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Architetta a Madrid. “In Italia si rimane stagisti a vita dentro qualche studio. Qui i giovani trovano contratti veri”

6 June 2026 at 14:06

A Madrid, dopo quasi trent’anni, Nicoletta Del Bufalo continua a sentirsi profondamente romana. “Sono innamorata della mia città”, racconta a ilfattoquotidiano.it. “Ho ancora casa a Roma e mantenerla è quasi un lusso personale”. Eppure la vita che lei, architetta di 65 anni, è riuscita a costruirsi in Spagna ammette che difficilmente avrebbe potuto realizzarla in Italia. Non soltanto sul piano professionale, ma anche in quello umano, familiare e quotidiano.

Nicoletta non parte giovanissima né spinta da una precarietà immediata. Arriva in Spagna intorno ai 35 anni, dopo un percorso già internazionale nel settore della consulenza per progetti legati alla Commissione europea. “Le ragioni del trasferimento furono personali, perché mio marito è spagnolo”, spiega. “Ma fu una coincidenza fortunata: l’azienda per cui lavoravo stava aprendo una sede a Madrid e io mi ritrovai qui senza conoscere praticamente nessuno e con uno spagnolo molto approssimativo”. Quello che trova, però, la colpisce subito. Non solo un mercato del lavoro aperto, ma un sistema che almeno ai suoi occhi premia davvero le competenze. “Io ne ho la certezza: qui contano più le capacità che le relazioni personali”, racconta. “In Italia tutto quello che avevo fatto era stato estremamente legato alle conoscenze. Qui invece non ho mai sperimentato tutto ciò, né nel lavoro né nella vita quotidiana”.

Nicoletta lavora ancora oggi per una multinazionale europea che si occupa di consulenze e valutazioni per enti pubblici. Un settore molto specializzato, fatto di gare pubbliche, concorsi, progetti con amministrazioni locali e istituzioni nazionali. “La possibilità di partecipare a concorsi pubblici, vincerli o perderli in totale trasparenza, è stata una delle differenze più grandi”, dice. “Se fai bene il tuo mestiere, ti fanno lavorare. Sembra banale, ma non lo è”. La distanza dall’Italia emerge soprattutto quando osserva le nuove generazioni di professionisti. “Conosco giovani architetti italiani che sono al ventesimo anno di schiavitù dentro qualche studio”, racconta amaramente. “Arrivano qui e trovano subito un contratto vero. Per noi fare un contratto è normale, è virtuoso. Non puoi tenere stagisti a vita”.

Oggi Nicoletta coordina un team di circa 25 persone a Madrid. Molti sono giovani. “Noi gli stagisti li teniamo massimo 6 mesi, pagati e seguendo tutte le regole del caso. Poi o crescono o fanno altro. Se non fai così, qui ti guardano male”. Una cultura professionale diversa da quella che, secondo lei, continua a dominare in Italia. “In Italia ormai sembra normale che un neolaureato debba sopravvivere con 600 o 700 euro al mese aspettando che qualcuno gli prometta un posto stabile un giorno”. Ma è soprattutto diventando madre di un figlio autistico che Nicoletta comprende fino in fondo la differenza tra i due sistemi. “Io mi sono trovata davanti a una rete di servizi pubblici che non mi aspettavo”, spiega. “Una volta riconosciuta la disabilità di mio figlio, non ho dovuto fare praticamente niente. Ho seguito le istruzioni, compilato semplici moduli e il sistema ha funzionato”.

Parla di percorsi sanitari prioritari, assistenza pubblica, supporto educativo. “Qui esiste l’educazione speciale, che in Italia non c’è”, racconta. “Può essere meno inclusiva, certo, ma è anche molto più strutturata e specializzata rispetto a molte situazioni italiane”. E soprattutto, sottolinea, senza dover combattere continuamente con la burocrazia. “Non ho dovuto chiedere favori a nessuno, né conoscere qualcuno. Mio figlio aveva diritto a quei servizi e li ha ottenuti”. Il confronto con l’Italia diventa inevitabile quando pensa alla sorella, che vive a Roma e convive con una grave disabilità. “Mi racconta cose inenarrabili”, dice Nicoletta. “Liste d’attesa, anticipi da pagare, visite private necessarie per ottenere cure che dovrebbero essere garantite. Cercare di ottenere ciò che ti spetta diventa quasi un secondo lavoro”. Secondo lei il nodo è anche culturale. “Qui le tasse le pagano tutti. È normale. E questo si riflette nei servizi pubblici”.

Non idealizza la Spagna, ma la considera un Paese che ha costruito un rapporto più maturo tra cittadini e Stato. “La Spagna è probabilmente il Paese europeo più simile all’Italia come mentalità, ma funziona meglio”. La differenza si percepisce anche nella vita quotidiana. “A Roma sapevo quando uscivo di casa, ma non sapevo mai quando sarei tornata”, racconta. “A Madrid invece tutto funziona”. La metropolitana, soprattutto, diventa il simbolo concreto di una qualità della vita diversa. “Con 3 euro vai dall’aeroporto al centro città. In 40 minuti attraversi Madrid da una parte all’altra. Pioggia o neve non importa: i mezzi pubblici funzionano sempre”. E questo cambia le giornate, riduce lo stress, restituisce tempo per sé. “La mobilità influisce sulla qualità della vita in modo profondissimo”, spiega. “Ti permette di lavorare, ma anche di avere tempo per lo sport, per la famiglia, per i tuoi interessi”. E quando guarda all’Italia di oggi, Nicoletta vede soprattutto un sistema che rallenta i giovani. “I ragazzi italiani non se ne vanno di casa perché spesso non possono permetterselo”, osserva. “Studiano più a lungo di tutti gli altri europei e arrivano a 30 anni ancora senza stabilità”. Un ritardo che, secondo lei, spinge inevitabilmente molti professionisti a partire. “Non credo che i giovani italiani siano meno preparati”, conclude. “È il sistema che non permette loro di crescere nei tempi giusti”.

Sei una italiana o un italiano che ha deciso di andare all’estero per lavoro o per cercare una migliore qualità di vita? Se vuoi segnalaci la tua storia a fattocervelli@gmail.com

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Hugo Pereira, presidente da Câmara de Lagos, é o único candidato à liderança do PS/Algarve

6 June 2026 at 12:00

Hugo Pereira, presidente da Câmara Municipal de Lagos, é o único candidato à liderança da Federação do PS/Algarve, anunciou o partido.

A candidatura do autarca de Lagos foi formalizada ontem, último dia do prazo, junto da Comissão Organizadora do Congresso.

Luís Graça, curiosamente também de Lagos, deputado eleito pelo Algarve, que era, até agora, o presidente do PS/Algarve, já não se pode voltar a candidatar, por limite estatutário de mandatos (cumpriu quatro mandatos, ao longo de oito anos).

Em declarações ao Sul Informação, Luís Graça garantiu que Hugo Pereira conta com o seu «total apoio e empenho».

Sob o mote «Sim, pelo Algarve e pelos algarvios, vamos conseguir!», Hugo Pereira defende um Partido Socialista «mais próximo das pessoas, focado na habitação, nos rendimentos das famílias e na concretização dos investimentos estruturantes de que a região necessita».

Em comunicado, o PS salienta que o candidato assume «o compromisso de reforçar a capacidade do partido para liderar a defesa dos interesses da região e reconstruir uma proposta política mobilizadora para os algarvios».

O projeto agora apresentado sublinha que «o PS continua a ser a principal força política autárquica do Algarve, liderando a maioria dos municípios e freguesias da região, o que representa uma responsabilidade acrescida na defesa dos interesses dos algarvios e na promoção do desenvolvimento regional».

No entanto, Hugo Pereira reconhece que «os resultados das últimas eleições legislativas refletem um afastamento de parte do eleitorado, associado à perceção de insuficientes respostas aos problemas específicos da região».

Por isso, considera «essencial iniciar um novo ciclo de proximidade, escuta e construção de soluções concretas para os desafios do Algarve».

Entre as prioridades assumidas pelo candidato destacam-se a concretização dos investimentos estruturantes sucessivamente adiados, a resposta à crise da habitação, o reforço dos rendimentos das famílias e a mitigação dos efeitos do elevado custo de vida, que tem um impacto particularmente significativo na região.

«Apresento esta candidatura com sentido de responsabilidade, convicto de que o PS Algarve deve assumir plenamente o papel de liderança regional que os algarvios lhe confiaram. É tempo de ouvir mais, preparar melhor e construir um projeto ambicioso que coloque o Algarve no centro das decisões nacionais», afirma.

Segundo o comunicado do PS, a candidatura de Hugo Pereira à liderança dos socialistas algarvios «tem como objetivo fortalecer o Partido Socialista no Algarve e contribuir para uma região mais justa, desenvolvida, coesa e com mais oportunidades para todos».

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Autoinnovazione e potere, perché la velocità dell’AI cambia la geopolitica globale

6 June 2026 at 08:46

Per anni la competizione sull’Intelligenza artificiale è stata descritta come una corsa a costruire modelli sempre più potenti. Oggi sta emergendo una dinamica diversa. La sfida non riguarda soltanto le capacità raggiunte da un sistema, ma la rapidità con cui è possibile sviluppare il successivo.

È il messaggio che emerge dal nuovo documento pubblicato da Anthropic. L’azienda afferma che Claude contribuisce ormai alla maggioranza del codice integrato nei propri sistemi e che gli strumenti di AI stanno aumentando in modo significativo la produttività della ricerca e dell’ingegneria. La prospettiva dell’auto-miglioramento ricorsivo resta teorica e piena di incognite. Più concreto è ciò che sta accadendo oggi: l’Intelligenza artificiale viene utilizzata sempre più spesso per accelerare il lavoro necessario a costruire altra Intelligenza artificiale.

La differenza può sembrare tecnica. In realtà tocca uno dei nodi principali della competizione tecnologica contemporanea.

