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“Questa è una cosa che non dovresti mai mettere in lavatrice perché col tempo può danneggiare le fibre dei tuoi vestiti”: la rivelazione dell’esperta di bucato

C’è un prodotto che, secondo un’esperta di bucato, non si dovrebbe usare in lavatrice. Come riporta il Daily Star, i motivi sono molteplici, ma l’invito è categorico: “Smettete di usare un prodotto che potrebbe essere dannoso per i vestiti e, secondo alcuni, anche per la lavatrice”.

Un’esperta del settore ha lanciato un avvertimento riguardo a un determinato prodotto, sottolineando che esistono molteplici motivi per cui sarebbe opportuno non tenerlo in casa. L’esperta ha inoltre fornito alcune raccomandazioni su metodi alternativi per il lavaggio dei capi d’abbigliamento. Attraverso un post pubblicato sulla piattaforma social X, l’esperta di consumi ha dichiarato: “Dovresti usare l’ammorbidente quando lavi i vestiti? Potrebbe sorprenderti sapere che la risposta è no. Può funzionare per un breve periodo di tempo sui vestiti nuovi”.

E poi ha continuato: “Col tempo può danneggiare le fibre dei tuoi vestiti, lasciandoli rigidi e croccanti invece che morbidi. Può anche causare irritazioni cutanee. Invece, immergerei i miei vestiti incuna miscela di aceto bianco e acqua prima di risciacquarli e buttarli nel cestello”.

“Terrei l’ammorbidente ben lontano dagli asciugamani – ha spiegato – perché può effettivamente ridurne la capacità di assorbire l’acqua“. Dunque il modo migliore per ammorbidire gli asciugamani è con una breve centrifuga nell’asciugatrice, ma asciugarli all’aperto in una giornata calda e ventilata.

Anche il Servizio Sanitario Nazionale britannico (NHS) avverte che le persone con eczema dovrebbero evitarne l’uso. Il sito web del Newcastle Upon Tyne Hospitals NHS Foundation Trust afferma: “Le persone con eczema dovrebbero prestare particolare attenzione agli articoli che entrano in contatto diretto con la pelle. Fragranze (profumi) e detersivi possono provocare reazioni cutanee. Anche deodoranti per ambienti, candele, cialde di cera profumata e diffusori sono irritanti e il loro utilizzo dovrebbe essere evitato. Per tenere la situazione sotto controllo, si possono: utilizzare detersivi non biologici per il bucato; utilizzare il secondo ciclo di risciacquo extra della lavatrice, se disponibile; non utilizzare ammorbidente”.

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“Il mio segreto è nel mio freezer. Dovete fare un investimento nel proprio piano pensionistico del benessere“: i consigli della giornalista 81enne Angela Rippon

A 81 anni, la giornalista e conduttrice televisiva britannica Angela Rippon mantiene i ritmi lavorativi di una trentenne, senza registrare cali di energia e arrivando a esibirsi, nel 2023, come la concorrente più anziana di sempre nello show Strictly Come Dancing. Il segreto della sua tenuta fisica e mentale non risiede in diete estreme o digiuni calcolati, ma in una pratica domestica accessibile e organizzata: il congelatore. “Ho un sacco di verdure nel freezer tutto il tempo”, ha rivelato la presentatrice in un’intervista a Good Housekeeping. Tornando a casa dopo lunghe giornate di lavoro, Rippon attinge alle sue scorte preparate in anticipo per garantirsi pasti nutrienti immediati, aggirando la stanchezza.

Il metodo del congelatore e i pasti pronti

La strategia di Angela Rippon si basa sulla pianificazione e sulla cottura in serie. Vivendo da sola e cucinando in autonomia tutti i propri pasti, la giornalista ottimizza i tempi preparando grandi quantità di vegetali da conservare termicamente. “La patata dolce arrostita è sempre nel freezer, quindi è facile se ho lavorato tutto il giorno”, ha spiegato nell’intervista. “Torno, tiro fuori un paio di confezioni di verdure e mi riempio un piatto, il che è meraviglioso”. Per organizzare le sue scorte, Rippon utilizza delle semplici ed economiche buste per zuppe e salse acquistate per poche sterline, che appiattisce strategicamente nei cassetti del congelatore per recuperare spazio. Quando non attinge al freezer, predilige grandi cotture uniche, come le teglie mediterranee a base di peperoni, zucchine, melanzane e cipolle, oppure pentoloni di stufato denso con radici, funghi e carne di agnello, pollo o coniglio.

Niente regole ferree, ma attenzione alle intolleranze

A differenza di molte celebrità, l’ottantunenne rifiuta le logiche del digiuno intermittente o i protocolli nutrizionali rigidi. I suoi orari, dettati da un lavoro che impone levatacce e trasferte, rendono la sua alimentazione fisiologicamente irregolare. L’unica vera regola che si impone riguarda gli orari serali: “Non mi piace mangiare tardi la sera, non andrei mai a letto con la pancia troppo piena”.

Le sue scelte a tavola sono guidate principalmente da necessità fisiologiche: “Non sono vegetariana, ma mangio molta verdura”, chiarisce la conduttrice. “Ho difficoltà con il glutine e i latticini, quindi questo decide gran parte di ciò che mangio. Tendo a consumare molte verdure, pesce e pollo”. La carne rossa non è bandita, ma limitata a occasioni sporadiche in cui si concede piatti tradizionali come fegato e cipolle. Per la colazione, il focus è sul mantenimento energetico a lungo termine, privilegiando le proteine e i grassi buoni: “Di solito mangio un uovo e un avocado, o magari dello yogurt con i mirtilli”.

Acqua calda e il “piano pensionistico del benessere”

L’energia mostrata da Rippon sul piccolo schermo non deriva dalla caffeina. A causa dell’intolleranza al lattosio, ha eliminato il tè nero macchiato anni fa. Oltre a un paio di caffè neri occasionali, la sua bevanda di elezione è del tutto inusuale: semplice acqua calda. “Bevo molta acqua calda. Se c’è del limone in giro, va bene. Se c’è una bustina di tè alla menta, va bene. Ma quando sono fuori, è sempre acqua calda”, ha spiegato. Una scelta che ha un duplice scopo: le piace il sapore e, professionalmente, le permette di mantenere la gola umida ed evitare la secchezza vocale durante le lunghe conduzioni. L’alcol è ridotto al minimo, limitato a un occasionale calice di Champagne o di vino Chablis.

La disciplina alimentare di Angela Rippon è strettamente legata al rispetto per il pubblico e alla consapevolezza del tempo che passa. “Faccio questo lavoro da 60 anni. In questo periodo, ho imparato a gestirmi. Quando giro uno show, il pubblico ha bisogno che i livelli di energia siano gli stessi alla fine del programma come all’inizio”. Da qui deriva il suo appello finale alla cura di sé, definito con un paragone finanziario: “Dico sempre: non è mai troppo tardi. È davvero importante, invecchiando, pensare in termini di fare un investimento nel proprio piano pensionistico del benessere. Riconosco l’importanza di prendermi cura del mio corpo. Ne ho solo uno e se non me ne prendo cura, a un certo punto mi abbandonerà”.

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Medicine distribuite in farmacia, la lista si allunga: la proposta di Aifa e il rischio spesa pubblica in aumento. Emilia Romagna dice no

La partita sulla distribuzione dei farmaci si allarga ancora. Dopo le gliflozine, ora tocca alle insuline a lento rilascio e ai farmaci cardiovascolari. Lunedì scorso, durante una riunione tra AIFA e le Regioni rappresentate al tavolo tecnico, è stata presentata la proposta di trasferire verso la distribuzione territoriale, attraverso le farmacie convenzionate, nuove categorie di farmaci oggi gestite prevalentemente attraverso i canali regionali della distribuzione diretta e per conto. Tra i prodotti interessati figurano insuline come Lantus, Abasaglar e Toujeo, utilizzate da centinaia di migliaia di pazienti diabetici, e farmaci come Entresto, terapia di riferimento per lo scompenso cardiaco cronico sviluppata da Novartis.

La proposta arriva in un momento tutt’altro che neutrale. Da mesi il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato, farmacista di professione e principale sostenitore politico della riforma della remunerazione delle farmacie e della “farmacia dei servizi”, porta avanti una strategia che punta a rafforzare la sua categoria all’interno del Servizio sanitario nazionale. Una linea che alcune Regioni leggono come un progressivo trasferimento di risorse pubbliche verso il canale delle farmacie private convenzionate che, come scritto dal Fatto Quotidiano, hanno incrementato il loro fatturato nel 2025 di circa 4 miliardi rispetto al biennio 2021-2022, segnato dalla fase più intensa dell’emergenza Covid.

I farmaci oggi distribuiti attraverso i canali regionali vengono acquistati direttamente dalle Regioni, spesso a condizioni economiche vantaggiose grazie alle gare pubbliche e con un onere di servizio per la distribuzione per conto che ha una percentuale variabile da regione a regione. Questi strumenti, insieme al payback sanitario, consentono alle Regioni di mantenere il controllo sulla spesa e sui consumi. Ma lo spostamento verso la distribuzione convenzionata modifica inevitabilmente questo equilibrio. Con la nuova remunerazione delle farmacie, entrata in vigore nel 2024 e sostenuta dal Governo Meloni, ogni confezione dispensata genera infatti una remunerazione specifica per la farmacia, composta da quote fisse e da una componente percentuale. Così per le Regioni più prudenti, il problema resta aperto: ogni nuovo farmaco trasferito dal canale diretto a quello convenzionato rischia di produrre un aumento della spesa. È in questo contesto che si colloca il no dell’Emilia-Romagna. Secondo quanto ci risulta, la Regione guidata dal centrosinistra è stata l’unica a esprimere una netta contrarietà alla proposta presentata da AIFA.

