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Zelensky scrive a Putin: “Incontriamoci per porre fine alla guerra”. Il Cremlino: “È il benvenuto a Mosca”

“L’Ucraina propone di porre fine a questa guerra attraverso un dialogo diretto tra noi e voi. Propongo un incontro e propongo di fissare una data precisa“. Per la prima volta dall’invasione del suo Paese nel febbraio 2022, Volodymyr Zelensky si rivolge direttamente a Vladimir Putin con una lettera aperta, pubblicata sul sito della Presidenza di Kiev, chiedendo un faccia a faccia. Una mossa, ammette lo stesso Zelensky, dovuta al disimpegno degli Usa dal dossier: “Constatiamo che gli Stati Uniti sono pienamente concentrati sulla questione iraniana, e sarebbe un errore aspettare semplicemente che la guerra in Europa torni al centro della loro attenzione”, scrive. Una circostanza di cui il presidente ucraino si era lamentato già mercoledì in conferenza stampa con il segretario generale della Nato Mark Rutte: “Purtroppo, al momento non siamo al centro dell’attenzione”. La guerra, scrive Zelensky, deve terminare “onestamente, con dignità e con garanzie che non venga ripresa”. E in questo senso, “il tentativo di stabilire una vera tregua è il modo migliore per iniziare a dialogare”: l’Ucraina, quindi, “è pronta per un cessate il fuoco completo per tutta la durata dei negoziati”.

La risposta del Cremlino arriva quasi subito, attraverso il portavoce Dmitry Peskov: Zelensky, dice, “è benvenuto a Mosca in qualsiasi momento”. Nel suo testo, però, il presidente ucraino esclude esplicitamente che l’incontro possa svolgersi nella capitale russa, come già suggerito in pubblico da Putin: “Non c’è nulla che un leader ucraino possa fare nella vostra capitale, così come non c’è nulla che un leader russo possa fare a Kiev. Ci sono Paesi che tradizionalmente ospitano leader per risolvere questioni di guerra e di pace. La Svizzera, la Turchia, i Paesi del mondo arabo: molti sono in grado e disposti a ospitare un simile incontro”, scrive. Peskov ha precisato che la lettera non è stata ancora mostrata al presidente russo, impegnato al Forum economico di San Pietroburgo, lasciando così lo spazio per una risposta più articolata. Entusiasta, invece, la reazione del presidente Usa Donald Trump: “Sarebbe bellissimo se si incontrassero, devono farlo. Devono fare certi compromessi”, dice dallo Studio Ovale.

Nella lettera, il presidente ucraino chiede a Putin di “non aver paura di imboccare la via d’uscita da questa guerra”: “Questa è la cosa principale che ti viene richiesta ora. Sentiamo spesso dire che tu non hai problemi con questa guerra, ma ora possiamo constatare che i russi stanno finalmente iniziando ad accettare con meno serenità questa realtà, ovvero il fatto che la guerra stia portando conseguenze sempre più negative alla Russia. Ma noi in Ucraina non vogliamo una guerra permanente. Sappiamo benissimo che la vita senza guerra è infinitamente migliore. E vogliamo raggiungere questo obiettivo”. Zelensky cita con scetticismo l’incontro tra Putin e Donald Trump nell’agosto 2025 ad Anchorage: “Abbiamo sentito che in Alaska le era stata promessa la risoluzione di alcune questioni riguardanti l’Ucraina e l’Europa. Ma può constatare di persona che le questioni ucraine ed europee non vengono decise ad Anchorage”, sottolinea. Ma in ogni caso, aggiunge, “altri partecipanti concordati potrebbero unirsi al percorso bilaterale che verrà istituito tra noi”. In questo senso, “dato che la guerra si sta svolgendo in Europa, e dato che l’Ucraina necessita di garanzie di sicurezza, mentre anche voi cercate garanzie di sicurezza per voi stessi, sarebbe logico coinvolgere coloro che possono autenticamente fungere da garanti”: l’Europa e gli Stati Uniti, quindi, “devono far parte di questo processo. Questo è ciò che potrebbe aiutare a plasmare una nuova architettura di sicurezza per la nostra parte di mondo”.

“Il mondo non si è stancato dell’Ucraina, come a lungo speravate. Ma cresce la stanchezza nei confronti della Russia, persino tra coloro che, nel resto del mondo, vi aiutano a eludere le sanzioni e a mantenere a galla la vostra economia”, scrive ancora Zelensky a Putin. “Abbiamo visionato rapporti dell’intelligence che indicano che state valutando la possibilità di prolungare la guerra fino al 2027 e al 2028. Sappiamo anche che sperate che i missili balistici vi permettano di ottenere ciò che tutto il resto ha fallito. Volete trascinare la Bielorussia ancora più a fondo in questa guerra, e ora siamo costretti a prepararci anche a questo. Vediamo che state cercando di orchestrare qualcosa intorno alla Transnistria. I vostri propagandisti minacciano, in un modo o nell’altro, ogni paese confinante con la Russia. Volete davvero affrontare tutto questo?”.

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De Gregori e non solo: l’artista deve prendere sempre posizione? Carrère a Travaglio: “Io mi fido poco delle mie stesse opinioni”

Anche i casi di Erri De Luca e Francesco De Gregori sono entrati nell’intervista di Marco Travaglio a Emmanuel Carrère. Chiede Travaglio: “Questa cosa per cui l’artista e l’intellettuale deve sempre avere una posizione, deve sempre esprimere, deve firmare appelli. Immagino che capiterà anche a te che ti chiedano di firmare appelli, di partecipare a campagne, di schierarti, di dire una cosa. Ti dicono spesso anche che cosa devi dire esattamente, perché se poi dici qualcosa di un po’ diverso non va bene. Ecco tu come ti poni su questa questione perché tu sei uno scrittore, sei uno scrittore che taglia l’attualità continuamente, però non mi pare che sei tra quelli che firmano tutto, che prendono sempre l’invettiva, l’attacco. Cosa ne pensi di questa polemica? Come ti poni tu?”

