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Dopo la mia esperienza a Mosca negli anni Novanta, capisco la popolarità di Putin: c’entrano dignità e ricchezza

di Gerardo Ongaro

Quando ero studente universitario a Mosca, negli anni Novanta, imperava la copia Yeltsin-Gaidar. Yiltsin il presidente, Gaidar membro del governo, artefice della Shock Therapy (Terapia d’Urto), pensata per introdurre il sistema liberal capitalista radicale in un baleno, per renderlo irreversibile.

Fu un periodo disastroso per la società, fomentato e appoggiato dagli apparati di potere occidentali che a oriente vedevano sconfinate praterie per i loro pascoli lucrativi. La minoranza che si trovava nelle posizioni migliori si accaparrava tutte le risorse, formando una élite di oligarchi, in effetti padroni assoluti delle sorti del paese, assieme alla mafia comparsa sulle ceneri del regime precedente. Era una specie di selvaggio “Far West”.

La popolazione sprofondò nella miseria, visibile per le vie della città. File di giovani e vecchi che vendevano oggetti appartenuti alla famiglia nei secoli, per guadagnare pochi rubli per tirare avanti, mentre nella via accanto scendeva dalla limousine la giovane stella nascente per inaugurare una lussuosa boutique. Il contrasto era devastante.

новые русские (i nuovi russi), era la frase che la gente comune mormorava tra i denti; come dire “Si stava meglio quando si stava peggio, quando i dirigenti del partito comunista se la passavano bene, ma noi del popolo avevamo almeno il necessario”. Il primo impatto nella storia della Russia con la democrazia occidentale coincise con il sistema del liberismo rapace. Produsse una miseria simile a quella prodotta dallo Zar di vecchia memoria, che aveva causato la rivoluzione bolscevica.

La gente per le strade moscovite mi diceva che, alle loro lamentele, l’élite sovietica gli aveva sempre risposto che il socialismo era ancora in via di costruzione. Adesso, la stessa gente mi raccontava che non avrebbe mai creduto che l’alternativa fosse tanto catastrofica, che fosse questo il tanto decantato regime democratico. La reazione fu l’avvento di Putin, ancora popolarissimo dopo tanti anni di potere. Si potrebbe dire che Putin fu una creazione occidentale, sorto dal fallimento di instaurare un regime alle nostre élite economiche subalterno.

La stessa reazione che vediamo adesso in occidente per le stesse ragioni, l’arricchimento di pochi a spese dei più, con il conseguente emergere di figure estremiste di destra, che in realtà vogliono un sistema ancora peggiore dell’attuale, a favore dei poteri economici e finanziari.

Ci piaccia o no, Putin ridiede dignità al popolo russo. Ciò che esso vede è il suo potere sugli oligarchi, mentre con Yeltsin erano loro a governare il paese. L’espansione della Nato verso i confini russi non ha fatto altro che aumentare la sua popolarità. Hanno memoria vivida delle ripetute, devastanti invasioni occidentali, ultima delle quali costò la morte di venti milioni di persone, più della metà civili.

Le sanzioni rinvigoriscono il senso di assedio, richiamandone altri di triste memoria: Leningrado, Stalingrado… Pochi sanno quanto il popolo russo sia avvezzo alla sofferenza. Esiste in russo un modo di dire rivelatore della loro cultura. È un accostamento della bellezza alla sofferenza. Si suole dire: “Che bella che è. Soffre molto”.

La sete di conquista legata alla volontà di requisire risorse per pochi acceca le menti di chi ci governa. Pochi inascoltati capiscono che la concentrazione della ricchezza è la piaga distorsiva della storia dell’umanità, causa di conflitti, di miseria diffusa, di devastazione del clima, di perdita di diritti umani; che la redistribuzione è, invece, la chiave per allontanarci dal baratro.

Dicono che la necessità è la madre di tutte le invenzioni. Forse si dovrà raggiungere il limite quando la maggioranza non ha più niente da perdere, e allora i cambiamenti, anziché pacifici, potrebbero essere drammaticamente sanguinosi, come la storia dovrebbe averci insegnato.

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Picierno lascia il Pd ma non si dimette da vicepresidente del parlamento Ue: un caso di (scarsa) etica politica

di Sergio Ciliegi

Che Pina Picierno fondi un movimento politico è una questione di natura politica sui cui non c’è ragione di eccepire.

Molto invece ritengo vi sia da eccepire, sotto il più rilevante profilo dell’etica politica, sul fatto che lei, diventata parlamentare europea con i voti di elettori del Pd e vicepresidente del Parlamento europeo con i voti di colleghi del Pd, abbia lasciato il Pd e i suoi elettori, per rappresentare i quali era entrata nel parlamento europeo, mantenendo tuttavia la carica che aveva ottenuto in virtù del voto degli elettori del Pd che ora ha deciso di non rappresentare più, avendo fondato un nuovo soggetto politico.

È vero che ormai, ahimè, così fan tutti/e: “lascio il partito nelle cui liste sono stato eletto/a parlamentare, nazionale o europeo, ma resto parlamentare.” Ed è anche vero che non esiste vincolo di mandato. Ma che a lasciare il partito nelle cui liste è stata eletta senza dimettersi da parlamentare sia una vicepresidente del parlamento europeo mi pare francamente troppo, per non dire indecente.

Mi auguro (senza speranza, temo) che prima o poi i partiti, tutti insieme, vogliano mettere una qualche forma di freno a questo costume, per usare un eufemismo, che ferisce gli elettori prima ancora dei partiti. Ma se le cose non cambiano si avvererà prima o poi la profezia di Saramago del Saggio sulla lucidità: andranno a votare tutti, ma voteranno tutti scheda bianca.

Ps. Non sono elettore del Pd.

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Vannacci che giustifica tutto col consenso? Anche Hitler aveva vinto le elezioni

di Massimo Santantonio

Ho assistito alla partecipazione di Roberto Vannacci al programma della Gruber. Due cose in particolare mi hanno colpito.
La prima è la sua bizzarra e pericolosa definizione di “estrema destra”. Il generale sostiene che non si possa definire come tale un partito, un gruppo, che abbia consenso ampio. Cita in proposito la tedesca AFD, accreditata dai sondaggi al 30% se non vado errato. Secondo questo ragionamento, il consenso giustifica tutto: come se Hitler non fosse andato al potere vincendo le elezioni. E giustifica il fatto che, se accompagnato dal consenso, un leader possa ispirarsi apertamente al nazismo, o da noi al fascismo, del quale Vannacci è un dichiarato sostenitore. E, in caso di successo elettorale, possa conseguentemente cercare di metterne in atto i principi, pur cambiandone un secolo dopo le forme esteriori (avete mai visto La Russa indossare la camicia nera e brandire un manganello?).

È il famoso, nefasto, concetto secondo il quale Berlusconi giustificava tutti i suoi osceni tentativi di piegare la Giustizia ai suoi interessi col fatto di avere il consenso del “popolo” e di averne la certificazione attraverso la sua elezione. Stessa cosa con Salvini, che in costume da bagno invocava “pieni poteri”.

L’altro argomento che mi ha disgustato è quello riguardante i diritti delle persone con orientamento sessuale che lui giudica “anormale”. Il generale, nell’affermare che non toglierebbe alcun diritto civile quale il voto a questi suoi connazionali – bontà sua – dimentica un fatto fondamentale. La sua dichiarata omofobia, suffragata da espressioni quali “anormali” e da battute idiote come quando disse beffardo “ma che in caso di guerra ci mandiamo quelli del Gay Pride?”, è quella che definisce l’ambiente tossico nel quale spesso si trovano queste minoranze. Ambiente in cui può prosperare impunito il bullismo a scuola, la discriminazione anche all’interno della stessa famiglia, la vergogna. Con situazioni che possono anche indurre le persone più fragili a gesti estremi.

Essere fascisti vuole anche dire perpetuare queste discriminazioni, in nome del maschio virile e guerriero.

Che pena, e che disgusto per quanti – e in Italia sappiamo essere numerosissimi – stanno entusiasticamente arruolandosi nel miserabile esercito di Vannacci.

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La protesta degli psicologi si sposta al Ministero: perché fermare l’aumento contributivo calato dall’alto

di Francesca Pelizzoni

In tempi in cui il tema dell’accessibilità del salute mentale è all’ordine del giorno, gli psicologi dovranno aumentare le tariffe per sostenere gli aumenti contributivi.
Questa una delle principali motivazioni dell’aspro conflitto in corso tra Enpap (Ente di Previdenza e Assistenza degli Psicologi) e i suoi iscritti. La distanza tra i vertici della Cassa e la base dei professionisti si è allargata dopo l’esito dell’ultima votazione del 23 aprile scorso che ha dato il via libera all’innalzamento della contribuzione obbligatoria dal 12% al 19%. La palla è passata ora al Ministero del lavoro e al Mef per la ratifica della riforma.

