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Il valore strategico del plasma per il sistema sanitario. Parla Carugi (Farmindustria)

12 June 2026 at 11:29

Se il valore della donazione viene spesso associato alle emergenze e alle trasfusioni, una parte rilevante del plasma raccolto è destinata alla produzione di medicinali plasmaderivati, terapie essenziali per migliaia di pazienti affetti da malattie rare, immunodeficienze, disturbi della coagulazione e altre patologie croniche o ad alta complessità assistenziale.

In occasione della Giornata mondiale del donatore di sangue, abbiamo intervistato Francesco Carugi, presidente del gruppo Emoderivati di Farmindustria, sul ruolo strategico del plasma e dei farmaci plasmaderivati, sulla crescente domanda globale e sulla necessità di rafforzare la sicurezza della filiera italiana ed europea.

Dottor Carugi, quando si parla di donazione del sangue si pensa soprattutto all’emergenza. In realtà il plasma è fondamentale anche per la disponibilità di terapie salvavita. Perché?

Perché dal plasma derivano farmaci essenziali e spesso insostituibili. Pochi sanno che circa l’80% del sangue o plasma donato viene utilizzato per produrre plasmaderivati (il resto ha un uso clinico) e solo una quota minoritaria serve alla gestione delle emergenze. Il plasma contiene proteine fondamentali – come, ad esempio, immunoglobuline, albumina, fattori della coagulazione – che, attraverso processi industriali molto complessi, vengono trasformate in terapie per malattie rare di origine genetica (immunodeficienze primarie, emofilia, angioedema ereditario, deficit di alfa-1 antitripsina, ecc.), complicanze di gravi patologie neurologiche e oncoematologiche, infezioni batteriche e infezioni virali che complicano i trapianti. In molti casi non esistono alternative terapeutiche.

Un recente studio ha evidenziato che l’utilizzo di plasmaderivati determina una riduzione del costo medio per paziente in termini di costi diretti e indiretti (escluso il costo di acquisizione della terapia) per i pazienti con immunodeficienza primitiva di tutte le età del 45%, per i pazienti con immunodeficienza acquisita del 69% e per i pazienti con deficit di alfa-1-antitripsina del 49%.

Quanto conta oggi la disponibilità di plasma per garantire continuità terapeutica ai pazienti?

Conta in modo determinante. Per migliaia di persone la disponibilità di plasma coincide con la possibilità di continuare a curarsi e avere una migliore qualità della vita. Bisogna ricordare che il plasma non può essere prodotto in laboratorio: esiste solo grazie alla donazione volontaria. Inoltre il ciclo produttivo dei plasmaderivati è molto lungo: tra donazione, lavorazione, controlli e distribuzione possono trascorrere fino a dodici mesi. Questo significa che la programmazione è essenziale. Se oggi raccogliamo meno plasma nel mondo, le conseguenze si vedranno nei prossimi mesi sulla disponibilità delle cure.

L’Organizzazione mondiale della sanità ha definito il plasma una materia prima strategica. Che cosa significa concretamente?

Significa riconoscere che il plasma è una risorsa critica per la sicurezza sanitaria dei Paesi. È insostituibile, limitato e dipende esclusivamente dalla generosità dei donatori. Anche l’Unione europea ha inserito i plasmaderivati nella lista dei medicinali critici proprio perché la filiera è fragile e la domanda globale continua a crescere. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un aumento costante dei fabbisogni, dovuto all’invecchiamento della popolazione, alla ricerca che ha consentito di rispondere ai bisogni di cura con nuove indicazioni terapeutiche e a una maggiore capacità diagnostica. Per questo oggi il tema non è solo sanitario, ma anche strategico e geopolitico.

L’Italia quanto è autosufficiente?

