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Siamo alle solite: scelte sbagliate in sanità che fanno sprecare soldi

4 June 2026 at 05:50

Nuova legge, nuovo inganno: i cittadini come al solito gabbati. Prendo spunto da un articolo di Milena Gabanelli sul Corsera dal titolo emblematico: lo Stato ora paga i farmaci più di quanto costano! “E’ in questo contesto che va letta la modifica al sistema voluta dal governo Meloni e dal sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato, farmacista con delega alla farmaceutica. Un meccanismo in cui, fino agli 8 euro a confezione, più il prezzo del farmaco è basso maggiore è il margine di guadagno.”

In pratica se il prezzo del farmaco si abbassa il SSN lo paga di più alle farmacie a scapito di altre spese. Io credo invece che lo Stato da subito debba andare alla ricerca di spese inutili, non aggiungerne, come ad esempio il caso che ricorderete di Avastin-Lucentis, due farmaci sovrapponibili per efficacia clinica ma con enorme differenza di prezzo, fino a settanta volte, a scapito delle casse pubbliche che io, insieme all’aiuto di Sabrina Giannini, di Report e del Corsera, sono riuscito a risolvere.

E c’è di più. Perché lo Stato non si organizza e invia direttamente al domicilio del cittadino-paziente almeno le terapie croniche con risparmio almeno del 30%? Ovviamente un sistema tipo History Health bloccherebbe l’invio se non ci si sottopone ai programmati controlli di una medicina di base efficace e non relegata spesso solo a ricopiare ricette croniche inutili.

Naturalmente per l’accordo Stato-Regioni per cui le spese economiche sono di derivazione locale, su controllo del centrale, anche la Regione Lombardia, proprio in questi giorni, riferisce di aver raggiunto la possibilità di acquisti centralizzati nella sanità ma i costi aumentano! Un ossimoro, altri soldi sprecati.

Nel documento del 30 aprile 2026 la centrale unica regionale, pensata per fare massa critica e spuntare prezzi migliori, viene descritta come un fattore di rigidità: meno fornitori, meno concorrenza, prezzi che non scendono. Anche di questo parlai molti anni addietro in un articolo di Thomas Mackinson il cui titolo è attualissimo: “Appalti, azzeccare il vincitore è un gioco. Il nome in un cassetto della redazione”

Senza un valido sistema di controllo indipendente a livello regionale e nazionale il sistema si ammalerà sempre più senza avere le risorse utili al bene comune.

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Dieci cortometraggi di registi iraniani raccontano l’audacia di una nuova generazione

4 June 2026 at 03:45

Il regista, sceneggiatore e produttore iraniano Mohammad Rasoulof ha scelto la forma più tipica, poetica e metaforica del cortometraggio per girare il suo primo film in esilio, essendo stato costretto a lasciare l’Iran clandestinamente. Condannato al carcere e alla fustigazione per il suo lavoro di regista, due anni fa si è rifugiato in Germania, dove ha scritto, diretto e prodotto il cortometraggio Sense of Water (2026), con il sostegno del Displacement Film Fund lanciato da Cate Blanchett insieme all’Hubert Bals Fund (HBF) dell’International Film Festival Rotterdam. Il cortometraggio semi-biografico di circa quaranta minuti, girato in lingua farsi e tedesco, racconta la storia di uno scrittore in esilio, Ali, che a Berlino si confronta con la perdita della lingua madre e la frattura fra linguaggio e sentimenti. Nonostante riesca a riscoprire l’amore, non riesce a superare il trauma dell’esilio. In lui si risveglia così il desiderio di tornare in Iran, in segno di solidarietà con la lotta degli iraniani e per capire chi è veramente, prima di iniziare a scrivere un nuovo libro.

Frame dal cortometraggio “Sense of water”. Courtesy of the author

Un cortometraggio ibrido tra finzione e documentario è Shadowless: In Transit (2023) di Azin Feizabadi. Un girato che affronta i temi della migrazione e dell’appartenenza. Un viaggiatore iraniano in arrivo in Germania – interpretato dallo stesso Feizabadi, regista e artista– si interroga sul suo futuro, mentre si trova in uno spazio intermedio, quello di un “transito” aeroportuale, che non riesce a lasciare. Video personali e di famiglia si intrecciano ritmicamente a flashback cinematografici, immagini del presente e riprese da una videocamera. Il corto fa parte di un’opera collettiva, Iran – A Sense of Place, una collaborazione con la Wim Wenders Foundation grazie alla quale nel 2023 sei cineasti iraniani sotto la supervisione della producer Afsun Moshiry hanno raccontato storie di luoghi situati in Iran o esperienze di esilio in Francia e Germania. 

Un paesaggio dominato da scene estreme, surreali e di una bellezza incantata, diventa invece teatro delle psicosi di un giovane nel cortometraggio Yo Yo (2025), diretto dal regista, sceneggiatore e produttore Mohammadreza Mayghani e presentato al Festival del cinema di Locarno. Il giovane Siavash raggiunge in automobile la splendida regione desertica dell’Iran meridionale, in compagnia dell’amica Shadi. Sente voci oscure e vede immagini che non esistono. Solo la sua amica può salvarlo da questa situazione che lo opprime quasi come fosse una disabilità. Il film è dominato dalla luce, dai colori pastello e dalla quiete del luogo. Le scene sono perfettamente adattate alla musica: il silenzio che avvolge i due protagonisti è intervallato da toni sinistri, colpi di frisbee che preannunciano la svolta finale, assurda e nichilista. 

