Cuidado com o toliamor. Eis 4 formas pelas quais sabota relações
Nuevo intento de Bruselas para debilitar la capacidad económica y militar rusa y acelerar así el fin de la guerra en Ucrania. En un contexto marcado por la creciente preocupación por la seguridad continental, la presidenta de la Comisión Europea, Ursula von der Leyen, presentó este martes el vigesimoprimer paquete de sanciones contra el Kremlin, una batería de medidas que amplía la presión financiera, comercial y política sobre Moscú.
La propuesta llega en un momento especialmente delicado para Europa. Los recientes episodios registrados en Rumanía y en la región báltica, donde se detectaron incursiones o impactos de drones, han reavivado las alarmas sobre la seguridad del espacio aéreo europeo.
Durante la presentación del paquete, Von der Leyen defendió que, más de cuatro años después del inicio de la invasión a gran escala, los objetivos que persigue el Kremlin siguen lejos de materializarse. La dirigente sostuvo que "Rusia ha fracasado claramente en subyugar a Ucrania" y aseguró que las consecuencias económicas de la guerra están afectando cada vez más a la propia sociedad rusa.
Esta nueva tanda de medidas, que todavía requiere la unanimidad de los Veintisiete, se centra en atacar las principales fuentes de ingresos y las vías que utiliza Moscú para esquivar las restricciones. Entre las más relevantes figura la ampliación de la lista negra contra la denominada "flota en la sombra", una red de embarcaciones empleadas para transportar petróleo ruso fuera de los circuitos de control establecidos por los países occidentales. Treinta nuevos buques serán incorporados a las sanciones europeas, sumándose a cientos de barcos que ya tienen restringido el acceso a infraestructuras comunitarias.
Además de los barcos, la Comisión propone actuar contra puertos, operadores y refinerías que colaboren con estas operaciones, consideradas por Bruselas una amenaza tanto para la seguridad marítima como para el medio ambiente europeo.
En el plano financiero, el paquete plantea la prohibición de transacciones con 31 entidades bancarias rusas y con 20 instituciones financieras ubicadas en terceros países. Una de las principales novedades en este ámbito afecta a empresas vinculadas al sector de las criptomonedas. Von der Leyen justificó esta medida asegurando que Rusia depende cada vez más de estos activos digitales para realizar transacciones internacionales y evitar las restricciones comunitarias.
La Comisión apunta a la existencia de un entramado financiero diseñado por Moscú al margen del circuito bancario. Esta infraestructura combina plataformas de criptoactivos, intermediarios y operadores en el extranjero para desviar y movilizar fondos de manera opaca. Así, las restricciones afectarán a empresas situadas fuera de Rusia que hayan contribuido a suministrar tecnología o servicios susceptibles de apoyar su esfuerzo bélico. La jefa de la diplomacia europea, Kaja Kallas, detalló en redes sociales que Bruselas ampliará "la lista de entidades sancionadas y prohibirá las transacciones a través de once plataformas de intercambio de activos digitales".
La ofensiva económica ataca también al comercio y la industria. Bruselas pretende impedir nuevas exportaciones hacia Rusia de tecnologías susceptibles de uso militar, así como de componentes estratégicos para la industria de defensa. Asimismo, se prohibirá la venta de buques metaneros al país y se reforzarán los controles sobre productos considerados de doble uso, es decir, aquellos que pueden tener aplicaciones tanto civiles como militares.
Por primera vez desde el inicio de la guerra, el sector pesquero entra en la rueda de sanciones. La Comisión propone bloquear las importaciones de productos pesqueros rusos y establecer un veto total sobre el bacalao procedente de Rusia. Además, a propuesta de varios Estados miembros, la Unión pretende cerrar las puertas del espacio comunitario a cualquier ciudadano ruso que haya servido en las Fuerzas Armadas desde febrero de 2022, fecha del inicio de la invasión a Ucrania.
