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Forum Algarve promove rastreios gratuitos em parceria com a Liga Portuguesa contra o Cancro

Contribuir para a consciencialização sobre o cancro oral e da pele e incentivar a adoção de comportamentos preventivos são os objetivos da iniciativa “A prevenção não tira férias” que decorrerá no dia 20 de junho, no Forum Algarve. Entre as 10h00 e as 13h00 e as 14h30 as 18h30, no piso 0, decorrerão rastreios gratuitos […]

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Crosetto incontra Hegseth al Pentagono. Spese militari, Nato 3.0 e Hormuz tra i temi

Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, è volato a Washington dove ha incontrato al Pentagono il segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Pete Hegseth. Il colloquio ha ribadito la centralità dell’Alleanza Atlantica per l’Italia e ha confermato la solidità dei rapporti Italia-Usa. Al centro della discussione i principali dossier sulla sicurezza, dalle spese militari al possibile contributo italiano a seguito dell’accordo tra Stati Uniti e Iran. Ad apertura del bilaterale, lo stesso Crosetto ha tracciato la linea di Roma: “Un’Europa forte è necessaria perché la Nato sia più forte e possa occuparsi del mondo”.

Il disgelo dopo Sigonella e il riconoscimento a Meloni

L’incontro al Pentagono arriva al termine di settimane complicate per i rapporti italo-americani. Il caso Sigonella, con il diniego italiano all’uso della base siciliana per i bombardieri Usa impiegati nelle operazioni contro l’Iran, aveva aperto una frizione che si era poi sommata alle esitazioni italiane sulle spese militari. Proprio per questo il bilaterale di oggi va letto come parte di un più ampio lavoro di ricucitura, che in queste stesse ore vede impegnati anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, attesa per un bilaterale con Trump, e il vicepremier Antonio Tajani, in contatto con il segretario di Stato Marco Rubio. Una sequenza di appuntamenti che arriva peraltro a poche ore dall’annuncio della firma dell’accordo di pace tra Stati Uniti e Iran, previsto venerdì 19 giugno in Svizzera, con la riapertura dello Stretto di Hormuz.

Da parte americana, Hegseth ha riconosciuto che “il crescente ruolo di leadership dell’Italia nella difesa europea è dovuto in gran parte all’impegno del primo ministro”, aggiungendo un ringraziamento per “il sostegno costante che il vostro governo e il popolo italiano dimostrano nell’ospitare le forze statunitensi in Italia, nell’ambito di una partnership di lunga data”. 

Crosetto: “Nessuna alternativa al rapporto Atlantico”

Sul fronte italiano, Crosetto non ha lasciato margini di ambiguità: “Non c’è alternativa al rapporto Atlantico, il nostro ruolo sarà sempre al fianco degli Stati Uniti”. Una dichiarazione che si accompagna a un ringraziamento esplicito a Washington “per aver spinto l’Europa a prendere sulle sue spalle il peso della difesa”. È sul concetto di “Nato 3.0” che si gioca però la partita di fondo. “Per costruire la Nato 3.0 gli alleati europei, inclusa l’Italia, devono fare di più”, ha detto Hegseth, aggiungendo che la spesa del 5% del Pil per la Difesa deve costituire il “benchmark” per i Paesi dell’Alleanza. Una formula che riecheggia quanto già emerso nelle settimane scorse dal vertice dei ministri degli Esteri Nato a Helsingborg, dove Rubio aveva insistito sulla necessità che l’Alleanza si impegni “senza ambiguità” per rafforzare la base industriale della difesa transatlantica e trasformare gli impegni di spesa in capacità reali.

I dossier discussi

Tra i temi oggetto dell’incontro, l’impegno italiano sulle spese per la difesa, con Roma che porterà ad Ankara l’annuncio di un aumento al 2,8% del Pil (ma ancora lontano dal 5% richiesto dagli Stati Uniti) e la questione delle basi americane sul territorio nazionale, su cui non sono previste novità sostanziali ma piuttosto un chiarimento dei rapporti dopo il caso Sigonella. Al colloquio si è anche discusso dell’eventuale adesione dell’Italia al Purl, il meccanismo per l’acquisto di sistemi di difesa Usa da destinare a Kyiv, e della possibile partecipazione italiana con navi cacciamine a una futura missione per la sicurezza nello Stretto di Hormuz. Su quest’ultimo punto, Crosetto ha ribadito a Hegseth che l’Italia ha già messo a disposizione due unità della Marina, il Rimini e il Gaeta, che attualmente si trovano al largo del porto di Djibouti.

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A Parigi l’industria italiana porta cyber, carri e guerra elettronica

Eurosatory 2026 porta a Parigi il centro della difesa terrestre in una fase in cui il settore europeo sta cambiando ritmo. Il salone riunisce industria, forze armate e decisori istituzionali attorno a temi ormai centrali, dalla protezione contro i droni alla guerra elettronica, dalla cyber defence alla modernizzazione delle piattaforme.

La presenza italiana supera le settanta aziende, con il sostegno di Aiad e della Direzione nazionale degli armamenti. Il profilo è quello di una filiera ampia, capace di coprire sistemi d’arma, piattaforme, componentistica e tecnologie abilitanti. A Parigi, l’industria nazionale si misura soprattutto con una domanda di difesa più esigente, in cui contano interoperabilità, rapidità di risposta e capacità di operare in scenari complessi.

Leonardo tra protezione cyber ed elicotteri

Leonardo presenta la Cyber Defence Suite, una soluzione pensata per proteggere sistemi critici in ambienti sempre più digitali e interconnessi. Il campo di applicazione va dai veicoli corazzati alle piattaforme navali, dai sistemi avionici alle infrastrutture spaziali e ai relativi centri di controllo a terra.

La logica è portare la sicurezza informatica dentro la missione, anche quando le comunicazioni sono instabili o il teatro operativo impone condizioni difficili. Il sistema collega il livello strategico, quello tattico e quello a bordo mezzo, dove la Cyber Cell può garantire protezione anche in autonomia.

Sul fronte elicotteristico, Avincis ha ordinato a Leonardo 15 nuovi velivoli, 10 AW169 e 5 AW139. La commessa sostiene il rinnovo della flotta dell’operatore e il suo sviluppo nei servizi di soccorso e nel trasporto offshore per l’industria energetica. Tre AW169 saranno destinati alla Svezia, dove opereranno in configurazione eliambulanza.

Leonardo-Rheinmetall e il nuovo carro italiano

A Eurosatory debutta anche il prototipo del nuovo carro armato italiano presentato da Leonardo Rheinmetall Military Vehicles, joint venture paritetica tra Leonardo e Rheinmetall. Il mezzo, indicato come IMBT, è destinato a raccogliere l’eredità dell’Ariete e si basa sulla piattaforma Panther KF51.