Anche in There Was One, There Was None (2026) di Yasmin Shahbahrami, presentato all’International Film Festival di Rotterdam (IFFR), la cinematografia è stata curata nei dettagli. Il film è strutturato in maniera sperimentale. Racconta l’amicizia fra due ragazze iraniane – messa a dura prova dal trasferimento all’estero di una delle due – attraverso le confidenze che si scambiano durante le videochiamate. Testimonia la difficoltà di mantenere legami solidi quando questi sono mediati dalla tecnologia moderna, ma anche il duplice conflitto vissuto dalle donne iraniane nella diaspora e da quelle che restano in patria.

Frame dal cortometraggio “There was one there was none”. Courtesy of the author

Premiato dall’importante Associazione iraniana Short Film, The Accused Showed No Remorse (2025) di Ramin Soltani è sempre ambientato sullo sfondo delle proteste del movimento Woman, Life, Freedom. Racconta la storia di una donna, Simin, interpretata dall’attrice Elaheh Farazmand, e del sistema e della società che la opprimono. Quando la protagonista riesce a ottenere la scarcerazione temporanea del figlio adolescente arrestato durante una protesta, lui torna a casa silenzioso e introverso: qualcosa lo turba profondamente. Il finale tipico del cinema iraniano è potente e tragico. Di fuga e sopravvivenza, e di come la guerra si imponga sulla vista e sulla memoria collettiva e personale si occupa il cortometraggio Fruits of Despair di Nima Nassaj, anch’esso girato in lingua farsi, e presentato nella sezione Forum della Berlinale 2026. 

L’uso delle immagini a scopo politico, le nuove tecnologie e un autoritarismo digitale soffocante sono i temi che interessano un altro gruppo di registi, fra cui Hesam Eslami che con Citizen, Inmate (2025) ha ottenuto la menzione d’onore all’Exground FilmFest. In The Man in White (2026), Haman Fouladvand (noto anche come Aman) riflette sulla figura di un boia della rivoluzione del 1979, vestito di bianco e immortalato in un’iconica fotografia, che scompare dalla storia (o si fa cancellare). In questo cortometraggio di undici minuti, l’autore si serve delle nuove tecnologie e di immagini d’archivio per evocare la sua presenza spettrale in una storia in cui le vittime non sono dimenticate. Per il girato ha ricevuto una menzione speciale al Festival del cortometraggio di Clermont-Ferrand. 

Il cortometraggio documentario Memories of a Window (2026) diretto da una giovane coppia cineasti della School of the Art Institute of Chicago, Mehraneh Salimian e Amin Pakparvar, affronta il tema della repressione in Iran dalla prospettiva intima e circoscritta di chi ha osservato da dietro a una finestra le proteste del 2022 del movimento Woman, Life, Freedom. Una produzione a basso costo che utilizza filmati personali e video dal vivo per rispondere alla domanda: «Può una rivoluzione nascere da dietro una finestra?». La risposta risiede nel paesaggio sonoro: la moltiplicazione di voci e musiche di protesta che, nel film, si possono udire in una strada deserta e buia di Teheran, ripresa dall’appartamento dei registi. Il film ha vinto l’Orso di Cristallo per il Miglior Cortometraggio nella sezione Generation 14plus alla Berlinale 2026. 

Il festival di Berlino da tempo promuove i cineasti dissidenti iraniani. Premiato al Festival del cinema di Locarno, Blind, Into The Eye (2025) del duo di filmmaker berlinesi Realillusion – Atefeh Kheirabadi e Mehrad Sepahnia – è un cortometraggio di venti minuti che racconta la violenza mirata durante le proteste del 2022-2023 in Iran. Un collage audiovisivo realizzato con filmati di protesta e video provenienti dai social media che esamina il potere delle immagini come costrutti politici.

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Roma taglia 30mila alberi, il Campidoglio: “Ne abbiamo piantati il doppio”. Gli esperti: “Non basta mettere piante giovani”

3 June 2026 at 18:32

“Trovo sbagliato e profondamente riduttivo il racconto per cui ‘abbiamo piantato più alberi di quanti ne abbiamo tagliati’. Anche se fosse vero numericamente non basterebbe, perché il tema non è quanti alberi entrano o escono dal bilancio comunale, ma quale patrimonio arboreo resta alla città. Quale ombra resta ai cittadini. Quale paesaggio ai quartieri. Abbattere alberi e ripiantarne non è un’operazione neutra. E comunque trentamila alberi abbattuti sono un’enormità”. Daniele Zanzi, agronomo di fama internazionale, commenta così i numeri del Bilancio Arboreo del Comune di Roma. Tra il novembre 2021 e il dicembre 2025, ha spiegato l’amministrazione presentando il Bilancio, gli abbattimenti sono stati 29.842 (di cui 706 schianti) – numeri altissimi rispetto a tutte le amministrazioni precedenti – mentre le piantagioni effettuate sarebbero pari a 67.640. Sono entrati nel computo anche alberi esistenti ma non censiti prima, ben 36.372, che tuttavia fornivano i loro servizi ecosistemici anche prima.

