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La Bce alza i tassi, l’esperto: “L’Europa si deve svegliare. Rischio concreto di stagflazione”

11 June 2026 at 17:22

Europa stretta tra inflazione e crescita, Tognoli: “Rischio stagflazione concreto”

Mentre la Banca centrale europea interviene nuovamente sui tassi in un contesto segnato da inflazione persistente e nuove tensioni geopolitiche legate al Medio Oriente, l’Europa si trova a gestire un equilibrio sempre più fragile tra contenimento dei prezzi e sostegno alla crescita economica. Le decisioni di Francoforte si inseriscono in uno scenario in cui mercati finanziari, famiglie e imprese fanno i conti con un costo del denaro ancora elevato e con prospettive di medio periodo tutt’altro che stabili.

Sul fronte macroeconomico, il rischio di una nuova fiammata inflattiva legata all’energia riapre il dibattito sull’efficacia della politica monetaria in presenza di shock esterni, mentre si riaccende la discussione sulle possibili mosse future della BCE e sui margini di manovra ancora disponibili per evitare un rallentamento eccessivo dell’economia.

A fare il punto è Antonio Tognoli, economista ed esperto dei mercati finanziari, che analizza ad Affaritaliani gli effetti del rialzo dei tassi, le prospettive per i prossimi mesi e i principali rischi per l’economia europea.

La BCE ha alzato i tassi: cosa cambierà concretamente per famiglie, imprese e mutui?

“I mercati avevano ampiamente anticipato la mossa, tant’è vero che le borse non hanno reagito in modo scomposto. Per quanto riguarda i mutui, invece, l’impatto ci sarà: le banche tenderanno inevitabilmente ad adeguarli. Forse non assisteremo a un incremento immediato di 25 punti base sui mutui a tasso variabile, ma lo scenario è mutato: se fino a ieri la tendenza virava verso un lento ribasso, ora la direzione punta a un progressivo rialzo. Gli analisti stimano infatti un nuovo ritocco in autunno, probabilmente a settembre. Molto dipenderà dalla durata della crisi in Medio Oriente e dalla capacità del rincaro dei prezzi di infiltrarsi nell’economia reale”.

L’inflazione legata alla crisi in Medio Oriente torna a preoccupare: la BCE rischia di frenare troppo la crescita pur di contenere i prezzi?

“Sì, il rischio è concreto. Il nodo centrale, tuttavia, è un altro: ci troviamo di fronte a un’inflazione da costi, cioè importata dall’esterno. Su questo tipo di inflazione le banche centrali non hanno praticamente alcun potere, poiché non è alimentata da un eccesso di domanda. Di conseguenza, continuare ad alzare i tassi d’interesse riduce sì la corsa dei prezzi, ma lo fa necessariamente provocando una contrazione della crescita economica.

Non a caso la stessa BCE ha rivisto al ribasso le stime di crescita che, a mio avviso, restano fin troppo ottimistiche. Il prezzo da pagare per frenare la crescita dei prezzi è, purtroppo, il rallentamento dello sviluppo. Quando l’economia frena, anche l’inflazione da domanda si azzera, ma sulla componente energetica – che è la vera spinta di questa crisi – la leva monetaria può fare ben poco, se non penalizzare fortemente il Pil”.

Dopo il rialzo di oggi, dobbiamo aspettarci altri aumenti nei prossimi mesi o siamo vicini al punto di arrivo?

“In uno scenario base, quindi standard e non necessariamente pessimistico, gli analisti prevedono un ulteriore aumento a settembre. La stessa BCE ha chiarito che le prossime decisioni saranno subordinate ai dati macroeconomici e, soprattutto, all’evoluzione del conflitto mediorientale. Sarà decisivo monitorare la trasmissione dei costi all’economia reale: banalmente, se i trasporti su gomma pagano il gasolio a prezzi più alti, la spesa al supermercato costerà di più. La risposta è quindi sì: un nuovo aumento in autunno resta del tutto probabile”.

Tra tensioni geopolitiche e rincaro dell’energia, qual è oggi il principale pericolo per l’economia europea?

“Il vero pericolo è la stagflazione. L’Europa è l’anello debole della catena globale: gli Stati Uniti, la Cina, la Russia, l’India e il Sud America perseguono i propri interessi e il vecchio continente è rimasto isolato. È venuto meno il traino americano alla crescita europea. Per invertire la rotta non basta più una strategia “all’acqua di rose” come l’agenda Draghi; serve un punto di rottura politico radicale.

La soluzione non risiede solo nel riarmo o negli investimenti per l’Ucraina nella speranza che la futura ricostruzione riattivi l’economia. È necessario investire massicciamente nel Green e nel sostegno strutturale alle industrie europee. Se non si agisce come un’unica entità politica – emettendo bond sovrani europei e conferendo poteri decisionali diretti al Parlamento Europeo, superando i veti dei singoli parlamenti nazionali – l’Unione è destinata alla stagnazione dello “zero virgola”.

I capitali ci sono, manca la volontà politica di mobilitarli. Questo cambio di paradigma richiede anche una revisione profonda del Patto di Stabilità: non ha senso imporre vincoli rigidi sul deficit al 3% o sul debito al 60% e sanzionare chi è già in difficoltà. Dinanzi a istituzioni sorde, la reazione dei cittadini è la svolta a destra e la crescita del populismo a cui stiamo assistendo in tutta Europa. Se l’Unione non si darà una svegliata immediata e vigorosa, saremo costretti a subirne le conseguenze”.

