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Guerra in Iran finita, ecco gli effetti (molto positivi) sui mercati

L’indice azionario giapponese Nikkei è balzato di oltre il 3% venerdì dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ritirato la minaccia di ulteriori attacchi contro l’Iran e ha affermato che un accordo per porre fine alla guerra potrebbe essere firmato nei prossimi giorni. Molto bene anche l’indice di riferimento sudcoreano Kospi, che ha guadagnato oltre il 7,5%.

La Borsa di New York ha chiuso in forte rialzo, sostenuta dalle rinnovate speranze di un accordo in Medio Oriente. Il Dow Jones Industrial Average è salito dell’1,86%, il Nasdaq Composite Index, che monitora i giganti tecnologici, ha guadagnato il 2,54% e l’indice S&P 500 ha registrato un incremento dell’1,75%.

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Guerra in Iran, Trump, il 39esimo annuncio è quello buono: “Accordo raggiunto”. Netanyahu: “Non mi hanno informato” – LIVE

Guerra in Iran, gli aggiornamenti in diretta del 12 giugno
Intesa raggiunta, si attendeno solo le firme
Inizio diretta: 12/06/26 05:33
Fine diretta: 12/06/26 21:00
Libano: sirene in nord Israele, intercettato drone Hezbollah

Sirene d’allarme sono state attivate a Metula, nel nord d’Israele. Lo hanno riferito le forze armate israeliane, precisando di aver intercettato un drone nell’area in cui operano i soldati nel Libano meridionale.

Iran: Trump, abbiamo messo fine a guerra, non avranno nucleare

“Non so se lo sapete, ma oggi abbiamo posto fine alla guerra con l’Iran”. Lo ha detto il presidente Usa Donald Trump durante un comizio telefonico a sostegno di Burt Jones a governatore della Georgia. Teheran, ha aggiunto, ha “concordato di non dotarsi mai di armi nucleari, cosa su cui abbiamo insistito. Questo era l’obiettivo principale. Rappresentava il 95% della questione”. In precedenza il capo della Casa Bianca aveva annunciato di aver annullato ulteriori attacchi contro la Repubblica islamica, suggerendo che fosse stato raggiunto un accordo, senza però specificarne i termini. Teheran da parte sua ha fatto sapere che l’intesa è quasi pronta ma non è stata ancora finalizzata.

Iran: Teheran condanna attacco Usa a petroliera, minaccia a pace

L’Iran ha condannato l’attacco americano di due giorni fa su una petroliera battente bandiera di Palau al largo delle coste dell’Oman che ha provocato la morte di tre marinai indiani. “I brutali attacchi statunitensi contro navi mercantili indiane, che hanno causato la morte di almeno tre cittadini indiani, rappresentano una chiara prova della continua politica americana di rapina a mano armata e pirateria di Stato”, ha scritto su X il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Esmaeil Baqaei. “Esprimiamo la nostra vicinanza alle famiglie e agli amici dei marinai indiani uccisi e porgiamo le nostre sincere condoglianze al popolo e al governo indiano”, ha proseguito, chiedendo alla comunità internazionale di “ritenere gli Stati Uniti responsabili della loro condotta illegale, che continua a minacciare la pace e la sicurezza globali, mettendo a repentaglio la libertà di navigazione”.

Iran: Teheran, rinviato di settimane funerale Ali Khamenei

Il sindaco di Teheran, Alireza Zakani, ha annunciato che i funerali di Stato della defunta guida suprema, Ali Khamenei, ucciso dagli attacchi israeliani e americani il primo giorno della guerra, saranno rinviati alla fine di giugno o all’inizio di luglio. Inizialmente erano stati annunciati per l’inizio di giugno. Come ha spiegato il primo cittadino della capitale iraniana in una dichiarazione riportata dall’agenzia di stampa Fars, la cerimonia è stata rinviata per consentire ai fedeli di completare il periodo di lutto annuale per l’Imam Hussein.

Iran: media, Teheran blocca ingresso petroliera a Hormuz

L’Iran ha impedito il passaggio nello Stretto di Hormuz a una petroliera che non aveva avuto l’autorizzazione preventiva da parte di Teheran. Lo ha riferito l’agenzia di stampa iraniana Fars, legata ai Guardiani della Rivoluzione islamica iraniani. La notizia è giunta poco dopo delle esplosioni vicino alla città portuale di Bandar Abbas. Poche ore prima il presidente Usa, Donald Trump aveva affermato di aver raggiunto un “grande accordo” con l’Iran, mentre Teheran aveva fatto sapere che non era stata ancora presa una decisione definitiva sull’intesa.

Iran: Axios, Netanyahu non informato da Trump, colto sorpresa

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu non era stato informato in anticipo ed è stato colto di sorpresa dall’annuncio del presidente Usa Donald Trump su un imminente accordo con l’Iran. Lo ha riferito il giornalista di Axios, Barak Ravid, citando una fonte a conoscenza dei fatti.

Iran: Teheran, intesa quasi pronta ma non ancora finalizzata

L’intesa è quasi pronta ma non è ancora finalizzata“. Così il ministero degli Esteri iraniano ridimensiona gli annuncia del presidente americano, Donald Trump, sull’accordo raggiunto. “Le informazioni relative al luogo e alla firma dell’accordo sono speculazioni dei media”, afferma ancora il ministero secondo quanto riporta da Al Jazeera. Teheran bolla come “narrazione americana” la versione secondo cui l’Iran abbia ceduto a causa delle pressioni e delle minacce. E accusa gli Stati Uniti di “aver continuato a cambiare le proprie posizioni nonostante gran parte del testo negoziale fosse stata finalizzata”.

Iran: Trump, non avranno né acquisteranno in alcun modo nucleare

Non solo non avranno, ma non acquisteranno, svilupperanno in alcun modo, in alcuna forma, in alcun modo o maniera un’arma nucleare. Non avranno un’arma nucleare”. Lo ha affermato il presidente americano, Donald Trump, parlando alla stampa alla Casa Bianca.

Iran: Trump, abbiamo vinto la guerra fin dall'inizio

Gli iraniani vogliono l’accordo perché “li abbiamo colpiti duramente negli ultimi tre giorni, li avremmo colpiti ancora più duramente stasera. Sapevano che avevamo detto loro esattamente cosa avremmo fatto. Lo abbiamo spiegato esattamente, perché non avevano una marina, non avevano un’aviazione, non avevano armi di rilevamento, non avevano niente, e quindi potevamo dire loro esattamente cosa non c’era niente che avrebbero potuto fare al riguardo, e abbiamo vinto questa guerra militarmente fin dall’inizio”. Lo ha dichiarato il presidente americano, Donald Trump, parlando con i giornalisti alla Casa Bianca. “L’unica cosa che non abbiamo vinto è stata la disinformazione. Non importa se avessero alzato bandiera bianca e si fossero arresi, e la fake news avrebbe detto: ‘Oh, se la sono cavata meravigliosamente’.

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La tregua se tambalea: Trump amenaza con tomar la isla de Jarg, clave en la economía iraní

una mujer iraní pasa ant un mural contra los ataques de EEUU e Israel en Teherán.

Estados Unidos e Irán han intercambiado en las últimas horas una nueva ronda de ataques que ponen seriamente en peligro la tregua, acordada en abril pasado. Por la fuerza, Donald Trump intenta obligar a Teherán a que abra el estrecho de Ormuz y permita entablar conversaciones sobre su programa nuclear. En un mensaje en Truth Social, ha asegurado que habrá más bombardeos y que EEUU tomará la isla de Jarg o Charag. Previamente el presidente de EEUU dijo que Teherán "pagaría el precio" por el estancamiento en las negociaciones.

"Estados Unidos va a golpear a Irán... con mucha fuerza esta noche. En algún momento en un futuro no muy lejano, tomaremos la isla de Jarg y otros puntos de infraestructura petrolera, y asumiremos el control total de sus mercados de petróleo y gas, de forma muy similar a lo que hemos hecho con Venezuela", ha escrito Trump.
La isla de Jarg, situada en el Golfo, es un salvavidas económico para Irán, ya que gestiona alrededor del 90 % de sus exportaciones de petróleo.

