Amadeo de Souza-Cardoso a leilão por 375 mil euros

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“A mí me gusta más pintar que exponer”, ha manifestado Miquel Barceló este jueves en la galería Artur Ramon de Barcelona, donde ha presentado una exposición de grabados realizados entre 2010 y 2026 en el taller de Joan Roma y Takeshi Motomiya, que se inaugura este viernes y se podrá ver hasta el 9 de octubre. Su presencia en la ciudad, justo un día después que el Papa bendijera la Torre de Jesús de la Sagrada Familia, ha generado expectación entre la prensa porque es uno de los candidatos a decorar la fachada de la Gloria del templo, todavía incompleta y por la que se postulan dos artistas más, Cristina Iglesias y Javier Marín. “No sé nada que vosotros no sepáis”, ha afirmado Barceló, que ha contado que acababa de llegar a Barcelona y no estuvo ayer en la Sagrada Familia.

© Enric Fontcuberta (EFE)

Hasta hace unos días, Alcalá de Henares y Azul, una ciudad argentina a casi 10.500 kilómetros de distancia, eran localidades hermanas cuya unión se consumaba en dos pinturas murales a un lado y otro del océano. El dibujante y caricaturista argentino Miguel Rep fue el responsable de materializar el vínculo entre estas dos tierras lejanas que se habían acercado, por casualidad, a través de la figura de Miguel de Cervantes: la primera vio nacer al escritor y en la segunda se conserva una de las colecciones de ejemplares de El Quijote más importantes de América y la más grande de Argentina. En julio de 2011 se inauguró el primero de los murales, el de Alcalá, que Rep pintó durante semanas bajo el sol del verano en la pared lateral de la Casa Tapón y pocos meses después, en noviembre, hizo lo mismo bajo el cielo encapotado de la primavera argentina. Mientras el de Azul se conserva, el de Alcalá ya no existe por decisión del ayuntamiento.
La Sagrada Familia ha raggiunto un nuovo traguardo simbolico con l’inaugurazione della Torre di Gesù Cristo, il punto più alto della basilica progettata da Antoni Gaudí. A Barcellona la cerimonia è stata accompagnata da uno spettacolo di luci e droni che ha trasformato il cielo della città in una scenografia dedicata all’architetto catalano. L’evento si è svolto alla presenza di Papa Leone XIV, che ha benedetto la nuova torre e completato così un passaggio fondamentale nella costruzione del tempio espiatorio. Con questa aggiunta, la Sagrada Familia diventa di fatto la chiesa più alta del mondo.
Il momento più suggestivo della serata è arrivato al termine della cerimonia, quando sul profilo della collina di Montjuïc è stato proiettato il volto di Gaudí, realizzato attraverso un sistema di droni e giochi di luce. L’immagine, rivolta simbolicamente verso la basilica, ha richiamato una delle frasi più note attribuite all’architetto: “Prima l’amore, dopo la tecnica”.
La scelta di Montjuïc non è stata casuale: la collina, alta circa 173 metri, supera di poco la Torre di Gesù, che raggiunge i 172,5 metri. Un dettaglio che richiama direttamente la visione dello stesso Gaudí, secondo cui nessuna opera dell’uomo avrebbe dovuto superare in altezza la natura.
L’illuminazione interna e strutturale utilizza un sistema composto da decine di fasci di luce distribuiti lungo gli elementi architettonici della croce e delle navate. Secondo i dati forniti, il nuovo impianto LED ad alta efficienza consente anche un significativo risparmio energetico rispetto alle tecnologie precedenti, e riduce i consumi e l’impatto ambientale complessivo della struttura.
Lo spettacolo di luci e droni ha chiuso una giornata destinata a entrare nella storia della Sagrada Familia. Ancora una volta l’eredità di Gaudí è tornata a dominare la scena e ha ricordato la sua idea di un’architettura pensata come prolungamento della natura e non come sua contrapposizione.
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Luanda, 11 jun (Prensa Latina) La Feria de Arte de Luanda marca desde hoy una cita con las artes plásticas de Angola, a la cual asisten invitados de distintas provincias y de países vecinos como Namibia y República Democrática del Congo.
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A praia e as ruas do centro do Carvoeiro vão transformar-se, no dia 20 de Junho, numa gigantesca celebração ao ar livre, com música, arte e muita animação no programa da 12ª Noite Black & White, anunciou o município de Lagoa.
Com vários palcos e cenários de animação espalhados por diferentes zonas do Carvoeiro, o evento, que decorre das 20h30 às 3h00 da madrugada do dia seguinte, apresenta um programa diversificado que cruza diferentes estilos musicais e expressões artísticas.
Nesta edição, sobem ao palco, entre outros, os mexicanos Mariachi Mezcal, a cantora brasileira Lidia Brandão, os portugueses Six Irish Men e os DJ nacionais Francisco Gil, Pedro Carrilho e Christian F, que prometem contagiar o público com ritmos que atravessam décadas — dos clássicos dos anos 70, 80 e 90 aos grandes sucessos da dance music atual.
«Mais do que a primeira grande festa de verão do Algarve, o Carvoeiro Noite Black & White consolidou-se, ao longo dos últimos 12 anos, como uma das maiores festas de verão realizadas em Portugal, reunindo mais de 30 mil pessoas numa única noite», sublinha a organização, a cargo do município de Lagoa.
O branco e o preto assumem-se como elementos centrais de toda a experiência, inspirando a decoração, os espetáculos, a animação de rua e a energia vibrante que invade cada recanto da vila.
Com entrada livre e transportes gratuitos assegurados pelo município, entre os parques de estacionamento de apoio e o centro de Carvoeiro, o evento «convida residentes e visitantes a celebrar o início do verão numa noite memorável junto ao mar».
Pode consultar o programa completo aqui ou na imagem em baixo.
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Il 14 aprile 2025 Papa Francesco lo ha nominato venerabile. Il 10 giugno 2026 Papa Leone XIV inaugura l’ultima torre della Sagrada Família, l’opera più grande di Antoni Gaudí, nel centenario della sua morte avvenuta nel 1926, a 73 anni, all’Hospital de la Santa Creu di Barcellona.
Gaudí nasce nel 1852 in una Spagna che sta cambiando pelle: città in forte espansione, economia industriale in crescita, una borghesia che investe nell’urbanistica come forma di rappresentazione del progresso e del prestigio. È l’epoca dei grandi piani di ampliamento di Madrid e Barcellona, gli “Ensanche” (Eixample), e della nascita dell’urbanistica moderna teorizzata da Ildefons Cerdà. Sul piano culturale, però, domina ancora una forte tensione verso il passato: le scuole di architettura, il culto del restauro e il gusto storicista alimentano un linguaggio eclettico, soprattutto neogotico, influenzato da Viollet-le-Duc e inserito in un contesto ancora profondamente religioso. In questo quadro nascono grandi cantieri simbolici, come la cattedrale dell’Almudena a Madrid e la Sagrada Família a Barcellona: opere che richiamano il Medioevo ma lo reinterpretano attraverso tecniche e materiali della modernità industriale, e che avrebbero richiesto decenni, se non secoli, per essere completate.
Cento anni dopo la sua morte, Antoni Gaudí resta il più celebre degli architetti spagnoli e, paradossalmente, il meno imitato. È la contraddizione che attraversa queste celebrazioni: milioni di visitatori alla Sagrada Família, le sue opere come immagine stessa di Barcellona, e un processo di progressiva canonizzazione anche simbolica.
Eppure, nella storia dell’architettura spagnola del Novecento e del nuovo millennio, l’esperienza di Gaudí resta senza reale continuità progettuale, una distanza che riguarda la Catalogna e la Spagna contemporanea. Barcellona vive di Gaudí, ma non parla il suo linguaggio.