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“Guerra Usa-Iran, Trump non può esagerare con gli attacchi: un’escalation manderebbe in cortocircuito l’economia globale”

11 June 2026 at 16:54

Hormuz chiuso e lo spettro atomico: l’intervista a Federico Petroni sullo scontro Washington-Teheran

Mentre la tensione sul terreno non accenna a placarsi e i canali diplomatici restano faticosamente aperti, il confronto tra Washington e Teheran entra in una fase cruciale, sospesa tra il test delle rispettive “linee rosse” e la ricerca di una via d’uscita.

Sullo sfondo, i bombardamenti sulle infrastrutture civili, la chiusura dello Stretto di Hormuz e le indiscrezioni sul possibile ricorso ad armi nucleari tattiche sollevano interrogativi drammatici: siamo di fronte a una reale prova di forza o al sintomo di una profonda frustrazione geopolitica da parte di una Casa Bianca incapace di raggiungere i propri obiettivi? E quale ruolo giocano le irrisolte preoccupazioni di sicurezza di Israele nella tenuta di un eventuale accordo?

A fare chiarezza è Federico Petroni, analista geopolitico di Limes, che ad Affaritaliani analizza i nodi più caldi dello scontro e le sue possibili evoluzioni: “Siamo proprio in un momento in cui si testano queste linee rosse. È ovvio che però gli Stati Uniti finora non sembrano in grado di volere o poterle superare, anche perché la risposta dell’Iran potrebbe essere altrettanto catastrofica”.

Nuovi bombardamenti in Iran, ma i colloqui continuano: qual è la linea rossa che Trump non può superare?

“Al momento non ci sono particolari linee rosse, se non quelle ovvie: l’opzione nucleare e gli attacchi alle infrastrutture civili vitali, come la rete elettrica o gli impianti idrici. Tuttavia, i recenti raid contro una di queste strutture sembrano un chiaro messaggio inviato a Teheran per dimostrare che Washington è pronta a valicare quel limite. Inoltre, secondo fonti non confermate, Trump avrebbe sollevato l’ipotesi di utilizzare armi atomiche di basso calibro contro i siti nucleari iraniani, un’indiscrezione che avrebbe suscitato un enorme scandalo nel suo stesso gabinetto.

Siamo in una fase di test reciproco dei limiti. Finora, però, gli Stati Uniti non sembrano avere la forza o la reale volontà di superare queste linee rosse, anche perché la controrisposta iraniana sarebbe catastrofica. Teheran ha finora risposto in modo simmetrico, colpendo le infrastrutture petrolifere e gasiere del Golfo. Un’escalation di questi contrattacchi manderebbe in cortocircuito l’economia globale, traducendosi in un disastro economico anche per gli Stati Uniti”.

Se ci sarà un accordo tra Washington e Teheran, chi ne uscirà vincitore? E quanto potrà durare?

“Temo che un eventuale accordo difficilmente avrebbe vita lunga, a meno che non si riescano a risolvere le preoccupazioni di Israele, che rimangono il nodo fondamentale. Poiché questa guerra all’Iran non ha dato i risultati sperati da Washington e Gerusalemme, il rischio che tra qualche anno Israele si senta talmente poco sicuro da dover riavviare questo tipo di operazioni militari è concreto.

Fondamentalmente, il governo Netanyahu mirava a rovesciare il regime iraniano per poter sbandierare questa vittoria in patria e dichiarare concluso il conflitto. Non essendoci riuscito, lo scenario resta di forte instabilità. Quanto a chi ne uscirà vincitore, è chiaro che gli Stati Uniti non hanno centrato nessuno dei propri obiettivi, anzi hanno peggiorato il quadro geopolitico. L’Iran, dal canto suo, ne esce indubbiamente indebolito per aver perso parte della sua leadership e per l’aggravarsi del soffocamento economico; d’altro modo, però, ne risulta rafforzato, essendo sopravvissuto a una guerra aperta che nessuno, prima d’ora, aveva mai osato muovergli contro”.

L’Iran ha chiuso lo Stretto di Hormuz: che segnale sta mandando a Trump e al mondo? È un punto di non ritorno nel conflitto?

“Teheran ha bloccato Hormuz perché gli Stati Uniti hanno ripreso a bombardare per pura frustrazione. I recenti attacchi americani non sono altro che il sintomo di una crisi di nervi. Di fronte a un Iran che si sente vincitore e che quindi respinge ogni richiesta della Casa Bianca, gli statunitensi hanno pochissime carte da giocare. Si illudono che qualche campagna di bombardamento possa ammorbidire la posizione iraniana, ma penso che non ci credano fino in fondo nemmeno loro. Per questo la definisco un’operazione dettata dalla frustrazione”.

Una tregua è ancora lontana?

“Gli Stati Uniti hanno ampiamente dimostrato di non avere né la forza né la volontà di andare fino in fondo, ovvero di intensificare sensibilmente le operazioni militari. Questo accade anche perché Washington non ha una visione chiara di cosa vuole ottenere da un conflitto avviato per ragioni che hanno pochissimo a che fare con i reali interessi strategici americani.

Allo stesso tempo, però, la Casa Bianca non può fare marcia indietro senza rimediare un gravissimo danno d’immagine. Ritirarsi significherebbe ammettere non solo di aver perso la guerra, ma anche di aver ceduto il controllo di uno stretto marittimo vitale, un passaggio chiave per chiunque voglia continuare a definirsi la prima potenza del pianeta. A un certo punto Trump potrebbe anche stufarsi e decidere di abbandonare il campo, ma finora non lo ha fatto proprio perché è consapevole dell’altissimo prezzo reputazionale che pagherebbe in prima persona”.