Finora il vantaggio dei grandi laboratori dipendeva dall’accesso a capitale, talenti, dati e capacità computazionale. Se i modelli iniziano a ridurre il tempo necessario per scrivere codice, testare soluzioni, individuare errori o supportare la ricerca, entra in gioco una nuova forma di vantaggio competitivo: la velocità del ciclo di innovazione.

In uno scenario simile, il valore di un modello non si misura soltanto in ciò che è in grado di fare oggi, ma nella sua capacità di contribuire alla realizzazione della generazione successiva. Anche miglioramenti limitati possono produrre effetti cumulativi. Un laboratorio che sviluppa più rapidamente nuove capacità potrebbe accrescere il proprio vantaggio con una velocità difficilmente replicabile da chi resta indietro.

La questione non riguarda soltanto le aziende. Coinvolge anche le istituzioni chiamate a governare questa trasformazione.

Negli ultimi anni il dibattito sulla regolazione dell’Intelligenza artificiale si è concentrato prevalentemente sulle capacità dei modelli. Quali rischi presentano? Quali limiti imporre? Quali obblighi di trasparenza richiedere? Il documento di Anthropic suggerisce una domanda ulteriore: cosa accade quando la velocità dell’evoluzione tecnologica cresce più rapidamente della capacità delle istituzioni di monitorarla?

La politica opera attraverso procedure che richiedono tempo. Le agenzie regolatorie, i parlamenti e le organizzazioni internazionali ragionano in termini di mesi o anni. I laboratori di frontiera descrivono invece cicli di sviluppo che si misurano sempre più spesso in settimane. Il problema non è soltanto governare sistemi più potenti. È governare sistemi che potrebbero cambiare molto rapidamente.

Questo elemento conferisce alla discussione una dimensione geopolitica sempre più evidente.

L’Intelligenza artificiale è ormai al centro della competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina. Se la capacità di innovare diventa il principale moltiplicatore di vantaggio, allora assumono un peso ancora maggiore tutte le infrastrutture che rendono possibile quell’innovazione. Semiconduttori avanzati, capacità energetica, data center, reti di ricerca e capitale umano qualificato diventano asset strategici in misura crescente.

La corsa all’AI viene spesso raccontata come una gara per costruire il modello migliore. Potrebbe essere più corretto interpretarla come una competizione per costruire l’ecosistema capace di migliorare più rapidamente. In questo quadro, il controllo delle infrastrutture conta quanto il controllo degli algoritmi.

Per questo il documento di Anthropic merita attenzione anche al di là delle previsioni sull’auto-miglioramento ricorsivo. Il punto più rilevante non è stabilire se le macchine siano vicine a progettare autonomamente versioni superiori di sé stesse. Il punto è che i principali laboratori stanno già sperimentando forme di sviluppo nelle quali l’Intelligenza artificiale contribuisce direttamente al processo di innovazione.

Se questa tendenza dovesse consolidarsi, la velocità potrebbe diventare la risorsa più preziosa della nuova economia dell’Intelligenza artificiale. E, come spesso accade con le tecnologie strategiche, la distribuzione della velocità finirebbe per incidere anche sulla distribuzione del potere.

Roma punta su Washington per ridisegnare la sicurezza europea

6 June 2026 at 08:25

Guido Crosetto si prepara a volare a Washington per incontrare il segretario alla Guerra americano, Pete Hegseth, in un momento in cui il dibattito sulla sicurezza europea è tornato al centro delle relazioni transatlantiche, anticipando in forma bilaterale parte dei contenuti che potrebbero caratterizzare il tavolo del confronto al Nato Summit di Ankara in luglio. L’appuntamento di Crosetto è fissato per il 15 giugno, e arriva pochi giorni dopo le dichiarazioni con cui il ministro della Difesa ha proposto la costruzione di una nuova rete di sicurezza europea, più ampia dell’Unione europea e capace di includere partner come Regno Unito, Norvegia, Turchia e Ucraina.

Le due iniziative si collocano sullo stesso terreno politico: il tentativo di definire quale debba essere il ruolo dell’Europa in una fase in cui gli Stati Uniti chiedono agli alleati di assumere maggiori responsabilità per la propria difesa. Nell’intervista, che anticipa la missione, sul New York Times, Crosetto descrive la sua proposta come una risposta ai cambiamenti intervenuti negli ultimi anni nel quadro strategico europeo. La guerra in Ucraina, l’evoluzione delle minacce alla sicurezza e la crescente pressione americana sugli alleati europei hanno alimentato una riflessione sul modo in cui il continente organizza la propria difesa.

Il ministro sostiene che una politica di sicurezza credibile non possa essere limitata ai soli membri dell’Unione europea. Da qui l’idea di una struttura capace di coinvolgere Paesi che condividono interessi e responsabilità nella sicurezza del continente pur rimanendo al di fuori delle istituzioni comunitarie.

La proposta assume particolare rilievo perché arriva mentre in diverse capitali europee si discute del rapporto tra il rafforzamento della difesa continentale e il futuro della Nato. Nelle parole di Crosetto, tuttavia, il tema non viene posto in termini di alternativa.

Il ministro respinge esplicitamente l’idea che il progetto possa sostituire l’Alleanza atlantica. Al contrario, sostiene che l’obiettivo sia quello di rafforzare il pilastro europeo della sicurezza occidentale. La distinzione è significativa perché intercetta uno dei principali interrogativi emersi dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca: come aumentare le capacità europee senza indebolire il legame transatlantico.

La visita a Washington offre un banco di prova concreto di questo approccio. Sul tavolo dei colloqui con Hegseth ci saranno la spesa militare, il ruolo delle basi americane presenti in Italia, il futuro della Nato e alcune delle principali crisi regionali – il blocco di Hormuz in primis, perché la guerra americana contro l’Iran, scaricata nel chokepoint del Golfo, ha prodotto enormi complessità nel mercato energetico. Sono tutti temi che riflettono le priorità dell’amministrazione americana, ma che coincidono anche con il dibattito in corso tra gli alleati europei.

Il confronto si sviluppa però su un terreno articolato, dove la cooperazione strategica si incastra con i rispetti interessi nazionali. L’amministrazione americana continua a chiedere agli alleati europei un maggiore impegno finanziario nel settore della difesa e il tema sarà inevitabilmente presente nei colloqui di Washington. Il segretario di Stato, Marco Rubio, lo scorso mese in Italia e successivamente al vertice Nato, era stato molto chiaro nel ribadire la necessità che l’Europa aumenti le risorse dedicate alla difesa

Nelle ultime settimane il dibattito si è concentrato anche sul programma europeo Safe (Security Action for Europe), lo strumento con cui l’Unione europea intende sostenere gli investimenti nel settore della difesa attraverso prestiti comuni, e sulle modalità con cui il governo italiano punta a reperire nuove risorse per la spesa militare – anche pensando a capitoli di spesa complessi, come per esempio quello energetico. Parallelamente, Roma guarda con attenzione al dibattito in corso negli Stati Uniti sulla presenza militare americana nel continente e punta a preservare il ruolo delle basi presenti sul territorio italiano.

Il dossier marca una fase di ridefinizione delle responsabilità all’interno dell’alleanza, nella quale europei e americani stanno cercando un nuovo equilibrio tra contributi, capacità e presenza militare. L’incontro Crosetto-Hegseth diventa un utile introduzione per quello che sarà il tema dei temi nel summit Nato di luglio, dove sarà il presidente Trump a chiedere agli alleati un balzo nell’assunzione di responsabilità e un amento della condivisione degli impegni. E spetterà agli alleati l’onore di trovare una quadra tra queste dinamiche irreversibili del pensiero strategico statunitense e le necessità interne, tra gestione delle spese, mantenimento del rapporto col corpo elettorale, protezione dell’interesse nazionale.

Salvador Dalí at art school: A wayward and insolent student expelled for life

A century has passed since the day that forever changed the life of Salvador Dalí: his second dismissal, this one permanent, from the Special School of Drawing, Sculpture and Printmaking at Madrid’s prestigious San Fernando Fine Art Royal Academy. In such a rigid, rule‑bound environment, Dalí felt out of place — and perhaps for that reason, this academic period has been overshadowed in scholarly writing. What dominates the narrative of those years in Madrid — which he described as the happiest of his life— are his escapades and artistic exchanges with Federico García Lorca, Maruja Mallo, and Luis Buñuel, his companions at the Residencia de Estudiantes, a pioneering cultural and academic residence, and a circle of mutual inspiration.

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Ana Rocasolano, director of the Complutense University’s general archive holds up several of the Dalí documents in the law department.From left, the UCM fine arts librarians Javier Pérez Iglesias and Laura Bomati and Dean Raquel Monje.

Design:

Ruth Benito

Development:

Fernando Anido

Graphic design:

Inés Arcones

Coordination:

Brenda Valverde Rubio

Featured image:

Salvador Dalí and his classmates at the Special School of Painting, Sculpture, and Engraving (Academy of San Fernando). 1922–1923. GALA-SALVADOR DALÍ FOUNDATION

© Museo Nacional del Prado

Several artists, including Salvador Dalí and Maruja Mallo, during a visit to the Prado Museum with King Alfonso XIII.

© Archivo Residencia de Estudiantes

From left to right, Salvador Dalí, José Moreno Villa, Luis Buñuel, Federico García Lorca, and José Antonio Rubio Sacristán in La Bombilla Park (Madrid) in May 1926.

© ARCHIVIO GBB / Alamy Stock Photo (Alamy Stock Photo)

Portrait of Salvador Dalí, dated to the 1920s.

© FUNDACIÓN GALA - SALVADOR DALÍ

Salvador Dalí with his classmates at the Special School of Painting, Sculpture, and Printmaking during the 1922–1923 academic year.

© Juan Vicens (Archivo Residencia de Estudiantes)

From left to right: José Bello, José Moreno Villa, Luis Buñuel, José María Hinojosa (seated), María Luisa González, and Salvador Dalí at a meeting of the Order of Toledo at the Venta de Aires (Toledo) in 1924.

