» da questa prospettiva, essa acquista inevitabilmente un significato diverso, più profondo: votare infatti diventa una chiamata alla partecipazione, ma prima ancora un richiamo a noi stessi a fare la nostra parte, per quanto grande o piccola possa sembrare.

Osservandolo più da vicino, si scopre infatti che il votare non indica quindi soltanto un’azione, ma una vera e propria presa di posizione.

Perché è, in buona sostanza, il modo in cui ciascuno di noi sceglie di collocarsi nel proprio contesto, nella società che lo circonda – nel mondo, vicino e lontano – dichiarando, appunto con un gesto semplice, da che parte intende stare.

Votare significa allora non restare spettatori, ma scegliere di essere parte. E, in questa scelta, assumere il ruolo di protagonisti di una storia che, per sua natura, non è mai già scritta, a condizione che il voto evidentemente non si riduca, come detto, a una mera finzione.

Votare, dunque, è lasciare una traccia di sé.

È un gesto silenzioso che, tuttavia, fa molto rumore, producendo effetti profondi, imprimendo segni e marcando perimetri: perché incide nelle istituzioni, perché orienta le decisioni collettive, perché contribuisce a delineare il tempo che verrà per noi e per gli altri.

È forse proprio qui allora che si coglie il significato più autentico del votare: nel ricordarci che la democrazia non si nutre dei grandi discorsi di un giorno, ma dei gesti semplici e continui di partecipazione attiva, di cittadinanza attiva, che ciascuno di noi può fare, quotidianamente.

Vive insomma nella costanza di atti condivisi, ripetuti nel tempo perché non si corroda, e nella presenza discreta ma attiva di milioni di persone che, senza rumore, mantengono aperta la possibilità del cambiamento.

Perché, se ogni voto è un segno fragile, insieme agli altri diventa invece forza, direzione, orizzonte.

Per questo il votare, più che un semplice diritto, è un’occasione preziosa: quella di non delegare ad altri, e ai loro interessi, la responsabilità di decidere ciò che ci riguarda più da vicino.

È un momento in cui ciascuno di noi è chiamato a uscire dalla posizione comoda dello spettatore per assumere, invece, quella più impegnativa del protagonista.

In fondo, il futuro non è un orizzonte distante e già scritto, ma prende forma, giorno dopo giorno, nella trama concreta delle scelte che compiamo, o che scegliamo di non compiere.

E proprio per questo il voto rappresenta una soglia: il punto in cui la libertà individuale si traduce in responsabilità collettiva, e in cui la possibilità diventa verso, direzione, indirizzo politico.

Scegliere di votare significa allora non solo esprimere una preferenza, ma riconoscere che il destino comune dipende anche da noi. Significa accettare che la democrazia non vive di automatismi, ma della presenza consapevole di chi la abita.

Tratto da “Votare”, di Francesco Clementi, ed. il Mulino, 14€

*Professore di diritto pubblico italiano e comparato nell’Università La Sapienza di Roma.

L'articolo Votare è un piccolo gesto che continua ad avere una forza immensa proviene da Linkiesta.it.

  •  

Così destra e sinistra disonorano la Festa della Repubblica

La Festa della Repubblica non è tra le feste più sentite del nostro Paese, malgrado sia la celebrazione della nascita della forma di Stato democratica grazie al referendum istituzionale del 1946 e dopo una guerra civile, una guerra mondiale e vent’anni di dittatura fascista.

Sono trascorsi ottant’anni da quel preciso momento in cui l’Italia post totalitaria si divise in due, con il cinquantaquattro per cento degli italiani che scelse di abbandonare la monarchia. La Repubblica nacque con l’opposizione di quasi undici milioni di concittadini, in gran parte monarchici e fascisti, ma non solo, e dunque il 2 giugno per gran parte degli italiani non è mai stata una data da festeggiare con particolare entusiasmo.

I democristiani sono sempre stati molto attenti a unire invece che dividere il Paese, e quindi non hanno mai voluto fare del 2 giugno una bandiera politica. I comunisti, per motivi opposti, non hanno mai amato il 2 giugno, anche per il timore di assecondare un’enfasi patriottica considerata nostalgica, pericolosa e in contrasto con le magnifiche sorti e progressive della rivoluzione socialista globale.

La freddezza nei confronti della Festa della Repubblica è stata a lungo pari al distacco che, fino alla caduta del muro di Berlino e della cosiddetta prima repubblica, è stato riservato allo sventolio politico del tricolore e al cantare l’inno di Mameli. Oggi si discute di Francesco De Gregori che rivendica il diritto dell’artista di non prendere posizione con strumenti diversi, nel suo caso, dalle canzoni, però fu proprio un suo brano rivoluzionario del 1979, “Viva l’Italia”, a liberare il paese dalla patina ideologica che bloccava la destra e la sinistra. Scrivere nel 1979 “Viva l’Italia” con tutte le sue contraddizioni non è stato facile per uomo considerato di sinistra come lo è stato scrivere “Born in the Usa” nel 1984 per Bruce Springsteen.