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Contaminazioni riuscite: i dieci anni del FestiValle nella Valle dei Templi

11 June 2026 at 03:45

C’è un momento al tramonto in cui il tufo calcareo della Valle dei Templi si fonde con il paesaggio; come in un rito collettivo la folla danza al ritmo di esibizioni live insolite per un sito archeologico che ha visto scorrere 2600 anni di storia. In dieci anni, per quattro giorni consecutivi, FestiValle è riuscito a costruire proprio questo: un festival che non usa i luoghi come sfondo scenografico, ma li trasforma in parte integrante dell’esperienza. Nato ad Agrigento da un’intuizione di Fausto Savatteri, FestiValle ha attraversato un decennio di mutazioni del mercato musicale senza cedere alla logica delle lineup fotocopia o dei grandi nomi messi lì per accumulare biglietti. Al contrario, ha costruito la propria reputazione attorno alla ricerca, alla contaminazione tra discipline, alla valorizzazione del patrimonio archeologico e a un’idea romantica, quella della musica suonata dal vivo.

Per il decennale, dal 7 al 10 agosto, il festival torna nella Valle dei Templi con una programmazione che tiene insieme Ezra Collective, Apparat live band, Greentea Peng, Cory Henry & The Funk Apostles, Octave One, Mace e una costellazione di artisti internazionali, live site specific, aftershow e produzioni originali come Il Risveglio degli Dèi, performance all’alba al Tempio della Concordia diventata ormai uno dei momenti simbolici della manifestazione. FestiValle è anche il racconto di una sfida culturale e territoriale. Quella di dare vita ad un festival internazionale in una città periferica, fuori dalle grandi rotte europee dei concerti. Di continuare a scommettere sulla scoperta in un momento storico in cui, come ci ha raccontato Savatteri «c’è meno volontà di ascoltare musica autentica». Ci abbiamo chiacchierato in occasione dei dieci anni del festival.

Courtesy of FestiValle

FestiValle nasce in un luogo che, geograficamente e culturalmente, non era il contesto più semplice in cui immaginare un festival internazionale. Come è iniziato tutto?
Agrigento è un luogo di svantaggio geografico, territoriale e anche culturale. Quando abbiamo iniziato, l’idea era educare la gente locale all’ascolto di sonorità non convenzionali e, dall’altra parte, attrarre un turismo musicale. Il nostro obiettivo è sempre stato creare un contenitore capace di mettere ancora più in risalto luoghi oggettivamente mozzafiato come quelli che abbiamo in Italia e in Sicilia.

Negli ultimi anni molti festival sono diventati esperienze ibride, dove musica, arti visive, performance e paesaggio convivono. Qual è la tua opinione in merito a questa contaminazione tra discipline?
Dipende dalla manifestazione e dal territorio. Con FestiValle abbiamo sempre cercato di evitare le lineup fotocopia. È una scelta identitaria, anche se non sempre è quella che ti premia di più. Oggi noto che c’è meno voglia di scoprire musica autentica, suonata davvero. L’ascoltatore medio italiano preferisce spesso rivedere per la decima volta gli stessi artisti invece di soffermarsi su un gruppo internazionale, magari famosissimo all’estero. Quello che conta per noi è raccontare il festival in maniera originale: allo straniero offriamo una Valle dei Templi da vivere, non da visitare in un giorno; allo stesso tempo, il residente si riappropria di una Valle che magari non aveva mai sperimentato prima.

Negli anni avete continuato a portare artisti molto ricercati, anche quando economicamente sarebbe stato più semplice puntare altrove.
Certo. Prendiamo gli Ezra Collective per esempio: nel Regno Unito sono delle star, ma in Sicilia li conoscono ancora in pochi. Eppure, costano quanto, se non più, di molti artisti pop italiani che farebbero numeri infinitamente superiori. È una sfida continua. In questi anni abbiamo cercato di costruire un’identità precisa: musica contemporanea, jazz, elettronica, format multidisciplinari. Ma senza snaturarci. Posso affermare con orgoglio che a FestiValle non è mai salito sul palco un artista con l’autotune. Ciò che conta per noi sono il concetto di spettacolo dal vivo, di sinergia con il pubblico.

Quanto conta il sito nella costruzione della programmazione?
Tutto parte dai luoghi. Ho sempre cercato l’artista giusto per ogni angolo della Valle. All’inizio c’erano il Tempio di Giunone e il Tempio dei Dioscuri, agli estremi opposti della Via Sacra. Poi negli anni il festival si è espanso e ci ha aiutato anche a raccontare altri spazi di Agrigento. Durante il Covid, per esempio, abbiamo trasformato un’area del giardino della Kolymbethra in un palco circolare al tramonto. Oggi è diventato uno dei simboli del FestiValle. La gente entra al tramonto ed esce all’alba attraversando tutta la Valle. Ad un certo punto, abbiamo perso il palco principale storico sotto il Tempio di Giunone. Sembrava un dramma, invece ci siamo reinventati nella Cava di Tufo, che per me è ancora più significativa: è da qui che si estraeva il materiale per costruire la Valle dei Templi. Non celebriamo solo il monumento finito, patrimonio dell’UNESCO, ma anche il colossale lavoro umano che c’è stato dietro.

Fausto Savatteri. Photo by Fabiana Amato. Courtesy of FestiValle

Edizione dopo edizione, avete introdotto sempre più elementi visivi e performativi. Quando hai capito che il festival poteva diventare qualcosa di più di una rassegna musicale?
Quando abbiamo iniziato a lavorare in modo site-specific. Nella Cava di Tufo organizziamo videoproiezioni, spettacoli audiovisivi, visual immersivi. L’anno scorso, per esempio, con i Cinematic Orchestra abbiamo costruito un’esperienza pensata apposta per quello spazio. Anche Il Risveglio degli Dèi nasce da questa idea: oltre quaranta performer al Tempio della Concordia, all’alba, in una produzione originale che mette insieme musica, teatro e ritualità contemporanea. Tutto rigorosamente dal vivo, ci tengo moltissimo.