L’algoritmo e l’umanesimo. Perché il discorso del Nunzio Caccia a Washington parla al cuore del potere globale

5 June 2026 at 15:02

Oltre 400 tra responsabili politici, dirigenti del settore tecnologico, accademici e funzionari pubblici si sono riuniti a Washington il 3 giugno per la seconda edizione degli AI Honors organizzati dal Washington AI Network. Presentato come “l’unico gala in black tie della capitale americana dedicato all’intelligenza artificiale”, l’evento ha riunito esponenti del governo, dell’industria e del mondo della ricerca per premiare alcune delle personalità che stanno contribuendo a plasmare il futuro della tecnologia.

In questo contesto, la presenza dell’Arcivescovo Gabriele Caccia, da poche settimane Nunzio Apostolico negli Stati Uniti, non è passata inosservata. La sua partecipazione ha richiamato un dato sempre più evidente: l’intelligenza artificiale non è più una discussione confinata ai laboratori di ricerca, alle aziende tecnologiche o alle agenzie governative. È diventata una questione che coinvolge un numero crescente di istituzioni interessate alle implicazioni sociali, culturali e umane del cambiamento tecnologico. Tra queste dinamiche, il Vaticano vuole avere il suo spazio.

Caccia ha utilizzato l’occasione per presentare una delle priorità emergenti del pontificato di Leone XIV: garantire che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale rimanga ancorato alla dignità della persona e orientato al bene comune.

Al centro del suo intervento vi era la “Magnifica Humanitas”, la prima enciclica di Papa Leone XIV, pubblicata il 15 maggio scorso. Portare questo documento in una platea dominata da discussioni sull’innovazione, sulle politiche tecnologiche e sul futuro dell’intelligenza artificiale rappresenta un segnale della volontà della Santa Sede di partecipare a un dibattito che va assumendo una portata sempre più ampia e trasversale.

Uno dei temi nevralgici del suo discorso è stato il rapporto tra le grandi trasformazioni tecnologiche e le conseguenze che esse producono sul piano sociale ed etico. Richiamando l’eredità della Rerum Novarum di Leone XIII, pubblicata nel 1891 nel pieno delle trasformazioni della Rivoluzione Industriale, Caccia ha sottolineato alcuni parallelismi con le sfide poste oggi dall’intelligenza artificiale.

Se la Rivoluzione Industriale costrinse le società dell’epoca a confrontarsi con questioni legate al lavoro, al capitale e alla giustizia sociale, la rivoluzione dell’IA solleva nuovi interrogativi sul ruolo della persona, sulla responsabilità e sul rapporto tra uomo e tecnologia. In entrambi i casi, il punto centrale non è l’innovazione in sé, ma il modo in cui le società decidono di governarne gli effetti.

L’Arcivescovo ha inoltre evidenziato come l’intelligenza artificiale richieda il contributo di una pluralità di attori e non possa essere guidata da una sola categoria di esperti. “Questo stesso incontro rappresenta ciò che Papa Leone invoca nella sua recente enciclica Magnifica Humanitas: un documento condiviso che coinvolge molti settori della società”, ha affermato Caccia. “Il futuro di questa tecnologia non può essere guidato da un solo ambito. Ha bisogno della scienza e della politica, dell’impresa e del servizio pubblico, dell’etica e della fede”.

Si tratta di un passaggio che spiega bene la presenza della Santa Sede in un appuntamento come gli AI Honors. Nella prospettiva vaticana, l’intelligenza artificiale è molto di più di una questione tecnologica: Oltretevere c’è la consapevolezza di quanto sia un tema che tocca la società nel suo insieme, con implicazioni che attraversano la politica, l’economia, l’istruzione, la cultura, le relazioni umane e i conflitti.

Per questo il messaggio di Caccia si è concentrato sui principi che dovrebbero accompagnarne lo sviluppo, spostandosi dalla miope, anacronistica critica al progresso tecnologico. “Fin dall’inizio e in ogni fase, lo sviluppo e l’applicazione dell’intelligenza artificiale devono essere guidati dalla dignità della persona umana e dal bene comune della famiglia umana”, ha affermato.

Sono temi che negli ultimi anni hanno assunto un peso crescente nelle riflessioni della Santa Sede sulle tecnologie emergenti e che la Magnifica Humanitas sembra destinata a consolidare nel nuovo pontificato, cristallizzando l’AI come sfida totale del nostro secolo. L’enciclica rappresenta infatti un tentativo di affiancare alle discussioni sull’innovazione e sulle opportunità economiche una riflessione più ampia su etica, morale, responsabilità e sviluppo umano.

In un dibattito spesso dominato da considerazioni sulla competitività, sulla regolazione e sul vantaggio strategico, l’intervento di Caccia ha proposto una prospettiva diversa. Non una riflessione sulle capacità degli algoritmi o sulla potenza di calcolo, ma sulle finalità che dovrebbero guidarne l’impiego.

Il significato della sua presenza a Washington risiede nell’affermare la volontà della Chiesa di contribuire a una discussione destinata a influenzare sempre più la politica, l’economia e la vita pubblica. Portando il messaggio della Magnifica Humanitas a uno dei principali appuntamenti americani dedicati all’AI, Caccia ha segnalato che la Santa Sede intende essere parte di questa conversazione.

Gonçalo Duarte Gomes é o novo diretor de departamento de Conservação da Natureza e Biodiversidade do ICNF no Algarve

5 June 2026 at 14:30

O arquiteto paisagista Gonçalo Duarte Gomes é o novo diretor de departamento de Conservação da Natureza e Biodiversidade do Instituto de Conservação da Natureza e Florestas (ICNF) no Algarve, tendo assumido essas funções no passado dia 1 de Junho.

Gonçalo Duarte Gomes sucede no cargo ao engenheiro florestal Paulo Silva e à bióloga marinha Ana Margarida Magalhães, que foi a primeira diretora deste departamento, depois da reestruturação do ICNF, em 2019.

Gonçalo Duarte Gomes é licenciado em Arquitetura Paisagista pela Universidade do Algarve (2006), tendo sido aluno de Fernando Santos Pessoa. Tem uma pós-graduação em Direito do Urbanismo e do Turismo pelo Instituto de Ciências Jurídico-Políticas (2020). Foi professor assistente convidado na Universidade do Algarve (2024).

Era, até agora, técnico superior especialista em Coordenação Transversal de Administração e Políticas Públicas na Secretaria-Geral do Governo (Abril 2025 – presente), tendo, antes disso, sido técnico superior na Secretaria-Geral da Presidência do Conselho de Ministros (Dezembro 2023 – Abril 2025) e na Agência Portuguesa do Ambiente (Dezembro 2021 – Dezembro 2023).

Foi ainda Chefe de Projeto na Parque EXPO 98, S.A. (Setembro 2009 – Abril 2016), assumindo depois as mesmas funções na Polis Litoral Ria Formosa, S.A. (Abril 2016 – Dezembro 2021).

Antes tinha sido técnico superior na Câmara Municipal de São Brás de Alportel (Abril 2007 – Abril 2008). Foi também arquiteto paisagista em regime de profissional liberal (2002 – 2021).

É vereador em regime de não-permanência na Câmara Municipal de Faro (Outubro 2025 – presente), eleito como independente nas listas do PSD.

Gonçalo Gomes sempre esteve muito ligado às questões do Património Natural e Cultural, tendo sido vice-presidente da Direção Nacional da Liga para a Protecção da Natureza (LPN) e presidente do Núcleo do Algarve da LPN, bem como presidente da Direção da Al-Portel – Associação de Defesa do Ambiente e do Património Cultural de São Brás de Alportel, secretário da Direção Nacional da Associação Portuguesa dos Arquitetos Paisagistas e ainda membro do CHAIA – Centro de História da Arte e Investigação Artística, da Universidade de Évora.

Veja o currículo completo:

Dados pessoais:

Nome: Gonçalo Manuel Duarte Gomes
Data de Nascimento: 22 de Maio de 1980

Formação Académica:

Licenciatura em Arquitectura Paisagista pela Universidade do Algarve (2006)
Pós-graduação em Direito do Urbanismo e do Turismo pelo Instituto de Ciências Jurídico-Políticas (2020)

Experiência Profissional mais relevante:

Vereador em regime de não-permanência na Câmara Municipal de Faro (Outubro 2025 – presente)
Técnico Superior Especialista em Coordenação Transversal de Administração e Políticas Públicas na Secretaria-Geral do Governo (Abril 2025 – presente)
Professor Assistente Convidado na Universidade do Algarve (2024)
Técnico Superior na Secretaria-Geral da Presidência do Conselho de Ministros (Dezembro 2023 – Abril 2025)
Técnico Superior na Agência Portuguesa do Ambiente (Dezembro 2021 – Dezembro 2023)
Chefe de Projecto na Polis Litoral Ria Formosa, S.A. (Abril 2016 – Dezembro 2021)
Chefe de Projecto na Parque EXPO 98, S.A. (Setembro 2009 – Abril 2016)
Técnico Superior na Câmara Municipal de São Brás de Alportel (Abril 2007 – Abril 2008)
Arquitecto Paisagista em regime de profissional liberal (2002 – 2021)

Formação/capacitação profissional mais relevante:

Percurso para Dirigentes e Técnicos da Administração Local, do Programa de Formação em Territórios Inteligentes (2025)
Curso Executivo – AI Business School AP (2024)
Gestão Florestal Sustentável (2012)
Restauração de Rios com recurso à Engenharia Natural (2011)
Monitores de Educação Ambiental (2007)
Formador Certificado em Igualdade de Oportunidades pela REAPN – Rede Europeia Anti-Pobreza (2007)
Formador Certificado pelo IEFP, I. P. – Instituto de Emprego e Formação Profissional I. P. (2007)
Concepção e Gestão de Projectos (2006)
Liderança, Gestão e Negociação de Conflitos (2006)

Informação complementar:

Membro do CHAIA – Centro de História da Arte e Investigação Artística, da Universidade de Évora
Arquitecto Paisagista inscrito na APAP – Associação Portuguesa dos Arquitectos Paisagistas e Delegado (cooptado) do Distrito de Faro
Ex-representante cooptado da APAP na Comissão de Acompanhamento da Política Nacional de Arquitectura e Paisagem
Ex-secretário da Direcção Nacional da Associação Portuguesa dos Arquitectos Paisagistas
Ex-Vice-Presidente da Direcção Nacional e ex-Presidente do Núcleo do Algarve da Liga para a Protecção da Natureza
Ex-Conselheiro Regional da Comissão de Coordenação e Desenvolvimento Regional do Algarve
Ex-membro do Conselho de Região Hidrográfica do Algarve
Ex-Presidente da Direcção da Al-Portel – Associação de Defesa do Ambiente e do Património Cultural de São Brás de Alportel
Autor de um livro, de diversos artigos de investigação e divulgação, na comunicação social, e capítulos de livros
Orador e moderador convidado em diversos eventos nacionais e internacionais

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Chi ha votato per il nucleare in Parlamento sa poco o nulla di energia

5 June 2026 at 13:14

In totale disprezzo dei due referendum contro il nucleare votati dagli italiani, la Camera ha approvato il nucleare civile nella forma dei così detti “mini-reattori di ultima generazione”. Ciò che è accaduto, in sostanza è questo: un piccolo plotone di parlamentari del centrodestra , che – da quanto si è ampiamente visto – nulla sanno di energia, ha deciso che in Italia deve tornare il nucleare. Tutto questo senza avere quasi alcuna contezza di quello che ciò significhi in termini di costi, di scorie, di compatibilità con l’attuale sistema energetico e soprattutto di tempi.