Erano altri tempi rispetto a un’epoca più recente dominata invece da partiti che si chiamano Forza Italia, Alleanza Nazionale, Fratelli d’Italia, Italia Viva, da simboli di partito tricolori come quello del Pd e da manifestazioni politiche di sinistra e di destra che si aprono e si chiudono con i dirigenti che si battono il petto e cantano a squarciagola l’inno degli italiani.

Anche il 2 giugno, di conseguenza, nella sedicente seconda repubblica è stato leggermente più partecipato e sentito, ma le celebrazioni si sono limitate a una piccola parata militare a Roma e a un rinfresco nei giardini del Quirinale. Il 2 giugno non ha mai scaldato i cuori come il 25 aprile o il primo maggio, tantomeno come il 4 luglio per gli americani o il 14 luglio per i francesi. Al massimo sono scomparsi i riti propiziatori degli antimilitaristi affinché piovesse sulla parata militare.

Eppure ci sarebbero almeno due cose da fare per celebrare in modo adeguato la data di fondazione della nostra Repubblica democratica, specie in questo momento di incertezza globale, di fine della garanzia di protezione americana, di guerra in Europa, di influenze ibride straniere nei processi democratici, di minacce tecno-oligarchiche, e di feroce polarizzazione politica che costringe i partiti nazionali e internazionali a prendere posizioni e a scegliere leader sempre più estremi, populisti ed eversivi dell’ordine costituito.

Per onorare la fondazione della Repubblica italiana, i partiti politici patriottici e antifascisti dovrebbero impegnarsi a sostenere insieme la resistenza attiva dell’Ucraina contro l’invasore imperialista russo, anche per fermare le ulteriori mire autoritarie di Mosca, e dedicarsi a far entrare subito l’Ucraina nell’Unione europea (per l’adesione di Kyjiv alla Nato, invece, meglio cominciare a ragionare al contrario su come l’Ucraina possa aiutare l’Alleanza Atlantica).

La seconda cosa da fare per onorare la nascita della Repubblica italiana sarebbe quella di adottare la legge elettorale proporzionale che, in quei tempi così difficili, i padri fondatori della Repubblica scelsero a salvaguardia della democrazia e per evitare che a qualcuno potesse tornare la nostalgia dei tempi che furono.

Purtroppo sta succedendo esattamente il contrario: i partiti si apprestano a votare in Parlamento, con la spinta degli intellettuali di destra e di sinistra, una legge elettorale col premio di maggioranza che contribuirà ulteriormente alla radicalizzazione estrema della politica italiana, tanto che già si aggirano il generale Vannacci da una parte e il sansepolcrista grillino Di Battista dall’altra; e, inoltre, a poco a poco stanno tutti (tranne Azione) riducendo il sostegno militare e politico all’Ucraina, rinnegando i principi politici e i valori morali del 2 giugno.

Buona Festa della Repubblica!

L'articolo Così destra e sinistra disonorano la Festa della Repubblica proviene da Linkiesta.it.

  •  

Lindbergh Farias aciona Interpol para investigar empresas ligadas a Dark Horse no exterior

O deputado federal Lindbergh Farias (PT-RJ) informou no último domingo, 31 de maio, por meio de suas redes sociais, que acionou o escritório central no Brasil da Organização Internacional de Polícia Criminal (Interpol) para solicitar investigações sobre o financiamento da cinebiografia do ex-presidente Jair Bolsonaro, o filme Dark Horse. A denúncia está baseada na reportagem da Agência Pública que mostra a relação entre Eduardo Bolsonaro e Karina Ferreira da Gama, dona da Go Up, produtora do filme, com a empresa de origem holandesa e endereço principal na Hungria, Freeway Cam BV.

O documento enviado pelo deputado às autoridades policiais cuja íntegra a Pública teve acesso, cita um “pedido de cooperação penal internacional para apuração de possível lavagem de dinheiro, ocultação de beneficiários finais e triangulação transnacional de recursos relacionados ao financiamento do filme Dark Horse”.

Segundo os argumentos apresentados no ofício, a investigação deve ser feita para apurar se o produção do filme não teria funcionado como “instrumento de circulação, estratificação ou integração de recursos, inclusive mediante transferência internacional, contratação de prestadores estrangeiros, custódia em jurisdição intermediária e eventual utilização dos valores para despesas pessoais, políticas, jurídicas ou comunicacionais no exterior”.

Farias também ressalta que “a gravidade do caso se intensifica” diante das investigações que apontam o ex-banqueiro Daniel Vorcaro, atualmente preso e investigado por possíveis fraudes financeiras associadas ao Banco Master, como um dos principais financiadores do filme, utilizando uma “estrutura financeira sediada nos Estados Unidos”. 

