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Giorgio Bassani o dell’artista che voleva essere uomo. Al Biografilm 2026 il vibrante documentario sulla vita del romanziere antifascista, autore di Il giardino dei Finzi Contini

“So bene che l’arte si oppone alla vita, che l’arte non serve a niente, che è pura bellezza, puro ritmo, ma non mi ci rassegno, perché vivaddio sono vivo, sono pur sempre un uomo. Vorrei quindi che i miei atti e gesti servissero a qualcosa. Ed è in questa tensione verso il contrario dell’arte che mi differenzio dagli altri. Io desidero non essere un poeta, pur sapendo inevitabilmente purtroppo di esserlo, non mi rassegno ad essere tale, e voglio disperatamente essere un uomo”.

La folgorante riflessione che lo scrittore Giorgio Bassani offre in un vecchio filmato Rai anni settanta, e che apre così in un blocco unico, in bianco e nero, In gran segreto – Un racconto familiare su Giorgio Bassani, documentario visto nelle scorse ore al Biografilm di Bologna 2026, sistemerebbe il recente dibattito sollevato da De Gregori & soci in pochi secondi chiudendo l’annosa questione tra arte e politica a doppia mandata.

La citazione bassaniana ve la offriamo nella sua armoniosa sgorgante completezza, anche se ovviamente antigiornalistica (l’attacco, mi raccomando l’attacco), per capire come è generosamente impastato questo sconosciuto e prezioso lavoro di ricostruzione storico letteraria diretto da Toni Trupia. Vita, pensiero e poetica dell’autore di Il Giardino dei Finzi Contini, Gli occhiali d’oro, L’airone, morto ad 84 anni nel 2000, vengono ricomposti teneramente da una sorta di rallentato viaggio nella memoria e nei luoghi familiari dai due anziani figli dello scrittore, Enrico e Paola. Sollecitati al ricordo tra foto, strade, case, alberi, lapidi, i due “protagonisti” attraversano l’esistenza paterna congiungendo spazi e tracce di Ferrara, Bologna e Roma, immergendoci in una sorta di humus letterario che risuona solenne e intramontabile.

È spesso la voce di papà Giorgio ad affiorare tra i fotogrammi di In gran segreto, mentre legge stralci dei suoi romanzi o poesie, con una gravità che vibra di una bellezza classica e mai spenta. C’è il Bassani intimo e privato (il tennis, i giochi nella casa romana); c’è quello impegnato fino a rischiare l’osso del collo nel suo strenuo impegno antifascista (per il quale fu anche incarcerato prima di darsi alla macchia nel 1943); c’è quello lucido e finemente provocatorio sulla questione ebraica che suona nuovamente così: “La tragedia vera degli ebrei ferraresi (i Bassani erano di origine ebraica e vennero perseguitati dal fascismo ndr) come di quelli italiani è stata quella di essere dei borghesi coinvolti nel fascismo e finita, senza rendersene conto, nel nulla dei campi di sterminio senza sapere in fondo perché”.

Questa osservazione bassaniana è uno dei tanti fili spessi e vibranti di una ricostruzione biografica che se da un lato è “spinta” verso incontri, piste, ospiti (con tutto il piacere ma Paolo Di Paolo e Nadia Terranova sono un po’ fuori luogo), dall’altro sa evocare con serietà, rispetto e spigliatezza lo spirito di un’epoca e di un’idea pulsante di mondo letterario e intellettuale (Giorgio Morandi, Pasolini, Mario Soldati, Rossellini) probabilmente formalmente antimoderna ma umanamente terribilmente coriacea, vitale, sensibile.

Prova ne è in quell’istante in cui i figli osservano come sia cresciuta più del doppio la magnolia nel giardino della casa della giovinezza ferrarese dello scrittore piantata proprio pochi mesi dopo la promulgazione delle leggi razziali del 1938. Filo vegetale che sembra ricondursi ad una mansione nuovamente etica e nazionale di Bassani, oltre alla vicepresidenza Rai, quell’invenzione parapasoliniana di Italia Nostra che lo vide protagonista fin dal 1965 assieme all’amico Fulco Pratesi. E insomma, dopo quasi due ore di documentario che filano lisce, ondose e nodose, come un vecchio romanzo dalle pagine ingiallite dall’odore intenso della storia, quella speranza di Bassani di essere “disperatamente uomo”, “nonostante l’essere poeta”, sembra pienamente compiuta.

