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De Luca e la campagna “Cafoni zero”: dal moldavo coi “problemi di prostata” alle corse clandestine. “Ora rieduchiamo tutti”

Vincenzo De Luca torna stabilmente nel suo “laboratorio” salernitano e, come un vero “modesto artigiano della politica”, riprende in mano il megafono social. Nella sua consueta diretta Facebook del venerdì, il neo-sindaco (per tutti ancora “lo Sceriffo”) non risparmia nessuno, lanciando ufficialmente la nuova fase della sua storica campagna “Cafoni zero” per restituire lustro e decoro urbano a Salerno. Il primo bersaglio dell’ex presidente della Regione Campania è la ditta incaricata del rifacimento della segnaletica stradale. “Un’impresa non so se inadeguata o di malviventi”, tuona De Luca, denunciando che le strisce pedonali appena dipinte siano svanite dopo soli due giorni.”Questi pensano di fare le strisce non con la vernice resistente, ma con il latte scremato – commenta sarcasticamente – Cari ragazzi, non va bene, sono cattive abitudini che avete maturato in questi anni, di cui dovete liberarvi”. Per evitare nuovi “ingolfamenti” nel traffico, il sindaco avverte di aver già dato disposizione affinché questi lavori vengano eseguiti tassativamente di notte, promettendo controlli rigorosi sui materiali per evitare truffe.

La battaglia contro la “cafoneria” tocca apici di sdegno, quando l’ex presidente campano racconta l’episodio di “un giovanotto extracomunitario, forse moldavo”, sorpreso a esibirsi in atti osceni nei giardini di Piazza San Francesco in pieno giorno: “Dopo essersi stravaccato, non so se già ubriaco a prima mattina o meno, essendo stimolato credo da problemi di prostata, ha ritenuto di andare allegramente nei giardini in mattinata, nei giardini ad esibirsi. Bene, lo abbiamo denunciato, abbiamo fatto il decreto di espulsione, vediamo se lo rincontriamo per strada”.

Non c’è pace neppure per gli “imbecilli” e gli “idioti” che alle due di notte disturbano il sonno dei residenti con corse folli di moto dalle “marmitte sfondate”. La ricetta del sindaco contro le corse clandestine è chiara: blocchi stradali notturni, denuncia dei centauri e sequestro immediato dei mezzi. “È bello farli camminare a piedi, così si attiva la circolazione”, aggiunge, sottolineando la necessità di “rieducare” i giovani a un piano di civiltà. “Rieducare è una cosa che serve per vivere meglio tutti quanti, niente di repressivo”, precisa De Luca.

Il pezzo forte della strategia del sindaco salernitano resta però la gestione della “movida cafona”, locuzione diventata celebre nella sua crociata contro chi violava le restrizioni durante la pandemia. L’obiettivo dichiarato è una città a “cafoni zero”, dove “l’ammuina” non sarà più consentita. Per trasformare le serate salernitane in momenti di “grande bellezza” e “qualità culturale”, l’amministrazione sta preparando un bando per artisti di strada, mimi, ritrattisti e giovani musicisti del conservatorio, a patto che non utilizzino “amplificazione, casse, rotture di scatole, cafonate nelle serate di movida”. L’idea è quella di un “lavoro di cesello” per creare piazze tematiche dedicate alla ceramica, alla moda e alla poesia, liberando finalmente Salerno dall’immagine di “sciatteria e degrado”. Per De Luca, infine, la sicurezza deve camminare insieme alla solidarietà, motivo per cui annuncia che per i lavori di piccola manutenzione come la pitturazione di ringhiere e dissuasori, verranno impiegati anche detenuti selezionati dal carcere di Salerno per ridare quotidianamente dignità alla città.

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Ennesima grana per Salvini: tutte le Regioni bocciano il Piano casa. “Rifinanziare contributo affitti e fondo per la morosità incolpevole”

Il Piano casa del governo Meloni, cavallo di battaglia di Matteo Salvini lungamente atteso e approvato in consiglio dei ministri un mese e mezzo fa, si arena davanti all‘opposizione delle Regioni. Che hanno ottenuto il rinvio del parere previsto in Conferenza Unificata per proseguire il confronto con Palazzo Chigi e i ministeri competenti. A pesare le risorse giudicate insufficienti, il mancato rifinanziamento del contributo affitti e del fondo per la morosità incolpevole e i poteri attribuiti al commissario straordinario, considerati eccessivamente invasivi rispetto alle competenze di Regioni e Comuni.

Il segnale politico è significativo perché, come ha sottolineato l’assessore umbro Fabio Barcaioli, nessuna Regione si è espressa a favore del provvedimento. Nel voto della Commissione Infrastrutture della Conferenza si sono registrate l’astensione di Lombardia e Abruzzo – a guida centrodestra – e la contrarietà di Emilia-Romagna, Toscana, Campania, Sardegna e Provincia autonoma di Bolzano. Il presidente, il leghista Massimiliano Fedriga, ha chiesto di conseguenza di rinviare l’esame del testo per tentare un’intesa con il governo sulle modifiche proposte.

Le contestazioni riguardano innanzitutto le risorse. Secondo le Regioni gli stanziamenti previsti non sono sufficienti a fronteggiare una crisi abitativa che negli ultimi anni si è aggravata in molte aree del Paese, soprattutto nelle grandi città e nei territori caratterizzati da forte pressione turistica. Tra le principali criticità anche l’assenza di rifinanziamenti per gli strumenti considerati essenziali per sostenere le famiglie in difficoltà. Un secondo nodo riguarda la governance del piano. Le Regioni contestano i poteri attribuiti al commissario straordinario incaricato di accelerare gli interventi. Secondo gli enti territoriali il rischio è che il nuovo assetto riduca il loro ruolo e quello dei Comuni, concentrando nelle mani della struttura commissariale funzioni che tradizionalmente appartengono alle amministrazioni locali.

Non a caso molte delle osservazioni formulate dalle Regioni coincidono con quelle avanzate nelle scorse settimane dall’Anci, che chiede maggior peso per i Comuni, una revisione dei poteri commissariali e una strategia maggiormente orientata al recupero del patrimonio pubblico inutilizzato e alla rigenerazione urbana nel tentativo di coniugare l’aumento dell’offerta abitativa con gli obiettivi di contenimento del consumo di suolo. Nella stessa giornata, tra l’altro, si è aperto un nuovo fronte tra governo e autonomie locali sulla classificazione dei Comuni montani. L’Anci ha chiesto di sospendere l’iter del Dpcm temendo l’esclusione di numerosi territori dai benefici previsti, mentre il ministro Roberto Calderoli ha respinto le critiche sostenendo che un rinvio bloccherebbe sia le agevolazioni previste dalla legge sia la ripartizione delle risorse del Fondo per lo sviluppo delle montagne italiane.

