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America needs the trust of its friends, not its adversaries

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APEC and Quad Ministerial Meetings
Etiopía felicitó a Modi por más tiempo de gestión en India
Addis Abeba, 10 jun (Prensa Latina) El primer ministro de Etiopía, Abiy Ahmed, felicitó hoy a su homólogo de la India, Narendra Modi, por convertirse en el primero con más tiempo de gestión en esa nación surasiática.
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Industria del cine de India de luto con deceso de realizador tamil
Nueva Delhi, 10 jun (Prensa Latina) La industria cinematográfica de India se encuentra de luto hoy por el fallecimiento del destacado cineasta tamil Bharathiraja, a los 85 años de edad tras una larga enfermedad.
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Varanasi, primera ciudad de India en modelo de vuelos Easy Connect
Nueva Delhi, 10 jun (Prensa Latina) India anunció hoy que Varanasi resulta la primera ciudad en el país, en integrarse al modelo de vuelos Easy Connect, que facilita una conexión fluida desde esa urbe hacia destinos de todo el mundo.
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Narendra Modi primer ministro con más tiempo de gestión en India
Nueva Delhi, 10 jun (Prensa Latina) El primer ministro Narendra Modi se convirtió hoy en el jefe de Gobierno electo con mayor tiempo de mandato en la historia de la India, con alrededor de 12 de años en el poder.
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L’Italia può essere il ponte tra Europa e India
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Le dimensioni contano. È naturale, allora, che la visita a Roma del primo ministro del Paese più popoloso del mondo conti parecchio. Ricevere Narendra Modi implica un segnale preciso: vogliamo ampliare, e di molto, lo spettro dei nostri partner strategici e facendolo puntiamo ai massimi livelli. Scherzando, si potrebbe dire che quando i capi dei governi italiano e indiano si incontrano rappresentano oltre un miliardo e mezzo di cittadini. Sappiamo che si tratta di una visione distorta, ma il diverso peso demografico dei due Paesi non solo indica un motivo di complementarietà, ma soprattutto nasconde più importanti aspetti di sinergia economica e anche politica (del resto l’intreccio tra le due dimensioni è inestricabile).
Anche per l’India la visita di Modi è significativa. Basti pensare alla straordinaria eco mediatica degli incontri romani dettata certamente dalle dimensioni del Paese, ma che comunque è un dato di fatto che letteralmente pesa, soprattutto in un sistema democratico nel quale i cittadini votano (e sempre di più producono e consumano). Alcuni numeri sono impressionanti: si calcola che circa cinquecento testate abbiano pubblicato l’articolo scritto insieme da Meloni e Modi, che trovate anche all’interno di questo giornale. Questo può significare centinaia di milioni di potenziali lettori. Certamente i post con le foto dei due leader, il duo #Melodi, ottengono milioni di visualizzazioni. C’è un aspetto pop in tutto ciò, ma va considerato con rispetto perché questa è la combinazione tra la “chimica” tra i responsabili dei governi, che continua (per fortuna) a valere anche nell’era del dominio tecnologico, e il ruolo che comunque le democrazie, per quanto imperfette, assegnano ai cittadini.
Quale ruolo, allora, per India e Italia nel grande disordine mondiale? Tutto inizia col salto di qualità del 2023, nel primo anno del governo di Giorgia Meloni, col superamento di un rapporto fino ad allora inadeguato al livello dei due Paesi. Dopo ben sedici anni abbiamo rotto il ghiaccio: nel marzo di quell’anno ho accompagnato la nostra presidente del Consiglio nella prima visita in India di un nostro capo di governo dopo molti, troppi, anni. Nel settembre del 2023 Meloni torna in India per il vertice del G20. In quella occasione Italia e India lanciarono con altri partner la rete di connettività Imec. La parola d’ordine era differenziare: occorre il maggior numero possibile di partner rilevanti come l’India, il paese più popoloso del mondo e, tra i grandi, quello che cresce con i ritmi maggiori.
Da allora molto è cambiato – il 7 ottobre e la guerra di Gaza che a poche settimane dalla firma del memorandum di Imec di fatto ne hanno a lungo (e non a caso) congelato l’attuazione – poi la nuova guerra del Golfo con il blocco dello Stretto di Hormuz che si aggiunge alle minacce Houthi all’imbocco del Mar Rosso. Ma tutto questo non fa che rafforzare gli obiettivi di aprire nuove opzioni, offrire ridondanza. Soprattutto, nel gennaio scorso, l’accordo di libero scambio tra Unione europea e India ha aperto la possibilità di un raddoppio dell’interscambio. Quindi di nuove rotte e infrastrutture tra l’India e l’Europa diventano un’esigenza ineludibile. E Roma può essere il ponte tra Europa e India.
nche per l’India c’è lo stesso obiettivo comune che rende importante il rapporto bilaterale: differenziare. Nell’era dell’incertezza caotica è fondamentale alleggerire i condizionamenti che limitano le opzioni e in definitiva la sovranità dei governi. Occorre rendersi più indipendenti in un mondo che – malgrado il cambiamento profondo della globalizzazione – rimane caratterizzato dalle interdipendenze. Questo si ottiene non con l’isolamento dei dazi, ma attraverso la diversificazione dei partner, partendo dai più rilevanti. Importante quindi la scelta del governo Meloni di puntare sull’India, un gigante giovane e quindi sempre più innovativo che punta a diventare protagonista nelle nuove tecnologie, dallo spazio all’intelligenza artificiale. Le stesse considerazioni sono state presenti a New Delhi nel puntare sull’Europa. Ma proprio perché la parola d’ordine è differenziare occorre evitare un rapporto esclusivo con l’oggetto della nostra differenziazione: occorre allargare l’orizzonte dei rapporti, meglio se insieme. Ed ecco la prospettiva di un impegno comune di Italia e India in Africa che si colloca nel contesto del nostro Piano Mattei.