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“Sono il primo uomo trans attore, non ho vissuto il bullismo e la mia famiglia mi ha sempre appoggiato. Il transgender in Italia viene trattato con superficialità. Necessaria l’educazione socio-affettiva nelle scuole”: parla Alessio Fiorenza della serie “In Utero”

La serie tv HBO “In Utero”, creata da Margaret Mazzantini, diretta da Maria Sole Tognazzi, che firma anche la direzione artistica, affronta il tema della procreazione e della fertilità attraverso le storie che si intrecciano nella clinica Creatividad. Tutto ruota attorno a Ruggero (Sergio Castellitto), ginecologo fondatore della clinica di fecondazione assistita e di Angelo (Alessio Fiorenza), giovane uomo trans, talentuoso biologo.

“Quando ho letto la sceneggiatura e ho ‘conosciuto’ per la prima volta Angelo, – ci ha raccontato Alessio Fiorenza – mi sono chiesto il perché di questo carattere un po’ introverso, chiuso. Nelle prime quattro puntate si vede l’Angelo embriologo che ha a che fare comunque con le relazioni lavorative e quelle relazionali, in senso stretto. È ombroso. Non si è ancora vista la sua parte ‘familiare’ che poi è quella che ha forgiato il suo carattere, come si vede dalla quinta puntata quando torna a casa in Sicilia e ha a che fare con i genitori e i fratelli. E qui si scavano le dinamiche relazionali della famiglia che ti fanno capire il perché di certi suoi atteggiamenti. Quella della sua famiglia è stata un’accettazione tra le righe, mai palesata”.

Invece nel caso della tua famiglia com’è andata?
Io dico sempre che per quanto riguarda le storie della transizione ogni famiglia è a sé, ogni ragazzo o ragazza trans ha una storia alle spalle personale. Nel mio caso sono stato fortunato.

In che modo?
I miei mi hanno sempre riconosciuto senza alcun problema. Era tutto palese. Per definire o etichettare ci vuole un po’ più di esperienza e di conoscenza, ma quella la si acquisisce col tempo. Però insomma, per loro nulla di così sconvolgente ed inaspettato sicuramente.

Vieni da Terrasini, in provicina di Palermo. Hai sofferto il pregiudizio degli altri oppure sei stato vittima di bullismo?
Sin dalla adolescenza ho avuto un carattere un po’ predisposto al non chiedere scusa né permesso in alcun modo. Quindi mi sono imposto in maniera tale da non essere neanche ‘frainteso’. Era un po’ la mia presenza a parlare, lasciavo poco spazio alle parole o i permessi. Questa è una interpretazione che mi sono dato col tempo, guardandomi un po’ indietro. Non ho mai subito nessun tipo di discriminazione diretta. Forse quella velata o magari alle spalle, probabilmente sì.

Quando hai iniziato il percorso di transizione?
Quando ho lasciato la Sicilia a 19 anni. Sono andato in Inghilterra. Le tempistiche sono le stesse della sanità italiana, ma il plus era andare in un posto dove non ti conosce nessuno. Per me è stato molto più semplice. Almeno io l’ho vissuto in questo modo: non devi dare conto e ragione a nessuno, non devi spiegare nulla.

In Italia il “trans” viene identificato nell’ambito prettamente della prostituzione o della ‘macchietta’. Hai percepito un gap culturale rispetto all’estero?
Certo. È assolutamente evidente specialmente per quanto riguarda le ragazze trans. Il transcender viene identificato come un cliché, basato sulla superficialità. Non c’è una conoscenza approfondita per quanto riguarda queste tematiche, manca la cultura. Non c’è un processo di sensibilizzazione né di conoscenza, soprattutto, del processo di transizione. Non te lo spiegano da nessuna parte né a scuola né in altre parti ed è per questo che l’educazione socio-affettiva è fondamentale.