Diverso l’atteggiamento delle altre Regioni presenti al tavolo — Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia — tutte amministrate dal centrodestra e apparentemente più disponibili a valutare lo spostamento di nuovi farmaci. Sul fronte opposto dell’Emilia, Federfarma, in un proprio report, difende la riforma richiamando le valutazioni contenute nella relazione tecnica della Legge di Bilancio e riprese dalla Corte dei Conti. Nel documento si sottolinea che “sebbene sia ancora prematuro formulare valutazioni definitive, le prime applicazioni della riforma consentono già alcune considerazioni”.

Il settore sostiene che il costo effettivo della riforma sia molto più contenuto di quanto spesso viene raccontato: in pratica, non costerebbe così tanto. Il nuovo sistema determina infatti un maggior onere netto per il Servizio sanitario nazionale di circa 53 milioni di euro nel 2024 e di circa 77 milioni di euro annui a regime dal 2025. Le stesse stime governative indicano un incremento lordo della remunerazione pari a circa 227 milioni di euro, ma una parte consistente di queste risorse era già riconosciuta alla categoria attraverso la remunerazione aggiuntiva introdotta negli anni precedenti, per un valore di circa 150 milioni di euro annui. Secondo il presidente di Federfarma Marco Cossolo: “La nuova remunerazione, portata avanti da numerosi governi di diversi orientamenti politici, sostiene questi servizi allineando l’Italia ai parametri europei. Grazie alla nostra capillarità, assicuriamo l’accesso alle cure anche nelle aree più isolate. Potenziare la farmacia dei servizi non costituisce un costo aggiuntivo, ma un investimento strutturale per una sanità territoriale efficiente”

Ma quali siano, i benefici economici e clinici derivanti da questi trasferimenti non è chiaro. Per i farmaci destinati a patologie croniche come il diabete o lo scompenso cardiaco, infatti, una maggiore accessibilità della farmacia sotto casa potrebbe rappresentare un vantaggio per il paziente. Ma perché l’operazione sia davvero conveniente per il Servizio sanitario nazionale, occorrerebbe dimostrare che tale beneficio produca un miglioramento misurabile dell’aderenza terapeutica e il contenimento di altre voci di spesa sanitaria. Ma finché non arriveranno dati trasparenti e verificabili dal Governo Meloni, il dubbio continuerà ad accompagnare ogni nuovo trasferimento proposto da Aifa e sostenuto dal sottosegretario farmacista di Fratelli D’Italia Marcello Gemmato.

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IA, salute e disuguaglianze. Il nodo dell’equità nell’era degli algoritmi

Fra le molte promesse dell’intelligenza artificiale applicata alla sanità c’è quella di ampliare l’accesso alle cure, migliorare l’accuratezza delle diagnosi, supportare la ricerca clinica, personalizzare i percorsi terapeutici e alleggerire il carico amministrativo che oggi grava sui professionisti. Ma accanto alle opportunità emergono anche interrogativi tutt’altro che secondari. Cosa accade se gli algoritmi vengono addestrati su dati incompleti? Se alcune categorie di pazienti risultano sottorappresentate? Se il divario digitale impedisce a una parte della popolazione di beneficiare dell’innovazione? E ancora: l’intelligenza artificiale contribuirà a rendere i sistemi sanitari più equi o rischia invece di amplificare disuguaglianze già esistenti? È attorno a questi interrogativi che si è sviluppato il confronto 2026 di Tutto nella norma dal titolo “IA e sanità: una leva contro le disuguaglianze?” promosso da Fondazione Roche in collaborazione con Healthcare Policy e Formiche. L’incontro, moderato dalla direttrice di Formiche Flavia Giacobbe presso il Centro studi americani, ha riunito rappresentanti delle istituzioni, del mondo accademico e dell’ecosistema della salute per riflettere su opportunità, rischi e condizioni necessarie affinché la trasformazione digitale rafforzi il diritto alla salute.

IA: non un mero fattore tecnico

Ad aprire i lavori è stato Enrico Sabatini, segretario della Fondazione Roche, che ha riportato il dibattito alla dimensione costituzionale del tema. “La misura delle cose viene definita dal proprio contrario”, il richiamo è dapprima al diritto fondamentale alla salute garantito dall’articolo 32 della nostra Costituzione e poi a quello ai dati che indicano come milioni di italiani – circa il 10% della popolazione – rinuncino oggi alle cure per problemi di natura geografica, costi, e liste d’attesa troppo lunghe. Persone “con fragilità o marginalizzate, che spesso non hanno le risorse socio-culturali o economiche per fare fronte a patologie croniche o invalidanti”. In questo contesto, ha sottolineato, l’intelligenza artificiale “ha opportunità incredibili, ma elementi che vanno valutati”, dunque, non può essere considerata “un mero fattore tecnico perché incide sul diritto della persona alla salute e sulla sua vita”. Per questo, ha aggiunto, la responsabilità umana deve rimanere al centro delle scelte e dei processi decisionali.

Fragilità e disuguaglianze

Nella sua lectio magistralis, Bernardo Mattarella, professore di Diritto amministrativo e coautore del libro “Governare le fragilità”, ha ricordato come la lotta alle disuguaglianze sanitarie non possa essere separata dalle fragilità strutturali del Paese. Richiamando i temi del capitale umano, della qualità delle istituzioni e della sostenibilità della spesa pubblica, Mattarella ha evidenziato la necessità di rafforzare la capacità del sistema sanitario. “Abbiamo bisogno di strutture forti a livello statale e regionale per il governo di questi settori”, ha affermato, indicando nella governance uno degli elementi chiave per garantire equità nell’accesso alle cure e nell’adozione delle nuove tecnologie.

Dalle potenzialità alle criticità

Le potenzialità offerte dall’intelligenza artificiale alla ricerca sono state evidenziate da Antonio Addis, responsabile Uosd Epidemiologia del Farmaco presso Asl Roma 1. “Per un epidemiologo l’IA è entrare in una bellissima stanza giochi”, ha affermato, descrivendo la possibilità di trasformare enormi masse di dati in strumenti di conoscenza e simulazione.

Dalla produzione di dati sintetici alla riduzione degli errori sistematici, fino alla possibilità di avvicinare la ricerca osservazionale agli standard degli studi sperimentali, le prospettive sono numerose. Ma, ha avvertito, occorre passare dalla teoria alla pratica. “Occorre fare ricerca in questo ambito, non solo parlarne”, richiamando l’attenzione sulla necessità di investimenti pubblici e sulla costruzione di ecosistemi aperti in cui condividere esperienze, competenze e buone pratiche, evitando che la capacità di sviluppare e controllare gli algoritmi resti concentrata in poche mani.

A questo si affianca il tema della qualità dei dati e della rappresentatività degli algoritmi, al centro dell’intervento di Eugenio Santoro, ricercatore presso l’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri Irccs. Se da un lato esistono numerosi studi che mostrano il potenziale delle applicazioni di IA, dall’altro le domande fondamentali riguardano il modo in cui questi strumenti vengono costruiti. “C’è bisogno che gli strumenti quando vengono addestrati siano addestrati su un campione sufficientemente rappresentativo”, ha spiegato, evidenziando come alcune categorie di pazienti risultino ancora sottorappresentate. Un problema che si intreccia con quello delle fonti informative utilizzate. “Molto spesso vengono usati tutti i documenti presenti su un database che non sono necessariamente i più affidabili dal punto di vista scientifico”. Da qui la necessità di comprendere se i modelli siano davvero in grado di distinguere e valorizzare correttamente l’evidenza scientifica.

Una riflessione più ampia sull’impatto dell’IA sulla medicina è arrivata da Luca Pani, professore di Farmacologia e Tossicologia presso l’Università di Modena e Reggio Emilia e professore di Psichiatria presso l’Università di Miami. “L’IA non è solo un modo per fare più velocemente ciò che facciamo, ma cambia la struttura di ciò che facciamo”. Secondo Pani, la medicina del Novecento si è fondata sul concetto di “paziente medio”, riducendo complessità e variabilità per produrre evidenze robuste. Oggi, invece, l’intelligenza artificiale può aiutare a cogliere pattern invisibili e a restituire centralità alle differenze individuali. Perché ciò accada, tuttavia, servono rappresentatività, trasparenza e spiegabilità. “Un algoritmo che è addestrato su dati parziali produce decisioni parziali e sbagliate”. E i dati, ha aggiunto, devono essere restituiti ai cittadini che li generano.

Sul rapporto tra innovazione e sostenibilità del sistema sanitario si è soffermato Nino Cartabellotta, presidente Fondazione Gimbe. “Da un lato la tecnologia avanza in maniera straordinaria, dall’altro i sistemi sanitari sono poco adattivi a integrare quest’innovazione”. Il rischio, secondo il presidente, è che il progresso tecnologico proceda più rapidamente della capacità delle istituzioni di tradurlo in benefici concreti e diffusi.