Negli ultimi anni il nostro Paese ha ottenuto risultati importanti grazie al sistema trasfusionale, alle associazioni e federazioni dei donatori e all’impegno delle istituzioni. Nel 2024-2025 sono state superate le 900 tonnellate di plasma raccolto. Tuttavia l’autosufficienza si attesta intorno al 60% a causa dell’aumento del fabbisogno terapeutico dei pazienti. E deve fare i conti con il processo di invecchiamento, che determinerà un aumento delle persone che non potranno più donare sangue o plasma per il raggiungimento dei limiti di età stabiliti . Questo significa che dobbiamo ricorrere a plasmaderivati, soprattutto di immunoglobuline, prodotti da plasma raccolto all’estero, in particolare negli Stati Uniti ed in Europa, per rispondere alla domanda di salute dei nostri pazienti.

Cosa rappresenta questa dipendenza?

La dipendenza dall’estero va letta in chiave di sicurezza sanitaria. Il plasma è una materia prima critica, strategica, insostituibile. Se una quota rilevante del nostro fabbisogno dipende da Paesi extraeuropei, in un contesto internazionale segnato da tensioni geopolitiche, politiche protezionistiche e crescente competizione tra sistemi sanitari, è evidente che dobbiamo aumentare la resilienza della filiera. In questo senso vorrei citare un nuovo studio condotto dal Ceis dell’Università di Tor Vergata relativo alla sostenibilità delle possibili strategie di approvvigionamento per rispondere al fabbisogno nazionale dei medicinali plasmaderivati, da cui emerge l’importanza di dotarsi di un sistema con diverse fonti di approvvigionamento per i plasmaderivati, a partire da plasma proveniente da fonti diversificate (canale interno ed esterno), sia per rispondere al fabbisogno clinico dei pazienti anche in situazioni di carenza, sia per contribuire alla sostenibilità del sistema sanitario.

Nonostante l’impegno del Ssn e la generosità dei molti donatori, le quantità di plasma raccolto in Italia sono insufficienti per produrre tutti i farmaci necessari alla cura dei nostri pazienti. È per questo che il nostro Paese deve utilizzare anche farmaci che sono prodotti utilizzando plasma raccolto all’estero. Lo studio dimostra che questo non comporta un aggravio di costi per il sistema.

Che ruolo svolge l’industria farmaceutica in questo sistema?

L’industria è un partner essenziale. Le aziende trasformano il plasma raccolto in farmaci attraverso processi altamente tecnologici e sottoposti a controlli rigorosissimi, anche grazie alla fondamentale qualità richiesta dal nostro Ssn. Parliamo di standard di qualità e sicurezza elevatissimi, che comprendono selezione dei donatori, tracciabilità, test microbiologici e virali, processi di inattivazione e continui controlli industriali. Ma il ruolo dell’industria non si limita alla produzione: le imprese investono anche in ricerca, innovazione e miglioramento delle rese produttive per valorizzare al massimo ogni litro di plasma donato.

Quanto investe il settore in Italia?

La ricerca e produzione di plasmaderivati rappresentano un’area di eccellenza della farmaceutica italiana. Le aziende del comparto occupano oltre 1.700 addetti e investono significativamente in ricerca e sviluppo per nuove proteine plasmatiche, nuove indicazioni terapeutiche, formulazioni più efficaci o, ancora, tecnologie produttive sempre più avanzate. L’obiettivo è duplice: migliorare le cure e aumentare la disponibilità dei farmaci. Dal 2021 il comparto sta investendo oltre 500 milioni di euro in Italia per il potenziamento dei propri stabilimenti.

Che cosa serve oggi per rafforzare il sistema?

Servono tre elementi insieme: più donazioni, migliore programmazione e pieno riconoscimento della specificità dei plasmaderivati. Sul fronte delle donazioni bisogna puntare molto di più nell’informazione. Gli italiani riconoscono il valore del plasma, ma spesso non sanno che cosa diventa concretamente una donazione e quanti pazienti dipendano da queste terapie. Sul piano istituzionale serve una programmazione stabile e condivisa tra ministero della Salute, Centro nazionale sangue, Regioni, Aifa, associazioni dei donatori, pazienti e industria. Infine è importante che anche gli strumenti regolatori riconoscano la specificità e la natura strategica di questi medicinali salvavita e che il payback venga superato con l’esclusione dei plasmaderivati dalla spesa soggetta a tetto.