Le visioni più ampie, possibilmente condivise, devono appunto essere la caratteristica di nazioni con ambizioni strategiche. La visita di Modi rappresenta il consolidamento di una visione comune, quella dell’Indo-Mediterraneo. Questa per me è una soddisfazione personale perché da anni sostengo la necessità di superare la formula del “Mediterraneo allargato”, che probabilmente è stata utile nel contesto interno (ad esempio per la nostra Marina Militare con la legge navale), ma è rimasta poco comprensibile fuori dai nostri confini. Occorre invece passare a formule chiare e per così dire vendibili. Così è il concetto di Indo-Mediterraneo. Una visione ormai ampiamente adottata, che si aggancia a quella di Indo-Pacifico lanciata con successo dall’allora primo ministro giapponese Shinzo Abe.
Anche Meloni e Modi hanno sottolineato questa visione che del resto ha inquadrato la conferenza dedicata a Imec tenutasi a marzo a Trieste. Questa iniziativa, promossa dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, è stata la più importante finora organizzata su questo tema anche perché ha coinvolto molte imprese. Il ministro Tajani lo scorso anno ha promosso tre Business Forum ai quali hanno partecipato numerosi imprenditori, e il ministro della Difesa Guido Crosetto è andato recentemente in India perché dal punto di vista della sicurezza New Delhi è ormai protagonista degli equilibri internazionali. Questo vuol dire passare dalla visione all’azione, ed è coerente con le dichiarazioni di Giorgia Meloni, che ha insistito con la parola lavoro. Abbiamo una visione, ora dobbiamo metterla in pratica. È questa la sintesi dell’intervento pubblico di Meloni al vertice, quando ha citato un proverbio indiano: «Parishram safalta ki kunji hai», ovvero «il duro lavoro è la chiave del successo».
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- Strategic Culture Foundation

- L’India, la guerra in Medio Oriente e un grande problema da risolvere prima di Delhi 2026
L’India, la guerra in Medio Oriente e un grande problema da risolvere prima di Delhi 2026
Le crisi mediorientali del 2026 segnano un momento di discontinuità strutturale nella politica estera indiana.
Attore strategico nella regione
In vista della sessione plenaria dei BRCS+ a Delhi, occorre inquadrare più nel dettaglio il ruolo dell’India, che quest’anno ricopre la presidenza, negli scenari più caldi di questo periodo.
Negli ultimi tre decenni, l’India ha progressivamente e profondamente trasformato il proprio ruolo nel sistema mediorientale, transitando da semplice partner commerciale ed energetico a protagonista geopolitico e geoeconomico di crescente rilevanza. Questo processo, avviato contestualmente alla fine della Guerra Fredda e alle riforme economiche degli anni Novanta, ha condotto Nuova Delhi a ridefinire i fondamenti epistemologici della propria politica estera: da un modello ispirato ai principi del Movimento dei Non Allineati a un approccio pragmatico, multilaterale e selettivamente assertivo verso una regione percepita come strutturalmente indispensabile alla proiezione internazionale indiana.
Dal punto di vista geoeconomico, il Medio Oriente si è consolidato come il principale bacino di approvvigionamento energetico dell’India. La rapida crescita industriale e demografica ha generato una domanda di idrocarburi senza precedenti, rendendo di interesse strategico prioritario le relazioni con Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iran, Qatar e Iraq. Parallelamente, le monarchie del Golfo hanno assunto la funzione di partner finanziari strutturali: i fondi sovrani hanno convogliato miliardi di dollari nei settori delle infrastrutture, della logistica, della transizione energetica e delle tecnologie avanzate dell’economia indiana.
La dimensione umana costituisce un ulteriore elemento di primaria rilevanza analitica. A partire dagli anni Novanta, milioni di lavoratori indiani si sono stabiliti nei Paesi del Golfo, dando origine a una delle più estese diaspore del mondo contemporaneo. Gli espatriati indiani rappresentano oggi una componente essenziale delle economie del Golfo, mentre le rimesse da essi inviate in patria costituiscono una fonte cruciale di stabilità macrofinanziaria per l’India. Tale interdipendenza strutturale ha progressivamente orientato la diplomazia di Nuova Delhi verso una crescente attenzione alla sicurezza regionale e alla protezione consolare dei propri cittadini.
Sul piano geopolitico, l’India ha perseguito una strategia di bilanciamento tra attori spesso antagonisti. Storicamente vicina ai Paesi arabi e sostenitrice della causa palestinese nel quadro del Non Allineamento, Nuova Delhi ha gradualmente intensificato le relazioni con Israele dopo la normalizzazione diplomatica del 1992. Nel corso degli anni Duemila, Israele è diventato uno dei principali fornitori di tecnologia militare e sistemi di difesa, dando vita a una cooperazione strategica progressivamente approfondita nei settori della sicurezza, dell’intelligence e dell’innovazione tecnologica duale.
Contestualmente, l’India ha mantenuto relazioni funzionali con l’Iran, identificato come partner geostrategico per l’accesso all’Asia Centrale e all’Afghanistan, in alternativa alle rotte terrestri pakistane. Il progetto del porto di Chabahar, sostenuto da Nuova Delhi, rappresenta l’espressione più emblematica di questa visione: un corridoio logistico pensato per aggirare il Pakistan e per contrastare l’espansione dell’influenza cinese nella regione, nell’ambito della Belt and Road Initiative.
Negli anni più recenti, l’India ha ulteriormente rafforzato la cooperazione con le monarchie del Golfo anche sul piano politico-securitario. Accordi bilaterali in materia di difesa, lotta al terrorismo, cybersicurezza, investimenti infrastrutturali e transizione energetica hanno consolidato il profilo di Nuova Delhi come interlocutore affidabile e autonomo. Un indicatore significativo di questa evoluzione è l’ingresso dell’India in nuove architetture multilaterali regionali, tra cui il formato I2U2 — India, Israele, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti — concepito per promuovere integrazione economica, tecnologica e strategica tra i suoi membri.
