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Meloni riscopre il nemico Bruxelles: strali contro burocrati, migranti e Green Deal per accendere la campagna sovranista (e frenare Vannacci)

Nel pieno della campagna elettorale, Giorgia Meloni mette di nuovo l’Unione europea nel mirino. Nelle comunicazioni alla Camera in vista del Consiglio Ue del 18 e 19 giugno, la premier sembra tornare a vestire gli abiti del capo dell’opposizione, che in rari casi per la verità aveva dismesso, e rispolvera l’armamentario retorico della destra – le elezioni politiche sono dietro l’angolo – in cui Bruxelles è piena di “burocrati” scollegati dalla realtà e di “strumenti di pressione indebita” sull’attività dei governi, ma diventa anche la “gonna di mammà” dietro la quale nascondersi quando bisogna prendere decisioni delicate come quelle sulle sanzioni a Israele.

I prezzi dell’energia, tornati centrali per la guerra scatenata all’Iran da Washington e Tel Aviv, sono il primo tema scelto dalla leader di FdI per scaldare gli elettori. Parlando della richiesta avanzata per la revisione dei benchmark ETS, Meloni spiega che ogni leader “quando si presenta in Consiglio Europeo, lo fa con alle spalle un mandato del proprio Parlamento. Per questo le decisioni che noi prendiamo (…) non possono essere rimesse in discussione, o ribaltate, da interpretazioni surreali, ammantate come tecniche, di burocrati che non devono rendere conto a nessuno e che forse anche per questo hanno finito per perdere il contatto con la realtà“. Non è che l’eco di quella “Europa dei burocrati” contro cui la premier aveva sibilato a denti stretti due settimane fa all’assemblea di Coldiretti e della quale l’alleato Matteo Salvini ha fatto uno dei suoi due principali strumenti retorici insieme alla lotta all’immigrazione.

Altro argomento che, con le elezioni alle porte e Roberto Vannacci in agguato, non poteva mancare. L’Europa, sottolinea Meloni, è quella che faceva sì che “l’Italia per avere maggiore flessibilità di bilancio doveva dirsi favorevole a ricevere più immigrati illegali“. A cosa si riferisce la premier? Negli anni in cui dalla rotta del Mediterraneo centrale i flussi migratori erano ingenti, “il governo Renzi ha barattato flessibilità con accoglienza”, ricorda Meloni rinfacciando al centrosinistra che “tra il 2014 e il 2016 sono sbarcati in Italia più di mezzo milione di immigrati”. Oggi, invece, “c’è un governo che riesce a ottenere flessibilità e una riduzione dell’80% degli immigrati illegali”. Dimentica, il capo del governo, che gli arrivi dalla Libia sono calati ai minimi storici solo grazie al controverso Memorandum firmato con Tripoli dal governo Gentiloni (Pd) nel febbraio 2017, del quale tutti i governi successivi hanno beneficiato.

Meloni scende sul campo tecnico quando parla del sistema con cui l’Ue collega il rispetto dello Stato di diritto con l’accesso ai fondi comunitari. “Deve far riflettere che Paesi accusati di violare lo Stato di diritto quando sono governati da maggioranze reputate sgradite, diventino poi di colpo pienamente in linea con i principi europei al cambio di governo“. Il riferimento è alla Polonia, alla quale Bruxelles aveva congelato miliardi di euro legati al Pnrr e aperto un duro contenzioso sulle riforme della giustizia realizzate dai governi del PiS, partito alleato di FdI a Strasburgo. Con l’arrivo al potere dell’europeista Donald Tusk, la Commissione ha sbloccato una parte delle risorse e ridotto il livello dello scontro con Varsavia. Meloni non la nomina, ma tra le righe affiora anche l’Ungheria di Viktor Orbán (oggi sostituto dal moderato Peter Magyar), paese che più di ogni altro è stato soggetto all’applicazione della condizionalità dello Stato di diritto, diventando il simbolo dello scontro tra le istituzioni Ue e i governi sovranisti dell’Europa dell’est.