Che messaggio sente di lanciare nella Giornata mondiale del donatore di sangue?

Che ogni donazione conta davvero. Dietro una sacca di plasma ci sono persone che possono continuare a vivere grazie a una terapia. Per alcune patologie rare possono servire oltre cento donazioni all’anno per un solo paziente. Il gesto del donatore non è astratto: si traduce concretamente in cure, continuità terapeutica e qualità della vita. Donare plasma significa contribuire alla sicurezza sanitaria del Paese e aiutare migliaia di pazienti che ogni giorno dipendono da questi farmaci salvavita.

La lettera del Congresso a Greer e Lutnick. Nuovo capitolo per la Mfn

11 June 2026 at 15:41

L’ultimo capitolo della saga Mfn arriva dal Congresso statunitense, dove 48 deputati repubblicani guidati dal vicepresidente della Commissione Ways and Means Vern Buchanan, dal presidente della House Budget Committee Jodey Arrington e da Nicole Malliotakis hanno inviato una lettera all’U.S. Trade Representative Jamieson Greer e al segretario al Commercio Howard Lutnick chiedendo di procedere rapidamente con un’indagine ai sensi della Section 301 contro le politiche di determinazione dei prezzi dei medicinali adottate da diversi Paesi stranieri.

La lettera

Nella missiva i parlamentari sostengono apertamente la linea della Casa Bianca, secondo cui molte economie avanzate beneficiano dell’innovazione farmaceutica sviluppata negli Stati Uniti senza contribuire in maniera proporzionata ai costi di ricerca e sviluppo. “Per troppo tempo nazioni straniere benestanti hanno raccolto i benefici dell’innovazione farmaceutica americana utilizzando controlli sui prezzi e altre politiche scorrette per evitare di pagare la loro giusta quota”, scrivono i firmatari, chiedendo all’amministrazione di utilizzare tutti gli strumenti commerciali disponibili per contrastare quello che definiscono un fenomeno di free-riding. “Mentre i precedenti presidenti sono rimasti a guardare consentendo alle nazioni straniere di approfittare degli Stati Uniti, il presidente Trump ha giustamente invocato un’azione commerciale decisa per affrontare questo problema”, si legge ancora.

L’iniziativa rappresenta l’ulteriore tassello di una posizione ormai consolidata. La Casa Bianca e, ora apertamente, anche i rappresentanti del Congresso considerano il recente accordo raggiunto con il Regno Unito come il modello da replicare a livello internazionale. Secondo i sostenitori, l’intesa avrebbe dimostrato che negoziati commerciali mirati sul tema del pricing possono portare benefici ai pazienti e ai contribuenti americani, inducendo i partner a sostenere una quota maggiore dei costi dell’innovazione.

“Il presidente Trump è stato inequivocabile: le altre nazioni ricche devono fare un passo avanti e pagare la loro giusta quota per l’innovazione farmaceutica salvavita invece di fare affidamento sui pazienti americani” ha dichiarato il portavoce della Casa Bianca Kush Desai a Politico, sintetizzando la posizione dell’amministrazione.

I Paesi nel mirino di Washington

Fra i Paesi oggetto di osservazione nel paniere elaborato dagli Usa ci sono Canada, Francia, Italia, Giappone, Corea del Sud e Regno Unito, insieme ad altre economie europee. Ma, oggi nel mirino di Washington c’è in particolare la Germania – menzionata anche ripetutamente nella lettera dei congressmen, insieme a Francia, Canada e Giappone.

Berlino sta infatti discutendo una riforma volta a contenere la spesa farmaceutica e, secondo diverse ricostruzioni, sarebbero già in corso colloqui riservati tra esponenti del governo tedesco e rappresentanti dell’amministrazione statunitense. Sul tavolo non vi sarebbero soltanto i prezzi dei farmaci, ma anche investimenti industriali e competitività del settore. Negli ultimi giorni alcune delle principali aziende del comparto hanno espresso crescente preoccupazione per il deterioramento del contesto europeo e, in particolare, per l’approccio intrapreso da Berlino nelle riforme. Eli Lilly ha annunciato la revisione di un piano da 2,3 miliardi di euro in Germania, destinando parte delle risorse agli Stati Uniti. Anche Boehringer Ingelheim ha comunicato la cancellazione di investimenti programmati tra il 2027 e il 2030 per circa 900 milioni di euro.