Per comprenderlo bisogna allontanarsi per un momento dalle immagini più consumate dal turismo globale: non la facciata della Natività, non il Parc Güell, non la foresta di gru che hanno da poco lasciato la Sagrada Família. Piuttosto la Colònia Güell, nella periferia industriale della città. Qui, nella cripta incompiuta, Gaudí sperimenta strutture paraboliche, catene rovesciate e geometrie spaziali che sembrano provenire da un’altra epoca e, insieme, anticipare il futuro. Qui il suo lavoro si mostra nel suo stato più sperimentale. Nel 1890 Eusebi Güell avvia a Santa Coloma de Cervelló, alla periferia di Barcellona, la Colònia Güell: un esperimento industriale e sociale che trasferisce fabbrica, case operaie e servizi fuori città, creando una “città privata” pensata per disinnescare i conflitti sociali che già allora attraversavano il mondo del lavoro. Per darle un’identità, Güell affida ad Antoni Gaudí la progettazione di una chiesa capace di incarnare lo spirito della colonia.
Gaudí risponde con una proposta radicale e integrata nel paesaggio: non disegna semplicemente una chiesa, ma costruisce un paesaggio abitabile, una struttura che sembra emergere dal terreno più che esservi imposta. La Cripta Güell non è una chiesa incompiuta: è una macchina spaziale interrotta. Le colonne inclinate non obbediscono a un ordine classico, ma a un calcolo gravitazionale rovesciato. La struttura nasce da catene sospese, da modelli ribaltati, da una fisica che diventa estetica. L’interno ha un carattere primordiale più che liturgico: pianta poligonale a stella, colonne in basalto, pietra e mattone costruiscono uno spazio scuro e terrestre. Le vetrate policrome di Josep Maria Jujol introducono luci “vegetali” che interrompono la massa muraria, trasformando lo spazio in una grotta artificiale, una natura costruita. La luce non illumina, altera e trasforma, la chiesa superiore, mai realizzata, avrebbe dovuto ribaltare completamente il registro: bianco, oro, azzurro, dal buio terrestre alla luminosità celeste, in una progressione quasi liturgica. Nel progetto di Gaudí il percorso architettonico è un racconto spirituale: dall’ombra primitiva della cripta all’ipotetica luce soprastante. L’ascesa simbolica resta incompiuta, ma la potenza evocativa dell’opera è ancora leggibile. È proprio in questa tensione tra progetto e interruzione, tra sistema e deviazione, che emerge anche la sua irriducibile solitudine.
Cripta Guell
Cripta Guell
Cripta Guell
Cripta Guell
Cripta Guell
Sagrada Familia
Gaudí non appartiene a nessuna genealogia stabile. È troppo tardo per essere un semplice modernista, troppo mistico per essere un razionalista, troppo radicale per essere eclettico, troppo sperimentale per essere accademico. Bruno Zevi lo considerava uno dei grandi anticipatori della spazialità organica del Novecento, una figura capace di liberare l’architettura dalla tirannia della scatola e dell’angolo retto. Luis Fernández-Galiano lo colloca in una zona ancora più instabile: quella in cui struttura e immaginazione coincidono e la natura diventa principio costruttivo. Dalle guglie della Sagrada Família agli archi parabolici della Colònia Güell, fino a Casa Milà, la sua opera costruisce un sistema in cui la forma non imita la natura, ma la assume come legge. Eppure la Spagna moderna, tra gli anni Venti e Cinquanta, prende una direzione diversa.
Sceglie il linguaggio moderno, sceglie Gropius, Le Corbusier, Mies van der Rohe: la grammatica della chiarezza contro la proliferazione organica. Anche la Catalogna, dopo le ambivalenze iniziali, finisce per riconoscersi più nel Padiglione di Barcellona di Mies van der Rohe e Lilly Reich per l’Esposizione Internazionale del 1929 che nella Sagrada Família. Non è un caso che negli anni Ottanta, mentre la città prepara la propria rinascita urbana culminata nelle Olimpiadi del 1992, una delle operazioni culturali più significative sia la ricostruzione filologica del Padiglione tedesco, smantellato nel 1930 e ricostruito fedelmente nel 1986. Da quel momento la traiettoria dell’architettura spagnola appare sorprendentemente coerente. Da Oriol Bohigas alla stagione di Rafael Moneo, fino a Helio Piñón e Albert Viaplana, e poi a Enric Miralles e Carme Pinós, si consolida una cultura progettuale fondata sulla città, sullo spazio pubblico e sulla continuità tra architettura e vita civile. Confermata anche dalle generazioni successive, è una modernità colta e disciplinata, spesso austera, che diffida della spettacolarità e privilegia la costruzione paziente del paesaggio urbano. In tutti questi casi emerge una stessa costante: la misura, non l’eccezione.
Gaudí resta un’eccezione. Le sue architetture non hanno generato una scuola, ma una ricezione sempre più mitizzata. La Spagna contemporanea ha costruito le proprie città attraverso linguaggi condivisi e riproducibili, mentre a Gaudí ha assegnato una dimensione separata, progressivamente musealizzata e iconica. La Sagrada Família è oggi il segno più riconoscibile del Paese, ma soprattutto simbolico e turistico. L’architettura spagnola più incisiva si è sviluppata altrove: nei tessuti urbani, nelle infrastrutture, negli spazi pubblici, in una cultura del progetto raramente legata all’icona.
In questo quadro, Gaudí appare una deviazione più che un’origine della modernità spagnola. Una traiettoria consolidata con altri strumenti. La sua persistenza non nasce dal suo uso come modello, ma dalla sua resistenza all’assimilazione: non si è tradotto in scuola né in linguaggio operativo.
A cento anni dalla morte, resta una figura eccentrica rispetto alla storia che lo segue: non un fondamento, ma un corpo estraneo che continua a produrre interpretazioni.
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© FRANCISCO PINTO/LUSA
A inclusão de Viana do Castelo no festival Vaudeville Rendez-Vous é a principal novidade da programação de 2026, entre 15 e 18 de julho, com um total de 18 espetáculos, cerca de 40 sessões e oito estreias nacionais.
Na apresentação pública da edição deste ano, no coreto do jardim público da cidade, o diretor artístico do festival, Bruno Martins, adiantou que no primeiro dia do festival a capital do Alto Minho recebe o espetáculo “Tenet”, pelo coletivo catalão Eunoia Kolektiva às 22:00, na Porta Mexia Galvão.
Oito acrobatas e um músico dão corpo a um espetáculo que combina a linguagem acrobática com dramaturgia visual. “Tenet” pode ainda ser visto nos dias 16 de julho, às 22:00, no Claustro do Paço dos Duques de Bragança, em Guimarães, e no dia 17 de julho, às 22:00, na Praça Municipal de Braga.
“Não estamos apenas a programar espetáculos que questionam e exploram os processos de transformação do mundo contemporâneo, estamos também a transformar o próprio festival. A entrada de Viana do Castelo neste projeto representa um passo muito significativo, porque aquilo que durante anos foi pensado a partir da lógica do Quadrilátero Cultural passa agora a afirmar-se como um verdadeiro Pentágono Cultural”, sustentou.
O Pentágono Cultural – anteriormente Quadrilátero – juntou Viana do Castelo a Braga, Guimarães, Vila Nova de Famalicão e Barcelos e tem como objetivo projetar o Minho a nível nacional e internacional, com descontos para os portadores de um cartão que abrange os cinco municípios.
A edição 2026 do Festival Internacional Vaudeville Rendez-Vous, promovido pelo Teatro da Didascália, vai contar com a participação de “cerca de duas dezenas as companhias e artistas nacionais e internacionais”
Entre as oito estreias nacionais está o espetáculo “Thaumazein”, da companhia francesa H.M.G., que será apresentado pela primeira vez em Portugal no dia 17 de julho, às 22:00, sendo o único espetáculo programado para um espaço fechado: o Theatro Gil Vicente, em Barcelos.
Outra das estreias nacionais é “Ákri”, de Manel Rosés Moretó, um espetáculo falado em castelhano que se estreia no dia 16 de julho, às 22:00, na Praça D. Maria II, em Vila Nova de Famalicão. Pode ainda ser visto, no dia 17 de julho, às 22:00, na Residência Universitária do Centro Académico Viana do Castelo, e no dia 18 de julho, no Polidesportivo da Quinta do Aparício, em Barcelos.