Governare il cambiamento

La necessità di governare questa transizione è stata ribadita dalla senatrice Tilde Minasi, componente della commissione Sanità e relatrice della legge sull’IA. Se le opportunità dell’intelligenza artificiale sono ormai evidenti, altrettanto rilevanti sono i rischi. Per questo, ha spiegato, il disegno di legge italiano parte da un principio fondamentale: “Mettere al centro la persona. Nessun sistema di IA può sostituire la decisione e la responsabilità dell’essere umano”.  L’europarlamentare Brando Benifei ha richiamato il ruolo dell’AI Act nel costruire un quadro di fiducia e tutela. “L’ambito dell’attività medica è uno degli ambiti sensibili dettati dalla legge”, ha ricordato, sottolineando come l’obiettivo sia verificare i sistemi utilizzati in sanità secondo standard rigorosi a tutela di medici e pazienti. L’Europa, ha osservato, non punta a frenare l’innovazione ma a promuoverla attraverso “un’architettura di diritti oggi al centro del dibattito globale” che distribuisce “responsabilità e obblighi lungo tutta la filiera”.

Il contributo di Agenas

La prospettiva dell’implementazione concreta è stata infine portata da Alice Borghini, direttrice Uo Sanità digitale e telemedicina di Agenas. Dopo gli investimenti pari a circa 1,5 miliardi di euro per le infrastrutture regionali di telemedicina, la sfida è oggi favorirne l’utilizzo effettivo da parte di professionisti e strutture sanitarie. Parallelamente, Agenas sta sperimentando una piattaforma di IA generativa “come uno strumento di supporto alle decisioni cliniche dei medici di medicina generale”, ha spiegato Borghini.

La persona al centro

A chiudere i lavori è stata Mariapia Garavaglia, presidente della Fondazione Roche, che ha sintetizzato il senso del confronto. L’intelligenza artificiale può rappresentare uno strumento prezioso per rafforzare il sistema sanitario e migliorare l’accesso alle cure, ma soltanto a condizione di comprenderne limiti, rischi e responsabilità. Per Garavaglia, la sfida non è delegare le decisioni agli algoritmi ma utilizzarli per orientare scelte più informate e più eque. “L’intelligenza artificiale è capace di farci vedere come si potrebbe scegliere, l’intelligenza umana dovrebbe assumersi la responsabilità della scelta”, solo così “l’IA fa in modo che noi siamo davvero la magnifica umanità”.

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“Per dimagrire bisogna mangiare di più, non di meno. Si pensa che in centro a Milano siano tutti sani e snelli, ma non è così”: così Valter Longo

Dieta mima-digiuno e mangiare di più purchè sano: questi i segreti per la longevità secondo Valter Longo, esperto proprio sulla longevità e sulle malattie da invecchiamento intervistato a tutto campo dal Corriere della Sera. Per lo studioso uno stile alimentare corretto dovrebbe prevedere il consumo di tutti i pasti nell’arco di 12 ore e l’adozione periodica della dieta mima-digiuno, generalmente ogni tre o quattro mesi. Più che ridurre le quantità di cibo, suggerisce di aumentare il consumo di alimenti salutari, come minestroni ricchi di verdure e legumi, limitando invece le abitudini meno equilibrate: «Oltre alla dieta mima digiuno ogni tre-quattro mesi, consumare tutti i pasti della giornata all’interno di un arco temporale di 12 ore. E soprattutto non mangiare di meno, ma di più: il famoso minestrone che tutte le regioni hanno, e tanto cibo salutare piuttosto che l’aperitivo e poi il piatto di pastasciutta con il cestino di pane accanto».

La sua alimentazione quotidiana riflette questi principi: «Per colazione friselle integrali che arrivano da Altamura, su cui spalmo una crema di mandorle pugliesi e cacao, una mela o del melone, té verde e nero mischiati; pranzo solo nel fine settimana, normalmente verdure e pesce come salmone, orate, spigole, sardine e acciughe; la sera, mi gusto un minestrone enorme con 80 grammi di pasta, 250 di verdure (spinaci, broccoli, carote, ecc.) oltre a 250 grammi di legumi».

Attenzione invece ad abitudini anche consolidate che possono minare la nostra salute alimentare come l’aperitivo alle 19 tipico di Milano che per Longo «porta a consumare grassi e amidi al posto di una cena salutare. Un problema, quando sono già pochi i milanesi che seguono la dieta mediterranea, o quella della longevità, tantomeno la mima digiuno ovvero una dieta che, in effetti, mima il digiuno, attivando i processi biologici associati, ma con un apporto di calorie, vitamine, minerali e nutrienti essenziali». E la pizza? «La mangio spesso – confida -, ma senza formaggio». E, sempre dando uno sguardo all’ombra della “Madonnina”, spiega Longo, «si pensa che in centro a Milano siano tutti sani e snelli, ma non è così. Se ci fosse solo il Sud, l’Italia sarebbe al primo posto in Europa per obesità infantile. Milano e la Lombardia meglio, contribuiscono comunque al secondo posto europeo dell’Italia per quanto riguarda l’obesità nei bambini, dietro Cipro».

Attenti anche a soluzioni sensazionalistiche come la semaglutide, che per perdere pochi chili «è un’assurdità». Meglio concentrarsi sulla dieta: «Se per due anni un paziente con obesità e diabete ha provato senza risultati a seguire la dieta mediterranea, seguito dal nutrizionista, si può provare il farmaco agonista del recettore del GLP-1. Ma non è detto che abbia senso: il 92% dei pazienti smette entro due anni e, nell’arco di 6-12 mesi, riprende la massa grassa e non muscolare. Per chi continua, il semaglutide può ridurre la mortalità cardiovascolare del 10%, ma seguire la dieta mediterranea può ridurla del 20%»

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Gli alimenti “senza nitriti” sono il nuovo trend dell’alimentazione: perché questi conservanti preoccupano gli esperti

Un recente articolo della Cucina Italiana riporta in primo piano il crescente interesse dei consumatori per gli alimenti senza nitriti, composti usati come conservanti contro il rischio di contaminazioni, ma capaci di trasformarsi nell’organismo in nitrosammine, molecole cancerogene. Moda o no, la preferenza per alimenti senza nitriti è dunque importante. Ecco cosa bisogna sapere.

A febbraio, l’Osservatorio Immagino, sulla base dei dati del 2025, segnalava un incremento annuo del 13,2% dei volumi e dell’8,5% del fatturato per i prodotti etichettati “senza nitriti”. Ma in realtà questo “free from”, che si guadagna sempre più spazio accanto ad altri ben noti (in particolare glutine, lattosio, senza conservanti e senza zuccheri aggiunti), non è un trend nuovissimo. Già da qualche anno, i produttori europei di carni lavorate si impegnano a ridurre o addirittura eliminare i nitriti dai loro insaccati, creando nuove linee di prosciutti e salumi per soddisfare da una parte le crescenti richieste dei consumatori e dall’altra quelle dell’Unione Europea, che ha già stabilito riduzioni nell’impiego di questi conservanti nel 2017, nel 2023 e, più di recente, lo scorso ottobre. Il nuovo regolamento dà un’altra bella sforbiciata al tenore di nitriti, additivi aggiunti alla carne lavorata per aumentarne la shelf-life. Infatti fermano l’irrancidimento dei grassi, ma sopratutto la crescita di microorganismi potenzialmente letali, come botulino e listeria. Inoltre mantengono il bel colore rosato di salumi e prosciutti, che altrimenti sarebbero di un meno invitante marroncino. In etichetta, i nitriti compaiono con le sigle E249 ed E250, e sono spesso associati ai nitrati (E251 ed E252), composti simili che nell’organismo si trasformano in nitriti. Vale la pena saperne di più di queste molecole, che non sono semplici additivi ma sono pure presenti in natura.

Dai nitrati ai nitriti e alle nitrosammine

“Nitriti e nitrati sono entrambi composti azotati, distinti dal numero di atomi di ossigeno. I nitrati ne hanno 3, e sono quindi chimicamente più stabili e meno reattivi. Invece i nitriti, che ne hanno 2, sono più instabili e cercano di trovare il loro equilibrio, perciò sono chimicamente più attivi e pericolosi”, spiega il dott. Andrea Coco, nutrizionista a Pontedera (PI). “Di per sé i nitrati, abbondanti in natura e presenti soprattutto nelle verdure a foglia come spinaci e rucola, sono abbastanza innocui”. È vero che nell’organismo si trasformano in nitriti, ma poi gli antiossidanti, di cui i vegetali sono ricchi, bloccano la trasformazione nelle più pericolose nitrosammine. Carenti di antiossidanti e più ricche di nitriti, le carni – tanto più se addizionate di queste molecole – non beneficiano invece di questo effetto compensatorio, così durante il processo digestivo di questi cibi proteici i nitriti si possono trasformare in nitrosammine, anche se non va sempre così. “I nitriti possono convertirsi in ossido nitrico, un potente vasodilatatore che aiuta a ridurre la pressione arteriosa. Ma esagerando con il consumo di carni lavorate e sottoponendole a temperature elevate (per es. friggendo la pancetta) si possono formare le nitrosammine”. Ecco perché le carni lavorate, e in minor misura quelle rosse, sono classificate come cancerogene da IARC e OMS. Una decisione non certo presa alla leggera, basata sull’esame di ben 800 studi epidemiologici.