È all’interno di questo contesto di lungo periodo che deve essere compresa la trasformazione della politica indiana nel Medio Oriente contemporaneo e la sua crescente assertività diplomatica negli scenari di crisi del 2026.
Multi-allineamento e tentativi di posizionamento bilanciato
Prima di procedere all’analisi empirica, dobbiamo inquadrare teoricamente la strategia adottata da Nuova Delhi. Il concetto di multi-allineamento, già impiegato fra le medie potenze emergenti, comporta una postura internazionale che rifiuta sia il non-allineamento passivo sia l’integrazione esclusiva in blocchi di alleanza, optando invece per una rete flessibile e contestuale di relazioni privilegiate con attori diversi e talvolta antagonisti.
Nel caso indiano, tale approccio affonda le proprie radici nella tradizione nehruviana dell’autonomia strategica, reinterpretata in chiave pragmatica dalle successive amministrazioni. Mentre la dottrina originaria privilegiava la distanza equidistante dai blocchi, il multi-allineamento contemporaneo implica un coinvolgimento selettivo e simultaneo con più poli di potere, calibrato in funzione degli interessi nazionali settoriali. L’India intrattiene pertanto relazioni di difesa approfondite con gli Stati Uniti attraverso il Quadrilateral Security Dialogue (QUAD), mantiene partenariati energetici e commerciali significativi con la Russia, coltiva relazioni economiche strutturali con la Cina e, contestualmente, proietta influenza nel Medio Oriente attraverso molteplici canali bilaterali e multilaterali. Più posizioni in contemporanea, talvolta non facili da gestire.
Le crisi mediorientali del 2026 hanno sottoposto questo modello a una pressione senza precedenti. L’escalation simultanea su più fronti ha reso sempre più difficile la tradizionale neutralità tattica, obbligando Nuova Delhi ad assumere posizioni più esplicite pur cercando di preservare la propria autonomia decisionale. L’esito di questa tensione strutturale è una forma di multi-allineamento dinamico, in cui le priorità relative tra i diversi assi di partenariato vengono ridefinite in funzione dell’evoluzione congiunturale.
Un passaggio importante è stato sicuramente il cambiamento di relazioni con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Una virata dalla intesa alla competizione. L’intesa tra Riyadh e Abu Dhabi, per anni considerata il pilastro portante della stabilità del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), si è progressivamente trasformata in una competizione strategica aperta, con implicazioni destabilizzanti per l’intero sistema regionale. La frattura, latente da anni in ragione di divergenti visioni geopolitiche e ambizioni egemoniche, è emersa in modo inequivocabile nel dicembre 2025, quando il Consiglio di Transizione del Sud (STC), sostenuto dagli Emirati, ha avviato un’offensiva nelle province yemenite di Hadhramaut e al-Mahra. L’Arabia Saudita ha interpretato tale espansione come una minaccia diretta alla propria sicurezza meridionale e come la manifestazione di un disegno emiratino volto alla creazione di un’entità separatista filo-Abu Dhabi nello spazio yemenita.
Questa tensione si è rapidamente estesa ad altri teatri regionali, assumendo i caratteri di una rivalità sistemica. In Sudan, la competizione tra le due monarchie ha contribuito ad alimentare la guerra civile: gli Emirati Arabi Uniti hanno sostenuto le Forze di Supporto Rapido (RSF) per il controllo di rotte commerciali strategiche e risorse aurifere, mentre Riyadh ha appoggiato le Forze Armate Sudanesi (SAF). Divergenze profonde sono emerse anche rispetto al dossier israeliano: Abu Dhabi ha progressivamente intensificato la cooperazione militare e di intelligence con Tel Aviv nell’ambito degli Accordi di Abramo, mentre l’Arabia Saudita ha interpretato tale avvicinamento come una minaccia alla propria preminenza regionale, rafforzando di conseguenza i legami con Pakistan e Turchia.
Per l’India, questa dinamica ha richiesto l’elaborazione di una strategia di gestione estremamente sofisticata. Nuova Delhi si è trovata nella necessità di preservare relazioni economiche e securitarie con entrambe le monarchie del Golfo, evitando al contempo di essere percepita come allineata con l’una o con l’altra. Un passaggio di particolare rilievo analitico è rappresentato dal ritiro formale degli Emirati Arabi Uniti dall’OPEC, avvenuto nel maggio 2026, dopo quasi sessant’anni di adesione al cartello petrolifero. La decisione di Abu Dhabi, motivata dall’insofferenza verso le quote produttive determinate in prevalenza dall’influenza saudita, ha ridimensionato il peso collettivo del cartello e ha rafforzato la posizione negoziale dei grandi Paesi importatori, tra i quali l’India occupa un ruolo di primo piano.
Il governo indiano ha colto con prontezza questa finestra di opportunità geopolitica. Nell’aprile 2026 ha importato circa 620.000 barili giornalieri di petrolio emiratino, non soggetto ai vincoli delle quote OPEC, una quantità corrispondente a circa il 10-14% delle importazioni petrolifere totali del Paese. Le transazioni sono state inoltre facilitate attraverso meccanismi di pagamento in rupie e dirham, riducendo la dipendenza dal dollaro statunitense e limitando l’esposizione dell’India alla volatilità dei mercati finanziari occidentali. Tale scelta riflette non soltanto una logica di diversificazione dei fornitori, ma anche una strategia di de-dollarizzazione progressiva degli scambi energetici, coerente con le tendenze più ampie dell’economia politica internazionale.