“Esse dado é fundamental, pois desloca a análise de uma relação privada de financiamento audiovisual para uma possível cadeia de ocultação, dissimulação e integração de valores oriundos de crimes antecedentes contra o sistema financeiro, o mercado de capitais, a administração pública, a ordem econômico-financeira ou outros ilícitos conexos”, afirma no documento. 

No pedido de investigação sobre o financiamento do filme à Interpol, estão citados a Go Up Entertainment, os aportes de Daniel Vorcaro, o Havengate Development Fund LP, a Freeway Cam B.V., a Stichting Freeway Custody, a New Path Pictures Inc. e demais pessoas físicas e jurídicas envolvidas. 

Também são solicitados pedidos de informação às autoridades holandesas, húngaras, norte-americanas, além da preservação “urgente de dados” como registros financeiros, contratos, minutas e comunicações eletrônicas. 

Revelações: Eduardo Bolsonaro, Go Up, Mario Frias e Karina da Gama

Na semana passada, além de mostrar que Eduardo Bolsonaro e a Go Up procuraram uma empresa da Hungria para pagamentos ao filme, a Agência Pública revelou como Mário Frias e Karina da Gama teriam oferecido até R$ 500 mil pela história de Bolsonaro e as condições impostas na minuta para o ex-presidente ceder sua história de vida para sempre. Em outra reportagem, documentos indicam que Cyrus Nowrasteh recebeu links desinformativos e livros do Brasil Paralelo para o roteiro do filme. 

  •  

O que acontece quando a guerra às drogas vira guerra ao terrorismo

Quer receber os textos desta coluna em primeira mão no seu e-mail? Assine a newsletter Xeque na Democracia, enviada toda segunda-feira, 12h. Para receber as próximas edições, inscreva-se aqui.

A maior diferença entre chamar CV e PCC de terroristas ou organizações criminosas está na caneta de Donald Trump. Não tem nada a ver com o Brasil. Declarando as duas organizações brasileiras como “narco-terroristas”, o presidente dos EUA – Trump e também quem vier depois – tem o poder de realizar ações militares no nosso território sem precisar de autorização do Congresso. Invadir, portanto, as águas do nosso litoral e as calçadas das nossas cidades.    

Pra entender o que isso significa de fato, é fundamental olhar quem foram os homens mortos pelos militares americanos no Caribe, nos 58 bombardeios a embarcações e que deixaram, até o final de maio, 179 mortos, segundo uma investigação recente liderada pelo Clip, Centro Latinoamericano de Periodismo de Investigación.  

Aconteceu, por exemplo, com Chad Joseph, um pescador de 26 anos de Trinidad e Tobago. Joseph era pescador desde pequeno, e estava vivendo com a tia na comunidade de Las Cuevas, na Venezuela, quando decidiu subir em uma embarcação que ia rumo à sua vila de Matelot, um vilarejo de pescadores em Trinidad e Tobago. Ia encontrar a namorada. 

No dia 14 de outubro passado, a embarcação foi alvejada por militares americanos. O resultado, como em todos os bombardeios do tipo, foi a destruição total: corpos despedaçados, embarcação destroçada e qualquer conteúdo que esteja a bordo perdido no mar. É impossível saber se havia de fato drogas a bordo. 

Nem os EUA de Trump se preocupam em tentar apresentar evidências disso. 

No caso de Chad, sua família conseguiu identificá-lo e pressionar as autoridades de Trinidad e Tobago e, depois, processou o governo americano em uma corte federal em Massachusetts. 

Mas por que Chad teria decidido se arriscar e entrar na embarcação que saía da Venezuela rumo a Trinidad e Tobago? Sua mãe, Lenore Burnley, explicou: “Eu conheço a lei do mar; conheço desde que era jovem. Se é um barco, ou algo assim, supostamente você tem que pará-lo, entende? A lei não prevê matar pessoas. Esta é a primeira vez na minha vida, e tenho 51 anos. Nunca ouvi falar de algo assim”.

Ou seja: porque a ideia é tão absurda que nem passava pela cabeça de Chad.  

Nem na cabeça de de Rishi Samaroo, um ex-detento de Trinidad e Tobago que já havia cumprido sua pena e criava vacas e cabras na Venezuela para ajudar a família. Nem na de Eduard Hidalgo, 46 anos, pescador da Venezuela, deportado dos EUA em 2025. Ou de Luis Ramón Amundarain, mototaxista de Güiria, Venezuela. Nem pensava sobre isso Alejandro Andrés Carranza Medina, de La Guajira, Colômbia, pescador de atum e marlim. Ou Eduardo Jaime, conhecido como “Pichirilo”, jogador de futsal adorado pelos vizinhos da municipalidade de Güiria, na Venezuela. Nem Ricky Joseph, pescador de Savannes Bay, em Santa Lucía.

No total, a investigação transnacional conseguiu identificar 18 dos assassinados. Apenas. O resto se perdeu no oceano. 

