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La Via della Terra: come la crisi di Hormuz sta ridisegnando l’ordine economico globale a vantaggio dei BRICS+

La terra sta riprendendo quello che il mare aveva preso. E lo Stretto di Hormuz — quella sottile linea d’acqua tra l’Oman e l’Iran — è il punto in cui la storia ha scelto di voltare pagina.

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Quando l’acqua ferma il mondo

Vi sono momenti nella storia in cui una crisi non si limita a scuotere l’ordine esistente, ma ne rivela le fondamenta marce. La chiusura dello Stretto di Hormuz — quella striscia d’acqua larga appena quaranta chilometri attraverso cui scorre il venti per cento del petrolio mondiale — non è soltanto uno shock energetico di proporzioni straordinarie. È lo specchio attraverso cui il mondo osserva, forse per la prima volta con piena chiarezza, quanto sia fragile l’architettura commerciale e finanziaria costruita dall’Occidente nel secondo dopoguerra. E, al tempo stesso, è il catalizzatore che potrebbe accelerare la nascita di un ordine alternativo: più continentale, più multipolare, più terrestre.

Il blocco dello Stretto di Hormuz — innescato dall’escalation del conflitto tra Iran e la coalizione Israele-USA dal 28 febbraio e tuttora in vigore a — ha prodotto uno tsunami economico senza precedenti. Il prezzo del greggio Brent ha superato i 160 dollari al barile nel giro di settantadue ore dall’annuncio della chiusura, mentre il gas naturale liquefatto ha visto i propri contratti futures triplicare di valore. Le catene di approvvigionamento dell’industria manifatturiera europea e nordamericana, già indebolite dai postumi pandemici e dalla crisi dei semiconduttori del decennio precedente, hanno mostrato una fragilità drammatica: decine di stabilimenti dalla Germania alla California hanno ridotto o sospeso la produzione per mancanza di componenti e materie prime. I costi della rotta alternativa via Capo di Buona Speranza, che allunga i tragitti di diciotto giorni e aumenta i costi di trasporto del trenta-cinquanta per cento, hanno scaricato pressioni inflazionistiche su un sistema già in tensione. La volatilità sui mercati finanziari globali ha raggiunto livelli comparabili solo alla crisi del 2008: l’indice VIX ha toccato quota 58, mentre i mercati azionari di New York, Londra e Francoforte hanno registrato perdite cumulative superiori al dodici per cento nelle prime quattro settimane. Il Fondo Monetario Internazionale ha rivisto al ribasso le sue proiezioni di crescita globale di due punti percentuali per il 2026, portandole allo 0,8 per cento.

Per comprendere la portata storica di questo momento occorre guardare al sistema che la crisi di Hormuz sta corrodendo. L’ordine economico globale del XX secolo è stato, nella sua essenza più profonda, un ordine marittimo. La Pax Americana che ha dominato il pianeta dalla fine della Seconda Guerra Mondiale si fondava su tre pilastri strettamente interconnessi: la supremazia navale degli Stati Uniti nei mari del mondo, il dollaro come valuta di riserva universale e il controllo delle grandi rotte oceaniche da parte delle marine occidentali — in primis quella americana e, in subordine, quella britannica.

Questa architettura non era ideologicamente neutra: era il prolungamento geopolitico della tradizione anglosassone di potenza marittima, codificata già nell’Ottocento dall’ammiraglio Alfred Thayer Mahan nella sua opera The Influence of Sea Power upon History. Il controllo dei mari significava controllo del commercio; il controllo del commercio significava controllo dell’economia mondiale; il controllo dell’economia mondiale significava egemonia politica. Per quasi ottant’anni, questo sistema ha funzionato con efficacia sorprendente, distribuendo privilegi straordinari agli Stati Uniti — primo tra tutti il cosiddetto “privilegio esorbitante” di emettere la valuta di riserva mondiale — e ai suoi alleati.

Ma i sistemi egemonici hanno cicli di vita. E la crisi di Hormuz ha reso evidente ciò che molti  affermano da anni con crescente insistenza: l’era della dominanza occidentale non è in declino, è già finita. Quello che stiamo vivendo sono le convulsioni terminali di un ordine che si ostina a non riconoscere la propria obsolescenza. L’impossibilità della Marina statunitense di tenere aperto lo Stretto nonostante la presenza della V Flotta nel Golfo Persico ha dimostrato che anche la potenza navale americana ha limiti operativi che un tempo sembravano impensabili. La dottrina della libertà di navigazione, cardine dell’ordine liberale internazionale, si è incrinata davanti alla realtà di uno Stato mediorientale — con i suoi proxy e le sue capacità missilistiche asimmetriche — capace di sfidare con successo la superpotenza marittima per eccellenza.

Il declino dell’egemonia marittima occidentale non è fenomeno di oggi. Ha radici nell’ascesa economica della Cina, nell’affermazione geopolitica della Russia post-2014, nella progressiva de-dollarizzazione avviata da un numero crescente di economie emergenti e nell’erosione del multilateralismo liberale nelle sedi internazionali tradizionali — dall’OMC al FMI, dall’ONU alla Banca Mondiale. La crisi di Hormuz non ha creato questa deriva; l’ha semplicemente accelerata con la brutalità propria degli shock storici.

L’Heartland alla riscossa: Mackinder aveva ragione?

Lo abbiamo citato tante volte, una in più non ci stupirà. Nel 1904, il geografo e stratega britannico Halford John Mackinder presentò alla Royal Geographical Society di Londra un saggio destinato a diventare uno dei testi fondativi della geopolitica moderna. Il titolo era The Geographical Pivot of History e la tesi centrale era rivoluzionaria per l’epoca: il futuro del potere mondiale non apparteneva alle potenze marittime, ma a chi avrebbe controllato quello che Mackinder chiamava “Heartland”, ovvero il cuore del supercontinente eurasiatico, quella vasta zona continentale che si estende dalle pianure dell’Europa orientale alle steppe della Siberia e alle altipiani dell’Asia centrale, impenetrabile alle flotte navali e naturalmente inaccessibile al dominio marittimo. La sintesi strategica di Mackinder, che tutti abbiamo imparato a conoscere, è entrata nella storia con la formula «Chi governa l’Europa orientale comanda l’Heartland; chi governa l’Heartland comanda l’Isola del Mondo; chi governa l’Isola del Mondo governa il Mondo». Le potenze marittime anglosassoni del XX secolo hanno costruito la propria egemonia globale proprio tentando di neutralizzare questo assioma: il contenimento dell’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda era, nella sua essenza, un tentativo di impedire che la potenza dell’Heartland si estendesse fino a dominare le coste del supercontinente.

