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Cannabis medica, interrogazioni parlamentari di Avs, M5S e +Europa sui pazienti convocati in caserma per l’indagine sulla consegna a domicilio

9 June 2026 at 11:27

La vicenda dei pazienti in cura con cannabis medica convocati dai carabinieri in tutta Italia, raccontata in anteprima da ilfattoquotidiano.it, è approdata in Parlamento grazie a tre diverse interrogazioni presentate negli scorsi giorni. Marco Grimaldi, Avs, Mario Perantoni del Movimento 5 Stelle, si sono rivolti ai ministri dell’Interno e della Salute, e, il 5 giugno, Riccardo Magi di +Europa ha esteso la richiesta anche al ministro delle Infrastrutture. Tre atti distinti, tre forze politiche diverse, una sola domanda di fondo: cosa sta succedendo e chi ha autorizzato tutto questo?

La storia è tanto surreale quanto concreta. In queste settimane centinaia di persone, malati oncologici, persone con dolore cronico o sclerosi multipla, anziani, perfino proprietari di cani in terapia, sono state convocate presso caserme dei Carabinieri in diverse città italiane: Roma, Milano, Napoli, Bologna, Verona, Rimini. Chiamate in quanto “persone informate sui fatti”, tutte avevano in comune una cosa: hanno ricevuto a domicilio farmaci a base di cannabinoidi regolarmente prescritti dal medico.

Nessun reato contestato, ma domande invasive: quale medico ha firmato la ricetta? Per quale patologia? Da quale farmacia è stato acquistato il medicinale? In alcuni casi, riferiscono diverse associazioni di tutela, sono stati richiesti screenshot di email e conversazioni WhatsApp. Ora i parlamentari Grimaldi e Perantoni chiedono chiarezza: “Le modalità descritte nelle convocazioni rischiano di generare un clima di intimidazione e di sfiducia nei confronti delle istituzioni, incidendo negativamente sulla continuità terapeutica e sulla dignità dei pazienti”. Per Grimaldi è necessario chiarire anche “attraverso quali canali siano stati acquisiti i dati sanitari dei pazienti coinvolti, trattandosi di categorie particolari di dati personali tutelate dalla normativa vigente, inclusi il Regolamento (UE) 2016/679 (GDPR) e il decreto legislativo n. 51 del 2018”.

Il motivo dell’indagine, secondo quanto risulta a ilfattoquotidiano.it, è tecnicamente fondato: recapitare a domicilio farmaci a base di stupefacenti anche se a scopo terapeutico è vietato dalla legge. Il Consiglio di Stato, con sentenza n. 6877 del 2024, ha confermato che le farmacie non possono spedire direttamente questi farmaci ai pazienti, perché non rientrano tra i soggetti autorizzati a farlo. Magi chiede quindi al Governo di intervenire per risolvere la “farraginosità normativa che si concretizza nella sovrapposizione di disposizioni tra di loro contraddittorie e che creano profondi disagi sia alle farmacie autorizzate alla vendita, sia ai pazienti stessi”. Il risultato pratico per un ammalato in Italia è un cortocircuito kafkiano. La cannabis terapeutica è legale in Italia dal 2006 e regolamentata come farmaco a tutti gli effetti dal decreto ministeriale del novembre 2015. Ma è trattata da un numero esiguo di farmacie: circa mille su 21 mila totali. Chi ha bisogno del medicinale non può riceverlo a casa, non può acquistarlo nella farmacia sotto casa, deve percorrere centinaia di chilometri per trovare un esercizio disponibile.

Però chi assume regolarmente cannabis terapeutica e si mette al volante per raggiungere la farmacia rischia la sospensione della patente in applicazione del nuovo Codice della strada firmato Salvini. Su questo punto specifico insiste l’interrogazione di Magi, che parla di “un cortocircuito interpretativo” nel quale i pazienti vengono esposti “all’ulteriore rischio di revoca o sospensione della patente di guida anche in virtù delle recenti modifiche al Codice della Strada che puniscono la positività al test per le sostanze stupefacenti senza distinzioni tra uso ricreativo e quello regolarmente prescritto e, evidentemente, tracciato”.