Desde que o filho foi despedaçado no mar, Lenore Burnley diz que sua vida tem sido uma “tempestade contraditória entre ter uma vaga esperança e a realidade crua da morte súbita de Joseph, sem que haja um corpo para enterrar”. 

Especialistas consultados pela investigação afirmam que muitas vezes os mesmos barcos que levam drogas de um lugar a outro levam passageiros na viagem de volta, aproveitando para ganhar um troco a mais.    

Entender as histórias dessas vítimas que sequer tiveram a oportunidade de serem questionadas pela polícia revela o tamanho do horror que é a ação politiqueira de Flávio Bolsonaro, seu irmão Eduardo e o cúmplice Paulo Figueiredo, ao armarem uma missão para convencer o governo americano a dar a si mesmo o direito de fazer exatamente isso contra trabalhadores brasileiros. 

Enquanto a maioria dos analistas repetem que os danos da designação de PCC e CV como terroristas serão econômicos, com possíveis sanções a bancos, empresas e até o PIX, é com os trabalhadores que eu me preocupo. E não só os pescadores. 

Isso porque a série Los bombardeados, sin derecho a la defensa, liderada pelo CLIP, também descobriu outra coisa escandalosa. O tráfego aéreo da Colômbia foi afetado por “apagões” de radares aéreos justamente nos dias e horários em que os EUA bombardearam a costa. Tudo indica que os militares americanos usam um bloqueador de sinal que coloca em enorme perigo também os aviões comerciais que sobrevoam o céu colombiano.

E os seus trabalhadores – que não têm absolutamente nada a ver com isso. 

Um piloto de um Airbus A320 com capacidade para 180 passageiros descreveu assim o que presenciou no dia 12 de dezembro de 2025. “Estava voando de Bogotá para Aruba e, quando estava passando por cima de La Guajira, os dois GPS falharam e até o relógio que marca a hora UTC falhou. Foi estranho e nunca tinha acontecido comigo”, disse. 

Segundo o relatório enviado à Aeronáutica colombiana, revisado pelos jornalistas, primeiro o GPS esquerdo falhou, depois o direito, e depois o transponder, dispositivo que informa ao radar em terra onde o avião está . A torre de controle não sabia onde estavam. Os alarmes do sistema antichoque se acenderam e diziam que o solo estava próximo, mas eles estavam a milhares de pés de altura, sobre o mar aberto. Os sistemas continuaram falhando até eles pousarem em Aruba, destino turístico que recebe mais de 2 milhões de visitantes por ano. 

Se eu fosse os sindicatos de pescadores e outros trabalhadores que operam no mar, eu estaria muito preocupada. Assim como os sindicatos de outros tipos de profissionais, como os pilotos, aeromoças e serventes de bordo.

Sem falar a Aeronáutica brasileira. Onde estão nossos Brigadeiros? 

Ou a Marinha. Onde estão nossos valentes Almirantes? 

Finalmente, qualquer companhia aérea e operadora de turismo deveria também estar alarmada. Imagine se um avião com 200 passageiros é afetado por um desses “apagões”?   

A ação de Flávio Bolsonaro acaba de dar carta branca a qualquer presidente dos EUA de assassinar qualquer brasileiro sem perguntar antes quem ele é, o que ele faz.

Uma irresponsabilidade. Uma molecagem. Essa é uma mancha que não vai sumir tão cedo, por mais cloro que se aplique, e que vai ter consequências com as quais o Brasil terá que lidar por muito tempo depois das eleições.   

  •  

Fórum de Lisboa realizado por Gilmar Mendes esvazia Brasília nos primeiros dias de junho

As atividades dos poderes legislativo e judiciário em Brasília estão, nos primeiros dias de junho, impactadas pela 14.ª edição do Fórum de Lisboa, sob a coordenação-geral do ministro do Supremo Tribunal Federal (STF), Gilmar Mendes. Apelidado de “Gilmarpalooza”, o evento ocorre entre os dias 1 e 3 de junho, na Faculdade de Direito da Universidade de Lisboa, em Portugal.

Com o tema “Nova Ordem Internacional, Tecnologia e Soberania: Desafios Democráticos, Econômicos e Sociais”, o encontro acadêmico tem a presença confirmada dos presidentes da Câmara dos Deputados, Hugo Motta (Republicanos-PB), e do Senado Federal, Davi Alcolumbre (União Brasil-AP). A comitiva brasileira conta ainda com o procurador-geral da República, Paulo Gonet, o ex-presidente Michel Temer, além de governadores como o de São Paulo, Tarcísio de Freitas (Republicanos-SP) e o do Rio Grande do Sul, Eduardo Leite (PSD-RS).

No plano legislativo, os senadores Dr. Hiran (PP-RR), Wellington Fagundes (PL-MT), Weverton (PDT-MA) e a senadora Professora Dorinha Seabra (União-TO) aprovaram um requerimento para a realização de uma sessão no Senado de debates temáticos destinada a discutir os impactos sociais, econômicos e produtivos da Proposta de Emenda à Constituição (PEC 221/2019) que extingue a escala 6×1, medida já aprovada na Câmara dos Deputados. A sessão para debates temáticos sobre o tema ainda não tem data, mas deve ser definida esta semana, conforme o Requerimento de Sessão de Debates Temáticos (RQS) 414/2026.