Una decisione che pesa sulle tasche di una categoria a basso reddito e che – a mio avviso – rischia di modificare profondamente le vite personali e professionali di professionisti che vedranno fortemente diminuite le risorse attuali con la promessa di migliori pensioni domani. Il mantra di Enpap è la rivalutazione che offrirà pensioni migliori, ma se la categoria guadagna poco, potrà anche aumentare la percentuale di contribuzione, ma la pensione sarà comunque bassa.

Il malcontento è emerso prima che il voto blindasse l’aumento, con una mobilitazione importante. Due raccolte firme, coordinate da Mauro Grimoldi e dal gruppo Agire per Enpap, avevano formalizzato il netto “No” a questo aumento. Ma le firme sono diventate “invisibili”: sono state ignorate dalla dirigenza Enpap. Nulla di illegale, ovviamente, sia per l’aumento, sia per le firme. Le casse professionali sono un ente di diritto privato e possono decidere in base a criteri di sostenibilità della Cassa pensionistica e di adeguamenti delle pensioni secondo le normative: il D.Lgs. 509/1994 che ha privatizzato le vecchie Casse nazionali e fornito la possibilità alle professioni di istituire la propria Cassa di previdenza, a patto che la previdenza non gravasse sulle finanze pubbliche. La successiva Riforma Dini, nel 1995, ha stabilito che l’obbligatorietà previdenziale per i lavoratori autonomi e il D.Lgs. 103 del 10 febbraio 1996 ha visto la nascita della cassa Enpap (con approvazione dello statuto con Decreto Ministeriale del 2 maggio 1996 (D.M. 337/96)).

Da 30 anni, quindi, Enpap è una Fondazione di diritto privato, dotata di autonomia gestionale, organizzativa e contabile. E per festeggiare i 30 anni dalla sua costituzione, l’ente ha deciso di rompere l’alleanza con gli iscritti e decretare l’aumento contributivo a pochi giorni dall’anniversario. Da quel momento il dissenso è fortemente cresciuto e diventato percepibili, ma l’interlocuzione è stata impossibile. La dirigenza ha tirato dritto, mostrando anche irritazione nelle interazioni con gli iscritti non concordi.
Davanti al dissenso spontaneo e legittimo sollevatosi dopo il voto, la governance dell’Ente non ha fatto marcia indietro, né ha cercato una mediazione. Al contrario, ha messo in atto una precisa strategia comunicativa di persuasione della bontà della riforma.

Preso atto della situazione, il movimento spontaneo “La cosa Contro” ha organizzato una manifestazione a Roma il prossimo venerdì 12 giugno alle 11.00, portando per la prima volta gli psicologi in piazza. La protesta porta la voce degli psicologi italiani direttamente sotto le finestre dei Ministeri che hanno il compito di vigilare sulle Casse previdenziali.

L’obiettivo è chiaro: pretendere ascolto e dialogo e fermare un aumento contributivo calato dall’alto, costruito nel chiuso delle stanze con motivazioni non urgenti e che ha creato conflitto all’interno della categoria. Non è solo una battaglia di cifre, è una battaglia di dignità professionale che potrebbe creare la necessità di aumentare le tariffe, oppure di abbandonare la professione.

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Dal tempo indeterminato al licenziamento quando scade l’appalto: così funziona il precariato nella cultura

di Umberto Scopa

Il settore cultura è pieno di lusinghe e fascino per chi cerca lavoro. Una cooperativa vince l’appalto e assume giovani destinati a lavorare in musei pubblici, biblioteche e istituti similari. Un giovane laureato in lettere esce dall’Università e fino a quel momento ha vissuto immerso nella letteratura, nell’arte, le più nobili espressioni dell’ingegno umano; bene, ora è pronto per addentrarsi nel girone infernale delle peggiori bassezze che ancora non ha sperimentato.

Il suo primo contratto con la cooperativa è però incoraggiante: è addirittura a tempo indeterminato! Tuttavia, dopo quattro anni, quando scade l’appalto della cooperativa, verrà automaticamente licenziato perché è venuto meno il lavoro che doveva fare. Così questo popolo di precari è anche preso per il culo, usato per gonfiare falsamente le statistiche dei lavoratori a tempo indeterminato. Scaduto l’appalto, l’ente pubblico indice una nuova gara. Accade però non di rado che la stessa cooperativa uscente scelga di non ripresentarsi alla nuova gara. Non è autolesionismo, i suoi interessi li sa calcolare bene; un nuovo inizio da un’altra parte, con nuovi assunti ad anzianità zero, ha tante convenienze da approfondire.

Il lavoratore che ha perso il lavoro invece ha solo da perdere. È vero che per legge la nuova ditta vincitrice è tenuta a riassumere il personale della ditta precedente, ma, se va bene, risalirà su quella meravigliosa carrozza a tempo indeterminato che alla mezzanotte dei quattro anni svanisce. Se va bene, perché riguardo a questa nuova assunzione anche l’automatismo è meno certo di quello che si crede.

Se la nuova ditta decide di non assumere un dipendente perché lo ritiene scomodo, o perché troppo sindacalizzato, o magari è una donna in maternità, non è un licenziamento vero e proprio, è piuttosto una mancata assunzione e chi ha subito l’ingiustizia di non essere assunto deve chiedere al giudice un’assunzione coattiva. Questa azione, già costosa di suo, avrà un esito ancora più incerto del già incerto esito che avrebbe contestare un licenziamento.

Quale forma di autotutela è possibile dunque per questi lavoratori? Creare un disservizio del quale la ditta risponda all’ente appaltante? Il disservizio storicamente è sempre stato lo strumento di autotutela della classe lavoratrice. Lo sciopero è un disservizio provocato dal lavoratore verso il datore di lavoro per ricondurre quest’ultimo a più miti consigli. Ma è stupefacente quanto la realtà si sia capovolta. Nei casi che sto trattando, se il dipendente crea un disservizio con la sua assenza dal lavoro e magari il museo rimane chiuso per insufficienza di personale, non importa quale sia la ragione dell’assenza, che sia uno sciopero o un’assenza per malattia o altra causa non imputabile alla persona: non importa, il rischio è tutto a carico del lavoratore.

La cooperativa fin dall’inizio trasmette un messaggio molto incisivo e convincente ai suoi dipendenti: cioè che il disservizio, per qualunque ragione causato, può portare alla revoca dell’appalto e la revoca dell’appalto portare alla perdita del posto di lavoro del dipendente. Anche se sei assente per malattia finisci per sentirti in colpa, perché non solo puoi perdere il lavoro tu, ma farlo perdere a tutti e allora si va al lavoro anche se si è malati, basta stare in piedi.

Quante angherie passano impunite per questa falla! Infatti la ditta ha meno paura di perdere l’appalto di quanto abbia paura il dipendente di perdere il lavoro! La cooperativa, se perde l’appalto, è pronta per partecipare ad un’altra gara indetta sul territorio nazionale dove non ha limiti di azione e poi assumere le persone del posto. Il dipendente rimane invece disoccupato, senza stipendio, e ha un ben modesto raggio d’azione nel quale cercare nuove occasioni di lavoro.

E così ecco il lieto fine: il dipendente subisce, il disservizio è scongiurato, il cittadino utente non si lamenta, l’ente pubblico appaltatore è contento, la cooperativa, cioè i suoi dirigenti, lucrano.

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L’ascesa di Vannacci fa comodo anche ai due partiti di destra

di Giovanni Muraca

Da giorni sento pareri al vetriolo, tutti contro la crescita di Futuro Nazionale e del suo leader, Roberto Vannacci. Un partito che, più ancora che Fratelli d’Italia, sta tallonando il suo partito d’origine, la Lega di Matteo Salvini, ormai in evidente difficoltà. Questa non vuole essere una critica alle opinioni che circolano in questo periodo. Credo però che ci siano alcuni aspetti non presi in considerazione, che potrebbero portare al Generale ulteriore consenso: il frutto di quel cortocircuito tutto italiano per cui il rischio viene sistematicamente sottovalutato.

Riavvolgiamo il nastro a soli tre anni fa, all’uscita del libro Il mondo al contrario. Un libro al cui interno si trova tutto ciò che finora una democrazia ha cercato di combattere: dal razzismo all’omofobia, dal machismo al ritorno dell’uomo solo al potere. Per quanto si tratti di idee discutibili, dal sapore autoritario, c’è ancora chi sposa quei valori e non se n’è mai staccato. Quel libro, insieme ad altri che magari celano le idee che il leader sposa, ha fatto molto di più che scandalizzare: ha ottenuto l’effetto contrario. Non è solo una questione di tiratura — che, in un’epoca in cui il cartaceo sta diventando un ricordo, ha superato le 700.000 copie — ma anche di un processo di normalizzazione di temi che speravamo di non dover più discutere. Ma questa è un po’ l’arroganza dell’Occidente, che ha la memoria corta.

Il punto più caldo del cortocircuito si è consumato proprio all’uscita del testo. L’assist più grande a mio avviso non è arrivato dai lettori, ma da chi sposa idee lontane da quelle dell’ex militare e che, continuandone a parlarne, ha contribuito alla sua ascesa. Nell’estate del 2024 anche una testata LGBTQIA+ è finita accusata di razzismo perché in un articolo si sottolineava la nazionalità romena della moglie dell’ex generale, come se fosse un problema. Insomma, un bell’autogol.