In un discorso elettorale che si rispetti non poteva mancare un cenno al rischio che Bruxelles si doti di “strumenti di pressione indebita” nei confronti dei governi nazionali sul tema della transizione ecologica. Nel mirino c’è il principio del “Do no significant harm“, secondo cui gli investimenti finanziati con risorse Ue non devono arrecare danni agli obiettivi ambientali. Secondo la premier, mentre Stati Uniti e Cina spendono miliardi per sostenere le proprie imprese, l’Ue rischia di trasformarsi nel principale ostacolo alla competitività delle sue economie. Una lettura che Meloni usa per rivolgersi all’elettorato più euroscettico e conservatore e togliere argomenti a chi da destra – quel Vannacci, che a Strasburgo ha costruito parte della sua immagine tra difesa dell’industria nazionale, critica alle élite europee, opposizione alle norme penalizzanti per agricoltori, automobilisti e imprese – vorrebbe insidiarla su quel fronte.

Un altro caveat per Bruxelles Meloni lo mette sul quadro finanziario pluriennale di cui si discuterà in Consiglio: “Non accetteremo un bilancio in conseguenza del quale, a fronte di maggiori contributi, l’Italia rischia di avere a disposizione risorse inferiori”. E allora “siamo pronti a investire su competitività e difesa, ma non a spese della Pac, della Pesca e della Coesione”, specifica la premier, attingendo a piene mani al ricco e sempre efficace repertorio del populismo: “Piuttosto, si comincino a tagliare le spese per l’Amministrazione europea, che nella proposta della Commissione vengono aumentate di più del 20%”.

A fornire spunti sono anche le trattative per porre fine alla guerra in Ucraina. “Procedere a tentoni con formati variabili non adeguatamente rappresentativi produce frammentazione, confusione, debolezza” perché “allo stato nessun formato ha legittimità per parlare a nome dell’intera Europa”. Un affondo che sembra rivolto soprattutto al cosiddetto “E3” di Francia, Germania e Regno Unito. Ora, secondo Meloni “il tema vero non è chi fa o meno parte di questo o quel formato” ma è un fatto che nell’E3 l’Italia non è compresa e non è un caso che l’esclusione non piaccia alla leader sovranista. Che dimentica di dire che il suo governo è impegnata sul dossier ucraino nella “coalizione dei Volenterosi“, altro formato variabile che negli ultimi mesi sembra aver perso capacità di incidere.

L’Ue, invece, torna utile quando si tratta di prendere decisioni scomode. Da un lato la premier chiude la porta alla sospensione dell’Accordo di associazione tra Ue e Israele accusato delle stragi di Gaza, dall’altra “l’Italia intende sostenere misure mirate contro i coloni violenti”, e “il ministro Ben-Gvir, che abbiamo chiesto di sanzionare“. Ma se la volontà fosse quella di colpire subito i coloni che assaltano i palestinesi in Cisgiordania e il ministro che ha messo alla gogna gli attivisti della Global Flotilla Sumud, Roma potrebbe adottare fin da subito misure nazionali, come hanno già fatto altri governi europei. Ma in campagna elettorale permanente l’equilibrismo paga più della coerenza.

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Il puzzle a Kyiv si risolve con l’inviato Ue, non con i minivertici. Meloni in aula

Serve più europeismo sull’Ucraina, traguardo che si può raggiungere con un volto Ue dedito al negoziato e non con piccole riunioni che non decidono nulla. Parte da questa considerazione valoriale Giorgia Meloni nel suo intervento in Aula, in vista del Consiglio europeo.

Lo scatto che deve fare l’Ue

Lungo e articolato il nerbo delle comunicazioni con cui la presidente del Consiglio dice essenzialmente due cose: serve una svolta europea su Kyiv (anche nelle teste di chi convoca vertici ristretti) e l’Italia non è parte del conflitto iraniano e non intende diventarlo.

Sul primo punto la traccia è chiara: il periodo in cui viviamo è caratterizzato da “trasformazioni profonde e sfide complesse”, come la guerra in Ucraina che proprio oggi supera, per durata, la Prima Guerra Mondiale. L’Italia, spiega Meloni, resta coerente: sia nella solidarietà all’Ucraina che nel sostegno alla sua difesa oltre che a mantenere la pressione su Mosca. Ma Meloni aggiunge un elemento di prospettiva: dal momento che la fermezza da sola non basta più, occorre una visione di lungo periodo. Ovvero gettare le basi per le condizioni della pace, “lavorando, insieme ai nostri alleati, a solide garanzie di sicurezza per l’Ucraina e a una nuova architettura di sicurezza europea che possa assicurare stabilità nel lungo periodo”.