Dosaggi rischiosi

Gli studi hanno rilevato un legame più evidente con il rischio di tumore del colon-retto (+18%) con un consumo di 50 grammi di carni lavorate al giorno – rischio che può aumentare se agli insaccati si aggiungono alte dosi di carne rossa, come avverte l’OMS. Non solo: il consumo di carni lavorate viene associato anche al rischio di tumori a pancreas, stomaco e prostata. Bisogna dunque andarci cauti e non dimenticare che pur con il nuovo regolamento UE non è difficile superare i limiti raccomandati dalle autorità – sotto i 50 g al giorno, comunque non più di un paio di volte alla settimana – soprattutto per i bambini. Ben venga dunque il nuovo trend che invita a scegliere alimenti privi di nitriti, ma non senza dimenticare che le carni lavorate, anche prive questi additivi, contengono comunque naturalmente nitriti, oltre a molti grassi saturi e sale. E anche i vegetali, per quanto agguerriti sotto il profilo degli antiossidanti, possono rifornire di ospiti indesiderati. “Nitriti e nitrati sono presenti nei fertilizzanti agricoli, perciò è importante scegliere vegetali coltivati nel modo più naturale possibile”. E preferibilmente di stagione, perché soprattutto quelli a foglia coltivati in serra in assenza di luce solare tendono ad accumulare più nitrati. Coco avverte infine di fare attenzione alla cottura delle verdure: meglio sceglierne un tipo delicato ed evitare alte temperature, come nella frittura, per mantenere il più possibile i preziosi antiossidanti e tenere a bada, tra le altre cose, gli sgraditi nitriti.

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“Social battery”, “wellness nacking” e “soft life”: Gen Z e Millennials non tracciano più passi e calorie, ma vogliono misurare stress, energia e tempi di recupero

Per anni, la cultura del benessere è stata dominata dal controllo ossessivo: conteggio delle calorie, ottimizzazione delle routine e raggiungimento di obiettivi rigorosi. Oggi, questo approccio ultra-performativo e basato sul tracciamento estremo sopravvive solo in una piccola nicchia del 7%. A rivelarlo è la ricerca “The Wellbeing Flow”, condotta da Ipsos Doxa su un campione di 1.000 italiani di età compresa tra i 18 e i 60 anni. L’indagine, commissionata per inquadrare i nuovi stili di vita in occasione del lancio degli smartwatch della serie Huawei Watch Fit 5, evidenzia un cambio di paradigma radicale: l’85% delle persone prende le proprie decisioni in tema di salute psicofisica basandosi puramente sull’umore del momento.

Il nuovo vocabolario del benessere emotivo

Il focus collettivo si è spostato dalla prestazione allo stato mentale. Il 28% degli intervistati dichiara di riconoscersi nella “soft life”, un approccio che privilegia la leggerezza e allontana la pressione costante, mentre il 61% desidera mantenere abitudini sane ma senza che queste diventino un’ossessione. Questo slittamento culturale si riflette anche nel linguaggio quotidiano, che ha sostituito i vecchi parametri fitness con concetti puramente psicologici:

  • La “social battery” indica l’energia relazionale a disposizione per affrontare gli altri.
  • Il “brain fog” descrive il senso di annebbiamento e il sovraccarico mentale.
  • Si diffondono abitudini come il “wellness snacking” (pillole di benessere veloci consumate durante la giornata) e il “bed rot” (l’isolarsi a letto senza fare nulla per potersi ricaricare).

Oggi l’interesse primario è rivolto all’interiorità: gli italiani vorrebbero monitorare la propria stabilità emotiva (41%), misurare la reale energia fisica disponibile (39%) e comprendere la qualità del proprio sonno e recupero (31%).

Millennials: alla ricerca di un equilibrio pragmatico

Analizzando i dati dal punto di vista anagrafico, emerge una frattura netta tra le generazioni. I Millennials affrontano la cura di sé con un approccio intenzionale, strutturato ma adattabile.

  • Il 58% predilige una pianificazione flessibile della propria routine quotidiana.
  • Il 42% cerca principalmente il contatto con la natura per recuperare le energie.
  • Il 20% integra regolarmente pratiche mirate all’equilibrio mentale, come lo yoga, la meditazione o la respirazione profonda.

Questa generazione è la più attenta a difendere la propria “social battery” e la propria concentrazione. Per supportare questa ricerca di stabilità, il 28% dei Millennials richiede strumenti tecnologici in grado di fornire una guida senza però risultare invasivi.

Gen Z: il benessere come pendolo emotivo

Diametralmente opposto è il comportamento della Generazione Z, che vive la gestione delle energie in modo tutt’altro che lineare, oscillando tra estremi compensativi.

  • Il 15% ricorre al “bed rot”, rifugiandosi nel letto per azzerare gli stimoli e recuperare le forze.
  • Il 14%, al contrario, sfrutta gli allenamenti ad altissima intensità come violenta valvola di sfogo mentale.
  • Il 34% preferisce consumare il benessere in modo frammentato tramite piccoli momenti di “wellness snacking”.
  • Il 33% cerca un sollievo emotivo istantaneo attraverso attività ludiche e leggere.
  • Più che affidarsi a una disciplina rigorosa, per i giovanissimi il wellness è un interruttore da accendere e spegnere all’occorrenza. Da qui deriva la richiesta, avanzata dal 37% della Gen Z, di interfacciarsi con tecnologie capaci di mostrare empatia e di adattarsi dinamicamente ai loro sbalzi quotidiani, rifiutando gli schemi fissi.

L’evoluzione della tecnologia indossabile

Il tramonto del mero conteggio dei passi impone una ridefinizione del mercato dei dispositivi indossabili. Oggi il 37% degli utenti pretende che la tecnologia sia in grado di interpretare lo stress, gli stati emotivi e le reali capacità di recupero dell’organismo.

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Si può morire di intolleranza al lattosio? Tra falsi miti e disinformazione su una condizione che interessa una persona su 2 in Italia

Si può morire di intolleranza al lattosio? Per fortuna no! Il recente caso del sedicenne Adriano, morto dopo aver mangiato un gelato, riaccende i riflettori su un tema sempre caldo: l’intolleranza al lattosio, una condizione che secondo le stime interessa nel mondo il 65% delle persone e un individuo su 2 in Italia. Ma si fa presto a dire di essere intolleranti, o perfino allergici, al lattosio!

Allergia o intolleranza?

Non si sa ancora perché Adriano sia morto, ma di certo non l’ha ucciso il lattosio, perché questo zucchero del latte può causare solo intolleranze, il che fa una bella differenza. Nell’allergia il sistema immunitario attacca l’allergene che percepisce pericoloso, portando al rischio di morte per shock anafilattico. Una reazione questa che, nel latte, la possono dare solo le sue proteine. Quella al lattosio è invece un’intolleranza: non coinvolge il sistema immunitario ma l’apparato gastrointestinale. “L’intolleranza al lattosio è piuttosto comune, soprattutto in età adulta. Dipende dall’incapacità di digerire lo zucchero presente in latte e derivati per un’insufficiente presenza dell’enzima lattasi”, spiega il prof. Nicola Sorrentino, specialista in scienza dell’alimentazione e dietetica e autore di molti libri. Per essere metabolizzato il lattosio richiede un lavoro di “smontaggio” effettuato dalla lattasi, un enzima intestinale che può essere carente alla nascita o ridursi più o meno negli anni per vari motivi fra cui disturbi intestinali, alterazioni del microbiota, interventi chirurgici o assunzione di certi farmaci. Alcuni dispongono quindi di una lattasi insufficiente per digerire la quantità di lattosio assunta.

Dopo un paio di ore o addirittura un paio di giorni, quando ormai non si ripensa più a ciò che si è mangiato, il malassorbimento del lattosio provoca sintomi per lo più gastrointestinali – gonfiore, nausea, dolori addominali, flatulenza, diarrea o stipsi – ma sono possibili anche dermatiti, cefalea, stanchezza cronica. Tutti sintomi generici, imputabili anche ad altre problematiche quali il colon irritabile, infiammazioni intestinali, cattiva digestione, stress, disbiosi intestinale… Allora come si può affermare di essere intolleranti al lattosio? “La gran parte delle reazioni avverse agli alimenti sono autodichiarate dal paziente e non basate su test validati”, avverte una review del 2023 firmata da ricercatori padovani. Insomma, il mal di pancia non basta, ci vuole la scienza.

Un’intolleranza diagnosticabile (e gestibile)

Contrariamente ad altre forme di intolleranze alimentari, quella al lattosio è ufficialmente riconosciuta dall’OMS. “Insieme all’intolleranza al glutine, quella al lattosio è l’unica diagnosticabile con test scientifici”, fa presente Sorrentino. La si rileva con un semplice esame, il Breath Test, che prevede di soffiare in uno strumento prima a digiuno e poi dopo aver consumato lattosio. L’apparecchio misura il lattosio non assorbito dall’intestino e passato nell’apparato respiratorio, determinando l’eventuale intolleranza e la sua entità. “Diversamente dal test che si effettua per il glutine, che può essere negativo ma non escludere una sensibilità non celiaca, il Breath test non lascia dubbi”. Ma se è vero che dall’intolleranza al lattosio non si guarisce, è anche vero che è gestibile se affrontata correttamente. Per cominciare, non vale l’idea che “tanto per una volta non succede niente”, come dimostrano i visi sofferenti e i ventri gonfi dei creator di TikTok dopo aver mangiato i loro latticini preferiti. Ed è sbagliato pure eliminare i latticini in assenza di una diagnosi; significa privarsi di alimenti gustosi e nutrienti che, come dimostrano gli studi scientifici, a fronte di un consumo moderato possono aiutare a ridurre il rischio di osteoporosi e diabete 2. “Si toglie un alimento solo in seguito a una visita medica che accerti un’intolleranza o una patologia”, avverte il prof. Sorrentino. È lo specialista a stabilire se latte e derivati vanno esclusi temporaneamente o per sempre, quando e come vanno reinseriti. “È anche un fatto di quantità”, avverte il prof. Sorrentino: nella maggior parte dei casi non basta un cappuccino, un gelato o una pizza, ma è l’accumulo a fare differenza. Un accumulo da evitare.