De França, chega “Anitya – L’impermanence”, de Inbal Ben Haim. Estreia-se dia 16 de julho, no Parque da Ponte (junto à capela), em Braga. No dia 18 de julho, às 22:00, é a vez da Praça de Pedra do Paço dos Duques de Bragança, em Guimarães, receber o espetáculo.
No dia 16 de julho, às 22:00, o Polidesportivo da Quinta do Aparício, em Barcelos, acolhe “Fragmentos”, da companhia La Víspera, que pode ser visto no dia 17 de julho, às 22:00, no Claustro do Paço dos Duques de Bragança, em Guimarães e, no dia 18 de julho, na Praça D. Maria II, em Vila Nova de Famalicão.
Outra das estreias nacionais é “Hot Dog”, da companhia francesa Le Galactik Ensemble, que será apresentado no dia 17 de julho, às 19:00, no Jardim do Paço dos Duques de Bragança, em Guimarães e, no dia 18 de julho, às 11:00, no Jardim da Biblioteca Municipal, em Viana do Castelo.
Já em “Início do Fim”, uma coprodução do Vaudeville Rendez-Vous, é explorado o tema da “libertação” através da desconstrução da figura do ‘clown’, por Leonardo Ferreira (da Cia Errância).
O espetáculo pode ser visto dia 16, às 22:00, na Porta Mexia Galvão, em Viana do Castelo, dia 17 de julho, às 22:00, na Praça D. Maria II, em Vila Nova de Famalicão, e dia 18, às 22:00, na Praça Municipal, em Braga.
Da “programação constam ainda três espetáculos-percurso que prometem uma experiência diferenciadora por parte do público”, como “How Much We Carry?”, da Cirque Immersif, em que o público é convidados a acompanhar a dupla de artistas que com a percha acrobática e em desequilíbrio permanente vai percorrendo locais do quotidiano. No dia 16 de julho, o ponto de encontro é às 19:00, na Praça da República, em Viana do Castelo. No dia 17 de julho, será às 19:00, no Largo São João do Souto, em Braga. No dia 18 de julho, às 11:00, na Alameda D. Maria II, em Vila Nova de Famalicão, e às 19h00, no Largo Cónego José Maria Gomes, em Guimarães.
Outra das propostas do festival é “The Place”, com estreia nacional agendada para dia 16 de julho, às 19:00 com ponto de encontro no Museu Alberto Sampaio, em Guimarães. No dia 17, o espetáculo pode ser visto em Vila Nova de Famalicão, com ponto de partida em frente à Câmara Municipal. Já no dia seguinte, 18 de julho, é a vez de Barcelos receber o espetáculo, com saída do Parque dos Poetas.
No âmbito dos espetáculos-percurso, o Vaudeville Rendez-Vous acolhe a estreia nacional de “Qui Vive”, para ver dia 17 de julho, às 19:00, com ponto de encontro na Zona ribeirinha (junto ao parque estacionamento do Centro Cultural), em Viana do Castelo e, no dia 18 de julho, às 19:00, tendo como ponto de encontro a Alameda D. Maria II, em Vila Nova de Famalicão.
O festival conta com uma nova linha de programação, dedicada aos artistas emergentes, apelidada de “Circo Escondido”, que selecionou, através de candidaturas abertas, cinco projetos que serão apresentados nas cinco cidades do festival e que só vão ser anunciados no próprio dia, por SMS ou e-mail enviados pela organização aos participantes inscritos.
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C’è la città, la “sua” Milano. Ma anche la provincia, quella Comasca (già presente ne La regola del lupo). Soprattutto, però, c’è il pallone, con tutto il macrocosmo – e microcosmo – che porta con sé e che Franco Vanni, da sette anni “migrato” nelle pagine sportive de la Repubblica a seguire l’Inter, conosce benissimo: dai sogni di chi calca gli sgangherati campi di periferia ai giovani stranieri in cerca di riscatto, dal lusso e dagli eccessi di chi in Serie A è arrivato per davvero a ciò che in tv si vede meno, le violenze, gli ultrà, il razzismo, le ambizioni, il denaro.
Vanni torna in libreria con l’avvincente Morte e miracoli del numero 3, edito da Baldini+Castoldi (298 pagine, 20 euro), terzo capitolo della saga – con annessa indagine – del giornalista-investigatore Steno Molteni. Dopo gli intrighi di una Milano “sotterranea” de Il caso Kellan e l’omicidio alla Agatha Christie su una barca a vela nel bel mezzo del Lago di Como del già citato La regola del lupo, Steno, cronista de La Notte (citazione dello storico giornale del pomeriggio nato proprio nel capoluogo lombardo nel 1952), si imbatte in quello che solo apparentemente sembra essere un incidente stradale: un’auto che investe e uccide il talento senegalese di 18 anni, Asa Ba, che gioca come terzino nel Veniano Calcio (Serie D), ma già destinato a un promettente futuro nella società della città lariana. Il giornalista comincia ad indagare. Accanto a lui, il miglior amico, l’assistente capo della Squadra mobile Raffaele Cinà, detto Scimmia.
Qui, ancora una volta, viene fuori l’abilità di Vanni, un lungo passato da cronista di punta tra le aule del Tribunale meneghino: Steno e Scimmia si troveranno invischiati in una vicenda più grande, fatta di ricatti, hacker, procuratori senza scrupoli e miseria umana. Steno, in particolare, verrà coinvolto in prima persona: i “cattivi” della storia metteranno le mani su una persona a lui cara, Sabine Castoldi. E qui, di nuovo, un elemento con cui l’autore ha avuto a che fare nella propria esperienza professionale e che, senza cadere nello spoiler, lasciamo sospeso: l’acido (come quello che serviva alla nota “coppia dell’acido” di Milano per sfigurare i volti di alcuni giovani). La risoluzione del caso è spiazzante e agghiacciante allo stesso tempo: l’amore – o presunto tale – che si trasforma in violenza.
Il principale merito di Vanni è senz’altro quello di aver unito, con una scrittura concreta e diretta e senza mai perdere il controllo della narrazione, il mondo del calcio con quello noir della cronaca giudiziaria, il cui risultato è un thriller stratificato e al contempo teso, che lascia il lettore aggrappato alle pagine, fino alla svolta finale. Ma non solo. L’autore, che nel 2022 ha scritto con Matteo Spaziante Il calcio ha perso (Mondadori), svela con sapienza il lato oscuro del pallone, quello lontano dai riflettori: la pressione psicologica e le speranze distorte che gravitano attorno ai giovani talenti, l’analisi dello sfruttamento dei ragazzini africani, la tossicità del tifo, la violenza verbale.
Mail: a.marzocchi@ilfattoquotidiano.it
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E’ uscito in libreria il 13 aprile, “Nella rete di Epstein. Il caso che sta facendo tremare governi, imperi finanziari e reputazioni” di Pino Casamassima. In uscita per i tipi di Compagnia editoriale Aliberti, il libro traccia fatti e analisi del caso Epstein che sta facendo tremare i potenti di tutto il mondo e le cui conseguenze politiche sono ad oggi difficilmente prevedibili.
Riportiamo, per gentile concessione dell’editore, alcuni stralci del libro:
Con i suoi Files, il cosiddetto «Caso Epstein» ha provocato un terremoto politico, oltre a inficiare seriamente l’immagine di molte personalità appartenenti anche ad altri mondi, a cominciare da quello finanziario. Conseguenze, quelle politiche, che oggi – nel marzo del 2026 – sono difficilmente immaginabili nella loro reale portata, soprattutto per quegli Stati Uniti – caput mundi di questo tempo segnato dai nazionalismi – che a novembre saranno chiamati alle Midterm Elections: elezioni di metà mandato che si prospettano in modo assai pericoloso per l’attuale inquilino della Casa Bianca, che vorrebbe trascorrere in serenità i restanti anni del suo (ultimo e definitivo) mandato.