Risponde Carrère: “Penso che ci sia due famiglie di giornalisti. Ci sono i giornalisti che sono più o meno nel registro della tribuna, dell’opinione, dell’analisi, dell’editoriale, e poi ci sono i giornalisti che sono dal lato del reportage. Io non ho nessun disprezzo per la prima famiglia, ma molto chiaramente mi appartengo alla seconda. C’è quello che raccontano. Mi preoccupo delle mie stesse opinioni. Sono molto influenzabile, sono molto facilmente dell’opinione dell’ultimo che ha parlato, quindi non sono in alcun modo in grado di prendere posizione, non firmo una petizione”.

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Carrère a Travaglio: “Ho votato Macron, ma è il candidato perfetto per i ricchi. E poi è infastidito dal fatto che le persone non siano intelligenti quanto lui”

“L’ultima volta, francamente, ho votato per Macron. Il problema con Macron è che è il candidato perfetto solo per persone come me, della classe media, per le quali le cose non vanno poi così male. Ovviamente, siamo contenti di avere uno come Macron, che dopotutto è intelligente, che non ci mette in imbarazzo all’estero, che è tutto questo. Ma il problema con Macron è che è un candidato per le persone benestanti. E ci sono più persone che stanno male che persone benestanti. E le persone che stanno male non apprezzano Macron“. E’ un passaggio dell’intervista di Marco Travaglio allo scrittore Emmanuel Carrère (qui l’integrale).

Da una parte, dice Carrère, “è una persona animata da un’ambizione piuttosto nobile, sia per se stesso, sia per il suo destino, sia per il suo Paese”. Dall’altra “Macron è infastidito dal fatto che le persone non siano intelligenti quanto lui. Quindi, la maggior parte delle persone non è intelligente quanto Macron. Lui capisce tutto, analizza tutto bene. E quindi molte persone hanno l’impressione che Macron non le disprezzi nemmeno, ma che non capisca nemmeno la loro esistenza. No, non è assolutamente così. Questo è ciò che lo penalizza”. Il paragone è con un predecessore Valéry Giscard d’Estaing: “Era lo stesso tipo di persona, un tipo molto intelligente, molto brillante, che voleva il meglio per il suo paese, una sorta di modernizzazione del suo paese, tutto questo. E a un certo punto, tutta la Francia ha visto Giscard come un tipo arrogante, che non capiva niente, che era… E penso che Macron sia in qualche modo esposto alla stessa sorte, sì”.

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Il video del momento in cui un drone iraniano colpisce l’aeroporto di Kuwait City: l’impatto è devastante

Le immagini delle telecamere di sorveglianza, diffuse dalla Direzione generale dell’aviazione civile del Kuwait, mostrano il momento in cui un drone iraniano si abbatte sul terminal 1 dell’aeroporto internazionale del Kuwait.

Nell’attacco, avvenuto mercoledì, è morta una persona e altre sessanta sono rimaste ferite. Ingenti i danni provocati allo scalo, temporaneamente chiuso.

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Sapevate del recente voto elettorale in Etiopia? Forse perché non vi siete mai chiesti chi governa in Africa

di Francesco Vietti, antropologo

Il primo giugno si sono tenute le elezioni politiche in Etiopia. Se non lo sapevate e non avete idea di chi fossero i candidati alla presidenza, non vi preoccupate: siete in buona compagnia. Non solo tra i cittadini che seguono normalmente la politica internazionale, ma sospetto anche tra i giornalisti e i politici di professione, e persino tra noi lettori del Fatto, ben pochi saprebbero rispondere a questa semplice domanda: conosci il nome di almeno un attuale leader politico dell’Africa sub-sahariana?

Quanto al Nordafrica, l’orribile omicidio di Giulio Regeni dovrebbe averci almeno reso tutti consapevoli che in Egitto sia al potere da qualche anno il generale Abdel Fattah al-Sisi. Ma appena ci si allontana dalle coste mediterranee del Mare Nostrum, ecco che le nostre scarse conoscenze svaniscono del tutto.

Chi governa la Nigeria, un paese grande quasi un milione di chilometri quadri e con oltre 230 milioni di abitanti (circa la metà dell’intera Unione Europea)? Chi sono i politici che hanno portato il Ruanda, un paese che forse ricordavamo per il genocidio degli anni Novanta, a riaffacciarsi alle televisioni italiane lo scorso settembre come sede dei Mondiali di ciclismo su strada svolti nella capitale Kigali? Com’è che il presidente dell’Uganda è anche il presidente di turno per il triennio 2024-2027 del Movimento dei Paesi non Allineati, un’organizzazione che pensavamo relegata all’era della Guerra Fredda, e che invece esiste tuttora e riunisce un gruppo di 120 paesi (i due terzi del mondo intero)?

Ammettiamolo: nonostante ci piaccia dire la nostra sui fatti che avvengono in ogni parte del globo, ben poco sappiamo di come vadano le cose fuori dall’Italia o, al massimo, fuori dall’Europa. Ma se ancora possiamo dire di sapere almeno il nome di un paio di leader dell’Asia (Xi Jinping in Cina e Modri in India?), o dell’America meridionale (Milei in Argentina e Lula in Brasile? Maduro in Venezuela da qualche mese non vale più e nessuno si dà pena di ricordare il nome della Presidente ad interim che ne ha preso il posto…), quando arriviamo all’Africa navighiamo nelle tenebre.

Eppure, se invece che riempirci la testa di inutili informazioni sulla sala da ballo che Trump sta costruendo alla Casa Bianca, o sui cazzotti che Brigitte Macron ogni tanto rifila al suo bel Emmanuel, dedicassimo un po’ di tempo ed energie ad occuparci di politica africana, forse la realtà che ci circonda ci parrebbe meno incomprensibile. E ciò vale ovviamente anche per chi fa informazione: se il tempo dedicato a raccontaci che in un anno di Presidenza Donald Trump ha messo su sei chili di grasso fosse invece dedicato a spiegarci cosa ci fa Samia Suluhu Hassan, la Presidente della Tanzania, al Forum Economico Internazionale che si tiene in questi giorni a San Pietroburgo in Russia, forse ci sarebbe di maggiore aiuto nella nostra impresa impossibile di capire dove stia andando il mondo.

