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Battaglione Geronimo schierato segretamente in Israele: qual era il compito dei parà Usa contro l'Iran

Il Pentagono schierò segretamente in Israele una forza composta da elementi del "Battaglione Geronimo", un reggimento di paracadutisti dell'82ª Divisione Aviotrasportata “All American” che era stata mobilitata per condurre operazioni terrestri sull'isola di Kharg e ottenere il controllo sulle zone costiere dello Stretto di Hormuz.

Secondo quanto viene reso noto solo ora dalle indiscrezioni del giornalista Ken Klippenstein, un raggruppamento di 1000 uomini della 82ª Divisione Aviotrasportata che erano stati inviati in Medio Oriente era stato schierato "segretamente in Israele all'inizio di aprile, come parte del piano di contingenza congiunto tra Israele e gli Stati Uniti per il sequestro dell'isola di Kharg controllata dall'Iran nel Golfo Persico e per la creazione di territori costieri all'interno dell'Iran".

Klippenstein asserisce di aver visionato l'ordine di dispiegamento, emesso il 7 aprile, che faceva riferimento a un contingente di paracadutisti appartenenti al 2° Battaglione del 501º Reggimento della 82ª Divisione Aviotrasportata - il famoso "Battaglione Geronimo" del 1° Combat Team che deve il suo nome al grido di battaglia “Geronimo!” urlato nell'agosto del 1942 dal soldato Aubrey Eberhardt durante uno dei primi lanci di addestramento che la nuova “fanteria paracadutista” effettuò a Fort Benning.

Il “Battaglione Geronimo” è una formazione d'élite all'interno dell'82ª Divisione Aviotrasportata, già nota alla storia per aver preso parte allo sbarco in Sicilia e in Normandia durante la Seconda guerra mondiale, diventando parte della “Forza di risposta strategica degli Stati Uniti” e prendendo parte alle operazioni militari nella Repubblica Dominicana, a Grenada, nelle due guerre del Golfo e nella campagna in Afghanistan.

Alla fine di marzo, informazioni riguardanti il dispiegamento di forze terrestri americane in Medio Oriente riportarono che il Pentagono era in procinto di firmare l'ordine per inviare circa 1000 paracadutisti dell’82ª Divisione in Medio Oriente, ma si riteneva che avrebbero preso posizione nelle basi comunemente impiegate dagli Stati Uniti nella regione, in Kuwait o in Qatar, non in Israele.

Già allora si riteneva probabile che questa forza d’intervento rapido aviotrasportata avrebbe potuto prendere parte, con i 5.000 marines della 31st Marine Expeditionary Unit e le unità di forze speciali della Delta Force e dei Navy SEAL, alle “operazioni terrestri” che avrebbero potuto avere come obiettivo la conquista dell’isola di Kharg, dove sorge il principale terminal petrolifero controllato dall’Iran nel Golfo Persico, o di tratti di isole strategiche e zone costiere dell’Iran che avrebbero facilitato la riapertura dello Stretto di Hormuz con la forza.

Dopo la notizia che le forze speciali israeliane hanno stabilito una base avanzata segreta in Iraq e preso posizione segretamente in Azerbaigian, il fatto che gli Stati Uniti abbiano schierato truppe in Israele, notoriamente considerato il principale alleato militare in Medio Oriente, non dovrebbe sconvolgere. È tuttavia interessante notare, se l’informazione venisse confermata, come lo schieramento accanto alle Sayeret israeliane o a unità speciali come la Shaldag di una forza d’intervento statunitense prevedesse realmente un piano d’attacco aviotrasportato e anfibio del territorio iraniano in quella che molti considerano, in definitiva, la Terza guerra del Golfo. Una guerra che non è ancora terminata.