L’operazione, particolarmente avallata anche da giornali progressisti come la Stampa con un apposito sondaggio in cui gli italiani sarebbero favorevoli, pubblicato qualche giorno fa, è stata resa possibile probabilmente dal nome di questo nucleare. Già, perché “mini-reattori di ultima generazione” fa pensare a qualcosa di innocuo, piccolo, trasportabile. Secondo me i deputati se lo immaginano come una sorta di nucleare pret-à-porter, da borsetta insomma, che si attiva magicamente quando vogliamo e produce l’energia necessaria. Gli stessi giornali riportano notizie confuse sulla dimensione, se è vero che il Messaggero scrive oggi venerdì che le dimensioni sarebbero quelle di un tir (l’altra voce che circola è anche quella di un nucleare “galleggiante”), quando lo stesso Pichetto Fratin, nelle tante interviste gongolanti appena rilasciate ammette che, quanto a dimensioni, si parla di almeno tre campi da calcio.

Il problema è che, ripeto, chi ha votato questo nucleare di energia sa poco o nulla. Si vota per il nucleare in nome di una visione “anti-ideologica”, come se le energie rinnovabili fossero qualcosa di ideologico, e non quanto di più concreto esista. Si vota per il nucleare immaginando che già domani entri in funzione, probabilmente quasi nessun deputato sa che non si avrà energia prima di anni, almeno dieci. Di che stiamo parlando? In dieci anni tutto può succedere, soprattutto noi abbiamo bisogno di ridurre le emissioni e decarbonizzare ora, visto che non lo abbiamo fatto abbastanza con il PNRR e ora ci troviamo ad elemosinare soldi alla UE che, speriamo, vengano rigorosamente usati per questo scopo e non per inutili sconti all’energia che non danno nessun beneficio a chi li riceve (figuriamoci a chi non li riceve). Si vota per il nucleare senza sapere dove finiranno le scorie, se i territori accetteranno di averlo, quali saranno i costi. In pratica, è una cambiale in bianco che di fatto, come già avvenuto in passato, servirà solo ad una cosa: rallentare ulteriormente lo sviluppo delle rinnovabili, mettere soldi in progetti che non servono (e che probabilmente non si faranno), dare agli italiani l’illusione di una energia facile e pronta che non esiste, e così confonderli. Insomma, una mezza truffa.

A ciò occorre aggiungere che la fantomatica credenza per cui il nucleare possa servire a compensare le intermittenze delle rinnovabili è falsa per il semplice fatto che il nucleare non lo puoi accendere o spegnere a piacimento, è un’energia continua, appunto, dunque in che senso sarebbe “complementare alle rinnovabili?”. Ma è inutile chiederlo perché questo, con tutta probabilità, i deputati che hanno votato a favore non lo sanno, come il resto.

Resta dunque una operazione questa sì ideologica, sbagliata, preoccupante e anche antidemocratica, visto il “no” degli italiani al nucleare. E i mini-reattori di ultima generazione sono sempre nucleare, punto e basta. Ciò che davvero allarma, su questo fronte come su altri tipi di scelte energetiche, come la dipendenza dal gas, è che a scegliere su questioni molto tecniche e scientifiche sia una politica che non sa nulla né di tecnica né di scienza e che spesso e volentieri è legata mani e piedi alle lobby dell’energia. Assurdo che manchi, come spesso richiesto dai veri esperti, ad esempio Antonello Pasini del Cnr, un comitato di scienziati che dia indicazioni alla politica su questioni che riguardano l’ambiente e il clima, e dunque anche le scelte energetiche. Si tratta davvero di questioni di vita e di morte, perché con l’energia facciamo tutto quello che serve, non potremmo vivere un’ora senza, e al tempo stesso l’energia è anche la causa del collasso del pianeta, perché quella non rinnovabile produce, appunto, emissioni climalteranti che hanno raggiunti livelli insostenibili. Ingannare così gli italiani, facendogli credere magari che le bollette caleranno col nucleare, è una vera impostura.

Sarebbe ora di ribellarsi a tutto questo, a questa ignoranza scientifica, a questa arroganza che addita le rinnovabili come ideologia, a un parlamento che vota un provvedimento che gli italiani non vogliono e che non porterà beneficio all’Italia, né ridurrà la povertà energetica. Perché se mai ci sarà energia nucleare, ripeto, sarà tra tantissimo tempo e certo non a costo zero. Il motivo per cui dobbiamo subire questo non è chiaro. Invece è chiaro perché i giovani se ne vadano all’estero: che un paese con una politica così medioevale, e dove l’antiscienza regna sovrana, è davvero un posto quasi intollerabile in cui vivere.

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I giovani fanno sempre meno se**o: perché nell’epoca delle app, del porno online e dell’AI il desiderio sembra essersi spento

5 June 2026 at 12:58

Di che cosa parliamo quando parliamo di desiderio? Di soldi, di oggetti (borse, scarpe, vestiti, orologi) di sesso, di potere, di amore, di successo? Di una vita lunghissima, quasi eterna (i miliardari ci stanno già lavorando). Di tutto, forse. ma anche di assenza, di crisi, in un mondo svogliato che delega alla tecnologia le emozioni umane. Kano, un’impiegata giapponese di 32 anni, ha sposato Lune Klaus, fidanzato creato con ChatGpt che esiste soltanto nel suo smartphone. Con una certa apprensione, diamo una sbirciatina a quello che le proiezioni ipotizzano, anche se è come guardare il paesaggio nella nebbia: in parte lo immaginiamo. Potremmo provare il brivido della sex-roulette, una lotteria, dove a ogni scelta corrisponde un incontro a sorpresa, con un uomo, una donna o chissà. Potremmo frequentare centri che offrono rilassanti pacchetti wellsex. Laura Berman, psicologa delle relazioni all’Università di Chicago, sostiene sul “Wall Street Journal” che in dieci-quindici anni riusciremo a “disegnare” l”anima gemella perfetta, con la voce giusta e l’AI creata per sussurrarci parole dolci:” La tecnologia trasformerà il sesso, spingendolo a un livello completamente nuovo. Avremo perfetti simulacri di tecno-amanti, con la formula soddisfatti o rimborsati”.

Quest’anno si parla tanto di desiderio, soprattutto nei Festival. C’è “Il desiderio e la Legge”, tema della Milanesiana di Elisabetta Sgarbi (fino al 22 luglio). C’è Seminare idee a Prato (5-7 giugno) che prova a definire il desiderio in tutte le sue sfumature. E in qualcuna di sicuro ci possiamo riconoscerci. Per lo psicoanalista-star Massimo Recalcati, desiderio è una parola chiave. Spesso viene frainteso e confuso con il capriccio, con il godimento immediato, la spinta irrazionale. Non è così, al contrario è “una forza capace di rendere viva la vita”. Poi ce ne sono tanti: il desiderio invidioso, il desiderio di riconoscimento, il desiderio angosciante, il desiderio sessuale, il desiderio d’amore. A Prato l’andrologo Nicola Mondaini, famoso per il manuale “Wikipene”, spiega la fisiologia e, involontariamente, la psicologia mettendo in guardia il mondo maschile dalla medicalizzazione del desiderio. Troppe pillole blu in giro, anche tra in ragazzi. Mentre la scrittrice Natasha Solomons rivaluta Cleopatra, diversa da come ce l’ha raccontata Shakespeare, la seduttrice non più giovane, coinvolta nelle complesse dinamiche politiche dell’amore. Nel romanzo “E io sono Cleopatra”, Solomons la considera soprattutto una stratega del desiderio: il suo corpo era uno strumento.

Già Umberto Eco, negli anni ‘70 aveva colto un’ ossessione per il desiderio come categoria culturale. Mezzo secolo dopo il filosofo Byung-Chul Han proclama che l‘Eros è in agonia. Viviamo una particolarissima contraddizione. Oggi non c’è quasi niente di proibito. Vuoi vivere in una comune poliandrica? Bene. Vuoi sviluppare sentimenti romantici verso l’intelligenza artificiale del tuo telefono? Splendido. Vuoi una maratona di sesso promiscuo con centinaia di partner nel corso di pochi anni? Serviti pure. Vuoi” farlo strano” (ricordate il film con Carlo Verdone), kinky, sadomaso? Non c’è problema. A parte commettere reati o violare il consenso di un’altra persona, c’è ben poco che non si possa fare nel mondo sviluppato. Eppure la solitudine è al massimo storico e secondo David Baker, popolarissimo divulgatore specializzato in antropologia e biologia evolutiva, “uno studio ha rilevato che la frequenza di sesso occasionale è calata del 14 % fra il 2007 e il 2017. Nello stesso periodo, gli under 30 che dichiarano di non aver fatto sesso nell’anno precedente è quasi raddoppiato”: Ragioni? Il massiccio uso di social media riduce il numero di situazioni in cui può accendersi spontaneamente il desiderio (Mondaini è d’accordo con Baker) , i corteggiamenti di persona tendono a essere più selettivi quando si guarda una foto sull’app, rispetto a rimorchiare in discoteca. E il porno online ha sostituito la realtà.