Il capogruppo del Partito democratico in Commissione Ambiente della Camera, Marco Simiani, ha parlato apertamente di una bocciatura, sottolineando come nessuna Regione abbia espresso parere favorevole. Secondo il parlamentare dem, le richieste avanzate dalle amministrazioni territoriali coincidono con gli emendamenti presentati dal Pd, a partire dall’aumento delle risorse per le politiche abitative e dal rifinanziamento dei fondi per affitti e morosità incolpevole.

Sulla stessa linea Alleanza Verdi e Sinistra e il Movimento 5 Stelle, che hanno interpretato il voto come la dimostrazione delle debolezze del provvedimento. Critiche sono arrivate anche dall’Unione Inquilini. Per la segretaria nazionale Silvia Paoluzzi, che chiede alla Commissione Ambiente della Camera di acquisire il parere espresso dalla Commissione infrastrutture, si tratta di una bocciatura “clamorosa” anche perché “segnala una criticità molto estesa e che coinvolge anche Regioni governate dalle destre”.

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Legge elettorale, le opposizioni chiedono di introdurre il voto fuorisede. The Good Lobby: “Bene, ora serve risposta stabile e concreta per milioni di elettori”

Introdurre in maniera definitiva il voto fuorisede alle elezioni Politiche, alle Europee e ai referendum. È quanto prevede un emendamento alla legge elettorale presentato congiuntamente da tutte le forze di opposizione. Si tratta di una delle 326 proposte emendative congiunte del centrosinistra (in totale gli emendamenti presentati sono stati oltre 770) che viene accolta positivamente dalle associazioni impegnate da anni nel riconoscimento del diritto di voto a distanza per i quasi 5 milioni di cittadini che vivono lontani dalla propria residenza per ragioni di studio, lavoro o salute. “È il segno della rilevanza che il diritto di voto fuori sede ha assunto nel dibattito pubblico e politico”, commenta Yari Russo, campaigner di The Good Lobby e rappresentante della Rete Voto FuoriSede.

Associazioni che nei mesi scorso hanno raccolto oltre 50mila firme per la proposta di legge di iniziativa popolare finalizzata a garantire pienamente il diritto di voto per chi vive lontano dal proprio Comune di residenza. “Negli ultimi mesi – spiega Russo – abbiamo intensificato le interlocuzioni con le forze parlamentari di maggioranza e opposizione, che sembrano dimostrare un consenso unanime sulla necessità di garantire il diritto di voto a distanza. Auspichiamo che ora si passi però dalle parole ai fatti, e che maggioranza e opposizione possano convergere su questo o su altri emendamenti per dare una risposta concreta e stabile a milioni di elettori fuorisede”.

Il voto fuorisede era stato sperimentato alle Europee del 2024 (ma solo per gli studenti), poi è stato replicato e ampliato anche ai lavoratori in occasione dei referendum su cittadinanza e lavoro del giugno del 2025. Ma per il referendum sulla Giustizia, governo e maggioranza hanno deciso di bloccare la sperimentazione. L’Italia – come ricordano le associazioni – è al momento l’unico Paese europeo, insieme alle più piccole isole di Malta e Cipro, a non disporre dell’importante strumento elettorale democratico del voto a distanza.

Il voto fuorisede è stata una delle principali richieste avanzate da associazioni e studenti nel corso le audizioni in commissione Affari Costituzionali alla Camera, con tanto di lezione da parte di una studentessa al deputato Fdi, Angelo Rossi, contrario al provvedimento (qui il video del botta e risposta). Nonostante questo, però, nel testo della riforma elettorale votato dalla maggioranza non c’è nessun riferimento al tema. Oggi però arriva l’emendamento delle opposizioni, ma per approvarlo saranno necessari i voti anche dei parlamentari di maggioranza.

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Macron annuncia il primo vertice bilaterale con Meloni: si terrà il 25 giugno ad Antibes e ci saranno 9 ministri

Si terrà il 25 giugno ad Antibes, in Costa Azzurra, il primo vertice intergovernativo tra Giorgia Meloni ed Emmanuel Macron. Si tratta del primo bilaterale di alto livello tra Italia e Francia da quando la presidente del Consiglio è a Palazzo Chigi ed è anche il primo dall’entrata in vigore del Trattato del Quirinale, firmato da Mario Draghi e Macron nel novembre del 2021 davanti al presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

L’ultimo vertice bilaterale tra i due governi si era tenuto a fine febbraio del 2020, pochi giorni prima del lockdown per la pandemia: Macron e l’allora premier Giuseppe Conte si erano incontrati a Napoli. Poi la tradizione si era interrotta. Le tensioni e il rapporto difficile tra il presidente francese e la premier Meloni hanno reso complessa l’organizzazione del nuovo summit. Ma alla fine è arrivato l’annuncio dell’Eliseo. Al vertice prenderanno parte anche “9 ministri da una parte e dall’altra”, una sorta di Consiglio dei ministri congiunto fra Italia e Francia.

“Questo vertice – sottolinea Parigi -permetterà di approfondire la cooperazione franco-italiana in molti settori strategici, in particolare la difesa, lo spazio, l’energia e le infrastrutture”. Secondo quanto trapela, il principale argomento del bilaterale dovrebbe essere il via libera al cosiddetto progetto Bromo, una joint venture strategica siglata tra Leonardo, Airbus e la francese Thales. A margine si terrà un “Business forum franco-italiano” e una visita alla sede di Thales Alenia Space, società franco-italiana, a Cannes, ha precisato l’Eliseo. La presidenza francese riferisce inoltre che Macron e Meloni “si confronteranno anche sui grandi temi europei e internazionali e discuteranno i modi per rafforzare i legami tra le società civili francese e italiana, in particolare attraverso i giovani e la cultura“.