Critiche le associazioni in difesa degli alberi di Roma: per Italia Nostra mancano dati essenziali quali abbattimenti e messa a dimora per ogni municipio, strada, specie arboree, attecchimento e sopravvivenza delle nuove piante. A sua volta Curaa, Cittadini Uniti per Roma i suoi Alberi e Abitanti, parla di un conteggio senza possibilità di verifica e di un bilancio arboreo positivo ma solo sulla carta, mentre denuncia la distruzione di alberi monumentali: dai cipressi del “bosco sacro” del Mausoleo di Augusto, alle paulonie di Piazza della Chiesa Nuova, al bosco dei lecci di Castel Sant’Angelo, al dimezzamento dei pini ai Fori Imperiali. “Solo alcuni esempi di una furia che non sta risparmiando gli alberi nemmeno in periodo di nidificazione. E in ogni caso 30.000 abbattimenti significa 6.000 tonnellate di ossigeno in meno”, denuncia la presidente Jacopa Stinchelli.

Getta acqua sul fuoco Paola Muraro, presidente degli Agronomi di Roma. “È ovvio che la struttura di un albero di 20-30 anni non è la stessa rispetto a una pianta giovane, ma Roma aveva la necessità di un ricambio. Ricordiamo che gli effetti di queste nuove piante non sono mai visibili subito, ma dobbiamo lavorare con un senso di responsabilità ambientale futura”. Muraro ammette che “nel breve periodo si registra una perdita di servizi ecosistemici, ma nel medio-lungo termine il rinnovo porta a un patrimonio arboreo diversificato, meglio adattato agli stress urbani per una funzione vegetazionale più efficiente, più gestibile riguardo al rischio. Non siamo quindi di fronte a una riduzione sistemica del patrimonio arboreo, ma a una sua trasformazione”.

Nel dibattito interviene anche Nathalie Naim, Consigliera del Primo Municipio per la Lista Civica Gualtieri e da sempre in prima linea su decoro urbano e cura del verde. Per Naim “il bilancio arboreo, che è stato redatto secondo quando previsto dal Regolamento del Verde è un atto positivo, ma sarebbe auspicabile, ai fini di una migliore trasparenza per i cittadini, ma anche della comprensione dello stato del verde della città, realizzarlo in modo più circostanziato. Invece di declinare genericamente il numero totale di alberature abbattute e piantate, occorrerebbe indicare la tipologia e il luogo in cui ricadono perché la differenza ecosistemica fra un albero di prima grandezza e uno di piccola specie è enorme, la differenza fra un albero adulto e una pianta molto giovane o un germoglio anche”.

La questione, anche per Naim, riguarda il paesaggio: “Un albero non vale un altro. Un paesaggio tipico di Roma caratterizzato da filari di pini o da platani ad esempio, non può e non deve essere sostituito da altre specie. Infine è importante verificare i giovani alberi piantati dalle ditte e conteggiati nel bilancio perché troppo spesso questi non ottemperano al loro dovere di accudirli per due anni e molti non sopravvivono”. In generale, dunque rilievi critici mossi all’amministrazione convergono sul tema della qualità del verde. “Il valore non è nel fusto contato, ma nella funzione esercitata”, nota sempre Zanzi. “Per questo la legge che considera l’albero come oggetto di arredo urbano ed equipara un albero di trenta metri a uno appena nato andrebbe modificata”.

Resta comunque un problema radicale: l’incomprensione, sul tema del verde, tra l’amministrazione romana e i cittadini, che ormai da mesi e mesi manifestano tutta la loro frustrazione sui social media dove denunciano i continui abbattimenti senza preavviso e senza coinvolgere i residenti, che spesso si trovano all’improvviso privati dei loro alberi e della relativa ombra. “A Roma esiste una forte azione collaborativa da parte dei cittadini e questo è un vantaggio per il bene della città, ma non esiste una visione cosiddetta ‘anti-verde’, spiega Muraro. “Credo sia necessario un dialogo continuo per far comprendere che l’abbattimento di alberi arrivati a fine ciclo vita o rischiosi non è di per sé un fallimento della tutela”. “Certamente la sicurezza è un tema serio, ma non si può fare di ogni grande albero un potenziale imputato”, conclude Zanzi. “Credo che la buona amministrazione del verde si misuri anche con la qualità degli alberi salvati, con la capacità di dire no a un abbattimento evitabile, con la competenza degli interventi, con la cura silenziosa che non finisce nel giorno della piantumazione ma comincia proprio lì. Il problema non è politico, ma culturale”.