Una tranquillità tuttavia messa in pericolo perché il nome di Donald Trump è presente in 3.200 dei 3,5 milioni di file resi pubblici fra gennaio e febbraio 2026 dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti. A permettere – anzi, obbligare – la loro pubblicazione, è stato l’Epstein Files Transparency Act: un documento sulla trasparenza firmato ed esposto a braccia levate dallo stesso presidente il 20 novembre 2025. Quando si dice, la zappa sui piedi, perché – come detto – il nome del presidente è quello che svetta su tutti gli altri. Intuendo – anzi, sapendo quasi per certo – che i file relativi al finanziere pedofilo morto (forse) suicida in carcere il 10 agosto 2019 avrebbero potuto creargli più di un problema, nel luglio del 2024, in piena campagna elettorale per le presidenziali poi vinte a novembre, il tycoon aveva bollato gli Epstein Files come «invenzioni del Partito Democratico». A «scandalo» ancora di là dallo scoppiare, il tycoon aveva poi vinto le elezioni con il voto nelle urne, senza dover ricorrere a un nuovo assalto a Capitol Hill, come quello del 6 gennaio 2021. Tornate clamorosamente e pericolosamente in auge fra gennaio e febbraio 2026, quelle «invenzioni» rischiano ora di provocare uno sgambetto dolorosissimo per Trump, man mano che ci si avvicina alle Midterm Elections di novembre. C’è infatti da scommettere che, da qui ad allora, lo scandalo Epstein si arricchirà di nuovi capitoli, e che in quei capitoli il nome dell’attuale presidente americano ci sarà (anche se la sostanza la trovate già in questo libro).
In funzione di quelle elezioni di medio termine, sono tornati utili gli iraniani per l’atomica in procinto di realizzare. Come utili idioti, in realtà. Il Paese degli ayatollah e dei pasdaran – già diffidato a suon di bombe nel giugno del 2025 dal procedere nella produzione di uranio impoverito – è stato infatti oggetto di una nuova pioggia di bombe a partire dalla fine del febbraio 2026. Una pioggia di fuoco più torrenziale e duratura, non come il lampo del giugno 2025. Come prologo del nuovo intervento, gli strilli d’aquila di Netanyahu: «Gli iraniani vogliono distruggerci con l’atomica». Una guerra provvidenziale anche per il premier israeliano, insomma. Anzi, a insistere con Trump per riprendere le ostilità contro il Paese degli ayatollyah sarebbe stato proprio il premier israeliano. Quella guerra è infatti utile per distrarre un’opinione pubblica inferocita con lui per la mala gestione del problema degli ostaggi nelle mani di Hamas dopo il raid del 7 ottobre 2023. Alla base di tutto, c’è quel che pende sulla testa del primo ministro più longevo e l’unico mai finito sotto processo nella storia israeliana: accuse di corruzione, frode e abuso di fiducia in tre procedimenti penali distinti. Come se non bastasse, Netanyahu è anche accusato di aver accettato insieme alla moglie Sara beni di lusso in cambio di favori politici, e di aver insistentemente chiesto una copertura mediatica favorevole da parte di organi di stampa, a cominciare da una società di telecomunicazioni e dall’editore del quotidiano «Yedioth Ahronoth».
Il premier israeliano nega ogni addebito e, in maniera molto simile a quanto fatto da Donald Trump, ha definito le inchieste «una caccia alle streghe». Netanyahu ha anche impedito a più riprese l’apertura di un’inchiesta sui fallimenti della sicurezza israeliana di quel 7 ottobre 2023 dell’incursione criminale di Hamas. È qui che le vicende giudiziarie del premier e la politica israeliana creano un vero e proprio cortocircuito: diversi organi di stampa, tra cui il «New York Times», lo accusano da tempo di aver prolungato volontariamente l’invasione di Gaza e recentemente l’attacco all’Iran col sodale Trump, per allontanare lo spettro di un procedimento giudiziario dalle conseguenze imprevedibili, anzi, che potrebbero anche prevedere la galera. Procedimenti che si trascinano da anni, tra ritardi legati alla pandemia e numerose mozioni – anche pretestuose – presentate dagli avvocati di Netanyahu per annullare le udienze. Ecco quindi come i fronti a Gaza, in Libano, in Siria e ora in Iran tornano assai utili.
Detto dei problemucci di Netanyahu, va ribadito che al sodale presidente americano non era parso vero di sostenerlo nella pulizia, alias, la distruzione degli impianti iraniani per l’impoverimento dell’uranio: operazione indispensabile per arricchire i propri arsenali di «armi di distruzione di massa». Come quelle dell’Iraq. Ve le ricordate? Le avevano cercate furiosamente, per scoprire poi che no, si trattava di una bufala, una fake news, come si dice sui social; una cazzata, come si sproloquia al bar. Insomma, una autentica falsità. Intanto, avevano fatto fuori Saddam Hussein. Vi ricordate anche di lui? Ma sì… Quello impiccato vent’anni fa a favore di telecamere di tutto il mondo (ah, ci fossero state anche in una nota piazza milanese in un aprile di qualche tempo fa…).
Dopo averlo «giustiziato», gli americani hanno dovuto spiegare che… ehm… ma sì, insomma!, hanno dovuto ammettere d’essersi sbagliati. Di «armi di distruzione di massa non ce n’era manco mezza» avevano strillato i giornali fino in Papuasia. Ci si può sbagliare, o no? E poi, quello lì era un tiranno. Un dittatore che manco quel Mussolini appeso in quella piazza milanese. Vent’anni dopo, la stessa sorte è toccata ad Ali Khamenei. Gli hanno tirato un missile sulla testa con tanto di stella di David. Ma pure lui – la guida suprema dell’ex Persia – tiranneggiava il suo Paese, come aveva fatto prima di lui Khomeyni, e come farà il di lui figlio, Mojtaba, prima di riuscire a spedire anche lui da Allah, col risultato di promuovere alla guida di quel «Paese canaglia» con novanta milioni di abitanti e grande cinque volte l’Italia, nuove leadership più radicali perché provenienti dai pasdaran, le Guardie della Rivoluzione islamica. Si tratta di una classe dirigente che ha come obiettivo una guerra totale su più fronti nella regione mediorientale in nome di una resistenza che può contare su milizie proxy, quali Hezbollah e Houthi.
Se è vero che il nuovo fronte di guerra americano distoglie gli elettori a stelle e strisce dai diversi problemucci (anche da galera) di Trump, parimenti, bombardare l’Iran, distrae gli israeliani dalle marachelle di Netanyahu (anch’esse – come abbiamo visto – da sole a scacchi). Chi rischia di più è tuttavia il tycoon, perché c’è da giurare che, come abbiamo detto, da qui a novembre usciranno altri Epstein Files. Pubblicazioni fastidiose per chi aspira a mantenere ben saldo il joystick del comando (ovviamente, internazionale), considerando che perfino il mondo MAGA gli ha voltato le spalle. A far girare lo sguardo ai sostenitori principali del leader del suprematismo bianco è stata la guerra in Iran.
Quando le leadership iraniane avvertono gli Stati Uniti che quella guerra potrebbe essere il loro nuovo Vietnam – al netto di una propaganda risibile – non vanno troppo lontani dalla realtà relativamente alla percezione interna. Soprattutto il mondo MAGA, quello dell’«America first», che – coerentemente con il suo imperativo categorico – è ripiegato talmente su sé stesso da non voler nemmeno vedere oltre il naso delle sponde atlantiche. Nick Fuentes, guru del suprematismo bianco, ha accusato Trump di aver tradito i valori grazie ai quali è stato eletto, e – storicamente – per l’elettorato americano (repubblicano o democratico che sia) non c’è colpa peggiore del tradimento del mandato ricevuto. In Italia, per la nostra cifra più bizantina, più segnata dal compromesso continuo, da Depetris in avanti, consentiamo trasformismi vergognosi dai tanti, troppi esempi, senza bisogno di scomodare il Vate, anche se l’episodio è troppo gustoso per non essere ricordato. E insomma, accadde che durante un dibattito parlamentare sulla legge Pelloux presentata dallo stesso presidente del Consiglio del governo di destra in carica – che mirava a limitare la libertà di stampa, di associazione e di sciopero – il poeta-soldato passasse clamorosamente dai banchi della destra a quelli della sinistra, spiegando il suo gesto con il «disprezzo per la fogna della moralità nazionale» ormai rappresentata dal governo Pelloux. Con i suoi modi così sobri, Fuentes ha invocato la punizione di Dio sulla testa del tycoon, invitando – nell’attesa di un fulmine inceneritore – i camerati della destra attivista a votare per i democratici a novembre.