Ebbene, con la crisi di Hormuz, la logica di Mackinder torna al centro della riflessione strategica globale. Se le rotte marittime diventano inaffidabili — per guerra, instabilità regionale o semplice rivalità tra grandi potenze — il commercio globale deve necessariamente cercare percorsi alternativi, e quei percorsi alternativi passano quasi inevitabilmente attraverso l’Heartland. Le ferrovie, i gasdotti, i corridoi stradali transcontinentali che attraversano l’Asia centrale, la Russia, l’Iran, il Pakistan, la Turchia: è qui che si gioca la posta in gioco del nuovo ordine mondiale ed è qui che i BRICS+ hanno già costruito, o stanno costruendo proprio mentre ne scriviamo, le infrastrutture del futuro.

Mackinder è stato riscoperto nelle cancellerie di Mosca, Pechino e New Delhi con un’attenzione che non aveva mai avuto nemmeno nelle università britanniche. La crisi di Hormuz ha dato a quella riscoperta una concretezza che finora mancava: improvvisamente le rotte terrestri non sono più un’alternativa teorica, sono l’unica alternativa pratica.

L’unica via d’uscita: l’architettura BRICS+ e il post-Hormuz

È qui e ora che i BRICS+ si trovano nella posizione straordinaria di poter offrire al resto del mondo quello che nessuna potenza occidentale è in grado di proporre in questo momento: una via d’uscita concreta e già parzialmente operativa dalla crisi delle rotte marittime.

Questa via d’uscita ha quattro dimensioni che si rafforzano a vicenda: le nuove rotte terrestri eurasiatiche, i corridoi energetici alternativi, la dedollarizzazione degli scambi commerciali e la costruzione di un’architettura finanziaria indipendente da SWIFT e dal sistema bancario occidentale. Consideriamole separatamente, avendo però cura di non perdere la visione d’insieme: è la loro combinazione a rendere l’offerta BRICS+ strategicamente credibile.

La Belt and Road Initiative cinese ha costruito in silenzio, negli ultimi dieci anni, la spina dorsale di un commercio eurasiatico che non dipende dallo Stretto di Hormuz né da nessun altro passaggio marittimo critico. I corridoi ferroviari Cina-Europa attraverso l’Asia Centrale, in particolare il China-Europe Railway Express, che ha movimentato nel 2025 circa 1,9 milioni di TEU (container equivalenti da venti piedi) con una crescita del 22 per cento sull’anno precedente, rappresentano oggi un’alternativa credibile alle rotte via Suez per le merci ad alto valore aggiunto.

Il blocco di Hormuz ha moltiplicato per tre le richieste di capacità su queste linee in poche settimane. Secondo dati preliminari pubblicati dal China State Railway Group, nel solo mese di aprile 2026 le prenotazioni di spazio ferroviario sulla rotta Cina-Europa sono aumentate del 340 per cento rispetto alla media del 2025. I tempi di transito, tipicamente quindici-diciotto giorni rispetto ai trenta-quaranta della via marittima via Suez, rendono la soluzione ferroviaria particolarmente attraente per settori come l’elettronica, le automotive e i prodotti farmaceutici.

Ma la BRI non è l’unico elemento di questa riarticolazione. Il Corridoio Internazionale dei Trasporti Nord-Sud (INSTC), promosso da Russia, India e Iran e oggi allargato ad Azerbaijan, Armenia e diversi paesi centroasiatici, sta vivendo una seconda giovinezza. Questo corridoio — che collega Mumbai a San Pietroburgo via mare Arabico, Iran e Caspio — permette di collegare l’India con l’Europa in circa venticinque giorni, rispetto ai quaranta-quarantacinque della via tradizionale via Suez, riducendo i costi logistici stimati tra il venti e il trenta per cento. Con Hormuz chiuso, il segmento marittimo del corridoio deve essere ricalibrato, ma i tratti ferroviari e stradali iraniani — oggetto di significativi investimenti negli ultimi tre anni — permettono bypass efficaci. L’INSTC era considerato un corridoio secondario ma la crisi di Hormuz l’ha trasformato in una priorità strategica di primo ordine per tutta l’Asia Meridionale.

Sul fronte energetico, la crisi di Hormuz ha dato un’accelerazione decisiva a progetti di pipeline e infrastrutture energetiche terrestri che erano stati rallentati da opposizioni politiche, difficoltà finanziarie o semplicemente dalla convenienza economica delle rotte marittime. Il Power of Siberia 2 — il gasdotto che dovrebbe collegare i giacimenti siberiani con la Cina attraverso la Mongolia — ha visto le trattative accelerare significativamente dopo il blocco dello Stretto. L’accordo, discusso per anni senza una conclusione definitiva per le divergenze sui prezzi, è oggi presentato come urgenza strategica da entrambe le parti: la Cina, che importava circa il diciotto per cento del suo gas via GNL dal Golfo Persico, deve trovare alternative terrestri; la Russia, esclusa dai mercati europei dopo le sanzioni del 2022, ha bisogno di sbocchi commerciali stabili verso est.

Nel frattempo, il gasdotto TAP (Trans-Adriatic Pipeline) che porta il gas azero in Italia via Turchia, e il TurkStream che collega la Russia alla Turchia e ai Balcani, stanno lavorando a piena capacità. La Turchia — che non ha aderito alle sanzioni occidentali contro la Russia e mantiene rapporti stabili con tutti gli attori BRICS+ — si trova in una posizione di leverage straordinaria come hub energetico continentale. Ankara, non a caso, ha formalmente richiesto di entrare nell’organizzazione BRICS nel 2024, una candidatura che potrebbe essere definitivamente accolta entro la fine dell’anno.

La pipeline India-Iran-Pakistan — un progetto rimasto congelato per decenni a causa delle pressioni americane su Islamabad — è stata rilanciata in forma diversa, con un collegamento diretto India-Iran attraverso il Golfo di Oman (bypassando lo Stretto) e poi via terra sino ai mercati centroasiatici. I tecnici del ministero del Petrolio iraniano e quelli del Ministry of Petroleum and Natural Gas indiano hanno ripreso i contatti diretti per la prima volta dal 2012.

La crisi di Hormuz ha trasformato in priorità strategica ciò che era considerato un’alternativa teorica: le rotte terrestri eurasiatiche sono oggi l’unica risposta credibile al blocco dei passaggi marittimi.