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Festival di architettura “Open House Roma”: così si promuove una partecipazione più consapevole alla trasformazione della città

3 June 2026 at 18:29

“L’architettura non viene abbastanza conosciuta e studiata, rispetto alle arti figurative e alla pittura, ma è un peccato perché invece ha un ruolo importantissimo: viviamo l’architettura tutti i giorni, uscendo di casa, andando al lavoro”. Francesca Laganà ha trentasei anni, è architetta (con una specializzazione in restauro architettonico), per lavoro si occupa di rilievo digitale dei beni culturali applicando tecnologie avanzate dalla documentazione del patrimonio; ma soprattutto, nel tempo che le resta, coordina – insieme a Giulia Franceschilli e Giovanni Orlando – oltre seicento volontari del Festival internazionale di architettura Open House Roma, organizzato dall’associazione culturale Open City Roma (APS). Festival che ogni anno, a maggio, trasforma la Capitale in un museo diffuso, offrendo (quest’anno) ben 220 luoghi aperti, 60 tour guidati e 50 eventi speciali. Tutto gratuito, con l’obiettivo di far conoscere l’architettura – antica, moderna, contemporanea – ai cittadini. “Open House Roma fa parte di Open House Worldwide, un network internazionale che nasce a Londra nel lontano 1992 con l’idea di aprire gratuitamente le porte della città. E ora è diffuso in altre sessanta città del mondo”, spiega Francesca. “In Italia è arrivato attraverso l’associazione Open City Roma nel 2010 (la prima edizione del Festival è nel 2012), e si è poi ampliato anche a Milano, Torino e Napoli. Oggi Open City Roma è un’associazione non profit nata per diffondere la conoscenza dell’architettura e promuovere una partecipazione più consapevole alla trasformazione della città”. Ad organizzare il festival sono dodici persone (dottori di ricerca, architetti, operatori culturali e comunicatori digitali), “che si riconoscono in un progetto fondato sul concetto di bene comune come motore propulsivo di una nuova economia che metta al centro l’ambiente, la cultura e la comunità”; poi ci sono appunto tutti i volontari – che non sono tutti architetti, e non sono solo studenti, ma di ogni età e con percorsi completamente diversi – che gestiscono la grande mole di visitatori che ogni anno partecipano agli eventi.

“I volontari, che noi chiamiamo ‘Openhousers’, e che scelgono quando essere disponibili e per quante ore, hanno due ruoli principali”, spiega Francesca. “I primi si chiamano ‘Architeller’ e sono le persone che raccontano questi luoghi in modo chiaro, semplice e accessibile, anche per chi non ha competenze. E poi ci sono i Site Assistant, quelli che si occupano dell’accoglienza, dell’organizzazione, delle prenotazioni e dello svolgimento delle visite”.

Per Francesca il lavoro per Open House Roma è una specie di secondo lavoro, “almeno mezza giornata la porta via, ma è una questione di passione”. Gli edifici sono scelti dal team “Programma”, coordinato da Gaia Maria Lombardo, che cura la selezione dei luoghi, i rapporti con proprietari, enti e istituzioni e la costruzione dell’offerta culturale del festival. È il gruppo che mette insieme tutti i tasselli affinché ogni anno Open House possa raccontare la città attraverso centinaia di aperture, visite ed eventi (con una percentuale di rinnovo di circa il 30-40% del programma). Si lavora anche sulle case private, molte volte sono gli architetti stessi che propongono un loro progetto e lo raccontano al pubblico.

All’interno del programma c’è una sezione che si chiama ‘Architetture del quotidiano’, con lo scopo rendere visitabili quei luoghi che di solito vengono utilizzati con un altro scopo, ad esempio le chiese e i mercati. “Tutto ciò che apriamo”, continua la volontaria, “ha un valore architettonico e collaboriamo anche con i volontari del Touring Club italiano, uno scambio importantissimo e bello tra generazioni diverse”.

Un’apertura nuova di quest’anno, particolarmente suggestiva? “Abbiamo reso fruibile con grande successo il Mausoleo degli Equinozi sull’Appia Antica, Una delle testimonianze più affascinanti del paesaggio funerario dell’Appia. La particolarità del monumento è nel suo orientamento astronomico: nei giorni degli equinozi un raggio solare penetra dalle aperture superiori e illumina il centro della camera. Ma penso anche all’opificio Italiacamp, che era una importante marmeria che ha realizzato opere e restauri per la Basilica di San Pietro, le cattedrali di Londra e New York, i palazzi del Quirinale e oggi è un luogo di eventi che ha mantenuto la sua identità. Quello che conta davvero”, conclude Francesca, “è il senso di partecipazione culturale. Il volontariato culturale secondo me ha un valore enorme, perché significa contribuire concretamente a rendere la cultura più accessibile e condivisa. Spesso si pensa al volontariato solo in ambito sociale o assistenziale, ma anche la cultura ha bisogno di persone che mettano tempo, energie e competenze al servizio della collettività. La cosa più bella è vedere persone entrare in un luogo e uscirne guardando la città in modo diverso. E sapere che tutto questo è possibile grazie all’impegno e all’energia di chi ogni anno sceglie di esserci”.