FestiValle è cresciuto molto anche nei numeri, pur restando volutamente un boutique festival.
L’anno scorso abbiamo accolto 10.500 spettatori paganti in quattro giorni. Potremmo fare numeri più grandi, ma non è la direzione verso cui spingere. Più della metà del pubblico arriva con l’abbonamento completo e vive il festival come un’esperienza immersiva. La soddisfazione più grande è vedere persone che arrivano magari per un headliner e poi scoprono artisti che non conoscevano. È sempre stato questo il senso del festival: unire musiche diverse ma affini e creare connessioni.

In questi dieci anni hai avuto la sensazione di anticipare alcuni trend?
Ci è successo di ospitare artisti molto prima che diventassero popolari in Italia. Marco Castello, per esempio, l’abbiamo chiamato quando era meno conosciuto. Lo stesso discorso vale per Kokoroko o i Nu Genea, quando si chiamavano ancora Nu Guinea. Non siamo stati gli unici ma siamo stati sicuramente tra i primi a crederci, ad apprezzare la loro musica senza calcoli su quanti biglietti avrebbero venduto. Mi piace pensare a FestiValle come a un luogo dove certi artisti trovano finalmente spazio anche in Italia, il nostro mercato è diverso rispetto a quello francese, tedesco o inglese.

Quanto è difficile oggi tenere in piedi un festival indipendente in Italia?
È molto più difficile rispetto a dieci anni fa. I costi sono aumentati e spesso i sostegni non seguono il passo. Il paradosso è che il riconoscimento del Ministero, invece di facilitare le cose, a volte ha complicato i rapporti con gli enti territoriali: alcuni pensano che se hai il ministero allora non hai bisogno di altro supporto. Ogni volta devi ricominciare da zero, spiegare chi sei, cosa fai, perché vuoi organizzare una manifestazione in un sito archeologico. A mio parere, quei luoghi non devono appartenere a nessuno: bisogna piuttosto trovare idee creative per valorizzarli nel modo giusto. Sono molto critico verso certi utilizzi dei siti archeologici trasformati semplicemente in discoteche a cielo aperto. Per me il senso è creare un dialogo autentico tra cultura, performance e patrimonio.

Courtesy of FestiValle

Guardando alla line up del decennale, qual è il filo rosso di questa edizione?
La scena UK resta per me una delle più interessanti degli ultimi anni, quindi abbiamo invititato Ezra Collective, Greentea Peng, The Josh Barry Experience. Poi Apparat live band, Octave One, Cory Henry & The Funk Apostles. Mi interessava portare in scena una celebrazione coerente dei dieci anni, invitando artisti che avessero un senso dentro il percorso del festival. Anche quest’anno ci saranno molti debutti italiani e tanti artisti su cui scommettiamo. Per me il festival funziona quando qualcuno viene magari per Mace o Apparat e poi torna a casa dicendo che il concerto più bello è stato quello dell’opening act o dell’aftershow. È lì che succede davvero qualcosa.

E tu, dopo dieci anni, cosa senti di aver costruito?
Sicuramente una comunità. E forse anche un modo diverso di vivere la Valle dei Templi. Non è stato un percorso semplice. Però quando vedi migliaia di persone attraversare la Valle dei templi dalla sera fino all’alba, godersi la musica, scoprire artisti, vivere il territorio in modo rispettoso, allora capisci che forse qualcosa di buono è stato fatto per davvero.

FestiValle
Dal 7 al 10 agosto
Valle dei Templi, Agrigento
https://festivalle.it/

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“Israele sta sabotando i negoziati con l’Iran. Netanyahu non vuole fermare la guerra, ma Trump sì”, parla l’analista

8 June 2026 at 17:01

Trump-Netanyahu, cresce la tensione. Morelli: “Israele non vuole fermare la guerra”

Mentre il fragile cessate il fuoco tra Israele e Iran mostra già i primi segnali di cedimento, crescono le tensioni tra Washington e Tel Aviv. Le indiscrezioni sulle dure parole rivolte da Donald Trump a Benjamin Netanyahu dopo i nuovi attacchi israeliani contro obiettivi iraniani alimentano infatti i dubbi sulla tenuta del rapporto tra i due storici alleati e sul futuro dei negoziati che gli Stati Uniti stanno cercando di portare avanti con Teheran.

La posta in gioco, però, va ben oltre il conflitto tra Israele e Iran. Sullo sfondo ci sono il controllo dello Stretto di Hormuz, gli equilibri energetici globali e le priorità strategiche di Washington, sempre più concentrate sul contenimento della Cina nell’Indo-Pacifico. In questo scenario si moltiplicano gli interrogativi: Israele sta sabotando il dialogo tra Stati Uniti e Iran? La tregua ha ancora possibilità di reggere oppure è destinata a trasformarsi in una lunga guerra di logoramento? E quanto è profonda la distanza che si sta creando tra Trump e Netanyahu?

A fare il punto è Elia Morelli, ricercatore di storia presso l’Università di Pisa e analista geopolitico, che ad Affaritaliani spiega: “Gli Stati Uniti vorrebbero disimpegnarsi da questo scenario, mentre Israele ritiene che il conflitto debba proseguire fino a ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente”.

Trump ha detto a Netanyahu di non attaccare. Poche ore dopo Israele ha colpito l’Iran. È la prova che la tregua è già saltata o che Netanyahu non segue più Washington? Stiamo assistendo alla più grave frattura tra Stati Uniti e Israele degli ultimi anni? Israele sta sabotando il negoziato americano con l’Iran?