Ovviamente, non si tratta solo di memorizzare dei nomi difficili da pronunciare. Rendersi conto di non conoscere neppure un leader politico africano significa in realtà ammettere di considerare che l’Africa intera non sia un soggetto politico del nostro mondo contemporaneo.

Ai miei studenti in università lo dico spesso: quando nel 1940 i due antropologi britannici Fortes ed Evans-Pritchard pubblicarono il volume African Political Systems intendevano mostrare che tutte le società del continente erano dotate di istituzioni politiche, anche se i colonizzatori europei preferivano pensarle come primitive e selvagge, in modo da non stabilire relazioni tra pari, ma rapporti di dominio. Da quel tempo è passato quasi un secolo, ma non molto è cambiato: ci conviene continuare a pensare all’Africa come un continente a-politico, o pre-politico, dove le alleanze, i conflitti, le appartenenze si spiegano con vaghi riferimenti alle tribù, ai clan, alle etnie… tutti concetti presi in prestito proprio dall’antropologia e usati a casaccio, più o meno come sinonimi di “razza”.

Questo atteggiamento, diffuso nelle opinioni pubbliche e tra le élite politiche ed economiche europee, ha un’ulteriore grave conseguenza: de-politicizzare gli africani, e nello specifico le persone migranti provenienti dall’Africa che arrivano in Italia e negli altri paesi europei. Vi siete mai chiesti che idee politiche hanno i migranti africani? Quali partiti votassero nei loro paesi d’origine? Chi voterebbero in Italia, se potessero?

Schiacciato sulla sua presunta “identità etnica”, non c’è da stupirsi che chi arriva dall’Africa sub-sahariana venga immediatamente sospettato di essere un “falso rifugiato”, vedendosi negata ogni soggettività politica se non lo scomodo ruolo di vittima chiamata a mostrare gratitudine per lo spirito umanitario con cui viene, nel migliore dei casi, salvata e accolta.

Per concludere, torniamo in Etiopia, da dove avevamo cominciato. Si è votato il 1° giugno, è vero, ma i risultati delle elezioni saranno resi noti l’11 giugno. Abbiamo, dunque, ancora qualche giorno di tempo: prendiamoci qualche ora, o anche solo qualche minuto sottratto alle ultime novità su Garlasco, e andiamo a leggerci chi è Abiy Ahmed Ali, diamogli un volto, scopriamo quale sia la sua storia, la sua visione politica e perché sia tanto controverso il Premio Nobel per la Pace che gli è stato assegnato nel 2019. E già che ci siamo, cerchiamo qualche informazione anche su Bassirou Diomaye Faye, il Presidente del Senegal, o su Félix Tshisekedi, che dal 2019 governa la Repubblica Democratica del Congo e le sue strategiche risorse di cobalto, al centro di complessi accordi con la Cina e gli Stati Uniti.

Mandiamo a memoria i loro nomi. Sarà un esercizio senz’altro più utile che ricordare i dettagli della prossima “arma di distrazione di massa” con cui la cronaca nera cercherà di riempire l’imminente vuoto dell’estate.

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Per spiegare la catastrofe di Gaza esiste anche una dimensione più profonda. Che non esime nessuno

di Gabriele Accascina

Di fronte alla tragedia umana che si sta consumando a Gaza e in Cisgiordania e alle conseguenze del conflitto sull’intera regione, molti osservatori cercano spiegazioni nelle categorie tradizionali della sicurezza nazionale, della geopolitica e della lotta al terrorismo. Sono certamente fattori reali e importanti. Eppure credo che, almeno in parte, esista anche una dimensione più profonda. Quella che segue è soltanto un’ipotesi che considero degna di riflessione.

La memoria della Shoah occupa un posto centrale nell’identità collettiva israeliana. Per molti cittadini non si tratta di un evento lontano studiato sui libri di storia, ma di una vicenda familiare. Nonni, genitori e parenti hanno conosciuto persecuzioni, deportazioni e sterminio. È difficile immaginare che un trauma di tale portata non abbia lasciato conseguenze profonde nel modo di percepire il mondo, le minacce esterne e il rapporto con gli altri popoli.

La mia impressione è che, soprattutto negli ambienti più nazionalisti e radicali, questa memoria possa talvolta trasformarsi in una convinzione implicita: l’idea che ciò che il popolo ebraico ha subito sia stato talmente eccezionale da collocare Israele in una condizione storica speciale, non completamente assimilabile a quella di qualsiasi altro Stato. Non parlo di vendetta nel senso immediato del termine. Piuttosto di una rivendicazione storica interiorizzata, di un bisogno permanente di affermare forza e controllo dopo secoli di vulnerabilità.

In questa prospettiva, alcune azioni che dall’esterno appaiono sproporzionate potrebbero essere percepite dai loro sostenitori come una riaffermazione di sicurezza e potenza resa necessaria dalla storia stessa.

Esiste però un paradosso che meriterebbe di essere considerato. Le grandi tragedie della storia dovrebbero insegnare all’umanità a riconoscere per tempo le sofferenze altrui e a impedirne il ripetersi. Se invece restiamo indifferenti, rischiamo di contribuire alla nascita di una nuova ferita storica destinata a segnare generazioni future. Ottant’anni fa il mondo ha lasciato al popolo ebraico una memoria di dolore che ancora oggi influenza identità, politica e visione del mondo. Nessuno può sapere come verranno giudicati gli eventi attuali, ma è legittimo domandarsi quale memoria collettiva stiamo consegnando oggi al popolo palestinese e ai suoi discendenti e con quali conseguenze.