Il prototipo integra sistemi di protezione e una stazione d’arma remotizzata Blaze 30 di Leonardo. La presentazione a Parigi si inserisce nel percorso di rinnovamento della componente corazzata italiana, dove il tema non è solo sostituire un mezzo, ma aggiornare una capacità operativa in un ambiente più connesso, esposto e competitivo.

ELT Group e il controllo dello spettro

ELT Group porta a Eurosatory il tema della guerra elettronica terrestre. Nei teatri operativi moderni, il controllo dello spettro elettromagnetico serve a proteggere le forze, individuare le minacce e ridurre l’efficacia dei sistemi avversari.

L’azienda presenta soluzioni come EMSO C2, TEWS e i sistemi antidrone ADRIAN e KARMA. Il filo conduttore è l’integrazione tra sensori, dati e comando, così da trasformare segnali complessi in informazioni utili per decidere più rapidamente sul campo.

MBDA e la risposta al riarmo europeo

MBDA porta a Eurosatory una proposta costruita sulle nuove esigenze della difesa europea. Il punto centrale è la capacità di colpire più lontano, difendersi meglio da minacce aeree e droni, e mettere a disposizione delle forze armate sistemi producibili in tempi più rapidi e con costi più sostenibili.

La società presenta soluzioni per l’attacco di precisione a lunga distanza, tra cui Thundart e il Land Cruise Missile, versione terrestre del Naval Cruise Missile. Accanto ai sistemi più avanzati, MBDA punta anche su strumenti pensati per essere prodotti in numeri maggiori, come One Way Effector e Crossbow Owe Heavy.

La difesa aerea resta l’altro asse dell’offerta, con sistemi pensati per rispondere a minacce diverse, dai droni ai missili. Il messaggio è che il riarmo europeo non dipenderà solo dalla qualità tecnologica dei singoli sistemi, ma anche dalla capacità di produrli in quantità adeguate e di renderli disponibili in tempi compatibili con l’evoluzione delle minacce.

 

Foto: Eurosatory (linkedin)

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Vi spiego la vicenda delle Fregate Constellation. La versione di Moutafis (Fincantieri Marine Group)

Il programma delle fregate Constellation torna al centro del dibattito industriale americano dopo le parole di George Moutafis, ceo di Fincantieri Marine Group. Dal suo racconto emerge una vicenda segnata soprattutto dal cambio di impostazione della US Navy, con Fincantieri chiamata ad adattarsi a un programma progressivamente ripensato da Washington.

L’azienda rivendica il lavoro svolto e conferma la volontà di restare un partner affidabile della US Navy, in una fase delicata per la cantieristica militare e per i tempi di rafforzamento della flotta.

Le lezioni del programma

Moutafis descrive il dossier con toni misurati. “È certamente una situazione complicata”, spiega, collegando le scelte più recenti della Marina americana alle lezioni apprese lungo il percorso della classe Constellation. “Tutti questi elementi che vediamo ora essere messi in campo, credo in una certa misura, si colleghino alle lezioni apprese dal percorso della classe Constellation”.

Il nodo riguarda la gestione del programma e la distanza progressiva dal disegno iniziale. “La perfezione a volte è nemica di ciò che è più che sufficientemente buono”, osserva il ceo, indicando la necessità di evitare continui interventi progettuali quando l’obiettivo è consegnare unità operative in tempi rapidi.

Il cambio di rotta

Il riferimento al progetto originario è diretto. “Se fossimo rimasti in linea con quelli che allora erano i principi che avevano portato alla selezione, ma anche con il modo in cui il programma era stato impostato all’inizio, probabilmente saremmo rimasti più vicini al progetto originario”.

Fincantieri ha seguito il cambio di rotta americano mantenendo un profilo da partner industriale, pronta a rimodulare il proprio contributo dentro la nuova cornice scelta dalla Marina. “Da parte nostra, fin dal primo giorno o dal secondo, diciamo che una volta che la Marina ha deciso il suo cambiamento, abbiamo scelto consapevolmente di diventare un vero partner e di dimostrare che siamo un vero partner della Marina e della nazione”.

Il ruolo di Fincantieri

La rimodulazione non cancella il ruolo industriale dell’azienda italiana, che mette a disposizione capacità, cantieri e competenze già presenti negli Stati Uniti. “Va bene, ci adegueremo, andremo avanti”, dice Moutafis, ribadendo il valore dell’impianto produttivo in Wisconsin. “Quello che abbiamo in Wisconsin è una risorsa per la Marina”.

La nuova formula con il Vessel construction manager e l’approccio build-to-print segna il tentativo della US Navy di correggere il processo e accelerare. “Da questo punto di vista, non stiamo davvero rinunciando a qualcosa, stiamo semplicemente mettendo a disposizione della nazione le risorse che sono già presenti e cercando di produrre quante più navi possibile nel minor tempo possibile”.

La vicenda resta quindi quella di un programma ripensato da Washington, con Fincantieri impegnata a sostenere la continuità industriale e operativa richiesta dalla Marina.

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La nuova geografia della spesa alimentare in città

A Roma la spesa alimentare non è più un gesto quotidiano scontato, ma un percorso che racconta la città meglio di qualsiasi statistica. Basta seguire i romani tra banchi, scaffali e casse per capire come l’inflazione abbia riscritto abitudini e priorità. La capitale si muove come un organismo che reagisce, si adatta, cambia pelle. E la spesa diventa il luogo dove questo cambiamento si vede con più chiarezza.

Una nuova vita per le botteghe di prossimità in centro

Nel centro storico e nei quartieri semicentrali si assiste a un ritorno quasi sorprendente alle botteghe di prossimità. Non è romanticismo, ma una scelta di sopravvivenza. I romani cercano qualità, certo, ma soprattutto cercano controllo. Entrano, parlano con il commerciante, comprano solo ciò che serve davvero. Nei mercati rionali, da Testaccio al Trionfale, le prime ore del mattino sono diventate un piccolo rito urbano: chi arriva presto trova prezzi più bassi, merce appena esposta e la sensazione di poter governare un portafoglio che si assottiglia. I banchi raccontano di clienti che hanno abbandonato la grande spesa settimanale per tornare a quella quotidiana, più faticosa ma più sostenibile.

Nelle periferie la spesa si fa al discount

Nelle periferie, invece, la scena cambia radicalmente. I discount sono diventati il nuovo centro gravitazionale dei consumi. A Tor Bella Monaca, Laurentino, San Basilio e Ostia Ponente le aperture degli ultimi anni hanno ridisegnato la geografia degli spostamenti. Le famiglie si muovono seguendo le offerte come fossero coordinate geografiche.

C’è chi attraversa due quartieri per risparmiare pochi euro, chi confronta i volantini con la precisione di un contabile, chi ha trasformato la spesa in un esercizio di strategia. Qui l’inflazione non è un concetto astratto: è una linea che separa ciò che si può comprare da ciò che si deve rimandare.