“Le dure parole rivolte dal presidente americano Donald Trump al premier Benjamin Netanyahu evidenziano una profonda divergenza tra Washington e Tel Aviv. Gli Stati Uniti si sono ritrovati coinvolti nel conflitto con l’Iran a seguito dell’offensiva israeliana, ma la guerra ha mostrato i limiti dell’asse israelo-statunitense. L’obiettivo di indebolire in modo decisivo Teheran e il suo programma nucleare si è infatti trasformato in una guerra di logoramento con pesanti ripercussioni energetiche e finanziarie a livello globale.

Gli Stati Uniti vorrebbero ora disimpegnarsi da questo scenario, mentre Israele ritiene che il conflitto debba proseguire fino a ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente, consolidando la propria supremazia tecnologica e militare nella regione. Nonostante la storica alleanza strategica, l’attuale amministrazione americana considera il Medio Oriente un teatro da cui sganciarsi il prima possibile.

Negli apparati strategici statunitensi è diffusa la percezione che Israele abbia trascinato Washington in una guerra che non rientrava nelle priorità americane. Se i cosiddetti sionisti cristiani presenti nell’orbita trumpiana spingono per proseguire il confronto, il Pentagono è consapevole che un conflitto prolungato rischia di distogliere risorse e attenzione da aree considerate molto più strategiche, come l’Indo-Pacifico e il contenimento dell’ascesa della Cina.

In questo senso resta attuale una celebre frase di Moshe Dayan: ‘I nostri amici americani ci danno sempre molti soldi, armi e consigli. Noi di solito accettiamo i soldi e le armi, ma rifiutiamo i consigli'”.

Se Israele continua a colpire e l’Iran continua a rispondere, il cessate il fuoco è già morto oppure esiste ancora una via d’uscita diplomatica?

“Una via diplomatica continua a esistere soprattutto nel rapporto tra Stati Uniti e Iran. Washington punta a uscire da questa situazione di stallo cercando però di preservare un equilibrio strategico attorno allo Stretto di Hormuz, che rappresenta il vero nodo della contesa.

L’Iran, invece, esce da questa fase con una leadership interna rafforzata. L’offensiva israelo-statunitense ha consolidato le componenti più oltranziste del regime, che oggi si sentono in una posizione di maggiore forza negoziale. Teheran mira a riaffermare la propria influenza sullo Stretto di Hormuz, sfruttando una crisi energetica globale che, paradossalmente, ha finito per aumentare il proprio peso strategico. 

Israele, al contrario, sta cercando di ostacolare qualsiasi percorso negoziale tra Washington e Teheran. Per il governo israeliano questa viene percepita come una guerra decisiva, capace di ridefinire gli assetti regionali. Da qui la volontà di mantenere alta la pressione militare e di impedire un’intesa tra Stati Uniti e Iran.

Per questo motivo ritengo molto difficile arrivare a una tregua complessiva. Potrebbe emergere una forma di distensione tra Washington e Teheran, ma appare assai più complicato immaginare una vera pace tra Iran e Israele. L’antagonismo tra i due Paesi resta infatti uno dei principali motori geopolitici delle tensioni che attraversano il Medio Oriente contemporaneo”.

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Risiko bancario, Rinaldi: “L’Opas su Mps è molto più di un’acquisizione”. Ecco cosa c’è davvero in gioco

8 June 2026 at 16:57

Mps, Rinaldi: “Dietro l’Opas non c’è solo una logica industriale”

Mentre il risiko bancario italiano entra in una nuova fase e le grandi manovre della finanza ridisegnano gli equilibri del settore, l’Opas lanciata da Intesa Sanpaolo su Mps si candida a diventare una delle operazioni più rilevanti degli ultimi anni. Non si tratta soltanto di una partita tra istituti di credito: sul tavolo ci sono asset strategici, rapporti di forza tra i principali gruppi finanziari del Paese e il futuro assetto del sistema bancario nazionale.

Dopo il lungo percorso di risanamento che ha riportato Monte dei Paschi di Siena al centro dell’interesse del mercato, l’operazione apre interrogativi cruciali. Siamo di fronte a una mossa destinata a rafforzare la competitività del settore o a una partita che va ben oltre la logica industriale? E chi potrebbe trarre i maggiori benefici da un eventuale successo dell’operazione?

A fare il punto è Antonio Maria Rinaldi, economista ed ex europarlamentare della Lega, che ad Affaritaliani analizza le implicazioni economiche, finanziarie e strategiche dell’Opas, tra opportunità, rischi e nuovi equilibri di potere: “Più correttamente, si tratta di una scommessa strategica di grande portata, caratterizzata da potenziali benefici molto elevati ma anche da un grado di complessità non trascurabile”. 

L’Opas di Intesa su Mps è una mossa geniale o un’operazione più complessa e rischiosa di quanto appaia?

“Probabilmente entrambe le cose. L’operazione presenta indubbiamente elementi di notevole sofisticazione strategica. Intesa Sanpaolo non sta semplicemente tentando di acquisire una banca commerciale: sta cercando di incorporare un gruppo che, attraverso Mediobanca e la partecipazione in Generali, occupa una posizione centrale negli equilibri della finanza italiana. Sotto questo profilo, l’operazione appare particolarmente ambiziosa.

Tuttavia, proprio l’ampiezza degli obiettivi rende l’operazione estremamente complessa. Non si tratta infatti di una normale acquisizione bancaria, ma di una manovra che coinvolge molteplici centri di potere economico e richiede il via libera di numerose autorità nazionali ed europee. Più correttamente, si tratta di una scommessa strategica di grande portata, caratterizzata da potenziali benefici molto elevati ma anche da un grado di complessità non trascurabile”.

Dopo anni di salvataggi pubblici, Mps è diventata improvvisamente la preda più ambita del sistema bancario italiano. Che cosa è cambiato davvero?