Na Câmara dos Deputados, as atividades concentram-se em algumas comissões. A Comissão de Finanças e Tributação (CFT) analisa na segunda-feira, 1° de junho, o Projeto de Lei Complementar 108/21, que altera o enquadramento do Microempreendedor Individual (MEI) e atualiza o teto de faturamento do Simples Nacional. Na mesma data, a Comissão Externa sobre Danos Causados pelas Enchentes no Rio Grande do Sul (CEXCIRS) discute as diretrizes financeiras para a reconstrução da infraestrutura do estado.

No Judiciário, o STF pautou para o plenário virtual, entre os dias 6 e 7 de junho, o julgamento de cinco Ações Diretas de Inconstitucionalidade (ADIs) sobre as regras de partilha dos royalties do petróleo da camada pré-sal. As ações possuem relatoria da ministra Cármen Lúcia, que votou pela inconstitucionalidade dos novos critérios de distribuição de recursos, posição que suspendeu a aplicação da lei em decisão liminar anterior. O julgamento será retomado com a apresentação do voto de vista do ministro Flávio Dino.

Estão na agenda da semana de 01 a 07 de junho:

DIREITOS HUMANOS

  • Câmara
    • Violência sexual infantojuvenil (CEXEXPLO, 02/06, 14h): Comissão interativa examina mecanismos de prevenção e políticas públicas de enfrentamento ao abuso e exploração sexual de menores.
    • Combate e Prevenção ao Feminicídio e Transfeminicídio (CSPCCO, 02/06, 14h): Votação em bloco na Comissão de Segurança Pública de propostas de proteção à mulher.
  • Senado
    • Apoio às vítimas e testemunhas (PROVITA) (CSP, 02/06, 14h): Avaliação técnica dos critérios legais de inclusão e proteção de testemunhas sob risco frente às realidades de segurança em 2026.

ECONOMIA

  • Câmara
    • Novo enquadramento do MEI (PLP10821, 01/06, 10h): Discussão sobre o projeto que atualiza o teto de faturamento do Microempreendedor Individual e os limites do Simples Nacional.
    • Fundo Constitucional do Sul e Repasses do FPM (CEFPM, 01/06, 10h): Comissão Especial debate o parecer da PEC 231/19, que altera as regras tributárias para criar o Fundo Constitucional do Sul e elevar os percentuais de repasse ao Fundo de Participação dos Municípios.

MEIO AMBIENTE

  • Câmara
    • Retomada econômica do Rio Grande do Sul (CEXCIRS, 01/06, 13h30): Comissão debate planos de prevenção contra enchentes e estratégias financeiras para reerguer a infraestrutura gaúcha.
    • Transparência e Classificação de Materiais Plásticos (CICS, 02/06, 15h): A proposta institui a Política Nacional de Transparência sobre Materiais Plásticos e exige a classificação obrigatória de plásticos comerciais com a divulgação de riscos à saúde e ao ecossistema.
  • Senado
    • Regulação de minerais críticos no Brasil (CRE, 02/06, 9h30): Debate sobre políticas de mineração e os desdobramentos geopolíticos globais das diretrizes brasileiras sobre minerais estratégicos.
  • STF
    • Redistribuição dos Royalties do Petróleo (ADIs 4916, 4917, 4918, 4920 e 5038, 06/06 e 07/06, 14h): Sob relatoria da ministra Cármen Lúcia e com voto de vista do ministro Flávio Dino, a Corte analisa a constitucionalidade das regras de partilha dos recursos do pré-sal entre estados e municípios.

POLÍTICA

  • Câmara
    • Legislação Penal e Sanções contra Organizações Criminosas (CSPCCO, 02/06, 14h): Deliberação de projetos de lei ordinária voltados ao Código Penal e regulação de segurança.
    • Esclarecimentos do Ministro de Minas e Energia (CME, 02/06, 10h): Alexandre Silveira presta depoimento convocado pela comissão para explicar as diretrizes e contratos vigentes do setor energético.
  • Senado
    • Comunicação Social nas Eleições de 2026 (CCS, 01/06, 09h30): Audiência pública fixa os parâmetros de fiscalização e o papel da imprensa e das redes no próximo pleito geral.

EDUCAÇÃO

  • Câmara
    • Reajuste na Alimentação Escolar (PNAE) (CDHMIR, 02/06, 10h): Audiência pública para debater a necessidade de um gatilho de reajuste automático anual nos repasses da merenda escolar.
    • Acolhimento de Crianças com Autismo (TEA) em Recreações (CICS, 02/06, 15h): Discussão e votação do PL 6564/2025 na Comissão de Indústria, Comércio e Serviços, que estabelece a obrigatoriedade de profissionais capacitados para o atendimento de crianças com Transtorno do Espectro Autista em estabelecimentos com áreas de lazer infantil.