Bye bye Mr. Dollar

“Il petrolio si compra e si vende in dollari”, questo diceva la sacra legge di Nixon. Non erano concesse alternativo ed è ciò che ha permesso agli Stati Uniti di finanziare i propri deficit commerciali praticamente senza costi, di esercitare pressioni economiche attraverso le sanzioni e di mantenere il dollaro al centro del sistema finanziario globale indipendentemente dalla performance reale dell’economia americana. La crisi di Hormuz ha accelerato in modo drammatico una tendenza che era già in corso da anni: la de-dollarizzazione degli scambi energetici ed commerciali tra i paesi BRICS+. Il processo era iniziato con gli accordi bilaterali Cina-Russia denominati in yuan e rubli dopo il 2022; si era esteso agli scambi India-Russia per il petrolio (saldati in gran parte in rupie) e agli accordi Cina-Arabia Saudita per forniture di greggio denominate parzialmente in yuan. Poco a poco, la banconota verde ha smesso di avere potere. Con il blocco di Hormuz, la de-dollarizzazione ha subito una accelerazione sistemica particolarmente impattante. Quando le rotte commerciali si ridisegnano su tracciati terrestri eurasiatici, quando il commercio avviene tra paesi BRICS+ attraverso corridoi che non passano per i sistemi finanziari occidentali, quando le sanzioni americane perdono efficacia perché i flussi commerciali evitano i nodi bancari su cui Washington esercita la propria influenza — il dollaro smette di essere l’unica opzione praticabile e diventa sempre più uno strumento di una parte sola.

Il BRICS Bridge — il sistema di pagamenti interbancari proposto dal blocco come alternativa a SWIFT, operativo in forma pilota dal gennaio 2026 — ha visto le transazioni raddoppiare nel solo mese di aprile rispetto alla media del trimestre precedente. Il sistema, basato su una piattaforma distribuita che consente pagamenti bilaterali nelle valute nazionali dei paesi aderenti, non è ancora competitivo con SWIFT in termini di volumi assoluti, ma la sua crescita è esponenziale. Quello che stiamo assistendo è un cambiamento strutturale nel sistema monetario internazionale che potrebbe dimostrarsi più profondo di quello che ci aspettavamo, e sta avvenendo più rapidamente di quanto i modelli economici standard prevedessero.

L’accordo annunciato in aprile tra Brasile, Russia, India e Cina per denominare in yuan e in un paniere di valute BRICS il commercio di commodities agricole — cereali, soia, carne bovina — all’interno del blocco rappresenta un passo storico che potrebbe accelerare la de-dollarizzazione ben oltre il settore energetico. Il Brasile, primo esportatore mondiale di soia e carne bovina, è il tassello che mancava: la sua adesione a questo schema significa che una fetta significativa del commercio agricolo mondiale potrà bypassare il dollaro.

La direzione è chiara. Non si tratta di una sostituzione istantanea del dollaro — nessun analista serio la prevede a breve termine — ma di una progressiva erosione del suo monopolio. Il Fondo Monetario Internazionale, nel suo World Economic Outlook di aprile 2026, ha rilevato per la prima volta che la quota del dollaro nelle riserve valutarie mondiali è scesa sotto il 55 per cento, al minimo storico. Venticinque anni fa era al 71 per cento.

L’Europa senza bussola

In questo scenario di ridisegno globale, l’Europa si trova in una posizione di singolare impotenza. Dipendente per il settanta per cento del proprio fabbisogno energetico da importazioni extra-continentali, priva di una politica estera comune capace di proiettare autonomia strategica, militarmente subordinata all’ombrello NATO e quindi alle priorità americane, e commercialmente esposta sia all’instabilità delle rotte marittime sia alla competizione industriale cinese, il Vecchio Continente rischia di essere la grande vittima collaterale del riassetto in corso. Le elite politiche europee — ancora impegnate a declinare la crisi di Hormuz come problema di sicurezza regionale piuttosto che come catalizzatore di un cambio d’epoca — faticano a cogliere che il tempo delle scelte si sta restringendo rapidamente. L’Europa ha una finestra — che molti analisti stimano in non più di tre-cinque anni — per ridefinire la propria posizione nell’ordine globale emergente: o come appendice strategica dell’Occidente a guida americana, oppure come attore autonomo capace di dialogare con tutti i poli del sistema multipolare.

Le crisi geopolitiche ed economiche sono, nella storia, i momenti in cui gli ordini si disintegrano e i nuovi emergono. La Prima Guerra Mondiale ha distrutto l’ordine imperiale europeo e aperto la strada alla supremazia angloamericana. La Grande Depressione e la Seconda Guerra Mondiale hanno liquidato quel primo tentativo di ordine liberale multilaterale e costruito, sulle sue ceneri, il sistema di Bretton Woods. Lo shock petrolifero del 1973 ha anticipato la fine della crescita illimitata del dopoguerra e aperto l’era della finanziarizzazione e della globalizzazione neoliberale.

La crisi di Hormuz del 2026 appartiene a questa categoria di eventi fondativi. Non è un’interruzione temporanea che si risolverà con qualche aggiustamento marginale — è la prova generale di un ordine che viene. Le infrastrutture terrestri eurasiatiche che i BRICS+ stanno attivando non torneranno inutilizzate quando lo Stretto riaprirà. Le relazioni commerciali denominate in valute non-dollaro non si dissolveranno con il ritorno alla normalità nei mercati energetici. La fiducia nelle rotte marittime controllate dalle potenze anglosassoni — già incrinata dopo l’episodio del Canale di Suez del 2021 (la nave Ever Given) e l’instabilità nel Mar Rosso del 2023-2024 — ha subito una frattura che non si sutura semplicemente con la riapertura di un passaggio.

Le crisi non creano le condizioni del cambiamento, le rivelano. Le rotte terrestri eurasiatiche, la de-dollarizzazione, i nuovi sistemi di pagamento BRICS+, tutto questo esisteva già, lo sappiamo. Hormuz ha semplicemente reso evidente che è il futuro, non un esperimento marginale.

Gli investitori globali lo hanno capito prima dei governi occidentali. Il rendimento dei Treasury americani a dieci anni ha toccato il 5,8 per cento a metà maggio — il massimo da decenni — mentre le valute dei paesi BRICS+ hanno mostrato una tenuta sorprendente nonostante la volatilità generale. Il rublo, supportato dalle esportazioni energetiche terrestri verso la Cina, è rimasto stabile. Lo yuan ha guadagnato terreno come valuta di riserva. La rupia indiana si è apprezzata rispetto all’euro.

Il panorama delle istituzioni finanziarie internazionali riflette questa transizione. La New Development Bank dei BRICS ha approvato in aprile un pacchetto di emergenza da 15 miliardi per finanziare l’adeguamento infrastrutturale dei paesi membri più colpiti dalla crisi logistica. La velocità e l’entità di questa risposta non hanno precedenti nella storia dell’istituzione, e sono state deliberatamente messe a confronto con i tempi burocratici del FMI e della Banca Mondiale.