“È cambiata soprattutto la natura dell’asset. Per lungo tempo Monte dei Paschi di Siena è stata percepita come una criticità del sistema bancario. Oggi il quadro è radicalmente diverso. La banca è stata risanata, ricapitalizzata e riportata a livelli di redditività che la rendono nuovamente contendibile.

Ma il vero cambiamento non riguarda soltanto i conti economici. Ciò che rende oggi Mps particolarmente appetibile è la sua collocazione strategica nel sistema finanziario. Con l’integrazione prevista di Mediobanca, Mps non rappresenta più soltanto una rete bancaria tradizionale. Diventa una piattaforma capace di offrire accesso a segmenti ad elevato valore aggiunto quali l’investment banking, il wealth management e, indirettamente, gli equilibri azionari che ruotano attorno a Generali”.

Dietro questa operazione vede soprattutto una logica industriale o una partita di potere tra i grandi gruppi della finanza italiana?

“La risposta più plausibile è che le due dimensioni siano inseparabili. La logica industriale esiste ed è concreta. Le sinergie dichiarate da Intesa riguardano l’integrazione delle reti distributive, le economie di scala, la razionalizzazione tecnologica, il rafforzamento nel risparmio gestito e l’espansione nelle attività di corporate e investment banking.

Tuttavia sarebbe ingenuo ritenere che l’operazione si esaurisca in una semplice valutazione industriale. Quando una transazione coinvolge soggetti come Mediobanca, Generali, Delfin, Caltagirone, Unipol e lo stesso Ministero dell’Economia, il tema della governance e degli equilibri di potere diventa inevitabilmente centrale”.

Se l’operazione andasse in porto, chi sarebbe il vero vincitore: Intesa, Unipol, il governo o gli azionisti di Mps?

“A oggi il candidato più credibile a rivestire il ruolo di principale vincitore strategico è Intesa Sanpaolo. Se l’operazione dovesse essere completata secondo l’impianto attualmente delineato, Intesa rafforzerebbe ulteriormente la propria posizione nel mercato italiano e aumenterebbe il proprio peso competitivo a livello europeo. Anche Unipol potrebbe emergere tra i principali beneficiari dell’operazione. Il governo potrebbe rivendicare un risultato politico di rilievo.

Quanto agli azionisti di Mps, il giudizio richiede maggiore prudenza. L’offerta incorpora un premio rispetto alle quotazioni precedenti all’annuncio, ma il beneficio effettivo dipenderà dall’evoluzione dell’operazione e dalle condizioni definitive con cui verrà eventualmente realizzata. Per questo motivo non è ancora possibile individuare con certezza il vincitore finale della partita. Attendiamo gli sviluppi prima di formulare valutazioni definitive”.

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Flotilla: un filo rosso che collega il mondo alla speranza

 

Intervista di Camilla Costantini ad Alessandro Mantovani, giornalista de “Il Fatto Quotidiano”.

Il 26 aprile è partita la seconda missione della Global Sumud Flotilla, composta da una sessantina di imbarcazioni. Il giorno 19 maggio la barca in cui, tra gli altri, erano a bordo il parlamentare Dario Carotenuto e il giornalista Alessandro Mantovani è stata intercettata dalla Marina israeliana in acque internazionali.

“Noi siamo stati una delle ultime barche abbordate, il 19 maggio, mentre le prime quaranta il 18 maggio” mi ha raccontato Alessandro Mantovani.

“All’inizio ci hanno affiancati, ci hanno chiesto di mettersi al timone e chiedevano chi fosse il comandante. Abbiamo risposto che non c’era il comandante. A quel punto loro hanno sparato tre volte con dei proiettili, forse di gomma ma onestamente non lo so,  sullo scafo della barca. Uno dei marittimi turchi, del nostro equipaggio, ha detto che poteva mettersi lui al timone e gli hanno detto di procedere lentamente verso est. Poi sono saliti a bordo e ci hanno perquisiti, in maniera tutto sommato civile. Ci hanno portati su una prima nave e lì ci hanno immediatamente legato i polsi con delle fascette da elettricista che erano molto strette, facevano male, poi ci hanno sbattuto a terra, ci hanno bendati e ci hanno legati, inginocchiati, a un supporto metallico. Abbiamo navigato così per diverse ora, fino a quando siamo arrivati alla seconda nave. A bordo di questa erano violentissimi: ci hanno sbattuto nuovamente a terra e c’era questo container, dal quale si doveva passare per andare sulla zona prigione dell’imbarcazione, in cui, tanto o poco, hanno picchiato tutti. Il trattamento su questa nave prigione era ai limiti del sadismo: sparavano bombe assordanti tra i piedi della gente e la notte illuminavano l’ingresso dei container con dei fari potentissimi per non far dormire nessuno. Non è successo davanti a me ma hanno anche sparato con dei proiettili di gomma o di altro genere. Mi è stato raccontato da altri dei nostri che è stato ritrovato un proiettile che assomigliava di più a un pallino da caccia, era metallico, rivestito di garza.

Io e l’esponente dei cinque stelle Dario Carotenuto, unico parlamentare dell’unione europea che ha partecipato a questa missione, siamo stati separati dagli altri e ci hanno fatto scendere prima degli altri. Non siamo stati picchiati al porto e non ci hanno portato in carcere. Siamo stati portati all’aeroporto Ben Gurion con le manette ai polsi e le catene alle caviglie. Io, prima che l’aereo partisse per Atene, sono stato in cella per almeno sei o sette ore”.

Perché hai deciso di partire e, secondo te, qual è l’obiettivo di questa Global Sumud Flotilla?