L’altra questione richiama esattamente ciò che accadde a Fratelli d’Italia tra il 2021 e il 2022: il passaggio da un gradimento irrilevante a primo partito del Paese.
Il travaso di voti che Futuro Nazionale sta operando ai danni dei due partiti di destra, sarà pure un fenomeno momentaneo, ma a mio avviso è qualcosa di più: un repulisti interno per entrambi. Un consenso che, almeno davanti alle telecamere, sembra non essere gradito a qualcuno, ma che alla fine tornerà molto utile in un’ ipotetica coalizione futura — che nessuno di loro, c’è da scommetterci, farebbe fatica ad accettare.

Un repulisti che permetterà ai due partiti di governo di liberarsi di quello spettro nero che ancora oggi circola silenzioso, e di cui l’opposizione — in maniera tanto banale quanto inefficace — fa ancora motivo di battaglia, trascurando altre tematiche su cui potrebbero vincere facilmente.

Non mi meraviglierei se alcune associazioni oggi vicine al partito della Premier, viste anche le pressioni che continuano ad arrivare dall’Ue sui diritti civili, un domani decidessero di sponsorizzarlo. Se quest’ipotesi si realizzasse, i due partiti ora al governo dovrebbero cercare altre praterie, ma almeno verrebbero filtrati al loro interno da alcuni personaggi singolari che già ora stanno migrando verso il nuovo partito. Un deflusso (e una “pulizia”) non solo di singoli personaggi, ma anche di elettori che si sentono traditi da partiti che ormai sposano più ciò che pensa il Generale che ciò che avevano promesso in campagna elettorale — che poi erano le stesse cose che dicevano i due leader.

Il ché potrebbe addirittura far sì che l’elettorato moderato possa, con la tesi ipotizzata, avvicinarsi alla premier alimentandone il consenso già alto.

Anche l’Inghilterra, all’inizio, sottovalutò ciò che la Germania aveva in testa. E sappiamo tutti come andò a finire…

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Ancora un’aggressione al Parco delle Foreste Casentinesi. E la politica plaude

di Enza Plotino

Un Pichetto Fratin al giorno leva il Parco di torno. Una boutade? Macché! Una desolante constatazione quando si entra nel merito di decisioni che stanno smantellando il sistema delle aree protette, anziché migliorarlo. Ogni giorno una spina. Oggi è il turno del Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, già aggredito pesantemente e snaturato progressivamente da una destra negazionista ambientale assetata di poltrone, che è al centro di proposte di interventi radicali, in contrasto con il Piano del Parco, che modificherebbero profondamente un’area naturale già gravemente compromessa dagli appetiti locali.

C’è già una diga, dagli anni 70, quella di Ridracoli, nella parte romagnola del Parco di cui si ignorano le criticità, mentre si insiste sul beneficio economico dell’opera. Ma oggi, a causa della crisi idrica che sta preoccupando tante amministrazioni, arriva, da parte di Romagna Acque – l’ente che fornisce il 60% dell’acqua per soddisfare il fabbisogno idropotabile della Romagna – una nuova richiesta di intervento straordinario che coinvolgerebbe un’altra parte del territorio protetto del Parco. “Opere di grande derivazione” per realizzare nuovi attingimenti di acqua dai corsi d’acqua del Parco e condotte di grande derivazione per alimentare il fabbisogno dei Comuni che non siano territorialmente interessati dai vari Parchi. Opere idrogeologiche gigantesche che deformerebbero irrimediabilmente l’ecosistema dei fiumi interessati.

La richiesta è stata messa nero su bianco nel Regolamento che in base alla legge 394 dovrebbe disciplinare in dettaglio le attività consentite nel territorio del Parco, ma che fino ad oggi non era mai stato approvato. Fino ad oggi però. Perché l’Ente parco, aggirando il divieto di modifica del regime delle acque all’interno dei Parchi nazionali, ha presentato una nuova bozza di Regolamento che contiene proprio la realizzazione di opere di grande derivazione di un fiume, sottraendo allo stesso un quantitativo d’acqua oltre i 100 litri al minuto, per trasferirla direttamente in un grande acquedotto o in un invaso. Il ministro, attraverso i suoi nominati, approva. Gli ambientalisti, Legambiente in testa, denunciano la gravità del progetto che ricadrebbe in un contesto di progressivo abbandono a sé stessa dell’area protetta, minacciata, come la maggior parte dei Parchi italiani, dall’inedia, dalla burocrazia e da un misto di indifferenza e di controllo da parte del potere politico.

In generale tutto il sistema dei Parchi nazionali, ma anche delle aree marine vive una condizione drammatica. Le risorse pubbliche si assottigliano implacabilmente tanto che sta diventando difficile anche far marciare gli automezzi di servizio. I Parchi stanno vivendo, ormai da molti anni, una crisi di sopravvivenza. E, l’elemento più grave di tutti e che sta causando il fallimento di molte gestioni, la progressiva ingerenza sempre più sfacciata della politica locale e nazionale, un controllo sempre più arrogante attraverso nomine ai vertici degli Enti, di discutibili personaggi espressione diretta della politica, quella di un governo di destra e di un Ministero dell’Ambiente, che anziché fungere da propulsore e da garante di tutto il sistema, appare completamente assente salvo per l’imposizione di un carico burocratico surreale e vessatorio.

Si vuole inficiare ogni organismo di controllo e di tutela con trombati politici, fidati personaggi di partito e ogni sorta di improbabili figure che devastano e portano sull’orlo del dissesto vecchi e nuovi presidi ambientali ormai snaturati e inutili. Anche la revisione della legge 394 è diventata preda delle incursioni di chi vuole stravolgere le garanzie democratiche ovunque si annidano. I danni stanno diventando ferite profonde nel sistema protetto che si assottiglia e impoverisce sempre di più.

Ritorniamo ai fondamentali: proteggiamo il nostro territorio per non rimanere seppelliti dalle future catastrofi naturali.

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Donare gli organi: il modello Singapore che l’Italia non vuole

di Laura Ruzzante

A Singapore hanno trovato una soluzione semplice a un problema che in Occidente riusciamo a complicare con la stessa efficienza con cui trasformiamo una buca in una commissione parlamentare. La regola è questa: sei automaticamente donatore di organi, salvo esplicita rinuncia. Nessuno ti obbliga, puoi dire di no. Però, se scegli di non mettere a disposizione i tuoi organi dopo la morte, perdi priorità qualora un giorno fossi tu ad aver bisogno di un trapianto. In sostanza: se non vuoi partecipare alla lotteria, non puoi pretendere di avere il biglietto vincente.

Una logica talmente elementare da apparire rivoluzionaria.

Da noi il dibattito assume subito toni metafisici. C’è chi teme complotti sanitari, chi immagina chirurghi in agguato dietro l’angolo con la chiave inglese e chi considera il proprio fegato una reliquia da preservare per l’eternità. Come se nell’aldilà esistesse un controllo bagagli e San Pietro potesse dirti: “Mi spiace, lei entra solo con entrambi i reni”. Eppure la questione è piuttosto semplice. Quando muori, i tuoi organi hanno tre possibili destini: essere cremati, essere sepolti o continuare a funzionare dentro qualcun altro. Le prime due opzioni soddisfano il senso estetico dei parenti. La terza salva delle vite.

In Italia, negli ultimi anni, si è scelto almeno di affrontare il tema al momento del rilascio della carta d’identità elettronica. L’impiegato ti guarda, ti porge il modulo e ti chiede se vuoi essere donatore. Quando capitò a me, la riflessione durò meno di una pausa pubblicitaria.

“Da morta non mi servono e non li mettono nei canopi come i faraoni.”

Fine del dibattito.

Naturalmente ognuno deve essere libero di scegliere. La libertà consiste proprio nel poter dire sì o no. Ma la libertà non significa pretendere che le conseguenze delle proprie scelte vengano cancellate. Il principio di Singapore è quasi brutale nella sua chiarezza: se vuoi ricevere, devi essere disposto a dare. Non è cattiveria, è reciprocità. È il contratto sociale ridotto all’osso, letteralmente.

Perché il vero paradosso non è donare i propri organi dopo la morte. Il vero paradosso è voler conservare il diritto di ricevere quelli degli altri mentre si tiene ben chiusa la propria cassaforte biologica. Insomma: il morto generoso salva vite. Il morto egoista occupa spazio al cimitero.

E francamente, tra le due eredità, la prima sembra decisamente più elegante.

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Caso Minetti, così il rigore etico di un ottimo giornalismo sfida la chiusura istituzionale

di Rossella Dotta

L’integrità è una certezza che resta a chi ha il coraggio di fare vero giornalismo quando tutto il resto viene messo in discussione: è il potere rivoluzionario della lucidità in un ambiente saturo di rumore, è la consapevolezza di aver fatto egregiamente il proprio lavoro.