Maggiori rincari nel settore del fresco

Il settore del fresco è quello che più mostra le ferite dei rincari. Frutta e verdura cambiano prezzo con una velocità che disorienta, la carne diventa un lusso da centellinare, il pesce resta un acquisto occasionale. Crescono invece i consumi di legumi, uova e surgelati, percepiti come alternative più stabili e più economiche. Le famiglie con figli piccoli sono quelle che hanno cambiato più radicalmente abitudini: meno prodotti pronti, più ingredienti base, più cucina casalinga. La spesa diventa un equilibrio tra necessità e creatività.

Il carrello dei romani racconta anche un cambiamento culturale. Il cibo non è più solo piacere o tradizione, ma gestione, calcolo, responsabilità. Si compra meno, si spreca meno, si cucina di più. Eppure, nonostante tutto, Roma resta una città che vive di cibo e di relazioni. Nei mercati si continua a chiacchierare, nelle botteghe si mantiene un rapporto di fiducia, nei discount si scambiano consigli su offerte e prodotti. La spesa diventa un luogo di comunità, anche quando il portafoglio pesa meno.

La città deve fare i conti con un portafoglio sempre più “leggero”

Questa nuova geografia dei consumi non è solo un effetto dell’inflazione, ma un segnale di trasformazione profonda. Roma cambia, si adatta, si reinventa. E lo fa partendo da ciò che ha sempre definito la sua identità: il cibo. Solo che oggi, più che mai, il cibo è anche un termometro sociale. Misura le disuguaglianze, racconta le fragilità, mostra le strategie quotidiane con cui i romani cercano di restare in equilibrio. Una città che continua a mangiare bene, ma che deve fare i conti con un portafoglio sempre più leggero e con un futuro che chiede nuove forme di resistenza.

L'articolo La nuova geografia della spesa alimentare in città proviene da Affaritaliani.it.

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L'ingresso del drone e dell'aereo spia e poi i caccia in volo: duello in cielo coi

Ennesimo episodio di tensione nei cieli dell’Asia. Il Giappone ha ordinato il decollo immediato di propri caccia per monitorare e identificare due velivoli militari cinesi avvistati nei pressi di Okinawa. L’episodio, avvenuto il 12 giugno ma comunicato soltanto adesso, ha coinvolto un drone da ricognizione e attacco TB-001 e un aereo da intelligence elettronica Shaanxi Y-9, entrambi impegnati in una missione che ha attraversato il Mar Cinese Orientale fino alle aree vicine alla catena delle Ryukyu. Ecco che cosa è successo.

Caccia giapponesi in volo

In base a quanto emerso, i mezzi cinesi non hanno violato lo spazio aereo nipponico anche se la loro presenza all’interno della zona di identificazione di difesa aerea (ADIZ) di Tokyo ha fatto scattare la procedura di intercettazione e sorveglianza. Per il Giappone si tratta dell’ennesimo segnale di una crescente pressione militare cinese lungo il proprio fronte sud-occidentale, un’area considerata cruciale per la sicurezza nazionale e per gli equilibri strategici dell’Indo-Pacifico.

Japan Scrambles Jets After Chinese Spy Aircraft and Drone Near Okinawa

A Chinese Y-9 surveillance plane and TB-001 drone activity near Japan’s airspace sparks renewed security concerns in the region. #WashingtonEye pic.twitter.com/9Qpm8FEIUI

— Washington Eye (@washington_EY) June 14, 2026

Secondo quanto riportato da Defence Security Asia, non a caso, la missione imbastita da Pechino ha evidenziato il crescente livello di integrazione tra piattaforme senza pilota e velivoli specializzati nella raccolta di informazioni elettroniche impiegati dall’Esercito Popolare di Liberazione cinese.

Il ministro della Difesa giapponese, Shinjiro Koizumi, ha sottolineato come questa sia stata la prima missione del TB-001 resa pubblica nell’attuale anno fiscale, un dettaglio che conferma l’attenzione crescente di Tokyo verso le capacità operative dei droni cinesi a lungo raggio. A proposito: il TB-001 è in grado di restare in volo per molte ore e di coprire vaste aree marittime, svolgendo missioni di sorveglianza ma anche potenziali compiti offensivi grazie alla possibilità di trasportare armamenti guidati. Accanto a esso operava il Y-9, un aereo progettato per raccogliere segnali radar e comunicazioni elettroniche.

A cosa punta la Cina

La combinazione dei due mezzi consente alla Cina di acquisire dati preziosi sulle procedure di risposta giapponesi, sui tempi di intercettazione e sul funzionamento delle reti di difesa aerea. Dal canto loro, le autorità nipponiche ritengono che queste missioni non abbiano soltanto una funzione dimostrativa, ma rappresentino una vera attività di preparazione operativa in vista di possibili scenari di crisi regionali.

L’episodio si inserisce tuttavia in un contesto caratterizzato dall’aumento delle attività militari cinesi attorno alla cosiddetta “prima catena di isole”, la linea geografica che si estende dal Giappone alle Filippine e che limita l’accesso della Marina cinese al Pacifico occidentale. Okinawa occupa una posizione centrale in questo settore strategico perché ospita importanti infrastrutture militari giapponesi e statunitensi.

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Jovem vendeu startup de monitorização de calorias. Ganhou 30 milhões de dólares

Enquanto a maioria dos estudantes universitários se dedicava a estudar para os exames finais, Zach Yadegari, de 19 anos, estava a vender a sua aplicação de nutrição multimilionária. A MyFitnessPal adquiriu a Cal AI, uma aplicação de monitorização de calorias baseada em IA que o jovem fundou enquanto estava no ensino secundário. A aplicação foi lançada oficialmente em 2024, acumulando 10 milhões de utilizadores e 30 milhões de dólares em receitas anuais. “Tudo se resumiu a termos em contas as prioridades e objetivos de cada um na vida. Essa estrutura ajudou-nos a chegar a um consenso sobre o que todos

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Rússia é “parceiro estratégico” de Portugal, apesar de não ser da NATO e UE

Conceito Estratégico português continua, no papel, a tratar a Rússia como parceira relevante, mesmo depois de NATO e UE terem revisto essa formulação, após a invasão russa da Ucrânia. Portugal continua a ter em vigor um Conceito Estratégico de Defesa Nacional (CEDN) que olha para a Rússia como um parceiro relevante para a estabilidade europeia, mesmo com a invasão da Ucrânia em fevereiro de 2022 e após uma profunda alteração do contexto geopolítico desde então. O documento português, aprovado em 2013, foi visto pelo Público. Antes da anexação da Crimeia por Moscovo, afirma que Portugal, enquanto país fundador da NATO,

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Vannacci ha ragione: sui militari, in Italia, si continua a fare propaganda. L’opinione di Butticé

Non avrei mai pensato di scriverlo. Eppure, su un punto almeno, Roberto Vannacci ha ragione. Come ogni orologio rotto che, due volte al giorno, segna l’ora esatta.