Nel frattempo, ad aleggiare come droni iraniani sulla testa di Trump ci sono i famigerati Epstein Files non ancora usciti, anche se recentemente (laddove, per “recentemente” s’intende sempre il marzo 2026) si sono arricchiti di immagini fotografiche che lo ritraggono con ragazzine in abiti succinti. In una di esse, l’unto dal Signore, salvato (altro che incenerito!) a suo dire da Dio in persona dall’attentato del 2024, esattamente il 14 luglio (pensa, anniversario della Rivoluzione francese, e chissà se voglia dire qualcosa), è ritratto con una ragazzina sulle ginocchia. Con assoluta certezza, non in procinto di raccontarle una favola dei Grimm: più probabilmente, un attimo prima di diventare, lui, l’orco. Un orco come tutti quelli che troverete in questo libro. C’è perfino un «piccolo principe» che di tanto in tanto amava trasformarsi in orco. «Piccolo» per statura morale, e «principe» per diritto dinastico. Quel diritto che suo fratello, re Carlo III, gli ha tolto, chiedendo alla giustizia di «fare il suo corso».
Tutta questa storia, la storia qui raccontata, si è scritta da sola, con i racconti usciti dalle testimonianze presenti negli Epstein Files. Testimonianze che ci precipitano in quella vergogna sbattuta in faccia a Trump con i cartelli esibiti davanti alla Casa Bianca: «Shame». Una vergogna che coniuga l’istinto predatorio su carni giovani con quello sul potere tout-court. Un potere assoluto, che artiglia economia e politica, ma pure i corpi di ragazzine che nel momento della predazione perdono la loro identità per diventare oggetti di divertimento. Un potere esercitato per garantire sé stesso a ogni costo. Anche a costo di scatenare una guerra. Una di quelle guerre moderne, modernissime. Quelle che per il 90 per cento dei casi si sviluppano contro i civili. Guerre lontane milioni di narrazioni da quella guerra di Troia. Quella che vedeva i Troiani assistere dalle «alte mura di Ilio» agli scontri fra i loro guerrieri e quelli degli Achei, con i principi che al calar del sole si scambiavano doni tornando nelle rispettive tende. Adesso, i leader di un popolo li si uccidono con un missile o li si rapiscono. Quale sarà il destino di Cuba? Sì, perché nel risiko di Trump è finalmente entrata Cuba: quell’isola caraibica che qualche tempo fa diede un gran dispiacere agli americani nella Baia dei Porci. Se non la ricordate, quella figuraccia stellare (intesa come a stelle e strisce) la trovate pure su Wikipedia.
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L’appello ter del processo a Gabriele Bianchi, l’uomo che insieme al fratello Marco massacrò di botte, uccidendolo, il 21enne Willy Monteiro Duarte, ha stabilito definitivamente la condanna all’ergastolo. Il lottatore di Mma era stato condannato in primo grado, così come il fratello, al carcere a vita, pena che era scesa a 24 di anni nel primo procedimento di appello grazie alla decisione dei giudici di concedere le attenuanti generiche. Nell’appello bis, invece, Marco Bianchi era stato condannato all’ergastolo, mentre Gabriele a 28 anni di reclusione.
Il nuovo processo di appello si è celebrato dopo il rinvio disposto dalla Cassazione lo scorso novembre per ridiscutere proprio le attenuanti per Gabriele Bianchi, mentre per Marco la condanna all’ergastolo era già definitiva. La Seconda Corte di Assise di Appello di Roma ha deciso di accogliere le richieste del pm Francesco Brando e del pg Carlo Lasperanza che chiedevano l’ergastolo. Inoltre, la Cassazione con la prima pronuncia aveva già riconosciuto la responsabilità penale per tutti gli imputati per omicidio volontario e reso definitive le condanne per gli altri due imputati, 23 anni per Francesco Belleggia e 21 anni per Mario Pincarelli.
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Una manciata di toccanti e risolute storie di resistenza umana da Gaza che i giornali non vogliono più raccontare. “L’Occidente è morto a Gaza” (Solferino), sottotitolo ancor più pregnante Israele e Palestina: il sonno della ragione, scritto dalla giornalista italo-egiziana Randa Ghazy, squarcia ulteriormente il velo sullo sterminio di inermi e innocenti in corso a Gaza (e “a breve in Cisgiordania”, viene suggerito tra le pagine del libro) scolpendo nella pietra della storia le testimonianze dirette, di ogni età e sesso, dell’impossibile quotidianità gazawa. In mezzo alle macerie di uno spazio politico che viene ogni giorno sistematicamente e militarmente annientato, metro dopo metro, casa dopo casa, ci sono, tra gli altri: Yusef, il ragazzino rapper che adorava il Real Madrid, morto con una pallottola a farfalla – “che si frantuma all’impatto polverizzando tessuti, arterie ed ossa” – conficcata nella schiena sparata da un cecchino israeliano; Bushra, una giovane palestinese vissuta sempre in Europa che si innamora via social di Hisham, un giovane gazawi che non potrà mai uscire dalla Striscia; oppure Hani, diventato giornalista suo malgrado, ostaggio sotto gli orrori delle bombe del territorio occupato che non risparmiano nessuno, per testimoniare l’invisibile e volontariamente nascosta (spoiler: non ci fa una bella figura nemmeno il New York Times) distruzione di Gaza.
Per ogni storia, per ogni donna e uomo che incredibilmente resiste, senza mai sconfortarsi, senza retrocedere un centimetro, Ghazy ne dipinge un ritratto a tutto tondo, di sincera e prossima umanità, evidenziando in ogni capitolo, dati alla mano, il genocidio di un popolo e ancor di più le ragioni politico-culturali e le pratiche comunicative dell’occultamento del criminale agire israeliano. “Quante volte ci siamo sentiti dire che Israele è l’avamposto dei nostri valori occidentali o l’unica democrazia del Medio Oriente, così a giustificare nel corso degli anni la repressione del popolo palestinese?”, si è chiesto Peter Gomez, direttore del FattoQuotidiano.it, durante l’ultimo Salone del Libro di Torino presentando il libro di Ghazy. “Noi europei, e gli occidentali in genere, vivono innanzitutto in una sorta di peccato originale: gli ebrei nei campi di concentramento ce li abbiamo messi noi. Un peccato originale in virtù del quale, anche noi italiani, chiudiamo gli occhi su Gaza”.
Gomez ha così analizzato quello che ritiene la grande finzione da cui tutto ha origine: la tesi secondo cui l’Europa abbia radici giudaico cristiane. “E allora perché non Zeus e Giove? Le radici europee e occidentali non sono quelle, ma risiedono nella rivoluzione francese. L’Europa è figlia del secolo dei lumi, dove si consentiva l’ateismo o di credere in un dio o un altro, come del resto cita anche la costituzione americana. Le radici cristiane dell’Europa volevano dire potere temporale della Chiesa, dimenticando che la Chiesa fino al Concilio Vaticano II considerava gli ebrei come “perfidi giudei”. Quando dopo un mese circa dal 7 ottobre 2023 io, e pochi altri, abbiamo detto ‘ma non vedete cosa sta succedendo a Gaza’ e che quella israeliana non è una guerra contro Hamas ma una vendetta, mi sono sentito dare all’antisemita. Ma come? Io sono per gli esseri umani”.
Il tema del “vittimismo collettivo” e dell’ “infallibilità morale” israeliani costruiti socialmente sotto quintali di retorica educativa dell’Holocaust upbringing (“che permette di giustificare ogni male fatto ai palestinesi”) nelle scuole e nella cultura ebraica è centrale nelle analisi dell’autrice del libro. “Una sorta di esclusiva del dolore e del vittimismo, che ha permesso di trasformare lo Stato di Israele in una specie di divinità” – scrive Ghazy citando il collega Peter Beinart-, “un approccio che ha soprattutto reso impossibile essere critici nei confronti dello stato di Israele”. L’autrice, seguendo il ragionamento di Elian Wizman, professore di relazioni internazionali alla London South Bank University, affianca il celebre concetto coniato da Hannah Arendt della “banalità del male” all’agire dei soldati israeliani “che saccheggiano case di palestinesi sfollati, ridono mentre lanciano le bombe e postano su TikTok video in cui deridono le vittime”. Infine rifacendosi al professore Roberto De Vogli, Ghazy scrive: “De Vogli dice, con parole forti che non temono giudizi: “Quando il mondo verserà per Hind Rajab le stesse lacrime che ha pianto per Anna Frank forse inizierà a decolonizzare la propria memoria e la propria empatia”.