Oltre alla scuola esiste un altro canale di “educazione”?
Se togli questo tipo di educazione nelle scuole rimane l’informazione libera che puoi trovare su Internet, sui social… Infatti credo che molti giovani si informino attraverso i video su Instagram o TikTok. Secondo me non è un approccio necessariamente sbagliato, perché molto spesso si trovano testimonianze di persone trans, LGBTQIA+ o comunque in generale, quando c’è una testimonianza, c’è tanta informazione. Quindi, in realtà, sentire testimonianze o sentire parlare di certi argomenti se sono argomenti che chiaramente provengono da persone che sanno effettivamente ciò di cui stanno parlando, ben venga.

In “In utero” Angelo va a letto con una sua collega, ma quest’ultima ignara di tutto si accorge del sesso e si blocca. A te è mai capitata una situazione del genere?
Il mio personaggio Angelo è stato preso da un momento di passione e non penso si sia fatto molte domande, in quel momento. Si è sentito rifiutato anche se è stato anche lì un ‘non detto’. A me non è mai capitato sinceramente, ma perché mi sono sempre confrontato prima con l’altra persona, prima di fare qualsiasi cosa. Non mi faccio prendere dagli impulsi improvvisi (ride, ndr).

Ti senti un carico di responsabilità ad essere il primo attore trans in Italia?
Mi responsabilizza nella misura in cui a parlare è il mio corpo, la mia presenza stessa. Quindi non cerco un certo tipo di responsabilità che vada oltre questo. Non sento che la mia presenza debba, in qualche modo, essere giustificata o debba diventare ‘attivismo’ o debba diventare necessariamente ‘informazione’ o debba diventare necessariamente qualcos’altro. Semplicemente da questo è il mio modo di vedere. Credo che molte esperienze vadano semplicemente osservate. Poi se si vuole veramente comprendere qualcosa, lo si può fare e ci sono tutti i mezzi oggi per farlo.

Perché hai deciso di fare l’attore?
È una cosa che ho dentro da quando ero molto piccolo. È stato un momento circoscritto alle fantasie di un bambino di fatt. Poi ho abbandonato precocemente l’idea, fino a quando si è presentata poi l’opportunità concreta di poter partecipare a dei casting. E lì mi è ritornata la voglia, mi si è accesa improvvisamente una ‘lampadina’.

Hai ricevuto proposte di lavoro o sei impegnato in qualche casting?
In questo momento è tutto fermo, ma ci stiamo lavorando.

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Primo sciopero della cultura in Italia contro la struttura del sistema: poca conoscenza e scarsa trasparenza

Nelle ultime due settimane, il settore culturale italiano s’è caratterizzato per una complessiva sonnolenza, forse provocata anche dalla calura estiva… A fronte di una crisi diffusa e pervasiva, sembra prevalere rassegnazione. Anzi, mestizia.

Nella giornata di venerdì 12 giugno… un sussulto: è stato proclamato dalla Cgil un inedito “sciopero della cultura”, iniziativa mai promossa in passato in Italia. Ha dichiarato Maurizio Landini, leader della Confederazione: “i lavoratori rivendicano il riconoscimento della dignità economica e professionale, negata paradossalmente proprio nel nostro Paese. E condannano i tagli alla spesa culturale, la precarietà strutturale, i salari bassi e le tutele insufficienti”. Fp Cgil e NIdiL (Nuove Identità di Lavoro) Cgil chiedono “contratti di filiera giusti, la reinternalizzazione dei servizi, la stabilizzazione dei lavoratori, tutele adeguate per i lavoratori discontinui, il contrasto all’abuso del lavoro autonomo e maggiori investimenti nel settore culturale”.

È la prima volta nella storia del Paese in cui scioperano tutti insieme: personale dei musei, biblioteche, archivi, teatri, ma anche lavoratori e lavoratrici autonome dell’editoria, dello spettacolo e della produzione artistica e culturale. Si sono tenuti per l’intera giornata presidi in diverse città italiane: agli Uffizi un intero piano ha chiuso, così come hanno chiuso una decina di padiglioni della Biennale di Venezia, biblioteche e musei civici o universitari, musei statali, archivi di Stato e tante mostre private…

Non è possibile stimare l’adesione complessiva all’iniziativa, anche perché l’“universo” del “lavoro culturale” non è mai stato oggetto in Italia di adeguato studio ed approfondita analisi (non vi è nemmeno una risposta scientificamente validata su quanti siano realmente i lavoratori del sistema culturale): si tratta peraltro di realtà policentriche e multidimensionali, che oscillano tra la “stabilità” delle istituzioni museali alle infinite forme di precarietà, basti pensare agli attori teatrali.