La presenza nel governo israeliano di figure ultranazionaliste e apertamente radicali rende questa interpretazione almeno plausibile. Quando si arriva a limitare o negare perfino l’accesso agli aiuti umanitari destinati ai civili, il problema sembra andare oltre la sola sicurezza. Entra in gioco una visione ideologica nella quale qualsiasi pressione esterna viene vissuta come un’ingerenza inaccettabile.
Cercare le possibili radici psicologiche e storiche di un comportamento non equivale a giustificarlo. Al contrario, è il primo passo per affrontarlo con lucidità.

Se questa ipotesi contiene anche solo una parte di verità, allora il resto del mondo non può limitarsi all’indignazione periodica. La comunità internazionale, e in particolare i Paesi europei, dovrebbero passare dalle dichiarazioni ai fatti. Il riconoscimento di uno Stato palestinese pienamente sovrano dovrebbe tornare a essere un obiettivo concreto e non una formula ripetuta senza conseguenze pratiche. L’accesso agli aiuti umanitari deve essere garantito e le violazioni del diritto internazionale devono avere conseguenze politiche reali.

Se oggi non si costruisce una soluzione giusta e duratura, la ferita palestinese, aperta ormai da generazioni, continuerà a trasmettersi ai discendenti di chi la sta vivendo oggi. Ottant’anni dopo la Shoah, vediamo quanto a lungo il dolore collettivo possa influenzare l’identità e la memoria di un popolo. Dovremmo chiederci quale eredità stiamo lasciando ai palestinesi dei prossimi ottant’anni. La storia è scritta non solo da chi compie le ingiustizie, ma anche da chi le osserva e non agisce.

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Israele, ok ai bonus fiscali per i coloni: tra i beneficiari il ministro dell’ultradestra Bezalel Smotrich

Un conflitto di interessi che parte dagli insediamenti illegali e arriva ai vertici del governo di Benjamin Netanyahu. Il parlamento israeliano ha approvato una legge che estende significative agevolazioni fiscali a 58 insediamenti israeliani in Cisgiordania. Il provvedimento è passato con 32 voti a favore e 23 contrari, al termine di una sessione che ha scatenato un durissimo scontro politico in Israele, legandosi a dinamiche di bilancio e alle imminenti scadenze elettorali. In particolare a quelle del ministro delle Finanze Bezalel Smotrich.

La nuova legge modifica l’Ordinanza sull’Imposta sui Redditi introducendo una nuova area geografica denominata “linea di confronto orientale“. Questa si aggiunge alle linee di confronto già esistenti nello Stato di Israele: quella nord (al confine con il Libano) e quella sud (al confine con la Striscia di Gaza). La nuova “linea orientale” risponde a criteri specifici basati sulla vulnerabilità logistica e socio-economica. Il primo è quello della fascia socio-economica e include insediamenti con indici di ricchezza relativamente bassi. In base al criterio geografico le comunità devono trovarsi a più di 2 chilometri a est della Linea Verde. L’area è considerata ad alto rischio e per la prima volta viene introdotto un “criterio di minaccia alla sicurezza” (livelli da 2 a 5 stabiliti dal ministero della Difesa) per i territori della Cisgiordania. Il testo cita esplicitamente il fatto che gli alunni di queste zone debbano viaggiare su autobus blindati per andare a scuola. C’è poi da considerare l’impatto economico per i residenti: l’agevolazione consiste in uno sconto del 7% sull’imposta sul reddito, che si traduce in un risparmio economico fino a 10.000 shekel (circa 3.000 euro) a persona all’anno.

La legge è stata promossa dal deputato Zvi Sukkot del partito di estrema destra ‘Sionismo Religioso’, guidato dal ministro delle Finanze Smotrich. Il provvedimento ha sollevato immediate accuse di conflitto di interessi: tra i 58 insediamenti che beneficeranno della misura rientra infatti anche Kedumim, la comunità in cui risiede lo stesso Smotrich, il quale trarrà così un vantaggio finanziario personale diretto dalla legge. I partiti d’opposizione hanno denunciato l’operazione come un tentativo palese di canalizzare risorse statali per finanziare la propria base elettorale in vista delle prossime elezioni nazionali (fissate tra settembre e ottobre), dove il partito oscilla pericolosamente vicino alla soglia di sbarramento del 4%.

L’aspetto più controverso riguarda però il legame temporale con la crisi al confine settentrionale. I deputati dell’opposizione e i leader locali hanno accusato Smotrich di aver utilizzato i residenti del Nord come “ostaggi politici“. Il ministro delle Finanze avrebbe infatti ritardato lo sblocco di un pacchetto di aiuti d’emergenza da 5 miliardi di shekel (destinato alla riabilitazione delle comunità colpite dai bombardamenti di Hezbollah) fino a quando la coalizione di governo non avesse garantito l’approvazione dei bonus fiscali per la Cisgiordania.

Durante le trattative in Commissione Finanze, si era cercato un compromesso: il presidente Hanoch Milibetzky aveva proposto di estendere le agevolazioni a tutte le comunità settentrionali fino a 9 chilometri dal confine libanese. Tuttavia, Smotrich ha posto il veto per non diluire i fondi, e l’intervento del premier Netanyahu ha blindato la versione originaria, escludendo la fascia più ampia del Nord e provocando la furia dei sindaci dell’area colpita dal conflitto.

Anche i funzionari tecnici del ministero delle Finanze hanno espresso forte contrarietà di fronte a evidenti paradossi logici generati dalla nuova mappatura. Gli esperti hanno fatto notare come, per effetto di questa legge, un insediamento situato a pochi chilometri dalla Linea Verde in Cisgiordania riceverà una forte esenzione fiscale, mentre una comunità gemella situata sulla stessa identica linea logistica, ma dentro i confini ufficiali e riconosciuti dello Stato di Israele, rimarrà completamente esclusa dal beneficio.

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Libano-Israele, la tregua che non c’è. Tel Aviv continua a bombardare e Hezbollah (escluso dai colloqui) replica: “Accordo inaccettabile”

Evviva la tregua, la tregua che non c’è. A Washington e tra le cancellerie europee si esulta per la firma dell’intesa tra Israele e Libano su un cessate il fuoco condizionato che dovrebbe mettere fine al conflitto nel Paese dei Cedri, ai raid israeliani su Beirut e all’invasione del Sud. Il condizionale è d’obbligo perché, nonostante le reazioni positive, l’accordo presenta diverse clausole che rendono ancora complicato parlare di tregua.