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Sposarsi prima dei 30 anni torna di moda: da Dua Lipa a Brooklyn Beckham, perché la Gen Z riscopre matrimonio, figli e promesse d’amore

3 June 2026 at 15:41

Potremmo parlare d’amore (cuoricini, cuoricini) e invece parliamo di numeri. Ci si sposa meno (un calo medio del 6%) ma le cose potrebbero cambiare. Paradossalmente, meno sacro e più festaiolo diventa il rito, più si dice con leggerezza “lo voglio”. Almeno per un po’. E, a guardare bene negli intricati rendiconti dell’Istat di fine 2025, se le buone intenzioni diventassero fatti, avremmo risolto in una generazione o due il problema della crescita zero (lasciamo il calcolo esatto agli attuari). Siamo decisamente in controtendenza. Il 74,5% dei giovanissimi pensa che da grande vivrà in coppia, con o senza matrimonio. E il report dell’Istat sugli undici-diciannovenni fa sperare. Appena il 5,1% si immagina senza un compagno/a, e gli indecisi superano di poco il 20%. La quota di chi si vede single è leggermente più alta per le ragazze (dato interessante in termini di indipendenza: meglio sole che male accompagnate). Anche se l’età del primo sì è ferma sui 34 anni per gli uomini e 32 per le donne, la maggioranza (76,9%) dei giovanissimi vorrebbe sposarsi entro i 30, e il 21% prima dei 26. Le ragazze puntano ad anticipare ulteriormente (80,7%) e il 23,2 è decisa a sposarsi poco dopo i 25. Anche sul fronte figli ci sono novità: con l’età aumenta il desiderio di averne, che passa dal 63,3% della fascia 11-13 anni al 73,1% di quella 17-19. Il 61,5% dei giovanissimi che pensa di avere bambini ne vorrebbe due, l’8,8% si accontenta di uno, il 18,2% tre o anche più. Alcuni/e prudentemente non sanno. Del resto, uno studio della Fondazione Cariplo fotografa i problemi della genitorialità nel Nord Italia, un problema di sistema per le giovani coppie: servizi troppo cari in città e lontani in provincia.

Prima ancora, bisogna fare i conti con il lavoro, i soldi, la fluidità e la materia prima: lui, lei, l’amore. Eppure le nuove generazioni (in particolare la Z) si stanno riavvicinando all’idea del matrimonio, a condizione di ridefinirlo come gesto personale, inclusivo ed estetico (il che spiega i dei tre giorni festa, come fossimo in India, i due-tre cambi d’abito per la sposa, le location insolite, gli addii al celibato e al nubilato importati dagli USA.) C’è anche un grande ritorno alla tradizione, racconta il designer Antonio Riva, che ha appena presentato a Milano la collezione White Sublime, un bouquet di elegantissimi abiti in mikado di seta quasi architettonici visti alla Barcelona Bridal Fashion Week: “C’è tanta voglia di sognare!”. Concordano Marta De Vivo, 24 anni, consulente di comunicazione strategica ( “sposarsi è credere in qualcosa di bello” ) e Carolina Capria scrittrice, sceneggiatrice, podcaster, che ne hanno parlato su Sky Tg 24. E, da non sottovalutare, c’è l’esempio dello star system: ok, divi e divette, piloti e d ereditiere non hanno problemi budget, ma la questione economica non è l’unico ostacolo. L’adorata Taylor Swfit, 36 anni, ha dovuto baciare molti ranocchi (una dozzina quelli conosciuti) prima di trovare il principe suo coetaneo, il giocatore di football americano Travis Kelce. Forse per questo, tante celebs trovato l’amore, si precipitano all’altare o in una qualunque istituzione per legalizzarlo. La cantante Dua Lipa, trent’anni, e Callum Turner (famoso per gli spin-off di Harry Potter), 26, si sono appena sposati al Londra dopo due anni insieme. Mille Bobby Brown ( Stranger Things ed Enola Holmes) ha detto un entusiasta sì a Jake Bongiovi, figlio di Jon, nel 2024 (20 anni lei, 21 lui) nonostante gli appelli social le chiedessero di ripensarci ( “Ti prego Millie, non farlo!”). Sembrano innamoratissimi Brooklyn Beckham, oggi 27 anni, e Nicola Pelz, 31, sposi nel 2022. Mamma Victoria era contraria a nozze tanto precoci nonostante la ragazza fosse di ottima famiglia (papà miliardario).

Dureranno queste coppie? O mettono in conto la possibilità di lasciarsi magari con un gioioso divorce party? Khaby Lame, uno dei tiktoker più seguiti al mondo per ii divertenti sketch muti (il suo patrimonio è valutato tra 1,3 e 2,7 milioni di dollari), nel novembre 2023, a 23 anni, si è lanciato senza paracadute in un matrimonio flash, rito religioso musulmano, con la modella danese-sudafricana Wendy Thembelihle Juel, ma la coppia non ha funzionato. “Inaspettata e insanabile incompatibilità caratteriale“, recita il comunicato ufficiale: il divorzio è arrivato nel maggio 2024, pochi mesi dopo.

In effetti, la chiave di tutto è la domanda che aleggia nella serie Netflix “Beef 2” (la prima stagione è stata molto premiata): sappiamo davvero cosa significa sposarsi? Assistiamo a un litigio estremo fra marito (Oscar Isaac) e moglie (Carey Mulligan) asfissiati dal lavoro condiviso in un lussuoso country club, che non hanno mai un reale momento insieme, non riescono a concludere i lavori in casa o a fare sesso, poveri loro. Hanno puntato troppo sull’immagine della relazione perfetta e ne pagano il prezzo. Ma anche i giovani e innamoratissimi dipendenti del club (Charles Melton e Cailee Spaeny) scoprono il possibile, rapido decadimento della loro passione…Eppure si moltiplicano i post di ventenni con tanto di anello di fidanzamento e la scritta, in inglese “I am engaged!”, perché ormai si fa tutto come nei film, lei estasiata, lui in ginocchio con l’astuccio in mano che rivelerà una piccola scheggia di luce. Un diamante è per sempre. Un matrimonio forse no, ma a quanto pare, con un po’ di incoscienza è bello provarci.