“L’obiettivo era quello di riportare l’attenzione su Gaza, oltre che rompere l’assedio e portare gli aiuti umanitari, come con la prima. Il punto è che di Gaza non si parlava quasi più, soprattutto in Europa. L’obiettivo di riportare attenzione su Gaza e sui metodi delle forze armate israeliane è stato raggiunto, anche se ci tra di noi ci sono stati feriti gravi. Io ho un problema all’articolazione della mandibola che si sentire quando mastico e anche quando faccio altri movimenti, ma c’è anche chi ha avuto fratture, lesioni interne e rotture di legamenti. Non volevano ucciderci, altrimenti lo avrebbero fatto, ma volevano di sicuro farci male”.

Secondo te quali di questi obiettivi sono stati raggiunti?

“Gli aiuti non sono arrivati, salvo, forse, i pannelli solari della barca su cui ero io che è arrivata tre giorni fa. L’assedio non è stato rotto, ma un po’ di attenzione su Gaza è tornata a esserci. La mia impressione è che questa Flotilla ha avuto, rispetto alla prima, un minore impatto dal punto di vista delle mobilitazioni di piazza, ma ha avuto un impatto superiore dal punto di vista politico.

Dove ci porterà tutto questo? Sinceramente non lo so. Secondo me, con una partecipazione più larga e con persone a cui non possono sparare addosso, perché la prossima volta questo rischio c’è, forse a Gaza ci arriviamo”.

Il primo giugno ci è arrivata notizia che i resti della barca Kasr-i Sadabad sono arrivati a Gaza. Si tratta del primo scafo che dopo anni riesce a rompere il blocco navale illegale. La consideri una parziale vittoria?

“Vedere il video dei palestinesi che staccavano i pannelli solari per utilizzarli mi ha fatto ovviamente piacere. È stata si, una parziale vittoria sul piano simbolico, ma, in concreto, l’assedio è ancora lì. Forse parlare di parziale vittoria è un po’ troppo, ma senz’altro è un risultato. La vittoria è un’altra cosa”.

Tu e il parlamentare Carotenuto siete stati gli unici due attivisti a essere rapidamente liberati. Politici e giornalisti a Israele fanno paura?

“I politici che ci hanno provato non sono stati ammessi al valico di Rafah, i giornalisti stranieri non possono entrare a Gaza da due anni e mezzo. Penso proprio di si, facciamo paura. Io non sono un attivista, anche gli attivisti fanno paura, ma politici e giornalisti anche di più”.

É da due anni e mezzo che a Gaza Israele non vuole testimoni. Sappiamo anche che l’IDF ha ucciso deliberatamente tanti colleghi palestinesi e tanti operatori umanitari. Quanto, secondo te, è importante imporre, anche a livello internazionale, la presenza di uno sguardo esterno? E chi dovrebbe sostenere tale richiesta?

“Penso che dovrebbe essere il consiglio di sicurezza dell’ONU a occuparsene. Se non lo fa lui, dovrebbe essere l’Unione Europea e se non lo fa lei, dovrebbero essere i governi europei.

Il board of peace di Trump non sta funzionando: organismo mostruoso, che in realtà era solo uno specchietto per le allodole, perché è Israele che continua a decidere cosa entra e cosa non entra a Gaza. E i giornalisti non entrano. Così come non escono migliaia di malati che hanno bisogno di cure fuori da Gaza. La presenza di uno sguardo esterno è importante: conosciamo la realtà della distruzione e del massacro che è stato fatto a Gaza grazie ai giornalisti palestinesi che hanno pagato un tributo di sangue altissimo. Ci sono stati oltre duecento giornalisti e operatori dell’informazione uccisi, ancora di più sono gli operatori sanitari. è una situazione dove non ci sono due eserciti, ma milizie fortemente indebolite contro uno degli eserciti più forti del mondo e non possiamo far rientrare tutto questo nel concetto di auto-difesa di Israele dopo gli attacchi del 7 ottobre che sono stati senza dubbio atroci e inaccettabili, ma per i palestinesi, allora, potremmo dire che da quel momento è stato il 7 ottobre tutti i giorni. Sappiamo anche che tutt’ora ci sono migliaia di corpi non riconosciuti sotto le macerie. Netanyahu ha detto che vuole il 70%, e in prospettiva il 100%, della Striscia di Gaza. Israele vuole tutto e non vuole testimoni esterni”.

Voglio fare una riflessione con te su due punti, partendo dal video pubblicato dal ministro israeliano della sicurezza nazionale, Ben-Gvir, video in cui abbiamo visto come sono stati trattati gli attivisti della Flotilla.

Il primo punto è: secondo te perché questa violenza ha ricevuto un’attenzione mediatica maggiore rispetto alle violenze che quotidianamente subiscono i detenuti palestinesi?

“Tragico doverlo dire: credo che sia soprattutto perché ci sono dei corpi bianchi che subiscono le violenze. Tutti si identificano negli europei della Flotilla, lo capiscono tutti che sulla Flotilla ci sono delle persone normali, persone che vogliono tornare a casa. Sono persone normali che non hanno nessuna intenzione di sacrificarsi per la causa, persone che vogliono tornare indietro, ma che sono disposte a correre qualche rischio per tentare di dare una mano ai palestinesi”.

Il secondo punto è: il premier Netanyahu ha dichiarato che il modo in cui Ben-Gvir ha trattato gli attivisti non è in linea con i valori e le norme di Israele. Secondo te quali sono questi valori e queste norme a cui Netanyahu si riferisce, considerando che nessuno ha chiesto le dimissioni di Ben Gvir?