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Scontro social Meloni-Conte. “Video dell’Aula con il mio volto è una fake news, ero al Quirinale”. “Era per contestualizzare, la butta in caciara”

Botta e risposta social tra Giorgia Meloni e Giuseppe Conte. La premier ha risposto a un post pubblicato su X dal leader del Movimento 5 stelle, accusandolo di diffondere fake news. Nel post Conte pubblicava un breve taglio del suo intervento di ieri alla Camera dopo le comunicazioni della presidente della premier in vista del Consiglio Ue. Un video montato con, in controcampo, per pochi secondi, il volto della presidente del Consiglio che però in quel momento non era presente in Aula.

“Mi spiega come avete fatto a montare mie espressioni sul video del suo intervento, considerato che in quel momento io ero al Quirinale e quindi non in Parlamento? Lo chiarisco solo per ricordare a tutti quanto la vostra politica si fondi su mistificazioni della realtà e fake news”, ha attaccato Meloni commentando la clip.

Poco dopo la controreplica di Conte, sempre via social, che chiarisce il perché della scelta. “Non avrei mai immaginato che tra crollo del potere d’acquisto, Italia fanalino di coda sulla crescita, stazioni di carburante come gioiellerie, inchieste per corruzione e 13 miliardi bloccati sul Ponte, riuscisse a trovare il tempo per seguire i miei social e aggiornarsi sui i miei post”, risponde Conte.

Per poi proseguire: “Mi sorprende, peraltro, che l’unica sua premura sia stata di segnalare che nel mio video compare il suo viso, quando in realtà lei si era allontanata, e non ha potuto seguire in diretta il mio intervento che ho fatto dopo le sue comunicazioni, quando era tenuta ad ascoltare non solo gli interventi di maggioranza ma anche di opposizione“. L’ex premier quindi ammette il montaggio del video, sottolineando però che è “servito a ‘contestualizzare’ il mio intervento, a precisare che quelle domande e richieste di chiarimenti erano rivolte a lei”. “Sono domande e richieste che avanzano milioni di cittadini, famiglie e imprese che sono in difficoltà e gradirebbero risposte da lei – prosegue ancora il leader M5s – Risposte però anche ancora oggi, dopo quasi 4 anni di governo, non arrivano. E non arrivano perché non sa che dire, non ha ricette, non ha soluzioni”. Ecco quindi, affonda Conte, “che impiega il tempo sui miei social alla ricerca di distrazioni e diversivi che la facciano passare per vittima. Tutto torna utile, purché non si affrontino le priorità e le urgenze dei cittadini. Insomma, tutto fa brodo per buttarla in ‘caciara’“.

“Se si appassiona nel seguire i miei video, a quando un confronto serio sulle questioni urgenti che pongo e che gli italiani pongono insieme a me alla sua attenzione?”, conclude Conte.

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Bersani a La7: “Meloni piange i bambini nel bosco e tace su 17mila bambini ammazzati a Gaza. La sinistra reagisca”

A distanza di quasi due anni dalla querela subita, Pier Luigi Bersani torna a misurarsi con Roberto Vannacci e con le sue tesi più controverse. L’ex segretario del Pd, ospite di Otto e mezzo (La7), ricostruisce brevemente la vicenda giudiziaria che lo ha visto contrapposto al leader di Futuro Nazionale, trasformando l’intervento in una riflessione più ampia sulla necessità di una “battaglia delle idee” nel Paese.

Vannacci mi querelò – esordisce Bersani – e la magistratura sciolse l’enigma ritenendo che io avessi fatto una similitudine, non una metafora: una sentenza raffinatissima”. La similitudine contestata, e poi giudicata legittima dai giudici, era questa: “Così come sarebbe disdicevole dare del coglione a un generale, altrettanto disdicevole sarebbe dare della normale a un omosessuale”. Una provocazione che, secondo l’ex ministro, metteva in luce l’assurdità di considerare l’omosessualità come una devianza dalla norma.

Vannacci, prosegue Bersani, “come anche ieri, cerca di salvarsi in corner, trovandosi l’alibi del vocabolario, lo “Zingaretti” là”. Il riferimento è ironico e allude alla gaffe commessa da Vannacci la sera precedente nello stesso studio, quando aveva parlato di “dizionario Zingaretti” invece di “Zingarelli”. Bersani non nasconde il sarcasmo: “Io gli consiglio di trovare un alibi più forte parlando di “finocchi”, perché troverà sul dizionario la definizione seguente: “erbaceo di cultura mediterranea”. Lui pensa che siamo tutti qua dei bambini deficienti“. Ma oltre il dettaglio lessicale, Bersani avverte che le parole di Vannacci sui gay non vanno sottovalutate: “Quando uno dice “i gusti degli omosessuali” sta rimuovendo decenni di cultura diffusa che ha portato a dire che l’omosessualità è una condizione, non è un gusto. Perché se tiri la parola gusto, guarda che puoi arrivare lontano”.

Poi rivolge un richiamo severo alla sinistra: “In questi anni, quando abbiamo sentito delle enormità al bar, non abbiamo reagito. E prima dei fatti vengono le idee, perché non ci sarebbe Trump se non ci fosse l’ideologia Maga, e non ci sarebbe stato neanche Mussolini se Marinetti dieci anni prima non avesse detto che la guerra è la sola igiene dei popoli“.
Per questo, oggi “ci vuole una battaglia delle idee, e c’è Vannacci che ce le rende chiare”. Idee, sottolinea, “radicate in tantissime parti in questo paese, che propongono la gerarchia fra gli esseri umani, uno sopra l’altro sotto” e che vanno combattute con determinazione.

La riflessione di Bersani si chiude con una stoccata alla presidente del Consiglio e alla destra di governo: “La Meloni si commuove per i bambini nel bosco e non dice nulla di 17mila bambini ammazzati a Gaza”. Per l’ex leader del Pd è arrivato il momento di svegliarsi: “Noi dobbiamo reagire a questa cosa qui, è ora di una battaglia delle idee. Poi il resto lo si vede”.

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Travaglio a La7: “Vannacci? Sui gay parla come il disadattato al quinto grappino al bar. E ci sono boccaloni che gli credono”

“Le dichiarazioni di Vannacci sui gay? Ti scioccano esattamente come quando vai al bar e c’è il disadattato al quinto grappino che dice le stesse cose, con l’aggravante che questo è europarlamentare e leader di un partito”. Così a Otto e mezzo (La7) il direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, risponde alla conduttrice Lilli Gruber che definisce “scioccanti” le frasi pronunciate dal leader di Futuro Nazionale nella puntata precedente del talk show politico (“Se fossi gay, non accamperei diritti. I gay in Italia hanno tutti i diritti: se vanno all’ospedale li curano, possono guidare, se vanno a scuola ricevono insegnamento”).