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Chi è Bill Pulte, il fedelissimo di Trump scelto per guidare ad interim l’intelligence Usa

Da investitore immobiliare alla guida - seppur provvisoria - della National Intelligence: l’ascesa del dirigente scelto dal presidente, tra Fhfa, Fannie Mae, Freddie Mac e fedeltà politica

Fisheries and climate research would be hit hard in Trump’s proposed budget

Physicist Stephen Volz had been working with colleagues at the U.S.’s National Oceanic and Atmospheric Administration for nearly 10 years to produce a new generation of geostationary satellites — instruments that would provide critical observations about atmospheric conditions, climate patterns and weather. But when Donald Trump returned to office in January 2025, this long-term project was thrown into disarray. “This administration canceled three of the five instruments on that program,” Volz, the assistant administrator for NOAA’s National Environmental Satellite, Data, and Information Service, who has been on administrative leave since July 2025, told Mongabay. The cancellations applied to instruments that measured air pollutants, tracked lightning to forecast hurricanes and tornadoes, and monitored ocean color to detect events such as algal blooms, sargassum seaweed surges and salinity changes, according to Volz. “They said, ‘those are all wasted money, they’re climate alarmist, I don’t need air quality, I don’t need ocean color,’” Volz said about the administration’s decision. The axing of this project is just one example of what experts describe as a broad, long-term effort by the Trump administration to weaken NOAA. The long-standing scientific and regulatory agency within the U.S. Department of Commerce has historically been responsible for everything from forecasting the weather and monitoring the climate to managing fisheries and protecting marine mammals. The White House did not respond to Mongabay’s request for comment. NOAA’s GOES-19 satellite, which tracks hurricanes and tropical storms in the Atlantic Ocean basin, as well as monitor severe weather, atmospheric rivers, wildfires, volcanic eruptions…This article was originally published on Mongabay

How we tracked China’s deep-sea mining fleet

A version of this story was originally published by the Pulitzer Center, which supported Elizabeth Claire Alberts as an Ocean Reporting Network fellow. We didn’t set out to investigate China’s deep-sea mining fleet, but as our research into the burgeoning industry developed over our yearlong partnership, it became clear that an investigation into the fleet’s alleged military dual use was emerging as an important, untold story. Shortly after we embarked on our joint project, geopolitics around the deep-sea mining landscape began to shift dramatically. In February 2025, China signed an agreement with the Cook Islands government to collaborate on deep-sea mining research and exploration. At the same time, it was pursuing a similar deal with the archipelago nation of Kiribati, marking a notable expansion of Chinese influence in the Pacific. China holds the largest number of exploration contracts issued by the International Seabed Authority (ISA), the U.N.-affiliated deep-sea mining regulator, and is also its biggest financial contributor. It also operates the world’s largest oceanographic research fleet. Against this backdrop, we kept returning to a central question: was China’s pursuit of deep-sea mining driven solely for accessing mineral resources, or was it also shaped by broader geopolitical strategy? Through extensive reporting, we learned that China’s interest in seabed mining was motivated by both of these things, and that some of its vessels were engaged in both deep-sea mining work and militarily strategic surveillance. Meanwhile, deep-sea mining efforts have been gathering pace in the United States. In March 2025, The Metals Company,…This article was originally published on Mongabay

Elsa Cordeiro é a nova diretora regional do IEFP no Algarve

2 June 2026 at 14:30

Elsa Cordeiro é a nova diretora regional do Instituto do Emprego e Formação Profissional (IEFP) no Algarve, confirmou o Sul Informação junto da própria.

A antiga vice-presidente da Comissão de Coordenação e Desenvolvimento Regional (CCDR) do Algarve começou ontem, dia 1 de Junho, a trabalhar nas suas novas funções na liderança do IEFP, tendo mesmo tido uma reunião com o secretário Estado Adjunto e do Trabalho, em Évora.

Elsa Maria Simas Cordeiro é licenciada em Gestão Económica e Financeira, com PósGraduação em Avaliação de Políticas Públicas, Pós-Graduação em Direito do Urbanismo e do Turismo e detentora do CAGEP – Programa de Formação em Gestão Pública.

Tem um percurso profissional consolidado de mais de três décadas no setor financeiro, com 34 anos de experiência em funções de gestão bancária, destacando-se pela liderança de equipas, planeamento estratégico e rigor na gestão.

Em paralelo, desenvolveu um extenso percurso na vida pública, tendo exercido funções executivas e políticas a nível local, regional e nacional. Foi vice-presidente da Câmara Municipal de Tavira, deputada à Assembleia da República pelo círculo de Faro, onde integrou, como membro efetivo, a Comissão de Orçamento, Finanças e Administração Pública e a Comissão da Saúde, e desempenhou diversos cargos de responsabilidade em estruturas políticas e associativas.