La estrategia energética tiene también un lugar central en la propuesta. Bruselas plantea congelar hasta enero de 2027 el mecanismo de revisión automática del límite de precios impuesto al petróleo ruso. Con esta decisión, el tope permanecería fijo en los niveles actuales, evitando una actualización prevista para mediados de julio que podría haber incrementado los ingresos de Moscú debido al reciente encarecimiento del crudo provocado por las tensiones geopolíticas en Oriente Medio y la crisis en el estrecho de Ormuz.
Con esta nueva batería, Bruselas busca debilitar la maquinaria de guerra rusa, pero también acelerar la integración de su aliado. Paralelamente al nuevo fondo de 6.000 millones de euros para la defensa de Kiev, la Unión formaliza su compromiso con el país con una decisión clave: la inminente apertura de las negociaciones de adhesión.


© EFE
A 48 ore dalla domenica che potrebbe aver riscritto equilibri e perimetro del sistema bancario nazionale, da Londra arriva tutto l’apprezzamento per la discesa in campo di Intesa, accompagnata per l’occasione da Bper, per acquisire a mezzo Opas da 30,6 miliardi il Monte dei Paschi e dunque Mediobanca, già parte integrante di Rocca Salimbeni. Un’operazione, come raccontato da questo stesso giornale, gradita a Palazzo Chigi e un po’ di alta sartoria e un po’ dall’anima italiana nonché protesa a salvaguardare le Generali (di cui Piazzetta Cuccia è azionista al 13%, mentre l’altro socio forte è Unicredit con il 9% del Leone) e il loro patrimonio fatto di risparmio e titoli di Stato. Prospettiva che invece con la vittoria di Banco Bpm, i cui soci di riferimento sono i francesi del Crédit Agricole, verrebbe meno.
Di qui una sorta di placet da parte del Financial Times, per il quale “L’offerta di Intesa per Mps ripristina un po’ di buon senso nel panorama del M&A italiano”, premette il quotidiano della City dalla sua famosa rubrica Lex column. Il messaggio di fondo è quello di far emergere il ruolo di Intesa quale attore primario del consolidamento bancario in Italia, ma anche di stabilizzatore della finanza italiana sia privata (con riferimento alla quota di Generali in pancia a Mediobanca) sia pubblica (con riferimento al debito pubblico finanziato e custodito in portafoglio dalle varie entità bancarie coinvolte). “L’M&A italiano spesso ha tanto a che fare con la politica e le personalità quanto con la massimizzazione del profitto. Ciò rende la proposta di acquisizione da 30 miliardi di euro del Monte dei Paschi di Siena da parte di Intesa Sanpaolo una gradita rarità”.
Intesa, secondo il FT, ha scelto “il bersaglio giusto, nel senso che le prospettive individuali dell’istituto di credito toscano Mps non sono grandi ed è alle prese con la complessa integrazione dell’arrogante rivale Mediobanca, acquisita lo scorso anno”. Inoltre, “la sua governance è fragile quanto mai: gli azionisti hanno recentemente estromesso e reintegrato l’amministratore delegato Luigi Lovaglio in una rapida successione”. Al contempo, Intesa “è in un’ottima posizione per acquistare. La più grande banca italiana per asset ha collaborato con la compagnia assicurativa Unipol per spartirsi la rete di vendita al dettaglio si Siena nella speranza di evitare problemi di concorrenza”. Pensando così anche di poter tagliare 1,1 miliardi di euro di costi sovrapposti dalle parti che sta acquisendo, oltre ai 400 milioni di euro che Mps sperava già di risparmiare in spese e costi di finanziamento dall’acquisizione di Mediobanca.