Però desideriamo desiderare. I cinque romanzi della saga “After” di Anna Todd, diventati altrettanti film, un’odissea del voglio-non posso- non devo, sono ora una collezione di fragranze con nomi come “Sin” e “Secret.” Desideriamo desiderare. Perciò Giulia Savarese ha appena creato Almoud (mandorla affumicata, fiori bianchi, oud) immaginando una sintesi chimica del desiderio.” Un po’ come nell’indimenticabile romanzo di Patrick Süskind, “Il Profumo” (1985) dove il protagonista cerca disperatamente di sintetizzare l’odore meraviglioso dell’amore (e uccide per ottenerlo)” racconta. Lei pensa di esserci riuscita senza far male a nessuno, e la sua linea si chiama UAHIQUE (Uniamo anime uniche). Concorda con il filosofo Maurizio Ferraris che sostiene, in barba all’apocalittico Byung-Chul: “Oggi non si desidera meno, solo che i codici sono cambiati. Se c’è una cosa che non ci abbandona mai, dalla nascita alla morte, è proprio il desiderio, Non è un sovrappiù culturale, una moda. L’intelligenza artificiale può calcolare, ottimizzare, riprodurre schemi; ma non soffre per la distanza fra ciò che è e ciò che potrebbe essere. Anche quando le piattaforme digitali sembrano saturare ogni attesa con una risposta immediata, non eliminano il desiderio, lo riorganizzano”.

Poi, mettendo da parte la filosofia, ci sono le canzoni, del passato e del presente. Sarà un caso, ma, come ricorda il critico musicale Gino Castaldo, le più belle sono in gran parte ispirate dal desiderio, “pensiamo a Judy Garland che guarda lontano e canta “Over the rainbow”, o ai Pink Floyd di Wish you were”. Ma potremmo citare anche Sanremo e “Per sempre sì”. Invocato nelle più amate canzoni napoletane e nelle serenate di ogni tempo, assume forme nuove e impreviste. Anche “Imagine” di John Lennon era un gigantesco inno al desiderio. Osava chiedere un mondo liberato (quanto mai attuale). Cerchiamo di non essere troppo montaliani (nel senso di Eugenio Montale). Di sapere come nella poesia “Non chiederci la parola” soltanto “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.

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“Oggi la politica climatica è sovrapposta e conflittuale: così non funziona”

5 June 2026 at 07:10

Una gestione integrata del rischio ambientale, che punti sulla prevenzione; un’integrazione e armonizzazione delle politiche climatiche; una fiscalità energetica faccia sia che almeno una parte di quelle tasse sia utilizzata per finanziare nuovi impianti di produzione di energia rinnovabile e che questo sia chiaro al consumatore; l’assegnazione di un valore economico alla biodiversità e, infine, una visione finalmente sistemica dei servizi idrici, troppo frammentati: sono cinque le riforme proposte, in occasione della Giornata dell’Ambiente oggi 5 giugno, dalla professoressa Valeria Costantini – Ordinaria di Politica Economica, Direttrice del Dipartimento di Economia dell’Università degli Studi Roma Tre, già presidente dell’Associazione Italiana degli Economisti dell’Ambiente (IAERE) e attuale vicepresidente della Società Italiana di Economia (SIE) – e contenute anche nel libro da lei curato “L’economia italiana e la transizione ecologica”, edito da Carocci e reso possibile grazie alle due associazioni (IAERE e SIE).

Partiamo dalle catastrofi ambientali e dal rischio ambientale.
La gestione integrata del rischio ha che fare con il fatto che ci sia una capacità da parte di tutte le istituzioni preposte alla salvaguardia del territorio, su scala nazionale, regionale, locale, di mettere a sistema un insieme di tecniche e tecnologie, oltre che di politiche, che in qualche modo riescano a convergere verso l’obiettivo della prevenzione. Rispetto al disastro ambientale, infatti, non serve solo una macchina organizzativa e amministrativa che, come nel caso dell’Emilia Romagna, sia in grado di arrivare immediatamente a portare soccorso; ma occorre anche mettere in piedi un sistema di “early warning”, allarme preventivo, anche grazie alla tecnologie e alla gestione integrata dei dati. Mettere a sistema informazioni che arrivano dai satelliti e farne dei modelli matematici o dei modelli di simulazione che possano anticipare il rischio ed effettuare interventi, come ad esempio l’evacuazione preventiva.

Venendo alle politiche climatiche. Tra Green Deal, PNIEC, PNACC, PNRR, Fondo Clima le leggi non mancano. Eppure siamo indietro su emissioni e rinnovabili.
Questa frammentazione del policy mix all’interno della strategia climatica ed energetica rappresenta un elemento critico non solo per l’Italia. Oggi c’è una stratificazione di leggi e decreti attuativi che riguardano diversi ambiti e che rendono complicato capire qual è l’efficacia delle politiche, sia sul fronte rinnovabili, che sull’efficienza energetica. Il tema è quello della cosiddetta “regolazione sovrapposta”: ci sono diverse leggi che toccano lo stesso ambito e vanno a confliggere negli obiettivi o nelle modalità di ottenimento degli obiettivi. Un esempio: lo stato dà dei sussidi per il consumo e la produzione di fonti fossili però al tempo stesso abbiamo le aziende che pagano il prezzo delle emissioni di carbonio (ETS), quindi ci sono due politiche chiaramente confliggenti.

E sul fronte fondamentale della finanza verde?
Il problema principale è che, nell’attuale sistema di gestione, abbiamo un sistema di contabilità nazionale che registra le entrate e le uscite che sono associate alle questioni ambientali, ma nella maggior parte dei casi non abbiamo una fiscalità dedicata. Bisognerebbe pensare a una specifica funzione delle entrate che derivano dalla tassazione energetica; ad esempio, imporre un’accisa sull’acquisto di benzina alla pompa e dirottare questa entrata per aumentare la quota di rinnovabili nel mix energetico italiano. La fiscalità energetica deve essere percepita anche dal consumatore come una fiscalità pro ambiente, in modo che sia consapevole che almeno una parte di quelle tasse sia utilizzata per finanziare nuovi impianti. In Italia invece gran parte della fiscalità ambientale confluisce nel bilancio dello stato senza una finalità specifica di protezione ambientale.

Nel libro raccontate anche il declino della biodiversità. E lanciate una proposta che vada oltre la conservazione.
A mio avviso la biodiversità dovrebbe essere riconosciuta dal punto di vista economico, e andrebbero riconosciuti i benefici che la collettività ottiene. Si può mettere in campo un sistema di prezzi che faccia pagare agli agenti economici il costo che stanno imponendo alla collettività, riducendo il valore della biodiversità, conteggiando appunto i benefici e i danni della mancata protezione. È quello che nel mondo anglosassone viene definito come Payment for Environmental Services, concetto che oggi sempre più viene richiesto come elemento da integrare nelle valutazioni di impatto ambientale dei grandi progetti infrastrutturali.

Infine, un punto importante del libro riguarda la gestione frammentata delle risorse idriche.
Ritengo che la gestione delle risorse idriche andrebbe completamente riformulata. Pensiamo alla gestione dei bacini: per ciascun fiume abbiamo un ente bacino che si occupa della gestione della risorsa specifica e questo va a confliggere con il sistema amministrativo che noi abbiamo della gestione del sistema Italia, perché, appunto, la gestione del singolo bacino si deve confrontare con decisioni su scala nazionale e regionale. Ci vorrebbe a mio avviso un tavolo di lavoro aperto, ad esempio a livello regionale, per arrivare a una visione sistemica dei servizi idrici, anche per la prevenzione dei disastri naturali causati da una mancata gestione appropriata dei bacini idrici. Anche per l’acqua potabile alcune cose sono state fatte col Pnrr, ma ci vorrebbe maggiore integrazione dei diversi livelli di competenza.

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Siamo alle solite: scelte sbagliate in sanità che fanno sprecare soldi

4 June 2026 at 05:50

Nuova legge, nuovo inganno: i cittadini come al solito gabbati. Prendo spunto da un articolo di Milena Gabanelli sul Corsera dal titolo emblematico: lo Stato ora paga i farmaci più di quanto costano! “E’ in questo contesto che va letta la modifica al sistema voluta dal governo Meloni e dal sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato, farmacista con delega alla farmaceutica. Un meccanismo in cui, fino agli 8 euro a confezione, più il prezzo del farmaco è basso maggiore è il margine di guadagno.”

In pratica se il prezzo del farmaco si abbassa il SSN lo paga di più alle farmacie a scapito di altre spese. Io credo invece che lo Stato da subito debba andare alla ricerca di spese inutili, non aggiungerne, come ad esempio il caso che ricorderete di Avastin-Lucentis, due farmaci sovrapponibili per efficacia clinica ma con enorme differenza di prezzo, fino a settanta volte, a scapito delle casse pubbliche che io, insieme all’aiuto di Sabrina Giannini, di Report e del Corsera, sono riuscito a risolvere.

E c’è di più. Perché lo Stato non si organizza e invia direttamente al domicilio del cittadino-paziente almeno le terapie croniche con risparmio almeno del 30%? Ovviamente un sistema tipo History Health bloccherebbe l’invio se non ci si sottopone ai programmati controlli di una medicina di base efficace e non relegata spesso solo a ricopiare ricette croniche inutili.

Naturalmente per l’accordo Stato-Regioni per cui le spese economiche sono di derivazione locale, su controllo del centrale, anche la Regione Lombardia, proprio in questi giorni, riferisce di aver raggiunto la possibilità di acquisti centralizzati nella sanità ma i costi aumentano! Un ossimoro, altri soldi sprecati.