Desde Outubro de 2020 até ao início do passado mês de Março, exerceu funções de vice-presidente da CCDR Algarve, designada por Resolução do Conselho de Ministros, com intervenção em matérias de coordenação regional, políticas públicas e articulação institucional.

O seu percurso evidencia experiência relevante nas áreas da governação pública, saúde, ação social e administração financeira, aliando conhecimento técnico, capacidade de liderança e profundo compromisso com o serviço público.

Elsa Cordeiro sucede no cargo a Madalena Feu, que se reformou no final do ano passado.

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O conteúdo Elsa Cordeiro é a nova diretora regional do IEFP no Algarve aparece primeiro em Sul Informação.

Trump's oil blockade on Cuba aggravates Havana's garbage crisis

1 June 2026 at 11:54
PRESS REVIEW – Monday, June 1: Piles of trash are flooding Havana, as Cuba struggles under US President Donald Trump's oil blockade. Next, papers look at the latest cancer research breakthrough and the industry of hair transplants. Also: US farmers find alternative ways to make money. Finally, some Paris metro stations have new names after PSG's Champions League win.

‘We demand freedom’: Immigrants on strike in New Jersey prison

29 May 2026 at 18:33
ICE agents spray a protestor with a chemical irritant before detaining them outside of the federal immigration center at Delaney Hall, where ICE is housing detained immigrants, on May 28, 2026 in Newark, New Jersey. Photo by Adam Gray/Getty Images
Labor Notes logo

This story originally appeared in Labor Notes on May 29, 2026. It is shared here with permission.

On a patch of sidewalk on a busy industrial corridor in Newark, federal agents with rifles, metal batons, flak vests, and balaclavas faced off against unarmed activists with cardboard signs and a bullhorn. Detained workers could be heard on the soccer field behind the prison walls, shouting in Spanish, “¡Libertad!” (Freedom!)

Since May 22, 300 of them are on a work stoppage and hunger strike. Over video chat, one worker told the crowd outside that they had stopped eating and working for as little as $1 an hour (or no pay at all) to demand an improvement in their living conditions. “But that’s not all we demand,” he said. “We are also doing this to demand freedom. We’re not treated like people. We’re treated like animals.”

The hunger strikers are demanding to meet with the governor, the release of young and elderly detainees and all medically vulnerable people, and ultimately, freedom for all.

For months a group of activists with the ICE Out of NJ coalition, which includes the immigrant rights group Cosecha, the Catholic advocacy group Pax Christi, and the worker center New Labor, has been protesting outside Delaney Hall, a 1,000-bed privately owned detention center where immigrants, mostly Latino, are jailed without due process.

Families and lawyers of the detainees report that Immigration and Customs Enforcement agents and guards with the GEO Group, the private-prison contractor, have been denying them medical care, offering them food swarming with worms, and refusing them bail bond or access to their lawyers. Many were snatched from construction job sites, or still wearing their service-industry work clothes; others were taken while reporting at courthouses for green-card appointments.

“In our cases, we had already been processed, we were complying with legal requirements, and there was no order from a judge for our detention or arrest,” wrote a worker identified as Brian in a handwritten letter in early May, co-signed by 300 others with redacted names, pleading for help from elected officials. “ICE officers did not take into account the fact that there was already an immigration court date, and they arrested us during check-in appointments at USCIS [U.S. Citizenship and Immigration Services] facilities.”

FROM SCARCE FOOD TO NONE

They struck because they wanted to hit their jailers’ bottom line, but they were already going without food, and their health has further deteriorated. “People aren’t eating because of the strike we are organizing and there’s no medical assistance,” said a released hunger striker named Luis to Radio Jornalera (Day Laborer Radio). Speaking with his back to the camera to conceal his identity for fear of retaliation by ICE, Luis said another detainee had become severely dehydrated and couldn’t walk. Food was already scarce or inedible, even before the strike.

When hunger strikers sought medical help at the nursing center in the prison, “they wouldn’t lend us the wheelchair,” Luis said. “We had to put in our own pills, give our own liquids with sugar and a little salt to compensate for electrolytes.” He said there has been no due process for the detentions; he was detained by ICE during a routine check-in, which doesn’t normally occur for people who have a legal case going through the immigration system. People with no criminal records have faced exorbitant fees of upwards of $50,000 for bail, or outright denials to be released on bond.

“If they freed us, we wouldn’t generate profit for this business,” Luis told the Guardian.

Nationwide, the majority of imprisoned immigrants through 2025 had no criminal records. As the American Prospect has reported, the GEO Group is raking in record profits with a federal contract valued at $1 billion. Some of these profits come from imprisoned immigrants working for little or no pay. Workers report they are coerced into participating in the government’s supposedly Voluntary Work Program through solitary confinement and other forms of torture.

The 13th Amendment to the U.S. Constitution abolished slavery, with an asterisk: “except as a punishment for crime whereof the party shall have been duly convicted.” Convicted or not, all labor has value. But what’s doubly wrong is that immigrants in ICE jails haven’t even been convicted, and are being denied due process.

VIOLENT RETALIATION

In what activists are calling retaliation, on May 28 the GEO guards and ICE agents responded to the hunger strike and work stoppage with beatings. Detainees have reported to their lawyers and families that striking units have even had the building’s ventilation cut off, while the floors in some cells are smeared with the blood of detainees.