Parallelamente, al fine di evitare che Riyadh interpretasse l’intensificazione dei rapporti con Abu Dhabi come un segnale ostile, l’India ha contestualmente rafforzato la cooperazione economica con l’Arabia Saudita, ottenendo impegni di investimento pari a 10 miliardi di dollari destinati a progetti di idrogeno verde sul territorio indiano. Questa duplice strategia di engagement selettivo illustra con efficacia i meccanismi operativi del multi-allineamento dinamico: Nuova Delhi non sceglie tra i propri partner, ma calibra l’intensità relazionale in funzione degli interessi contingenti, mantenendo aperti tutti i canali diplomatici ed economici.
Tentativi di diplomazia geoeconomica nella crisi iraniana
L’ampliamento dell’intervento militare israelo-statunitense contro l’Iran ha prodotto shock di vasta portata anche per l’economia indiana. Per l’India, che dipende da fonti esterne per circa l’88% del proprio fabbisogno di petrolio greggio e per il 90% del GPL, la situazione ha richiesto l’adozione di misure di risposta tempestive e articolate. La crisi ha inoltre minacciato uno dei progetti infrastrutturali più significativi della strategia geoeconomica indiana: il porto iraniano di Chabahar, concepito come corridoio logistico alternativo per collegare l’India all’Afghanistan e all’Asia Centrale senza transitare attraverso il territorio pakistano, e al contempo per ridimensionare la rilevanza del porto cinese di Gwadar nell’ambito della Belt and Road Initiative. Il 26 aprile 2026, alla scadenza della deroga alle sanzioni statunitensi che proteggeva le attività indiane a Chabahar, Nuova Delhi ha adottato una soluzione di carattere pragmatico che merita una riflessione analitica approfondita. Per evitare l’esposizione a sanzioni secondarie da parte di Washington, l’India ha formalmente ridotto la propria partecipazione diretta nel porto, trasferendo parte delle quote operative a soggetti giuridici iraniani locali. Attraverso questa soluzione strutturale, Nuova Delhi ha mantenuto il ruolo operativo e gestionale della struttura portuale senza apparire come proprietaria diretta delle infrastrutture soggette a restrizioni, riuscendo così a preservare il valore strategico dell’asset pur accettandone una temporanea contrazione delle attività commerciali. Questa soluzione illustra con chiarezza la capacità indiana di operare nell’ambito di vincoli normativi internazionali attraverso soluzioni giuridicamente creative, senza rinunciare ai propri obiettivi strategici di fondo.
Per capirci meglio, l’approccio adottato da Nuova Delhi rispetto alla crisi iraniana riflette più in generale una visione geoeconomica della politica estera: la difesa degli interessi nazionali avviene primariamente attraverso strumenti economici, logistici e commerciali, piuttosto che mediante prese di posizione diplomatiche formali che rischierebbero di compromettere equilibri relazionali faticosamente costruiti nel tempo. E questo principio è coerente nel corso degli anni, con qualsiasi attore dello scenario.
Il problema chiamato “Israele”
C’è però una nota dolente, che spesso il grande pubblico imputa come un peccato originale dell’India contemporanea: il sostegno a Israele. Con il progressivo deterioramento dell’ordine regionale mediorientale, l’India ha operato una ridefinizione profonda della propria posizione diplomatica nel Levante e la transizione da una neutralità prudente a una collaborazione strategica più esplicita con Israele è divenuta manifesta durante la visita ufficiale del Primo Ministro Narendra Modi in Israele, svoltasi il 25-26 febbraio 2026. Si è trattato del primo intervento di un capo di governo indiano alla Knesset nel pieno di un conflitto regionale attivo, un gesto di rottura rispetto alla tradizionale riservatezza indiana sullo scacchiere levantino, carico di significato simbolico e politico.
La partnership indo-israeliana copre oggi un ampio spettro di domini: dalla cooperazione tecnologica avanzata alla condivisione di intelligence, dalla produzione congiunta di sistemi militari alla collaborazione in materia di cybersicurezza e difesa missilistica. Israele interpreta questa collaborazione come parte di una più ampia architettura di relazioni con democrazie non occidentali orientate a condividere capacità di deterrenza contro attori revisionisti. Per l’India, il valore aggiunto del partenariato con Tel Aviv risiede soprattutto nell’accesso privilegiato a tecnologie militari avanzate che contribuiscono ad alimentare la strategia di modernizzazione delle Forze Armate e di riduzione della dipendenza dalla tradizionale catena di fornitura russa.
Tuttavia, questo avvicinamento comporta significativi rischi diplomatici che la leadership indiana è chiamata a gestire con estrema cautela. L’Iran considera con crescente sospetto l’asse tra Nuova Delhi e Tel Aviv, interpretandolo come una forma di endorsement implicito delle strategie occidentali volte all’isolamento della Repubblica Islamica. Tale percezione potrebbe erodere progressivamente il tradizionale ruolo dell’India come interlocutore equilibrato nella regione e favorire un maggiore avvicinamento tra Teheran e Islamabad, con potenziali ripercussioni sulla stabilità del confine nord-occidentale indiano. Parallelamente, il legame sempre più visibile con Israele obbliga Nuova Delhi a gestire con accuratezza le relazioni con le monarchie del Golfo. In questi Paesi risiedono oltre 10 milioni di lavoratori indiani, che inviano annualmente in patria circa 45 miliardi di dollari in rimesse: una componente di assoluto rilievo per la stabilità finanziaria e la coesione sociale di intere regioni dell’India. Le opinioni pubbliche dei Paesi del Golfo mostrano una sensibilità elevata rispetto alla questione palestinese, il che rende politicamente delicato per le monarchie della penisola arabica mantenere relazioni di piena normalità con un’India che appaia eccessivamente allineata con la posizione israeliana.