Scrivere fatti documentati da testimonianze, rifiutare pubblicamente la normalizzazione quando qualcosa non torna, farlo chiaramente anche quando è scomodo e senza voler convincere: questo è vera informazione — una rarità disturbante che incrina le certezze.

Se tutti i giornalisti lavorassero con senso etico e rigore professionale ci sarebbero le premesse per il funzionamento della nostra democrazia, che ha bisogno di cittadini informati e dotati di senso critico. Ma gli stessi strumenti democratici — libertà di parola, pluralismo, accesso aperto all’informazione — possono essere usati per diffondere disinformazione su ampia scala, in un cortocircuito in cui la libertà viene usata per minare le condizioni che la rendono possibile.

La morale collettiva, complici la disinformazione politica e mediatica, ha subito un tragico degrado, mentre il rigore etico individuale, in alcuni, è rimasto un impegno personale che non ha seguito la massa. E quando la morale collettiva precipita, chi mantiene un rigore etico professionale si trova in una posizione scomoda. È precisamente in questo contesto che va letto il caso Minetti.

La chiusura istituzionale poggia su una contraddizione logica: si afferma che la testimone è inattendibile senza averla mai ascoltata direttamente. La sua credibilità è stata valutata attraverso le indagini difensive della controparte — chiedendo all’oste se il vino è buono.

Dal punto di vista del rigore etico la forma è stata rispettata: la Procura ha indagato, il Quirinale ha preso atto. Ma la sostanza rimane opaca se la voce potenzialmente più decisiva non ha mai parlato davanti a chi aveva il potere di ascoltarla ufficialmente. Questo è il cortocircuito in cui la morale collettiva, soddisfatta dalla chiusura formale, diverge dal rigore etico-professionale, che non può ignorare ciò che non è stato fatto. Se esistono testimonianze decisive e inascoltate, se i fatti reali non corrispondono alla narrazione istituzionale che “chiude il caso”, allora il rigore etico impone di non accettare la chiusura formale come chiusura sostanziale.

La storia insegna che la verità spesso prevale, ma raramente in tempo utile. E che la collettività si indigna facilmente ma si stanca ancora più facilmente. Il rigore etico professionale cambia le cose solo quando trova strutture che lo amplificano: giornalismo tenace, magistratura indipendente, opinione pubblica sostenuta. Non voglio credere che al momento sia attivo solo il giornalismo tenace.

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Ddl Valditara sull’educazione affettiva? Fermare questi oscurantisti sta diventando emergenza nazionale

di Enza Plotino

Sarà uno dei primi provvedimenti indegni prodotti dalla destra al Governo che verrà stracciato dai prossimi inquilini di Palazzo Chigi. Speriamo! Perché rappresenta una miscela di rigido moralismo, ipocrita e bigotto, con cui Meloni e i suoi si arrogano il diritto di ergersi a custodi integerrimi del pudore e della morale pubblica, ma anche privata, dando ai genitori “tradizionalmente” intesi la facoltà di esprimere il consenso all’insegnamento nelle scuole medie e superiori dell’educazione sessuale e affettiva. Mentre nella scuola dell’infanzia rimane proibito.

Chiunque sia sano di mente non si capacita di questa grave responsabilità che il Governo si assume con l’approvazione del ddl Valditara, negando a tutta una fascia di minori di poter accedere alle informazioni e a progetti di educazione sessuale e affettiva nelle scuole, ovvero nei luoghi deputati alla formazione collettiva. Di più. Il Disegno di legge rinvigorisce la storica contrapposizione tra la scuola e la famiglia che, da questo momento, viene coinvolta direttamente nella scelta dell’insegnamento sessuale e affettivo, subordinato all’autorizzazione esplicita e scritta da parte dei genitori.

In pratica gli istituti scolastici sono obbligati ad informare le famiglie almeno sette giorni prima dell’inizio delle attività. La comunicazione deve contenere una descrizione dettagliata dei contenuti, degli obiettivi formativi e dell’eventuale partecipazione di esperti o associazioni esterne. Per gli alunni minorenni è, inoltre, prescritta la presenza di un docente della classe durante lo svolgimento dei moduli. In caso di mancata autorizzazione da parte dei genitori, gli studenti non frequenteranno quelle lezioni e la scuola dovrà predisporre attività didattiche alternative, che siano già integrate nel Piano triennale dell’offerta formativa. Un triplo salto mortale all’indietro verso l’oscurantismo medievale.

Per questi negazionisti del progresso culturale e pedagogico, bigotti ascesi al potere, a nulla valgono le ricerche delle miriadi di Fondazioni che hanno da tempo lanciato l’allarme su una generazione che cresce senza strumenti per riconoscere il consenso e sulla diffusione di comportamenti sessisti e di violenza di genere che circolano anche attraverso la rete internet. Mentre le scuole chiedono di essere aiutate, il Governo le imbavaglia, lasciando i ragazzi e le ragazze soli di fronte alla pornografia e alla cultura del possesso del corpo delle donne in cui siamo ancora immersi, invece di sostenere il cambiamento e una nuova grammatica delle relazioni.

A causa di questa spinta oscurantista e ipocrita, tutti i progetti oggi attivi nelle scuole ad opera di dirigenti e insegnanti consapevoli vengono puntualmente messi sotto accusa insieme agli enti locali che si schierano a favore. Il provvedimento dà una patente di sorveglianza speciale alle famiglie e fa diventare l’educazione sessuale e affettiva una “opzione” etica e non un diritto educativo universale, così come dovrebbe essere. Inoltre mina il clima di fiducia reciproca tra scuola e famiglia, già gravemente compromesso in questi tempi di delegittimazione del ruolo pedagogico ed educativo della scuola pubblica.

Un atto gravissimo che si sta compiendo nei confronti delle giovani generazioni e del loro diritto ad ottenere informazioni corrette da professionisti anziché dai social e dalla realtà digitale. “Un danno che si rischia di produrre nei confronti di giovani cittadini e cittadine, considerato anche che l’Italia è uno dei soli sette paesi europei nei quali l’educazione sessuale non è obbligatoria. Ora addirittura si va in direzione contraria e si vieta anche quel poco che le scuole fanno da anni su base volontaria con il servizio socio sanitario”, come dichiarano in una nota i componenti del Pd della Commissione Istruzione della Camera dei Deputati. Fermare la mano di questi oscurantisti sta diventando un’emergenza nazionale.

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Stavolta il mio Presidente si è sbagliato

di Nicolo Venturini

Lo ammetto subito: Nicole Minetti non ispira simpatia nazionale. Igienista dentale diventata consigliera regionale lombarda nell’orbita berlusconiana, condannata in via definitiva per favoreggiamento della prostituzione e peculato. Non è una cui la maggior parte degli italiani pensava ancora. Ci si può chiedere: chi se ne frega? La procedura è stata rispettata, il bambino è malato, la madre serviva a Boston. Fine. Andiamo avanti.

Non è così semplice.

Non è difficile ignorare Nicole Minetti. È difficile ignorare quello che la sua grazia rappresenta. Parliamo di gente normale — chi paga le tasse, rispetta le regole, aspetta i propri turni nei pronto soccorso e negli uffici pubblici. Chi ha interiorizzato, con la rassegnazione silenziosa che è forse il tratto più italiano di tutti, che esistono due velocità: una per chi ha i santi in paradiso, un’altra per tutti gli altri. A queste persone — che votano, e pagano lo stipendio ai consiglieri regionali, anche a quelli condannati per peculato — la grazia a Minetti è arrivata come un ceffone. Non sorprendente. Peggio: familiare.

Il Presidente della Repubblica occupa un posto peculiare nell’immaginario civico italiano. Non è rispettato per quello che fa nel quotidiano. È rispettato per quello che rappresenta: il luogo dove le schifezze a cui questa classe mediocre di politichelli ci ha abituato dovrebbero fermarsi. Il custode. Quello che firma, ma non sempre. Quello che, almeno in teoria, mette l’interesse dei cittadini davanti all’interesse della Casta.
Per questo la grazia a Minetti fa più male di quanto la vicenda meriterebbe. Non perché Nicole Minetti sia importante. Ma perché il Quirinale lo è.

Minetti non ha scontato un giorno di pena — nemmeno sotto forma di affidamento ai servizi sociali, misura già prevista e non ancora iniziata quando i suoi legali hanno presentato l’istanza. La grazia è arrivata il 18 febbraio 2026, emersa alla stampa due mesi dopo, alla vigilia del processo Ruby Ter. La Procura Generale ha verificato tutto. Nessuna irregolarità. Tutto lecito.

Ma la grazia non è un automatismo. È un atto discrezionale: il Presidente può rifiutarla anche con tutti i pareri favorevoli, come stabilito dalla Corte Costituzionale nel 2006. Non è un notaio. È il garante della Costituzione — quella che all’articolo 3 impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli economici che limitano di fatto l’uguaglianza.

Nicole Minetti vive con Giuseppe Cipriani, famiglia simbolo del lusso internazionale. Non è una persona abituata a perdere. Per chi vive in quel mondo, la grazia non è sopravvivenza — è la conferma di aver vinto ancora una volta. Contro lo Stato. Contro i giudici. Contro i milioni di persone che le regole le rispettano perché credono valga la pena farlo. Non cancella la pena. Cancella la sconfitta.