“Right now there are ICE agents inside of Delaney Hall violently beating the hunger strikers,” Nedia Morsy, director of the nonprofit Make the Road NJ, said in a statement. “Someone will be killed if no one intervenes and shuts this down.”

Gabriela Fuentes said her husband Jose Marroquin called her around 1:30 p.m. to “say they were being beaten and pepper sprayed… This started because they [ICE] wanted to take the only person who translates for them in the unit.”

“They wanted to take him away,” she said outside the prison in a video recording. “So all of the prisoners asked to not take him away. So then agents, ICE agents came to the unit and tried to cuff him, and that’s when the confrontation started.”

She said that the detainees lifted their hands to indicate they didn’t want to fight. The guards took them to their cells. “And then there were the prisoners banging on the doors to please let them out,” Fuentes said. “My husband says there was blood in the floor and in the walls that clearly the agents now were cleaning up because they knew they messed up.”

In a statement, Fuentes said that she bolted to the prison to speak out about what was happening inside. When she got there, she saw that “one of the guys was taken by the ambulance because a guard broke his nose.”

U.S. Department of Homeland Security officials said agents responded to “to a physical fight involving detainees at Delaney Hall.” Homeland Security Secretary Markwyane Mullin has upped the ante, threatening to retaliate against sanctuary cities by pulling Customs and Border Protection officers from airports.

Even before the strike, speaking out about conditions in the prison was met with retaliation. “We have to be very careful, everything we say and do is closely monitored, at all times,” Jordi Alvarado told local news outlet NJ.com in early May. “And then, almost as if on cue, his face abruptly disappeared from the screen of the iPhone advocates had used to call him,” reported NJ.com columnist Daysi Calavia-Robertson. On the blacked out screen, a message popped up. “Call paused.” And shortly after, “Call ended.”

OFFICIAL ACTION DEMANDED

Local and federal elected officials have put out statements condemning the deplorable living conditions and treatment of detainees. New Jersey Sen. Andy Kim, a Democrat, went inside the prison on May 25, came out, joined the protestors, and got pepper sprayed. But the ICE Out of NJ coalition is demanding more action.

“Elected officials, the Governor, and the Attorney General cannot continue ignoring what is happening behind these walls,” said Jorge Torres of the National Day Laborer Organizing Network in a statement. “They must enter the facility immediately, speak directly with the people, and hold GEO Group and ICE accountable for this violence.” The detained immigrant workers have written three letters to legislators pleading for their release; they’ve received no reply.

“I have never thought Delaney Hall should open,” said New Jersey Gov. Mikie Sherrill at a news conference on May 26. “We had a law here in New Jersey against privately run detention facilities…The fact that they wouldn’t let me in there gives you some sense that there is some ‘there’ there, and that’s really concerning to me.”

The cruel impunity is as plain as day, both inside and outside the immigration detention center. On the night of May 27, federal agents struck protesters with batons, pushing one into the path of a tractor trailer wheel, a video shows.

On Thursday after reports of assaults on detainees began circulation, some local elected officials were allowed inside the prison, but access is still limited. That same day, the New Jersey Department of Health was denied full access for an inspection.

The reports often come from the families of the detained. “We’ve been hearing from constituents who have family members inside, including a mother who is being beaten by ICE agents and an 11-year-old girl who spoke to her father inside who said that there are a lot of people inside who are bloodied,” U.S. Rep. Bonnie Watson Coleman told NJ.com on the afternoon of May 28.

SOLIDARITY FUNDRAISERS

Gabriela Soto’s husband Martin Soto Hernandez was detained in January while buying diapers. He had previously been arrested for a domestic violence incident, but the charges were later dismissed and expunged, according to his lawyers. His lawyer says Soto Hernandez has lost 110 pounds: “He’s skin and bones.”

Even in his poor condition, he helped organize the hunger strike and was later transferred to a different detention camp in Elizabeth, New Jersey, on May 25.

“My husband Martin Soto got illegally detained by ICE tonight,” Soto wrote on a GoFundMe page to raise funds for her husband’s legal defense shortly after he was imprisoned. “We never fully got a lawyer for his immigration status because his court date was due for 2028… I want to be able to have a lawyer defend him so that he can stay here. His kids depend on him. His daughter knows he is her world. This is unfair what Trump is doing to this country. He’s ripping families apart and this is not fair. Please help us.”

“At this very moment, Delaney represents a dark and desolate world for those who sought to attain the American Dream,” said Gloria Guerrero of New Labor in Spanish to Labor Notes. Guerrero organizes alongside domestic workers whose husbands have been detained in ICE prisons. “Children wait for the return of parents detained by a cruel and inhumane system—locked in dungeons, treated like criminals, and stripped of every right, including the right to humane treatment,” she said.

“Yet for others, it is the greatest business venture in history—one that utterly disregards the dignity of human beings. Delaney is a Latino concentration camp where many are forced to sell themselves out of sheer necessity, shielding their faces in shame from a community that cries out: ‘Quit that job now! I am your people! I am your kin!’ Meanwhile, on the inside, others are holding fast in a strike of protest and resistance—a struggle to which we offer hope, and which we support from the outside!”

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