La tregua che nessuno rispetta

Per dare un’idea del clima tra le parti conviene partire innanzitutto dalle dichiarazioni dei protagonisti. Tra i primi a prendere la parola c’è il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, che chiarisce subito un punto: Israele continuerà le sue operazioni nel Libano meridionale, con le truppe rimarranno nella zona di sicurezza, la cosiddetta Yellow Line collocata unilateralmente da Tel Aviv ben più a nord della zona di demarcazione individuata dalle Nazioni Unite, perché continuerà a “smantellare le infrastrutture terroristiche nell’area“. Una tregua che deve essere rispettata solo dalla controparte, quindi, ossia Hezbollah, dato che per “infrastrutture terroristiche” lo Stato ebraico intende proprio quelle del Partito di Dio. Non sarà così perché proprio i vertici della formazione armata sciita hanno chiarito di non riconoscere l’accordo sul cessate il fuoco firmato a Washington. Il gruppo ha “informato ufficialmente il presidente libanese Joseph Aoun del proprio rifiuto dell’accordo, insistendo sul fatto che qualsiasi accordo accettabile debba iniziare con il ritiro completo di Israele da tutto il territorio libanese. Il ritorno degli sfollati, gli sforzi di ricostruzione e il rilascio dei prigionieri libanesi sono condizioni essenziali per qualsiasi futuro accordo”. Il leader della formazione, Naim Qassem, ha poi definito l’intesa “una capitolazione e una sconfitta“, invitando il governo libanese a “porre fine alla farsa e all’umiliazione dei negoziati”: “La dichiarazione di Washington – conclude – definisce i principi fondamentali che gli Stati Uniti e Israele prevedono per la sottomissione del Libano al progetto del Grande Israele”.

La presa di posizione di Hezbollah, secondo quanto riportato dal quotidiano israeliano Haaretz, è frutto del coordinamento tra il partito sciita libanese e l’Iran. Per Teheran, il cessate il fuoco in Libano non può essere discusso a parte, ma deve diventare un elemento delle ben più ampie contrattazioni tra Usa e Iran.

“Condizioni inaccettabili”

La posizione intransigente di Hezbollah e Repubblica Islamica ha motivazioni di tipo strategico. Ma non solo. Nell’accordo di cessate il fuoco firmato a Washington senza interpellare il partito-milizia libanese, l’unica controparte veramente coinvolta nello scontro con Israele, c’è una condizione non di poco conto imposta dallo Stato ebraico: verranno istituite zone di sicurezza libanesi che escluderanno Hezbollah e lo stop alle ostilità, si precisa nella dichiarazione congiunta, sarà subordinato alla “cessazione completa del fuoco di Hezbollah e all’evacuazione di tutti i membri di Hezbollah dal settore del Litani meridionale“. Infine, “Israele ha riaffermato che la sua sicurezza e il rispetto della sua integrità territoriale possono essere raggiunti solo attraverso il disarmo di Hezbollah e lo smantellamento della sua infrastruttura in tutto il Libano”. In sostanza, Beirut e Tel Aviv hanno trovato un accordo senza coinvolgere il Partito di Dio pretendendo da esso il ritiro, il disarmo e la mancata presenza nelle zone di sicurezza. Inevitabile, quindi, il rifiuto da parte del gruppo sciita che, va ricordato, non è un attore marginale nel contesto bellico: si tratta di una milizia che vanta un numero di combattenti non troppo inferiore a quello dei soldati dell’esercito regolare ma, soprattutto, si ritiene abbia a disposizione un arsenale missilistico e di droni d’attacco più imponente di quello di Beirut.

Si continua a sparare

Così, come annunciato da Katz, i raid e le operazioni israeliane non si fermano. Dopo la firma dell’accordo, Israele ha diramato un avviso urgente ai residenti del Libano meridionale per ricordare che “i combattimenti nel Libano meridionale continuano, mentre l’esercito israeliano prosegue nel colpire strutture e infrastrutture di Hezbollah presenti nei vostri villaggi e nelle loro vicinanze. L’Idf non intende arrecare danno alla popolazione civile. Per la vostra sicurezza, evitate di dirigervi a sud del fiume Zahrani fino a nuovo avviso. Chiunque si rechi verso sud mette a rischio la propria vita”. E infatti i media libanesi riferiscono di attacchi israeliani nel Sud in mattinata, poche ore dopo l’annuncio del cessate il fuoco. Le Forze di Difesa Israeliane hanno dichiarato di aver utilizzato “sei tonnellate di esplosivo per distruggere oltre 20 siti terroristici nell’area”, mentre un drone dello Stato ebraico ha colpito un’auto tra le città di Kfar Kila e Zefta.

X: @GianniRosini

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Cede il carrello di un Boeing 787 Dreamliner di Lufthansa: il momento del crollo. Feriti membri dell’equipaggio

Incidente senza passeggeri a bordo per un aereo Lufthansa all’aeroporto di Francoforte, dove il carrello anteriore di un Boeing 787-9 Dreamliner ha ceduto mentre il velivolo si trovava fermo al gate. Le immagini diffuse sui social media mostrano il muso dell’aereo abbassarsi improvvisamente fino a toccare il suolo, lasciando il velivolo inclinato in prossimità dell’area di imbarco. Il gestore aeroportuale Fraport ha confermato il “guasto” che ha coinvolto un aereo della compagnia tedesca. Secondo quanto riportato, al momento dell’incidente non erano presenti passeggeri a bordo. Lufthansa ha fatto sapere di aver attivato un’unità di crisi per chiarire le cause dell’accaduto. L’aereo coinvolto è un Boeing 787-9 consegnato alla compagnia solo all’inizio dell’anno. Le immagini mostrano danni visibili al Dreamliner, identificato con la sigla D-ABPQ. A seguito dell’incidente è stato cancellato il volo LH450 diretto a Los Angeles previsto per oggi.