Il 70% delle farmacie che potrebbero trattare questi prodotti rifiuta di ricevere spedizioni destinate ai pazienti di altre province, per paura di sanzioni o contestazioni amministrative. Sanzioni reali, concrete: una farmacia che pubblica sul proprio sito informazioni sulla cannabis medica, come fa normalmente per qualsiasi altro farmaco, può incorrere in multe di migliaia di euro, perché il dpr 309/90 vieta la “promozione”, anche indiretta, delle sostanze stupefacenti. Un’odissea normativa che appare ideata per combattere il narcotraffico, non per regolare un farmaco prodotto dallo Stato attraverso lo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze “a tacere dell’evidente discriminazione nei confronti degli altri pazienti che assumono altra tipologia di farmaci psicotropi regolarmente prescritti”, come sottolinea il grilllino Perantoni. A denunciare per prima la vicenda sono state l’avvocata Cathy La Torre, fondatrice di WildSide Legal, e Antonella Soldo dell’associazione Meglio Legale che continuano a ricevere segnalazioni da tutta Italia come quella di un paziente bolognese: “Mi sono sentito trattato più come un sospettato che come un paziente che utilizza cannabis medica nel rispetto della legge”.

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Siamo alle solite: scelte sbagliate in sanità che fanno sprecare soldi

4 June 2026 at 05:50

Nuova legge, nuovo inganno: i cittadini come al solito gabbati. Prendo spunto da un articolo di Milena Gabanelli sul Corsera dal titolo emblematico: lo Stato ora paga i farmaci più di quanto costano! “E’ in questo contesto che va letta la modifica al sistema voluta dal governo Meloni e dal sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato, farmacista con delega alla farmaceutica. Un meccanismo in cui, fino agli 8 euro a confezione, più il prezzo del farmaco è basso maggiore è il margine di guadagno.”

In pratica se il prezzo del farmaco si abbassa il SSN lo paga di più alle farmacie a scapito di altre spese. Io credo invece che lo Stato da subito debba andare alla ricerca di spese inutili, non aggiungerne, come ad esempio il caso che ricorderete di Avastin-Lucentis, due farmaci sovrapponibili per efficacia clinica ma con enorme differenza di prezzo, fino a settanta volte, a scapito delle casse pubbliche che io, insieme all’aiuto di Sabrina Giannini, di Report e del Corsera, sono riuscito a risolvere.

E c’è di più. Perché lo Stato non si organizza e invia direttamente al domicilio del cittadino-paziente almeno le terapie croniche con risparmio almeno del 30%? Ovviamente un sistema tipo History Health bloccherebbe l’invio se non ci si sottopone ai programmati controlli di una medicina di base efficace e non relegata spesso solo a ricopiare ricette croniche inutili.

Naturalmente per l’accordo Stato-Regioni per cui le spese economiche sono di derivazione locale, su controllo del centrale, anche la Regione Lombardia, proprio in questi giorni, riferisce di aver raggiunto la possibilità di acquisti centralizzati nella sanità ma i costi aumentano! Un ossimoro, altri soldi sprecati.

Nel documento del 30 aprile 2026 la centrale unica regionale, pensata per fare massa critica e spuntare prezzi migliori, viene descritta come un fattore di rigidità: meno fornitori, meno concorrenza, prezzi che non scendono. Anche di questo parlai molti anni addietro in un articolo di Thomas Mackinson il cui titolo è attualissimo: “Appalti, azzeccare il vincitore è un gioco. Il nome in un cassetto della redazione”

Senza un valido sistema di controllo indipendente a livello regionale e nazionale il sistema si ammalerà sempre più senza avere le risorse utili al bene comune.

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