La protezione dei cittadini indiani all’estero rappresenta una priorità strategica che ha assunto crescente rilevanza nel quadro della politica estera di Nuova Delhi. Un caso di studio particolarmente significativo è offerto dall’Operazione Sindhu, condotta tra il 18 e il 27 giugno 2025: nelle prime fasi dell’escalation militare nella regione, con la chiusura dei principali spazi aerei, il Ministero degli Esteri indiano ha coordinato l’evacuazione di 4.429 cittadini dall’Iran. Attraverso percorsi terrestri che conducevano in Armenia, seguiti da voli charter da Yerevan a Nuova Delhi, l’operazione si è conclusa senza vittime, dimostrando le considerevoli capacità logistiche e operative della macchina diplomatico-consolare indiana. Permane, però, il rischio che un conflitto prolungato possa destabilizzare i mercati del lavoro del Golfo, con conseguenze economiche severe per le regioni indiane storicamente dipendenti dalle rimesse degli emigrati. La tutela della diaspora non è dunque soltanto una questione di protezione consolare, ma una variabile strutturale della politica estera indiana, intrecciata con la stabilità finanziaria interna e con i calcoli geostrategici di lungo periodo.
Quale ruolo nel Medioriente multipolare?
Le crisi mediorientali del 2026 segnano un momento di discontinuità strutturale nella politica estera indiana. Di fronte al deterioramento della coesione intra-GCC, alle conseguenze geopolitiche della guerra in Iran e alla ridefinizione dell’architettura di sicurezza regionale, l’India ha progressivamente abbandonato la tradizionale neutralità passiva, optando per una strategia di multi-allineamento più dinamica, assertiva e articolata. La gestione simultanea della frattura saudita-emiratina, dell’escalation iraniana e del rafforzamento del partenariato con Israele configura un approccio di politica estera di crescente sofisticazione, che combina strumenti economici, diplomatici e securitari in una logica integrata.
Lo sfruttamento delle nuove dinamiche energetiche conseguenti al ritiro emiratino dall’OPEC, la soluzione pragmatica adottata per preservare le attività nel porto di Chabahar nonostante le pressioni sanzionatorie statunitensi, e il consolidamento della cooperazione militare e tecnologica con Israele illustrano concretamente come Nuova Delhi stia cercando di proteggere la propria crescita economica dall’instabilità strutturale della regione, senza tuttavia rinunciare alla propria autonomia strategica.
Il successo di lungo termine di questa strategia dipenderà dalla capacità indiana di navigare le contraddizioni del nuovo ordine multipolare senza compromettere gli equilibri diplomatici necessari a tutelare i propri interessi fondamentali: la sicurezza energetica, la protezione della diaspora, l’accesso ai mercati e alle tecnologie avanzate. In questo senso, la trasformazione della politica indiana nel Medio Oriente non è soltanto la risposta contingente a una stagione di crisi, ma la manifestazione di un progetto strategico più ampio: quello di un’India che aspira a essere riconosciuta come potenza globale responsabile e indispensabile, capace di proiettare influenza nei teatri più complessi del sistema internazionale contemporaneo.
In prospettiva, la ricerca futura dovrà approfondire in particolare le dinamiche di interazione tra la proiezione mediorientale dell’India e le sue relazioni con le altre grandi potenze — Stati Uniti, Cina e Russia — nel tentativo di valutare se il multi-allineamento dinamico possa costituire un modello replicabile e sostenibile nel lungo periodo, o se piuttosto le pressioni sistemiche dell’ordine bipolare emergente tenderanno a ridurre progressivamente i margini di manovra di cui i politici di Nuova Delhi hanno finora saputo avvalersi con notevole abilità.
13-year-old missing from Vendas Novas located in India
A bizarre case of 13-year-old disappearing from Vendas Novas in Portugal- and subsequently being found in India, close to the border with Pakistan – hints at an ‘alternative system’ potentially
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Weather tracker: Monsoon season brings vital rainfall to parts of Asia
India declares onset as up to 280mm of rain falls in 72 hours in Kerala, while downpours hit south-west Thailand
The monsoon season has officially begun in parts of Asia, marking the start of a period of enhanced rainfall vital to the region’s economy.
The south-west monsoon begins each year as a consequence of a growing temperature difference between the Asian land mass and the Indian Ocean. Through spring, the land heats up more rapidly than the surrounding sea, creating a pressure difference that draws moisture-laden ocean air inland. Once this contrast reaches a critical point, the humid air pushed over the continent rises, condenses into cloud and unleashes intense rainfall across the region.
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© Photograph: Debajyoti Chakraborty/NurPhoto/Shutterstock

© Photograph: Debajyoti Chakraborty/NurPhoto/Shutterstock

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- New Eastern Outlook
- Norway’s Quiet Multipolar Move: Why Western Media Ignored Modi’s Historic Visit to Oslo
Norway’s Quiet Multipolar Move: Why Western Media Ignored Modi’s Historic Visit to Oslo
- The Guardian - World news

- Missing Melbourne teacher allegedly drugged and murdered by brother in India
Missing Melbourne teacher allegedly drugged and murdered by brother in India
Sunil Sharma disappeared in Punjab state on 22 May, with police arresting four people, including his brother
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An Australian teacher who went missing in India for two weeks was allegedly murdered by his brother over a property dispute, police say.
Melbourne maths teacher Sunil Sharma disappeared on 22 May after he travelled to Amritsar, in India’s north-western Punjab state.
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© Photograph: PR IMAGE

© Photograph: PR IMAGE

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- The Guardian - World news

- ‘What if all cockroaches came together?’ The youth movement threatening to shake up India’s politics
‘What if all cockroaches came together?’ The youth movement threatening to shake up India’s politics
Cockroach Janta party began as online joke but is growing into one of the most unexpected challenges to country’s rightwing government
The call out to the youth of India was simple: “Get ready to swarm the streets of Delhi with peaceful and loving dissent.” They came in their thousands.
The weekend marked the first public protest of the Cockroach Janta party (CJP), a movement that began as an online joke, but which has swiftly grown into one of the most unexpected challenges to the indomitable power of the country’s rightwing Narendra Modi government – driven by millions of discontented and disillusioned young people.