Per fare un riferimento “il rivale di fascia media del mercato Banco Bpm, che domenica ha scritto al consiglio di amministrazione di Mps per proporre una fusione tra pari, pensa di poter tagliare solo 650 milioni di euro dalla combinazione. Ciò rende l’operazione proposta da Intesa un’operazione che crea molto valore, anche escludendo qualsiasi beneficio derivante dal cross-selling di prodotti e simili”. Attenzione, però, a Unicredit. “Se Intesa riuscirà a portarsi via Mps a questo prezzo dipenderà in gran parte dal collega Unicredit, la banca guidata dal veterano banchiere del M&A Andrea Orcel, ora impegnata in una tortuosa battaglia per acquistare la tedesca Commerzbank”. Ma Orcel “potrebbe essere tentato di lanciarsi anche lui in questa battaglia (per Mps, ndr), piuttosto che vedere i rivali italiani crescere nel suo mercato interno. Anche Intesa sarà difficile da battere: potrebbe addolcire la sua offerta di un paio di miliardi senza distruggere valore”. Di sicuro, “una vittoria di Intesa potrebbe piacere anche al primo ministro italiano Giorgia Meloni, in quanto riduce le possibilità che Generali cada in mani straniere”.
Tutto questo mentre, nel giorno in cui i titoli delle tre banche in corsa per Siena sono schizzati in Borsa, il ceo di Ca’ de Sass, Carlo Messina, è tornato a ribadire la bontà dell’operazione su Mps. Per Intesa il “vero valore consiste nel 50% di Monte dei Paschi di Siena che rimarrà con Intesa. E su questa quota possiamo creare un grande valore grazie alle sinergie in termini di ricavi e costi. Dall’altro lato c’è anche Mediobanca, che può portarci asset in gestione ma anche credito al consumo, settore in cui non siamo leader di mercato, ma possiamo diventarlo. E poi c’è la potenzialità di realizzare sinergie di costo grazie alla forza che abbiamo in Intesa”.
Non sarà la quotazione di SpaceX, candidata quasi certa alla vittoria per la più grande Ipo della storia. Ma il boato è destinato comunque a sentirsi. Nel grande gioco dell’Intelligenza Artificiale, la Cina ha smesso da tempo di inseguire il resto del mondo. Eccezion fatta per gli Stati Uniti, loro sì, pare, copiati per certi versi dal Dragone. L’ultima conferma arriva da Moonshot, startup di Pechino che punta a raccogliere fino a 2 miliardi di dollari per arrivare a una valutazione complessiva di 30 miliardi e presentarsi così al mercato, in vista di un’Ipo alla borsa di Hong Kong per potrebbe arrivare nei prossimi mesi, forse già entro la fine dell’estate.
L’azienda madre del chatbot Kimi ha infatti proprio in queste ore avviato colloqui preliminari con potenziali investitori per raccogliere oltre 2 miliardo di dollari, secondo quanto riferito da fonti vicine alla vicenda. Le discussioni sono iniziate proprio mentre Moonshot è sul punto di chiudere un round di finanziamento guidato da Meituan, che ha già valutato l’azienda non meno di 20 miliardi di dollari dopo l’investimento. Se la startup raggiungerà il suo ultimo obiettivo di finanziamento, si tratterebbe di un aumento di sette volte della capitalizzazione rispetto a dicembre, quando la startup era valutata poco più di 4 miliardi di dollari. Poi verrà il turno del mercato, a cui spetterà l’ultima parola sul valore di Moonshot.
Insomma, la Cina ha voglia di crescere nell’Intelligenza Artificiale, continuando a sfidare un’Occidente che, almeno per il momento, rimane essenzialmente aggrappato alla tecnologia americana.L’azienda con sede a Pechino si sta d’altronde affermando come uno dei laboratori di ricerca sull’Intelligenza Artificiale cinesi meglio finanziati, grazie agli investimenti che riversano capitali in un gruppo in chiara competizione con OpenAI e Anthropic. L’ultimo round di finanziamento aiuterebbe, per esempio, Moonshot a superare Minimax Group, società quotata in borsa, che oggi vanta una capitalizzazione di mercato di circa 20 miliardi di dollari. Entrambe restano comunque indietro rispetto agli circa 80 miliardi di dollari di Zhipu e ai circa 50 miliardi di dollari che DeepSeek..