SAÚDE

  • Câmara
    • Apresentação do Atlas Mundial da Obesidade (CDHMIR, 03/06, 16h): Audiência pública analisa os dados epidemiológicos do relatório de 2026 e discute o avanço de doenças crônicas no país.

Agenda da semana da Pública é um serviço apresentado aos leitores, concebido com base nas informações dos portais da Câmara, Senado e STF.

  •  

Gaza: “Moralmente, a gente saiu intacto”, diz pediatra brasileiro sobre tortura por Israel

A Marinha de Israel atacou ilegalmente, em águas internacionais, navios em missão humanitária que tentavam romper o bloqueio à Faixa de Gaza no dia 18 de maio. A ação resultou na apreensão dos barcos da Flotilha Global Sumud e no sequestro de ativistas de diversos países, incluindo o Brasil.

O médico pediatra Cássio Pelegrini, que atua no atendimento a imigrantes em São Paulo, era um dos integrantes da flotilha. Pelegrini é o entrevistado do Pauta Pública desta semana e faz um relato detalhado do horror físico e psicológico vivido nas mãos dos militares israelenses, incluindo momentos de espancamentos, choques, privação de água e exposição ao frio e ao calor.

No relato a Andrea Dip, o médico relembra as cenas de tortura e violência sexual, alguns confirmados por manifestações do próprio ministro de Segurança Nacional de Israel, que chegou a divulgar em seu perfil nas redes sociais vídeos de ativistas amarrados e ajoelhados, com a legenda “bem-vindos a Israel”.

Pelegrini diz que os ativistas seguem firmes no apoio ao povo palestino: “eles fraturaram muitos corpos e foram violentos com a gente psicologicamente, mas em nenhum momento tivemos dúvida de que era o correto estar ali. Então, moralmente, a gente saiu intacto”, afirma.

Leia o relato e ouça o podcast completo:

EP 218 Dias de horror nas mãos de Israel: um relato em primeira pessoa – com Cássio Pelegrini

29 de maio de 2026 · Médico relata como foi o sequestro dos ativistas da missão humanitária que tentava levar ajuda para a Faixa de Gaza

0:00 -:–

Cássio, você era um dos integrantes da Flotilha Global Sumud e acabou de voltar para o Brasil. Poderia dizer o que aconteceu nesses dias?

Eu estava a bordo do Cabo Blanco, o penúltimo barco a ser interceptado. A gente estava a 89 milhas náuticas da costa de Gaza. Eram três navios-prisão. No nosso caso, a gente foi interceptado no segundo dia e eles foram mais violentos com os ativistas. Antes de ser levado para o navio-prisão, a gente foi levado para um navio de guerra. Esse navio de guerra se aproximou do nosso barco, muito próximo.

A gente estava com medo que eles fossem atropelar o nosso barco. E depois os soldados apareceram no bote, chegaram próximo da gente, pediram para a gente ir para a parte dianteira do barco. Foi difícil, porque o navio de guerra faz muitas ondas ali no mar.

Então, fomos levados até esse navio. Chegando lá, fomos vendados. A gente permaneceu cinco horas vendados ali, ajoelhados. E começou a tortura psicológica.

Gritavam com a gente, nos chamavam de terroristas, perguntavam quanto a gente tinha recebido de dinheiro para fazer parte da flotilha, faziam sons de sirene, ligavam e desligavam a sirene, cantavam músicas, davam risada, jogavam cheiros, perfume…

Tinha uma senhora turca, que não falava nenhum outro idioma além do turco, e com algum problema de saúde começou a gritar. E eles foram muito violentos com ela ali naquele momento também. Depois dessas cinco horas, eles botaram a gente num outro bote pra levar pro navio-prisão. E aí, nesse navio-prisão, foi feita uma verificação de passaporte.

Quando eu mostrei meu passaporte brasileiro, eles disseram que iam me tratar como Tiago Ávila, que é outro ativista da flotilha. E fui levado para uma sala escura. Pediram para eu sentar e, assim que eu me sentei, cinco soldados começaram a me dar golpes com arma. Eu senti minha costela quebrar nesse momento e levantei, meio que instintivamente. Eles me fizeram sentar novamente e me bateram mais tempo. Depois me fizeram tirar toda a roupa. Eu senti muito medo, porque a gente sabe que os sionistas usam estupro como arma de guerra.

Molharam minha roupa e me fizeram vestir. Estava muito frio. Eu fui jogado para dentro do quadrado de contêineres que formava um navio-prisão. Uma companheira me reconheceu e eu falei para ela: “Estou com a costela fraturada”. E aí ela me disse: “Várias pessoas aqui já estão com fraturas”. Eles já estavam lá desde o dia anterior. Eu não sabia exatamente onde eu estava, eu estava em choque, então eu imaginava que a gente estava em alguma parte interna do navio. Só no outro dia que eu consegui ver que a gente estava a céu aberto.