Travaglio osserva: “Se Vannacci pensa di convincere gli italiani a votarlo perché il loro principale problema è che i gay, oltre a guidare la macchina, vorrebbero anche altri diritti, credo che ne prenderà pochi di voti. I problemi degli italiani in questo momento non sono più nemmeno quelli dell’immigrazione, perché sono stati scavalcati da urgenze sociali e salariali, per quelli che hanno la fortuna di avere un lavoro naturalmente – continua – C’è un problema di redistribuzione e di diseguaglianze. C’è la gente che urla di smetterla di comprare armi e di mandarle all’Ucraina, che vuole che il governo si occupi di sanità, di scuola, di investimenti, di creare posti di lavoro, di opere utili al posto delle opere inutili. E su tutto questo vedo un po’ sguarnito Vannacci“.

Il direttore del Fatto spiega i motivi del successo di Vannacci nella destra: “Intanto, è nuovo, mentre gli altri sono logori. E soprattutto non ha responsabilità di governo, quindi non deve confrontarsi né con le normative europee, né con le leggi italiane, né con la Costituzione italiana. Può parlare come se fosse al bar finché è in questa posizione. La remigrazione? Noi ci spaventiamo di questa parola, ma non è altro che l’espatrio e l’espulsione, previsti dalla nostra legge e da tutte le leggi europee fin dalla Turco-Napolitano“.

Ma sottolinea: “Il problema è che non c’è mai riuscito nessuno, perché è come svuotare il mare col cucchiaino: ci vogliono troppi soldi, troppi charter, troppi agenti, troppi accordi con i paesi d’origine che non vogliono riprendere indietro i migranti. Possibile mai che tutti i governi di centro, di destra, di sinistra, tecnici, non tecnici, di sopra e di sotto, ci hanno provato e non ci sono riusciti e arriva lui che ci riesce? – sottolinea – Vannacci cita Trump, ma non c’è mica il mar Mediterraneo tra gli Stati Uniti e il Messico.I paesi del Centro America hanno un rapporto di vassallaggio col padrone americano, non è certo lo stesso rapporto che c’è fra l’Italia e tutti i paesi da cui provengono i nostri migranti”.

Travaglio ribadisce:. “Il problema è metterlo di fronte alle responsabilità se, mi auguro di no, e quando le avrà. C’è una quota di boccaloni di stomaco piuttosto forte, che sono disposti a pensare che il problema è perché non c’è Vannacci al posto della Meloni. Ma è la remigrazione è come ‘i porti chiusi’ o il blocco navale o i Cpr in Albania. Le abbiamo viste provare tutte, non hanno funzionato. Sarà perché la Meloni è diventata di sinistra e buonista o perché non si può? Questo è il tema. Per cui Vannacci in questo momento è fortunato: non governa. E siamo fortunati anche noi“.

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Renzi scatenato contro Meloni: “Lei è diventata lady tax. Sotto ai suoi video va messa la scritta ‘contiene fake news'”

Duro intervento di Matteo Renzi in Aula al Senato durante la discussione generale sulle comunicazioni della premier Giorgia Meloni in vista del Consiglio europeo. “Noi siamo d’accordo con la presidente, quando c’è un video che contiene una fake news o un’immagine falsa è giusto dirlo. Ma non sarà il caso di mettere alcune di queste diciture anche su alcune sue dichiarazioni dell’ultimo periodo?”, esordisce il leader di Italia Viva.

La prima “fake” analizzata da Renzi è quella sulla pressione fiscale del governo Meloni, mai così alta dal post governo Monti. “C’è un video che circola, dice che con lei la pressione fiscale scenderà al 40% in Costituzione. La realtà è che oggi con lei è a livelli record. Riprendiamo questo video e ci mettiamo la dicitura ‘questo video contiene fake news’? – attacca Renzi – Perché lei è diventata nel giro di tre anni lady tax?”.

“Quando ci dice che con questo governo ora incidiamo, dobbiamo mettere la dicitura fake news o semplicemente state cercando di barcamenarvi su un posizionamento politico che, orfano del ponte di Trump, non vi fa più trovare a casa?”, affonda ancora Renzi. “Dovete smetterla con questa narrazione per cui da quando ci siete voi è cambiato il mondo”, si infervora l’ex premier, sottolineando infine l’ultima fake news, quella sul discorso fatto alla Camera da Meloni.

Quindi Renzi conclude rimarcando i dissapori interni allo stesso centrodestra. “Chi sta dicendo che lei ha fallito sulla sicurezza non è questa parte politica, è Vannacci – attacca – La novità politica di oggi è che lei è attaccata da destra. E ci sono due mozioni nell’ambito del centrodestra perché questa è la rottura politica”.

Video Youtube Matteo Renzi

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Peter Gomez: “Il Fatto cresce del 19% perché diciamo ai lettori quello che qualcuno non vuole che si sappia”

Ospite di Battitori liberi, su Radio Cusano, Peter Gomez, direttore de ilfattoquotidiano.it e di Fq Millennium, scatta una fotografia nitida, e per certi versi inquietante, dello stato della stampa in Italia: un’analisi che non riguarda solo i bilanci o le copie vendute, ma tocca le fondamenta stesse del pluralismo e della libertà di critica.

Alla constatazione amara del conduttore Savino Balzano, che esprime stupore nel vedere testate e giornalisti che, dopo la richiesta milionaria di Cipriani e Minetti, fanno quasi il tifo perché qualcuno riesca a far chiudere Il Fatto, Gomez individua due ragioni fondamentali: “Mentre il panorama editoriale arranca, ad aprile il nostro giornale ha registrato un aumento del 19% delle copie, risultando l’unica testata in crescita insieme a Il Giornale di Tommaso Cerno (+1,1%). Il secondo motivo di questo astio sta nel fatto che, per vari motivi, i quotidiani dipendono tutti più o meno dalla politica ormai o dalle istituzioni. Poi probabilmente non saremo simpatici a tutti, però io credo che queste siano le due ragioni principali”.