Le motivazioni richiamano il tema, ormai ricorrente nel dibattito, legato alla crescente difficoltà dell’Europa nel competere con Stati Uniti e Asia per attrarre e valorizzare ricerca, sviluppo e produzione ad alto valore aggiunto. Le prospettive di ulteriori misure di contenimento della spesa – dal punto di vista delle aziende – rischiano di ridurre la prevedibilità regolatoria e la capacità del continente di attrarre e mantenere investimenti.

E l’Italia?

La questione assume una rilevanza particolare per l’Italia, che negli ultimi anni ha consolidato il proprio ruolo di leadership nella manifattura farmaceutica europea. Se l’amministrazione americana dovesse proseguire lungo la strada delle investigazioni, anche Roma potrebbe essere chiamata a dimostrare l’attrattività e la competitività del proprio modello. Nei 10 mesi successivi all’introduzione della Mfn, il nostro Paese ha già vissuto un crollo del 66,7% del lancio dei nuovi farmaci, attestandosi fra i più colpiti in Europa, a fronte di una media Ue del -35%.

Al netto dell’ormai annosa questione del payback, da tempo indicata dall’industria come uno dei principali fattori di incertezza, il tema riguarda più in generale la capacità del Paese di offrire un quadro regolatorio stabile, prevedibile e favorevole agli investimenti. E, in un contesto Europeo non semplice, l’Italia ha il potenziale di agire fra i primi. Il Testo unico farmaceutico, ad esempio, potrebbe trasformarsi in qualcosa di più di un semplice esercizio di riordino normativo se saprà affrontare alcuni dei nodi che da anni alimentano il dibattito sulla competitività del settore. Un obiettivo tutt’altro che scontato, ma che assume un peso crescente mentre il resto del mondo corre.

IA, salute e disuguaglianze. Il nodo dell’equità nell’era degli algoritmi

10 June 2026 at 16:11

Fra le molte promesse dell’intelligenza artificiale applicata alla sanità c’è quella di ampliare l’accesso alle cure, migliorare l’accuratezza delle diagnosi, supportare la ricerca clinica, personalizzare i percorsi terapeutici e alleggerire il carico amministrativo che oggi grava sui professionisti. Ma accanto alle opportunità emergono anche interrogativi tutt’altro che secondari. Cosa accade se gli algoritmi vengono addestrati su dati incompleti? Se alcune categorie di pazienti risultano sottorappresentate? Se il divario digitale impedisce a una parte della popolazione di beneficiare dell’innovazione? E ancora: l’intelligenza artificiale contribuirà a rendere i sistemi sanitari più equi o rischia invece di amplificare disuguaglianze già esistenti? È attorno a questi interrogativi che si è sviluppato il confronto 2026 di Tutto nella norma dal titolo “IA e sanità: una leva contro le disuguaglianze?” promosso da Fondazione Roche in collaborazione con Healthcare Policy e Formiche. L’incontro, moderato dalla direttrice di Formiche Flavia Giacobbe presso il Centro studi americani, ha riunito rappresentanti delle istituzioni, del mondo accademico e dell’ecosistema della salute per riflettere su opportunità, rischi e condizioni necessarie affinché la trasformazione digitale rafforzi il diritto alla salute.