Durante a noite, eles entraram, jogaram bomba de fumaça, bomba sonora, alvejaram o pé de um ativista, que fraturou o tornozelo e ainda está internado. Eles ligavam luzes, apontavam laser de arma com munição letal contra nós. Éramos 188 pessoas nesse navio-prisão, distribuídas em três contêineres. Não tinha espaço para as pessoas dormirem.

Também a gente não encontrava posição, e quando alguém precisava ir ao banheiro, acabávamos pisando uns sobre os outros.

No dia seguinte, quando amanheceu, eu e outros médicos que estavam lá, começamos a contar o número de incidentes para, assim que a gente tivesse contato com nossos advogados, pudéssemos informar. Então, só naquele navio-prisão, a gente contou 35 fraturas, 22 lesões por taser [arma de eletrochoque] na região cefálica [cabeça] e do pescoço, e também 10 casos de violência sexual.

Ao amanhecer, fomos colocados ajoelhados sob o sol durante quatro horas e eles tocaram o hino de Israel 72 vezes, a gente contou. Algumas pessoas passaram mal. A gente não sabia para onde a gente estava ou para onde estávamos indo. Fomos sendo retirados ali, em grupos de dez, para uma parte próxima do porto de Ashdod [Israel].

No porto, havia duas tendas: uma menor e uma grande. Quando eu passei na tenda menor, outra sessão de espancamento. Eu gritei que eu estava com a costela fraturada, mas eles continuaram batendo ainda assim. Fomos separados em grupos menores dentro da tenda grande, colocados em posição de estresse, com as mãos atadas por um zip muito apertado, que cortava a circulação das nossas pernas. Eu não conseguia sentir meus pés. Ao mesmo tempo, eles falavam pra gente não se mexer.

Eu tinha medo de qualquer movimento pudesse ser um motivo para eu ser selecionado, porque pouco tempo depois, eles começaram a retirar pessoas desses grupos menores e aí levavam para a violência física e também para violência sexual. Eu consegui ouvir o som das pessoas sendo estupradas muito perto de mim. E a gente ficou ali umas três horas.

Acho que essa é uma das cenas também que aparece no vídeo que o Itamar Ben-Gvir divulgou. Na verdade, o vídeo mostra a gente em posição de estresse. Eu acho que tem um frame ali daquele vídeo que aparece uma ativista com a calça abaixada, a calcinha aparece, mas o pior mesmo não aparece ali.

Depois, eu fui deixado na mão da polícia israelense. Cada ativista era acompanhado por um policial. O policial oferecia esse ziplock [algema plástica] que estava prendendo minhas mãos para outros policiais, para eles puxarem e deixarem mais apertado.

Eu estava sendo carregado quase ajoelhado, tinha que andar rápido e ele ia golpeando minhas costas. Às vezes acariciava minhas costas e me obrigava a falar frases em hebraico, que eu não sabia o que era. Chamava os colegas para me ver falando essas frases em hebraico.

A gente foi deixado ali no porto por bastante tempo, até que eu fiquei na frente de um delegado. Eu pedi para falar com um advogado. E tinha um grupo de advogados que defendia os ativistas ali, e eles estavam ocupados tentando cuidar de todos. Como ele demorou para vir me atender, eles simplesmente começaram a me fazer perguntas em hebraico e eu sempre repetia que precisava falar com o meu advogado, que precisava da presença do consulado e que eu precisava de atendimento médico, porque eu estava com a costela fraturada. Mas eles preencheram um formulário e me entregaram para ir para a prisão.

Fomos colocados em um ônibus-prisão, que é uma espécie de camburão, numa cela muito pequena. Não tinha espaço para os joelhos, tinha duas caixas de escuta, então a gente era, imagino, que gravado ali. Cabiam duas pessoas em cada celazinha. Eu estava ali com um companheiro que eu já conhecia, da Grécia. Dava pra ouvir cachorros latindo lá fora, ouvir pessoas gritando. A todo momento a gente não sabia para onde estávamos indo. A gente só imaginava pelo histórico do que aconteceu nas outras flotilhas.

Demorou muito tempo para chegar na prisão, que era bastante longe de Ashdod.

Depois eu fiquei sabendo que era a prisão de Tsukiyomi. Chegando na prisão, fui espancado novamente pelos guardas. A gente passou por verificação de passaporte, inscrição na prisão. Fizeram a gente ficar nu de novo. Deram uma roupa quente pra gente. Fazia muito calor.

Passamos por uma espécie de avaliação médica que, na verdade, era pura formalidade. A gente ficava na frente dos profissionais de saúde que escreviam. Mesmo com a costela fraturada, fizeram fotos só do meu tórax e aparecem nos registros de lá as minhas lesões nas costas.