“Il carrello di atterraggio anteriore dell’aereo si è ripiegato inaspettatamente mentre era parcheggiato”, ha dichiarato un portavoce di Lufthansa alla Dpa. Al momento dell’incidente, a bordo si trovavano membri dell’equipaggio e personale di terra, ha aggiunto il portavoce. “Diversi dipendenti sono rimasti feriti e stanno ricevendo cure mediche”. Le foto mostrano il Boeing, che prende il nome dalla città tedesca di Herne, adagiato sul piazzale del terminal con il carrello di atterraggio ripiegato. Il velivolo stato costruito nel 2025 ed è entrato in servizio solo nel febbraio 2026. Il Boeing può ospitare fino a 440 passeggeri in tre classi e ha un’autonomia di circa 15.000 chilometri. Secondo Bild, il carrello di atterraggio del 787 Dreamliner è prodotto da Safran Landing Systems. È composto da due unità principali del carrello di atterraggio, ciascuna con quattro ruote, e da un carrello anteriore a due ruote. Non è ancora chiaro se l’incidente sia stato causato da un errore umano o da un guasto tecnico.

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Washington e Santa Sede sono mondi in collisione: ecco perché Trump a volte spara a zero contro il Papa

Come l’Ombra in una tragedia shakespeariana, l’immagine di Leone XIV insegue il presidente Trump, che giorni fa ha nuovamente twittato aggressivo: ”…Qualcuno dovrebbe spiegare al Papa che l’Iran non può avere un’arma nucleare”. Lo sanno tutti, sia a Roma che a Washington, che Leone è assolutamente contrario alle armi nucleari: a Teheran e nel mondo intero. E allora perché?

Sembrerebbe un atteggiamento un po’ folle, ma l’impressione sarebbe superficiale. Il fatto è che il presidente Maga ha capito perfettamente che sulla scena internazionale papa Prevost è diventato nell’arco di pochi mesi una voce autorevole che prospetta una visione radicalmente diversa dalla sua, una voce che contraddice e continuerà a contraddire nel tempo a venire la politica di potenza praticata dall’amministrazione statunitense.

Una voce tanto più sonora in quanto altri tacciono. La Russia perché ha bisogno di Trump. La Cina, incline ad approfittare del caos sparso dalla politica americana. Muta è anche l’Unione europea che – oltre a dire no alla guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran – si mostra incapace di giocare un qualsiasi ruolo per favorire la pace nel Medio Oriente in fiamme.

Leone è sotto la lente della Casa Bianca sin dall’inizio dell’anno, quando il pontefice dichiarò al corpo diplomatico che il “fervore bellico sta dilagando” e che si era affermata una nuova tendenza: cercare la pace mediante le armi, “quale condizione per l’affermazione di un proprio dominio”. E’ in quel momento che il sottosegretario alla Guerra, Elbridge Colby, convoca in maniera del tutto irrituale il nunzio vaticano Christophe Pierre (per di più cardinale) per spiegargli che la Santa Sede avrebbe fatto meglio a comprendere la politica degli Stati Uniti.

Si arrivò poi allo scontro diretto tra Leone e Trump in occasione della guerra scatenata da Usa e Israele contro l’Iran. Scontro su cui il pontefice ha voluto mettere una pietra sopra. E tuttavia il capitolo che l’enciclica Magnifica Humanitas dedica al tema della guerra è antitetico all’era del caos e della brutalità nei rapporti internazionali, inaugurata da Trump (e di cui sta profittando Netanyahu in Medio Oriente per la sua politica di dominio).

Con parole inequivocabili Leone condanna la “preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale” e critica l’eccitazione che accompagna la preparazione delle guerre “attraverso narrazioni semplificanti, logiche amico-emico, disinformazione e paura”. Si sta costruendo, denuncia il pontefice, un mondo in stato di “belligeranza permanente”, intossicato da visioni manichee che dividono il mondo in buoni e cattivi, segnato da retoriche aggressive e mere logiche di potenza. “La forza del diritto internazionale – scandisce il Papa – viene così sostituita dal preteso ‘diritto del più forte’.”

A maggior ragione Leone insiste sull’importanza di regole e organismi internazionali e sulla necessità di un ritorno al multilateralismo. Colpisce nel linguaggio dell’enciclica l’estrema precisione dei concetti: “La stretta connessione tra interessi economici, apparati militari e decisioni politiche – scrive Leone – genera una ‘nazione armata’, in cui la guerra appare quasi come prosecuzione naturale della politica e il mercato delle armi diventa motore autonomo di scelte belliche”.

Non è un anarchico che parla, è il romano pontefice mentre chiarisce che le industrie degli armamenti e i Paesi produttori di armi traggono profitto dai conflitti ed è anche in questa logica economica che si alimentano le tensioni in varie parti del mondo. Tutto questo a Trump, nella sua visione imperiale di un mondo da suddividere tra pochi capibastone, non può piacere. E meno che mai il presidente Maga condivide la conclusione lapidaria del Papa sul pericolo di presentare la violenza come necessaria, favorendo così un clima in cui “l’umanità sta scivolando nella cultura violenta della potenza…” E dunque oggi più che mai, sancisce il pontefice, “è importante ribadire il superamento della teoria della ‘guerra giusta’, fermo restando il diritto alla legittima difesa, intesa nel suo senso più stretto”.

Ecco perché Trump sente il bisogno di sparare ogni tanto una frase-raffica contro Leone. In questa fase Washington e Santa Sede sono due mondi in collisione. Prevost peraltro – al di là della sua impronta fortemente religiosa – è una personalità dotata di un’acuta sensibilità politica. Di più, ha il temperamento di un uomo di governo. Non è un caso che tempo addietro abbia speso 45 minuti per un giro d’orizzonte con il premier canadese Mark Carney, che in ambito atlantico è un chiaro critico della politica di (pre)potenza trumpiana.