Verso la Grande Convergenza Eurasiatica

Guardando oltre l’emergenza immediata, quello che si intravvede è uno scenario di riassetto strutturale del commercio e della geopolitica globale che potrebbe dispiegarsi nel corso del prossimo decennio con conseguenze paragonabili a quelle della fine della Guerra Fredda. La grande convergenza eurasiatica — il progressivo allineamento degli interessi commerciali e strategici di Cina, Russia, India, Iran, paesi del Golfo e dell’Africa subsahariana attorno a un sistema di rotte, valute e istituzioni alternativo a quello occidentale — ha nell’allargamento BRICS+ il suo quadro istituzionale e nella crisi di Hormuz il suo momento catalizzatore.

La presenza nell’organizzazione BRICS+ sia dell’Arabia Saudita sia dell’Iran — nonostante le tensioni bilaterali che hanno contribuito alla crisi stessa — è di per sé un dato straordinario. Il blocco comprende oggi paesi che rappresentano il 46 per cento della popolazione mondiale, il 37 per cento del PIL globale in parità di potere d’acquisto, il 44 per cento della produzione petrolifera mondiale e oltre il 55 per cento delle riserve accertate di gas naturale. Non si tratta di un club di paesi marginali in cerca di visibilità: è la maggioranza economica e demografica del pianeta che si organizza in forma alternativa.

Le proiezioni demografiche e di crescita economica rendono questo dato ancora più significativo. Secondo le stime di Goldman Sachs Asset Management, entro il 2035 i paesi BRICS+ rappresenteranno il 50 per cento del PIL mondiale in PPP e due terzi della crescita globale. L’Europa e gli Stati Uniti, pur mantenendo livelli di reddito pro capite superiori, vedranno la loro quota di commercio mondiale e di influenza nelle istituzioni finanziarie internazionali ridursi progressivamente.

La crisi di Hormuz appare meno come un incidente drammatico e più come il prologo di una storia già scritta.

C’è un’ironia nella storia che non sfugge a chi osserva i grandi cicli della geopolitica: l’ordine commerciale moderno è nato dalla terra — dalle carovane della Via della Seta, dai corridoi speziati dell’Asia centrale, dai mercati continentali dell’Eurasia medievale — prima che i navigatori portoghesi e spagnoli spostassero il baricentro del potere verso i mari. Per cinque secoli, le potenze marittime hanno dominato il pianeta. La crisi di Hormuz del 2026 potrebbe segnare l’inizio del ciclo successivo: il ritorno della terra.

Non si tratta di un ritorno al passato, ma di una sintesi nuova: reti ferroviarie ad alta velocità invece di carovane, gasdotti e cavi dati invece di caravanserragli, sistemi di pagamento digitali in valute nazionali invece di monete d’oro. I BRICS+ non stanno offrendo al mondo un’utopia; stanno offrendo un’infrastruttura che è già in costruzione e che la crisi di Hormuz ha reso urgente e visibile. Questo è.

Il vecchio ordine non scomparirà domani mattina. Il dollaro rimarrà valuta di riserva significativa per decenni. La Marina americana resterà la più potente del mondo. Le istituzioni di Bretton Woods continueranno a operare. Ma l’egemonia — quell’uso del potere che non richiede spiegazioni perché appare naturale e inevitabile — quella sì, si sta concludendo. E quando un’egemonia finisce, non torna.

Mackinder scrisse la sua teoria dell’Heartland per avvertire l’Impero Britannico del pericolo che veniva dall’interno del continente eurasiatico. L’avvertimento arrivò tardi e fu ignorato. Oggi, centoventidue anni dopo, la sua profezia si compie non come trionfo di una singola potenza terrestre, ma come riequilibrio di un sistema che aveva perso il proprio centro di gravità.

La terra sta riprendendo quello che il mare aveva preso. E lo Stretto di Hormuz — quella sottile linea d’acqua tra l’Oman e l’Iran — è il punto in cui la storia ha scelto di voltare pagina.

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L’India, la guerra in Medio Oriente e un grande problema da risolvere prima di Delhi 2026

Le crisi mediorientali del 2026 segnano un momento di discontinuità strutturale nella politica estera indiana.

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Attore strategico nella regione

In vista della sessione plenaria dei BRCS+ a Delhi, occorre inquadrare più nel dettaglio il ruolo dell’India, che quest’anno ricopre la presidenza, negli scenari più caldi di questo periodo.

Negli ultimi tre decenni, l’India ha progressivamente e profondamente trasformato il proprio ruolo nel sistema mediorientale, transitando da semplice partner commerciale ed energetico a protagonista geopolitico e geoeconomico di crescente rilevanza. Questo processo, avviato contestualmente alla fine della Guerra Fredda e alle riforme economiche degli anni Novanta, ha condotto Nuova Delhi a ridefinire i fondamenti epistemologici della propria politica estera: da un modello ispirato ai principi del Movimento dei Non Allineati a un approccio pragmatico, multilaterale e selettivamente assertivo verso una regione percepita come strutturalmente indispensabile alla proiezione internazionale indiana.

Dal punto di vista geoeconomico, il Medio Oriente si è consolidato come il principale bacino di approvvigionamento energetico dell’India. La rapida crescita industriale e demografica ha generato una domanda di idrocarburi senza precedenti, rendendo di interesse strategico prioritario le relazioni con Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iran, Qatar e Iraq. Parallelamente, le monarchie del Golfo hanno assunto la funzione di partner finanziari strutturali: i fondi sovrani hanno convogliato miliardi di dollari nei settori delle infrastrutture, della logistica, della transizione energetica e delle tecnologie avanzate dell’economia indiana.

La dimensione umana costituisce un ulteriore elemento di primaria rilevanza analitica. A partire dagli anni Novanta, milioni di lavoratori indiani si sono stabiliti nei Paesi del Golfo, dando origine a una delle più estese diaspore del mondo contemporaneo. Gli espatriati indiani rappresentano oggi una componente essenziale delle economie del Golfo, mentre le rimesse da essi inviate in patria costituiscono una fonte cruciale di stabilità macrofinanziaria per l’India. Tale interdipendenza strutturale ha progressivamente orientato la diplomazia di Nuova Delhi verso una crescente attenzione alla sicurezza regionale e alla protezione consolare dei propri cittadini.

Sul piano geopolitico, l’India ha perseguito una strategia di bilanciamento tra attori spesso antagonisti. Storicamente vicina ai Paesi arabi e sostenitrice della causa palestinese nel quadro del Non Allineamento, Nuova Delhi ha gradualmente intensificato le relazioni con Israele dopo la normalizzazione diplomatica del 1992. Nel corso degli anni Duemila, Israele è diventato uno dei principali fornitori di tecnologia militare e sistemi di difesa, dando vita a una cooperazione strategica progressivamente approfondita nei settori della sicurezza, dell’intelligence e dell’innovazione tecnologica duale.