Depois, a gente foi levado para um local com uma tela em que apareciam cenas de pessoas sendo decapitadas, pessoas sofrendo violência física. Eles obrigavam a gente a assistir aquilo e ficavam chamando a gente de terrorista, dizendo que eles eram nossos amigos do Hamas.

Depois, a gente ficou um tempo aguardando numa cela muito pequena. Eram 13 pessoas numa cela de talvez cinco metros quadrados. Não tinha banheiro.

E eu comecei a examinar alguns companheiros que estavam ali, a identificar as fraturas de costela. Tinha muitas pessoas em greve de fome, em greve de sede também. Muita gente desidratada.

Depois, a gente foi levado para uma cela maior. Eram 29 pessoas, mas não tinha cama para todo mundo, muitas pessoas dormiram no chão. Tinha poeira, rato, não tinha banheiro, não tinha água. Então, esse dia todo, a gente teve privação de água. E no navio-prisão, eles ofereceram um pão congelado que a gente usava a temperatura do pão para colocar em cima dos ferimentos das contusões para aliviar um pouco a dor.

No dia seguinte, a gente foi algemado novamente nas mãos e nos pés. Eles corriam com a gente para machucar os pés e seguravam a algema junto com o cabelo, a gente ficava com a mão próxima da cabeça. O tempo todo, violência psicológica. [Eles eram] muito agressivos verbalmente. Eles usavam uma tática de dar instruções. Às vezes falavam para você sentar ao mesmo tempo que falavam para você se levantar. E isso gerava insegurança, um medo de punição e aumentava o estresse.

A gente foi colocado com esse moletom quente dentro do camburão novamente.

Ficou estacionado ali umas duas horas. Depois de um tempo começou a se movimentar e a gente, pelo meio do deserto, não sabia para onde estava indo. Eu imaginei que a gente pudesse estar indo para algum tipo de tribunal, ou que a gente tivesse algum acesso ao advogado. Só quando eu consegui ver por uma fresta do ônibus a palavra “aeroporto” [foi] que eu entendi que a gente possivelmente ia ser deportado.

Fomos colocados dentro de um avião. Quem informou para onde estávamos indo foi a tripulação. Foi o primeiro momento de liberdade. Eu tava muito preocupado, porque eu ouvia as pessoas sofrendo violência sexual. Então eu pedi pra tripulação poder usar o rádio pra dar uma mensagem. Eu instruí que quem tinha passado por violência sexual, assim que chegasse no destino, fosse ir para o hospital para começar a tomar as profilaxias.

A gente chegou em Istambul. Foram 67 pessoas para o hospital, 12 internações e os mais diversos tipos de lesões: traumatismo cranioencefálico, lesão de vértebra, lesão de nariz, pessoas que tiveram fratura de dente, fratura de costela, pneumotórax, contusão pulmonar, fratura de braço, fratura de tornozelo, rabdomiólise [destruição grave de fibras musculares que pode levar à sobrecarga de órgãos como rins e fígado] e fora o trauma, as pessoas com sintomas de estresse pós-traumático.

Isso me emociona porque eles fraturaram muitos corpos e foram violentos com a gente psicologicamente, mas em nenhum momento tivemos dúvida de que era o correto estar ali. Então, moralmente, a gente saiu intacto.

Eu ouço os relatos dos colegas e a lucidez com que eles falam da Palestina. E a gente sabe que, de fato, o nosso privilégio de passaporte estrangeiro, aquilo ia acabar em algum momento.

Nós temos 9 mil prisioneiros palestinos nesse momento. Quatrocentos são crianças.

Uma criança brasileira palestina morreu na prisão israelense com sinais de tortura física e a causa da morte foi desnutrição. Eles deixaram essa criança sem comida até a morte.

E até esse momento, a família ainda não teve o direito de velar o corpo de Walid Ahmad, que é cidadão brasileiro.

A gente tem também 400 profissionais de saúde presos em Gaza, presos na Palestina ocupada nesse momento. Uma voz, um rosto desses profissionais de saúde é um pediatra e diretor do hospital, que recusou a evacuar o hospital e deixar os seus pacientes para trás. Está preso há mais de 500 dias. E os relatos da família são parecidos: fraturas de costela, problemas de saúde, falta de atendimento médico e nenhuma acusação formal contra ele. Uma detenção ilegal.

  •  

Credere ancora nell’evidenza scientifica

Informazioni basate su dati empirici inducono una quota significativa di persone a rivedere le proprie convinzioni, anche in contesti caratterizzati da una forte polarizzazione politica. E l’orientamento ideologico di chi le trasmette conta poco.

L'articolo Credere ancora nell’evidenza scientifica proviene da Lavoce.info.

  •  

Comunidade Intermunicipal do Algarve confirma cortes de água de 70% na agricultura e 15% no consumo urbano

Análise às barragens concluiu que a água armazenada só deve chegar ao "final do verão" e o objetivo do plano de contingência é garantir que aguenta até "ao final do ano".

  •  
❌