IA: non un mero fattore tecnico

Ad aprire i lavori è stato Enrico Sabatini, segretario della Fondazione Roche, che ha riportato il dibattito alla dimensione costituzionale del tema. “La misura delle cose viene definita dal proprio contrario”, il richiamo è dapprima al diritto fondamentale alla salute garantito dall’articolo 32 della nostra Costituzione e poi a quello ai dati che indicano come milioni di italiani – circa il 10% della popolazione – rinuncino oggi alle cure per problemi di natura geografica, costi, e liste d’attesa troppo lunghe. Persone “con fragilità o marginalizzate, che spesso non hanno le risorse socio-culturali o economiche per fare fronte a patologie croniche o invalidanti”. In questo contesto, ha sottolineato, l’intelligenza artificiale “ha opportunità incredibili, ma elementi che vanno valutati”, dunque, non può essere considerata “un mero fattore tecnico perché incide sul diritto della persona alla salute e sulla sua vita”. Per questo, ha aggiunto, la responsabilità umana deve rimanere al centro delle scelte e dei processi decisionali.

Fragilità e disuguaglianze

Nella sua lectio magistralis, Bernardo Mattarella, professore di Diritto amministrativo e coautore del libro “Governare le fragilità”, ha ricordato come la lotta alle disuguaglianze sanitarie non possa essere separata dalle fragilità strutturali del Paese. Richiamando i temi del capitale umano, della qualità delle istituzioni e della sostenibilità della spesa pubblica, Mattarella ha evidenziato la necessità di rafforzare la capacità del sistema sanitario. “Abbiamo bisogno di strutture forti a livello statale e regionale per il governo di questi settori”, ha affermato, indicando nella governance uno degli elementi chiave per garantire equità nell’accesso alle cure e nell’adozione delle nuove tecnologie.

Dalle potenzialità alle criticità

Le potenzialità offerte dall’intelligenza artificiale alla ricerca sono state evidenziate da Antonio Addis, responsabile Uosd Epidemiologia del Farmaco presso Asl Roma 1. “Per un epidemiologo l’IA è entrare in una bellissima stanza giochi”, ha affermato, descrivendo la possibilità di trasformare enormi masse di dati in strumenti di conoscenza e simulazione.

Dalla produzione di dati sintetici alla riduzione degli errori sistematici, fino alla possibilità di avvicinare la ricerca osservazionale agli standard degli studi sperimentali, le prospettive sono numerose. Ma, ha avvertito, occorre passare dalla teoria alla pratica. “Occorre fare ricerca in questo ambito, non solo parlarne”, richiamando l’attenzione sulla necessità di investimenti pubblici e sulla costruzione di ecosistemi aperti in cui condividere esperienze, competenze e buone pratiche, evitando che la capacità di sviluppare e controllare gli algoritmi resti concentrata in poche mani.

A questo si affianca il tema della qualità dei dati e della rappresentatività degli algoritmi, al centro dell’intervento di Eugenio Santoro, ricercatore presso l’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri Irccs. Se da un lato esistono numerosi studi che mostrano il potenziale delle applicazioni di IA, dall’altro le domande fondamentali riguardano il modo in cui questi strumenti vengono costruiti. “C’è bisogno che gli strumenti quando vengono addestrati siano addestrati su un campione sufficientemente rappresentativo”, ha spiegato, evidenziando come alcune categorie di pazienti risultino ancora sottorappresentate. Un problema che si intreccia con quello delle fonti informative utilizzate. “Molto spesso vengono usati tutti i documenti presenti su un database che non sono necessariamente i più affidabili dal punto di vista scientifico”. Da qui la necessità di comprendere se i modelli siano davvero in grado di distinguere e valorizzare correttamente l’evidenza scientifica.

Una riflessione più ampia sull’impatto dell’IA sulla medicina è arrivata da Luca Pani, professore di Farmacologia e Tossicologia presso l’Università di Modena e Reggio Emilia e professore di Psichiatria presso l’Università di Miami. “L’IA non è solo un modo per fare più velocemente ciò che facciamo, ma cambia la struttura di ciò che facciamo”. Secondo Pani, la medicina del Novecento si è fondata sul concetto di “paziente medio”, riducendo complessità e variabilità per produrre evidenze robuste. Oggi, invece, l’intelligenza artificiale può aiutare a cogliere pattern invisibili e a restituire centralità alle differenze individuali. Perché ciò accada, tuttavia, servono rappresentatività, trasparenza e spiegabilità. “Un algoritmo che è addestrato su dati parziali produce decisioni parziali e sbagliate”. E i dati, ha aggiunto, devono essere restituiti ai cittadini che li generano.