Il modus operandi: l’unità

E come si raggiunge tale ambizioso risultato? Tramite “l’unità euro-atlantica e il coordinamento tra Europa e Stati Uniti, sfida non sempre facile, ma necessaria”. Dunque, sottolinea con veemenza, è l’Europa a doverle negoziare, senza subire i diktat altrui: cosa che non è immaginabile senza una figura che “possa rappresentare gli interessi europei nel tavolo negoziale, perché procedere a tentoni con formati variabili, non adeguatamente rappresentativi, produce solo frammentazione, confusione, debolezza”.

E aggiunge un passaggio nevralgico: “Il tema vero, dal mio punto di vista, non è chi faccia o meno parte di questo o di quel formato, ma piuttosto il fatto che, allo stato, nessun formato ha la legittimità per parlare a nome dell’intera Europa”. Per questo motivo “sostengo, da tempo, la necessità di individuare una figura autorevole, investita della fiducia e del mandato di tutti gli Stati Membri per portare il punto di vista dell’Europa, ed è in questa direzione che continuo a lavorare”.

Da qui, poi, (e solo da questa premessa) si potrà partire per inseguire l’altro grande obiettivo: l’ingresso dell’Ucraina nell’Ue, ma senza sorpassare paesi come Moldova e Balcani occidentali che sono in attesa ormai da anni e che hanno risposto positivamente ai capitoli di riforme stimolati da Bruxelles.

Iran e no war

Il secondo punto che verrà trattato nel prossimo Consiglio europeo è la crisi in Medio Oriente, “che continua a destare enorme preoccupazione sotto il profilo umanitario, della sicurezza regionale e della stabilità economica globale”. Preoccupazioni che abbracciano secondo il presidente del consiglio gli equilibri internazionali, la libertà di navigazione, i mercati energetici, le catene di approvvigionamento, le economie europee, compresa quella italiana. La linea di Palazzo Chigi, ribadisce, non cambia: l’Italia non è parte del conflitto, e non intende diventarne. “Il nostro obiettivo è che la guerra termini al più presto, che si eviti un ulteriore allargamento della crisi e che si creino le condizioni per riportare il confronto dentro un percorso politico e diplomatico”.

Infine un passaggio sulla difesa. Secondo Meloni si discute di percentuali, ma il tema della sicurezza è senza dubbio più ampio. “Il tema della sicurezza non è solo difesa, non sono solo armi, anche per quello che riguarda la difesa noi dobbiamo fare i conti con il fatto che quello che vediamo accadere attorno a noi ci racconta un modello che sta cambiando”.

Le opposizioni divise

Ma mentre il centrodestra ha presentato una risoluzione unitaria siglata da tutti i partiti (FdI, Lega, Forza Italia e Noi Moderati), il campo largo è diviso. Secondo il Pd  “la prospettiva dell’adesione dell’Ucraina all’Unione europea rappresenta una scelta strategica fondamentale per il continente europeo e il concreto avanzamento del percorso di integrazione europea”, si legge nelle premesse. Per cui  impegna il governo ad “adoperarsi, insieme ai partner europei, per garantire la prospettiva dell’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea e promuovere l’apertura dei capitoli negoziali”. Fa alcuni distinguo il Movimento 5 Stelle che non accetta l’idea dell’Ucraina in Ue.

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Picierno, Madia, Gualmini, Quartapelle e Malpezzi il 25 giugno insieme a Milano

Qualcuno ci prova. A discutere, a capirsi, a tentare l’impresa che pare impossibile di intrecciare i fili di un discorso comune. Pina Picierno, Marianna Madia e Elisabetta Gualmini, le tre esponenti uscite di recente dal Pd, terranno con Lia Quartapelle e Simona Malpezzi, della minoranza riformista del Pd, un’iniziativa insieme il 25 giugno a Milano.