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© Photograph: Arun Sankar/AFP/Getty Images

© Photograph: Arun Sankar/AFP/Getty Images

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Calor extremo põe à prova a produção recorde de leite da Índia
Aviation industry looks skywards as leaders fly in for Rio summit
Oil tankers may be stuck behind strait of Hormuz, but holding the Iata AGM in Brazil defies warnings of impending shortages
Nothing says jet fuel crisis, as one prospective attender put it, like flying everyone to Rio de Janeiro. Aviation leaders will converge in Brazil this weekend for the Iata AGM, the annual global airline summit, with the industry still, for the most part, looking resolutely skyward.
The oil tankers may still be stuck behind the strait of Hormuz as the conflict between the US, Israel and Iran flickers on, but for now, airlines continue to defy dire warnings of impending shortages which had stoked fears of a summer of chaos for European holidaymakers.
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© Photograph: Nature Picture Library/Alamy

© Photograph: Nature Picture Library/Alamy

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India Flexes Muscles in Turkey’s Backyard: A New Front in the Middle East
L’Italia può essere la chiave di volta del progetto Imec
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Mai come di questi tempi vi è un bisogno impellente di costruttori e saldatori, per creare e rafforzare sinergie e connessioni. Gli scenari sono in continuo mutamento – basti guardare al Medio Oriente – e in tale clima d’incertezza, di tensioni e conflittualità, le relazioni tra i Paesi contano. La crisi dello Stretto di Hormuz sta dimostrando che l’Iran, per quanto non sia dotato di una marina paragonabile a quella di altri Paesi occidentali, può bloccare uno dei più strategici passaggi del traffico commerciale mondiale e mettere in seria difficoltà i nostri approvvigionamenti e le nostre economie.
È una crisi, però, che ci dimostra anche quanto il Mediterraneo sia al centro delle rotte di tutto il mondo. Allora, alla luce dell’attualità, si comprende quanto lungimirante sia stato il governo Meloni, fin dal suo insediamento, a spingere per tracciare una nuova via dall’Indo-Pacifico al Mare Nostrum. Il Corridoio infrastrutturale ed economico che collegherà le città portuali dell’India, del Medio Oriente e dell’Europa, Imec, è un progetto dal potenziale gigantesco. L’obiettivo è semplice: stabilizzare le connessioni, per generare una nuova, diffusa, prosperità tra le nostre regioni.
Imec è la chiave per unire, finalmente, tanti punti di convergenza globali. Perché se è vero che tutti i mari del mondo sono collegati tra loro come narra l’epica antica, è altrettanto vero che le dimensioni dell’Indo-Pacifico, del Mediterraneo, dell’Atlantico sono interconnesse. Forgiare nuove rotte è una sfida. Consolidarle altrettanto. Gli Stati Uniti sono ben consci dell’importanza di una maggior cooperazione nell’Indo-Pacifico. Non a caso, il Segretario di Stato statunitense Rubio ha guidato, come primo passo ufficiale, la riunione del Quad, il Dialogo quadrilaterale di sicurezza tra Stati Uniti, Australia, India e Giappone.
L’Italia, poi, grazie alla sua posizione geografica, non può che essere il connettore perfetto con l’Indo-Pacifico, trovandosi al centro dello sviluppo economico, sociale, culturale, politico del Mediterraneo. Nel 2023, Roma e Washington sono stati tra i primi firmatari con Nuova Delhi di questa ambiziosa iniziativa. Oggi è ancora più forte il convincimento, a tre anni di distanza, che si è trattato di una scelta giusta.
Imec potrà essere un elemento d’unione tra le regioni, un vero e proprio nuovo asse globale per le nostre economie, per le risorse energetiche e per la rete di comunicazioni. Il Corridoio risponderà a quell’incertezza per il commercio globale che iniziative come la Belt and Road Initiative, o le politiche di coercizione di Pechino, generano, o ancora, risponderà anche alla turbolenza che Paesi come l’Iran diffondono a macchia d’olio.
Imec infatti vuole essere una risposta alla necessità occidentale di maggiore indipendenza e al bisogno di mettersi in sicurezza. Grazie al Corridoio, l’impulso a settori come la logistica, il digitale, o ancora la collaborazione culturale e scientifica, potrà essere significativo. Sarà anche un’ulteriore opportunità di integrazione per il continente africano, e ancora una volta, qui, il ruolo di primissimo piano dell’Italia, grazie al Piano Mattei del Governo Meloni, è evidente.
Queste sono solo alcune delle tante, ottime, ragioni per promuovere, come terminale in Europa di Imec, il porto italiano di Trieste. Oltre a essere da sempre un crocevia di culture e saperi, Trieste ha caratteristiche strategiche assolutamente uniche. Innanzitutto, rispetto ad altri approdi, Trieste costituisce una porta diretta sull’intera Europa, indipendente da ogni ingerenza. Si collega perfettamente, infatti, al cuore industriale del continente europeo con ben quattro Corridoi Strategici (Mediterraneo, Reno-Alpi, Scandinavo-Mediterraneo e Baltico-Adriatico) e all’Europa orientale, in particolare alla regione baltica. Il timing c’è. La stabilità politica del governo Meloni ha tracciato un solco deciso, che auspichiamo tutti resti ben visibile e sempre più profondo.
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Il corridoio economico che sfida la Via della seta cinese
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La visita ufficiale in Italia del Primo ministro dell’India Narendra Modi dello scorso 19-20 maggio a Roma, gli incontri con il Presidente Sergio Mattarella, e l’ampio incontro bilaterale con la Premier Giorgia Meloni hanno sancito una nuova fase dei rapporti fra Italia e India, elevando la relazione fra i due Paesi al livello di un partenariato strategico speciale. È stata la prima missione in Italia di un Primo ministro dell’India da ventisei anni e, accanto al rilancio a tutto campo delle relazioni politiche, economiche e commerciali, il vertice è stato anche l’occasione per fare il punto sul grande progetto strategico di connessione fra Europa, Golfo e India, di cui ci occupiamo in questo numero speciale de Linkiesta: il progetto di Imec.