Ridurre il lattosio

Per evitare di eccedere si può puntare su alcuni latticini. “È il caso dei prodotti fermentati come yogurt e kefir, in cui il lattosio è già parzialmente digerito, e dei formaggi stagionati che ne sono naturalmente privi: pecorino, parmigiano e grana con stagionatura minima di 36 mesi, ma anche emmentaler o fontina”. Grazie alla fermentazione, anche il gorgonzola non contiene lattosio. Ma questo zucchero si trova anche in posti insospettabili. “Bisogna imparare a leggere le etichette. Il lattosio è utilizzato in molti piatti pronti, in certi panini, in brioche, prosciutto cotto, biscotti e alcuni farmaci”. Basti pensare che lo si può trovare nel 20% dei farmaci da prescrizione e nel 6% di quelli da banco. Ci sono poi dei latticini delattosati, da usare comunque con moderazione. Attenzione anche al ristorante: informarsi sempre sulla presenza di latticini nei piatti. Un aiuto viene anche dagli integratori di lattasi, in vendita in farmacia e parafarmacia. Vanno assunti poco prima del pasto per favorire la digestione del lattosio. Sono efficaci, ma hanno una durata di azione variabile da persona a persona. Ma richiedono moderazione. “Non si può mangiare lattosio tutti i giorni se si è intolleranti. In caso di una festa le pastiglie migliorano la digestione sostituendo la lattasi, ma non si deve esagerare”, conclude Sorrentino.

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Il grasso che guarisce: dalla cura dell’artrosi alle ricerche sui tumori, il futuro della medicina rigenerativa è nel tessuto adiposo

Negli ultimi anni il tessuto adiposo è diventato uno dei campi più studiati della medicina rigenerativa. Da semplice “riserva energetica”, il grasso corporeo viene oggi considerato un tessuto biologicamente attivo, ricco di cellule e fattori coinvolti nei processi di riparazione e modulazione dell’infiammazione. Su queste basi è nata la metodica MFAT, acronimo di Micro Fragmented Adipose Tissue, sviluppata dal chirurgo plastico e ricercatore Carlo Tremolada attraverso la tecnologia Lipogems e applicata presso la Image Regenerative Clinic di Milano, centro specializzato in medicina rigenerativa. L’approccio prevede il prelievo di una piccola quantità di tessuto adiposo del paziente, successivamente microframmentato e reiniettato nelle aree da trattare con l’obiettivo di favorire i processi rigenerativi e ridurre l’infiammazione. Le applicazioni oggi più studiate riguardano artrosi, medicina sportiva e patologie muscoloscheletriche, mentre nuove ricerche stanno esplorando possibili impieghi anche in ambito oncologico come sistema di rilascio locale di farmaci antitumorali. Di risultati, limiti e prospettive di questa nuova frontiera della medicina rigenerativa parliamo con il professor Carlo Tremolada.

Una tecnica mini-invasiva con le proprie cellule

Professor Tremolada, per prima cosa, ci spiega che cos’è l’MFAT e quale meccanismo biologico rende il tessuto adiposo così interessante nella medicina rigenerativa?

“Il tessuto adiposo è facilmente reperibile con una tecnica mini-invasiva e contiene una ricca rete di piccoli vasi sanguigni. Attorno a questi microvasi si trovano cellule chiamate periciti, considerate precursori delle cellule staminali mesenchimali, cioè cellule coinvolte nei processi di riparazione e manutenzione dei tessuti. Con la microframmentazione meccanica del grasso aumentiamo la superficie del tessuto ed esponiamo meglio questi microvasi e le cellule rigenerative, rendendole più disponibili e attive nei processi di guarigione”.

Oggi quali sono le evidenze scientifiche più solide? Possiamo dire che questa metodica rigenera davvero cartilagine e tessuti oppure, più realisticamente, riduce infiammazione e dolore rallentando la degenerazione?

“Esistono ormai numerosi studi scientifici che mostrano come l’MFAT possa favorire processi di rigenerazione della cartilagine, inizialmente osservati nei modelli animali e oggi valutati anche nell’uomo attraverso risonanze magnetiche avanzate e marcatori specifici della cartilagine ialina. L’MFAT Lipogems non agisce soltanto riducendo dolore e infiammazione, come avviene con altre terapie infiltrative, ma sembra anche stimolare processi di riparazione tissutale più profondi. Naturalmente parliamo di meccanismi biologici graduali, che richiedono tempo e che possono variare da paziente a paziente”.

Il tempo della rigenerazione cellulare

In ortopedia e medicina sportiva quali pazienti ottengono i risultati migliori e quali invece rischiano di avere aspettative eccessive rispetto a ciò che la tecnica può realmente offrire?

“I casi meno compromessi sono senz’altro ideali per ottenere una guarigione completa dei tessuti; tuttavia Lipogems è sempre indicato per favorire la guarigione anche in casi difficili. Il problema principale riguarda la necessità di tempi lunghi per vedere i risultati finali, poiché siamo di fronte a una vera rigenerazione che però richiede tempo”.

Prospettive contro i tumori

La parte forse più sorprendente delle vostre ricerche riguarda l’oncologia: l’idea di utilizzare l’MFAT come “bioreattore naturale” per trasportare farmaci antitumorali. A che punto siamo realmente? Parliamo di applicazioni cliniche vicine oppure ancora soprattutto di ricerca sperimentale?

“In realtà i risultati più eclatanti sono stati ottenuti dal veterinario lodigiano Offer Zeira, che ha trattato con successo decine di cani affetti da tumori complessi come gliomi cerebrali, mesoteliomi e carcinomi diffusi. Con l’Università degli Studi di Milano e in particolare con i gruppi del professor Augusto Pessina e della professoressa Francesca Paino, la Image Regenerative Clinic è impegnata nello studio delle proprietà del tessuto Lipogems come vettore di farmaci. Inoltre un gruppo di neurochirurghi dell’Fondazione IRCCS Istituto Neurologico Carlo Besta guidato dal professor Pietro Broggi sta lavorando per ottenere le autorizzazioni necessarie all’utilizzo di questo sistema in casi difficili di glioblastoma. Siamo quindi ancora in una fase di ricerca avanzata, anche se i risultati sperimentali osservati in ambito veterinario sono molto incoraggianti”.

Ci sono controindicazioni?

Esistono limiti, controindicazioni o aree di incertezza che oggi ritiene importante comunicare con chiarezza ai pazienti, soprattutto quando si parla di medicina rigenerativa e aspettative di “guarigione”?

“Per quanto riguarda Lipogems si tratta di tessuto dello stesso paziente e di un’amplificazione di meccanismi fisiologici naturali. È quindi una tecnica considerata molto sicura e, nelle centinaia di migliaia di casi trattati, non sono stati riportati eventi gravi rilevanti. Resta comunque una procedura chirurgica mini-invasiva che richiede preparazione accurata ed esperienza, anche nella fase infiltrativa, dove è consigliato l’uso dell’ecografia per evitare complicanze vascolari. Oggi esistono centinaia di pubblicazioni che documentano l’impiego dell’MFAT Lipogems in diversi ambiti clinici: dall’artrosi alle fistole autoimmuni, dalle ulcere diabetiche a forme severe di atrofia vaginale e sclerodermia. Parliamo quindi di un approccio supportato da evidenze scientifiche crescenti, pur all’interno di un settore ancora in evoluzione come la medicina rigenerativa”.

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Il grasso che guarisce: dalla cura dell’artrosi alle ricerche sui tumori, il futuro della medicina rigenerativa è nel tessuto adiposo

Negli ultimi anni il tessuto adiposo è diventato uno dei campi più studiati della medicina rigenerativa. Da semplice “riserva energetica”, il grasso corporeo viene oggi considerato un tessuto biologicamente attivo, ricco di cellule e fattori coinvolti nei processi di riparazione e modulazione dell’infiammazione. Su queste basi è nata la metodica MFAT, acronimo di Micro Fragmented Adipose Tissue, sviluppata dal chirurgo plastico e ricercatore Carlo Tremolada attraverso la tecnologia Lipogems e applicata presso la Image Regenerative Clinic di Milano, centro specializzato in medicina rigenerativa. L’approccio prevede il prelievo di una piccola quantità di tessuto adiposo del paziente, successivamente microframmentato e reiniettato nelle aree da trattare con l’obiettivo di favorire i processi rigenerativi e ridurre l’infiammazione. Le applicazioni oggi più studiate riguardano artrosi, medicina sportiva e patologie muscoloscheletriche, mentre nuove ricerche stanno esplorando possibili impieghi anche in ambito oncologico come sistema di rilascio locale di farmaci antitumorali. Di risultati, limiti e prospettive di questa nuova frontiera della medicina rigenerativa parliamo con il professor Carlo Tremolada.

Una tecnica mini-invasiva con le proprie cellule

Professor Tremolada, per prima cosa, ci spiega che cos’è l’MFAT e quale meccanismo biologico rende il tessuto adiposo così interessante nella medicina rigenerativa?