Totalmente desencadenado, en una entrevista en Fox and Friends, Trump ha asegurado que "Irán está acabado". Sostiene que si enviara soldados, EEUU tomaría el país rápidamente. Sin embargo, el presidente parece que no quiere tropas sobre el terreno.

El comandante de la Fuerza Aeroespacial de la Guardia Revolucionaria Islámica iraní, Majid Mousavi, ha declarado que convertirán Oriente Próximo "en un infierno" para Estados Unidos, según informa Efe. "¿Creen que pueden convertir el sagrado estrecho de Ormuz en un lugar inseguro? Convertiremos toda la región en un infierno para ustedes", ha señalado Mousavi.

Las fuerzas estadounidenses han lanzado nuevos ataques "en legítima defensa" contra múltiples objetivos en Irán, según ha informado el Comando Central de EEUU (Centcom). En concreto, los objetivos han sido "las capacidades de vigilancia militar iraníes, los sistemas de comunicación y las instalaciones de defensa aérea en todo Irán".

Irán cierra Ormuz y ataca la Quinta Flota

En respuesta, el centro de mando militar iraní, el Cuartel General Central Khatam al-Anbiya, ha anunciado la madrugada del jueves que el estrecho de Ormuz se cerraría a todos los buques "con efecto inmediato". Todo barco que cruce el estrecho va a ser atacado. EEUU asegura que sigue abierto.

Irán también afirmó que había lanzado un ataque con drones contra la Quinta Flota estadounidense en Baréin. En este caso el objetivo han sido las instalaciones de comunicaciones y radar del sistema Patriot.

El Cuerpo de la Guardia Revolucionaria Islámica ha dicho que sus fuerzas aeroespaciales y navales lanzaron dos oleadas de ataques de represalia. Habrían alcanzado y destruido 18 objetivos militares estadounidenses clave en la base aérea de Ahmad al-Jaber y la base aérea de Shaikh Isa en Kuwait y Baréin. Kuwait ha cerrado su espacio aéreo. Los medios estatales iraníes también informaron de un "intenso" ataque con misiles contra la base aérea de Muwaffaq Salti en Jordania.

El detonante de esta última oleada de ataques ha sido el derribo de un Apache de EEUU a principios de la semana. Los últimos enfrentamientos representan la amenaza más grave para el frágil alto el fuego acordado entre ambos países en abril. Trump se ha mostrado cada vez más frustrado ante la falta de voluntad de Teherán para aceptar sus condiciones para un acuerdo que prorrogue el alto el fuego de abril por 60 días y alivie la crisis energética mundial.

Los precios están subiendo mientras tanto: en EEUU la inflación ha llegado al 4,2% en mayo, un récord en tres años. Este jueves se da por hecho que el BCE subirá los tipos un cuarto de punto para contener el alza de los precios. Y no será la última vez este año si no cambia el panorama.

El secretario general de la ONU, António Guterres, ha advertido en su cuenta de X: "No debemos subestimar el riesgo de que este fuego menor se convierta en un incendio... Oriente Próximo se está sumiendo cada vez más en la crisis y las consecuencias van mucho más allá de la región".

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Europa urge a España a no prorrogar su modelo de 'escudo social' energético

Diferentes tipos de combustible en una gasolinera

El pasado día 1 decayeron las ayudas a la luz y el gas. El próximo 30 de este mes lo harán –si no se prorrogan antes– las medidas para paliar los precios de los combustibles. Y si por Europa fuera, España no debería extender este ‘escudo social’ energético durante más tiempo, no al menos tal y como lo ha hecho ahora. Es la conclusión del informe de evaluación publicado por el Consejo Fiscal Europeo (CFE) sobre la zona euro, que considera que de cara al próximo año las políticas de ayudas sociales “amplias e indiscriminadas” para paliar los sobreprecios energéticos deberían reconsiderarse.

El Consejo considera que durante la crisis energética provocada por la guerra de Ucrania en 2022, la política de ayudas sociales para rebajar el impacto energético demostró ser perjudicial en algunos aspectos. Cita ámbitos como la reducción del déficit público de los países o el freno que provocaron de modo indirecto en la contención del consumo de energías fósiles y la apuesta por las energías renovables. "La crisis energética es real, pero exige transformación, no estímulo", ha asegurado Pieter Hasekamp, presidente del Consejo Fiscal Europeo: "La credibilidad fiscal construida mediante el cumplimiento de los planes de gasto acordados es nuestra mejor protección contra el aumento de los costes de endeudamiento".

El impacto fiscal de las rebajas en la luz y los carburantes

Estas medidas se aplicaron en la mayoría de los casos a través de rebajas fiscales en las tarifas de la luz, la electricidad o los combustibles. Este tipo de políticas provocaron una notable reducción en los ingresos fiscales de los países. Ahora, el CFE concluye que, cuando los sucesivos gobiernos vayan completando los periodos previstos en sus planes de ayudas, la recuperación de esos ingresos fiscales debería destinarse a reducir el endeudamiento público y a la aplicación de medidas que contribuyan a rebajar la dependencia fósil.

Desde este mes en España, tanto la luz como el gas han recuperado los niveles de carga fiscal que tenían antes de marzo. El escudo energético aprobado por el Gobierno incluyó una rebaja del 21% al 10% del IVA en la luz, gas y combustibles, además de recortar del 5,11% al 0,5% el Impuesto Especial sobre la Electricidad (IEE). Ahora todo ha retornado al punto fiscal anterior.

La duda sobrevuela sobre qué sucederá con el precio de la gasolina y el gasóleo a partir del 30 de junio, último día que el Gobierno incluyó en su plan de ayudas. El sector de las estaciones de servicio lleva días reclamando al Ejecutivo que prolongue el recorte fiscal sobre el gasóleo y la gasolina durante todo el verano. Apunta que, de no hacerlo, el 1 de julio el precio por litro de los combustibles podría dispararse hasta 28 céntimos de un día para otro en pleno inicio de la 'operación salida'.

Ayudas selectivas para los colectivos más vulnerables

En su informe, el CFE recuerda que las medidas que se planteen de modo generalizado para el conjunto de la población son injustas, ya que benefician también a los niveles sociales con mayor capacidad adquisitiva y con un consumo energético más elevado. Por ello, insta a que este tipo de ‘escudos sociales’ se concentren fundamentalmente en los colectivos energéticamente más vulnerables.

El CFE defiende que este tipo de medidas fiscales deben ser "temporales, con fechas de finalización claras" y que no distorsionen el mercado: "Dichas medidas deben financiarse mediante reducciones compensatorias del gasto o aumentos de los ingresos para que los países mantengan el rumbo acordado en su proceso de consolidación fiscal", apunta el informe.

Señala también que extender estos planes cuando la crisis energética comienza a reconducirse iría en contra de la política monetaria del BCE (Banco Central Europeo). Subraya que le "obligaría" a mantener los tipos de interés altos por más tiempo a causa de la inflación subyacente que se debería contener, lo que encarecería mucho la deuda pública de algunos países. Además, el organismo no oculta su inquietud ante la decisión de la Comisión Europea de excluir del cómputo del límite de déficit el gasto destinado a la transición y seguridad energética.

Transición energética y reducción de la deuda pública

Entre los países afectados, el informe cita a los que ya arrastran un índice de endeudamiento público elevado, como España, Francia o Italia. A estos Estados es a los que el CFE urge a replantearse sus políticas de ayuda ante la crisis energética. Les recuerda que prolongar durante más tiempo estas medidas y seguir financiando la contención de los precios de la energía a costa de los ingresos fiscales provocaría un retraso en el saneamiento de su ya abultada deuda.

Asegura también que una política de subvenciones para rebajar de modo "artificial" el precio de los combustibles fósiles desincentiva la inversión en energías limpias y no favorece la contención en el consumo de energías contaminantes. Considera que tampoco contribuye a mejorar las inversiones en aspectos clave de la descarbonización, como la mejora de las redes eléctricas, los sistemas de almacenamiento energético y la apuesta por el desarrollo de las energías renovables.