Titolo evocativo: «C’è ancora domani – Quattro strade per combattere populismo e estremismo». Una “four way street” riformista per iniziare un discorso nuovo. Linkiesta aveva sollecitato un incontro di questo tipo per provare a ragionare insieme sulle prospettive dell’area riformista, e dunque che la cosa si faccia è una buona notizia.

È interessante perché le tre hanno scelto strade diverse: Gualmini con Azione, Madia indipendente in Italia viva, mentre Picierno ha fondato l’associazione Spazio Pubblico fuori dallo schema bipopulista nel tentativo di dar forza a un serio progetto europeista e riformista di governo. Spiega Quartapelle che «Marianna, Elisabetta, Pina hanno deciso di lasciare il Pd, Simona e io pensiamo che serva continuare a rappresentare posizioni riformatrici all’interno. Tutte, però, riteniamo che sarebbe imperdonabile se nel 2027 dovessero prevalere le forze populiste e nazionaliste. Per questo non vogliamo lasciar cadere il filo del dialogo e ci ritroviamo per discutere di proposte e programma per battere la destra nel 2027».

Un dialogo che ha un immediato riscontro politico sulla battaglia per la libertà dell’Ucraina, vero snodo politico e valoriale e anzi sempre più lo spartiacque tra l’europeismo liberale e il populismo dell’ambiguità. Interpretando questa seconda linea ieri Goffredo Bettini ha detto al Corriere della Sera che oggi «l’Ucraina non corrisponde ai criteri fondamentali per entrare nell’Ue», per cui «ci vorranno anni» e che pertanto «sventolare oggi questa bandiera per motivi propagandistici non aiuta».

Peccato che nella mozione che oggi il Pd presenterà in Parlamento ci sia scritto esattamente il contrario, come ha notato proprio Quartapelle: «Il Pd presenta una risoluzione in cui ribadisce che l’ingresso dell’Ucraina nell’Ue è una scelta strategica di fondo che non può essere rallentata».

D’altronde verte proprio sull’Ucraina, e sulla connessa partita sul riarmo, il dissenso che e diventato rottura da parte di Picierno. Un dissenso che è lo stesso dei riformisti che restano nel Pd. «Penso l’opposto, ovviamente, delle parole di Bettini sull’Ucraina consegnate oggi al Corriere. L’opposto – ha affermato Filippo Sensi – e un Pd che seguisse questa agenda filorussa, che equivoca le stragi con Puskin, sarebbe una follia e un errore esiziale che non avverrà. Sul mio cadavere».

Al di là delle geometrie partitiche e delle convenienze del momento, è proprio qui che potrebbe nascere un terreno comune. Se esiste una possibilità di ricomporre il campo riformista, essa passa attraverso una opzione di valori prima ancora che di alleanze. E l’Ucraina, oggi, è il luogo politico in cui questa scelta viene messa alla prova. Forse si comincia a fare sul serio.

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Il nuovo, il vecchio e l’immutabile nella guerra di Putin contro l’Ucraina

Al vertice tra Donald Trump e Xi Jinping tenutosi a maggio a Pechino, il presidente cinese avrebbe detto al suo omologo statunitense che Vladimir Putin «potrebbe finire per pentirsi» dell’invasione dell’Ucraina. Questa rivelazione è al tempo stesso incoraggiante e sconfortante. Il sostegno della Cina alla Russia è stato un fattore decisivo nel mantenere la guerra in corso e un cambiamento di atteggiamento a Pechino, se davvero dovesse concretizzarsi, avrebbe implicazioni profonde. L’aspetto più inquietante è che questa non è mai stata una posizione esplicita dell’Europa, dove quel «potrebbe» avrebbe dovuto essere sostituito da un «sarà» e tradotto in azione già nel 2022, se non nel 2014, quando la Russia ha invaso per la prima volta l’Ucraina.