Nel documento del 30 aprile 2026 la centrale unica regionale, pensata per fare massa critica e spuntare prezzi migliori, viene descritta come un fattore di rigidità: meno fornitori, meno concorrenza, prezzi che non scendono. Anche di questo parlai molti anni addietro in un articolo di Thomas Mackinson il cui titolo è attualissimo: “Appalti, azzeccare il vincitore è un gioco. Il nome in un cassetto della redazione”

Senza un valido sistema di controllo indipendente a livello regionale e nazionale il sistema si ammalerà sempre più senza avere le risorse utili al bene comune.

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Dieci cortometraggi di registi iraniani raccontano l’audacia di una nuova generazione

4 June 2026 at 03:45

Il regista, sceneggiatore e produttore iraniano Mohammad Rasoulof ha scelto la forma più tipica, poetica e metaforica del cortometraggio per girare il suo primo film in esilio, essendo stato costretto a lasciare l’Iran clandestinamente. Condannato al carcere e alla fustigazione per il suo lavoro di regista, due anni fa si è rifugiato in Germania, dove ha scritto, diretto e prodotto il cortometraggio Sense of Water (2026), con il sostegno del Displacement Film Fund lanciato da Cate Blanchett insieme all’Hubert Bals Fund (HBF) dell’International Film Festival Rotterdam. Il cortometraggio semi-biografico di circa quaranta minuti, girato in lingua farsi e tedesco, racconta la storia di uno scrittore in esilio, Ali, che a Berlino si confronta con la perdita della lingua madre e la frattura fra linguaggio e sentimenti. Nonostante riesca a riscoprire l’amore, non riesce a superare il trauma dell’esilio. In lui si risveglia così il desiderio di tornare in Iran, in segno di solidarietà con la lotta degli iraniani e per capire chi è veramente, prima di iniziare a scrivere un nuovo libro.

Frame dal cortometraggio “Sense of water”. Courtesy of the author

Un cortometraggio ibrido tra finzione e documentario è Shadowless: In Transit (2023) di Azin Feizabadi. Un girato che affronta i temi della migrazione e dell’appartenenza. Un viaggiatore iraniano in arrivo in Germania – interpretato dallo stesso Feizabadi, regista e artista– si interroga sul suo futuro, mentre si trova in uno spazio intermedio, quello di un “transito” aeroportuale, che non riesce a lasciare. Video personali e di famiglia si intrecciano ritmicamente a flashback cinematografici, immagini del presente e riprese da una videocamera. Il corto fa parte di un’opera collettiva, Iran – A Sense of Place, una collaborazione con la Wim Wenders Foundation grazie alla quale nel 2023 sei cineasti iraniani sotto la supervisione della producer Afsun Moshiry hanno raccontato storie di luoghi situati in Iran o esperienze di esilio in Francia e Germania. 

Un paesaggio dominato da scene estreme, surreali e di una bellezza incantata, diventa invece teatro delle psicosi di un giovane nel cortometraggio Yo Yo (2025), diretto dal regista, sceneggiatore e produttore Mohammadreza Mayghani e presentato al Festival del cinema di Locarno. Il giovane Siavash raggiunge in automobile la splendida regione desertica dell’Iran meridionale, in compagnia dell’amica Shadi. Sente voci oscure e vede immagini che non esistono. Solo la sua amica può salvarlo da questa situazione che lo opprime quasi come fosse una disabilità. Il film è dominato dalla luce, dai colori pastello e dalla quiete del luogo. Le scene sono perfettamente adattate alla musica: il silenzio che avvolge i due protagonisti è intervallato da toni sinistri, colpi di frisbee che preannunciano la svolta finale, assurda e nichilista. 

Anche in There Was One, There Was None (2026) di Yasmin Shahbahrami, presentato all’International Film Festival di Rotterdam (IFFR), la cinematografia è stata curata nei dettagli. Il film è strutturato in maniera sperimentale. Racconta l’amicizia fra due ragazze iraniane – messa a dura prova dal trasferimento all’estero di una delle due – attraverso le confidenze che si scambiano durante le videochiamate. Testimonia la difficoltà di mantenere legami solidi quando questi sono mediati dalla tecnologia moderna, ma anche il duplice conflitto vissuto dalle donne iraniane nella diaspora e da quelle che restano in patria.

Frame dal cortometraggio “There was one there was none”. Courtesy of the author

Premiato dall’importante Associazione iraniana Short Film, The Accused Showed No Remorse (2025) di Ramin Soltani è sempre ambientato sullo sfondo delle proteste del movimento Woman, Life, Freedom. Racconta la storia di una donna, Simin, interpretata dall’attrice Elaheh Farazmand, e del sistema e della società che la opprimono. Quando la protagonista riesce a ottenere la scarcerazione temporanea del figlio adolescente arrestato durante una protesta, lui torna a casa silenzioso e introverso: qualcosa lo turba profondamente. Il finale tipico del cinema iraniano è potente e tragico. Di fuga e sopravvivenza, e di come la guerra si imponga sulla vista e sulla memoria collettiva e personale si occupa il cortometraggio Fruits of Despair di Nima Nassaj, anch’esso girato in lingua farsi, e presentato nella sezione Forum della Berlinale 2026. 

L’uso delle immagini a scopo politico, le nuove tecnologie e un autoritarismo digitale soffocante sono i temi che interessano un altro gruppo di registi, fra cui Hesam Eslami che con Citizen, Inmate (2025) ha ottenuto la menzione d’onore all’Exground FilmFest. In The Man in White (2026), Haman Fouladvand (noto anche come Aman) riflette sulla figura di un boia della rivoluzione del 1979, vestito di bianco e immortalato in un’iconica fotografia, che scompare dalla storia (o si fa cancellare). In questo cortometraggio di undici minuti, l’autore si serve delle nuove tecnologie e di immagini d’archivio per evocare la sua presenza spettrale in una storia in cui le vittime non sono dimenticate. Per il girato ha ricevuto una menzione speciale al Festival del cortometraggio di Clermont-Ferrand. 

Il cortometraggio documentario Memories of a Window (2026) diretto da una giovane coppia cineasti della School of the Art Institute of Chicago, Mehraneh Salimian e Amin Pakparvar, affronta il tema della repressione in Iran dalla prospettiva intima e circoscritta di chi ha osservato da dietro a una finestra le proteste del 2022 del movimento Woman, Life, Freedom. Una produzione a basso costo che utilizza filmati personali e video dal vivo per rispondere alla domanda: «Può una rivoluzione nascere da dietro una finestra?». La risposta risiede nel paesaggio sonoro: la moltiplicazione di voci e musiche di protesta che, nel film, si possono udire in una strada deserta e buia di Teheran, ripresa dall’appartamento dei registi. Il film ha vinto l’Orso di Cristallo per il Miglior Cortometraggio nella sezione Generation 14plus alla Berlinale 2026. 

Il festival di Berlino da tempo promuove i cineasti dissidenti iraniani. Premiato al Festival del cinema di Locarno, Blind, Into The Eye (2025) del duo di filmmaker berlinesi Realillusion – Atefeh Kheirabadi e Mehrad Sepahnia – è un cortometraggio di venti minuti che racconta la violenza mirata durante le proteste del 2022-2023 in Iran. Un collage audiovisivo realizzato con filmati di protesta e video provenienti dai social media che esamina il potere delle immagini come costrutti politici.

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Roma taglia 30mila alberi, il Campidoglio: “Ne abbiamo piantati il doppio”. Gli esperti: “Non basta mettere piante giovani”

3 June 2026 at 18:32

“Trovo sbagliato e profondamente riduttivo il racconto per cui ‘abbiamo piantato più alberi di quanti ne abbiamo tagliati’. Anche se fosse vero numericamente non basterebbe, perché il tema non è quanti alberi entrano o escono dal bilancio comunale, ma quale patrimonio arboreo resta alla città. Quale ombra resta ai cittadini. Quale paesaggio ai quartieri. Abbattere alberi e ripiantarne non è un’operazione neutra. E comunque trentamila alberi abbattuti sono un’enormità”. Daniele Zanzi, agronomo di fama internazionale, commenta così i numeri del Bilancio Arboreo del Comune di Roma. Tra il novembre 2021 e il dicembre 2025, ha spiegato l’amministrazione presentando il Bilancio, gli abbattimenti sono stati 29.842 (di cui 706 schianti) – numeri altissimi rispetto a tutte le amministrazioni precedenti – mentre le piantagioni effettuate sarebbero pari a 67.640. Sono entrati nel computo anche alberi esistenti ma non censiti prima, ben 36.372, che tuttavia fornivano i loro servizi ecosistemici anche prima.

Critiche le associazioni in difesa degli alberi di Roma: per Italia Nostra mancano dati essenziali quali abbattimenti e messa a dimora per ogni municipio, strada, specie arboree, attecchimento e sopravvivenza delle nuove piante. A sua volta Curaa, Cittadini Uniti per Roma i suoi Alberi e Abitanti, parla di un conteggio senza possibilità di verifica e di un bilancio arboreo positivo ma solo sulla carta, mentre denuncia la distruzione di alberi monumentali: dai cipressi del “bosco sacro” del Mausoleo di Augusto, alle paulonie di Piazza della Chiesa Nuova, al bosco dei lecci di Castel Sant’Angelo, al dimezzamento dei pini ai Fori Imperiali. “Solo alcuni esempi di una furia che non sta risparmiando gli alberi nemmeno in periodo di nidificazione. E in ogni caso 30.000 abbattimenti significa 6.000 tonnellate di ossigeno in meno”, denuncia la presidente Jacopa Stinchelli.