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Libano, ucciso un altro Casco Blu di Unifil: era un sergente serbo di 39 anni. Israele: “E’ stato Hezbollah”

Tel Aviv e Beirut hanno annunciato di aver raggiunto un accordo sul rinnovo del cessate il fuoco, ma in Libano si continua a morire. A perdere la vita nelle ultime ore è stato un Casco Blu di Unifil, la missione Onu incaricata di far rispettare la Risoluzione 1701 approvata dal Consiglio di sicurezza nel 2006 per mettere fine alla guerra tra Israele e Hezbollah. Si chiamava Milovan Jovanovic, era serbo e avrebbe compiuto 37 anni fra qualche giorno. E’ stato ucciso da un colpo di mortaio che ieri sera ha colpito la sua posizione vicino Marjayoun, nel sud-est del paese. Altri due peacekeeper, uno originario della Spagna e l’altro di El Salvador, sono rimasti feriti.

“Il sergente Milovan Jovanovic era nato il 6 giugno 1989 a Kraljevo. Lascia una moglie e due figli minorenni. Prestava servizio nelle Forze Armate Serbe dal 10 dicembre 2011 e nella missione di mantenimento della pace in Libano dal gennaio di quest’anno”, ha riferito il ministero della Difesa di Belgrado.

“L’Unifil ha avviato un’indagine per accertare le circostanze esatte che hanno portato a questo tragico incidente”, si legge in una nota della forza di interposizione Onu, che aggiunge la richiesta “alle autorità nazionali competenti di indagare sull’incidente, assicurare i responsabili alla giustizia e garantire la responsabilità penale”. “L’Unifil ha rilevato un numero sempre più elevato di traiettorie e impatti nel Libano meridionale. La violenza deve cessare”, si legge ancora. “Gli attacchi deliberati contro le forze di pace costituiscono gravi violazioni del diritto internazionale umanitario e della risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza e possono costituire crimini di guerra“, conclude Unifil.

L’esercito israeliano punta il dito contro Hezbollah. “Durante la notte, le Israel Defense Forces hanno individuato diversi lanci nella zona di Al-Qatrani, effettuati dall’organizzazione terroristica Hezbollah, che sono caduti all’interno di una postazione delle forze dell’Unifil nella zona di Dibbine, nel Libano meridionale – si legge in un comunicato -. A seguito dei lanci, un membro del personale delle Nazioni Unite è rimasto ucciso e altri due sono rimasti feriti”. “Un’analisi della traiettoria di lancio – si legge ancora – indica chiaramente che il fuoco è stato aperto dall’organizzazione terroristica Hezbollah”.

Nella serata di ieri Tel Aviv e Beirut hanno annunciato di aver concordato il rinnovo del cessate il fuoco e l’istituzione di zone di sicurezza libanesi che invece escluderanno Hezbollah. L’annuncio è arrivato al termine del secondo giorno di colloqui tra gli ambasciatori dei due Paesi ospitati dal Dipartimento di Stato americano. Il presidente libanese Joseph Aoun, in un incontro con la stampa, ha affermato che l’accordo di cessate il fuoco tra Israele e Libano rappresenta “l’ultima opportunità”.

I negoziati tenutisi ieri a Washington, ha affermato, sono stati “molto difficili”, a un certo punto il capo della delegazione libanese, Simon Karam, aveva sospeso i colloqui che sono ripresi dopo l’intervento del segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha aggiunto Aoun. “Attendiamo le risposte di tutte le parti interessate e le garanzie di conformità, e l’attuazione potrebbe iniziare entro 24 ore dall’approvazione definitiva”, ha affermato Aoun.

Dal 2 marzo 2026, giorno del coinvolgimento del Libano nel conflitto mediorientale, sono stati segnalati oltre 191 attacchi contro strutture sanitarie nel Paese che hanno causato la morte di 128 operatori sanitari e il ferimento di 351. Lo si legge del Rapporto dell’Oms sulla situazione relativa al conflitto in Medio Oriente secondo cui oltre 127.700 persone rimangono sfollate in 631 rifugi collettivi in tutto il Paese, con i casi di diarrea acuta che continuano ad aumentare, passando da 504 casi nella settimana 17 a 803 casi nella settimana 20, per un totale cumulativo di 2.777 casi. Dal 2 marzo in Libano ci sono stati 3.468 morti e 10.577 feriti. Continuano intanto i movimenti di popolazione libanese, con oltre 448.000 persone che, secondo le segnalazioni, hanno attraversato il confine con la Siria dal 2 marzo.

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Cuba soffocata e sempre più sola. Lo stop di alberghi e compagnie aeree per evitare le sanzioni di Trump

L’ora zero si avvicina. Cuba è sempre più sola. Venerdì 5 giugno scade l’ultimatum imposto dall’amministrazione Trump – attraverso l’Executive Order 14404 – ai “soggetti stranieri” presenti sull’isola e vincolati al conglomerato Gaesa, Grupo de administración especial sociedad anónima, col quale dovranno “liquidare le transazioni”. Vale anche per le entità partecipate con il 50% o più dal conglomerato. Altrimenti scattano le sanzioni.

Ed è già esodo. Addirittura la catena alberghiera Melià Hotels International – l’irriducibile partner europeo, sbarcato a Cuba nel 1990 e simbolo del sodalizio Madrid-L’Avana – ha annunciato l’abbandono di quindici strutture. La “cessazione immediata”, comunicata alla Commissione spagnola dei mercati finanziari, è legata al “contesto geopolitico, sociale, legale ed economico” dell’Avana. Così anche Iberostar, che ha mollato dodici strutture alberghiere. Melià sottolinea che la maggior parte degli alberghi erano già “chiusi” a causa dei “problemi energetici” e del “crollo della domanda” turistica all’Avana. Fonti ufficiali registrano un crollo del 55,8% del turismo a Cuba, con meno di 300mila visitatori stranieri registrati nel 2025 (il minimo storico). Si acuisce anche la crisi energetica, con diverse località che registrano appena tre ore di corrente al giorno.