Sul rapporto tra innovazione e sostenibilità del sistema sanitario si è soffermato Nino Cartabellotta, presidente Fondazione Gimbe. “Da un lato la tecnologia avanza in maniera straordinaria, dall’altro i sistemi sanitari sono poco adattivi a integrare quest’innovazione”. Il rischio, secondo il presidente, è che il progresso tecnologico proceda più rapidamente della capacità delle istituzioni di tradurlo in benefici concreti e diffusi.

Governare il cambiamento

La necessità di governare questa transizione è stata ribadita dalla senatrice Tilde Minasi, componente della commissione Sanità e relatrice della legge sull’IA. Se le opportunità dell’intelligenza artificiale sono ormai evidenti, altrettanto rilevanti sono i rischi. Per questo, ha spiegato, il disegno di legge italiano parte da un principio fondamentale: “Mettere al centro la persona. Nessun sistema di IA può sostituire la decisione e la responsabilità dell’essere umano”.  L’europarlamentare Brando Benifei ha richiamato il ruolo dell’AI Act nel costruire un quadro di fiducia e tutela. “L’ambito dell’attività medica è uno degli ambiti sensibili dettati dalla legge”, ha ricordato, sottolineando come l’obiettivo sia verificare i sistemi utilizzati in sanità secondo standard rigorosi a tutela di medici e pazienti. L’Europa, ha osservato, non punta a frenare l’innovazione ma a promuoverla attraverso “un’architettura di diritti oggi al centro del dibattito globale” che distribuisce “responsabilità e obblighi lungo tutta la filiera”.

Il contributo di Agenas

La prospettiva dell’implementazione concreta è stata infine portata da Alice Borghini, direttrice Uo Sanità digitale e telemedicina di Agenas. Dopo gli investimenti pari a circa 1,5 miliardi di euro per le infrastrutture regionali di telemedicina, la sfida è oggi favorirne l’utilizzo effettivo da parte di professionisti e strutture sanitarie. Parallelamente, Agenas sta sperimentando una piattaforma di IA generativa “come uno strumento di supporto alle decisioni cliniche dei medici di medicina generale”, ha spiegato Borghini.

La persona al centro

A chiudere i lavori è stata Mariapia Garavaglia, presidente della Fondazione Roche, che ha sintetizzato il senso del confronto. L’intelligenza artificiale può rappresentare uno strumento prezioso per rafforzare il sistema sanitario e migliorare l’accesso alle cure, ma soltanto a condizione di comprenderne limiti, rischi e responsabilità. Per Garavaglia, la sfida non è delegare le decisioni agli algoritmi ma utilizzarli per orientare scelte più informate e più eque. “L’intelligenza artificiale è capace di farci vedere come si potrebbe scegliere, l’intelligenza umana dovrebbe assumersi la responsabilità della scelta”, solo così “l’IA fa in modo che noi siamo davvero la magnifica umanità”.

Quale ruolo cerca l’Italia nell’Oms. Parla l’amb. Vignali

10 June 2026 at 14:15

Lo scorso mese, a margine della 79ª Assemblea mondiale della Sanità a Ginevra, l’Italia ha annunciato la propria candidatura all’Executive Board dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per il mandato 2027-2030. Una scelta che si inserisce in una fase di profonda trasformazione della governance sanitaria internazionale, segnata da nuove sfide globali, crescenti tensioni geopolitiche e interrogativi sul futuro del multilateralismo. Ne abbiamo parlato con l’ambasciatore Luigi Maria Vignali, rappresentante permanente d’Italia presso le Organizzazioni Internazionali a Ginevra, per approfondire il significato della candidatura italiana, il ruolo che il nostro Paese intende svolgere all’interno dell’Oms e le principali priorità che oggi attraversano la salute globale.

Qual è il significato politico e strategico di questa candidatura nel contesto internazionale attuale?