Il paese non legge il dossier. Legge il gesto. E il gesto dice che in Italia, se hai le risorse e gli avvocati giusti, ottieni lo sconto. Dice che chi non ha niente di tutto questo resta dove sta — in cella sovraffollata al 139%, dove nel 2025 hanno perso la vita ottantadue detenuti suicidi. Dice quello che il Marchese del Grillo ripete da secoli: esistono due categorie, e non si mescolano mai quando conta davvero.

Mattarella si è sbagliato. Non per dolo, non per connivenza. Si è sbagliato perché ha scelto la procedura sopra il senso del gesto, perché non ha preso posizione. In un paese che ha perso fiducia nelle istituzioni, il senso del gesto conta più della procedura.

Il garante della Costituzione ha garantito la Costituzione di carta. Quella concreta, quella che vive nell’esperienza di milioni di italiani che vanno avanti senza santi in paradiso, è rimasta dov’era.

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Educazione affettiva, il ddl Valditara condanna una generazione a ignorare consenso, contraccezione e malattie

di Riccardo Capanna

Finalmente in Italia è stata approvata l’educazione sessuale nelle scuole. Anzi no. Il ddl Valditara, approvato giovedì dal Senato con 78 voti favorevoli e 38 contrari, non introduce l’educazione sessuo-affettiva come materia curricolare, ma come corso facoltativo cui partecipare solamente previa consenso informato e scritto di entrambi i genitori, neanche fosse l’insegnamento della religione cattolica. Qualora i genitori non dessero il via libera, si ipotizzano, quali materie di “alternativa”, i seminari.

Nessuna riforma dell’istruzione, prima d’ora, aveva avuto bisogno dell’approvazione dei genitori — se no, nessuno avrebbe acconsentito alle leggi Casati (1859) e Coppino (1877) che hanno reso obbligatoria l’istruzione primaria. Anche la Costituzione assegna il dovere-diritto di istruire i più piccoli allo Stato e non alle famiglie: “La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi” (art. 33). Anzi, “nei casi di incapacità dei genitori”, vedasi famiglia nel bosco, “la legge provvede a che siano assolti i loro compiti” (art. 30).

Ma non è finita qui. Se la Consulta farà passare la legge, i ragazzi, previo consenso di mamma e papà, potranno partecipare ai corsi di educazione sessuo-affettiva a partire dagli 11 anni, anziché dalle elementari come consiglia l’Oms e fanno i Paesi nordici. C’è la paura — dicono dalla destra reazionaria — che s’insegnino “le posizioni sessuali” e “la propaganda gender” ai bambini, ma l’unico rischio è che questi ultimi imparino i nomi corretti delle parti del corpo (pene, vulva, ano…) e riescano a dare un nome ai propri sentimenti (e, dunque, identificarli e denunciarli se tossici o nocivi).

Il neopuritanesimo all’italiana, dove fare sesso non è più un tabù ma è un tabù parlarne, condannerà un’altra generazione a ignorare le Mst, le gravidanze indesiderate, la contraccezione, il consenso. Secondo un’inchiesta della Fondazione Libellula, un ragazzo su 5 tra i 14 e i 19 anni considera normale toccare o baciare una persona senza il suo consenso, per uno su 4 non è strano diffondere i dettagli intimi del proprio partner. Sono i risultati del più prolifico, nonché unico educatore sessuale oggi attivo in Italia: PornHub.

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Ai, il consumo di acqua ed elettricità per raffreddare i data center si sta trasformando in un disastro ecologico

di Serena Poli

Capannoni industriali sterminati stipati di server che lavorano senza sosta per elaborare miliardi di dati. Queste immense infrastrutture sono i data center; sprigionano un calore così devastante che, se non venissero costantemente raffreddati, i circuiti fonderebbero in pochi minuti. Per evitarlo, necessitano di una continua refrigerazione che richiede quantità astronomiche di energia elettrica e di acqua, fatta evaporare per sottrarre calore alle macchine.

Con il boom dell’intelligenza artificiale generativa, questo consumo si è trasformato in un disastro ecologico. Negli Stati Uniti intere comunità fanno i conti con un inquinamento idrico e acustico senza precedenti. Per costruire questi data center sono stati disboscati terreni ed è stato fatto ampio uso di detonazioni per livellare il suolo roccioso. Le falde acquifere sono state contaminate, come anche i pozzi artesiani dei privati cittadini, nei quali sedimenti e fango si sono mischiati all’acqua pulita. Come se non bastasse, le acque con trattamenti chimici usate per disinfettare i circuiti vengono sversate. A questo si aggiunge il ronzio continuo e sordo dei ventilatori, che distrugge la fauna locale e logora la salute fisica e mentale dei residenti.

Alle crescenti proteste di molte comunità locali si è unita recentemente la mobilitazione di Erin Brockovich, che ha lanciato una piattaforma di mappatura collettiva per permettere ai cittadini di tracciare l’espansione di queste strutture. I dati emersi sono spaventosi: un singolo data center può consumare fino a 19 milioni di litri d’acqua al giorno, circa quanto una città di 50-60 mila abitanti. Non solo: per reggere l’enorme richiesta di elettricità di questi impianti, le aziende energetiche sono costrette a potenziare le reti, scaricando i costi di questi lavori direttamente sulle bollette dei cittadini. Il fronte più caldo è attualmente in Texas, dove un mastodontico progetto da 3 gigawatt a Sulphur Springs è già stato travolto da proteste e cause legali per il devastante impatto che avrebbe sul territorio.

E mentre le big tech liquidano le proteste parlando di Ong finanziate dalla Cina per rallentare il progresso statunitense, questa stessa bomba ambientale sta per esplodere anche a casa nostra. L’Italia è diventata la nuova terra promessa di questi giganti. Il cuore di questa espansione è al momento l’area metropolitana di Milano, dove si concentra il 90% dei data center italiani. E, se gli Stati Uniti hanno impiegato dieci anni per vedere i danni ambientali, l’Italia rischia di subirli molto prima.

Eppure la tecnologia per fare le cose diversamente esisterebbe, ma si tratta di soluzioni che hanno costi maggiori e richiedono tempo, dunque sarebbe rallentata la folle corsa al profitto. Ed è qui che il discorso si fa politico: l’intelligenza artificiale ha potenzialità straordinarie ed è una risorsa che ridefinirà la società, che lo si voglia o no.

Il punto non è combattere il futuro, ma regolamentarlo affinché non venga edificato sulle macerie del bene comune. Da anni assistiamo alla distruzione sistematica dell’ambiente con guerre, sfruttamento indiscriminato delle risorse e ora i data center, mentre la politica si è limitata a mettere in atto nei confronti dei cittadini una colossale operazione di ‘gaslighting’, quella manipolazione che ribalta la colpa sulla vittima. Per decenni la politica ha spostato il peso della crisi ecologica sulle persone comuni (riciclo, alimentazione, consumi), tutelando deliberatamente sistemi industriali e produttivi da sempre responsabili della stragrande maggioranza delle emissioni globali.

Sì, anche le nostre ‘piccole azioni’ possono essere importanti, ma non se i colossi industriali possono vanificarle in un secondo. Serve una dura regolamentazione politica che imponga vincoli severi: la responsabilità deve partire da chi ha l’impatto maggiore, altrimenti continuiamo a incolpare i cittadini perché le loro azioni quotidiane non bastano ad arginare il disastro dei giganti.

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Ho un’utopia: che spostino la strada attorno al platano di Napoleone ad Alessandria

di Giuseppe Chia

È solo un albero ma vederlo da vicino provoca un’emozione profonda. Non so misurare a occhio la circonferenza. Sua maestà mi guarda dal ciglio della strada insonne mentre il traffico scorre veloce. Chi volesse fermarsi a visitarlo, a fargli un saluto, deve stare molto attento…

Tutti sanno che lì cresce un gigante da tempo immemore. Lo chiamano il platano di Napoleone e si trova sulla corsia all’uscita da Alessandria. Ci vorrebbe un’isola verde intorno per portarci i bambini a giocare, in modo che tutti possano venire a vederlo, a toccarlo, a guardarlo da tutti i lati, tanto è bello e possente. Ma nessuno apparentemente ha mai pensato a qualcosa del genere.

La zona intorno ad Alessandria, lungo il Tanaro e il Bormida, è piena di platani, ma questo è davvero speciale. È triste dirlo: la sua condizione, strozzato dal traffico, a respirare polvere di pneumatici, fa pensare alla misera condizione di noi umani, che non diamo importanza alle cose veramente importanti. Qualcuno, leggendo queste righe, dirà: “Ma cosa pretende questo qua, che spostiamo la strada per costruire un’isola pedonale intorno all’albero?”. Ma io sommessamente rispondo: “Sì, sarebbe il segnale che finalmente qualcosa cambia in meglio in questa turpe epoca di nonsenso, soprusi, prepotenze… il segnale che, finalmente, si spendono soldi per una causa seria, umanamente appagante”.