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La inflación disparada fuerza al BCE a la primera subida de tipos en tres años como medida "preventiva"

La presidenta del BCE, Christine Lagarde

103 días después de que Estados Unidos e Israel atacaran Irán, el conflicto en Oriente Medio se ha prolongado el tiempo suficiente como para convertirse en un problema para el Banco Central Europeo (BCE). La inflación de la eurozona ha pasado del 1,9% registrado en febrero al 3,2% de mayo, alejándose del objetivo del 2% que guía la política monetaria de la institución presidida por Christine Lagarde. Durante los primeros compases de la guerra, el BCE optó por la "cautela" para evitar una sobrerreacción ante un conflicto cuyo alcance y duración todavía resultaban inciertos. La prioridad consistía en preservar margen de maniobra por si la guerra se prolongaba y las tensiones sobre los precios terminaban consolidándose. Tres meses después, precisamente este escenario es el que comienza a imponerse entre los analistas y miembros del Banco Central.

Por ello, el consenso del mercado estima que la reunión del BCE de este jueves marcará un punto de inflexión al elevar los tipos de interés 25 puntos básicos: del 2% al 2,25% en el tipo de depósito. Una subida que supondría la primera desde hace casi tres años, cuando en septiembre de 2023 la institución puso fin a una racha de diez incrementos consecutivos destinados a contener la inflación provocada por la guerra de Ucrania.

No obstante, los expertos no creen que el BCE vaya a repetir el agresivo ciclo de endurecimiento monetario desplegado tras la invasión rusa en Ucrania. Aunque el mercado descuenta una segunda subida después de la de este jueves, los expertos creen que los próximos movimientos dependerán de la evolución de la inflación y el crecimiento económico. De ahí la importancia de la actualización de previsiones que el BCE presentará este jueves. Como señala Karsten Junius, economista jefe de J. Safra Sarasin Sustainable AM, "en un contexto de incertidumbre política, las decisiones monetarias se comunican mejor cuando van acompañadas de actualizaciones de previsiones económicas que respalden dicha decisión".

No es la crisis de Ucrania

Aunque los analistas descuentan dos subidas de tipos en 2026, también ven difícil una repetición del agresivo guion de 2022 por una razón sencilla: esta vez la crisis energética presenta características distintas. Patrick Barbe, gestor sénior de Neuberger, recuerda que la eurozona depende menos del petróleo procedente de Oriente Medio, que tampoco está sufriendo las graves interrupciones logísticas observadas en 2022 y que, al menos por el momento, "no hay problemas con el gas, ni un aumento vertiginoso de los precios de los alimentos, ni un repunte de los precios de la electricidad".

A ello se suma que el punto de partida económico también es diferente. "La actividad económica era débil antes del conflicto iraní", explica Barbe, en contraposición a lo que ocurrió en 2022, cuando Europa se beneficiaba de la fuerte recuperación posterior a la pandemia. Entonces, el BCE tuvo que enfrentarse a una economía que seguía creciendo con fuerza pese al encarecimiento de la energía. Ahora, en cambio, una política monetaria demasiado agresiva podría agravar la desaceleración que arrastran varias economías europeas.

Sin embargo, que el contexto sea diferente no significa que no existan riesgos. Michael Krautzberger, director global de mercados públicos de Allianz Global Investors, advierte de que la persistente disrupción en el estrecho de Ormuz está elevando el riesgo de que los elevados precios energéticos se prolonguen más de lo previsto. A su juicio, empiezan a aparecer presiones inflacionistas más amplias y "señales de efectos de segunda ronda" sobre otros bienes de consumo.

Una subida "preventiva"

Ante este escenario, "el balance de riesgos aboga cada vez más por una medida preventiva", concluye Kevin Thozet, miembro del comité de inversión de Carmignac, en referencia a la subida de tipos que el mercado da prácticamente por descontada este jueves. Detrás de esta estrategia subyace además una lección aprendida durante la crisis inflacionista de 2022: evitar reaccionar tarde.

En palabras de Marco Giordano, director de inversiones de Wellington Management, los inversores esperan que los bancos centrales actúen de forma "proactiva, en lugar de reactiva", para no repetir el error de considerar la inflación como un fenómeno transitorio antes de verse obligados a ejecutar un ciclo de endurecimiento monetario agresivo y consecutivo. Una cautela que también responde al deterioro gradual de las expectativas sobre la evolución del conflicto.

Como resume Annalisa Piazza, gestora de renta fija de MFS Investment Management, "desde marzo, el escenario ha cambiado". El petróleo se ha mantenido elevado durante más tiempo del previsto y comienzan a aparecer señales de transmisión hacia otros bienes. Y a ello se suman las sucesivas treguas fallidas y los continuos vaivenes geopolíticos —anuncios de alto el fuego que apenas duran unos días antes de dar paso a nuevos ataques—, que han contribuido a erosionar la confianza de los mercados en una resolución rápida del conflicto.

Además, que se logre reducir la inflación no depende únicamente de que el conflicto encuentre una salida rápida. También será determinante la velocidad con la que pueda recuperarse la capacidad de producción energética dañada durante la guerra. Una preocupación que la propia Christine Lagarde expresaba en marzo en una entrevista con The Economist, al advertir de que los daños sobre dicha capacidad productiva eran "demasiado importantes" y que resultaba "imposible" restablecerla por completo en cuestión de meses. Es decir, el escenario de normalización rápida sobre el que descansaban las previsiones centrales del BCE se ha ido desplazando hacia escenarios más adversos.

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Guerra in Iran, devastanti bombardamenti. Trump: “Lanciati 49 Tomahawk”. Il regime contrattacca – LIVE

Guerra in Iran, gli aggiornamenti in diretta dell'11 giugno
Notte di fuoco, droni e missili sul Medio Oriente
Inizio diretta: 11/06/26 05:35
Fine diretta: 11/06/26 21:00
Iran: Kuwait chiude spazio aereo dopo attacchi

L’Autorità per l’aviazione civile del Kuwait ha annunciato la “chiusura temporanea dello spazio aereo del Paese” a seguito degli attacchi iraniani in risposta ai raid aerei statunitensi. “Questa misura fa seguito agli attacchi iraniani contro lo Stato del Kuwait e ai potenziali rischi che questi comportano per l’aviazione civile nella regione”, ha dichiarato l’autorità in un comunicato.

Iran: media, Teheran smentisce Trump, nessun contatto

L’Iran smentisce Donald Trump. L’agenzia di stampa statale, citando un funzionario iraniano, afferma che non c’è stato alcun contatto con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, aggiungendo che l’Iran risponderà militarmente agli “attacchi in corso”.

Iran: Trump, senza accordo bombardamenti riprenderanno domani

Sono stati usati 49 missili Tomahawks per colpire obiettivi in Iran. E’ quanto ha riferito il presidente americano, Donald Trump, a Fox News. Trump ha anche detto che i bombardamenti saranno sospesi a brevi ma se l’Iran non firmerà un accordo domani riprenderanno.

M.O.: Idf dirama allarme a popolazione, lanci razzi da Libano

L’esercito israeliano ha rilevato lanci di razzi dal Libano e ha diramato un allarme, invitando le comunità del nord del Paese a cercare riparo. “Si invita la popolazione a rifugiarsi in aree protette”, ha dichiarato l’esercito in un breve comunicato pubblicato sui social media dopo aver rilevato lanci di razzi dal Libano “diretti verso diverse comunità nel nord di Israele”. In un altro comunicato, le forze israeliane hanno sottolineato di aver identificato due razzi caduti in aree del Libano meridionale dove “operano soldati israeliani”, senza fornire ulteriori dettagli.

Iran: Guardie rivoluzione, basi attaccate in Kuwait e Bahrain

La Guardia Rivoluzionaria Iraniana annuncia di aver preso di mira 18 siti “importanti” legati all’esercito statunitense nelle basi di Ali Al-Salem e Ahmed Al-Jaber in Kuwait, e nella Sheikh Isa Air Base in Bahrain. Si tratta di parte delle sue operazioni di risposta agli attacchi Usa.

Iran: 22 paesi chiedono stop attacchi a persone su loro territori

Ventidue paesi, tra cui gli Stati Uniti e diverse nazioni europee come Regno Unito, Francia, Germania e Norvegia, hanno chiesto all’Iran di cessare gli attacchi contro le persone sul loro territorio. Questi paesi “condannano i complotti mortali e le altre azioni maligne in Europa, Nord America e Australia” perpetrate da entità statali e di intelligence della Repubblica islamica contro “dissidenti, giornalisti e comunità e interessi ebraici iraniani”, si legge in una dichiarazione congiunta. “I tentativi di uccidere, rapire, molestare, intimidire o attaccare in altro modo le persone sul nostro territorio minano la sovranità nazionale e le norme internazionali. Queste azioni devono cessare immediatamente”, hanno aggiunto.