Non ha ragione sulle provocazioni identitarie, non sulla politica fatta continuando a vestire l’uniforme da generale, non sulle semplificazioni che spesso lo accompagnano e che ho criticato pubblicamente anche su Formiche.net, immediatamente dopo la pubblicazione del suo Mondo al contrario. Ma sulla necessità di garantire maggiore rispetto – anche economico e pensionistico – a chi serve lo Stato in uniforme.

Perché esiste un problema reale. E il modo in cui certa stampa italiana continua ad affrontarlo lo dimostra perfettamente.

I recenti servizi televisivi di Piazzapulita su La7, dedicati, per attaccare Vannacci, al presunto “paradiso dei generali e colonnelli italiani” fra lidi militari, villaggi vacanze, pensioni anticipate e “privilegi”, ne sono stati l’ennesimo esempio.

Naturalmente nessuno sostiene che il mondo militare debba essere sottratto a controlli, critiche o verifiche. Al contrario. Alcuni istituti — come l’ARQ (Aspettativa per Riduzione Quadri), o troppe porte girevoli per i suoi vertici — meritano da anni una riflessione seria su sostenibilità, criteri e trasparenza. E il tema dell’eccessiva proliferazione di alti gradi non può essere liquidato con fastidio corporativo. Ne ho già parlato su «L’Identitá».

Ma qui il problema è un altro.

Si prende un tema complesso e lo si trasforma in caricatura televisiva. Ombrelloni a prezzi calmierati diventano simboli di casta. Le foresterie militari vengono raccontate come resort per privilegiati. Gli strumenti di welfare interno – spesso utilizzati soprattutto da graduati e sottufficiali, e che sono tutt’altro che resort a 5 stelle, dove spesso preferiscono andare, se possono, i generali – vengono confusi con benefici da oligarchia militare.

È il trionfo della speculazione facile: il servizio pubblico trasformato in indignazione da talk show.

La realtà della vita militare è assai meno cinematografica. E Vannacci ha fatto bene a ricordarlo pubblicamente ai giornalisti che lo hanno incalzato con ironie fuori luogo sulla sua pensione. E ripeterlo a gran voce sabato in occasione dell’Assemblea costituente del suo partito.

Mobilità continua. Famiglie separate. Trasferimenti obbligati. Reperibilità permanente. Stress operativo. Limitazioni di libertà personali che nessun altro lavoratore pubblico subisce nella stessa misura. E stipendi che, soprattutto nei gradi medio-bassi, non sono certo quelli raccontati da certa propaganda.

Basterebbe osservare la crisi vocazionale che colpisce ormai tutte le Forze Armate e di polizia per capire quanto sia grottesca la narrazione del “paradiso”. Se fosse davvero un sistema di privilegi, le caserme sarebbero prese d’assalto dai giovani italiani. Non accade. Anzi.

Ed è qui che il confronto internazionale diventa impietoso.

In Francia – tanto per citare un Paese spesso evocato come modello democratico e repubblicano, e che chi scrive conosce bene, come Vannacci che l’ha citato – i militari godono di tutele e riconoscimenti che in Italia verrebbero immediatamente bollati come scandalosi privilegi corporativi.

La République riserva ai propri militari appartamenti e foresterie prestigiose perfino nel centro di Parigi, nell’area degli Invalides o della Place Saint Augustin. Mantiene licei militari destinati esclusivamente ai figli dei dipendenti pubblici. Offre accesso esclusivo a istituzioni educative d’eccellenza alle figlie, nipoti e pronipoti degli insigniti della Légion d’honneur (corrispondente al nostro Ordine al Merito della Repubblica Italiana). E soprattutto conserva una cultura pubblica del rispetto verso chi indossa un’uniforme che in Italia sembra ormai smarrita.

Anche sul piano pensionistico il modello francese è molto diverso da quello raccontato nelle polemiche italiane che, volendo attaccare Vannacci, hanno umiliato tanti servitori dello Stato in uniforme. Molti sottufficiali francesi possono lasciare il servizio attivo prima dei vent’anni di servizio effettivo; ufficiali e quadri spesso terminano la carriera operativa tra i 45 e i 52 anni di età, non per privilegio, ma per la natura stessa della professione militare.  Analoga situazione a quella di altri Paesi europei.

Perché la domanda vera è semplice: chi affiderebbe la sicurezza nazionale, missioni operative o reparti speciali a personale ultra-sessantenne?

La specificità della funzione militare esiste in tutte le democrazie serie. Solo in Italia si continua periodicamente a fingere che sia una sorta di anomalia da smascherare.

Ed è qui che Vannacci – pur restando, a mio giudizio, profondamente criticabile, come militare, ma anche come politico, su molti altri aspetti – coglie un punto reale: lo Stato italiano pretende moltissimo dai suoi servitori in uniforme, ma troppo spesso restituisce poco. In termini economici, previdenziali e persino simbolici.

Il problema italiano, in fondo, è diventato culturale. Oscilliamo continuamente fra retorica patriottica e demolizione populista. Fra celebrazione degli “eroi in divisa” nelle emergenze e sospetto permanente quando si parla delle loro condizioni di vita.

Criticare è legittimo. Distinguere i privilegi veri dagli strumenti necessari a garantire dignità e funzionalità del servizio sarebbe però segno di serietà. Che alcuni colleghi giornalisti, e non solo, non dimostrano avere. Ed è proprio questa serietà che, troppo spesso, manca nel dibattito italiano.

 

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Con Nereus 2026 l’Ue rafforza la sua presenza marittima nel Mediterraneo

Irini ha concluso le Focused Operations Nereus 2026, una fase di attività intensificate durata dal 3 al 12 giugno tra il Mediterraneo centrale e il Mar Egeo. Il dispositivo ha riunito unità navali di Italia, Grecia e Romania e assetti aerei provenienti da Lussemburgo, Polonia, Italia e Grecia, sostenuti dalle infrastrutture logistiche messe a disposizione dagli Stati membri partecipanti.

Secondo quanto comunicato dall’operazione, il surge ha consentito di svolgere l’intero spettro delle attività previste dal mandato di Irini in condizioni operative reali, con l’obiettivo di migliorare efficacia, interoperabilità e livello di preparazione delle forze assegnate. Le attività condotte in mare e in volo hanno riguardato in particolare il rafforzamento della Maritime Situational Awareness, il coordinamento tra assetti multinazionali e l’applicazione delle procedure operative comuni.