A poca distanza dal platano c’è il Bormida; non lontano da Alessandria si unirà al Tanaro formando una massa d’acqua enorme che confluirà poi nel Po. Chi si fermerà mai a guardare questo fiume con l’acqua di un verde scuro, quasi immobile. Perché non spostare la strada da qualche altra parte? Lo spazio certo non manca. Nel corso degli anni chilometri e chilometri di nuovo asfalto sono apparsi intorno a questa città che sembra vivere con la smania della fretta, dell’andare chissà dove, del risparmiare tempo… per cosa?

Una bella area verde con al centro lui che con la sua sola presenza arricchisce il tuo sguardo, la tua anima, il tuo pensiero. E poi, più in là il fiume. Un’area verde perché chi vuole possa passare del tempo lì intorno, visitarlo di tanto in tanto, ammirarlo, fargli un saluto, un vero simbolo vivente di una città che finalmente riscopre la sua ragion d’essere. Non più città di caserme e soldati, di supermercati e uffici, ma una città di gente che fa qualcosa per il futuro dei suoi cittadini, per il benessere di tutti, anche di quelli che verranno, che non sono ancora nati.

Una città non è solo l’insieme delle sue attività economiche. Negli ultimi decenni siamo stati indotti a pensare questo. Ormai le città dovrebbero re-imparare a vivere a contatto con la natura e la natura significa soprattutto alberi e fiumi. Sono loro che migliorano la qualità della vita, la vivibilità, l’aria, il senso dell’abitare in un luogo piuttosto che in un altro.

Io scommetto che una volta fatto il lavoro, tutti direbbero: “Ma guarda: cosa ci voleva? Non è stato per niente complicato e non abbiamo speso neppure molto. Ma quello che abbiamo guadagnato è davvero incalcolabile”. Adesso si può guardare dal ponte il placido Bormida, seguire il corso delle stagioni e dei colori che cambiano parlando col fiume e col platano, andare in bicicletta o a piedi nei percorsi ecologici che si possono già intuire. La città riscopre a poco a poco il grande padre che non sapeva di avere. Mamme e pensionati con figli e nipoti vi si ritrovano, passano il tempo. A un patrimonio prima completamente inutilizzato, prima abbrutito dal traffico e dalla polvere, è stato dato valore. Non sarà più il platano di Napoleone adesso, ma il platano di Alessandria…

Quando l’ultimo insulto al buonsenso sarà stato consumato, sono sicuro che questa idea del “Parco del Bormida e del Platano”, che ora sa di ingenua utopia, sarà considerata in modo più “terreno” un umile omaggio a ciò che realmente conta: i fiumi e gli alberi senza i quali la vita sarebbe impossibile.

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Ho un’utopia: che spostino la strada attorno al platano di Napoleone ad Alessandria

di Giuseppe Chia

È solo un albero ma vederlo da vicino provoca un’emozione profonda. Non so misurare a occhio la circonferenza. Sua maestà mi guarda dal ciglio della strada insonne mentre il traffico scorre veloce. Chi volesse fermarsi a visitarlo, a fargli un saluto, deve stare molto attento…

Tutti sanno che lì cresce un gigante da tempo immemore. Lo chiamano il platano di Napoleone e si trova sulla corsia all’uscita da Alessandria. Ci vorrebbe un’isola verde intorno per portarci i bambini a giocare, in modo che tutti possano venire a vederlo, a toccarlo, a guardarlo da tutti i lati, tanto è bello e possente. Ma nessuno apparentemente ha mai pensato a qualcosa del genere.

La zona intorno ad Alessandria, lungo il Tanaro e il Bormida, è piena di platani, ma questo è davvero speciale. È triste dirlo: la sua condizione, strozzato dal traffico, a respirare polvere di pneumatici, fa pensare alla misera condizione di noi umani, che non diamo importanza alle cose veramente importanti. Qualcuno, leggendo queste righe, dirà: “Ma cosa pretende questo qua, che spostiamo la strada per costruire un’isola pedonale intorno all’albero?”. Ma io sommessamente rispondo: “Sì, sarebbe il segnale che finalmente qualcosa cambia in meglio in questa turpe epoca di nonsenso, soprusi, prepotenze… il segnale che, finalmente, si spendono soldi per una causa seria, umanamente appagante”.

A poca distanza dal platano c’è il Bormida; non lontano da Alessandria si unirà al Tanaro formando una massa d’acqua enorme che confluirà poi nel Po. Chi si fermerà mai a guardare questo fiume con l’acqua di un verde scuro, quasi immobile. Perché non spostare la strada da qualche altra parte? Lo spazio certo non manca. Nel corso degli anni chilometri e chilometri di nuovo asfalto sono apparsi intorno a questa città che sembra vivere con la smania della fretta, dell’andare chissà dove, del risparmiare tempo… per cosa?

Una bella area verde con al centro lui che con la sua sola presenza arricchisce il tuo sguardo, la tua anima, il tuo pensiero. E poi, più in là il fiume. Un’area verde perché chi vuole possa passare del tempo lì intorno, visitarlo di tanto in tanto, ammirarlo, fargli un saluto, un vero simbolo vivente di una città che finalmente riscopre la sua ragion d’essere. Non più città di caserme e soldati, di supermercati e uffici, ma una città di gente che fa qualcosa per il futuro dei suoi cittadini, per il benessere di tutti, anche di quelli che verranno, che non sono ancora nati.

Una città non è solo l’insieme delle sue attività economiche. Negli ultimi decenni siamo stati indotti a pensare questo. Ormai le città dovrebbero re-imparare a vivere a contatto con la natura e la natura significa soprattutto alberi e fiumi. Sono loro che migliorano la qualità della vita, la vivibilità, l’aria, il senso dell’abitare in un luogo piuttosto che in un altro.

Io scommetto che una volta fatto il lavoro, tutti direbbero: “Ma guarda: cosa ci voleva? Non è stato per niente complicato e non abbiamo speso neppure molto. Ma quello che abbiamo guadagnato è davvero incalcolabile”. Adesso si può guardare dal ponte il placido Bormida, seguire il corso delle stagioni e dei colori che cambiano parlando col fiume e col platano, andare in bicicletta o a piedi nei percorsi ecologici che si possono già intuire. La città riscopre a poco a poco il grande padre che non sapeva di avere. Mamme e pensionati con figli e nipoti vi si ritrovano, passano il tempo. A un patrimonio prima completamente inutilizzato, prima abbrutito dal traffico e dalla polvere, è stato dato valore. Non sarà più il platano di Napoleone adesso, ma il platano di Alessandria…

Quando l’ultimo insulto al buonsenso sarà stato consumato, sono sicuro che questa idea del “Parco del Bormida e del Platano”, che ora sa di ingenua utopia, sarà considerata in modo più “terreno” un umile omaggio a ciò che realmente conta: i fiumi e gli alberi senza i quali la vita sarebbe impossibile.

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I lavoratori nel settore dell’animazione non hanno opportunità dignitose: il mio consiglio è di fare rete

di Franca Moroni

Conosco da cinque anni la situazione professionale di molti giovani adulti che lavorano nel settore dell’animazione e della graphic novel. Constato, amaramente, che mettere cultura e tempo per formarsi in questo settore si è rivelata una pessima scelta, in quanto le opportunità di lavoro dignitoso sono minime.

L’avvento del Covid e la necessità di introdurre forme di distanziamento sul lavoro portarono all’introduzione dello smart working nel Pubblico e nelle grandi imprese sindacalizzate, ma contribuirono al processo di esternalizzazione del lavoro in quelle attività che non abbisognavano di integrazione dei cicli di produzione. Le grandi società di produzione di grafica o di animazione 2D e 3D hanno sperimentato che è più conveniente cercare collaboratori occasionali mediante le cosiddette piattaforme, fra le quali Linkedin è la più conosciuta ma non la sola, in un mercato che ha come perimetro il mondo intero. A ciò si aggiunga il conflitto russo-ucraino a causa del quale i paesi Ue hanno tagliato gli investimenti in molti settori, in primis quelli culturali, per destinarli alla difesa.

Oggi il grafico, il regista, lo storyboard artist, l’animatore non sono lavoratori dipendenti, formalmente sono partite Iva o, i più giovani, prestatori d’opera occasionali: ma chiamiamoli con il loro nome, sono lavoratori a domicilio che si comprano anche gli strumenti di lavoro.

La società di produzione o lo studio che ha in subappalto parte del progetto fa una inserzione su piattaforma, offrendo un lavoro che in genere va consegnato in pochi giorni. Spesso chiede una prova gratuita, mai inferiore a un giorno lavorativo, a volte per un’offerta di qualche giornata di lavoro. Se il professionista supera la prova quasi sempre il lavoro deve essere consegnato “il prima possibile perché siamo già in ritardo”, niente festivi o domeniche. Sovente, il contratto viene firmato alla consegna del lavoro, prendere o lasciare. E se il lavoro non è di gradimento, non c’è nessun misuratore di correttezza, si ricontratta a parole il compenso e il lavoratore si deve accontentare di una riduzione. I compensi sono assai variabili: a volte giungono a 100 € a giornata, a volte non raggiungono i 6 € lordi.