Iran: comando Usa, navi commerciali passano in Stretto Hormuz

“La Guardia Rivoluzionaria Islamica dell’Iran sostiene che lo Stretto di Hormuz sia chiuso”, ma “le navi commerciali continuano a transitare dentro e fuori lo Stretto di Hormuz stasera”. Lo scrive il Comando centrale degli Stati Uniti sul suo account X, smentendo le affermazioni della marina delle Guardie della rivoluzione.

Iran: Trump, Israele non coinvolto in raid aerei

Gli israeliani non sono coinvolti negli attacchi aerei” contro l’Iran. Lo ha dichiarato il presidente americano Donald Trump a Fox News.

Iran: media, attaccata la città portuale di Bandar Abbas

I media statali iraniani hanno riferito che diverse esplosioni hanno colpito la città portuale meridionale di Bandar Abbas, vicino a un aeroporto e a una base aerea. I media non hanno specificato la causa delle esplosioni, avvenute dopo che il Comando Centrale degli Stati Uniti ha dichiarato di aver avviato attacchi contro diversi obiettivi in Iran. Bandar Abbas era già stata colpita in precedenti attacchi.

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Guerra in Iran, ecco il “risponderemo” di Trump: tre ore di bombardamenti. Ora Teheran contrattacca – LIVE

Guerra in Iran, gli aggiornamenti in diretta del 10 giugno
Notte di fuoco a Hormuz
Inizio diretta: 10/06/26 05:31
Fine diretta: 10/06/26 21:00
Iran: Usa, attacco finito. Colpiti radar. Pronti a difenderci

È durata poco più di tre ore la rappresaglia americana in Iran per l’abbattimento di un elicottero Apache. Alle 3:00 ora italiana, il Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom) ha annunciato la fine degli attacchi. Le forze Usa “hanno completato il 9 giugno una serie di attacchi di autodifesa contro l’Iran, su ordine del comandante in capo (il presidente Donald Trump, ndr), in risposta all’abbattimento, avvenuto ieri, di un elicottero Apache dell’Esercito degli Stati Uniti”, si legge in un comunicato del Centcom. “Le forze del Centcom hanno colpito le difese aeree iraniane, le stazioni di controllo a terra e i siti radar di sorveglianza vicino allo Stretto di Hormuz con munizioni di precisione lanciate dai caccia dell’Aeronautica militare e della Marina degli Stati Uniti”, ha riferito il Pentagono. “L’operazione è stata una risposta proporzionata ai recenti attacchi contro le forze statunitensi e le navi mercantili internazionali in transito nelle acque regionali. Le forze statunitensi rimangono vigili e pronte a difendersi da qualsiasi aggressione ingiustificata da parte dell’Iran”, avverte il Centcom.

Iran: Pasdaran, attacchi devastanti se Usa non si fermano

I Pasdaran hanno avvertito di attacchi ancora più pesanti contro basi americane nel Golfo Persico se gli Stati Uniti non interromperanno i bombardamenti in corso da ore. “Il criminale Esercito statunitense deve sapere che, in caso di una ripetuta aggressione contro la Repubblica Islamica dell’Iran, saranno sferrati attacchi devastanti e più estesi contro una serie di obiettivi designati nella regione”, si legge nella nota con cui i Guardiani della rivoluzione hanno annunciato un raid sulla Quinta flotta Usa nel Bahrein.

Iran: media, drone Usa abbattuto su provincia Bushehr

Le forze iraniane hanno abbattuto un drone americano sulla città di Jam, nella provincia meridionale di Bushehr. Lo riferiscono i media iraniani.

Iran: media, lanciati missili e droni su obbiettivi Usa in Golfo

L’Iran ha lanciato missili e droni verso obiettivi statunitensi nel Golfo Persico. Lo ha riferito il Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche in un post di Telegram. L’agenzia Fars ha mostrato immagini di un drone in volo sull’Iraq “diretto verso i suoi obbiettivi”.

Iran: Casa Bianca, raid non influiscono su accordo che è vicino

Gli attacchi sferrati dagli Stati Uni nel sud dell’Iran, come rappresaglia per l’abbattimento di un elicottero Apache, non hanno alcun impatto sull’andamento delle trattative tra Teheran e Washington. Ad assicurarlo sono state fonti della Casa Bianca interpellate da Politico. “Nulla cambia nello stato attuale dell’accordo” che resta “ancora vicino”, ha assicurato la fonte.

Iran: media, colpiti siti a Sirik, Jask, Bandar Abbas e Qeshm

Nel raid di questa notte, le forze americane hanno colpito basi navali a Sirik e Jask, difese aeree a Bandar Abbas e batterie missilistiche a Qeshm, nel sud dell’Iran. Lo ha riferito il New York Times citando fonti iraniane.

Iran: Araghchi, risponderemo ad attacchi. Lasciate la regione

L’Iran risponderà agli attacchi americani e per questo gli Usa dovrebbero lasciare il Golfo Persico. La minaccia è arrivata dal ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi. “Nonostante le sue sconfitte sul campo di battaglia, gli Stati Uniti hanno scelto di mettere alla prova la nostra determinazione. Le nostre potenti Forze Armate non lasceranno senza risposta alcun attacco o minaccia”, ha scritto su X. “Lasciate la nostra regione se volete essere al sicuro. La storia del Golfo Persico ha molti capitoli sulle tristi sorti degli intrusi stranieri”, ha ammonito.

Iran: media, massima allerta in basi Usa nel Golfo

Dopo l’attacco americano nel sud dell’Iran, è stato dichiarato il massimo livello di allerta nelle basi statunitensi in Kuwait, Bahrein, Emirati Arabi Uniti e Qatar. Lo riferiscono i media iraniani.

Iran: Cnn, raid sono avvertimento. Non ostacolo a negoziati

Gli attacchi di questa notte nel sud dell’Iran sono “un avvertimento” e “gli Stati Uniti ritengono che non ostacoleranno i negoziati per mettere fine alla guerra”, Lo ha riferito un funzionario dell’amministrazione Usa alla Cnn.

Iran: Axios, attaccati sistemi difesa aerea intorno Hormuz

Le forze americane hanno attaccato diversi sistemi di difesa aerea e radar iraniani intorno allo stretto di Hormuz. Lo riferisce Axios citando fonti Usa

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Trump amenaza con represalias a Irán tras derribar un helicóptero de EEUU

Donald Trump, presidente de EEUU, en una comparecencia en el Despacho Oval.

La tregua entre Estados Unidos e Irán podría estar a punto de saltar por los aires. El presidente de Estados Unidos, Donald Trump, ha dicho este martes que habrá represalias contra Irán por haber derribado un helicóptero estadounidense en el estrecho de Ormuz. El ataque no dejó víctimas. Tuvo lugar 100 días después del inicio de las hostilidades. Desde el 7 de abril está en vigor una tregua cada vez más frágil.

"Acabo de ser informado por nuestras Fuerzas Armadas de que los iraníes derribaron uno de nuestros helicópteros Apache de alta tecnología mientras patrullaba el estrecho de Ormuz", ha escritoTrump en su red Truth Social. "Dos pilotos estuvieron involucrados, ambos sanos y salvos. No obstante, Estados Unidos debe, necesariamente, responder a este ataque", ha añadido.

El helicóptero estadounidense cayó cerca de la costa de Omán, donde los dos soldados a bordo sobrevivieron, según informó este martes el Comando Central de las Fuerzas Armadas de Estados Unidos (Centcom). Fuerzas estadounidenses rescataron a los dos tripulantes del helicóptero AH-64 Apache, según informa la agencia Efe.

En el golfo de Omán, el Ejército estadounidense disparó a un buque petrolero por violar el bloqueo que Washington impone desde el 13 de abril contra embarcaciones que salen y llegan a puertos iraníes.