“Il tessuto adiposo è facilmente reperibile con una tecnica mini-invasiva e contiene una ricca rete di piccoli vasi sanguigni. Attorno a questi microvasi si trovano cellule chiamate periciti, considerate precursori delle cellule staminali mesenchimali, cioè cellule coinvolte nei processi di riparazione e manutenzione dei tessuti. Con la microframmentazione meccanica del grasso aumentiamo la superficie del tessuto ed esponiamo meglio questi microvasi e le cellule rigenerative, rendendole più disponibili e attive nei processi di guarigione”.

Oggi quali sono le evidenze scientifiche più solide? Possiamo dire che questa metodica rigenera davvero cartilagine e tessuti oppure, più realisticamente, riduce infiammazione e dolore rallentando la degenerazione?

“Esistono ormai numerosi studi scientifici che mostrano come l’MFAT possa favorire processi di rigenerazione della cartilagine, inizialmente osservati nei modelli animali e oggi valutati anche nell’uomo attraverso risonanze magnetiche avanzate e marcatori specifici della cartilagine ialina. L’MFAT Lipogems non agisce soltanto riducendo dolore e infiammazione, come avviene con altre terapie infiltrative, ma sembra anche stimolare processi di riparazione tissutale più profondi. Naturalmente parliamo di meccanismi biologici graduali, che richiedono tempo e che possono variare da paziente a paziente”.

Il tempo della rigenerazione cellulare

In ortopedia e medicina sportiva quali pazienti ottengono i risultati migliori e quali invece rischiano di avere aspettative eccessive rispetto a ciò che la tecnica può realmente offrire?

“I casi meno compromessi sono senz’altro ideali per ottenere una guarigione completa dei tessuti; tuttavia Lipogems è sempre indicato per favorire la guarigione anche in casi difficili. Il problema principale riguarda la necessità di tempi lunghi per vedere i risultati finali, poiché siamo di fronte a una vera rigenerazione che però richiede tempo”.

Prospettive contro i tumori

La parte forse più sorprendente delle vostre ricerche riguarda l’oncologia: l’idea di utilizzare l’MFAT come “bioreattore naturale” per trasportare farmaci antitumorali. A che punto siamo realmente? Parliamo di applicazioni cliniche vicine oppure ancora soprattutto di ricerca sperimentale?

“In realtà i risultati più eclatanti sono stati ottenuti dal veterinario lodigiano Offer Zeira, che ha trattato con successo decine di cani affetti da tumori complessi come gliomi cerebrali, mesoteliomi e carcinomi diffusi. Con l’Università degli Studi di Milano e in particolare con i gruppi del professor Augusto Pessina e della professoressa Francesca Paino, la Image Regenerative Clinic è impegnata nello studio delle proprietà del tessuto Lipogems come vettore di farmaci. Inoltre un gruppo di neurochirurghi dell’Fondazione IRCCS Istituto Neurologico Carlo Besta guidato dal professor Pietro Broggi sta lavorando per ottenere le autorizzazioni necessarie all’utilizzo di questo sistema in casi difficili di glioblastoma. Siamo quindi ancora in una fase di ricerca avanzata, anche se i risultati sperimentali osservati in ambito veterinario sono molto incoraggianti”.

Ci sono controindicazioni?

Esistono limiti, controindicazioni o aree di incertezza che oggi ritiene importante comunicare con chiarezza ai pazienti, soprattutto quando si parla di medicina rigenerativa e aspettative di “guarigione”?

“Per quanto riguarda Lipogems si tratta di tessuto dello stesso paziente e di un’amplificazione di meccanismi fisiologici naturali. È quindi una tecnica considerata molto sicura e, nelle centinaia di migliaia di casi trattati, non sono stati riportati eventi gravi rilevanti. Resta comunque una procedura chirurgica mini-invasiva che richiede preparazione accurata ed esperienza, anche nella fase infiltrativa, dove è consigliato l’uso dell’ecografia per evitare complicanze vascolari. Oggi esistono centinaia di pubblicazioni che documentano l’impiego dell’MFAT Lipogems in diversi ambiti clinici: dall’artrosi alle fistole autoimmuni, dalle ulcere diabetiche a forme severe di atrofia vaginale e sclerodermia. Parliamo quindi di un approccio supportato da evidenze scientifiche crescenti, pur all’interno di un settore ancora in evoluzione come la medicina rigenerativa”.

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“Via l’acne, capelli splendenti e seno più voluminoso”: cos’è lo spironolattone, il farmaco che spopola su TikTok, e perché non va assunto come una “pillola magica che cambia la vita”

Su Instagram e TikTok spopola questo farmaco su prescrizione, promosso come un trattamento di bellezza per la capacità di combattere l’odiata acne, regalare chiome splendenti e perfino far aumentare il seno. Non manca un fondo di verità, ma la cautela è d’obbligo. “Pillola magica che cambia la vita”: è questo il commento di un utente, citato in un post intitolato All the Cool Girls are Using Spironolactone, firmato dall’influencer di Instagram Erika Schwiegersghausen di The Cut. Erika si rivolge agli adulti sofferenti di acne, spiegando loro che lo spironolattone viene prescritto fin dagli anni ‘60 contro l’ipertensione, ma con il tempo i medici si sono accorti che nelle donne il farmaco agiva contro acne e sfoghi. Efficace, sì, ma con effetti collaterali da non sottovalutare, avverte tuttavia l’influencer. Ancora più trionfalistici i toni su TikTok, sulla cui piattaforma non è difficile imbattersi in reel che mostrano l’effetto “prima e dopo” del trattamento, a distanza di 2-6 settimane o di qualche mese. Ma assumere alla leggera un farmaco su prescrizione non è mai una buona idea, come ci spiega il dott. Davide Valentini, dermatologo di Milano.

Occhio alla gravidanza

“Si tratta di un farmaco molto vecchio, usato soprattutto per il trattamento dell’ipertensione e oggi poco prescritto in quanto superato da altre terapie. Possiede anche un effetto antiandrogeno, offrendo un miglioramento a delle problematiche ormonali, anche se il primo effetto resta quello diuretico”, precisa il dermatologo. Grazie a questa sua capacità, lo spironolattone blocca i recettori degli ormoni sessuali maschili (gli androgeni) e la sintesi del testosterone: in questo senso svolge un’azione dermatologica ed endocrinologica, apprezzata tra le donne. “Di recente è tornato un po’ di moda per curare l’acne ormonale nelle pazienti che vogliono evitare le terapie classiche, quelle che mostrano una maggiore efficacia”, prosegue l’esperto. “I risultati migliori si ottengono con tre tipi di medicinali: l’isotretinoina, cioè il retinolo orale, che però ha molti effetti collaterali, tra cui la secchezza. Ci sono poi gli antibiotici orali, che in molti pazienti causano problemi a livello intestinale. A questi si aggiunge la pillola anticoncezionale, che causa ritenzione idrica e aumento di peso”.

Lo spironolattone si presenta quindi come il farmaco orale di quarta scelta contro l’acne ormonale e, anche se percepito come più “leggero”, similmente agli altri prodotti ha una serie di effetti collaterali. I primi due sono legati naturalmente alla sua azione diuretica e ipotensiva. E con il calo della pressione possono manifestarsi capogiri, cefalea e stanchezza. Possono anche presentarsi problemi gastrointestinali, irsutismo (crescita di peli scuri e spessi sul viso, sulla schiena o sul torace), cicli irregolari. Ma c’è poi un effetto meno noto da non sottovalutare. “Il rischio maggiore riguarda la gravidanza. Spesso le pazienti con acne sono in età fertile, quindi non è difficile che una donna resti incinta durante la terapia”. Molte non sanno che lo spironolattone è vietato tanto durante la gestazione quanto durante l’allattamento. “Non è un farmaco comprovato in gravidanza. Nel caso lo si stia assumendo, è opportuno fare tutti i mesi il test di gravidanza da inviare al medico curante”, raccomanda Valentini.

Un rimedio inadatto

Oltre a ciò, lo spironolattone potrebbe essere usato in modo improprio. Infatti l’acne non è tutta uguale: nell’80% dei casi è quella giovanile comedonica, che interessa entrambi i sessi. “Si concentra intorno alle aree sebacee di fronte, naso e mento, formando la così detta T. Questa non risponde bene allo spironolattone. Se invece l’acne si concentra su mento e mandibola, cioè nella parte bassa del viso, con buona probabilità è di origine ormonale, e perciò risponde a questo trattamento”: Questa verifica viene però effettuata dal dermatologo con test mirati. Non si può quindi puntare sui social per rimediare alla propria acne (e tanto meno ad altre problematiche di salute). ”Il rischio è di non curare l’acne in modo ottimale”, conclude l’esperto.

Oltre agli effetti benefici ogni farmaco può comportare alcuni effetti indesiderati. Questo medicinale è in genere ben tollerato; talora però possono comparire disturbi quali: sonnolenza (in genere scompare dopo qualche settimana), mal di testa, aumento della quantità di potassio nel sangue. Se quest’ultimo è eccessivo possono comparire disturbi quali: confusione mentale, battiti del cuore irregolari, formicolii alle mani, piedi e labbra, respirazione affannosa, sete intensa; debolezza e senso di pesantezza alle gambe, scarsa coordinazione dei movimenti. In questi casi occorre rivolgersi al medico e fare attenzione nelle attività che richiedono prontezza di riflessi (es. guida di veicoli).