Nel corso dei dieci giorni, le unità coinvolte hanno inoltre svolto attività addestrative dedicate alla guerra di superficie, alla risposta alle minacce asimmetriche e alla difesa aerea. Una parte della formazione è stata realizzata in cooperazione con il Nato Maritime Interdiction Operational Training Centre (NMIOTC) presso la base navale di Souda, in Grecia.

Per l’operazione, Nereus 2026 rappresenta la dimostrazione della capacità dell’Unione Europea di mantenere una presenza marittima coordinata e continuativa in un’area considerata strategica. Il comandante di IRINI, il contrammiraglio Marco Casapieri, ha definito la missione uno strumento “pronto, credibile e scalabile” per accrescere efficacia, preparazione e interoperabilità delle forze navali europee.

Le attività condotte durante Nereus arrivano in una fase di crescente attivismo operativo della missione. Nelle ultime settimane, infatti, una nave di Irini ha effettuato tre distinti flag verification boarding in alto mare nell’ambito delle attività europee di contrasto alla cosiddetta shadow fleet russa. Dopo gli interventi sulla MV Nelsa dell’11 maggio e sulla MV Oneiroi del 1° giugno, il 7 giugno è stata la volta della MV Sandhya.

Dal punto di vista giuridico si tratta di procedure previste dall’articolo 110 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, che consente alle navi militari di esercitare il diritto di visita in presenza di fondati sospetti sulla nazionalità di una nave. L’obiettivo è verificare l’autenticità della bandiera dichiarata quando emergono incongruenze documentali o comportamentali, condividendo successivamente le informazioni raccolte con gli Stati membri e le autorità competenti.

Il significato di queste attività va però oltre il singolo controllo. Nata nel 2020 per contribuire all’attuazione dell’embargo sulle armi verso la Libia, Irini ha progressivamente ampliato il proprio raggio d’azione attraverso attività legate alla Maritime Situational Awareness e al monitoraggio di fenomeni che incidono sulla sicurezza marittima regionale. La crescente attenzione verso le reti marittime utilizzate per aggirare i regimi sanzionatori europei si inserisce in questa evoluzione.

I boarding effettuati nelle ultime settimane vengono considerati a Bruxelles uno strumento per aumentare la trasparenza del traffico marittimo e ridurre le aree di opacità che caratterizzano una parte delle attività commerciali nel Mediterraneo. Il problema, nella lettura europea, non riguarda soltanto le singole navi sospettate di utilizzare registrazioni irregolari o identità poco chiare. Riguarda più in generale il rischio che si consolidino zone grigie capaci di erodere progressivamente le regole che governano gli spazi marittimi internazionali.

In questa prospettiva, Nereus 2026 appare meno come una semplice attività di addestramento e più come la verifica della capacità europea di sostenere una presenza marittima continuativa, coordinata e pronta a operare in un ambiente sempre più complesso. La forte enfasi posta dall’operazione su interoperabilità, readiness e capacità di adattamento riflette una missione che sta assumendo un ruolo più ampio rispetto alle sue funzioni originarie.

Anche la geografia dell’operazione contribuisce a spiegare la rilevanza dell’iniziativa. Mediterraneo centrale ed Egeo rappresentano due aree strettamente connesse per la sicurezza europea. Rotte commerciali, infrastrutture energetiche, traffici marittimi e interessi strategici convergono in uno spazio che negli ultimi anni è tornato al centro dell’attenzione delle istituzioni europee.

Da qui l’insistenza sulla costruzione di una “shared maritime security architecture” richiamata nel comunicato finale dell’operazione. L’obiettivo non è soltanto mettere in mare più assetti, ma consolidare procedure comuni, standard condivisi e una cultura operativa in grado di consentire alle marine europee di agire con maggiore integrazione.

Anche la cooperazione con il Nato Maritime Interdiction Operational Training Centre di Souda si inserisce in questa logica. Pur restando distinti i quadri istituzionali di Unione Europea e Alleanza Atlantica, la convergenza sul piano addestrativo e procedurale contribuisce a migliorare la capacità delle forze europee di operare insieme in scenari complessi.

Le dichiarazioni del comandante dell’operazione hanno inoltre posto l’accento sulla necessità di adattarsi a un ambiente marittimo in continua evoluzione. È un messaggio che riflette una convinzione sempre più diffusa nelle istituzioni europee: la sicurezza marittima non può essere garantita esclusivamente attraverso il monitoraggio e la raccolta di informazioni, ma richiede la capacità di tradurre la presenza sul mare in attività operative credibili e visibili.

Per questo motivo, il significato di Nereus 2026 va letto anche oltre i risultati immediati del surge. L’operazione rappresenta un indicatore della traiettoria intrapresa da Irini e, più in generale, della crescente attenzione dell’Unione Europea verso il dominio marittimo come dimensione della propria politica di sicurezza.

La valutazione post-operazione prevista nelle prossime settimane servirà a consolidare le lezioni apprese e a preparare future attività analoghe. Più che nei dieci giorni appena conclusi, la misura del successo di Nereus sarà probabilmente nella capacità di trasformare interoperabilità, presenza e prontezza operativa in uno strumento permanente della proiezione europea nel Mediterraneo.

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La Cina schiera il nuovo HQ-16F davanti a Taiwan: come funziona la nuova cupola antimissile

La Cina ha avviato il dispiegamento operativo dell'HQ-16F. Si tratta di una nuova versione potenziata del sistema di difesa aerea HQ-16 destinata a rafforzare le capacità dell'Esercito Popolare di Liberazione (PLA) nelle aree più sensibili del Paese. Dalle prime indiscrezioni, pare che l’arma sia stata assegnato alla 73esima Armata del Comando del Teatro Orientale, schierata nella provincia del Fujian, di fronte a Taiwan. La scelta non è probabilmente casuale: di recente Taipei ha incrementato le proprie capacità missilistiche grazie all'acquisizione di sistemi statunitensi HIMARS e dei missili balistici ATACMS, considerati da Pechino una minaccia diretta per il territorio continentale.

Il sistema missilistico cinese potenziato

Dal punto di vista tecnico, come ha spiegato nel dettaglio il portale Military Watch Magazine, l'HQ-16F rappresenta un salto generazionale rispetto alle precedenti versioni della famiglia HQ-16. Il nuovo jolly di Pechino utilizza una configurazione più compatta e aerodinamica, con una struttura quasi priva delle tradizionali superfici di coda.

L'elemento più rilevante riguarda però la gittata, che raggiunge i 160 chilometri. Parliamo quindi di un netto miglioramento rispetto ai 40 chilometri delle prime varianti HQ-16 e HQ-16A e ai 70 chilometri degli HQ-16B e HQ-16C. Ebbene, grazie a questo incremento il sistema viene ormai classificato come una piattaforma di difesa a lungo raggio.