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Mali: indignation et colère après le placement sous mandat de dépôt des journalistes Chahana Takiou et Abdrahamane Keïta

Au Mali, le journaliste Chahana Takiou va passer sa deuxième nuit en prison en prison. Figure de la presse malienne, le directeur de publication du journal 22 Septembre a été placé sous mandat de dépôt le 8 juin par le pôle judiciaire anti-cybercriminalité pour « atteinte au crédit de l'État à travers l'institution judiciaire » après avoir estimé, précisément, que ce pôle spécialisé ne respectait pas la procédure prévue pour les délits de presse. Un autre journaliste, Abdrahamane Keïta du journal Le Témoin, a également été placé sous mandat de dépôt ce mardi 9 juin par le même pôle anti-cybercriminalité, après avoir déploré que Kidal, sous contrôle des jihadistes du Jnim et des rebelles du FLA depuis le 25 avril, était actuellement « administrée » par le chef du Jnim.

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Disclosure Day, E.T. senza meraviglia è un disastro: Spielberg smarrisce il contatto. Gli alieni ci sono ma non ce lo dicono

Non ce lo dicono. E se ce lo dicessero tutte le guerre nel mondo cesserebbero. Steven Spielberg e gli alieni capitolo due (o tre). Per 79 anni l’agenzia Wardex ha celato ai cittadini statunitensi e all’intero pianeta le prove dell’apparizione sulla Terra di astronavi extraterrestri e di alieni dal testone oblungo e occhioni larghi. Ma finalmente un gruppo di esperti della Wardex, capitanati dall’affabile Hugo (Colman Domingo), ruba dai suoi uffici sia filmati che chiavette segretissime, oltre ad organizzare l’incontro rivelatore tra due “esperti”: Daniel (Josh O’Connor), esperto informatico Wardex che traduce formule matematiche in inglese, e Margareth (Emily Blunt), una presentatrice meteo della tv di Kansas City che scopre di avere potere di lettura del cervello e lingua altrui, di telepatia e premonizioni. I due fuggono separatamente e rocambolescamente, in lungo e in largo, dagli sgherri in nero della Wardex, evitando i poteri altrettanto telepatici di mister Scanlon (Colin Firth), capo dell’azienda medesima, fino ad una definitiva resa dei conti che li vedrà comunicare al mondo una sorprendente verità in diretta tv.

Disclosure Day, l’attesissima opera spielberghiana sui marziani, è questa cosa qui. Un frullato insapore action che ricorda esteticamente e produttivamente i film via cavo anni Novanta. E per carità, mica è colpa degli alieni. Anzi. Spielberg si vede che ci tiene, che obamianamente sa che “esistono davvero” e che sarebbe meglio, alla Richard Dreyfuss o alla François Truffaut, mettersi lì a studiare un metodo con cui comunicare. Ma certo è che le meraviglie significanti e poetiche di Incontri ravvicinati del terzo tipo o di E.T. ve le dovete scordare.

Non vogliamo sempre tirare fuori la questione maleducata che in vecchiaia i grandi autori, hollywoodiani e non, finiscono spesso fuori strada. Solo che in Disclosure Day la questione deragliamento è conclamata. Fin dall’orribile sequenza d’apertura con un’incomprensibile soggettiva di un wrestler che viene menato dal suo avversario su un ring. Tra il pubblico è seduto Daniel che, per riavere l’amata fidanzatina rapita, consegna lo zaino pieno di memorie aliene agli agenti Wardex. Nessuno, appunto, deve sapere che dal 1947, insomma dal celebre incidente di Roswell, negli Stati Uniti dischi volanti e alieni volano e atterrano, seppur con qualche disturbo, dialogando con gruppi di umani che alla fine li seviziano e torturano come bestie per la vivisezione.

Non è la prima volta che Spielberg torna alla duplice specularità sfruttamento animale/violenza sugli alieni (c’era latente in E.T.), ma questa volta, complice una sceneggiatura farraginosa e forzatamente pretestuosa di David Koepp (il bordone sulle suore cattoliche per parlare di Dio che ama anche gli alieni è da strapparsi i capelli), non esiste alcuna ricostruzione di immaginario e di atmosfera peculiare. Se si eccettua la classica sequenza spielberghiana alla Indiana Jones, qui molto di maniera, con l’eroe in difficoltà estrema che allunga la mano per salvare l’eroina ancor più in pericolo di lui (qui ci sono due treni in corsa che si stanno per incrociare con Margareth rimasta in mezzo), l’andirivieni piatto e convulso dei due protagonisti per oltre un’ora e mezza più che lanciare il film a mille, ne impone l’inconcludenza di genere e la stramba irregolarità narrativa (si allunga il brodo come non mai, insomma).