Discrepancias con Netanyahu

Estos hechos ocurren en medio de los nuevos enfrentamientos en la región, donde Irán e Israel han intercambiado ataques en los últimos días. Trump exigió el lunes a las dos partes que pararan. Las discrepancias con su aliado, el primer ministro israelí, Benjamin Netanyahu, son cada vez más intensas. Netanyahu quiere seguir atacando el Líbano hasta reducir a su mínima expresión a Hizbulá. Pero la campaña militar contra Irán y sus aliados se ha revertido contra Israel y EEUU.

El presidente estadounidense aseguró que podría alcanzar un acuerdo con Irán en "dos o tres días", el enésimo plazo que plantea tras varias semanas de negociación con la República Islámica. Sin embargo, en cualquier momento puede decidir más ataques. Irán no se quedará de brazos cruzados y la escalada salpicará a toda la región.

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Dos milenios de cristianismo amenazados por la ofensiva israelí en el Líbano

Un soldado israelí coloca un cigarrillo en una estatua de la Virgen María en el sur del Libano

La escalada militar en el Líbano, llevada a cabo por Israel e intensificada en 2026, está provocando una crisis que amenaza con alterar irreversiblemente el mosaico demográfico y religioso de Oriente Próximo. Como consecuencia de los ataques se están desmantelando las comunidades cristianas del sur del país. Su presencia se remonta a los primeros años del cristianismo, con la ciudad de Tiro con la mayor afluencia en estos nuevos creyentes. El libro de los Hechos de los Apóstoles documenta cómo San Pablo encontró a una comunidad de cristianos ahí establecida.

Hoy, el Líbano posee el panorama religioso más diverso de Oriente Próximo, con 18 confesiones reconocidas oficialmente. La demografía se divide casi por la mitad entre musulmanes, con un 60% entre chiíes y suníes, y cristianos de mayoría maronita con un 30%.

Debido a esta situación, aunque el objetivo declarado por el Gobierno israelí es neutralizar la infraestructura militar del grupo chií Hizbulá, los bombardeos israelíes tienen un impacto devastador sobre la población cristiana de la región.

Bajo el fuego cruzado

En los últimos meses, el avance de las tropas israelíes más allá del río Litani ha arrastrado al frente de guerra a pueblos que intentan mantenerse al margen del conflicto. Localidades como Rmeish, Debel, Ain Ebel y Al-Qlayaa se han convertido en escenarios bélicos que ponen en riesgo a sus habitantes, como el caso de la familia Karam a principios de junio. El doctor James George Karam y sus dos hijos universitarios (Theodosia y Tony) fueron alcanzados por un ataque aéreo israelí cuando estaban en su vehículo cerca de Al-Qlayaa, muriendo los tres. Regresaban de Sidón, donde los jóvenes habían acudido a rendir sus exámenes académicos.

Hay casos más al norte, a las afueras de Sidón, concretamente en la localidad predominantemente cristiana de Maghdoucheh y la vecina Anqoun, la cual además albergaba a miles de desplazados de todas las confesiones. Estas sufrieron bombardeos masivos apenas unas horas después de recibir avisos de evacuación. A causa de estos ataques, el sur del país del cedro cada vez se ve más desprovisto de sus habitantes originarios, y sus respectivas confesiones. 

Templos en ruinas

A la par de la destrucción material, el liderazgo cristiano libanés ha denunciado un patrón de destrucción y faltas de respeto hacia los recintos sagrados. Las autoridades israelíes justifican sus ataques con el argumento de que los monasterios e iglesias alcanzados son usados por Hezbolá para sus intereses terroristas. Así, edificios de culto en pueblos como Deir Mimas y Yaroun recibieron daños severos de fuego de artillería pesada.

Restos del convento de las Hermanas Basilianas Salvatorianas en Yaroun.

En mayo, la difusión de imágenes que mostraban a soldados israelíes profanando estatuas de la Virgen María en la aldea de Debel y de Jesucristo en Yaroun encendió la opinión internacional. Aunque líderes religiosos judíos y sectores de la comunidad internacional condenaron de inmediato los actos tachándolos de vandalismo aislado, para los cristianos locales representó un mensaje de inequívoco desprecio hacia su arraigo en la región, una indignación recogida por asociaciones como Mission Network News.

Soldado de las IDF a martillazos con la estatua de un Jesús crucificado.

El temor a la desaparición

A diferencia de conflictos anteriores, como la ocupación de 1982-2000, donde las aldeas cristianas servían a menudo como zonas neutrales de refugio, la táctica actual de dispersión y bombardeo de saturación llevada a cabo por Israel no discrimina sectores. Ahora, desde las iglesias locales hasta el Vaticano han multiplicado sus llamamientos diplomáticos urgentes a que se finalicen las hostilidades, advirtiendo que la pérdida de la pluralidad religiosa en el Líbano despojaría al país de su identidad fundacional, además de extinguir a una de las comunidades religiosas más antiguas del mundo.

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Netanyahu, el aliado incómodo de Trump que frustra los intentos de paz con Irán

El primer ministro de Israel, Benjamin Netanyahu, en una visita a la 36ª Brigada en el norte de Israel esta primavera.

Hace justo cien días que Estados Unidos e Israel atacaron Irán con el objetivo de derrocar al régimen de los ayatolás e impedir para siempre su carrera nuclear. Fue Benjamin Netanyahu quien convenció a Donald Trump de emprender la operación. Le aseguró que sería un éxito fácil de conseguir. Pero el régimen se mantiene en pie, aunque muchos de sus dirigentes han caído. Y ha descubierto que cuenta con cartas como el cierre del estrecho de Ormuz. Desde el 7 de abril está en vigor una tregua tambaleante. Trump está decidido a que sea el anticipo de un acuerdo con Teherán. Sin embargo, el primer ministro israelí insiste en seguir atacando el Líbano, para acabar con Hizbulá, aliado de Teherán.

Israel atacó Irán el domingo por primera vez desde el inicio de la tregua. El régimen de Teherán respondió, de modo que el temor a una escalada se hizo mayor. Sin embargo, el presidente de Estados Unidos dijo contundente, según el Financial Times: "Yo tomo las decisiones. No es él quien toma las decisiones". Y reafirmó que Netanyahu "no tendrá otra opción" que acepta un acuerdo con Irán, si finalmente se alcanza. En declaraciones a Axios, Trump decía el domingo que estaba "cerca". Pero lleva así semanas.

Tras los ataques del domingo y el lunes, Trump pidió a Netanyahu y al régimen de Teherán que pararan. Los dos parece que le han hecho caso. De momento.
"Las hostilidades en este frente cesaron, ya que tras los golpes que asestamos al régimen terrorista de Teherán, ha dejado de atacarnos", afirmó el primer ministro israelí Benjamin Netanyahu. Si Irán "comete el error de reanudar sus ataques", Israel responderá "con toda la fuerza", advirtió el primer ministro israelí. Irán insiste en que la tregua afecta al Líbano pero Netanyahu discrepa con el argumento de que Hizbulá sigue bombardeando territorio israelí.

Trump tiene prisa

Trump quiere llegar a un acuerdo con Irán lo antes posible ya que los efectos económicos del cierre de Ormuz y su pulso con los ayatolás le hace aparecer como un líder débil en pleno año electoral. En noviembre se celebran las legislativas de medio mandato y si los republicanos pierden escaños en la Cámara de Representantes y la mayoría en el Senado la capacidad de acción del presidente quedará limitada. Trump sabe que si Irán escala van a implicarse los hutíes, las milicias chiíes de Irak, y sus aliados en la región van a padecer las consecuencias.

"Estados Unidos e Irán se están testando mutuamente como parte del proceso en el que busca cómo construir confianza entre ellos. Washington y Teherán quieren que termine la guerra por distintas razones. Irán incluso está dispuesto a ofrecer algo que pueda vender Trump como victoria siempre que se levanten las sanciones económicas y no haya una renuncia total al desarrollo nuclear", ha dicho Ellie Geranmayeh, investigadora en el ECFR, en un encuentro con periodistas. "Israel, sin embargo, quiere la escalada. Netanyahu es quien está dispuesto a que descarrile el proceso".

Netanyahu también medirá su fuerza en las urnas este año. Si se muestra débil con Hizbulá, y con Irán, perderá apoyos. Pero tampoco puede arriesgarse a enfadar a su amigo americano. Israel sigue dependiendo en gran medida del armamento y los sistemas de defensa aérea de EEUU.