Contestualmente, l’India ha mantenuto relazioni funzionali con l’Iran, identificato come partner geostrategico per l’accesso all’Asia Centrale e all’Afghanistan, in alternativa alle rotte terrestri pakistane. Il progetto del porto di Chabahar, sostenuto da Nuova Delhi, rappresenta l’espressione più emblematica di questa visione: un corridoio logistico pensato per aggirare il Pakistan e per contrastare l’espansione dell’influenza cinese nella regione, nell’ambito della Belt and Road Initiative.

Negli anni più recenti, l’India ha ulteriormente rafforzato la cooperazione con le monarchie del Golfo anche sul piano politico-securitario. Accordi bilaterali in materia di difesa, lotta al terrorismo, cybersicurezza, investimenti infrastrutturali e transizione energetica hanno consolidato il profilo di Nuova Delhi come interlocutore affidabile e autonomo. Un indicatore significativo di questa evoluzione è l’ingresso dell’India in nuove architetture multilaterali regionali, tra cui il formato I2U2 — India, Israele, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti — concepito per promuovere integrazione economica, tecnologica e strategica tra i suoi membri.

È all’interno di questo contesto di lungo periodo che deve essere compresa la trasformazione della politica indiana nel Medio Oriente contemporaneo e la sua crescente assertività diplomatica negli scenari di crisi del 2026.

Multi-allineamento e tentativi di posizionamento bilanciato

Prima di procedere all’analisi empirica, dobbiamo inquadrare teoricamente la strategia adottata da Nuova Delhi. Il concetto di multi-allineamento, già impiegato fra le medie potenze emergenti, comporta una postura internazionale che rifiuta sia il non-allineamento passivo sia l’integrazione esclusiva in blocchi di alleanza, optando invece per una rete flessibile e contestuale di relazioni privilegiate con attori diversi e talvolta antagonisti.

Nel caso indiano, tale approccio affonda le proprie radici nella tradizione nehruviana dell’autonomia strategica, reinterpretata in chiave pragmatica dalle successive amministrazioni. Mentre la dottrina originaria privilegiava la distanza equidistante dai blocchi, il multi-allineamento contemporaneo implica un coinvolgimento selettivo e simultaneo con più poli di potere, calibrato in funzione degli interessi nazionali settoriali. L’India intrattiene pertanto relazioni di difesa approfondite con gli Stati Uniti attraverso il Quadrilateral Security Dialogue (QUAD), mantiene partenariati energetici e commerciali significativi con la Russia, coltiva relazioni economiche strutturali con la Cina e, contestualmente, proietta influenza nel Medio Oriente attraverso molteplici canali bilaterali e multilaterali. Più posizioni in contemporanea, talvolta non facili da gestire.

Le crisi mediorientali del 2026 hanno sottoposto questo modello a una pressione senza precedenti. L’escalation simultanea su più fronti ha reso sempre più difficile la tradizionale neutralità tattica, obbligando Nuova Delhi ad assumere posizioni più esplicite pur cercando di preservare la propria autonomia decisionale. L’esito di questa tensione strutturale è una forma di multi-allineamento dinamico, in cui le priorità relative tra i diversi assi di partenariato vengono ridefinite in funzione dell’evoluzione congiunturale.

Un passaggio importante è stato sicuramente il cambiamento di relazioni con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Una virata dalla intesa alla competizione. L’intesa tra Riyadh e Abu Dhabi, per anni considerata il pilastro portante della stabilità del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), si è progressivamente trasformata in una competizione strategica aperta, con implicazioni destabilizzanti per l’intero sistema regionale. La frattura, latente da anni in ragione di divergenti visioni geopolitiche e ambizioni egemoniche, è emersa in modo inequivocabile nel dicembre 2025, quando il Consiglio di Transizione del Sud (STC), sostenuto dagli Emirati, ha avviato un’offensiva nelle province yemenite di Hadhramaut e al-Mahra. L’Arabia Saudita ha interpretato tale espansione come una minaccia diretta alla propria sicurezza meridionale e come la manifestazione di un disegno emiratino volto alla creazione di un’entità separatista filo-Abu Dhabi nello spazio yemenita.

Questa tensione si è rapidamente estesa ad altri teatri regionali, assumendo i caratteri di una rivalità sistemica. In Sudan, la competizione tra le due monarchie ha contribuito ad alimentare la guerra civile: gli Emirati Arabi Uniti hanno sostenuto le Forze di Supporto Rapido (RSF) per il controllo di rotte commerciali strategiche e risorse aurifere, mentre Riyadh ha appoggiato le Forze Armate Sudanesi (SAF). Divergenze profonde sono emerse anche rispetto al dossier israeliano: Abu Dhabi ha progressivamente intensificato la cooperazione militare e di intelligence con Tel Aviv nell’ambito degli Accordi di Abramo, mentre l’Arabia Saudita ha interpretato tale avvicinamento come una minaccia alla propria preminenza regionale, rafforzando di conseguenza i legami con Pakistan e Turchia.

Per l’India, questa dinamica ha richiesto l’elaborazione di una strategia di gestione estremamente sofisticata. Nuova Delhi si è trovata nella necessità di preservare relazioni economiche e securitarie con entrambe le monarchie del Golfo, evitando al contempo di essere percepita come allineata con l’una o con l’altra. Un passaggio di particolare rilievo analitico è rappresentato dal ritiro formale degli Emirati Arabi Uniti dall’OPEC, avvenuto nel maggio 2026, dopo quasi sessant’anni di adesione al cartello petrolifero. La decisione di Abu Dhabi, motivata dall’insofferenza verso le quote produttive determinate in prevalenza dall’influenza saudita, ha ridimensionato il peso collettivo del cartello e ha rafforzato la posizione negoziale dei grandi Paesi importatori, tra i quali l’India occupa un ruolo di primo piano.

Il governo indiano ha colto con prontezza questa finestra di opportunità geopolitica. Nell’aprile 2026 ha importato circa 620.000 barili giornalieri di petrolio emiratino, non soggetto ai vincoli delle quote OPEC, una quantità corrispondente a circa il 10-14% delle importazioni petrolifere totali del Paese. Le transazioni sono state inoltre facilitate attraverso meccanismi di pagamento in rupie e dirham, riducendo la dipendenza dal dollaro statunitense e limitando l’esposizione dell’India alla volatilità dei mercati finanziari occidentali. Tale scelta riflette non soltanto una logica di diversificazione dei fornitori, ma anche una strategia di de-dollarizzazione progressiva degli scambi energetici, coerente con le tendenze più ampie dell’economia politica internazionale.

Parallelamente, al fine di evitare che Riyadh interpretasse l’intensificazione dei rapporti con Abu Dhabi come un segnale ostile, l’India ha contestualmente rafforzato la cooperazione economica con l’Arabia Saudita, ottenendo impegni di investimento pari a 10 miliardi di dollari destinati a progetti di idrogeno verde sul territorio indiano. Questa duplice strategia di engagement selettivo illustra con efficacia i meccanismi operativi del multi-allineamento dinamico: Nuova Delhi non sceglie tra i propri partner, ma calibra l’intensità relazionale in funzione degli interessi contingenti, mantenendo aperti tutti i canali diplomatici ed economici.