È per questo che tante curiose e originali trovate visive come quella degli alieni che si presentano come animali (cervi, procioni, volpi, ma soprattutto il cardinale rosso) per calmare gli umani non riescono a trovare spazio naturale in un insieme esteticamente mal assemblato e poco ispirato, il cui esempio estremo è il ricorrente duello telepatico mentale tra Scanlon e la fidanzata ex suora di Daniel con scambio di iridi (sic) ed esperimenti su sedie del dentista con due ventose attaccate ad un angolo della fronte.

Perfino fotografia e musiche dei veterani spielberghiani Janusz Kaminski e John Williams sembrano una svogliata chiamata alla solita rimpatriata in famiglia. Ricordare che il tema “alieni” conservi in nuce una potenzialità espressiva a dir poco dirompente e infinita, è inchiodare ulteriormente Spielberg in un angolo afono e buio che non meriterebbe affatto. L’ultima traccia di questo pallore creativo è la palette emotiva con cui Spielberg tratteggia i due protagonisti: la Blunt oscilla senza peso specifico tra Kate Capshaw e Goldie Hawn; O’Connor, capace di interpretazioni maiuscole come in Rebuilding e The Mastermind, viene lasciato vagolare come uno stuntman qualunque tra auto fracassate e vetrate infrante.

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Ukraine is droning Russian ships. The goal: to create supply bottlenecks on land.

An FP-1 barrels toward a Russian ship.

  • Ukraine's drone campaign targeting Russian logistics is moving to sea
  • Ships carry supplies between Russia and occupied southern Ukraine
  • Striking the ships can force more supplies to move over land in vulnerable trucks

One-way attack drones from Ukraine's Unmanned Systems Forces struck five Russian cargo ships on the Sea of Azov on 5 June.

The strikes, which left at least one ship a burned-out hulk, are a kind of corollary to Ukraine's escalating campaign of middle-distance strikes on Russian supply lines on land in occupied territories. Aiming to weaken Russian regiments before they can attack across the disputed gray zone, Kyiv's drone units aren't only hitting trucks and vans on land—they're also hitting ships at sea.

"There's a method to the madness here," Ukraine Control Map explained. "Take out the ships, force Russia to use more trucks, more logistic bottlenecks." Then hammer the bottlenecks with drones.

The ultimate goal is to make it more difficult for the Kremlin to resupply and reinforce its 700,000 troops in occupied Ukraine. It's cheaper and easier to defeat an attack before it even begins by starving the attacking troops of food, fuel, batteries, ammunition and other vital supplies.

The ships the USF hit with Fire Point FP-1 drones on 5 June were spread out across a wide area. They were in occupied Mariupol and Berdiansk and along the coast of occupied Ukraine — the same Berdiansk port where Ukrainian drones struck a Russian munitions cargo ship on consecutive nights at the start of June.

What they had in common was their disguise. Civilian-owned but allegedly illegally working on behalf of sanctioned Russian entities, the ships sail without obvious markings or easily tracked radio transponders. There could be scores of such ships plying the Black Sea on Russia's behalf every day.

Two of the ships hit on 5 June, the dry cargo vessels Natra and Zirkon, were inbound from Türkiye to Rostov-on-Don when Ukrainian drones struck them in Taganrog Bay—empty, heading to load grain at a port Western governments and Ukraine identify as a transit hub for grain looted from occupied Ukrainian territory. Five Azerbaijani crew members on private contracts were killed and three wounded, Azerbaijan's foreign ministry said. Brovdi didn't address the deaths.

Telling apart a ship hauling Russian military fuel from a ship empty and heading to pick up looted grain is the kind of distinction that's hard to make from a drone's-eye view.