Secondo il direttore, il segreto di questo successo è banale quanto rivoluzionario: “Il nostro giornale ha aumentato le copie non solo in virtù delle sue prese di posizioni diverse rispetto alla gran parte della stampa sulla Palestina e sulla guerra tra Russia e Ucraina, ma soprattutto in virtù dell’unico segreto per vendere i giornali: dire alle persone qualcosa che non sanno. Qualcosa che qualcuno non vuole che si sappia“. Una missione che oggi sembra diventata un’anomalia in un mercato dove i quotidiani appaiono “generalmente tutti uguali”.

Gomez ricorda che l’autonomia editoriale del Fatto Quotidiano è resa possibile da un modello economico che, con orgoglio, rifiuta il cordone ombelicale dello Stato: nonostante un bilancio complesso dovuto all’incremento dei costi del personale, la società ha scelto di tutelare ogni singolo dipendente. “Al contrario di gran parte dei giornali – sottolinea Gomez – abbiamo deciso di non dichiarare lo stato di crisi, quindi di non mandare via nessuno e di non ridurre l’orario di lavoro”. In un momento di incertezza, la testata aveva inizialmente inoltrato la richiesta per accedere al contributo di 10 centesimi a copia previsto per legge, ma una volta ottenuta l’approvazione ufficiale, è arrivato il rifiuto: “Quando da Palazzo Chigi ci hanno comunicato che eravamo stati ammessi, abbiamo detto di no. È una questione di coerenza“.

Una scelta che Gomez rivendica con forza, lanciando una frecciata ai sedicenti campioni del libero mercato che sopravvivono solo grazie ai sussidi: “In questo Paese, molti di quelli che predicano il neoliberismo e sostengono che il costo del lavoro sia troppo alto vivono di fondi pubblici, fondazioni o cooperative. Sono tutti liberali alle vongole. Noi siamo liberali, ma certamente non siamo alle vongole“.

Tuttavia, il prezzo del dissenso in Italia si paga con la moneta della delegittimazione. A Balzano che ricorda con sarcasmo le inchieste “risibili” volte a dimostrare un fantomatico finanziamento putiniano dietro le posizioni del giornale sulla guerra in Ucraina, Gomez ribadisce che il clima è diventato tossico: “Quello che non si accetta più è che ci sia gente che ha opinioni diverse semplicemente perché la pensa così. Evidentemente c’è tanta di quella gente che è pagata in qualche modo dall’altra parte, che pare impossibile che questo avvenga”.

Il direttore del Fatto online cita gli attacchi scomposti alla testata sul racconto dei massacri a Gaza. Pur ribadendo il diritto di Israele a reagire dopo l’orrore del 7 ottobre, Gomez ha denunciato il superamento di ogni limite umanitario: “Già dopo un mese ci siamo resi conto che quella reazione era spropositata: non era più giustizia, era vendetta“. Per questa analisi, il direttore è stato marchiato con l’infamia di essere “filo-Hamas”, un esempio plastico di una strategia volta a silenziare il dibattito: “Si viene associati a terroristi o dittatori solo perché si hanno opinioni diverse basate su analisi dei fatti differenti. Ma questa non è democrazia, perché la democrazia vive di confronto”

In ultima analisi, Gomez punta il dito contro la crisi d’identità della professione, stigmatizzando i troppi colleghi che passano con disinvoltura dal giornalismo ai ruoli di portavoce politico: “Noi giornalisti, un po’ come si dice dei magistrati, non dobbiamo essere solo indipendenti. Dobbiamo anche apparire tali”. La chiusura è affidata a un monito di Paul Valéry, che fotografa perfettamente la barbarie del dibattito pubblico attuale: “Quando non puoi attaccare il ragionamento, attacchi il ragionatore“.

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Conte attacca Meloni: “Non partecipa più ai summit europei, non può fare una fuga alla Schettino”

“Meloni non si affaccia più ai summit europei, non si è presentata a quello in Montenegro, perché, cosa doveva fare? Stentavo a crederci: doveva presentare un francobollo. Poi il vertice di Londra con Francia, Germania e Regno Unito non siamo stati invitati. In queste ore adesso si è consumato un incontro degli ambasciatori di questi Paesi in Russia a Mosca, ma dico almeno vi hanno avvertito?”. Così il presidente del Movimento 5 stelle, Giuseppe Conte, durante le dichiarazioni di voto dopo le comunicazioni della presidente del Consiglio Giorgia Meloni prima del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno.

“Ormai non contiamo proprio più, non ci siamo più. Ma cosa fate, gli offesi? Non può fare l’offesa perché fino all’ultimo giorno dovete difendere l’interesse nazionale, non si può permettere una fuga alla Schettino“, attacca ancora Conte.

Il leader pentastellato parla anche di un post Meloni. “Ormai siete in campagna elettorale – dice ancora – FdI in particolare. Ma se questa è la campagna siete messi male, non ci spaventa. Fatevi sotto, non temiamo nulla”. E conclude: “Toccherà a noi rilanciare l’Italia, sappiamo come si fa”

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Polemiche sulle frasi di Silvestri (M5s): “Meloni non si è mai rialzata, ha cambiato ginocchiere”. Lei: “Mancato rispetto delle donne”

Polemiche per la dichiarazione del deputato M5s Francesco Silvestri che, nel corso del dibattito dopo le comunicazioni di Giorgia Meloni in vista del Consiglio europeo, l’ha accusata “di non aver raddrizzato la schiena nei confronti di Netanyahu e Trump”, ma “di aver semplicemente indossato delle ginocchiere per stare più comoda”. A lui ha replicato direttamente la premier: “Boldrini si è indignata perché il collega si rivolgeva alla sottoscritta dicendo ‘signor presidente’. Mi chiedo se questo sia davvero il punto del rispetto delle donne. O sia piuttosto quello di ascoltare un collega che mi dice che ho indossato delle ginocchiere. Collega Silvestri, quello che voi non riuscite ad accettare è che c’è una donna che è arrivata dove è arrivata senza mai indossare delle ginocchiere, senza favoritismi e senza scorciatoie. Vi dà fastidio che la prima donna presidente del Consiglio sia arrivata dalla destra perché voi non siete stati capaci di proporla”.