Per chi non ha reti amicali e proviene dalle Università e dalle Accademie, l’unico incontro domanda-offerta sono le già citate piattaforme: con qualche rischio in meno per l’incolumità fisica, un meccanismo molto simile alle piattaforme con cui viene distribuito il lavoro di consegna di beni. In assenza di queste piattaforme la vorticosa assegnazione di lavori brevi non sarebbe possibile. Come mai si trovano tanti giovani super formati disponibili a lavorare in queste condizioni?

1) Per svolgere queste attività professionali occorre una lunga formazione, che non termina prima dei 26-28 anni, che comprende lauree, master o corsi privati assai costosi. Ciò su una forte predisposizione teorica e pratica. La speranza di fare dignitosamente il lavoro per cui si è studiato tanto spinge ad accontentarsi, a stringere i denti e fare anche un lungo apprendistato.

2) Il mercato è mondiale: i 6 € ora in Italia non consentono di vivere ma già in altri paesi Ue hanno un valore diverso, per non dire del sud est asiatico. Un lavoratore solo di fronte a una SpA multinazionale, uno Studio pluripremiato, cosa può fare?

3) Quando un lavoratore ha raggiunto i 28-30 anni ed è super formato è escluso da quei lavori, meno qualificati, che potrebbe svolgere al termine delle superiori. I datori di lavoro non possono più usufruire di detrazioni e sostegni e in molti posti non si vuole un lavoratore che eccede in formazione. E a questo punto gli ormai non più giovani come mangiano?

Concludo facendo appello a questi lavoratori di fare rete: il loro avversario non è il collega ma chi gestisce tutta la filiera. I grandi sindacati volgano attenzione anche a questo settore, fornendo supporto giuridico e aggregazione.

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Facciamoci due domande, se la disperazione per l’uscita di Picierno dal Pd viene quasi tutta da destra

di Serena Poli

Le vette di comicità involontaria che ci stanno regalando stampa e commentatori per l’uscita di Pina Picierno dal Pd riconciliano con il mondo. Gli aggettivi che accompagnano i commenti sono da lutto nazionale: drammatica uscita, coraggiosa, una lezione di dignità, se ne va per non rinunciare ai propri valori. Il Foglio (quotidiano che le dedica tre pagine di intervista) titola Picierno contesa dopo l’addio al PD. Contesa, certo, da chi spera di imbarcare un portatore sano di voti: vedremo cosa resterà tolto il simbolo del partito.

L’unica costante di questa vicenda è la disperazione degli ambidestri: quelli di destra che scrivono da sinistra e viceversa. Si disperano i fuoriusciti della prima ora, piangono i commentatori della sedicente area riformista. Tutti percossi e attoniti, insomma, tranne gli elettori del Pd che hanno tirato un sospiro di sollievo, salvo quelle due o tre paia di anime democristiane rimaste. E facciamocele due domande, se la disperazione per l’uscita di Picierno viene quasi tutta da destra.

Ma questa vicenda non è un fatto solamente politico: è antropologico. È il fallimento, passatemi il nome e lasciatemi divertire, dello “Schema Porchetta”. Ricordiamo tutti l’eroe contemporaneo che, qualche giorno fa, si è presentato alla festa islamica a Roma con un panino alla porchetta. Il piano era perfetto, nella sua miseria: provocare, scatenare una reazione rabbiosa e poi correre a denunciare l’avanzata dell’estremismo islamico. Risultato? È stato ignorato, spernacchiato e, a festa conclusa, i poveri resti del panino sono stati rinvenuti, con tanto di incarto, a terra dietro un cespuglio.

Pina Picierno si è mossa lungo questo medesimo binario. È andata in ogni modo contro la segreteria del partito, ha fatto propaganda per il sì al Referendum dai microfoni di Atreju per poi fare la vittima quando gli elettori Pd la attaccavano sui social. Ogni giorno esche e provocazioni allo scopo di essere accompagnata alla porta, per potersi rivendere come martire della libertà d’opinione in un Pd trasformato in un covo di bolscevichi. Un piano perfetto, se non fosse che nel quadro italiano cercare la “sinistra” è un’operazione da lente d’ingrandimento.

Abbiamo al governo una destra reazionaria, illiberale e revanscista fino alle viscere, abbiamo la seconda carica dello Stato che la sera a casa spolvera amorevolmente il busto di Mussolini, ma il vero allarme democratico, per Picierno e amici, resta chi prova a spostare il baricentro un millimetro a sinistra.

Di fronte a questo capolavoro del ridicolo, Elly Schlein non ha mai risposto, non ha raccolto l’esca. E la Picierno, con il mandato europeo agli sgoccioli, si è vista costretta ad andarsene da sola, col tempismo perfetto di chi spaccia un riposizionamento salva-poltrona per un coraggioso e drammatico sacrificio in nome degli ideali.

È la triste parabola che tutti i teorici dello “Schema Porchetta” dovrebbero incontrare: finire a battere i piedi da soli perché nessuno se li fila. Anche perché diciamolo: questa della provocazione ormai non è un’eccezione, ma una strategia che sempre più personaggi in cerca d’autore utilizzano per trovare un briciolo di visibilità.

Il meccanismo è ben congegnato: cerco l’incidente per alimentare la narrazione che mi serve. E quelle sbiadite spennellate di vittimismo sono funzionali in ogni caso, perché costoro troveranno sempre certa stampa compiacente disposta a seguirli, non perché sia boccalona, ma perché ancora più in malafede di loro.

Ora attendiamo con struggente impazienza che lo stesso spirito di ‘sacrificio’ illumini anche gli altri scontenti del Pd: un bel treno della dignità verso il centro, così da lasciare finalmente quel che resta della ‘sinistra’ a chi, magari, vorrebbe davvero la sinistra. Nell’attesa suggerisco di conservare l’immagine della porchetta abbandonata e di trattare le provocazioni che verranno come è stato trattato quel panino: raccolto solo per essere buttato nel cestino dell’oblio.

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Per me il caso Minetti ha evidenziato la distanza siderale tra il Fatto Quotidiano e gli altri giornali

di Angelo Palazzolo

La vicenda della grazia a Nicole Minetti per me ha evidenziato, se ancora ce ne fosse bisogno, la distanza siderale tra il Fatto Quotidiano e gran parte dell’informazione italiana. Non parlo del Foglio, del Giornale o del Secolo d’Italia, quotidiani che di tanto in tanto leggo sia perché la pluralità dell’informazione è un valore oltre che un metodo in sé, sia perché adoro provare l’ebbrezza del vuoto: la vertigine provocata da parole altisonanti e prive di sostanza, da discorsi contorti costruiti per difendere sempre la stessa parte politica. Discorsi che hanno la forma del logos, ma che quasi sempre si risolvono in falsi sillogismi o in allusioni volutamente vaghe, perché, se scendessero nel concreto, si dissolverebbero come bolle di sapone.

No, parlo dei quotidiani storici del nostro Paese: il Corriere della Sera, la Repubblica, la Stampa. Quotidiani che incarnano un’informazione istituzionale che i più benevoli definiscono “moderata”, ma è una moderazione che rifuggo e rifiuto. Non c’è nulla di moderato nel rispetto incondizionato verso un’istituzione, una carica o un’autorità. Ciò che vi scorgo è piuttosto un’indole pavida, che non si mette di traverso, non contesta, non si espone e preferisce allinearsi.

Mi riferisco al rapporto di totale riverenza, se non di sudditanza, che la stampa italiana intrattiene nei confronti del Presidente della Repubblica. Se una cosa è bianca ma Mattarella dice che è nera, allora diventa nera. Se Mattarella paragona la Russia al Terzo Reich e la Russia contesta quel paragone, si parla di un “vergognoso attacco della Russia al PDR”. Se Mattarella, in ogni occasione possibile, attribuisce alla Russia tutti i mali del nostro tempo e la Russia, di conseguenza, lo definisce russofobo, ecco un altro attacco ingiustificato. D’altro canto, se parlando di Israele Mattarella non ricorre mai a espressioni come “Terzo Reich”, è perché la moderazione e il senso delle istituzioni – in certi casi – valgono ancora.

In questo desolante contesto, in cui la verità dei fatti viene sistematicamente piegata alle convenienze politiche e in cui manca il coraggio di usare le parole giuste quando sono scomode, elogio il carattere del Fatto Quotidiano. Un giornale che prima mette in discussione la grazia a Nicole Minetti, entrando nel merito e nel metodo dell’iter che ha portato alla sua concessione, e costringe la Presidenza della Repubblica a chiedere un supplemento d’indagine al Ministero della Giustizia; poi, quando quel supplemento d’indagine — affidato allo stesso soggetto coinvolto nella vicenda contestata — conclude, prevedibilmente, di aver agito correttamente, insiste nell’evidenziarne le palesi incongruenze, le inesattezze e le lacune.