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Nel Derbyshire, in Inghilterra, i mobili non vengono tagliati, assemblati o incollati: vengono seminati e coltivati. Gavin e Alice Munro hanno trasformato un piccolo appezzamento agricolo nel “Chair Orchard” (il Frutteto delle Sedie), un terreno in cui le sedute crescono direttamente dalla terra. Questo processo di bio-design, che necessita di tempi di attesa fino a dodici anni per la realizzazione di un singolo esemplare, porta alla creazione di sculture viventi prive di chiodi e colle, battute oggi sul mercato dell’arte contemporanea per cifre che sfiorano i 90.000 dollari (circa 80.000 euro). A documentare i dettagli del progetto è l’Agi, che ricostruisce la vicenda riprendendo le dichiarazioni rilasciate dalla coppia al Washington Post.
La scintilla creativa alla base dell’azienda agricola affonda le radici nell’infanzia di Gavin Munro. A sette anni, costretto a lunghi ricoveri ospedalieri per curare la scoliosi e la sindrome ossea di Klippel-Feil, il bambino passava il tempo osservando i bonsai del giardino di famiglia. Uno di questi, cresciuto in modo irregolare, assunse la sagoma di un trono. Anni dopo, intraprendendo gli studi di design del mobile, quell’immagine si è unita a una profonda critica ai metodi produttivi contemporanei. Come riportato dal Washington Post, Munro ha individuato un’assurdità di fondo nel settore: il metodo standard prevede di abbattere alberi cresciuti per decenni, ridurli in frammenti e incollarli in forme che nel tempo tenderanno ad allentarsi. La sua riflessione si è tradotta in un cambio di paradigma: plasmare l’albero direttamente durante la sua crescita naturale per creare oggetti solidi e secolari.
La produzione, avviata con la moglie Alice (esperta di orticoltura), non utilizza la forza ma sfrutta antiche tecniche agricole come il taglio a ceduo, l’innesto e l’intreccio. Il ciclo produttivo inizia piantando un alberello (salice, quercia, frassino o ciliegio) e lasciandolo radicare indisturbato per circa cinque anni. Successivamente, la pianta viene tagliata fino al ceppo. Questa operazione stimola la produzione di nuovi germogli, ancora estremamente flessibili, che vengono guidati attorno a un’intelaiatura che riproduce la forma di una sedia capovolta. I rami superflui vengono eliminati, mentre altri vengono innestati tra loro per fondersi in una struttura portante unica. I Munro non utilizzano chiodi né colle, ma si limitano a praticare piccole incisioni mirate sulla corteccia per suggerire alla pianta la direzione di sviluppo. Per completare la crescita servono dai sei ai dodici anni, a cui segue un intero anno di essiccazione al chiuso e un accurato lavoro di levigatura.
L’evoluzione del “Chair Orchard” ha richiesto decenni di test e fallimenti. I primi esperimenti, avviati nel 2006, sono stati vanificati dalla scarsa esposizione solare e dalle mandrie di mucche che calpestarono i germogli. La svolta è arrivata nel 2008 con l’affitto di un nuovo campo e la piantumazione di 3.000 alberi. A causa delle variabili climatiche britanniche e degli errori di percorso, fino a oggi i Munro hanno prodotto circa quindici prototipi. Un numero ristretto che ha però attirato l’attenzione del design globale: le sedie sono state esposte in Asia e negli Stati Uniti, e un esemplare è stato acquisito dalla collezione permanente del San Francisco Museum of Modern Art. Attraverso le gallerie londinesi, numerosi pezzi sono stati venduti a collezionisti privati.
Nonostante l’esclusività delle loro opere, i due designer hanno confessato al Washington Post un dettaglio singolare sulla loro quotidianità: in casa non possiedono nemmeno una delle loro sedie. Il motivo è strettamente pratico, poiché la loro cagnolina Doris finirebbe per trasformarle in uno spuntino. L’obiettivo a lungo termine dei Munro è ora la condivisione delle competenze. Entro la prossima primavera, la coppia inaugurerà un’accademia di “citizen science”, strutturata per insegnare queste tecniche di bio-design al grande pubblico. L’intento di Gavin e Alice non è brevettare un segreto industriale, ma fornire gli strumenti affinché chiunque, avendo a disposizione un pezzo di terra, possa coltivare autonomamente i propri arredi assecondando i ritmi naturali della vegetazione.
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C’è un’America che non finisce mai di morire, che continua a ballare sui propri resti con una ferocia che toglie il fiato. È l’America delle luci chimiche, dei centri commerciali eretti come cattedrali del nulla e delle villette a schiera dove il perbenismo nasconde abissi di repressione. In questo panorama di macerie morali e sogni andati a male, la casa editrice Mercurio ha calato un asso che scotta: CJ Leede. Con la complicità di una traduzione impeccabile e vibrante firmata da Gaja Cenciarelli, arrivano sugli scaffali italiani Maeve ed Estasi americana, due romanzi che non chiedono permesso, ma entrano in casa vostra a calci, pronti a fare a pezzi ogni residuo di pudore borghese.
Partiamo da Maeve. A Los Angeles la finzione è l’unica moneta che circoli davvero. Maeve, la protagonista, lavora in un parco divertimenti: è la Regina di Ghiaccio, l’idolo dei bambini. Ma sotto il costume batte il cuore di una predatrice che di notte scivola lungo la Sunset Strip su una Mustang rosa del ’67. Il dispositivo narrativo è chiaro: il contrasto tra l’innocenza del ruolo pubblico e la scia di distruzione privata. Qui Leede gioca con il luogo comune della Città degli Angeli – il neon, i cocktail bar, la vacuità dei Red Carpet – e lo fa con una consapevolezza tale che il cliché smette di essere noioso per diventare un’arma affilata.
Maeve non è una vittima delle circostanze, né una final girl che attende il suo turno per piangere. È una forza della natura, un vertice di distruzione che venera il corpo malato della nonna Tallulah come un feticcio pagano. Il libro è stato giustamente definito un American Psycho contemporaneo al femminile. Ed è qui che arriva la nota dolente, ma necessaria: se la prima parte del romanzo è un’allucinazione magnetica, la seconda perde un po’ di mordente. Leede si appoggia troppo pesantemente alle lezioni di Bret Easton Ellis. La celebre scena della tortura col topo, presa di peso dal capolavoro di Ellis, sa di già visto e rischia di trasformare l’omaggio in scopiazzatura.
Eppure, nonostante queste incertezze da esordiente e un finale meno incisivo di quanto ci si aspetterebbe, Maeve resta un pugno nello stomaco formidabile, un’indagine sporca sul desiderio che non conosce confini.
Ma è con Estasi americana che Leede compie il vero salto nel buio, spostando il baricentro dal glamour marcio di Hollywood al cuore nero del Midwest. Qui l’autrice immagina una variante virale che trasforma gli infetti in macchine carnali, travolti da una psicosi sessuale che dissolve ogni freno inibitore. Al centro della tempesta c’è Sophie Allen, sedici anni, cresciuta in una prigione di fanatismo cattolico e sensi di colpa.
Se Maeve era un noir psicotropo, Estasi americana è un horror sociologico di rara potenza. Il virus non è che l’innesco per far esplodere le contraddizioni di una società che ha trasformato il corpo femminile in un campo di battaglia politico e religioso. Mentre il Paese brucia e gruppi estremisti cavalcano il caos in nome di un Dio crudele, Sophie intraprende un viaggio di formazione che è anche un esorcismo contro la vergogna. Qui il desiderio non è più peccato, ma l’unica via di fuga verso una libertà che somiglia a un incubo, ma che almeno è vera.