Le frasi di Silvestri hanno scatenato le proteste della maggioranza, ma hanno raccolto anche solidarietà tra le opposizioni. La vicepresidente dem della Camera Anna Ascani si è scusata con l’Aula: “Se avessi colto nelle parole di Silvestri il senso che poi è stato descritto sarei intervenuta”, ha detto. “Valuterà il collega se intervenire per chiarire quelle parole. Mi scuso per quello che è stato colto come una mia mancanza. Non ho colto questo senso e di questo mi scuso”.

Silvestri, intercettato in Transatlantico, ha chiesto di “non strumentalizzare le sue parole”: “Sono quattro anni che questo governo è inginocchiato a Trump e alla politica di Netanyahu: ecco spiegato l’arcano delle mie parole”, ha dichiarato. “Se poi qualcuno ha voluto trasformare l’accusa che ho rivolto ad una chiara postura politica in un atteggiamento sessista, allora c’è malafede al solo fine di strumentalizzare e nascondere la verità. Tra l’altro lo ha fatto non avendo nessuna contezza della mia storia politica né di quella del Movimento 5 Stelle. La mia cultura è diversa da quella di qualcun altro: io mi chiamo Silvestri e il mio cognome finisce con la I e non con la O”.

In sua difesa è intervenuto anche il capogruppo M5s Riccardo Ricciardi che ha ricordato l’indagine per violenza sessuale nei confronti del senatore Fi Silvestro. “Tra le fila della maggioranza milita il presidente di una commissione bicamerale, Francesco Silvestro, non Silvestri, accusato di molestie sessuali, il cui primo commento sulla vicenda è stato: io sono carino, lei è normale quindi è impossibile che sia accaduto quello di cui mi si accusa. Oggi, questa maggioranza prende a pretesto una frase del nostro Francesco Silvestri per inscenare un pietoso teatrino vittimistico, accusandolo di sessismo. Noi lo ribadiamo con forza perché detto centinaia di volte: la politica estera della presidente del Consiglio Meloni è stata completamente prona, succube, di Trump e Netanyahu. Avevano espresso la volontà di alzare la testa dopo il referendum, ma tutto ciò non è accaduto. Non sono d’accordo su un passaggio con Silvestri: questo governo non si inginocchia ma striscia“.

A Meloni ha risposto anche la dem Laura Boldrini: “La presidente del Consiglio non perde occasione per usare le istanze femministe a proprio uso e consumo, strumentalizzandole, anche nell’aula di Montecitorio. Sì, ho manifestato insofferenza quando il collega di Fdi continuava a dire “signor presidente” rivolgendosi a Giorgia Meloni perché considero ridicolo che una donna si faccia chiamare al maschile. Ridicolo e contrario alla grammatica italiana. Come considero deprecabile dire a una donna che ‘indossa le ginocchiere’ per rappresentarne la subordinazione politica a un uomo. Una frase, per altro, successivamente chiarita dal collega Silvestri. La difesa delle donne, signora Presidente, passa da molte cose”.

Presa di distanza anche dal leader di Azione Carlo Calenda: “Mi faccia dire, immagino anche da parte di tutte le opposizioni, che siamo lontani e indignati dalle cose dette alla Camera su ginocchiere o non ginocchiere”, ha dichiarato. Mentre Fratelli d’Italia chiede “si apra un’istruttoria”: “È vergognoso – ha stigmatizzato nel suo intervento Paolo Trancassini di FdI – dire che qualcuno dovrebbe mettersi le ginocchiere anziché alzare la testa, lo dico alle belle anime della sinistra: sapete perfettamente quando si dice a una donna che si debe mettere le ginocchire davanti a un uomo. Questo è un fatto vergognoso!”. Trancassini ha chiesto alla presidenza di intervenire: “mi auguro che si apra una istruttoria“. “Verificheremo assolutamente”, ha detto il presidente Lorenzo Fontana.

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Laura Ravetto (Futuro Nazionale) contro Meloni: “Questo governo ha tradito la fiducia degli elettori, smentite voi stessi”

“Noi non votiamo la fiducia al governo, non per fare un favore alla sinistra, ma perché questo governo ha tradito la fiducia degli elettori ed è chi tradisce il programma del centrodestra con cui è stato votato che fa un favore alla sinistra”. Così in Aula Laura Ravetto, deputata di Futuro Nazionale ex deputata leghista, ha attaccato Giorgia Meloni rispondendo alle parole della premier contro i vannacciani che aiuterebbero la sinistra non votando la fiducia al governo. “Il monito lo rivolga ai partiti alleati”, ha aggiunto Ravetto. “Pur di non darci ragione – ha sottolineato – e di non dare ragione a Vannacci state smentendo anche voi stessi”.

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Meloni attacca Fratoianni: “Ha preso contributi da Soros”. Bonelli sbotta: “Bugie inammissibili, ci aspettiamo le scuse”

Botta e risposta alla Camera tra Nicola Fratoianni di Avs, la premier Giorgia Meloni, e Angelo Bonelli. “Voi la patrimoniale l’avete fatta sul ceto medio, togliendo diritti e opportunità, aumentando il carico fiscale. Il punto sono le scelte politiche”, ha attaccato Fratoianni intervenendo in Aula in occasione delle comunicazioni della premier in vista del Consiglio europeo.

Poco dopo la risposta di Meloni che ha accusato il deputato di aver preso soldi da Soros. “L’unica patrimoniale l’abbiamo messa sui patrimoni altissimi, tassando le banche e anche ultimamente le società energetiche. Se aveste avuto voi lo stesso coraggio negli anni passati le cose sarebbero andate meglio. Ma capisco che non si possa avere quel coraggio quando si accettano contributi finanziari da uno speculatore finanziario del carico di Soros…”, ha attaccato Meloni durante la replica in Aula.

Immediata la replica di Angelo Bonelli, di Avs, che al termine dell’intervento della presidente del Consiglio l’ha accusata di dire bugie “inammissibili”. “Ci aspettiamo delle scuse”, ha aggiunto.

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Olimpiadi Milano-Cortina, dirigente del ministero dei Trasporti indagata nell’inchiesta sulla cabinovia Socrepes

L’inchiesta sulle Olimpiadi invernali Milano-Cortina arriva nelle stanze del ministero dei Trasporti. La procura di Belluno, guidata da Massimo De Bortoli, ha iscritto nel registro degli indagati Elisabetta Pellegrini, coordinatrice della Struttura Tecnica di Missione e braccio destro di Matteo Salvini.