Anche l'elettronica di bordo è stata aggiornata: l'HQ-16F impiega una navigazione inerziale nella fase intermedia del volo e sistemi di guida attiva o semi-attiva nella fase terminale, aumentando la resistenza alle contromisure elettroniche e la capacità di affrontare attacchi saturanti condotti con più missili contemporaneamente. Un'altra novità è l'adozione di radar AESA (Active Electronically Scanned Array), più avanzati rispetto ai radar a scansione elettronica passiva utilizzati dalle versioni precedenti. Questa tecnologia consente una migliore capacità di rilevamento, tracciamento e ingaggio di bersagli multipli, migliorando l'efficacia complessiva della difesa aerea.

La cupola antimissile di Pechino

L'HQ-16F non opera però in modo isolato. Il sistema fa parte della più ampia architettura antimissile sviluppata dalla Cina negli ultimi anni, una rete multilivello che integra piattaforme terrestri e navali con differenti capacità di intercettazione.

Nella fascia più alta si colloca l'HQ-29, entrato in servizio nel 2025 e progettato per contrastare missili balistici a lunghissimo raggio. A un livello intermedio opera invece l'HQ-19, spesso paragonato al sistema statunitense THAAD per capacità e missione.

L'HQ-16F occupa invece il segmento inferiore della rete, fornendo protezione contro velivoli, missili da crociera e alcune tipologie di minacce balistiche a distanza più ridotta. La sua introduzione nelle unità schierate di fronte a Taiwan segnala la volontà di Pechino di rafforzare ulteriormente la copertura difensiva lungo la costa orientale e di rispondere all'evoluzione delle capacità offensive presenti sull'isola.

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L’intelligence europea punta il dito su Pechino: formazione militare a favore delle forze russe

Le relazioni tra Unione Europea e Cina si trovano di fronte a una nuova fase di tensione strategica dopo la diffusione di informazioni che attribuiscono a Pechino un coinvolgimento diretto nella formazione di personale militare russo successivamente impiegato nel conflitto contro l’Ucraina. Secondo fonti europee, le strutture d’intelligence dell’UE avrebbero raccolto elementi ritenuti sufficientemente solidi da confermare l’esistenza di programmi di addestramento svolti sul territorio cinese a favore di centinaia di militari della Federazione russa. La vicenda introduce un ulteriore elemento di complessità nel quadro delle relazioni euro-cinesi e alimenta il dibattito sul ruolo effettivamente ricoperto da Pechino nell’attuale architettura di sicurezza eurasiatica.

Cosa sappiamo

Nel corso di un briefing tenutosi a Bruxelles, un alto funzionario europeo ha riferito che diverse agenzie dell’Unione hanno verificato l’esistenza di attività formative destinate a personale delle forze armate russe in più località della Repubblica Popolare Cinese. Secondo le prime valutazioni disponibili, il numero dei militari coinvolti sarebbe compreso nell’ordine di diverse centinaia di unità.

Le informazioni raccolte indicano che una parte dei soldati addestrati sarebbe stata successivamente impiegata nelle operazioni militari sul fronte ucraino. Tale circostanza viene considerata particolarmente significativa dalle istituzioni europee poiché configurerebbe una forma di supporto qualitativamente diversa rispetto alle precedenti accuse rivolte a Pechino riguardanti la fornitura indiretta di componenti e tecnologie a duplice uso. In questo caso, infatti, l’attenzione si concentra su attività di formazione militare diretta, con possibili implicazioni sul piano strategico e diplomatico.

Programmi avanzati, droni e guerra elettronica: i dettagli delle attività formative

Le ricostruzioni denotano che i programmi sarebbero stati avviati nella seconda metà del 2025 nell’ambito di accordi di cooperazione tra apparati militari russi e cinesi. Alcune attività si sarebbero svolte presso installazioni situate nelle aree di Pechino e Nanchino, mentre altre fonti parlano di una rete più ampia di basi militari impiegate per l’addestramento.

I corsi avrebbero riguardato settori ad elevato contenuto tecnologico, tra cui l’impiego operativo dei sistemi a pilotaggio remoto, le tecniche di guerra elettronica, il contrasto ai droni, l’aviazione tattica dell’esercito e la condotta di operazioni con unità corazzate. Particolare rilevanza avrebbe assunto il contributo dell’industria cinese specializzata nei velivoli senza pilota, che avrebbe fornito accesso a simulatori avanzati e piattaforme tecnologiche dedicate alla preparazione degli operatori. Alcuni rapporti sostengono inoltre che tra i partecipanti figurassero membri di reparti russi altamente specializzati nell’impiego di sistemi unmanned, successivamente impiegati nelle operazioni belliche del 2026.

L’Europa e il futuro delle relazioni con Pechino

Le rivelazioni giungono in una fase delicata per la politica estera europea e saranno al centro delle discussioni del Consiglio Affari Esteri dell’Unione Europea. I ministri degli Esteri dei Paesi membri intendono valutare non soltanto le conseguenze politiche della presunta cooperazione militare sino-russa, ma anche le vulnerabilità strutturali derivanti dalla dipendenza dell’industria europea della difesa dalle catene di approvvigionamento cinesi.

Pechino continua ufficialmente a sostenere una posizione di neutralità rispetto alla guerra in Ucraina e ha sempre respinto le accuse di forniture dirette di armamenti a Mosca. Tuttavia, negli ultimi anni governi occidentali e istituzioni europee hanno espresso crescenti preoccupazioni riguardo al trasferimento verso la Russia di componenti, tecnologie e beni a duplice impiego suscettibili di rafforzare il complesso militare-industriale russo.

L’emersione di prove relative all’addestramento di personale militare destinato al teatro operativo ucraino, secondo gli analisti, potrebbe dunque, rappresentare un punto di svolta nelle valutazioni strategiche dell’Unione Europea, influenzando sia il dialogo politico con la Cina sia le future politiche di sicurezza e autonomia industriale del continente.

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La Promesa, avance del capítulo 854, que La 1 pospone al martes 16 de junio

La Promesa va viendo la luz poco a poco; como Adriano (Ibrahim Al Shami J.), que está empezando a recuperar la vista. Al primero que ha atisbado es Lope (Enrique Fortún). En el caso de Julieta (Vera Asunción), una vez vuelve a sus sentidos tras permanecer varios días en coma, el primero a quien ve es Manuel (Arturo García Sancho). El ingeniero no se ha separado de la esposa de su primo Ciro (Juan Perales). Julieta ya sabe que Santos murió.

Mientras, Lorenzo (Guillermo Serrano) afea a su cuñado Alonso (Manuel Regueiro) recibir con vítores a Curro (Xavi Lock), ahora conde de Linaja. A Lope, sin embargo, no le han recibido en La Promesa con los brazos abiertos; Vera le rehúye. ¿Cómo reaccionará Martina (Amparo Piñero) a la confesión de Jacobo (Gonzalo Ramos)? Nunca hubo una oferta de trabajo en Nueva York.