Tentativi di diplomazia geoeconomica nella crisi iraniana

L’ampliamento dell’intervento militare israelo-statunitense contro l’Iran ha prodotto shock di vasta portata anche per l’economia indiana. Per l’India, che dipende da fonti esterne per circa l’88% del proprio fabbisogno di petrolio greggio e per il 90% del GPL, la situazione ha richiesto l’adozione di misure di risposta tempestive e articolate. La crisi ha inoltre minacciato uno dei progetti infrastrutturali più significativi della strategia geoeconomica indiana: il porto iraniano di Chabahar, concepito come corridoio logistico alternativo per collegare l’India all’Afghanistan e all’Asia Centrale senza transitare attraverso il territorio pakistano, e al contempo per ridimensionare la rilevanza del porto cinese di Gwadar nell’ambito della Belt and Road Initiative. Il 26 aprile 2026, alla scadenza della deroga alle sanzioni statunitensi che proteggeva le attività indiane a Chabahar, Nuova Delhi ha adottato una soluzione di carattere pragmatico che merita una riflessione analitica approfondita. Per evitare l’esposizione a sanzioni secondarie da parte di Washington, l’India ha formalmente ridotto la propria partecipazione diretta nel porto, trasferendo parte delle quote operative a soggetti giuridici iraniani locali. Attraverso questa soluzione strutturale, Nuova Delhi ha mantenuto il ruolo operativo e gestionale della struttura portuale senza apparire come proprietaria diretta delle infrastrutture soggette a restrizioni, riuscendo così a preservare il valore strategico dell’asset pur accettandone una temporanea contrazione delle attività commerciali. Questa soluzione illustra con chiarezza la capacità indiana di operare nell’ambito di vincoli normativi internazionali attraverso soluzioni giuridicamente creative, senza rinunciare ai propri obiettivi strategici di fondo.

Per capirci meglio, l’approccio adottato da Nuova Delhi rispetto alla crisi iraniana riflette più in generale una visione geoeconomica della politica estera: la difesa degli interessi nazionali avviene primariamente attraverso strumenti economici, logistici e commerciali, piuttosto che mediante prese di posizione diplomatiche formali che rischierebbero di compromettere equilibri relazionali faticosamente costruiti nel tempo. E questo principio è coerente nel corso degli anni, con qualsiasi attore dello scenario.

Il problema chiamato “Israele”

C’è però una nota dolente, che spesso il grande pubblico imputa come un peccato originale dell’India contemporanea: il sostegno a Israele. Con il progressivo deterioramento dell’ordine regionale mediorientale, l’India ha operato una ridefinizione profonda della propria posizione diplomatica nel Levante e la transizione da una neutralità prudente a una collaborazione strategica più esplicita con Israele è divenuta manifesta durante la visita ufficiale del Primo Ministro Narendra Modi in Israele, svoltasi il 25-26 febbraio 2026. Si è trattato del primo intervento di un capo di governo indiano alla Knesset nel pieno di un conflitto regionale attivo, un gesto di rottura rispetto alla tradizionale riservatezza indiana sullo scacchiere levantino, carico di significato simbolico e politico.

La partnership indo-israeliana copre oggi un ampio spettro di domini: dalla cooperazione tecnologica avanzata alla condivisione di intelligence, dalla produzione congiunta di sistemi militari alla collaborazione in materia di cybersicurezza e difesa missilistica. Israele interpreta questa collaborazione come parte di una più ampia architettura di relazioni con democrazie non occidentali orientate a condividere capacità di deterrenza contro attori revisionisti. Per l’India, il valore aggiunto del partenariato con Tel Aviv risiede soprattutto nell’accesso privilegiato a tecnologie militari avanzate che contribuiscono ad alimentare la strategia di modernizzazione delle Forze Armate e di riduzione della dipendenza dalla tradizionale catena di fornitura russa.

Tuttavia, questo avvicinamento comporta significativi rischi diplomatici che la leadership indiana è chiamata a gestire con estrema cautela. L’Iran considera con crescente sospetto l’asse tra Nuova Delhi e Tel Aviv, interpretandolo come una forma di endorsement implicito delle strategie occidentali volte all’isolamento della Repubblica Islamica. Tale percezione potrebbe erodere progressivamente il tradizionale ruolo dell’India come interlocutore equilibrato nella regione e favorire un maggiore avvicinamento tra Teheran e Islamabad, con potenziali ripercussioni sulla stabilità del confine nord-occidentale indiano. Parallelamente, il legame sempre più visibile con Israele obbliga Nuova Delhi a gestire con accuratezza le relazioni con le monarchie del Golfo. In questi Paesi risiedono oltre 10 milioni di lavoratori indiani, che inviano annualmente in patria circa 45 miliardi di dollari in rimesse: una componente di assoluto rilievo per la stabilità finanziaria e la coesione sociale di intere regioni dell’India. Le opinioni pubbliche dei Paesi del Golfo mostrano una sensibilità elevata rispetto alla questione palestinese, il che rende politicamente delicato per le monarchie della penisola arabica mantenere relazioni di piena normalità con un’India che appaia eccessivamente allineata con la posizione israeliana.

La protezione dei cittadini indiani all’estero rappresenta una priorità strategica che ha assunto crescente rilevanza nel quadro della politica estera di Nuova Delhi. Un caso di studio particolarmente significativo è offerto dall’Operazione Sindhu, condotta tra il 18 e il 27 giugno 2025: nelle prime fasi dell’escalation militare nella regione, con la chiusura dei principali spazi aerei, il Ministero degli Esteri indiano ha coordinato l’evacuazione di 4.429 cittadini dall’Iran. Attraverso percorsi terrestri che conducevano in Armenia, seguiti da voli charter da Yerevan a Nuova Delhi, l’operazione si è conclusa senza vittime, dimostrando le considerevoli capacità logistiche e operative della macchina diplomatico-consolare indiana. Permane, però, il rischio che un conflitto prolungato possa destabilizzare i mercati del lavoro del Golfo, con conseguenze economiche severe per le regioni indiane storicamente dipendenti dalle rimesse degli emigrati. La tutela della diaspora non è dunque soltanto una questione di protezione consolare, ma una variabile strutturale della politica estera indiana, intrecciata con la stabilità finanziaria interna e con i calcoli geostrategici di lungo periodo.

Quale ruolo nel Medioriente multipolare?