Il progetto del Corridoio economico India-Medio Oriente-Europa (Imec) nasce durante il summit del G20 di New Delhi del 9-10 settembre 2023 su iniziativa di un gruppo di Paesi promotori: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Francia, Germania, India, Italia, Stati Uniti e Unione europea.
L’idea è semplice e rivoluzionaria: creare una grande connessione mare-ferrovia-mare fra l’Indo-Pacifico e il Mediterraneo unendo l’India con i Paesi del Golfo, Israele e l’Unione europea con il suo ampio sistema portuale, a cominciare dai porti del Pireo e di Trieste.
Il progetto si fonda su alcuni fatti già concreti oggi e su alcune scommesse strategiche: il partenariato strategico fra India ed Emirati Arabi Uniti; l’Accordo di Libero Scambio e la Partnership su Difesa e Sicurezza fra Unione europea e India siglati a Delhi il 27 gennaio 2026; l’ulteriore estensione degli Accordi di Abramo e un accordo di pace duraturo fra Israele e Arabia Saudita, fondamentali per la realizzazione della connettività e delle infrastrutture previste dal progetto; pace e sviluppo nel Grande Medio Oriente come alternativa all’esportazione sistematica di instabilità e terrorismo dell’Iran; bypassare le «strozzature» degli stretti di Bab el-Mandeb e Hormuz, costantemente minacciati; costruire un’alternativa al progetto della Via della Seta di Pechino e all’asse strategico fra le autocrazie di Cina, Iran e Russia.
Imec nasce all’interno della cornice politica di I2U2, il mini-Quad fra India, Israele, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti nato nell’ottobre del 2021, noto anche come Alleanza Indo-Abramitica (l’acronimo «I2U2» deriva dalle iniziali dei quattro Paesi: India e Israele – due «i» – più Stati Uniti (Usa) e Emirati Arabi Uniti (Uae) – due «u»).
I2U2 è un formato il cui punto di forza è la combinazione di capitale arabo, tecnologia israeliana, capacità produttiva indiana e influenza statunitense.
I progetti già messi in cantiere spaziano dal Corridoio alimentare India-Uae, con un investimento emiratino di oltre due miliardi di dollari per sviluppare catene di approvvigionamento e infrastrutture agricole in India, a progetti di energia rinnovabile, a cominciare dal parco solare da trecento megawatt (MW) in Gujarat, finanziato dagli Emirati con know-how tecnico israeliano, fino alla progettazione di quei corridoi multimodali di porti e ferrovie tra India, Medio Oriente e Mediterraneo che sono stati la base concettuale sulla quale è poi nata Imec nel 2023.
Ma il Corridoio India-Medio Oriente-Israele-Europa è qualcosa di più di un brillante progetto geo-economico: è uno spin-off degli Accordi di Abramo, quello straordinario accordo di pace fra Israele, Marocco, Emirati e Bahrein che sta già cambiando l’intera regione, mutando anche in profondità i paradigmi con i quali eravamo abituati a interpretare il Medio Oriente.
Il confronto storico fra sciiti e sunniti non è più sufficiente per spiegare la nuova realtà di un mondo islamico sempre più diviso tra «innovatori» e «conservatori»: da una parte chi vuole riformare l’Islam e renderlo pienamente compatibile con lo stato di diritto e la democrazia, dall’altra chi vorrebbe cancellare la presenza ebraica dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo e mantenere il Medio Oriente in una condizione di perenne conflitto fra Islam e Occidente.
L’alleanza fra sunniti di Hamas e sciiti di Hezbollah è l’altra faccia di questa medaglia, e gli Accordi di Abramo – da Avraham/Abramo/Ibrahim, patriarca del monoteismo per ebrei, cristiani e musulmani – rappresentano un incubo per chi vorrebbe cancellare Israele dalla faccia della terra.
Il progetto di Imec è stato poi rafforzato dall’Accordo di Libero Scambio (Als) tra Unione europea e India, firmato il 27 gennaio 2026, che ha fatto nascere un mercato integrato che coinvolge oltre due miliardi di esseri umani e un quarto del Pil globale.
Già da molti definito come «la madre di tutti gli accordi», l’intesa euro-indiana potenzierà l’interscambio bilaterale fra India ed Europa che già oggi supera i centottanta miliardi di euro annui.
Gli effetti dell’accordo saranno molto ampi: riduzione dei dazi doganali su oltre il novanta per cento degli scambi commerciali; facilitazioni per le imprese europee nell’accesso al mercato indiano; semplificazione burocratica con la riduzione dei costi di import/ export e semplificazione doganale. In più, l’accordo permetterà un’ampia cooperazione strategica nello sviluppo congiunto dell’IA, nei semiconduttori, nel settore della difesa e della sicurezza.
Imec è molto di più di una serie di infrastrutture di trasporto: attraverso la creazione di una rete multimodale di 4.800 chilometri di connessioni navali e ferroviarie ad alta velocità è in grado di unire i porti indiani di Mundra e Kandla, quelli emiratini di Fujairah e Jebel Ali, quelli sauditi di Dammam e Ras al Khair per poi giungere attraverso la Giordania e i territori palestinesi al porto israeliano di Haifa, hub strategico per connettere l’intera rete con i porti europei, a cominciare dal Pireo e Trieste.
La guerra nel Golfo ha reso evidenti i pericoli rappresentati dalle storiche strozzature geopolitiche dello Stretto di Hormuz e di Bab el-Mandeb. Il progetto di integrazione e nuova connessione fra India, Golfo, Israele ed Europa permetterà di bypassare definitivamente i due choke point, che da secoli rendono fragile l’economia globale.