Ships that can haul thousands of tons of supplies every trip are much more efficient than trucks that can haul just a few tons apiece. Cargo ships can't deliver supplies to inland forces, of course, but they can move cargo between ports in southern Russia and ports in occupied Ukraine, bringing that cargo as close as possible to the gray zone before trucks must take over the shipping effort.

ukraine's drones now strike ports in occupied Ukraine
Map: Euromaidan Press

A thick-skinned ship is a tougher target than a thin-skinned truck, of course. But Ukraine's FP-1 drones carry a 100-kg blast-fragmentation warhead, with a TNT main charge boosted by the more powerful OKFOL explosive. The combination throws fragments outward and starts fires inside the target—the same mechanism that left the corvette Boikiy burning for hours at Kronstadt on 3 June.

🚢🔥 The destroyed cargo ship CIRCON (IMO 8887519), targeted by Ukraine’s Unmanned Systems Forces in the Sea of Azov several days ago. https://t.co/0Xpc3K9XXf pic.twitter.com/KI1PCzsjKf

— Special Kherson Cat 🐈🇺🇦 (@bayraktar_1love) June 8, 2026

Sitting duck trucks

Russia's thousands of military supply trucks are already squarely in the crosshairs of Ukrainian drone units. Since launching their coordinated counterlogistics campaign this spring, the Ukrainians have increased their monthly truck strikes nearly tenfold, from around 60 per month to nearly 500, as per the Ukrainian general staff.

But a comprehensive assault on Russian logistics requires raids on sea traffic, as well. That effort may have begun in earnest on 5 June. "Cargo ships and tankers with their names painted over by Black Sea looters and their transponders switched off, used for the quiet theft of Ukrainian grain and the transport of military cargo and fuel, can no longer count on either long service lives or uninterrupted schedules," the 414th Unmanned Strike Aviation Brigade crowed.

If they can disable enough ships, the Ukrainian drone teams may compel Russian logisticians to shift more supplies by land. To reach Russian regiments in southern and eastern Ukraine, those supplies normally travel east to west along the M-14 highway that runs close and parallel to the Black Sea coast.

That highway and connecting roads have become a kill zone for Russian trucks as more FP-1, FP-2, Hornet and Bulava drones take to the sky, increasingly unbothered by Russia's collapsing air defense network. Ukrainian industry now churns out tens of thousands of middle-strike drones every month, some for as cheaply as a few thousand dollars apiece.

The Russians are trying to find alternate routes that avoid the most heavily droned roads, but once a truck gets close to its destination, it has no choice but to follow a dwindling number of paths. Ukrainian intelligence knows where the Russians' main divisional bases are; they know the trucks must eventually turn into these bases. The near approaches are now becoming kill zones alongside the M-14 and other main roads.

It'll take many more strikes on Russian ships to seriously dent the sea logistics and force more supplies onto land routes. But the effort is underway. "The occupier's smuggling logistics must be stopped," the 414th Unmanned Strike Aviation Brigade explained.

A Russian truck under drone attack near Chernihivka.
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Russia keeps four field armies fed through three southern towns. Ukraine’s drones just arrived.

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Los ocho apellidos del Mundial 2026: las parejas de hermanos que compartirán el sueño mundialista

Los ocho apellidos del Mundial 2026.

Llegar a un Mundial ya es una hazaña reservada para muy pocos futbolistas. Conseguir que dos hermanos lo hagan al mismo tiempo es algo todavía más excepcional. Sin embargo, el Mundial de 2026 dejará una imagen inédita: ocho parejas de hermanos formarán parte de las selecciones participantes en la mayor Copa del Mundo de la historia.

La cifra resulta aún más llamativa si se tiene en cuenta que la mitad de ellos defenderán países diferentes. En un torneo marcado por la globalización y las múltiples identidades nacionales, varias familias vivirán el campeonato con el corazón dividido.

Frente a Frente

Los casos más conocidos son los de los hermanos Williams y los Doué. Iñaki Williams representará a Ghana, mientras que Nico Williams volverá a ser una de las grandes referencias ofensivas de España. Ambos nacieron en el País Vasco, comparten vestuario en el Athletic Club y tienen raíces familiares ghanesas, pero eligieron caminos distintos a nivel internacional.