Ogni osservatore informato e onesto della guerra sa che la responsabilità del conflitto è esclusivamente di Mosca. Non della sovranità ucraina. Non di presunte provocazioni immaginarie. E certamente non della cosiddetta «espansione della Nato». Questa espressione tossica è stata inventata al Cremlino e attribuisce falsamente l’iniziativa a un’alleanza difensiva, storicamente riluttante ad accettare nuovi membri, invece che agli Stati sovrani che vi hanno aderito perché, sulla base della loro storia, conoscevano bene la minaccia russa. È stato l’ethos imperiale russo a scegliere la guerra – torneremo su questo punto – e Putin si è trovato al comando nel momento in cui essa è stata intrapresa.

Per l’Ucraina questa guerra non è mai stata una scelta. La Russia vuole controllarla e, se il suo popolo resiste, è disposta a ucciderlo – mentre gli ucraini non vogliono essere uccisi. Difendere le proprie case, le proprie famiglie e il proprio diritto a esistere è l’unica opzione rimasta. L’Ucraina ha accettato un cessate il fuoco incondizionato nel marzo 2025. La Russia continua invece a scegliere la guerra. È grottesco e sconcertante che persone in posizioni di responsabilità rifiutino ancora di riconoscere questa realtà elementare.

Per il resto d’Europa, a ovest dell’Ucraina, la guerra è stata qualcosa di diverso: un lungo esercizio di rinuncia, un rifiuto di ricordare che l’aggressione impunita è il modo in cui le guerre locali si trasformano in conflitti che possono travolgere l’intero continente. La «vecchia Europa» (gli Stati dell’Europa occidentale) oggi si lamenta dell’abbandono da parte di Washington, dimenticando comodamente quante volte abbia abbandonato Georgia, Moldavia e Ucraina. Per capire cosa serva davvero a porre fine alla guerra della Russia, occorre distinguere ciò che è nuovo da ciò che è vecchio e, entrambi, da ciò che è immutabile fin dall’inizio.

Il nuovo
Avendo sviluppato capacità autonome e tattiche di combattimento che pochi all’interno della Nato comprendono, per non dire eguagliano, Kyjiv è diventata un fornitore di sicurezza per l’Europa. I droni ucraini colpiscono oggi raffinerie vicino a Mosca, impianti di produzione di esplosivi in profondità nella Siberia e numerosi altri obiettivi lungo la linea del fronte.

Nel 2022 l’allora ministro delle Finanze tedesco Christian Lindner si sarebbe opposto alla fornitura di armi perché riteneva che Kyjiv sarebbe caduta nel giro di poche ore. Le previsioni di una rapida sconfitta dell’Ucraina hanno poi lasciato spazio alle narrazioni su una vittoria russa inevitabile e successivamente alle riflessioni su una guerra di logoramento che, si diceva, favorisse Mosca. Gli ucraini hanno smentito tutte queste previsioni.

Nel 2026 la Russia sta subendo perdite territoriali limitate ma costanti e, per usare le parole del presidente finlandese, «l’inerzia si è invertita».

In Europa stanno accadendo cambiamenti, anche se a un ritmo che non soddisfa nessuno. I bilanci per la difesa crescono. Orbán è uscito di scena, insieme al suo potere di veto. Gli asset russi congelati si stanno avvicinando lentamente a un possibile utilizzo per lo scopo più coerente dal punto di vista morale e della sicurezza. Merz ha proposto l’ingresso immediato dell’Ucraina nell’Unione Europea come «membro associato». Il risveglio è reale, ma troppo lento e continuamente minato da una tendenza all’autolimitazione.

E poi c’è il contesto globale. Le guerre in Medio Oriente, il vertice Trump-Xi e la profonda trasformazione delle relazioni transatlantiche sottraggono ossigeno a ogni spazio in cui l’Ucraina dovrebbe essere al centro dell’agenda. In un sistema internazionale complesso, ciascuno di questi sviluppi può cambiare in modo drastico i calcoli di Mosca, in senso favorevole o sfavorevole.

Il vecchio
Il rifiuto dell’Ucraina di arrendersi è una realtà nota da tempo, ma resta il fatto più importante della guerra. Il cosiddetto «processo di pace» degli ultimi quattordici mesi può essere descritto come un teatro dell’assurdo. La Russia usa i negoziati per consolidare i propri guadagni e umiliare chiunque sia ingenuo al punto da credere alle nuove promesse del Cremlino (cioè alle sue menzogne).