La realizzazione di una rete infrastrutturale nel Golfo permetterà di unire Europa e India eliminando il condizionamento iraniano sugli stretti.
Attraverso lo stretto di Hormuz passa ancora oggi circa il venti per cento del petrolio mondiale trasportato via mare e l’accesso al Mar Rosso tramite lo stretto di Bab el-Mandeb è condizionato da un mix di minacce che spaziano dalla pirateria alle milizie Houthi, il proxy di Teheran in Yemen.
La nuova rete non sarà solo ferroviaria e sull’asse di Imec verrà realizzata anche una connettività energetica (gasdotti, solare e idrogeno) e una connessione digitale in grado di rappresentare un’importante opportunità di integrazione delle economie europee, del Medio Oriente e dell’Indo-Pacifico, distante e libera dai condizionamenti geopolitici delle autocrazie di Cina e Iran.
Il corridoio fra India e Mediterraneo ha uno dei suoi terminali strategici nel porto di Haifa, nel quale il gruppo indiano Adani ha già investito 1,2 miliardi di dollari e la partnership strategica fra India e Israele, con ampie relazioni politiche, economiche e militari ha rafforzato l’intero progetto.
La prospettiva di una pace strutturale e duratura fra Israele e i Paesi arabi del Golfo aveva purtroppo molti nemici. Durante gli stessi giorni del G20 a New Delhi (9-10 settembre 2023) i negoziati fra Arabia Saudita e Israele stavano compiendo rilevanti progressi e la possibilità che l’Arabia Saudita, custode dei luoghi più sacri dell’Islam di Mecca e Medina, potesse raggiungere un duraturo accordo di pace con Gerusalemme rappresentava per l’Iran e per i suoi alleati una possibilità da escludere con ogni mezzo possibile.
Questo è il contesto in cui è anche nato l’attacco terroristico del 7 ottobre 2023, con un obiettivo preciso: far saltare le trattative di pace allora in corso fra Riyadh e Gerusalemme per includere l’Arabia Saudita negli Accordi di Abramo.
India, Unione europea, Paesi del Golfo e Israele per aprire nuove prospettive economiche riducendo la dipendenza da Russia e Cina. Integrandosi con il Medio Oriente e con i mercati emergenti dell’India, l’Europa può non solo diversificare le proprie capacità economiche e tecnologiche, ma anche rafforzare le proprie politiche in materia di sostenibilità, cambiamento climatico e connettività digitale. Le innovazioni europee nelle tecnologie di navigazione autonoma sviluppate, insieme agli esperimenti nei sistemi di trasporto intelligenti, nei droni e in altri settori avanzati, richiedono possibilità di applicazione su larga scala, e l’Imec potrebbe offrire proprio questo tipo di opportunità. Sebbene il Medio Oriente stia attraversando una fase di forte conflittualità, Paesi come Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita guardano con interesse a investimenti produttivi e a una riorganizzazione della finanza e dei mercati regionali. Pur avendo subito attacchi da parte dell’Iran, entrambi intendono rafforzare la connettività regionale attraverso l’I2U2, riprendere le esportazioni energetiche e rilanciare gli accordi di libero scambio. Per l’India, che negli ultimi anni ha mantenuto una crescita economica superiore al sei o sette per cento, l’Imec promette un aumento delle esportazioni e una maggiore integrazione con i mercati europei ad alta tecnologia, oltre ad attenuare le preoccupazioni energetiche in caso di chiusura di Hormuz. Tuttavia, l’Imec deve ancora affrontare diversi ostacoli, tra cui il conflitto in Medio Oriente, l’armonizzazione degli standard nei trasporti e nei sistemi logistici. Negli ultimi tempi gli stakeholder sembrano aver avviato discussioni su questi temi, anche se una riduzione delle tensioni in Medio Oriente resta una condizione necessaria per la realizzazione dell’Imec. hanno tutto l’interesse a rilanciare il progetto di Imec anche per favorire la ripresa del dialogo fra Arabia Saudita e Israele, una delle chiavi per la costruzione di una pace duratura in tutto il Medio Oriente.
Oggi quell’ipotesi di pace è resa molto più difficile anche dall’accresciuta competizione fra Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, la cui divergenza strategica sta condizionando in modo significativo molti teatri del Grande Medio Oriente, dove emiratini e sauditi non solo competono, ma in alcuni casi sostengono indirettamente fazioni, milizie e gruppi armati antagonisti: in Sudan, nello Yemen, in Somalia e nel Corno d’Africa.
In conclusione, Imec può rappresentare una grande opportunità per Europa e India, ma anche per la rete delle democrazie europee e asiatiche, che otterrebbero beneficio da una crescente integrazione fra Mediterraneo e Indo-Pacifico e da un’accresciuta cooperazione fra Paesi che non condividono soltanto interessi economici e commerciali, ma anche valori fondamentali di libertà economica e politica.
In questo contesto, l’India può essere considerata una «chiave di volta» di quel nuovo Grande Gioco che sta mutando in profondità la nostra esistenza. Non c’è infatti un solo dossier nel quale non siano chiari i vantaggi di un’alleanza globale fra India e Occidente: la costruzione di percorsi alternativi alla Via della Seta di Pechino, a cominciare dal Corridoio economico India-Medio Oriente-Europa; la libertà di navigazione nell’Indo-Pacifico; il de-coupling e il de-risking da Pechino; la partnership per costruire una nuova stagione di cooperazione congiunta euro-indiana in Africa e nel Sud globale; la cooperazione avanzata nel settore della sicurezza e della difesa.
L’India può rappresentare un nuovo e solido pilastro sul quale l’Occidente può poggiare le proprie strategie di lungo periodo in una crescente integrazione fra la sfera mediterranea e quella dell’Indo-Pacifico.
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