Una situación similar vivirán Guéla y Désiré Doué. Los dos nacieron en Francia, pero mientras el menor se ha convertido en una de las grandes promesas de la selección francesa, el mayor decidió representar a Costa de Marfil, país de origen de su padre. De hecho, ya protagonizaron una de las imágenes previas al torneo cuando Guéla Doué marcó en un amistoso ante Francia y Désiré Doué observó la celebración desde el banquillo.

También habrá más hermanos enfrentados por nacionalidades en los casos de John Souttar y Harry Souttar, internacionales con Escocia y Australia respectivamente, así como Derrick Luckassen y Brian Brobbey, que acudirán al torneo con Ghana y Países Bajos.

Comparten bandera

Pero no todas las historias familiares estarán divididas. Francia contará con los hermanos Lucas y Theo Hernández, una de las sagas más reconocibles del fútbol europeo. Países Bajos llevará a los gemelos Quinten y Jurriën Timber (pareja rota por la lesión de Jurriën), mientras que Cabo Verde tendrá a Laros y Deroy Duarte en su plantilla. A ellos se suman Leandro y Juninho Bacuna, quienes liderarán el histórico debut mundialista de Curazao.

La presencia de tantas parejas de hermanos convierte al Mundial 2026 en una edición especial también fuera del terreno de juego. Más allá de los goles y los resultados, el torneo mostrará cómo una misma pasión puede unir a familias enteras, incluso cuando los caminos deportivos terminan llevando a cada hermano bajo una bandera diferente.

Precendentes históricos

Aunque la presencia de hermanos en los Mundiales no es una novedad, sí forma parte de una tradición poco habitual en la historia del torneo. Casos legendarios como los de Fritz y Ottmar Walter, campeones con Alemania Occidental en 1954, o Bobby y Jack Charlton, que levantaron el título con Inglaterra en 1966, marcaron los primeros precedentes. Décadas después llegaron otras sagas reconocidas como los hermanos Van de Kerkhof con Países Bajos, los De Boer, los Touré con Costa de Marfil o los Hazard con Bélgica.

Más excepcional aún ha sido ver a hermanos defendiendo selecciones diferentes: los medio hermanos Kevin-Prince Boateng (Ghana) y Jérôme Boateng (Alemania) protagonizaron en Sudáfrica 2010 el primer enfrentamiento entre hermanos en una Copa del Mundo, una imagen que volvieron a repetir en Brasil 2014. El Mundial de 2026 recoge ese legado familiar y lo lleva a una dimensión inédita con ocho parejas de hermanos presentes en el torneo

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The silent change in soccer: From 45-minute halves to four quarters

The first time FIFA announced cooling breaks in World Cup matches, in 2014, the matter ended up in court. Players, worried about the heat and humidity in Brazil, did not trust soccer’s world governing body, which left the decision for each match to the discretion of its medical staff. The players went to a labor court and obtained an order that the pauses would be automatic at the 30th minute of each half if temperatures reached 32 degrees Celsius. Twelve years later, FIFA has mandated three-minute hydration breaks at the 22nd minute of every match at the 2026 World Cup, regardless of temperature or humidity. The move, announced as being for the “well-being of the players,” signals a fundamental change in how the game is played: from two 45-minute halves, as it has been since 1897, to four quarters of roughly 22 minutes.

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© Agustin Marcarian (REUTERS)

Chelsea's Pedro Neto and Reece James during a hydration break at the Club World Cup, June 28, 2025.
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Caso Minetti, tre ragioni per cui le parole di Graciela mi fanno pensare a Paolo Borsellino

Io non lo so quale sia la verità sulla vicenda Minetti, non lo so se fossero vere le parole di Graciela Mabel de Los Santos Torres, ma non averla nemmeno voluta sentire da parte della magistratura italiana getta un’ombra inquietante e mi fa pensare a Paolo Borsellino per più di un motivo. C’è una frase di Graciela riportata più volte che suona così: riferirò ogni cosa alla magistratura quando verrò chiamata. Intende la magistratura italiana della quale pare fidarsi senza riserve, quasi ingenuamente.