Anche le sanzioni appartengono al «vecchio». Stanno producendo effetti e, allo stesso tempo, sono piene di falle: entrambe le cose sono vere. L’economia russa è sotto pressione crescente, ma Mosca continua ad attenuare l’impatto grazie al sostegno cinese e beneficia di maggiori entrate dal petrolio, anche per via della chiusura dello stretto di Hormuz.

L’Europa continua a tollerare la flotta ombra russa, che rifornisce senza vergogna le casse di guerra del Cremlino. Ogni anno si ripetono gli stessi dibattiti e le stesse misure parziali. Georgia nel 2008, Crimea nel 2014, invasione su larga scala dell’Ucraina nel 2022: l’Europa oscilla, mentre l’appetito della Russia per la guerra cresce.

L’immutabile
Sotto le nuove dinamiche del campo di battaglia, le motivazioni profonde di Mosca non sono cambiate affatto. La Russia non è uno Stato che invade raramente e con riluttanza i propri vicini: è un sistema in cui la conquista brutale rappresenta il modo normale di agire. Zar, commissari e «democratici» come El’cin e Putin sono stati, allo stesso tempo, strumenti e motori di una tradizione bellica che li precede di secoli. La Federazione Russa rimane il più grande colonizzatore senza pentimento del mondo.

Ciò che rende invisibile questo impero predatorio a uno sguardo occidentale distratto è la cosiddetta «fallacia dell’acqua salata»: l’idea secondo cui le colonie debbano essere separate dalla madrepatria da grandi oceani. La Russia dimostra il contrario. La sua peculiarità pericolosa è la condizione di colonizzatore e colonizzato insieme: un sistema politico che cerca costantemente di sottomettere altri all’estero per giustificare e mantenere la sottomissione interna.

Il popolo russo è spesso rappresentato come vittima passiva della propaganda statale, inconsapevole degli orrori del proprio governo. Ma la realtà, come ha mostrato Jade McGlynn nel suo libro “Russia’s War”, è più inquietante: «La guerra della Russia contro l’Ucraina è sostenuta da ampi settori della popolazione russa ed è accettata da una quota ancora più ampia». E aggiunge: Putin non impone le proprie idee di politica estera ai russi; dà voce a ciò che molti già credono.

Tra le cose immutabili vi è anche una lezione della storia europea: l’appeasement incoraggia l’aggressione. Le poste in gioco per la vecchia Europa non potrebbero essere più alte, mentre le risorse a sua disposizione superano di gran lunga quelle del Cremlino. Eppure, la volontà e la lucidità per agire restano pericolosamente insufficienti.

Dare per scontato il coraggio dell’Ucraina è stato naturale per i vicini occidentali del Paese più coraggioso d’Europa. Riscoprire l’azione politica, affrontare la realtà e agire con determinazione lo è molto meno.

Il 14 maggio ventiquattro civili innocenti sono stati uccisi deliberatamente in un attacco contro un edificio residenziale a Kyjiv. Pochi giorni dopo, Angela Merkel ha ricevuto una delle più alte onorificenze europee. L’espressione «fuori luogo» è insufficiente a descrivere la situazione. L’esperto energetico ucraino Mykhailo Gonchar ha posto la domanda giusta nel marzo 2022: l’ipocrisia del Nord Stream sotto Merkel ha scatenato la guerra della Russia? I fatti lasciano pochi dubbi. L’interdipendenza economica non ha frenato il revanscismo imperiale di Mosca. L’Ostpolitik e la promessa di «cambiamento attraverso il commercio» lo hanno rafforzato.

La strada da seguire è difficile ma chiara: la vecchia Europa deve assumersi la responsabilità del futuro del continente, come ha fatto l’Ucraina, smettere di segnalare paura e fornire a Kyjiv tutto ciò di cui ha bisogno per respingere gli invasori.

Articolo precedentemente pubblicato da Länder-Analysen

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Ventunesimo pacchetto di sanzioni UE: l’Europa che chiude le porte ai russi e perde il controllo di Belfast

Ventunesimo pacchetto sanzioni UE contro la Russia: divieto d'ingresso ai veterani, costi economici asimmetrici e il paradosso di Belfast. Analisi geopolitica.
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