Getta acqua sul fuoco Paola Muraro, presidente degli Agronomi di Roma. “È ovvio che la struttura di un albero di 20-30 anni non è la stessa rispetto a una pianta giovane, ma Roma aveva la necessità di un ricambio. Ricordiamo che gli effetti di queste nuove piante non sono mai visibili subito, ma dobbiamo lavorare con un senso di responsabilità ambientale futura”. Muraro ammette che “nel breve periodo si registra una perdita di servizi ecosistemici, ma nel medio-lungo termine il rinnovo porta a un patrimonio arboreo diversificato, meglio adattato agli stress urbani per una funzione vegetazionale più efficiente, più gestibile riguardo al rischio. Non siamo quindi di fronte a una riduzione sistemica del patrimonio arboreo, ma a una sua trasformazione”.

Nel dibattito interviene anche Nathalie Naim, Consigliera del Primo Municipio per la Lista Civica Gualtieri e da sempre in prima linea su decoro urbano e cura del verde. Per Naim “il bilancio arboreo, che è stato redatto secondo quando previsto dal Regolamento del Verde è un atto positivo, ma sarebbe auspicabile, ai fini di una migliore trasparenza per i cittadini, ma anche della comprensione dello stato del verde della città, realizzarlo in modo più circostanziato. Invece di declinare genericamente il numero totale di alberature abbattute e piantate, occorrerebbe indicare la tipologia e il luogo in cui ricadono perché la differenza ecosistemica fra un albero di prima grandezza e uno di piccola specie è enorme, la differenza fra un albero adulto e una pianta molto giovane o un germoglio anche”.

La questione, anche per Naim, riguarda il paesaggio: “Un albero non vale un altro. Un paesaggio tipico di Roma caratterizzato da filari di pini o da platani ad esempio, non può e non deve essere sostituito da altre specie. Infine è importante verificare i giovani alberi piantati dalle ditte e conteggiati nel bilancio perché troppo spesso questi non ottemperano al loro dovere di accudirli per due anni e molti non sopravvivono”. In generale, dunque rilievi critici mossi all’amministrazione convergono sul tema della qualità del verde. “Il valore non è nel fusto contato, ma nella funzione esercitata”, nota sempre Zanzi. “Per questo la legge che considera l’albero come oggetto di arredo urbano ed equipara un albero di trenta metri a uno appena nato andrebbe modificata”.

Resta comunque un problema radicale: l’incomprensione, sul tema del verde, tra l’amministrazione romana e i cittadini, che ormai da mesi e mesi manifestano tutta la loro frustrazione sui social media dove denunciano i continui abbattimenti senza preavviso e senza coinvolgere i residenti, che spesso si trovano all’improvviso privati dei loro alberi e della relativa ombra. “A Roma esiste una forte azione collaborativa da parte dei cittadini e questo è un vantaggio per il bene della città, ma non esiste una visione cosiddetta ‘anti-verde’, spiega Muraro. “Credo sia necessario un dialogo continuo per far comprendere che l’abbattimento di alberi arrivati a fine ciclo vita o rischiosi non è di per sé un fallimento della tutela”. “Certamente la sicurezza è un tema serio, ma non si può fare di ogni grande albero un potenziale imputato”, conclude Zanzi. “Credo che la buona amministrazione del verde si misuri anche con la qualità degli alberi salvati, con la capacità di dire no a un abbattimento evitabile, con la competenza degli interventi, con la cura silenziosa che non finisce nel giorno della piantumazione ma comincia proprio lì. Il problema non è politico, ma culturale”.

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Festival di architettura “Open House Roma”: così si promuove una partecipazione più consapevole alla trasformazione della città

3 June 2026 at 18:29

“L’architettura non viene abbastanza conosciuta e studiata, rispetto alle arti figurative e alla pittura, ma è un peccato perché invece ha un ruolo importantissimo: viviamo l’architettura tutti i giorni, uscendo di casa, andando al lavoro”. Francesca Laganà ha trentasei anni, è architetta (con una specializzazione in restauro architettonico), per lavoro si occupa di rilievo digitale dei beni culturali applicando tecnologie avanzate dalla documentazione del patrimonio; ma soprattutto, nel tempo che le resta, coordina – insieme a Giulia Franceschilli e Giovanni Orlando – oltre seicento volontari del Festival internazionale di architettura Open House Roma, organizzato dall’associazione culturale Open City Roma (APS). Festival che ogni anno, a maggio, trasforma la Capitale in un museo diffuso, offrendo (quest’anno) ben 220 luoghi aperti, 60 tour guidati e 50 eventi speciali. Tutto gratuito, con l’obiettivo di far conoscere l’architettura – antica, moderna, contemporanea – ai cittadini. “Open House Roma fa parte di Open House Worldwide, un network internazionale che nasce a Londra nel lontano 1992 con l’idea di aprire gratuitamente le porte della città. E ora è diffuso in altre sessanta città del mondo”, spiega Francesca. “In Italia è arrivato attraverso l’associazione Open City Roma nel 2010 (la prima edizione del Festival è nel 2012), e si è poi ampliato anche a Milano, Torino e Napoli. Oggi Open City Roma è un’associazione non profit nata per diffondere la conoscenza dell’architettura e promuovere una partecipazione più consapevole alla trasformazione della città”. Ad organizzare il festival sono dodici persone (dottori di ricerca, architetti, operatori culturali e comunicatori digitali), “che si riconoscono in un progetto fondato sul concetto di bene comune come motore propulsivo di una nuova economia che metta al centro l’ambiente, la cultura e la comunità”; poi ci sono appunto tutti i volontari – che non sono tutti architetti, e non sono solo studenti, ma di ogni età e con percorsi completamente diversi – che gestiscono la grande mole di visitatori che ogni anno partecipano agli eventi.

“I volontari, che noi chiamiamo ‘Openhousers’, e che scelgono quando essere disponibili e per quante ore, hanno due ruoli principali”, spiega Francesca. “I primi si chiamano ‘Architeller’ e sono le persone che raccontano questi luoghi in modo chiaro, semplice e accessibile, anche per chi non ha competenze. E poi ci sono i Site Assistant, quelli che si occupano dell’accoglienza, dell’organizzazione, delle prenotazioni e dello svolgimento delle visite”.

Per Francesca il lavoro per Open House Roma è una specie di secondo lavoro, “almeno mezza giornata la porta via, ma è una questione di passione”. Gli edifici sono scelti dal team “Programma”, coordinato da Gaia Maria Lombardo, che cura la selezione dei luoghi, i rapporti con proprietari, enti e istituzioni e la costruzione dell’offerta culturale del festival. È il gruppo che mette insieme tutti i tasselli affinché ogni anno Open House possa raccontare la città attraverso centinaia di aperture, visite ed eventi (con una percentuale di rinnovo di circa il 30-40% del programma). Si lavora anche sulle case private, molte volte sono gli architetti stessi che propongono un loro progetto e lo raccontano al pubblico.

All’interno del programma c’è una sezione che si chiama ‘Architetture del quotidiano’, con lo scopo rendere visitabili quei luoghi che di solito vengono utilizzati con un altro scopo, ad esempio le chiese e i mercati. “Tutto ciò che apriamo”, continua la volontaria, “ha un valore architettonico e collaboriamo anche con i volontari del Touring Club italiano, uno scambio importantissimo e bello tra generazioni diverse”.

Un’apertura nuova di quest’anno, particolarmente suggestiva? “Abbiamo reso fruibile con grande successo il Mausoleo degli Equinozi sull’Appia Antica, Una delle testimonianze più affascinanti del paesaggio funerario dell’Appia. La particolarità del monumento è nel suo orientamento astronomico: nei giorni degli equinozi un raggio solare penetra dalle aperture superiori e illumina il centro della camera. Ma penso anche all’opificio Italiacamp, che era una importante marmeria che ha realizzato opere e restauri per la Basilica di San Pietro, le cattedrali di Londra e New York, i palazzi del Quirinale e oggi è un luogo di eventi che ha mantenuto la sua identità. Quello che conta davvero”, conclude Francesca, “è il senso di partecipazione culturale. Il volontariato culturale secondo me ha un valore enorme, perché significa contribuire concretamente a rendere la cultura più accessibile e condivisa. Spesso si pensa al volontariato solo in ambito sociale o assistenziale, ma anche la cultura ha bisogno di persone che mettano tempo, energie e competenze al servizio della collettività. La cosa più bella è vedere persone entrare in un luogo e uscirne guardando la città in modo diverso. E sapere che tutto questo è possibile grazie all’impegno e all’energia di chi ogni anno sceglie di esserci”.

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Sposarsi prima dei 30 anni torna di moda: da Dua Lipa a Brooklyn Beckham, perché la Gen Z riscopre matrimonio, figli e promesse d’amore

3 June 2026 at 15:41

Potremmo parlare d’amore (cuoricini, cuoricini) e invece parliamo di numeri. Ci si sposa meno (un calo medio del 6%) ma le cose potrebbero cambiare. Paradossalmente, meno sacro e più festaiolo diventa il rito, più si dice con leggerezza “lo voglio”. Almeno per un po’. E, a guardare bene negli intricati rendiconti dell’Istat di fine 2025, se le buone intenzioni diventassero fatti, avremmo risolto in una generazione o due il problema della crescita zero (lasciamo il calcolo esatto agli attuari). Siamo decisamente in controtendenza. Il 74,5% dei giovanissimi pensa che da grande vivrà in coppia, con o senza matrimonio. E il report dell’Istat sugli undici-diciannovenni fa sperare. Appena il 5,1% si immagina senza un compagno/a, e gli indecisi superano di poco il 20%. La quota di chi si vede single è leggermente più alta per le ragazze (dato interessante in termini di indipendenza: meglio sole che male accompagnate). Anche se l’età del primo sì è ferma sui 34 anni per gli uomini e 32 per le donne, la maggioranza (76,9%) dei giovanissimi vorrebbe sposarsi entro i 30, e il 21% prima dei 26. Le ragazze puntano ad anticipare ulteriormente (80,7%) e il 23,2 è decisa a sposarsi poco dopo i 25. Anche sul fronte figli ci sono novità: con l’età aumenta il desiderio di averne, che passa dal 63,3% della fascia 11-13 anni al 73,1% di quella 17-19. Il 61,5% dei giovanissimi che pensa di avere bambini ne vorrebbe due, l’8,8% si accontenta di uno, il 18,2% tre o anche più. Alcuni/e prudentemente non sanno. Del resto, uno studio della Fondazione Cariplo fotografa i problemi della genitorialità nel Nord Italia, un problema di sistema per le giovani coppie: servizi troppo cari in città e lontani in provincia.