El dilema de Netanyahu

Como escribe Gideon Rachman en el Financial Times, "Netanyahu se enfrenta ahora a una decisión muy difícil. ¿Suspenderá los ataques contra Irán y Hizbulá, con el riesgo a parecer débil ante los ojos tanto del régimen iraní como de la opinión pública israelí? ¿O desafiará a Trump y pondrá en peligro su alianza con Estados Unidos?". Y añade: "El dilema es aún más agudo porque el acuerdo de paz en el que está trabajando Trump parece que dejará a Irán en una posición financiera más sólida, y aún con una capacidad nuclear residual".

Netanyahu lo sabe y por eso lo intenta torpedear. En realidad, es él quien falló en sus cálculos. Su plan era asestar un golpe final a su enemigo regional, con la ayuda de Estados Unidos. En lugar de conseguir un éxito propio y de paso facilitar un triunfo a Trump le ha llevado a un atolladero. Y además no facilita la salida.

"Al iniciar una guerra sin cuartel contra los enemigos de Israel, Netanyahu pretendía restaurar su propia reputación y asegurar su futuro político. La victoria sobre Irán estaba destinada a ser el logro culminante: el triunfo definitivo sobre el enemigo supremo, convenientemente conseguido en un año electoral. En cambio, es probable que Netanyahu se presente a las elecciones a finales de este año con los enemigos del país vivos y coleando, y con el apoyo a Israel cayendo en picado en todo Occidente e incluso en la Casa Blanca", apunta Rachman. Sentencia que su visión sobre la seguridad, y su desprecio por la diplomacia, ha fracasado. Cuanto antes lo reconozca antes podrá rectificar.

Según escribe Joshua Leiffer en Haaretz, "el primer ministro es un astuto actor político al que se ha dado por perdido en numerosas ocasiones, y aún podría encontrar la manera de recuperarse de la humillación que le ha infligido Trump y de la frustración de los israelíes, agotados por casi tres años de guerra. Pero Netanyahu tampoco se ha presentado nunca a unas elecciones con el telón de fondo de una debacle estratégica de esta magnitud. Su carta de presentación era que, al haber convertido a Israel en una potencia regional, su poderío militar hacía innecesarias las soluciones diplomáticas. Esa ilusión se ha hecho añicos, y el Israel de Netanyahu se ve obligado, con demasiado retraso, a reconocer los límites de su poder".

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Los españoles consumen más gasolina y diésel que el año pasado pese a los precios disparados por la guerra

Surtidores de una gasolinera Repsol, a 22 de junio de 2025, en Madrid (España).

El impacto ha sido contenido. En las estaciones de servicio la actividad se ha mantenido prácticamente invariable y la demanda de combustibles en las gasolineras apenas se ha resentido por la guerra. Más aún, el balance global de los cinco primeros meses del año es positivo, con un incremento del 0,73% de mayor consumo de combustibles en plena ofensiva de precios al alza provocados por la contienda bélica en Irán.

Según la Corporación de Reservas Estratégicas de Productos Petrolíferos (CORES), entre enero y mayo de este año se han consumido en España 9,29 millones de toneladas de gasolina y gasóleo. Esta cifra supone casi 68.000 toneladas más que durante el mismo periodo del año pasado. El encarecimiento del petróleo -y con él, el de los carburantes- ha disparado su precio en los surtidores desde que la guerra comenzó a finales del pasado mes de febrero.

La medida, que se ha traducido en una rebaja del 21% al 10% del IVA y el recorte del Impuesto Especial sobre Hidrocarburos al mínimo legal permitido en la UE. Los recortes están en vigor hasta el próximo 30 de junio. Un periodo que la patronal de las estaciones de servicio ya ha reclamado que se pueda prolongar hasta el final de verano para no provocar un impacto importante en el precio en pleno inicio de operación salida de verano.

El 'sorpasso' del diésel y las medidas anticrisis

En las primeras semanas del conflicto, el comportamiento de los precios de los combustibles ha ido en aumento, registrando un sorpasso del gasóleo sobre la gasolina que aún hoy se mantiene. A finales de marzo se alcanzó un 'techo', con el precio del gasóleo en un máximo de 1,96 euros por litro y la gasolina 95 en 1,61 euros por litro.

Sólo el plan anticrisis del Gobierno, que contempló rebajas impositivas sobre los carburantes, permitió rebajar el precio de modo significativo, si bien la tendencia general no dejó de subir. El 8 de abril se alcanzó -sin aplicar los descuentos- el precio más elevado de toda la crisis, con un precio del diésel de 2,1 euros por litro.

La Semana Santa ha sido el verdadero motor que ha permitido mantener e incluso elevar levemente el consumo de carburantes en España este año. El pasado mes de marzo, según datos de CORES, el consumo aumentó un 6,15% respecto al mismo mes del año pasado. Los 2,494 millones de toneladas de combustible consumidas ese mes suponen 144.585 más que en marzo de 2025.

Récord de turismo y despegue del consumo de queroseno

El sector del turismo en España se ha visto beneficiado por la situación, convirtiendo a nuestro país en un punto con mayor demanda y presencia de visitantes que otros destinos. Esta realidad se ha reflejado no solo en un repunte de la automoción, sino en combustibles clave como el queroseno de aviación. El sector de las aerolíneas también ha corroborado que la demanda no se ha resentido y, de cara al periodo estival, se espera un incremento en la oferta de billetes de avión.

Los últimos datos de CORES muestran cómo nuestro país ha aumentado de modo importante el consumo de combustible de aviación. En los cuatro primeros meses de este año, la llegada de turistas extranjeros a España ha alcanzado cifras récord con 26,6 millones de visitantes. De enero a abril pasado, el país incrementó un 4,3% el uso de este carburante. En total, se consumieron 2,3 millones de toneladas de queroseno en el primer cuatrimestre del año, dos de ellos con la crisis de Irán ya en marcha. Esto supone la cifra más elevada al menos desde 2023, año en el que el consumo en el mismo periodo apenas superó los 2 millones de toneladas.

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La cesta de la compra se enfrenta a nuevas subidas: el campo acumula 280 millones de sobrecostes por la guerra en Irán

El ministro de Agricultura, Pesca y Alimentación, Luis Planas

A los 100 días del inicio de la guerra en Irán, y con la cuenta atrás en marcha para que decaigan las medidas anticrisis aprobadas por el Gobierno, las familias españolas afrontan el riesgo de nuevas tensiones en la cesta de la compra. El secretario general de COAG (Coordinadora de Organizaciones de Agricultores y Ganaderos), Andrés Góngora, advierte de que "el conflicto está generando un sobrecoste para el sector agrario español de 2,8 millones de euros al día", lo que sopone 280 millones por el momento. Además, desde la organización temen que, si no se resuelve el conflicto en Oriente Medio en verano, los agricultores tendrán desde este mismo "otoño problemas de liquidez para afrontar las siembras" de invierno.

La preocupación del sector agrario radica en que el actual encarecimiento de la energía, los carburantes y los fertilizantes termine reproduciendo la misma espiral de costes que sufrió el campo tras el estallido de la guerra en Ucrania. En 2022, los precios de los alimentos subieron más de un 15% y la cesta de la compra experimentó el mayor episodio inflacionista desde el comienzo de la serie del INE (Instituto Nacional de Estadística). Según explica Góngora, cuando se dispara el precio de las materias primas, "el impacto sobre la renta agraria es inmediato". Así sucedió en 2022: los consumos intermedios del sector "aumentaron un 29,9% en un solo año, con subidas del 62% en fertilizantes y del 50% en energía y lubricantes, lo que provocó una caída de la renta agraria real del 8,7%".

Y de acuerdo con el último informe de Perspectivas Económicas de la OCDE (Organización para la Cooperación y el Desarrollo Económico), durante los 100 días de duración del conflicto en Oriente Medio, los precios de los fertilizantes han registrado incrementos de entre el 39% y el 59%. Además, desde COAG suman las "significativas" subidas de otros "insumos clave", como el gasóleo agrícola, cuyo precio se ha disparado entre un 40% y un 50%. Un escenario en el que los sobrecostes derivados del conflicto bélico podrían acabar trasladándose al consumidor final en un momento especialmente delicado: los alimentos se han encarecido casi un 40% desde la pandemia, según los datos del INE.