Altre dodici strutture alberghiere sono state abbandonate dalla catena Iberostar in un “processo di adattamento al clima di regolamentazione internazionale”. Dagli eufemismi filtra il timore di sanzioni Usa, che non attecchiscono nell’Ue, ma potrebbero colpire gli asset delle catene in America. Al fuggi fuggi si unisce il colosso canadese Blue Diamond, che lascia i quindici alberghi in gestione. Altre strutture hanno semplicemente sospeso le prenotazioni, come Valentin Hotels, Blau e Roc.

Fonti consultate da Ilfattoquotidiano.it sostengono che, in queste ore, le aziende straniere attive ed esposte alle sanzioni Usa sbrigano pratiche e consulenze per mettere in salvo le proprie attività. Persino le compagnie aeree Iberia e World2Fly hanno sospeso i voli all’Avana mentre Air Europa attende l’evolversi della situazione. Anche i circuiti di pagamento Visa e MasterCard saranno fuori servizio dal 6 giugno.

Gli annunci a catena delle chiusure hanno offuscato le cerimonie per il 95° anniversario della nascita di Raúl Castro, fratello di Fidel. A sua volta la Spagna esprime “grande preoccupazione” per le “misure unilaterali Usa” che aggravano la “crisi umanitaria” a Cuba. Ma al momento la reazione è tiepida – e persino deludente, per alcuni – visto il soft power che da decenni Madrid esercita su Cuba (già persa con gli Usa a fine Ottocento). Interpellato da Rtv.es, l’analista Raisel Rodríguez lamenta l’assenza spagnola, che “dovrebbe essere l’asse europeo nell’Isola” ma “non risulta pervenuta”. E Madrid teme che la nuova stretta Usa sia animata dalla finalità di eliminare la concorrenza a futuri investimenti Usa nell’Isola, già presente nella lista dei desideri di Trump almeno dal 1998.

L’escalation infiamma anche il dibattito a Washington. Martedì il segretario di Stato Usa ha provato a convincere la Commissione esteri del Senato sulla strategia anti-Gaesa, sostenendo che il conglomerato “possiede quasi tutto nel Paese”, cioè 17 milioni di dollari in attivi, mentre “ci sono persone che stanno letteralmente morendo di fame”. Rubio ha anche ripetuto che Cuba sponsorizza il terrorismo, menzionando le Farc ed Eln colombiane, e parlando anche di “Centri di raccolta dati russi e cinesi nell’Isola”. Tuttavia, incalzato dal deputato Dem Chris Van Hollen – che chiedeva al segretario di Stato di tirare fuori le “prove” sul sostegno cubano al terrorismo – Rubio ha risposto: “Non avremo tempo per affrontare questo punto”.

In un articolo pubblicato su Granma il governo cubano ha smentito che Gaesa sia “una struttura opaca” o “parallela allo Stato”, spiegando che il conglomerato ha permesso all’Isola di “sopravvivere” all’assedio Usa, attraverso la costruzione di 10mila abitazioni e manutenzione di infrastrutture essenziali. L’Avana denuncia inoltre l'”escalation più intensa, sproporzionata e pericolosa” nella storia recente tra Usa e Cuba, animata da “ideologi dell’ultradestra cubano-americana”.

Del resto i colloqui proseguono, con anche il recente summit tra vertici militari a Guantanamo Bay, ma l’avanzamento delle trattative resta ancora un mistero. Soprattutto a causa del coinvolgimento di Raúl Guillermo Rodríguez Castro, i cui interessi – specie in Panama, dall’imprenditore Ramón Carretero Napolitano – potrebbero risultare diversi da quelli del popolo cubano e della stessa Revolución.

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Studente di Gaza lascia la Striscia per andare a studiare a Tor Vergata: arrestato da Idf. “È di Hamas”

Martedì stava per lasciare Gaza insieme con un gruppo di altri 17 giovani diretti a Roma, perché era riuscito ad entrare nella lista degli studenti palestinesi ammessi a percorsi di studio universitari in Italia. Ma al Valico di Kerem Shalom, Mahmoud Al Najjar è stato arrestato dall’Idf con l’accusa di essere un operativo della brigata nord di Hamas e di aver preso parte al massacro del 7 ottobre 2023. A rivelarlo su X la nuova portavoce dell’esercito israeliano, Ariella Mazor, in risposta ad un post del sito di notizie della Striscia Drop Site.

Secondo il racconto del giornalista Muthanna al-Najjar al media di Gaza, “Mahmoud, originario di Jabaliya, è stato arrestato martedì dopo aver finalmente ottenuto il permesso di lasciare la Striscia e recarsi all’Università di Tor Vergata a Roma, dopo mesi di sforzi per ottenere un permesso di uscita”. Drop Site riferisce pure che “Mahmoud ha pubblicato tre articoli di ricerca accademica” e che dopo l’arresto “è stato portato in un luogo sconosciuto e la sua famiglia non ha ricevuto alcuna informazione”. Inoltre, nel racconto del giornalista Muthanna, il presunto studente “é l’unico sopravvissuto della sua famiglia”, che sarebbe stata uccisa in un raid israeliano.

Se Mahmoud è riuscito davvero ad entrare nella lista di studenti in partenza per l’Italia, la presentazione deve essere stata preparata con molta efficacia. E a tradirlo al Valico di Kerem Shalom potrebbe essere stata la tecnologia israeliana che consente anche il riconoscimento facciale: pur essendo sfuggito per quasi tre anni alle ricerche dell’Idf, potrebbe essere stato tradito proprio dai tanti video che Hamas postò online dai kibbutz del sud di Israele durante il massacro. Ora le facce di quei 7mila che assaltarono Israele sono nella lista dell’unità speciale che dà la caccia ai miliziani del 7 ottobre. Intanto è arrivato a Roma il gruppo di studenti tra cui si sarebbe infiltrato Mahmoud e che hanno potuto lasciare Gaza nell’ambito dell’iniziativa promossa da Roma a sostegno degli studenti palestinesi. Dallo scorso autunno sono già arrivati in Italia da Gaza 229 universitari.

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