Il carattere del Fatto Quotidiano non consiste soltanto nel coraggio di andare controcorrente. È anche resilienza, consapevolezza e sicurezza di chi sa di svolgere il proprio lavoro senza dover rendere conto a nessuno. Il Fatto non ha politici o istituzioni da compiacere, non ha interessi editoriali da tutelare e rinuncia persino al finanziamento pubblico che gli spetterebbe, proprio per rivendicare la propria libertà e fare informazione nell’esclusivo interesse dei lettori.

Non è un caso che gli scoop e le notizie più scomode pubblicate dal Fatto colpiscano trasversalmente gli schieramenti politici, con una particolare attenzione per i governi di turno. Basti pensare alle inchieste sul “giglio magico” ai tempi di Renzi, prova dell’indifferenza del Fatto verso il potere. Allo stesso modo, non teme la “lesa maestà”, come dimostra il caso in esame, né ha esitato a criticare quello che ritengo il politico-tecnico più sopravvalutato di sempre: Draghi.

Così come non si preoccupa di dare spazio a chi viene silenziato o isolato — il professor Orsini, il generale Mini, l’ambasciatrice Basile, il professor Canfora e altri — per aver espresso opinioni difformi rispetto a un’informazione mainstream che, troppo spesso, sembra avere più padroni occulti che lettori. Meno male che il Fatto c’è!

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Grazia a Minetti: perché la legge lascia discrezionalità?

di Roberto Celante

Il procedimento di concessione della grazia è regolato dal codice di procedura penale, cioè dalla stessa legge che regola lo svolgimento del processo penale, comprese le modalità di acquisizione delle prove durante le indagini. Ci si aspetterebbe, quindi, che anche la ricognizione dei presupposti per la concessione della grazia fosse normata con la stessa precisione ed il medesimo rigore.

Invece, si resta perlomeno perplessi quando, leggendo il secondo comma dell’art. 681 c.p.p., che disciplina i “provvedimenti relativi alla grazia”, si giunge alla seguente disposizione: “Se il condannato non è detenuto o internato, la domanda può essere presentata al predetto procuratore generale, il quale, acquisite le opportune informazioni, la trasmette al ministro con le proprie osservazioni”.

Qual è il problema di fondo? È che “le opportune informazioni” attribuiscono una tanto evidente, quanto anomala, discrezionalità di giudizio in capo al procuratore generale. Perché anomala? Perché il pm, in ogni indagine su un reato, deve acquisire tutti gli elementi di prova, sia a carico che a discarico dell’indiziato, per valutare se proporre al gip il rinvio a giudizio o l’archiviazione, cioè non può tralasciare niente, non può considerare utili soltanto determinati elementi, selezionandoli tra tutto ciò che l’indagine gli ha messo a disposizione e inserire nel fascicolo solo quelli, in quanto solo quelli avvalorano le proprie sensazioni e i propri presentimenti. Eppure un comportamento del genere, che non è concepibile in un’indagine penale, sarebbe astrattamente possibile in un procedimento di concessione della grazia.

Queste righe non intendono giudicare il caso specifico, cioè il lavoro svolto dalla procura generale di Milano nel caso Minetti, né in occasione della valutazione svolta a seguito della domanda di grazia, né per il supplemento di indagine chiesto dal Presidente della Repubblica, perché le due istruttorie, su cui si fondano i pareri, non sono atti accessibili al pubblico: è impossibile commentare ciò che non si conosce.

Per lo stesso motivo, Thomas Mackinson del Fatto Quotidiano ha svolto un’inchiesta giornalistica: ha raccolto documenti e testimonianze, li ha valutati (improbabile che l’abbia fatto con assoluta leggerezza, considerando le possibili conseguenze legali), li ha ritenuti verosimili e, in accordo con il proprio direttore, li ha pubblicati.

E le notizie raccolte sono state pubblicate non per diffamare Nicole Minetti, non per delegittimare o far revocare il provvedimento di grazia, ma per fare giornalismo; cioè, in tal caso, per permettere all’opinione pubblica di valutare se sia opportuno che l’attuale iter per la concessione della grazia non sia rigoroso come le modalità di acquisizione delle prove durante le indagini. In altre parole, se sia opportuno che un procedimento che può arrivare ad una condanna penale sia normato per filo e per segno dalla legge, mentre per un procedimento che può cancellare quella stessa pena ci sia a monte una valutazione discrezionale sull’opportunità di talune informazioni e l’irrilevanza di talaltre. Se sia opportuno, in ultima analisi, che sui presupposti di un procedimento di concessione della grazia si possa astrattamente dubitare di un difetto di istruttoria, per l’eventuale valorizzazione di sensazioni e presentimenti (anche eventualmente a sfavore del reo), che invece sono estromessi dalla normativa che regola le indagini sui reati.

Il mio parere è proprio questo: non è opportuna questa differenza nei due iter e l’art. 681 c.p.p. andrebbe modificato di conseguenza. Perché entrambi gli iter attengono a provvedimenti sulla libertà delle persone e quindi per entrambi dovrebbe essere garantita la medesima rigorosità, chiunque sia la persona della cui libertà si tratta, perché questo è l’unico modo per contemperare la possibilità di concedere la grazia (art. 87 Cost.), con il principio di uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge (art. 3 Cost.).

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Basta agli stage che nascondono lavoro precario: la mia proposta di un Registro nazionale dei tirocini

di Paolo Gallo

In Italia il lavoro è diventato un eterno corridoio d’attesa. Una generazione intera vive sospesa tra stage, tirocini, collaborazioni occasionali, contratti a termine e promesse rimandate. Si studia più a lungo, si accumulano competenze, master, lingue straniere ed esperienze, ma il traguardo della stabilità continua ad allontanarsi. E nel frattempo passano gli anni, le occasioni e, spesso, anche la fiducia.

Il lavoro, che per decenni è stato sinonimo di emancipazione sociale, oggi per molti giovani italiani coincide con l’incertezza. Una precarietà non solo economica, ma anche psicologica ed esistenziale. Perché senza prospettive è difficile costruire una vita: si rinviano scelte, famiglie, indipendenza e progetti.
Non è una questione nuova. Già nel Novecento la letteratura italiana raccontava il rapporto complesso tra individuo e lavoro. Da Paolo Volponi a Luciano Bianciardi, passando per Ottiero Ottieri, il lavoro appariva come una promessa di dignità ma anche come un meccanismo capace di schiacciare le persone.

Oggi quella contraddizione assume una forma diversa e più subdola: l’illusione permanente dell’opportunità. Per migliaia di ragazzi e ragazze, infatti, lo stage non rappresenta più un ponte verso l’occupazione, ma rischia di trasformarsi nell’occupazione stessa. Un limbo in cui si lavora senza reali prospettive, spesso con compensi modesti e responsabilità concrete, ma senza adeguate tutele. Si accumulano esperienze considerate “formative”, che però troppo spesso alimentano un sistema fondato sul ricambio continuo e sul basso costo del lavoro giovanile.

Eppure gli stage non sono il problema. I tirocini possono essere strumenti preziosi di crescita, formazione e inserimento professionale. Molte aziende investono seriamente nei giovani, li accompagnano e li assumono. Ed è proprio qui il punto: distinguere chi forma davvero da chi utilizza gli stage come lavoro precario mascherato. Per questo ho lanciato una proposta: l’istituzione di un Registro Pubblico Nazionale degli Stage e dei Tirocini.

Uno strumento semplice ma potenzialmente rivoluzionario. Un registro che raccolga e pubblichi annualmente, per ogni azienda che attiva stage curriculari o extracurriculari, alcuni dati essenziali: numero totale di stagisti ospitati, percentuale di assunzioni successive al tirocinio, tipologia dei contratti offerti, durata media dei percorsi, retribuzione media iniziale, numero di rinnovi o interruzioni.

Non si tratta di penalizzare le imprese. Al contrario. Questa proposta nasce per valorizzare le aziende virtuose, quelle che credono realmente nei giovani e investono nel loro futuro professionale. In un mercato del lavoro spesso opaco, la trasparenza diventerebbe finalmente un criterio di scelta. Studenti, neolaureati e famiglie potrebbero orientarsi con maggiore consapevolezza, individuando realtà che offrono prospettive concrete e non semplici esperienze da aggiungere al curriculum.

Oggi chi cerca uno stage si muove troppo spesso al buio. Le informazioni circolano attraverso racconti personali, forum, gruppi social e passaparola. Ma il futuro di una generazione non può dipendere dalla fortuna o da recensioni informali. Servono dati pubblici, verificabili e accessibili.

La trasparenza non è un attacco alle imprese: è una forma di responsabilità collettiva. Perché il lavoro non è soltanto un contratto. È dignità, possibilità, cittadinanza. E un Paese che non protegge l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro finisce inevitabilmente per indebolire il proprio futuro. Gli stage devono tornare a essere opportunità concrete di crescita e assunzione, non parcheggi temporanei o strumenti di precarizzazione. Perché una generazione che continua a sentirsi “in prova” è una generazione a cui viene sottratta la possibilità di progettare il domani. E senza futuro, nessun Paese può davvero dirsi moderno.

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