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“Ci siamo mai chiesti cosa c’è dentro ai trucchi che usiamo tutti i giorni? Un prodotto fatto bene non può costare sei euro. Le bambine oggi pensano agli anti-age, è angosciante”: parla la dermatologa Pucci Romano

Vogliamo conoscere tutto della nostra crema, del siero o della maschera per il viso. Siamo (giustamente) selettivi sui prodotti che toccano la pelle, il nostro organo più esteso. Allora perché non facciamo lo stesso con il make-up? La dottoressa Pucci Romano – dermatologa, docente universitaria e presidente di Skineco – si è fatta la stessa domanda nel nuovo libro Il Trucco C’è, Heisenberg Editore & compagnia editoriale Aliberti. Una vera e propria guida alla cosmesi consapevole e all’ecodermocompatibilità, l’accordo tra l’efficacia sulla pelle e il rispetto per l’ambiente.

Da anni Pucci Romano è in prima linea per promuovere un approccio scientifico, ma accessibile, alla cura della pelle. La sua filosofia unisce salute cutanea e sostenibilità ambientale, combattendo le fake news del settore beauty sui social e spingendo verso un consumo più etico e consapevole. Soprattutto in fatto di make-up, di cui è un’appassionata, oltre che un’esperta: “È un settore che viene considerato molto poco, come se non avesse rapporto con la pelle – spiega al fattoquotidiano.it – Mentre per la skincare abbiamo maturato una serie di riflessioni, il make-up è un po’ la Cenerentola della cosmesi, perché non viene presa in considerazione la qualità del prodotto. Si pensa esclusivamente all’aspetto e al risultato che mascara, fondotinta e illuminanti ci possono offrire. Ma ci siamo mai chiesti cosa ci sia dentro?”

Le formulazioni dei cosmetici entrano in contatto con parti sensibili del nostro corpo: occhi, labbra, pelle. Per questo è importante conoscerle, capirle e selezionare bene gli ingredienti: “Chi si trucca tutti i giorni, come me, ha un’esposizione protratta nel tempo: è un dato che mi ha fatto riflettere prima da consumatrice, poi da dermatologa”. Parte da qui il libro Il Trucco C’è, un viaggio che intreccia aneddoti storici, come i cosmetici tossici del passato, alle ultime ricerche scientifiche per districarsi dalle trappole del marketing e riscoprire il valore del trucco: un gesto terapeutico, di cura e di benessere.

C’è un legame molto stretto, infatti, tra make-up e salute: “Parlando con un collega oculista a un convegno – spiega – ho scoperto che hanno trovato tracce di microplastiche nel vitreo, e arrivano dal sangue. Questo dimostra che abbiamo una contaminazione pazzesca e i trucchi sono una delle tante fonti. Le microplastiche sono state vietate nella detergenza e negli scrub, ma in altri prodotti come le ciprie o le matite no”. Perché questa disparità? “Bella domanda, bisognerebbe chiederlo agli organismi regolatori”.

Orientarsi tra gli scaffali del trucco, però, non è semplice. “Quando leggiamo l’INCI non troviamo scritto microplastiche, ovviamente, troviamo tutta una serie di nomi che afferiscono al gruppo delle microplastiche”. Nel libro quindi ha inserito tabelle con tutti i nomi, da usare come vademecum alla lettura di un’etichetta. “Prima le aziende lo capiscono, meglio sarà per tutti: non si può più usare il pronto. La maggior parte dei prodotti che troviamo in commercio viene fatta a calderoni, ovvero: tu prendi una base, che è uguale per tutti, e poi la personalizzi in qualche modo. È lì che si trovano i conservanti e gli additivi peggiori”.

I trucchi devono essere sicuri per la salute, ovviamente. Ma devono anche essere funzionali: ci si aspetta un certo risultato, che ci facciano sentire bene. L’obiettivo, oggi, è avere “un prodotto che non solo mi abbellisca, ma che faccia sinergia con la skincare, prolungando l’idratazione o con un’azione fotoprotettiva, per esempio“. Da questa esigenza è nata la linea di make-up della dottoressa, Double Beauty Pucci Romano Make Up, che verrà lanciata a settembre per offrire un’alternativa. Prodotti sicuri, affidabili e con prezzi “accettabili, alla portata di tutti. Un fondotinta di qualità, che posso usare anche su una pelle problematica, può costare tra i 20 e i 30 euro”.

Nell’arco della lunga carriera della dermatologa, l’attenzione delle persone alla cura della pelle e alla skincare è drasticamente cambiata. L’offerta delle aziende, di conseguenza, è esplosa. In questo cambiamento, i social media giocano un ruolo fondamentale, influenzando i comportamenti delle consumatrici più giovani, che spesso si lasciano guidare dalla popolarità di un certo prodotto o dal prezzo basso. “Un prodotto fatto bene non può costare sei euro – avverte la dermatologa – Se voglio far validare il mio prodotto ho bisogno di test indipendenti, che si pagano. Ma da qui a dire che debba costare centinaia di euro… Il rapporto qualità-prezzo deve essere onesto e giusto”.

A proposito di social: un capitolo del libro è dedicato alla precocità con cui bambine e adolescenti si avvicinano alla cosmesi, i famosi Sephora Kids. “Il vero problema sono i genitori. L’obiettivo è formare la mamma per difendere la figlia, farle perdere un po’ di tempo per spiegare, anziché imporre un divieto che probabilmente avrebbe l’effetto contrario”. Un fenomeno che la dottoressa Romano ha visto da vicino, avendo una nipotina di undici anni. E che conosce bene anche da dermatologa: “Ho visto un’accelerazione dell’acne dovuta a overdose cosmetica: gli adolescenti hanno ghiandole sebacee molto sensibili a ciò che si utilizza. Poi sa, il trucco è una cosa, la skincare è un’altra”. La questione, però, è più ampia: che tipo di valori stiamo trasmettendo? “ Il problema è che le bambine cominciano a pensare agli antirughe, ed è una cosa angosciante. Perché un bambino dovrebbe avere l’ansia di invecchiare? Questa è la domanda che bisognerebbe farsi”.

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“Salviamo il sistema sanitario dal governo e dalle lobby dei farmaci”. A Milano, presentata la legge popolare

“Una firma per salvare il sistema sanitario nazionale da chi governa e dalla lobby dei farmaci”. Lo dicono i rappresentanti del comitato promotore della legge di iniziativa popolare per la sanità pubblica che è stata presentata oggi a Milano. L’obiettivo delle oltre cento associazioni promotrici, tra cui Cgil, Acli, Arci, Auser, Medicina Democratica, Libera e Udu, è quello di raccogliere cinquantamila firme per una proposta che vuole “rafforzare il Ssn garantendo il diritto alla salute e valorizzare il personale sanitario e sociosanitario”. Come? “Tornando a un finanziamento dignitoso del Ssn che prevede di arrivare al 7.50 % del Pil entro il 2030”. Ma attenzione: “Un aumento che è destinato direttamente alle strutture della sanità pubblica”. La proposta di legge affronta anche altri temi: la valorizzazione del personale, l’assistenza territoriale, la non autosufficienza, i tempi di attesa, la salute mentale, la salute e sicurezza, la salute di genere e il supporto alla genitorialità, le esternalizzazioni e gli appalti, il governo pubblico del sistema sanitario.

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Siamo alle solite: scelte sbagliate in sanità che fanno sprecare soldi

Nuova legge, nuovo inganno: i cittadini come al solito gabbati. Prendo spunto da un articolo di Milena Gabanelli sul Corsera dal titolo emblematico: lo Stato ora paga i farmaci più di quanto costano! “E’ in questo contesto che va letta la modifica al sistema voluta dal governo Meloni e dal sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato, farmacista con delega alla farmaceutica. Un meccanismo in cui, fino agli 8 euro a confezione, più il prezzo del farmaco è basso maggiore è il margine di guadagno.”

In pratica se il prezzo del farmaco si abbassa il SSN lo paga di più alle farmacie a scapito di altre spese. Io credo invece che lo Stato da subito debba andare alla ricerca di spese inutili, non aggiungerne, come ad esempio il caso che ricorderete di Avastin-Lucentis, due farmaci sovrapponibili per efficacia clinica ma con enorme differenza di prezzo, fino a settanta volte, a scapito delle casse pubbliche che io, insieme all’aiuto di Sabrina Giannini, di Report e del Corsera, sono riuscito a risolvere.

E c’è di più. Perché lo Stato non si organizza e invia direttamente al domicilio del cittadino-paziente almeno le terapie croniche con risparmio almeno del 30%? Ovviamente un sistema tipo History Health bloccherebbe l’invio se non ci si sottopone ai programmati controlli di una medicina di base efficace e non relegata spesso solo a ricopiare ricette croniche inutili.

Naturalmente per l’accordo Stato-Regioni per cui le spese economiche sono di derivazione locale, su controllo del centrale, anche la Regione Lombardia, proprio in questi giorni, riferisce di aver raggiunto la possibilità di acquisti centralizzati nella sanità ma i costi aumentano! Un ossimoro, altri soldi sprecati.

Nel documento del 30 aprile 2026 la centrale unica regionale, pensata per fare massa critica e spuntare prezzi migliori, viene descritta come un fattore di rigidità: meno fornitori, meno concorrenza, prezzi che non scendono. Anche di questo parlai molti anni addietro in un articolo di Thomas Mackinson il cui titolo è attualissimo: “Appalti, azzeccare il vincitore è un gioco. Il nome in un cassetto della redazione”

Senza un valido sistema di controllo indipendente a livello regionale e nazionale il sistema si ammalerà sempre più senza avere le risorse utili al bene comune.