“Trovo che l’esibizione della violenza sui volontari della Flotilla sia più grave della violenza stessa. Ci dimostra che una buona parte della società israeliana è caduta in un buco nero, in un abisso. Ben-Gvir ha pubblicato quei video perché ritiene che gli servano a ottenere più voti, in questa competizione a destra a chi è più cattivo con i palestinesi e anche con la Flotilla.

Detto questo, però, penso sia ridicolo ridurre a lui le violenze che abbiamo subito: io sono stato pestato su una nave, forse meno di altri, ma sono stato pestato anche io. Abbiamo subito violenze che sono ben poca cosa rispetto alle violenze che subiscono i palestinesi, ma le abbiamo subite su una nave militare, i cui comandanti non rispondono a Ben-Gvir: rispondono al ministro della difesa Israel Katz. Lui e il premier Netanyahu erano nel quartier generale della difesa della marina durante il primo e durante il secondo abbordaggio, quindi hanno certamente condiviso la scelta di abbordare la Flotilla a grande distanza dalle coste israeliane e dalle coste di Gaza. Non so se hanno condiviso ogni singolo abuso, ma quelli avvenuti sulla nave prigione, dove sono stato io, non possono essere sfuggiti agli ufficiali dell’equipaggio, ufficiali della Marina israeliana, cioè delle forze armate che dipendono dalla difesa e non dalla sicurezza nazionale. Respingo questa storia che il cattivo sia solo Ben-Gvir: o il governo israeliano tira fuori i responsabili di queste violenze e dimostra di averli puniti, oppure è complice di queste violenze, troppo diffuse per essere sfuggite agli ufficiali delle navi in questione”.

Come è possibile, quindi, continuare a definire Israele l’unica democrazia del medio-oriente?

“La questione di Israele è complessa: se noi pensiamo ad alcuni caratteri della sua politica dobbiamo riconoscere che permette il dissenso interno in misura maggiore di altri paesi del medio-oriente. In tanti paesi, dall’Iran alla Tunisia, non potrebbe esistere un giornale libero come Haaretz. Per alcuni aspetti Israele è una società democratica, per altri aspetti non lo è. In una certa misura siamo noi: Israele non potrebbe fare quello che fa senza il sostegno degli Stati Uniti e di gran parte dell’occidente, tra cui l’Italia. È più che giustificato che si chieda a Israele di rispettare determinati standard, cioè il divieto di guerra e di aggressione come quelle che stanno avvenendo in Iran e in Libano o come quella che avviene contro la popolazione di Gaza ed è più che giustificato che si obblighi Israele a trattare i prigionieri in modo decente”.

Evidenziando la possibilità di una matrice comune di tipo suprematista, come mai, secondo te, i governi dei paesi occidentali sono sempre stati complici di Israele? Ha ancora senso giustificare Israele a partire dal senso di colpa europeo nei confronti dell’intero popolo ebraico?

“Parto dalla fine, io sono molto attento agli ebrei e ai loro sentimenti. Quando ho visto gli eccidi del 7 ottobre 2023 comprendevo benissimo i sentimenti degli ebrei romani, il loro smarrimento e la paura. Per loro, se un ebreo non è sicuro in Israele non è sicuro in nessun’altra parte del mondo.

Questo noi dobbiamo rispettarlo: è un popolo che ha subito persecuzioni per secoli, dalla chiesa cattolica prima che dal nazismo del secolo scorso. Detto questo, è un problema dell’Europa: la ragione per cui si sostiene Israele non è questa. Il punto è che l’occidente, in particolare gli Stati Uniti, vuole che Israele sia la principale potenza militare e l’unica potenza nucleare del medio-oriente. Credo che la ragione del sostengo a Israele vada oltre al senso di colpa europeo nei confronti del popolo ebraico”.

Quando ti hanno intervistato al podcast “il mondo” di Internazionale, nella puntata del 5 maggio, hai detto che si, in Italia ci sono state delle mobilitazioni per la reazione israeliana contro la Flotilla, ma hai anche detto non ci sono state manifestazioni partecipate come quelle di settembre e ottobre. Questo calo dell’attenzione lo colleghi solo al piano di pace per il medio-oriente di Trump o c’è qualcos’altro?

“Il silenzio dell’informazione che non è una conseguenza naturale del piano Trump. Bisognerebbe, e credo che Il Fatto Quotidiano lo faccia, occuparsi di più delle condizioni di vita a Gaza. Non può non spaventarci che non siano state neanche rimosse le macerie dell’80% degli edifici di Gaza, distrutti o gravemente danneggiati dalle forze armate israeliane. Credo che ci sia stato un black-out dell’informazione, che non si giustifica con il piano Trump. Ho l’impressione che le manifestazioni abbiano sempre un movimento carsico: ci sono grandi mobilitazioni, ma, soprattutto nelle questioni internazionali, non è così facile tenere alto il livello. Anche contro la prima guerra del Golfo nel 2003 ci furono grandissime manifestazioni, però poi si esaurirono, anche la situazione in Iraq non era migliorata. Un po’ è l’andamento ciclico delle manifestazioni, un po’ è l’emergere di altri conflitti, per esempio la guerra con l’Iran, che hanno distolto l’attenzione. È un insieme di fattori, non saprei dire quale conta di più e quale conta di meno. È chiaro che è passato un messaggio propagandistico per cui sembra che a Gaza sia tutto risolto, ma non è vero”.

Considerata la situazione attuale, credi che ci sarà bisogno di altre Flotille? E tu, quando ripartiranno, ti imbarcheresti di nuovo?

“Penso che la Flotilla abbia dimostrato una sua utilità e sicuramente organizzeranno altre missioni. Io mi imbarcherò di nuovo? Non lo so, dipende. Forse non è nemmeno il caso di mandare lì sempre le stesse persone. Sinceramente non ci ho ancora pensato”.

 

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