Leede ha il merito di non distogliere mai lo sguardo. Racconta la violenza, la lussuria e l’individualismo di un’America tribale con una prosa che non concede sconti. La cura di Gaja Cenciarelli nella resa italiana restituisce perfettamente la sporcizia e la poesia di questi testi, mantenendo intatta quella sensazione di vertigine infuocata che attraversa entrambi i volumi.
Leggere CJ Leede è un’esperienza disturbante. Ti costringe a guardare nell’abisso delle tue pulsioni più spaventose, ricordandoti che la civiltà è solo una sottile pellicola pronta a lacerarsi al primo morso. Non sono letture per tutti: c’è tortura, c’è violenza sessuale, c’è un nichilismo che non offre redenzione facile. Ma se cercate una voce che sappia raccontare il crollo dell’Occidente con la stessa lucidità di un chirurgo che opera senza anestesia, allora questi sono i libri che stavate aspettando.
Un debutto e una conferma che ci consegnano una delle autrici più estreme e necessarie degli ultimi anni. Benvenuti nel bellissimo incubo di CJ Leede. Fatevi del male, ne varrà la pena.
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È un peccato che Jean-Luc Godard e Jean-Paul Belmondo non siano più vivi, perché avrebbero potuto raccontare perfettamente la storia di Fabrizio Maiello. O forse è meglio così. Perché nella loro versione il finale sarebbe stato amaro, autodistruttivo, condannato alla fierezza tragica di certi personaggi francesi. Questa storia invece appartiene a un altro approdo narrativo: non al fatalismo romantico da Nouvelle Vague, ma alla redenzione tormentata di un personaggio di Dostoevskij.
Rapirò Gianfranco Zola di Marco Cattaneo (De Agostini) è un libro che riesce in un’impresa rara: prendere una vicenda da cronaca nera e trasformarla in un rocambolesco Bildungsroman, senza mai scadere nel moralismo o nel compiacimento strappalacrime. Cattaneo, che molti conoscono per la sua capacità di governare con disinvoltura il caos narrativo da lui stesso creato nelle dirette e nelle improvvisazioni di Elastici (la trasmissione più libera e folle, da lui condotta, del bellissimo format Cronache di Spogliatoio), declina qui la stessa sapiente mercurialità per raccontare una storia piena di svolte improvvise, beffe karmiche tragiche e agnizioni commoventi.
Il ritmo resta sempre controllato, anche quando il materiale rischierebbe continuamente di scivolare nella retorica (forse la vicinanza in studio con Fabrizio Biasin e la sua memorabile rubrica su “I poveri soldati” è servita da potente antidoto).
In questo frangente, la materia da trattare è preziosa quanto fragile. Fabrizio Maiello era un talento purissimo. A Monza, da bimbo, lo chiamavano “il Brasiliano”, per l’imprevedibilità nei dribbling e la leggerezza con cui gli riuscivano le giocate più difficili col pallone ai piedi. L’aura della promessa, gli allenamenti a cui sacrificare le distrazioni adolescenziali, il padre che con inquietante profezia gli addita a monito il carcere accanto allo stadio, prefigurando le sliding doors di un’esistenza romanzesca.
Poi arriva il ginocchio distrutto. Fine della carriera. E inizio dell’avventura criminale. Cominciano le rapine, la droga, il carcere. Ma il libro evita accuratamente la scorciatoia sociologica. Non cerca alibi, né costruisce santini. Mostra semplicemente un uomo che precipita e che, a un certo punto, smette di distinguere fra rabbia e destino. La svolta avviene il 31 ottobre 1994. Maiello organizza il sequestro di Gianfranco Zola. Un miliardo di lire di riscatto. Autogrill, appostamento, fuga: sembra la scena di un noir anni ‘70, di quelli amati da Tarantino.
Poi succede qualcosa che manda in cortocircuito tutto il piano, la macchina narrativa, il destino stesso.
Zola si avvicina, sorride e dice: “Ciao ragazzi”. Maiello, con la pistola nascosta dietro alla schiena, davanti alla disarmante umanità del suo idolo sportivo decide di non rapirlo. Spiazzato e commosso, gli chiede un autografo sulla carta d’identità. Gesto dalla potenza simbolica rivelatoria: la firma del campione che Maiello sarebbe potuto essere sul simulacro formale della sua identità smarrita.
L’autentica redenzione arriverà dopo, nell’OPG di Reggio Emilia, quando Maiello usa il proprio carisma da “Maradona delle carceri” (da anni era divenuto una “star” per i suoi palleggi da record senza far cadere mai la palla) per difendere un detenuto disabile continuamente bullizzato e umiliato dagli altri internati. È quello il passaggio decisivo della sua vita: non il crimine mancato, ma la scelta di sacrificare se stesso per proteggere qualcuno di ancora più fragile, che deciderà di accudire come un fratello bisognoso di cure quotidiane. Una storia talmente incredibile da essere assolutamente vera (non solo il contrario).
Forse, non è un caso che abbia incontrato questa storia grazie a quella che Jung avrebbe definito “sincronicità”. Ero a Milano per lavoro, dovevo incontrarmi con Giuseppe Pastore e Ilaria Mencarelli (ritorno a segnalare ai cinefili il loro interessante podcast Noodles), mi invitano alla presentazione del libro, temo di non poter fare in tempo ma… scopro che l’evento si sarebbe tenuto nello stesso edificio in cui già mi trovavo: con uno straniante effetto alla Inception, sono stato catapultato dentro la redazione di Cronache di Spogliatoio, incontrando dal vivo Siani, Pastore, Cattaneo, ovvero le voci che tutti i giorni mi parlano nelle cuffie, da fedele ascoltatore di Cronache, come già raccontai su queste colonne.
E poi ho incontrato Fabrizio Maiello. Stringergli la mano e guardarlo negli occhi è stata un’emozione che porterò dentro di me per molto tempo.
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A Venezia esistono giardini che non si offrono subito allo sguardo. Bisogna arrivarci per sottrazione: lasciarsi alle spalle il passo compatto di Piazza San Marco, il rumore dei trolley, la corrente dei visitatori che si sposta da una riva all’altra, e poi entrare in una zona più quieta, dove il verde appare quasi per scarto, come se la città lo avesse custodito per sé. I Giardini Reali sono così: un cuore verde a pochi metri dal bacino di San Marco, nascosto e centrale insieme, abbastanza vicino alla piazza più fotografata del mondo da sembrarne un controcampo segreto. La serra ottocentesca che oggi ospita Flora Fantastica, la mostra promossa da Swatch per celebrare l’anniversario dello Swatch Art Peace Hotel di Shanghai, sembra il luogo giusto per cominciare un itinerario veneziano diverso, costruito non sulla fretta di vedere tutto, ma su un filo più sottile: l’arte quando incontra i giardini, le serre, gli orti murati, gli spazi verdi sottratti per qualche ora alla pressione della città.
La 61ma Esposizione Internazionale d’Arte, intitolata In Minor Keys, si svolge dal 9 maggio al 22 novembre 2026 e accende la città con una costellazione di mostre, fondazioni e palazzi aperti che funzionano come una sorta di Fuori Biennale. Basta dare uno sguardo ai numeri per avere un’idea della portata dell’evento: la Fondazione prevede un risultato positivo di 4,985 milioni di euro e ricavi da biglietteria, editoria, servizi di ristorazione, sponsorizzazioni ed erogazioni liberali per 36,364 milioni di euro; dentro questa voce, le sole sponsorizzazioni e donazioni private sono stimate in 7,920 milioni, mentre gli altri ricavi legati anche a eventi collaterali, ospitalità, utilizzo di spazi e aree ammontano a 7,279 milioni. Sono numeri che spiegano perché, nei mesi della Biennale, Venezia cambi scala: l’effetto non si misura solo nei biglietti staccati ai Giardini e all’Arsenale, ma negli alberghi, nei ristoranti, nei trasporti, nelle fondazioni private, nelle gallerie, nei palazzi aperti per mostre temporanee e in quel fitto “Fuori Biennale” che trasforma l’intera città in una piattaforma culturale diffusa. Di fronte a questa mappa sterminata, la “fomo” – la paura di perdersi qualcosa – colpisce anche l’arte. Ma l’urgenza è immotivata: le esposizioni durano mesi. La scelta migliore è rinunciare all’ansia del programma totale, individuare un filo conduttore e seguirlo per due giorni, magari lontano dai ponti festivi e dai weekend più affollati. Noi abbiamo scelto il verde.