Certo, tutto questo cozza un po’ con la recente crisi mistica scoppiata ai piani alti del partito comunista. Il quale teme che l’avanzata dell’Intelligenza Artificiale in Cina comporti un progressivo impoverimento professione e, soprattutto, umano. Come raccontato da questo giornale qualche giorno fa, la scorsa estate, il vicepremier cinese He Lifeng ha chiesto ai principali datori di lavoro del Paese, gruppi tecnologici, banche, case automobilistiche e altre grandi imprese, di valutare quale impatto l’IA avrebbe potuto avere sui loro organici. Alcune aziende hanno risposto che la nuova tecnologia avrebbe potuto creare nuove mansioni nei prossimi anni, ma anche cancellare, una volta pienamente applicata, il 30% o più dei ruoli esistenti.
Ora, da quel confronto è maturata una linea che oggi sta prendendo forma attraverso direttive amministrative, casi giudiziari e orientamenti dei governi locali: le aziende possono innovare, ma non possono usare l’automazione come giustificazione automatica per ridurre il personale. Alla fine dello scorso anno, il ministero delle Risorse umane e della sicurezza sociale cinese ha avvertito in particolare le imprese tecnologiche, dove la forza lavoro è più giovane, di non procedere a licenziamenti legati all’introduzione dell’IA. Alle aziende viene chiesto così di spiegare i tagli e, in alcuni casi, di dimostrare che non siano semplicemente il risultato della sostituzione dei lavoratori con sistemi automatici. Qualcosa non quadra.
Il governo panamense è pronto a rimettere in palio le concessioni per il canale di Panama, pochi mesi dopo aver, nemmeno troppo gentilmente, accompagnato alla porta la Cina e le sue compagnie di navigazione. La vicenda è nota e questo giornale l’ha raccontata più volte. Da quando, ormai un anno fa, una cordata di investitori occidentali guidata dal più grande fondo del mondo, Blackrock, si è fatta avanti per rilevare dalla cinese Ck Hutchinson 43 scali portuali nel mondo, inclusi i due hub alle estremità del canale, Cristobal e Balboa, sull’infrastruttura marittima che collega l’Atlantico al Pacifico si è scatenata una vera e propria battaglia. Resa ancora più aspra dalla sopraggiunta chiusura dello stretto di Hormuz, che ha reso a tutti gli effetti Panama ancora più strategico.
Adesso è tempo di rimescolare le carte e, come è in grado di rivelare questo giornale, procedere al riaffidamento delle concessioni. In tal senso le autorità del Canale hanno pubblicato i documenti di prequalificazione, nell’ambito del processo di selezione del futuro concessionario. La fase preliminare rientra infatti nei meccanismi stabiliti dal regolamento nazionale sulle concessioni dell’Autorità del canale di Panama, che facilitano l’interazione tra le parti interessate e le medesime autorità. La documentazione presentata dai partecipanti, viene spiegato, “sarà valutata in conformità ai criteri tecnici, finanziari e legali definiti nel documento di prequalificazione e nei relativi emendamenti”.
Ora, una domanda sorge d’obbligo: la Cina sarà della partita? Di sicuro, dopo essere stata estromessa dalla stessa Corte Suprema panamense, Pechino sembra avere un po’ di paura di perdere, per sempre, le sue ambizioni sul canale. La prova potrebbe essere nelle considerazioni del ministro degli Esteri cinese Wang Yi per il quale il Dragone è pronto ad approfondire la cooperazione pratica con Panama tanto da esortare il Paese centroamericano a tutelare i diritti delle imprese cinesi. Wang ha affermato che le relazioni tra Cina e Panama non dovrebbero essere soggette a interferenze di terzi. Forse si riferiva agli Stati Uniti. Ma sì, la Cina ha paura.