Y no parece que la presión vaya a disiparse a corto plazo. La presidenta del BCE (Banco Central Europeo), Christine Lagarde, reconoció en marzo durante una entrevista en The Economist que los daños sobre la capacidad de producción energética derivados del conflicto "ya son demasiado importantes" y que su normalización no podrá producirse "en cuestión de meses" Circunstancia que amenaza con seguir alimentando el encarecimiento de materias primas esenciales para el campo.

El sector agrario ve "prematuro" retirar las ayudas

Ante este escenario, el foco está puesto en las medidas de apoyo aprobadas por el Gobierno para amortiguar el impacto económico de la guerra. Las medidas fiscales aplicadas a la electricidad y al gas han decaído, mientras que las vinculadas a los carburantes seguirán vigentes, por el momento, hasta el próximo 30 de junio. Precisamente para decidir si las medidas se mantendrán, adaptarán o se retirarán definitivamente, el Ministerio de Economía ha iniciado una ronda de reuniones con los agentes sociales y los sectores más afectados.

Entre ellos, el sector agrario, que considera "prematuro" retirar las medidas y reclama prolongar los mecanismos de apoyo mientras persiste la volatilidad en los mercados energéticos y de materias primas. En concreto, las organizaciones defienden "la continuidad de las medidas vinculadas al gasóleo profesional agrario" y pesquero, que contemplaba una subvención de 20 céntimos por litro de combustible que se sumaba al descuento general y que podría decaer el próximo 30 de junio.

No obstante, algunas medidas agrícolas tienen aseguradas su continuidad más allá del verano, lo que podría amortiguar el impacto sobre los precios en el supermercado. A finales de mayo, la Comisión Europea dio luz verde al régimen español de subvenciones estatales por valor de 500 millones de euros para ayudar a las empresas agrícolas a paliar los efectos de la subida de los precios de los fertilizantes.

Este programa permanecerá en vigor hasta el 31 de diciembre de 2026 y, según se desprende del comunicado remitido por Bruselas, "las empresas podrán recibir 22 euros por hectárea de secano y 55 euros por hectárea de regadío, hasta un máximo de 300 hectáreas por beneficiario". Además, de acuerdo con las estimaciones de la Comisión, el plan podría cubrir "hasta el 70% de los costes adicionales de los fertilizantes derivados de la crisis de Oriente Medio". Pese a ello, el sector teme que una prolongación del conflicto termine neutralizando parte del efecto de estas ayudas y vuelva a tensionar los costes de producción como sucedió en 2022.

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Kallas: “L’Ue ha pronto un piano per Hormuz. Ucraina? Putin non vuole negoziare”

Per quanto riguarda lo Stretto di Hormuz, Iran e Stati Uniti devono trovare un accordo“, mentre l’Unione europea può “certamente contribuire, ad esempio dopo un cessate il fuoco, anche attraverso l’accompagnamento e la protezione delle navi, e discuteremo di questo oggi”. Lo ha dichiarato l’Alta rappresentante dell’Ue per la Politica estera, Kaja Kallas, all’arrivo alla riunione informale del Consiglio Difesa Ue, a Lefkosia, Cipro. Per Kallas gli Stati Ue parleranno oggi di “cosa possiamo fare di più con l’Operazione Aspides nella regione“, e inoltre oggi sarà la prima volta che verranno applicate all’Iran le sanzioni relative alla libertà di navigazione.

Kallas affronta anche il problema relativo alla guerra in Ucraina. “La Russia – sostiene l’alto rappresentante Ue – non è ancora pronta ad avviare i negoziati per l’Ucraina, e l’Unione europea deve dimostrare pazienza strategica su questo tema. Vediamo un’escalation dei loro attacchi. Tuttavia, osserviamo anche alcuni segnali all’interno della Russia che indicano un crescente malcontento verso il proseguimento della guerra”, ha affermato Kallas. “Ritengo che la Russia non sia ancora arrivata a quel punto. Per questo dobbiamo avere più pazienza strategica. Non dobbiamo essere noi a rincorrere i negoziati; deve essere la Russia a voler parlare con noi, se davvero desidera porre fine alla guerra. E si cominci con un cessate il fuoco“, ha sottolineato. Kallas ha inoltre elogiato i cinque punti menzionati ieri nella dichiarazione a margine del vertice dei leader E3 a Londra, che menziona “gli interessi fondamentali europei“, come l’alleggerimento delle sanzioni o lo sblocco dei beni congelati.

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Israel responde a los ataques de Irán a pesar de que Trump pidió a Netanyahu no hacerlo

El Ejército israelí ha bombardeado este lunes el complejo petroquímico de Mahshahr, situado en el suroeste de Irán. Esta contundente respuesta militar se da apenas horas después de la embestida inicial de Teherán.

Según ha detallado un breve comunicado militar emitido a las 8.00 hora local (5.00 GMT), la Fuerza Aérea israelí ha sido la encargada de atacar "varios objetivos" de estas estratégicas instalaciones energéticas iraníes. "Hace poco, la Fuerza Aérea israelí atacó varios objetivos en el complejo petroquímico de Mahshahr, en el suroeste de Irán. Más detalles próximamente" decía el comunicado.

Las autoridades de la provincia iraní de Juzestán no han tardado en reconocer el impacto de los bombardeos. A través de medios oficiales como la cadena Press TV, el encargado de seguridad regional confirmó que la compañía petroquímica Karun en Mahshahr ha sido alcanzada por los proyectiles israelíes, lo que ha provocado "daños parciales" en diversas partes del complejo industrial.

La respuesta militar de Tel Aviv se ha extendido más allá de este complejo. Israel también ha informado de ataques adicionales a zonas del oeste y centro de Irán. El desafío bélico del Gobierno de Benjamín Netanyahu cobra especial relevancia por las presiones internacionales que lo rodeaban. Con la tensión en máximos desde el alto el fuego del pasado mes de abril, el presidente estadounidense, Donald Trump, intentó este domingo, sin éxito, aplacar la intención del primer ministro israelí de contraatacar a Irán. El mandatario estadounidense buscaba evitar a toda costa que la represalia hebrea entorpeciera las frágiles negociaciones que Washington mantiene con Teherán para intentar poner fin a la guerra.

El detonante directo que ha llevado a esta incursión en Mahshahr fue el ataque de Irán, que durante la noche del domingo lanzó sucesivas oleadas de misiles contra territorio israelí. El Ejército israelí se vio obligado a activar las alertas en "varias zonas" del norte del país tras la detección de una primera andanada de dos misiles, seguida inmediatamente de una segunda ráfaga. Este grave episodio ha supuesto el primer ataque de Irán contra Israel desde la tregua del pasado abril.

Frente a la amenaza iraní, la Fuerza Aérea israelí operó intensamente para "interceptar y atacar donde sea necesario". Pese a la magnitud de la ofensiva, el servicio de emergencias israelí, Maguén David Adom (MDA), confirmó la ausencia de víctimas o heridos. No obstante, los equipos del Servicio de Bomberos y Rescate de Israel tuvieron que desplegarse para inspeccionar varios puntos en los Altos del Golán tras recibir múltiples alertas telefónicas derivadas de los impactos.

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Iran ai Mondiali: arrivano i visti Usa, ma solo per i calciatori. Negato ad almeno 15 membri dello staff

Il caso diplomatico che rischiava di compromettere la partecipazione dell’Iran ai Mondiali di calcio negli Stati Uniti sembra essersi risolto. I calciatori della nazionale iraniana hanno infatti ottenuto i visti necessari per entrare nel territorio americano e prendere parte alla competizione che inizierà tra pochi giorni. La conferma è arrivata da un funzionario della Casa Bianca, che ha riferito la notizia all’agenzia Reuters. La svolta arriva dopo giorni di incertezza e polemiche. Ma solo ai calciatori: Fonti interne hanno riferito ad Al Jazeera che almeno 15 membri dello staff della nazionale iraniana si sono visti negare il visto negli Stati Uniti. Si tratta di allenatori, personale tecnico e dirigenti. Le stesse fonti dicono che alcuni di coloro a cui è stato negato il visto erano ufficialmente riconosciuti dalla FIFA come parte dello staff tecnico e/o di allenatori.