Le crisi mediorientali del 2026 segnano un momento di discontinuità strutturale nella politica estera indiana. Di fronte al deterioramento della coesione intra-GCC, alle conseguenze geopolitiche della guerra in Iran e alla ridefinizione dell’architettura di sicurezza regionale, l’India ha progressivamente abbandonato la tradizionale neutralità passiva, optando per una strategia di multi-allineamento più dinamica, assertiva e articolata. La gestione simultanea della frattura saudita-emiratina, dell’escalation iraniana e del rafforzamento del partenariato con Israele configura un approccio di politica estera di crescente sofisticazione, che combina strumenti economici, diplomatici e securitari in una logica integrata.

Lo sfruttamento delle nuove dinamiche energetiche conseguenti al ritiro emiratino dall’OPEC, la soluzione pragmatica adottata per preservare le attività nel porto di Chabahar nonostante le pressioni sanzionatorie statunitensi, e il consolidamento della cooperazione militare e tecnologica con Israele illustrano concretamente come Nuova Delhi stia cercando di proteggere la propria crescita economica dall’instabilità strutturale della regione, senza tuttavia rinunciare alla propria autonomia strategica.

Il successo di lungo termine di questa strategia dipenderà dalla capacità indiana di navigare le contraddizioni del nuovo ordine multipolare senza compromettere gli equilibri diplomatici necessari a tutelare i propri interessi fondamentali: la sicurezza energetica, la protezione della diaspora, l’accesso ai mercati e alle tecnologie avanzate. In questo senso, la trasformazione della politica indiana nel Medio Oriente non è soltanto la risposta contingente a una stagione di crisi, ma la manifestazione di un progetto strategico più ampio: quello di un’India che aspira a essere riconosciuta come potenza globale responsabile e indispensabile, capace di proiettare influenza nei teatri più complessi del sistema internazionale contemporaneo.

In prospettiva, la ricerca futura dovrà approfondire in particolare le dinamiche di interazione tra la proiezione mediorientale dell’India e le sue relazioni con le altre grandi potenze — Stati Uniti, Cina e Russia — nel tentativo di valutare se il multi-allineamento dinamico possa costituire un modello replicabile e sostenibile nel lungo periodo, o se piuttosto le pressioni sistemiche dell’ordine bipolare emergente tenderanno a ridurre progressivamente i margini di manovra di cui i politici di Nuova Delhi hanno finora saputo avvalersi con notevole abilità.

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La démographie, base de toute puissance, surtout pour les BRICS, par Thibault de Varenne

L'Inde présidera les BRICS en 2026. Elle accueillera le sommet, elle en tiendra la plume, elle en donnera le ton. Elle le fait forte d'une qualité que nul autre membre ne possède au même degré : depuis 2023, elle est le pays le plus peuplé de la terre. Plus de quatorze cents millions d'hommes.

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On a noté la nouvelle. On l'a rangée parmi les curiosités du calendrier statistique. On est passé à autre chose. C'est une erreur. Le nombre n'est pas une curiosité. Il est une prémisse. Tout le reste — le commerce, la monnaie, les flottes, les sièges qu'on réclame au Conseil de sécurité — s'en déduit lentement, mais s'en déduit.

De Gaulle le savait, qui ne séparait jamais le rang de la France du nombre des Français. Il tenait la natalité pour une affaire d'État, au même rang que la dissuasion. On a jugé cela démodé. On le juge démodé encore. Mais les démodés, parfois, avaient seulement raison trop tôt. La carte qui se redessine aujourd'hui n'est pas d'abord une carte d'idéologies ni de produits intérieurs bruts. C'est une carte de berceaux. Là où ils se remplissent, une puissance se prépare ; là où ils se vident, une puissance se retire. On voudrait nous faire croire que la richesse seule décide. On s'y emploie. On y consacre des colloques entiers. Le siècle, pourtant, paraît vouloir trancher autrement.

Les BRICS à l’âge de raison, par Thibault de Varenne
À New Delhi, à la mi-mai, en marge de la réunion des ministres des Affaires étrangères des BRICS, Sergueï Lavrov a prononcé une phrase que nos chancelleries n’ont guère relevée : « nous ne précipiterons pas l’élargissement des BRICS », car le groupement, ayant doublé de taille en deux ans, doit désormais « rationaliser
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Sommet des BRICS : face au fantasme naïf d’un bloc uni, par Thibault de Varenne
Le sommet du 15 mai s’est achevé sans déclaration commune. Ceux qui attendaient l’acte de naissance d’un contre-Occident en sont pour leurs frais. Les BRICS ne sont pas un bloc et n’en seront jamais un — ce qui ne diminue en rien leur portée, à condition de comprendre ce qu’est, au
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Le tableau des masses

Commençons par l'Inde, puisqu'elle ouvre l'année. Sa jeunesse n'est pas une figure de style. Elle compte près de six cents millions d'habitants entre dix-huit et trente-cinq ans, et quelque deux cent cinquante millions d'adolescents, soit un cinquième

de sa population. L'âge médian y avoisine la vingtaine avancée, quand le nôtre frôle la cinquantaine. Voilà ce qu'on appelle un dividende démographique : une nation où les bras qui produisent l'emportent, et de loin, sur les bouches qui dépendent. New Delhi le sait, et le monnaie déjà en assurance diplomatique. Un dirigeant de sa Bourse a pu annoncer, sans qu'on lui rie au nez, que la jeunesse indienne produirait une part considérable de la richesse mondiale dans les décennies qui viennent.

Il faut pourtant lire les chiffres jusqu'au bout, car l'Inde, mieux que d'autres, sait ne pas se griser. Ses propres économistes avertissent que la fenêtre n'est pas éternelle : la part de sa population en âge de travailler culminerait autour de 2031, puis commencerait de refluer dès 2036, l'âge médian bondissant alors vers trente-cinq ans. Le dividende a une échéance. La presse de Pékin, qui observe son voisin sans aménité, résume la chose d'une formule qui vaut avertissement : cette masse de jeunes sera dividende ou désastre, selon que le marché du travail saura ou non les absorber. Le nombre offre l'occasion. Il ne l'accomplit pas. Retenons la distinction ; nous y reviendrons.

La Chine, ou la puissance qui compte ses morts

Tournons-nous vers la Chine. Voici un empire qui, pour la première fois de son histoire moderne, recule. Sa population décline depuis 2022 ; le Bureau national des statistiques l'avait annoncé avant même que le seuil ne fût franchi. Fin 2024, elle s'établissait à un milliard quatre cent huit millions d'âmes, en baisse de près d'un million et demi sur l'année. Les plus de soixante ans y atteignent désormais trois cent dix millions, soit plus d'un cinquième du pays. Une nation entière vieillit à vue d'œil, et le sait, et le dit.