Questa frase ricorda quella che, in tutt’altro contesto, pronunciò Paolo Borsellino il 25 giugno del 1992 a Casa Professa in quello che fu il suo ultimo intervento pubblico. Borsellino disse di essere “testimone” per la strage del 23 maggio che aveva ucciso Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo, e che per questo motivo non ne avrebbe parlato in quella sede, perché ne avrebbe riferito soltanto alla magistratura inquirente non appena fosse stato chiamato. Si riferiva alla Procura di Caltanissetta, che però, come noto, non ritenne di convocarlo.

Immagino che qualcuno, leggendo questo accostamento, abbia storto il naso irritato, forse pensando che io stia mischiando il sacro col profano. Invito a trattenere il disprezzo: la storia piuttosto ci insegna come frequentemente il “sacro” venga profanato per neutralizzarne la carica dirompente, il che è molto più nefasto. Di Graciela infatti, massaggiatrice disoccupata uruguayana, è fin troppo facile insinuare che quelle rivelazioni scottanti non fossero state fatte per amore di verità o per riscattare dignità, ma più prosaicamente per averne qualche indebito vantaggio economico. Così torno ancora a quel dolente e dovuto intervento a Casa Professa di Paolo Borsellino che, evocando il calvario dell’amico Giovanni Falcone del quale il tritolo mafioso era stato soltanto il definitivo supplizio, ebbe precisamente a dire che Falcone aveva cominciato a morire nel 1987, prima ancora che “qualche giuda” gli negasse il sostegno promesso per ottenere l’incarico di giudice istruttore a Palermo. A cosa allude Borsellino? A quel titolo così infamante: “I professionisti dell’antimafia”, che faceva da cappello ad un editoriale di Leonardo Sciascia, che si chiudeva con le parole: “I lettori, comunque, prendano atto che nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso”. Stessa insinuazione: l’indebito vantaggio personale procurato attraverso l’utilizzo spregiudicato di una tanto presunta quanto esibita passione per la verità.

Ma c’è un terzo motivo per cui le parole di Graciela mi fanno pensare a Paolo Borsellino: quando il giudice si trovò davanti una ragazzina di diciassette anni, arrabbiata ed impaurita, imbevuta di mafia dalla testa ai piedi, che gli voleva raccontare cose malfatte anche da personaggi potenti e riveriti, non perse tempo, non mise sulla bilancia opportunità e giustizia, la ascoltò. Si chiamava Rita Atria e la mafia le aveva assassinato il padre, don Vito, ed il fratello Nicola, che aveva commesso l’errore di dire ai quattro venti, che avrebbe vendicato il padre. Rita trovò la forza di ribellarsi all’apparente ineludibile forza del vincolo associativo, del vincolo di sangue, dell’odio terrorizzato e sgomento che le vomitò addosso la madre, perché trovò lo Stato. Lo Stato che aveva la faccia, l’intelligenza ed il cuore, di Paolo Borsellino.

Io non lo so quale sia la verità, ma temo che da oggi i “testimoni” avranno ancora più paura a denunciare e ad affidarsi allo Stato. Testimoni che, come abbiamo ripetutamente scritto in questo blog, fanno spesso una vita grama, pendolando tra speranza e frustrazione, tra sollievo ed angoscia, tra considerazione ed abissale solitudine. Testimoni che, peggio, subiscono conseguenze sconcertanti per aver avuto il coraggio di non girarsi dall’altra parte, come accaduto recentemente a quel tecnico informatico del Tribunale di Torino che per aver documentato la pericolosità di un software istallato dal Ministero della Giustizia nei computer dei magistrati, è stato denunciato ed ha perso il lavoro.

Leggiamo che Graciela avrebbe ritrattato parte delle sue rivelazioni recandosi da un notaio, accompagnata da un avvocato e a questo punto della storia c’è da augurarle che tanto basti per non incorrere in guai più seri. C’è infatti chi ritiene che tra le cause della “accelerazione” della strage di Via D’Amelio ci sia proprio la sopraggiunta impossibilità di procrastinare oltre modo l’acquisizione a sommarie informazioni del testimone Paolo Borsellino.

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