Nella giornata di mercoledì le autorità le è stato sequestrato il cellulare e oggi è stata raggiunta da un avviso di garanzia. A quanto risulta, si tratta del filone di indagini sull’appalto per la costruzione della cabinovia Socrapes a Cortina d’Ampezzo, che vede indagate altre tre persone tra le quali il commissario straordinario per le opere Fabio Massimo Saldini. L’ipotesi di reato è di turbativa d’asta su presunte irregolarità nell’affidamento della realizzazione.

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Meloni vanta l’aumento delle spese per la Difesa al 2,8% del Pil. Ma poi precisa: “Dovuto soprattutto agli investimenti sulla sicurezza interna”

Sulle spese per la Difesa Giorgia Meloni cerca di dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Nel corso del suo intervento alla Camera, come su altri temi la presidente del Consiglio si è messa sulla difensiva. Da una parte ha vantato un aumento delle spese in rapporto al Pil dello 0,71%, dall’altra, per il timore di proteste per spese militari eccessive in un momento di piena crisi energetica, ha comunque specificato che questa impennata è dovuta “soprattutto alle spese legate alla sicurezza sul proprio territorio“.

La leader di Fratelli d’Italia ha garantito che sulla Difesa “siamo pronti ad assumerci le nostre responsabilità e lo ribadiremo al vertice Nato, dove l’Italia si presenterà con il 2,8% del Pil investito in difesa e sicurezza”. Un dato che, rispetto agli accordi raggiunti dall’Alleanza, rispetta le aspettative del raggiungimento del 5% entro il 2035. Ma questa celerità nel rispettare standard che lo stesso governo aveva criticato nei mesi scorsi definendoli eccessivi rischiava di attirare sull’esecutivo critiche dalle opposizioni, ma anche dai alcuni sostenitori. Così ha precisato: “Segnalo un aumento dello 0,71%, garantito però soprattutto dalle spese legate alla sicurezza sul proprio territorio”. E ha poi spiegato: “La difesa è importante, certo, ma mettere al riparo le famiglie e le imprese italiane dalla crisi in atto, lo è altrettanto. E queste due priorità sono interconnesse. Senza sicurezza, l’energia finirebbe per costare sempre di più. Senza energia, non rimarrebbe più nulla da difendere con le armi. Abbiamo posto questa questione con chiarezza, scrivendo una lettera alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen con la quale chiedevamo di garantire maggiore flessibilità di bilancio agli Stati membri per affrontare la crisi energetica, utilizzando meccanismi finanziari simili a quelli previsti proprio per la difesa. Dopo un negoziato lungo e complesso abbiamo ricevuto la risposta che auspicavamo”.

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Scontro tra Vannacci e Gruber sulla remigrazione. “A lei piacciono i clandestini”. “Non dica sciocchezze”

Scontro incandescente aOtto e mezzo(La7) tra Lilli Gruber e Roberto Vannacci sulla remigrazione, uno dei cavalli di battaglia della proposta politica del fondatore di Futuro Nazionale.
A una domanda diretta della conduttrice, l’europarlamentare spiega che andrebbero rimpatriati i clandestini, includendo anche coloro ai quali è scaduto il permesso di soggiorno.
Gruber insiste sul piano pratico: “Ma come facciamo a remigrarli? Per rimpatriarli ci vogliono gli accordi bilaterali con i Paesi”.
Vannacci replica che gli accordi esistono già “con quasi tutti i Paesi” di provenienza degli immigrati, ma che non vengono applicati. Quindi, chiama in causa Forza Italia, più volte evocata polemicamente dal politico nel corso della trasmissione: “Il problema è che poi in Europa c’è qualcuno che fa parte di questa alleanza di centrodestra che quando c’è da votare l’implementazione degli accordi di rimpatrio, vota contro“.
Il leader di Futuro Nazionale entra poi nel merito della sua proposta, sostenendo la necessità di realizzare “tantissimi” Cpr (Centri di permanenza per i rimpatri) destinati a chi, dopo ripetuti decreti di espulsione, continua a permanere sul territorio nazionale.

“Quindi li mettiamo in galere a cielo aperto – osserva Gruber – Ma se non abbiamo accordi bilaterali con i Paesi d’origine come facciamo?”.
Vannacci richiama allora il decreto europeo sui Paesi sicuri: “Possiamo portare queste persone in un Paese terzo, considerato sicuro, e da lì potranno essere accompagnate nel Paese di origine. L’importante è che non stiano da noi. Le piace come soluzione?“.
La conduttrice non nasconde il proprio dissenso: “No, guardi, io sono per una soluzione molto rigorosa. Sono per il governo del fenomeno dell’immigrazione, non per gli slogan vuoti con promesse irrealizzabili, come anche la sua remigrazione“.
“Lo dice lei che sono proposte irrealizzabili – ribatte Vannacci – Noi invece così governiamo il fenomeno dell’immigrazione. Il presidente Trump ha remigrato due milioni di persone in due anni, di cui un milione e mezzo volontariamente. Quindi è possibile e fattibile”.
Gruber accoglie con scetticismo i numeri citati dal politico: “Veramente quelli sono dati forniti dall’ex ministra di Trump”. Il riferimento è all’ex segretaria alla Sicurezza interna Kristi Noem, silurata dal presidente degli Stati Uniti nel marzo scorso.
Sono dati ufficiali – replica Vannacci – Lei ha altri dati? Clandestini?”.
“Non ho altri dati perché non sto in America”, risponde la giornalista.
Ma le piacciono i clandestini, quindi magari anche i dati clandestini“, rilancia il politico con tono provocatorio.
La conduttrice reagisce immediatamente: “No, guardi, a me non piacciono i clandestini. Lei non dica delle sciocchezze, per favore, perché io ho sempre detto che il fenomeno dell’immigrazione va governato, non va strumentalizzato, come fa lei e come fanno tanti altri“.
“Governare il problema vuol dire anche riportare nel Paese di origine gli immigrati clandestini”, insiste Vannacci.

Il confronto prosegue per diversi minuti in un crescendo di tensione. Gruber torna sul nodo centrale della discussione: “Mi risponda: con i Paesi con i quali non abbiamo un accordo bilaterale, come facciamo la remigrazione?”.
Vannacci ribadisce la soluzione del trasferimento nei Paesi terzi considerati sicuri.
“Quindi queste persone vanno deportate”, osserva la conduttrice.
“Certo”, replica l’europarlamentare. “Ma lei cosa intende per deportazioni? Movimentazione coatta al di là della loro volontà?”.
“La chiami come vuole”, taglia corto Gruber.