Ce qui frappe, ce n'est pas le recul. C'est la manière dont Pékin en parle. Pas de lamentation. Pas de déni. Une rhétorique de maîtrise. Les organes officiels expliquent, posément, que « moins peut signifier plus », que la qualité de la main-d'œuvre compensera la quantité, que l'économie ne déraillera pas. On annonce des subventions à la naissance, une école maternelle gratuite par étapes, un virage simultané vers le soutien à la natalité et l'innovation. Surtout, on parie sur la machine. Dans les maisons de retraite de Shenzhen, des robots de soin jouent aux échecs avec les vieillards, les aident à se mouvoir, suppléent aux bras qui manquent. L'« économie des cheveux d'argent », pesée à sept mille milliards de yuans, doit en valoir trente mille d'ici 2035. Le régime convertit son déclin démographique en marché. C'est une réponse d'ingénieur à un problème de civilisation. Reste à savoir si l'ingénieur a le dernier mot.

Car il y a, dans cette confiance affichée, quelque chose qui ne se laisse pas robotiser. Un peuple n'est pas seulement une somme de bras, fût-elle augmentée de bras d'acier. C'est une chaîne de transmission, où chaque génération doit à la suivante mieux qu'un capital : une langue, un récit, le goût de durer. Quand la chaîne se distend, aucune automatisation ne la renoue. La Chine le pressent, qui multiplie les incitations sans parvenir, pour l'instant, à relever ses berceaux. On peut subventionner une naissance. On ne décrète pas le désir d'enfant. Personne ne l'a jamais fait tenir dans un budget.

La Russie, ou la blessure ancienne

La Russie offre le même tableau, en plus aigu et plus ancien. Sa crise démographique n'a pas commencé hier ; elle traîne depuis l'effondrement soviétique, comme une plaie mal refermée. En 2024, le pays a enregistré un million deux cent vingt-deux mille naissances, le chiffre le plus bas depuis 1999 — un tiers de moins qu'il y a dix ans. Les démographes parlent d'un creux qu'on n'avait pas vu depuis une génération. L'Organisation mondiale de la santé prévoit que la population russe pourrait perdre près de dix millions d'habitants d'ici 2050.

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Les BRICS à l'âge de raison, par Thibault de Varenne

À New Delhi, à la mi-mai, en marge de la réunion des ministres des Affaires étrangères des BRICS, Sergueï Lavrov a prononcé une phrase que nos chancelleries n'ont guère relevée : « nous ne précipiterons pas l'élargissement des BRICS », car le groupement, ayant doublé de taille en deux ans, doit désormais « rationaliser son travail dans le format élargi ».

Les BRICS à l'âge de raison, par Thibault de Varenne
Les BRICS à l'âge de raison, par Thibault de Varenne

L'agence TASS l'avait déjà laissé entendre : toute expansion nouvelle est jugée inopportune à ce stade. Le club qui grossissait à chaque sommet annonce qu'il cesse de grossir. On pourrait n'y voir qu'une pause de procédure. Je crois qu'il faut y voir une mue.

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Rappelons la cinétique, car elle fut rapide. Cinq membres pendant quinze ans ; puis l'Égypte, l'Éthiopie, l'Iran et les Émirats au 1er janvier 2024 ; l'Indonésie en janvier 2025 ; et autour du noyau, une dizaine de pays partenaires — du Kazakhstan au Nigeria, de la Malaisie à Cuba — selon la formule inventée au sommet de Kazan. L'ensemble pèse, selon les chiffres mêmes de M. Lavrov, 40 % du produit mondial en parité de pouvoir d'achat, et près de la moitié de l'humanité ; la banque centrale russe note que le G7 est passé derrière. On peut discuter ces agrégats, qui mélangent des économies fort dissemblables. On ne peut pas discuter la direction.

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Paving the Road to a New World Order

Paving the road to new world orderby Jesse Smith H.G. Wells 1940 fiction book “The New World Order”, advocated that nation states join together to form a socialist and scientifically managed world government to achieve peace and prevent future world wars. For over a century, significant changes have taken place bringing the world closer to Wells’ imagined global governance structure where the authority and relevance of nation states is increasingly diminished. James Warburg, a German born, American banker and Council on Foreign Relations (CFR) member once boldly stated in 1950, that “we shall have world government whether or not you like it, by conquest or consent.” […]
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Dynamics of Indonesia’s Strategic Relations with Russia in the Context of Eurasian Development

Indonesia’s relations with Russia have entered a new phase marked by intensified economic and geopolitical cooperation, particularly in the context of Eurasian regional development. While in the past, the partnership between the two countries was dominated by defence cooperation, contemporary dynamics show a significant shift toward strategic economic integration, underpinned by Indonesia’s membership in BRICS […]
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How the West Deliberately Trapped Africa in Debt and Why BRICS Is the Only Chance for Salvation

The Washington Consensus vs. African Lives: 50 Years of Robbery Under the Guise of Loans. “Forgiven” Debts vs. “Dead” Economies: The Anatomy of Western Deception For many decades, the West, led by the United States, has been putting on a farce for Africa called “humanitarian aid and development.” Official Washington, London, and Paris have been […]
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Culture News. A Cultural April

Find out about interesting recent developments in international cultural life in this column. No Statute of Limitations By decree of Russian President Vladimir Putin, April 19 is the Day of Remembrance for the Victims of the Genocide of the Soviet People by the German‑Fascist Invaders during the Great Patriotic War. Cultural and memorial events were […]
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The Anatomy of Resistance: China, Russia, and the Price of Real Sovereignty. Part 2

Both countries maintained or rebuilt substantial state capacity over their strategic economic sectors… the opposite of what structural adjustment programs prescribed for the Global South, which systematically dismantled state capacity under the banner of market reform. Part One of this series examined the structural gap between formal independence and real sovereignty, tracing the condition through […]
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The Eurasian Rebalancing

The emerging Eurasian era reflects not the collapse of the Western system but a gradual redistribution of global power toward a more complex multipolar order. For much of the post-Cold War era, the dominant assumption within the Atlantic world was that history had entered a permanent phase. Liberal globalization, maritime financial dominance, and Western institutional […]
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Lavrov and Jaishankar: Synchronizing Watches and Strengthening Russian-Indian Ties

The events held in New Delhi from May 13-15 – the bilateral visit of Russian Foreign Minister Sergey Lavrov and the expanded BRICS ministerial meeting – once again demonstrated the unique and unprecedented nature of the Russian-Indian special and privileged strategic partnership. Although these two important events took place in a complex and turbulent international […]
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Kazan as a Strategic Interface in a Fragmenting Global Order

Amidst growing global disorder and a lack of central power, the Kazan Forum’s increasing significance reflects the rise of Russia’s diplomatic outreach. Kazan Forum as an Emerging Eurasian Interface The Kazan Forum has emerged as a reconfiguration of economic imagination, connectivity, and power across the Eurasian region. The XVII International Economic Forum “Russia-Islamic World: Kazan […]
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