L’Italia è da sempre molto attiva nell’Organizzazione mondiale della sanità: abbiamo già fatto parte del Consiglio esecutivo per sei volte, mentre nostri esperti collaborano regolarmente con l’Oms a livello globale e regionale. Soprattutto, tanti centri italiani mettono costantemente a disposizione dell’Organizzazione competenze, attività di ricerca, formazione, servizi di laboratorio e consulenza tecnica. Siamo insomma un attore di primo piano che agisce per la sicurezza sanitaria globale e che promuove la mobilitazione di risorse finanziarie a sostegno di importanti partenariati e meccanismi multilaterali, tra cui l’Alleanza per i vaccini – Gavi, il Fondo globale per la lotta contro Aifs tubercolosi e malaria, o ancora il Fondo per le Pandemie.

Nel suo intervento ha richiamato la necessità di “colmare lacune, evitare duplicazioni e rafforzare il coordinamento”. Dove individua oggi le principali criticità della governance sanitaria globale e quale ruolo può svolgere l’Oms in questa fase?

Mi riferivo in particolare al processo di riforma della cosiddetta “architettura” della salute globale: la posizione italiana sostiene un processo decisionale più efficiente e vincolato a precise scadenze temporali, anche con l’obiettivo di migliorare la responsabilità dell’Organizzazione – quella che inglese chiamiamo “accountability” – e ridurre il rischio di frammentazione nella programmazione sul terreno. Anche il raccordo con altri enti e donatori deve produrre un salto di qualità, in modo da ottenere risultati chiari e dimostrare il valore aggiunto del sistema sanitario multilaterale.

Negli ultimi anni la salute è diventata sempre più intrecciata con temi di sicurezza, resilienza industriale, approvvigionamenti strategici e competizione geopolitica. Quanto sta cambiando il peso della salute nelle relazioni internazionali e quale ruolo possono svolgere le organizzazioni multilaterali in un’epoca in cui il loro ruolo è talvolta messo in discussione?

Effettivamente la salute si declina ormai anche quale interesse strategico, del resto la pandemia del Covid ha reso evidente come la capacità di prevenire e gestire le crisi sanitarie incida su sicurezza nazionale, tenuta delle economie, continuità delle catene di approvvigionamento e persino sulla stabilità politica.

Oggi vaccini, farmaci essenziali, tecnologie biomediche, dati sanitari e capacità produttive sono diventati asset strategici – come dimostrano i dibattiti sulla sovranità sanitaria, sul cosiddetto “reshoring” delle produzioni critiche e sulla diversificazione delle filiere. La salute è quindi elemento di resilienza nazionale e, al tempo stesso, strumento di influenza internazionale. Ma nessun Paese può affrontare da solo grandi epidemie e resistenza antimicrobica, oppure le conseguenze sanitarie del cambiamento climatico e la sicurezza degli approvvigionamenti.

Occorre quindi mantenere una salda dimensione multilaterale, volta a conciliare le legittime esigenze di autonomia strategica con una solida collaborazione internazionale, perché le grandi minacce sanitarie continuano a essere, inevitabilmente, sfide condivise.

Guardando ai prossimi anni, quali saranno secondo lei le grandi priorità della salute globale sulle quali la comunità internazionale dovrà concentrare maggiormente i propri sforzi?

A livello globale come Italia ci concentriamo attualmente su tre temi principali: l’approccio cosiddetto One health, con focus sulla resistenza antimicrobica; la promozione dell’invecchiamento in salute per intero arco di vita, con enfasi su prevenzione, integrazione sociale e sanitaria nella continuità delle cure; il potenziamento della salute mentale, con particolare attenzione a bambini e adolescenti.

E quale contributo specifico può offrire l’Italia all’interno dell’Executive board dell’Oms? Ci sono priorità o approcci che il nostro Paese intende portare all’attenzione?

Crediamo che l’Italia possa sostenere l’Oms nella capacità di fornire agli Stati membri opzioni politiche sempre più coerenti con il suo mandato, da tradurre in schemi operativi nazionali in base a rispettive esigenze, priorità, capacità e contesti.