Prima ancora, bisogna fare i conti con il lavoro, i soldi, la fluidità e la materia prima: lui, lei, l’amore. Eppure le nuove generazioni (in particolare la Z) si stanno riavvicinando all’idea del matrimonio, a condizione di ridefinirlo come gesto personale, inclusivo ed estetico (il che spiega i dei tre giorni festa, come fossimo in India, i due-tre cambi d’abito per la sposa, le location insolite, gli addii al celibato e al nubilato importati dagli USA.) C’è anche un grande ritorno alla tradizione, racconta il designer Antonio Riva, che ha appena presentato a Milano la collezione White Sublime, un bouquet di elegantissimi abiti in mikado di seta quasi architettonici visti alla Barcelona Bridal Fashion Week: “C’è tanta voglia di sognare!”. Concordano Marta De Vivo, 24 anni, consulente di comunicazione strategica ( “sposarsi è credere in qualcosa di bello” ) e Carolina Capria scrittrice, sceneggiatrice, podcaster, che ne hanno parlato su Sky Tg 24. E, da non sottovalutare, c’è l’esempio dello star system: ok, divi e divette, piloti e d ereditiere non hanno problemi budget, ma la questione economica non è l’unico ostacolo. L’adorata Taylor Swfit, 36 anni, ha dovuto baciare molti ranocchi (una dozzina quelli conosciuti) prima di trovare il principe suo coetaneo, il giocatore di football americano Travis Kelce. Forse per questo, tante celebs trovato l’amore, si precipitano all’altare o in una qualunque istituzione per legalizzarlo. La cantante Dua Lipa, trent’anni, e Callum Turner (famoso per gli spin-off di Harry Potter), 26, si sono appena sposati al Londra dopo due anni insieme. Mille Bobby Brown ( Stranger Things ed Enola Holmes) ha detto un entusiasta sì a Jake Bongiovi, figlio di Jon, nel 2024 (20 anni lei, 21 lui) nonostante gli appelli social le chiedessero di ripensarci ( “Ti prego Millie, non farlo!”). Sembrano innamoratissimi Brooklyn Beckham, oggi 27 anni, e Nicola Pelz, 31, sposi nel 2022. Mamma Victoria era contraria a nozze tanto precoci nonostante la ragazza fosse di ottima famiglia (papà miliardario).

Dureranno queste coppie? O mettono in conto la possibilità di lasciarsi magari con un gioioso divorce party? Khaby Lame, uno dei tiktoker più seguiti al mondo per ii divertenti sketch muti (il suo patrimonio è valutato tra 1,3 e 2,7 milioni di dollari), nel novembre 2023, a 23 anni, si è lanciato senza paracadute in un matrimonio flash, rito religioso musulmano, con la modella danese-sudafricana Wendy Thembelihle Juel, ma la coppia non ha funzionato. “Inaspettata e insanabile incompatibilità caratteriale“, recita il comunicato ufficiale: il divorzio è arrivato nel maggio 2024, pochi mesi dopo.

In effetti, la chiave di tutto è la domanda che aleggia nella serie Netflix “Beef 2” (la prima stagione è stata molto premiata): sappiamo davvero cosa significa sposarsi? Assistiamo a un litigio estremo fra marito (Oscar Isaac) e moglie (Carey Mulligan) asfissiati dal lavoro condiviso in un lussuoso country club, che non hanno mai un reale momento insieme, non riescono a concludere i lavori in casa o a fare sesso, poveri loro. Hanno puntato troppo sull’immagine della relazione perfetta e ne pagano il prezzo. Ma anche i giovani e innamoratissimi dipendenti del club (Charles Melton e Cailee Spaeny) scoprono il possibile, rapido decadimento della loro passione…Eppure si moltiplicano i post di ventenni con tanto di anello di fidanzamento e la scritta, in inglese “I am engaged!”, perché ormai si fa tutto come nei film, lei estasiata, lui in ginocchio con l’astuccio in mano che rivelerà una piccola scheggia di luce. Un diamante è per sempre. Un matrimonio forse no, ma a quanto pare, con un po’ di incoscienza è bello provarci.

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Chi è Bill Pulte, il fedelissimo di Trump scelto per guidare ad interim l’intelligence Usa

Da investitore immobiliare alla guida - seppur provvisoria - della National Intelligence: l’ascesa del dirigente scelto dal presidente, tra Fhfa, Fannie Mae, Freddie Mac e fedeltà politica

Fisheries and climate research would be hit hard in Trump’s proposed budget

Physicist Stephen Volz had been working with colleagues at the U.S.’s National Oceanic and Atmospheric Administration for nearly 10 years to produce a new generation of geostationary satellites — instruments that would provide critical observations about atmospheric conditions, climate patterns and weather. But when Donald Trump returned to office in January 2025, this long-term project was thrown into disarray. “This administration canceled three of the five instruments on that program,” Volz, the assistant administrator for NOAA’s National Environmental Satellite, Data, and Information Service, who has been on administrative leave since July 2025, told Mongabay. The cancellations applied to instruments that measured air pollutants, tracked lightning to forecast hurricanes and tornadoes, and monitored ocean color to detect events such as algal blooms, sargassum seaweed surges and salinity changes, according to Volz. “They said, ‘those are all wasted money, they’re climate alarmist, I don’t need air quality, I don’t need ocean color,’” Volz said about the administration’s decision. The axing of this project is just one example of what experts describe as a broad, long-term effort by the Trump administration to weaken NOAA. The long-standing scientific and regulatory agency within the U.S. Department of Commerce has historically been responsible for everything from forecasting the weather and monitoring the climate to managing fisheries and protecting marine mammals. The White House did not respond to Mongabay’s request for comment. NOAA’s GOES-19 satellite, which tracks hurricanes and tropical storms in the Atlantic Ocean basin, as well as monitor severe weather, atmospheric rivers, wildfires, volcanic eruptions…This article was originally published on Mongabay

How we tracked China’s deep-sea mining fleet

A version of this story was originally published by the Pulitzer Center, which supported Elizabeth Claire Alberts as an Ocean Reporting Network fellow. We didn’t set out to investigate China’s deep-sea mining fleet, but as our research into the burgeoning industry developed over our yearlong partnership, it became clear that an investigation into the fleet’s alleged military dual use was emerging as an important, untold story. Shortly after we embarked on our joint project, geopolitics around the deep-sea mining landscape began to shift dramatically. In February 2025, China signed an agreement with the Cook Islands government to collaborate on deep-sea mining research and exploration. At the same time, it was pursuing a similar deal with the archipelago nation of Kiribati, marking a notable expansion of Chinese influence in the Pacific. China holds the largest number of exploration contracts issued by the International Seabed Authority (ISA), the U.N.-affiliated deep-sea mining regulator, and is also its biggest financial contributor. It also operates the world’s largest oceanographic research fleet. Against this backdrop, we kept returning to a central question: was China’s pursuit of deep-sea mining driven solely for accessing mineral resources, or was it also shaped by broader geopolitical strategy? Through extensive reporting, we learned that China’s interest in seabed mining was motivated by both of these things, and that some of its vessels were engaged in both deep-sea mining work and militarily strategic surveillance. Meanwhile, deep-sea mining efforts have been gathering pace in the United States. In March 2025, The Metals Company,…This article was originally published on Mongabay

Elsa Cordeiro é a nova diretora regional do IEFP no Algarve

2 June 2026 at 14:30

Elsa Cordeiro é a nova diretora regional do Instituto do Emprego e Formação Profissional (IEFP) no Algarve, confirmou o Sul Informação junto da própria.

A antiga vice-presidente da Comissão de Coordenação e Desenvolvimento Regional (CCDR) do Algarve começou ontem, dia 1 de Junho, a trabalhar nas suas novas funções na liderança do IEFP, tendo mesmo tido uma reunião com o secretário Estado Adjunto e do Trabalho, em Évora.

Elsa Maria Simas Cordeiro é licenciada em Gestão Económica e Financeira, com PósGraduação em Avaliação de Políticas Públicas, Pós-Graduação em Direito do Urbanismo e do Turismo e detentora do CAGEP – Programa de Formação em Gestão Pública.

Tem um percurso profissional consolidado de mais de três décadas no setor financeiro, com 34 anos de experiência em funções de gestão bancária, destacando-se pela liderança de equipas, planeamento estratégico e rigor na gestão.

Em paralelo, desenvolveu um extenso percurso na vida pública, tendo exercido funções executivas e políticas a nível local, regional e nacional. Foi vice-presidente da Câmara Municipal de Tavira, deputada à Assembleia da República pelo círculo de Faro, onde integrou, como membro efetivo, a Comissão de Orçamento, Finanças e Administração Pública e a Comissão da Saúde, e desempenhou diversos cargos de responsabilidade em estruturas políticas e associativas.

Desde Outubro de 2020 até ao início do passado mês de Março, exerceu funções de vice-presidente da CCDR Algarve, designada por Resolução do Conselho de Ministros, com intervenção em matérias de coordenação regional, políticas públicas e articulação institucional.

O seu percurso evidencia experiência relevante nas áreas da governação pública, saúde, ação social e administração financeira, aliando conhecimento técnico, capacidade de liderança e profundo compromisso com o serviço público.

Elsa Cordeiro sucede no cargo a Madalena Feu, que se reformou no final do ano passado.

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Trump's oil blockade on Cuba aggravates Havana's garbage crisis

1 June 2026 at 11:54
PRESS REVIEW – Monday, June 1: Piles of trash are flooding Havana, as Cuba struggles under US President Donald Trump's oil blockade. Next, papers look at the latest cancer research breakthrough and the industry of hair transplants. Also: US farmers find alternative ways to make money. Finally, some Paris metro stations have new names after PSG's Champions League win.

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