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La carne congelata è davvero sicura? Perché il freezer non elimina tutti i rischi e cosa sapere prima di mangiarla per evitare salmonella e listeria

Succede spesso: si rientra dalla spesa con un taglio di carne e, con un gesto quasi automatico, lo si affida al freezer, certi di aver messo al sicuro freschezza e qualità. La carne, alimento prezioso ma delicato, trova nel congelatore il suo alleato più fidato, capace di prolungarne la conservazione e di garantire una riserva sempre pronta per ogni occasione. Ma dietro questa abitudine quotidiana si nasconde una domanda tutt’altro che banale: il gelo è davvero in grado di eliminare ogni rischio microbiologico?

Il freezer, simbolo di praticità e organizzazione domestica, è spesso percepito come una sorta di “cassaforte del cibo”, capace di fermare il tempo e rendere gli alimenti completamente sicuri. In realtà, la scienza racconta una storia più sfumata e interessante. Secondo l’EFSA, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, il congelamento non sterilizza la carne, ma ne rallenta o arresta semplicemente la crescita batterica. Una precisazione tutt’altro che banale, che ha alimentato il dibattito tra esperti e istituzioni europee. Proprio per fare chiarezza su questi aspetti e colmare alcune lacune delle normative vigenti, la Commissione europea ha affidato all’EFSA un mandato volto a valutare i rischi microbiologici lungo la filiera delle carni bovine, ovine e suine destinate al congelamento.

Il parere scientifico dell’EFSA

Da questo incarico è nato il recente parere scientifico dell’EFSA, intitolato “Microbiological safety of ungulates meat intended to be frozen and defrosting of frozen ungulates meat”, che non si limita a fotografare la situazione, ma potrebbe rappresentare la base per una revisione delle normative europee, con un impatto diretto sull’industria e sulla grande distribuzione. Nel documento si evidenzia come le modalità di conservazione adottate dagli operatori del settore alimentare prima che la carne raggiunga il consumatore possano influire in modo significativo sulla proliferazione microbica, sia per quanto riguarda batteri patogeni come Salmonella e Listeria monocytogenes, sia per quelli responsabili del deterioramento dell’odore e dell’aspetto del prodotto.

Il vero nodo critico non è il congelamento in sé, ma tutto ciò che accade prima: tempi, temperature e modalità di conservazione tra macellazione e freezer influenzano in modo decisivo la crescita batterica. Se la catena del freddo non viene rispettata in ogni fase – dal trasporto allo stoccaggio fino alla vendita – i microrganismi possono proliferare prima ancora che la carne arrivi nelle nostre case, rendendo il congelamento una misura utile ma non sufficiente a garantire la sicurezza dell’alimento. A fare ulteriore chiarezza interviene la dottoressa Lara Lanuzza, biologa nutrizionista e docente universitaria, che evidenzia un aspetto spesso frainteso dai consumatori: “Il congelamento non rende la carne sterile, ma ne blocca o rallenta la crescita batterica. Se la carne è stata contaminata in precedenza a causa di una non corretta gestione della catena del freddo, i microrganismi possono essere già presenti. Il freezer, quindi, non sterilizza l’alimento e il consumatore non può avere la certezza di ciò che è accaduto prima dell’acquisto”.

La nutrizionista prosegue offrendo indicazioni pratiche e preziose per la vita quotidiana: “Le armi che il consumatore ha per evitare la contaminazione batterica sono legate anche alla fase di acquisto. È importante osservare visivamente la carne, verificando che presenti un colore naturale e conforme alla tipologia, prestare attenzione all’odore, che non deve essere sgradevole o acido, ed evitare prodotti con superfici viscide o appiccicose. Anche la confezione deve essere integra, senza rigonfiamenti e priva di eccessivi liquidi al suo interno”.

Il processo

Una volta arrivati a casa, la gestione corretta diventa fondamentale. “Se la carne non viene consumata a breve”, spiega la dottoressa Lanuzza, “è consigliabile congelarla il prima possibile. Nel caso in cui si intenda utilizzarla entro poche ore, è bene riporla in frigorifero all’interno di un contenitore chiuso e separato dagli altri alimenti. È preferibile evitare di lasciarla nei classici piatti di ceramica, perché il liquido di sgocciolamento può contaminare ciò che si trova nelle vicinanze sui ripiani. Quando si decide di congelarla, è opportuno poi dividerla in monoporzioni e sigillarla in contenitori chiusi o in sacchetti per alimenti, così da garantire una conservazione più sicura e pratica”.

Grande attenzione va posta anche alla fase di scongelamento, spesso sottovalutata. “Deve avvenire in maniera sicura e mai a temperatura ambiente”, precisa la biologa nutrizionista, “il metodo migliore è quello di trasferire la carne in frigorifero in un contenitore, per mantenere le temperature basse e costanti, evitando la proliferazione batterica. Il microonde può essere utilizzato solo se la carne viene poi cotta immediatamente; in questo caso è comunque consigliabile prolungare i tempi di cottura per assicurarsi che il calore raggiunga anche le parti interne”.

La contaminazione crociata

Un altro punto cruciale riguarda la contaminazione crociata, una delle principali cause di infezioni alimentari domestiche. “È fondamentale prestare attenzione a dove si poggia la carne cruda. Utilizzare lo stesso coltello o tagliere per alimenti che si mangiano crudi, come le verdure, può favorire il trasferimento di batteri patogeni. L’ideale è organizzare la cucina dedicando un tagliere esclusivamente alla carne e lavare accuratamente utensili e superfici con acqua calda e detersivo prima del loro riutilizzo”, sottolinea la dottoressa Lara Lanuzza, che sfata un mito ancora molto diffuso: “Molti pensano che lavare la carne sotto l’acqua corrente sia utile per eliminare i batteri, ma è una pratica sbagliata. Se la carne è contaminata, gli schizzi d’acqua possono diffondere i microrganismi sui piani di lavoro e sugli attrezzi, aumentando il rischio di contaminazione crociata. È poi fondamentale curare l’igiene delle mani, lavandole sempre prima e dopo aver manipolato la carne cruda, per limitare la diffusione dei batteri”.

In definitiva, il congelamento rappresenta uno strumento prezioso per prolungare la conservazione della carne e ridurre gli sprechi alimentari, ma non sostituisce il rispetto delle buone pratiche igieniche. Informarsi e adottare comportamenti corretti significa trasformare gesti quotidiani in efficaci strategie di prevenzione, rendendo il freezer non una falsa garanzia di sterilità, ma un vero alleato della sicurezza alimentare. Con un pizzico di attenzione e consapevolezza, la tranquillità a tavola è davvero a portata di mano.

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“Attenzione, possono contenere steli di peperone”: lotti di burger vegetali MyVay ritirati dai supermercati Aldi

Un avviso di richiamo precauzionale è scattato per alcuni lotti di burger vegetali a marchio MyVay, commercializzati all’interno dei supermercati della catena Aldi. Il ritiro dal mercato si è reso necessario a causa di una non conformità dell’alimento, dovuta alla possibile presenza accidentale di steli di peperone all’interno del prodotto finito.

I prodotti interessati e le date di scadenza

Il provvedimento riguarda nello specifico i “Burger-polpette veg”, una variante di burger vegetali a base di soia e verdure. L’alimento in questione è prodotto dall’azienda specializzata del settore Vivera B.V. ed è distribuito per conto della catena dalla ditta Atlante S.r.l. I lotti sottoposti al blocco delle vendite, commercializzati in confezioni da 200/220 grammi, sono identificabili attraverso tre specifiche date di scadenza riportate sulla confezione:

  • 01/06/2026
  • 17/06/2026
  • 21/06/2026

La catena di discount ha precisato che l’articolo è stato regolarmente esposto e venduto in tutti i propri punti vendita fino alla giornata del 1° giugno 2026, momento in cui il produttore ha comunicato la criticità facendo scattare l’immediato ritiro delle confezioni ancora invendute dagli scaffali. Al momento, la comunicazione è stata diffusa attraverso i canali ufficiali dell’azienda e non compare ancora sul portale dedicato ai richiami alimentari del Ministero della Salute.

Le istruzioni per i consumatori e le modalità di rimborso

In via del tutto cautelativa, Aldi raccomanda a chiunque avesse già acquistato i burger vegetali corrispondenti alle date di scadenza segnalate di non consumare l’alimento. Il prodotto può essere restituito in qualsiasi filiale del gruppo Aldi, indipendentemente dal punto vendita specifico in cui è stato originariamente effettuato l’acquisto. Per agevolare i consumatori, la direzione ha confermato che il rimborso completo dell’articolo sarà garantito e autorizzato dal personale anche in assenza dello scontrino fiscale.

Per fornire ulteriore supporto e scusandosi per il disagio arrecato, l’azienda ha messo a disposizione dei clienti un contatto telefonico dedicato per eventuali dubbi o richieste di chiarimento. È possibile rivolgersi al Servizio Clienti Aldi chiamando il numero +39 045 6960590, attivo dal lunedì al venerdì nella fascia oraria 8:30-17:00 e il sabato dalle 8:00 alle 14:00.

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Otto grafici per il mese dedicato alla sensibilizzazione sulla salute mentale

Maggio è il mese della salute mentale. Tra posti letto, impatto economico, effetti sull'aspettativa di vita e uso dei social, esploriamo in 8 grafici lo stato del benessere psicologico in Italia e in Europa.

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