La prima tappa ci porta a due passi da Piazza San Marco, ai Giardini Reali. Qui, all’interno della storica serra ottocentesca, va in scena Flora Fantastica, progetto a ingresso gratuito promosso da Swatch per celebrare i quindici anni dello Swatch Art Peace Hotel di Shanghai. Il verde del parco filtra dalle ampie vetrate, l’umidità lagunare altera i riflessi dei materiali e la luce naturale trasforma l’esposizione in un organismo vivo. I cinque artisti invitati, tutti ex residenti dell’hub creativo cinese, utilizzano linguaggi distanti per esplorare la natura come archivio di identità e memoria, senza mai forzare lo spazio che li ospita. Il confine tra dentro e fuori, tra opera e ambiente, resta volutamente instabile: una corteccia fotografata a Shanghai dialoga con gli alberi veneziani, un arancio ricamato riporta al Mediterraneo, una creatura subacquea digitale sembra rispondere alla laguna.
I lavori chiedono uno sguardo lento. L’italiana Stefania Orrù dialoga con la matericità del luogo: usa calce, sabbia e pigmenti naturali su iuta per evocare le ombre dei giardini urbani di Shanghai. “Non c’è una figura che voglio descrivere, ma semmai una vibrazione che voglio far provare”, spiega davanti a tele che paiono superfici erose dal tempo, dalle quali l’immagine sembra emergere anziché essere dipinta. La fotografa cinese Hammer Chen porta dentro la serra le cicatrici della memoria urbana: i frammenti di platani fotografati a Shanghai vengono ricomposti in strutture monumentali su rame e tessuto, trasformando la natura cittadina in una texture metallica e anatomica. Il turco Mustafa Boğa impone uno spazio ancora più intimo. La sua serie Orange Tree intreccia i ricordi d’infanzia del sud della Turchia: quelli che da lontano sembrano dipinti a olio o vecchie stampe, da vicino si rivelano fittissimi ricami realizzati a mano, capaci di trattenere il respiro del tempo. Il ritmo si spezza con l’argentina Elisa Insua, che trasforma i rifiuti e l’accumulo in una gigantesca scultura floreale barocca: un’orchidea composta da bijoux e materiali di recupero scovati nei mercatini, dove ciò che era nato come decorazione effimera si fa struttura monumentale. Chiude l’esposizione la canadese-cinese Catherine Chun Hua Dong con un’installazione in realtà virtuale che reinterpreta il mito di Mulan in un paesaggio sottomarino dai colori intensi, dimostrando come il corpo e l’identità continuino a trasformarsi proprio come il paesaggio naturale. Cinque linguaggi diversi che, nello spazio dei Giardini Reali, non vengono ricondotti a un’unica estetica ma a una stessa domanda: cosa resta della natura quando passa attraverso la memoria, la città, il consumo, la tecnologia, l’identità personale?
È una rivoluzione gentile, quella cercata dal marchio svizzero: “Abbiamo creato qualcosa di speciale all’interno di un luogo magico“, racconta Carlo Giordanetti, Ceo dello Swatch Art Peace Hotel. “Avevamo dato un tema d’ispirazione naturale e ci siamo accorti che, in modo spontaneo, i lavori di molti artisti della residenza si stavano avvicinando a quell’idea. La natura ci piace perché ha un numero di suggestioni quasi infinito”. Il focus, precisa Giordanetti, è totalmente slegato dal prodotto commerciale: “Per noi è importante che l’artista capisca che non viene alla residenza per lavorare su degli orologi, ma per lavorare su se stesso, per la propria carriera, per esprimere al meglio il proprio linguaggio. Il nostro è un inno alla libertà artistica. Ci piace sovvertire le regole, portare avanti questo progetto con i giovani artisti per cercare di dare loro lo spazio che si meritano e offrire una visibilità che altrimenti farebbero più fatica ad avere”.
Attraversando il bacino di San Marco si approda alla Giudecca, dove si svela un segreto custodito per cinque secoli. Dietro l’imponente facciata palladiana della chiesa del Santissimo Redentore, si apre l’antico Orto Giardino del convento dei frati minori cappuccini. Devastato dall’“acqua granda” del 2019, questo spazio è stato restituito alla città grazie a un meticoloso restauro filologico curato dalla Venice Gardens Foundation con il maestro paesaggista Paolo Pejrone. Camminare oggi sotto i 400 metri del pergolato in castagno, avvolti da rose e glicini, circondati da oltre 2.500 ulivi, cipressi e piante officinali, è un’esperienza estraniante.
“Restaurare un giardino, per noi, significa restituire un luogo alla comunità urbana: uno spazio di incontro, riflessione, meditazione“, sottolinea Adele Re Rebaudengo, presidente della Fondazione. “C’è poi un altro significato, forse il più profondo: il giardino come spazio di armonia tra corpo e anima. In linea con l’antica concezione monastica, per cui l’orto-giardino era un’anticipazione del paradiso, questo luogo induce a un senso di pace interiore. Non genera solo benessere fisico, ma diventa una cura per l’anima”.
In questa cornice si inserisce la mostra Orizzonte. Un giardino a Venezia (aperta fino a ottobre). Ospitata nelle Antiche Officine restaurate, l’esposizione porta la firma della fotografa e regista Sarah Moon. Invitata a trascorrere un periodo di isolamento tra queste mura, Moon ha realizzato un film di quattro minuti accompagnato dalle note di Arvo Pärt, affiancato da una selezione di fotografie che catturano ombre e silenzi. “Entrare in questo luogo significa varcare una soglia, fare un passo all’interno delle profondità del mondo, in un tempo sospeso fuori dal tempo, in un silenzio che non avevo mai sentito prima”, ha confessato l’artista. E Re Rebaudengo chiosa: “La sua arte e l’impegno della Fondazione convergono qui nel proposito di sentire la natura, concorrendo alla sua preservazione”.
Il nostro itinerario si conclude nel sestiere di Dorsoduro, a pochi passi da Punta della Dogana, dove l’estetica nautica ha inaugurato il suo nuovo presidio culturale. Casa Sanlorenzo è un polo espositivo di mille metri quadrati ricavato da un edificio degli anni Quaranta abbandonato da tempo. A renderlo unico nel fitto tessuto urbano veneziano è il suo giardino privato di 600 metri quadrati, che si affaccia direttamente sulle maestose cupole della Basilica di Santa Maria della Salute.
Il restauro, firmato dall’architetto Piero Lissoni, rifugge la nostalgia passatista: opta per una crasi tra il recupero delle facciate in mattoni e un minimalismo rigoroso negli interni, con geometrie in vetro e metallo che rimandano alla lezione del maestro veneziano Carlo Scarpa. A sancire questa unione è il nuovo ponte pedonale, con finiture in pietra d’Istria e un corrimano in legno che richiama un remo. Un manufatto che Lissoni definisce “non semplicemente una macchina per trasportare persone, ma un ponte culturale, ideale”. Lo spazio è un incubatore che affianca la collezione permanente del marchio alle mostre contemporanee. Un luogo dove l’industria si spoglia del concetto di lusso per abbracciare l’impegno civico e intellettuale, trovando nel suo giardino antistante la Salute il rifugio perfetto per concludere il viaggio. Gli spazi ospitano fino al 28 giugno 2026 la mostra WAVES, curata da Sergio Risaliti e Cristiano Seganfreddo, un percorso multisensoriale che fonde le opere di artisti come Lucio Fontana, Alexander Calder e Tony Cragg con i paesaggi olfattivi di Xerjoff e quelli sonori di Glauk, declinando il tema dell’onda come metafora di energia e trasformazione per la città d’acqua.
L'articolo L’arte nascosta nei giardini segreti di Venezia: da Flora Fantastica al Redentore, il filo verde della Biennale 2026 proviene da Il Fatto Quotidiano.