Così l’Europa cerca una risposta alla crisi delle professioni sanitarie. Parla Picaro (Ecr)

3 June 2026 at 14:17

Il voto del 3 giugno in Commissione Sanità pubblica rappresenta, secondo l’eurodeputato di Ecr/FdI Michele Picaro, un passaggio cruciale per il futuro della sanità europea. Al centro del dossier c’è la carenza di personale sanitario, un problema strutturale che richiede – a suo avviso – una risposta di lungo periodo. “Non si tratta soltanto di colmare le carenze attuali”, spiega Picaro a Formiche.net. “Servono piani nazionali ed europei per formare, attrarre e trattenere medici, infermieri e operatori sanitari. L’obiettivo è costruire sistemi sanitari sostenibili e capaci di rispondere alle sfide future”.

Un’attenzione particolare va alle aree rurali, montane, insulari e più svantaggiate, dove la carenza di professionisti è più acuta. Per Picaro occorrono misure mirate: incentivi economici e non economici, maggiore flessibilità organizzativa e strumenti di sostegno abitativo. “Non possiamo accettare una sanità a due velocità”, afferma. “I cittadini devono poter accedere a servizi di qualità indipendentemente dal luogo in cui vivono”.

Chi cura va tutelato

Sul fronte delle condizioni di lavoro, Picaro è esplicito: affrontare la carenza di personale senza intervenire sul benessere di chi lavora negli ospedali e nei servizi territoriali sarebbe contraddittorio. “È necessario garantire il rispetto della direttiva europea sull’orario di lavoro, adeguati periodi di riposo, ferie retribuite e un migliore equilibrio tra vita professionale e privata”, sottolinea. Le conseguenze di turni eccessivi e organici insufficienti ricadono non solo sugli operatori: “Generano stanchezza, burnout e un aumento del rischio di errori clinici. Tutelare il benessere degli operatori significa anche migliorare la sicurezza dei pazienti e la qualità dell’assistenza”.

Uno dei temi più qualificanti del dossier riguarda i giovani medici, gli specializzandi e i tirocinanti. “Abbiamo sostenuto con forza la necessità di riconoscerli sia come lavoratori sia come persone in formazione”, dice Picaro. “Devono ricevere una retribuzione equa, adeguata supervisione e condizioni di lavoro sicure. Bisogna impedire che vengano utilizzati come sostituti del personale strutturato”. Il dossier affronta anche la salute mentale degli operatori: Picaro chiede programmi accessibili di supporto psicologico e misure contro violenza e molestie nei luoghi di lavoro. “Chi si prende cura degli altri deve essere messo nelle condizioni di essere a sua volta tutelato”.

Digitale e investimenti

Sul versante dell’innovazione, Picaro riconosce il potenziale della telemedicina e degli strumenti digitali, soprattutto per le aree più remote. Ma fissa un limite preciso: “Gli strumenti digitali devono integrare il lavoro dei professionisti sanitari, non sostituire l’assistenza in presenza”. Un principio che l’eurodeputato ha applicato con forza nel dibattito sulla telefarmacia: una definizione vaga del testo originario avrebbe potuto aprire la strada a piattaforme digitali e grandi operatori internazionali. “Il rischio era indebolire la farmacia territoriale e sottrarre agli Stati membri il controllo effettivo del servizio farmaceutico”, spiega. Ha quindi chiesto che la telefarmacia fosse espressamente limitata a servizi forniti “sotto la responsabilità di un farmacista abilitato e collegati a una farmacia fisica autorizzata secondo la legislazione nazionale”. La sintesi è netta: “La digitalizzazione deve sostenere la rete delle farmacie territoriali, non sostituirla”.

In chiusura, Picaro rilancia sulla priorità degli investimenti in sanità come scelta strategica, non come voce di spesa. “Servono finanziamenti adeguati e sostenibili per rafforzare il personale sanitario, sostenere la prevenzione, migliorare la preparazione alle emergenze e valorizzare l’assistenza primaria”, conclude. “Investire nella salute non è un costo, ma una scelta strategica per la crescita economica, la coesione sociale e la sicurezza dei cittadini europei”.

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