Soltanto nelle scorse ore l’ambasciatore iraniano in Messico, Abolfazl Pasandideh, aveva denunciato pubblicamente il mancato rilascio dei visti ai giocatori, sottolineando come la squadra fosse ancora bloccata a dieci giorni dall’esordio previsto a Los Angeles. Una situazione che aveva alimentato timori sulla possibilità che la nazionale iraniana non riuscisse a raggiungere gli Stati Uniti in tempo per l’inizio del torneo.

Le restrizioni

La vicenda aveva assunto rapidamente una dimensione politica. L’Iran figura infatti tra i Paesi colpiti dalle nuove restrizioni all’ingresso negli Stati Uniti introdotte dall’amministrazione Trump. Sebbene gli eventi sportivi internazionali prevedano generalmente deroghe specifiche per atleti, tecnici e delegazioni ufficiali, il ritardo nell’emissione dei documenti aveva sollevato interrogativi sull’effettiva applicazione di tali eccezioni. Nei giorni scorsi la federazione iraniana aveva scelto di trasferire la squadra in Messico, trasformando il Paese nordamericano in una sorta di base operativa temporanea in attesa dello sblocco della situazione. Una soluzione logistica necessaria per non compromettere la preparazione alla competizione e per consentire alla delegazione di essere pronta a partire non appena fosse arrivato il via libera dalle autorità statunitensi.

L’annuncio della Casa Bianca mette ora fine, almeno sul piano pratico, a una vicenda che aveva suscitato preoccupazione sia nel mondo del calcio sia in quello diplomatico. Con i visti finalmente concessi, la nazionale iraniana potrà raggiungere gli Stati Uniti e preparare regolarmente il proprio debutto mondiale.

Il significato

La partecipazione dell’Iran assume inoltre un significato particolare perché la squadra si prepara a giocare il Mondiale mentre il Paese è coinvolto in un conflitto con una delle nazioni ospitanti, una situazione senza precedenti nella storia della competizione.

Durante il ritiro in Turchia, dove la nazionale ha trascorso oltre due settimane prima di trasferirsi in Messico, alcuni giocatori hanno raccontato all’Associated Press le difficoltà di preparare un appuntamento sportivo di tale portata mentre si seguono quotidianamente le notizie provenienti dal proprio Paese. “Non è facile”, ha spiegato il centrocampista Saeid Ezatolahi, alla sua terza Coppa del Mondo. “La situazione politica può influenzare la mentalità dei giocatori e della gente”.

Nonostante il contesto, i calciatori insistono sulla volontà di rappresentare il Paese e offrire un momento di unità a una popolazione provata dalla guerra. “Sappiamo che il nostro popolo ha sofferto molto e andiamo lì per loro, per ottenere i migliori risultati possibili“, ha dichiarato il 24enne Mohammad Ghorbani. Le prime due partite dell’Iran si giocheranno nell’area di Los Angeles, città che ospita una delle più grandi comunità iraniane all’estero, composta in larga parte da oppositori del regime di Teheran. “Ci aspettiamo molti tifosi allo stadio e molta pressione”, ha detto ancora Ezatolahi. “Il nostro dovere è lottare per il nostro popolo, rappresentare il nostro Paese e dimostrare quanto valiamo”. Un messaggio condiviso anche da Ghorbani: “Vogliamo portare gioia agli iraniani e mostrare al mondo la forza del nostro popo

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“Stop al supporto dell’Italia alle guerre”: oltre cento sigle convocano un corteo alla base aerea Usa di Aviano

La base aerea Usa di Aviano è da oltre due mesi una specie di sismografo dell’attività statunitense sul fronte della guerra contro l’Iran. Gli arrivi e le partenze si susseguono, consentendo gli scali di aerei cargo che trasportano materiali non meglio identificati sulle rotte del conflitto. Alcuni partono da Fairford nel Regno Unito e si dirigono verso la Giordania, facendo scalo nel centro friulano o a Ramstein in Germania. Altri aerei sono stati segnalati sulla rotta da Lakenheath, nel Suffolk, a Incirlik, in Turchia ai confini con la Siria (dove si trovano una cinquantina di testate atomiche), per poi rientrare in Europa attraverso Aviano, che a sua volta è un deposito atomico. A tenere meritoriamente il monitoraggio di questo flusso aereo è il giornale on line pordenoneoggi.it, che segue anche il via vai delle truppe che, a bordo di Boeing 747, raggiungono la base di Camp Lemonnier a Gibuti, nel Corno d’Africa. “Continuano giornalmente anche i voli da e per Ramstein e la Romania, dove gli Usa hanno una base molto importante per lo scacchiere europeo, considerando che la Romania aiuta l’Ucraina nell’invio di droni di fabbricazione statunitense”, spiega il giornalista Alessandro Rinaldini.

In quell’extraterritorialità della guerra su cui possono contare gli americani in Italia, Aviano è uno snodo importante ed è lì che associazioni pacifiste e movimenti politici contro la guerra si sono dati appuntamento per sabato 6 giugno. Al momento 112 sigle hanno dato la loro adesione, a cominciare da Anpi Friuli-Venezia Giulia, Cgil, Tavolo della Pace, Global Sumud Flotilla, Rete italiane Donne in Nero che fanno da capifila. Il raduno è previsto alle 15 davanti al Duomo, da dove si snoderà il corteo fino all’ingresso della base. “Aviano, una voce collettiva per la pace, contro la guerra e il riarmo” è il tema della manifestazione. “La pace non appartiene soltanto ai governi o alle istituzioni, ma nasce anche dalla responsabilità e dall’impegno quotidiano della collettività”, si legge nel manifesto. “Un fermo No alla guerra e a ogni escalation militare si alzerà con voce unica, per riaffermare l’urgenza per la pace e per un modello di società alternativo fondato sulla dignità e sul rispetto delle persone, dei popoli e di ogni essere sul pianeta”. I temi si intrecciano: si va dalla denuncia della corsa globale agli armamenti e dei “rigurgiti nazionalisti” al rischio sempre più concreto di un mondo dominato dalla logica della deterrenza e dello scontro permanente. “Ci opponiamo fermamente al supporto politico e militare fornito dal governo italiano e dai governi europei a Israele nel genocidio del popolo palestinese, così come alla guerra condotta da Israele e dagli Stati Uniti contro Iran e Libano. Il nostro pensiero e la nostra solidarietà vanno a tutte le vittime dei conflitti in corso nel mondo, dall’Ucraina al Sudan, dal Myanmar al Congo e all’Eritrea”.

“La manifestazione sta riscuotendo un forte consenso”, ha detto in conferenza stampa Maurizio Marcon, segretario generale della Cgil di Pordenone. “La mobilitazione vuole essere anche una proposta, non soltanto una denuncia. Chiediamo al governo italiano e alle istituzioni di investire nelle politiche sociali e nelle misure urgentissime per affrontare i disastri ambientali e il cambiamento climatico, anziché nelle spese militari”. Antonella Lestani, coordinatrice regionale dell’Anpi, ha aggiunto: “Richiamarsi all’articolo 11 della nostra Costituzione equivale riaffermare la promessa originaria della democrazia italiana: mai più la guerra come strumento di potere, e centralità della convivenza democratica tra i popoli. Abbiamo scelto Aviano per lanciare un messaggio politico e umano contro la normalizzazione della guerra”. Michele Negro, rappresentante friulano della Rete per i diritti, l’accoglienza e la solidarietà internazionale, ha fornito alcuni dati: “Abbiamo oltre 12mila testate nucleari nel mondo, quando sappiamo che ne basterebbero cinquanta per distruggere l’umanità. Mentre crescono gli investimenti per la produzione di armi e per le infrastrutture militari, abbiamo situazioni economiche esplosive come i licenziamenti dell’Electrolux. Di fronte a ciò, l’Italia sceglie di investire quasi mille miliardi in dieci anni per arrivare al 5% del Pi, in spese militari”. Altri numeri sono stati aggiunti da Massimo Marchini, attivista della Flotilla di terra: “La maggior parte delle vittime delle guerre oggi sono i civili. A Gaza, degli oltre 80mila morti registrati, circa l’85% sono civili, un quarto delle vittime sono bambini. Un dato terribile”.

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