¿Qué pasará en el capítulo 854 de La Promesa el próximo martes 16 de junio? La 1 suspende la emisión del serial de época el lunes 15, pues retransmite, a partir de las 18.00 horas, el primer partido de España en el Mundial de fútbol.

Avance del capítulo 854 de La Promesa este martes 16 de junio

Curro relata a Alonso sus desventuras en Madrid y la manera en que se ganó a Alfonso XIII. Una de las cartas con las que viajó a la capital fue determinante. ¿Cuál era su contenido?

Peribáñez atiende a Adriano tras recuperar parcial y momentáneamente la vista. El conde pide al doctor no compartir esta información con nadie de La Promesa.

Ángela quiere casarse con Curro lo antes posible; Leocadia, sin embargo, recomienda a su hija no ir tan rápido. Esta vez, ¿a qué se debe?

Teresa (Andrea del Río) es degradada, temporalmente, a doncella tras haber robado la carta de Pía (María Castro) a Cristóbal. Eso no le impide medirse a Ballesteros (Fernando Coronado) y cantarle las cuarenta.

Vera vuelve a rechazar a Lope.

Ciro suplica a Manuel que les ayude económicamente a él y a Julieta.

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Primeiro-ministro recebe Selecção antes do Mundial

O primeiro-ministro, Luís Montenegro, recebeu a Selecção Nacional de Futebol antes da partida da equipa para o Mundial 2026. No encontro, o chefe do Governo deixou uma mensagem de confiança e apoio aos jogadores, sublinhando a esperança dos portugueses numa…

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Defesa é desafio da política externa do Brasil, diz assessor de Lula

Logo Agência Brasil

A área de defesa constitui um dos principais desafios da política externa brasileira dos próximos anos. O setor exigirá maior atenção do país diante da ação militar dos Estados Unidos na Venezuela e de uma conjuntura internacional de ampliação de conflitos. O alerta é de Audo Faleiro, assessor-chefe adjunto da Assessoria Especial do Presidente da República.

“A percepção de vulnerabilidade com a ação militar americana, sobretudo na região, ela colocou, eu acho, uma outra urgência para gente lidar com esse desafio”, disse o assessor na 2ª Conferência Nacional Política Externa e Inserção Internacional do Brasil, realizada na Universidade Federal do ABC, em São Bernardo do Campo (SP), nesta semana.

Notícias relacionadas:

Faleiro ressalvou, no entanto, que não vê nenhuma ameaça imediata contra as reservas brasileiras de petróleo e nem contra o programa nuclear nacional.

“Eu não vejo hoje uma ameaça objetiva para o Brasil, como aconteceu na Venezuela, essa ação militar que foi efetivamente para controlar as reservas de petróleo da Venezuela”.

O assessor destacou, porém, que o Brasil precisará tomar uma decisão se deverá investir ou não no setor de defesa.

“A gente convive com um dilema permanente na sociedade brasileira, porque alguns acham que o Brasil é um país pacífico, então ninguém vai nos atacar, e não precisaríamos de defesa. Outros acham que não vale a pena investir em defesa, porque a assimetria militar é tão grande que nada que nós possamos investir vai reduzir essa distância”, disse.

De acordo com o assessor, conflitos assimétricos, como o dos Estados Unidos e Irã, mostraram, no entanto, um provável caminho diante do dilema. “Nem sempre o mais forte vence, desde que você tenha uma capacidade de dissuasão bem feita. Acho fundamental pensar a nossa situação em matéria de defesa, o Brasil é muito vulnerável, isso é evidente”, destacou.

Minerais críticos e terras raras

Além do setor da defesa, o assessor-chefe adjunto elencou outros cinco desafios que o Brasil terá de enfrentar na área da política externa nos próximos anos. Segundo Faleiro, minerais críticos e terras raras, soberania digital, crime organizado transnacional, integração regional e integração com os países africanos demandarão cuidado especial até, ao menos, 2030

Sobre minerais críticos e terras raras, Faleiro avaliou que todo arcabouço regulatório do setor está muito defasado. Ele ressalvou, no entanto, que há esforço da atual gestão para criar um Conselho Nacional de Minerais Críticos vinculado à Presidência da República.

“Acho que essa é uma área em que nós vamos precisar de muito investimento no desenvolvimento de estratégias para que o Brasil possa se assenhorar dessa condição especial que ele tem, de ser o segundo maior detentor de minerais críticos”, afirmou.

Crime organizado

Sobre a questão do crime organizado transnacional, Faleiro disse que o país deverá estar atento para que o assunto não seja manipulado para finalidades políticas.

“Os eventos das últimas semanas mostram como é que o tema pode ser manipulado para fins políticos. Nós intuímos um pouco isso no começo do mandato e foi por isso que o Brasil disputou e ganhou a direção-geral da Interpol. Hoje quem dirige a Interpol é um delegado brasileiro, da Polícia Federal”, disse. 

De acordo com o assessor, o Brasil precisará “sair da defensiva” nesse tema e propor para a América Latina uma pauta de combate ao crime organizado.

“Acho que, mesmo aqueles países que orbitam hoje mais em torno da nova administração americana, teriam dificuldade de não trabalhar numa agenda de combate ao crime organizado na região”, ressaltou.

Soberania digital

Em relação à soberania digital, o assessor disse que o país precisará se apressar porque está atrasado. “O Brasil ficou fora do mundo quando esse tema evoluiu mais rapidamente. Nós chegamos, tínhamos perdido o bonde dessa discussão e agora nós vamos precisar de grande investimento nessa frente também”.

Integração América Latina e África

Além desses quatro temas, Faleiro citou ainda a situação da integração brasileira com a América Latina e Caribe. Na avaliação dele, a postura brasileira será a de, dado o quadro de fragmentação na região, fazer o que for possível.   

“Há dois fatores que complicaram muito a situação de integração regional. Primeiro, a eleição do [Javier] Milei, na Argentina e, segundo, o resultado do processo eleitoral na Venezuela em 2024, que criou uma situação de veto cruzado na região e levou à paralisia da nossa tentativa de reerguer a Unasul [União de Nações Sul-Americanas ] e a própria Celac [Comunidade de Estados Latino-Americanos e Caribenhos] que hoje não consegue se articular para praticamente nada”.

Já em relação aos países africanos, o assessor avaliou que o Brasil é visto com uma simpatia histórica, criada pelas ações brasileiras nos dois primeiros mandatos do presidente Luiz Inácio Lula da Silva. Mas que outros países atualmente estão mais avançados nessa relação.

“Agora depois de dez anos de abandono à África, nós encontramos a África povoada de outros atores, com instrumentos muito mais eficazes para fazer política externa. Eu acho que a gente vai precisar repensar vários desses instrumentos que nós abandonamos, sobretudo o tema da cooperação”.