Negli ultimi minuti della trasmissione il confronto si sposta sul terreno dell’identità e dell’appartenenza. In un acceso scambio con la giornalista del Sole 24 Ore Lina Palmerini, che ricordava la presenza in Futuro Nazionale di numerosi esponenti provenienti da altre forze del centrodestra, Vannacci definisce orgogliosamente “rifiuti degli altri” e “sporca dozzina” i suoi nuovi compagni di viaggio, annunciando che vuole fare “solo gli interessi degli italiani”.
Gruber commenta sarcasticamente: “Io ho un passaporto italiano, sono sudtirolese di madrelingua tedesca, mi sento una cittadina del mondo e europea. Quindi pensi un po’ come siamo variegati noi italiani”.
Io no invece, non mi sento europeo ma italiano – ribatte Vannacci – Ho giurato fedeltà alla Repubblica italiana e non alla ‘rinsecchita’ di Bruxelles“.
La conduttrice gli ricorda: “Lei ha giurato sulla Costituzione italiana da generale. E c’è anche l’articolo 3 della Costituzione“.
Visibilmente irritato, l’europarlamentare replica: “Ho giurato sulla Costituzione da militare di leva e poi da ufficiale, non da generale”.
“Sembra che lei lo abbia dimenticato”, osserva Gruber.
“E chi è che ha violato l’articolo 3? Me lo dica lei invece di insinuare“, incalza Vannacci.
La risposta della conduttrice arriva con il punto di Pagliaro ormai imminente: “Per parlare di politica internazionale dovrò invitarla un’altra volta”.

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L’esordio di Vannacci a Otto e mezzo: “Lega sovranista a giorni alterni, io no”. Gaffe sul dizionario “Zingaretti” e scintille con Gruber sui diritti Lgbt

Ma quante giravolte avrei fatto? Sono sempre stato coerente con i principi e i valori con i quali mi sono messo in gioco. Se la Lega fa la sovranista a giorni alterni, non fa per me“. Così a Otto e mezzo (La7) Roberto Vannacci, europarlamentare eletto con la Lega e fondatore di Futuro Nazionale, risponde alla conduttrice Lilli Gruber con cui nel corso del confronto ha diversi e accesi botta e risposta.
Sferzanti le critiche di Vannacci alla Lega: “Se vota contro le armi in Ucraina in Europa e invece in Italia vota per il decreto armi, è un problema di coerenza della Lega. Se la Lega si presenta come promotrice della famiglia naturale e poi invita i rappresentanti della comunità Lgbtq alle riunioni di partito non è un problema di Vannacci, rimasto coerentissimo coi propri principi, valori e ideali”.
Insorge la giornalista del Sole 24 Ore, Lina Palmerini: “Ma sulle armi in Ucraina lei lo sapeva, no?”.
Vannacci smentisce: “No, io non lo sapevo, tanto è vero che abbiamo discusso sul decreto armi in Italia fino all’ultimo giorno”.

Gruber rincara: “Quindi, lei mette alla porta i rappresentanti della comunità Lgbtq?”.
“No – risponde il leader di Futuro Nazionale – ma non li invito alle mie riunioni di partito, né mi metto a discutere su determinati paletti, per me estremamente chiari, su quella che è la famiglia naturale, che continuo a promuovere. Da parte della Lega c’è stata una deriva nel legittimare la categoria degli Lgbtq“.
“E questo è un male?”, incalza Gruber.
“Secondo me, sì – ribadisce Vannacci – non fa parte dei miei principi, e io continuo a promuovere la famiglia naturale, senza se e senza ma”.
La conduttrice ricorda che oggi quel concetto di famiglia naturale è obsoleto e superato, ma Vannacci è irremovibile: “Questo lo dice lei, a casa mia quel concetto esiste. E io continuo a promuovere la famiglia naturale”.

Il vis-à-vis si sposta poi sui gay. Gruber osserva: “Lei ha detto che gli omosessuali non sono normali. Poi ha specificato che si riferiva al fatto che fossero una minoranza”.
“No, mi riferivo al significato della parola ‘normalita’, che è quello comunemente accettato”, risponde Vannacci, che incespica in una gaffe citando il dizionario “Zingaretti” anziché il Zingarelli.
“Lei sembra un po’ ossessionato dagli omosessuali e dagli lgbtq”, osserva Gruber.
“Forse lo è lei – ribatte Vannacci – e lo vuole dimostrare pure stasera, visto che ha riportato questo argomento in una discussione di politica”.
“Sì, sono una minoranza – rilancia la conduttrice – ma va tutelata”.
“Va rispettata – obietta il politico – Non capisco perché il frutto di un orientamento sessuale, quindi di un gusto personale, debba poi dare luogo a dei diritti”.
“E se scoprissimo che lei magari è gay?”, chiede Gruber.
“Non accamperei nessun diritto”, risponde Vannacci.

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Bagarre alla Camera, scontro sulla commissione Covid. FdI: “Conte abbia il coraggio di venire a riferire”. M5s: “Onestà, onestà”. Seduta sospesa

Bagarre in Aula alla Camera tra Fratelli d’Italia e Movimento 5 stelle. Tema dello scontro è la commissione Covid. La deputata meloniana, Alice Buonguerrieri, è tornata ad attaccare il leader M5s, Giuseppe Conte, invitandolo a dimettersi da componente della commissione per farsi ascoltare. “Non accettiamo lezioni di coraggio da chi parla di gestione pandemia in tv ma non è ancora venuto a farsi sentire”.

Immediata la risposta del deputato M5s Alfonso Colucci che ha attaccato la maggioranza denunciando “gravi illegittimità” nello svolgimento dei lavori di commissione e bollando gli interventi del centrodestra come un “disperato tentativo di perseguire un inconsistente teorema accusatorio”.

Dai banchi della maggioranza si sono alzati brusii e voci di protesta, con la pronta risposta del Movimento 5 stelle che ha replicato con il coro “onestà, onestà”. Anche dai banchi di FdI, al termine dell’intervento di Buonguerrieri, i deputati avevano intonato le stesse parole.

Lo scontro è stato interrotto dal vicepresidente di turno, Sergio Costa, che è stato costretto a interrompere la seduta.

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