Brics

Audo Faleiro comentou também sobre os Brics, bloco composto por Brasil, Rússia, Índia, China, África do Sul, Arábia Saudita, Indonésia, Egito, Emirados Árabes Unidos, Etiópia e Irã. Segundo ele, o aumento do número de membros, em 2023, foi um erro e atualmente causa o congelamento do grupo.

“Eu acho que foi um erro. Hoje os Brics estão paralisados, porque existe conflito entre países do grupo [Irã e Emirados Árabes Unidos], agredindo-se militarmente. Vocês não viram até hoje uma declaração dos Brics sobre o conflito no Oriente Médio, porque não é possível ter consenso dentro do grupo. Então, eu acho que isso foi um equívoco, não sei se é possível de reverter, provavelmente não”. 

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Defesa é desafio da política externa do Brasil, diz assessor de Lula

Logo Agência Brasil

A área de defesa constitui um dos principais desafios da política externa brasileira dos próximos anos. O setor exigirá maior atenção do país diante da ação militar dos Estados Unidos na Venezuela e de uma conjuntura internacional de ampliação de conflitos. O alerta é de Audo Faleiro, assessor-chefe adjunto da Assessoria Especial do Presidente da República.

“A percepção de vulnerabilidade com a ação militar americana, sobretudo na região, ela colocou, eu acho, uma outra urgência para gente lidar com esse desafio”, disse o assessor na 2ª Conferência Nacional Política Externa e Inserção Internacional do Brasil, realizada na Universidade Federal do ABC, em São Bernardo do Campo (SP), nesta semana.

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Faleiro ressalvou, no entanto, que não vê nenhuma ameaça imediata contra as reservas brasileiras de petróleo e nem contra o programa nuclear nacional.

“Eu não vejo hoje uma ameaça objetiva para o Brasil, como aconteceu na Venezuela, essa ação militar que foi efetivamente para controlar as reservas de petróleo da Venezuela”.

O assessor destacou, porém, que o Brasil precisará tomar uma decisão se deverá investir ou não no setor de defesa.

“A gente convive com um dilema permanente na sociedade brasileira, porque alguns acham que o Brasil é um país pacífico, então ninguém vai nos atacar, e não precisaríamos de defesa. Outros acham que não vale a pena investir em defesa, porque a assimetria militar é tão grande que nada que nós possamos investir vai reduzir essa distância”, disse.

De acordo com o assessor, conflitos assimétricos, como o dos Estados Unidos e Irã, mostraram, no entanto, um provável caminho diante do dilema. “Nem sempre o mais forte vence, desde que você tenha uma capacidade de dissuasão bem feita. Acho fundamental pensar a nossa situação em matéria de defesa, o Brasil é muito vulnerável, isso é evidente”, destacou.

Minerais críticos e terras raras

Além do setor da defesa, o assessor-chefe adjunto elencou outros cinco desafios que o Brasil terá de enfrentar na área da política externa nos próximos anos. Segundo Faleiro, minerais críticos e terras raras, soberania digital, crime organizado transnacional, integração regional e integração com os países africanos demandarão cuidado especial até, ao menos, 2030

Sobre minerais críticos e terras raras, Faleiro avaliou que todo arcabouço regulatório do setor está muito defasado. Ele ressalvou, no entanto, que há esforço da atual gestão para criar um Conselho Nacional de Minerais Críticos vinculado à Presidência da República.

“Acho que essa é uma área em que nós vamos precisar de muito investimento no desenvolvimento de estratégias para que o Brasil possa se assenhorar dessa condição especial que ele tem, de ser o segundo maior detentor de minerais críticos”, afirmou.

Crime organizado

Sobre a questão do crime organizado transnacional, Faleiro disse que o país deverá estar atento para que o assunto não seja manipulado para finalidades políticas.

“Os eventos das últimas semanas mostram como é que o tema pode ser manipulado para fins políticos. Nós intuímos um pouco isso no começo do mandato e foi por isso que o Brasil disputou e ganhou a direção-geral da Interpol. Hoje quem dirige a Interpol é um delegado brasileiro, da Polícia Federal”, disse. 

De acordo com o assessor, o Brasil precisará “sair da defensiva” nesse tema e propor para a América Latina uma pauta de combate ao crime organizado.

“Acho que, mesmo aqueles países que orbitam hoje mais em torno da nova administração americana, teriam dificuldade de não trabalhar numa agenda de combate ao crime organizado na região”, ressaltou.

Soberania digital

Em relação à soberania digital, o assessor disse que o país precisará se apressar porque está atrasado. “O Brasil ficou fora do mundo quando esse tema evoluiu mais rapidamente. Nós chegamos, tínhamos perdido o bonde dessa discussão e agora nós vamos precisar de grande investimento nessa frente também”.

Integração América Latina e África

Além desses quatro temas, Faleiro citou ainda a situação da integração brasileira com a América Latina e Caribe. Na avaliação dele, a postura brasileira será a de, dado o quadro de fragmentação na região, fazer o que for possível.   

“Há dois fatores que complicaram muito a situação de integração regional. Primeiro, a eleição do [Javier] Milei, na Argentina e, segundo, o resultado do processo eleitoral na Venezuela em 2024, que criou uma situação de veto cruzado na região e levou à paralisia da nossa tentativa de reerguer a Unasul [União de Nações Sul-Americanas ] e a própria Celac [Comunidade de Estados Latino-Americanos e Caribenhos] que hoje não consegue se articular para praticamente nada”.

Já em relação aos países africanos, o assessor avaliou que o Brasil é visto com uma simpatia histórica, criada pelas ações brasileiras nos dois primeiros mandatos do presidente Luiz Inácio Lula da Silva. Mas que outros países atualmente estão mais avançados nessa relação.

“Agora depois de dez anos de abandono à África, nós encontramos a África povoada de outros atores, com instrumentos muito mais eficazes para fazer política externa. Eu acho que a gente vai precisar repensar vários desses instrumentos que nós abandonamos, sobretudo o tema da cooperação”.

Brics

Audo Faleiro comentou também sobre os Brics, bloco composto por Brasil, Rússia, Índia, China, África do Sul, Arábia Saudita, Indonésia, Egito, Emirados Árabes Unidos, Etiópia e Irã. Segundo ele, o aumento do número de membros, em 2023, foi um erro e atualmente causa o congelamento do grupo.

“Eu acho que foi um erro. Hoje os Brics estão paralisados, porque existe conflito entre países do grupo [Irã e Emirados Árabes Unidos], agredindo-se militarmente. Vocês não viram até hoje uma declaração dos Brics sobre o conflito no Oriente Médio, porque não é possível ter consenso dentro do grupo. Então, eu acho que isso foi um equívoco, não sei se é possível de reverter, provavelmente não”. 

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