“Nonostante le precettazioni, il comportamento di tante istituzioni che hanno scelto di non informare sullo sciopero, la parcellizzazione del lavoro, oggi stiamo scioperando a migliaia. Non c’è tutela e non c’è valorizzazione del patrimonio culturale senza salari adeguati per chi ci lavora. Gli amministratori, dagli enti locali al Governo, devono ascoltarci. Si alzino i salari, non i biglietti”, hanno dichiarato le attiviste del movimento “Mi Riconosci? Sono un professionista dei beni culturali” dalle piazze…

Il deficit di conoscenza riguarda non soltanto la dimensione lavorativa, ma la struttura stessa del sistema culturale italiano, il suo assetto economico-organizzativo: eclatante, ai limiti dell’incredibile, la dinamica del settore cinematografico e audiovisivo… In gestazione a Montecitorio una nuova legge per il settore (incardinata presso la VII Commissione, presieduta da Federico Mollicone di Fratelli d’Italia), ma a metà 2026 non è ancora stata pubblicata – come ho già denunciato anche su questo blog – la relazione annuale che il Ministero della Cultura deve trasmettere al Parlamento, ovvero la “valutazione di impatto” per l’anno… 2024 (nota bene: duemilaventiquattro)!

Questa relazione doveva essere trasmessa a Camera e Senato entro settembre 2025, e a distanza di nove mesi da questo termine (previsto dalla stessa Legge n. 220 del 2016, la cosiddetta “Legge Franceschini”) è ancora misteriosamente custodita nella cassaforte della Direzione Cinema e Audiovisivo, guidata dall’estate del 2025 da Giorgio Carlo Brugnoni, che è anche Vice Capo di Gabinetto del Ministero della Cultura, anomalia più unica che rara nella P.A. italiana (una combinazione di incarichi tra ruolo “amministrativo” e ruolo “politico”), denunciata il 3 giugno scorso dalla Cisl e Flp e Unsa. Conterrà forse dati pericolosi o finanche esplosivi?!

Va ricordato che nelle precedenti edizioni della “valutazione” non è mai stato segnalato il crash ovvero il collasso contabile da centinaia di milioni di euro del “tax credit”… Un esempio sintomatico del (mal) governo del sistema, ovvero – nel caso in ispecie – di una pubblica amministrazione estremamente lenta, che ritarda i processi gestionali, mettendo in ginocchio migliaia di produttori, organizzatori culturali ed artisti, ed ostacola paradossalmente la stessa “politica”, allorquando non mette a disposizione un minimo di strumentazione tecnica per comprendere come correggere la rotta, in un settore che attraversa una delle fasi più critiche della sua storia…

Si naviga a vista, si governa nasometricamente. Non che ai tempi del centro-sinistra le cose andassero granché meglio, ma certamente il centro-destra non ha promosso quella “tecnocrazia” (e “meritocrazia”) che pure era stata sventolata come vessillo del cambiamento possibile, in primis dalla Premier Giorgia Meloni durante la campagna elettorale.

Nel mentre il cinema italiano boccheggia, la produzione arranca, al Festival di Cannes veniamo ignorati… si organizzano simpatiche iniziative come la seconda edizione dell’“Italian Global Series Festival 2026”, che si terrà dal 3 all’11 luglio 2026 a Rimini e Riccione, un festival ideato e organizzato dall’Apa ovvero l’Associazione Produttori Audiovisivi, presieduta da Chiara Sbarigia, che è stata anche Presidente di Cinecittà spa fino a giugno 2025. Festival realizzato in collaborazione con Cinecittà – giustappunto – assieme a Regione Emilia-Romagna, Siae, Enel, Gruppo Fs, ecc.

Quanto costa questa kermesse?! Quali risultati reali produce?! Non è dato sapere. Trasparenza zero, ancora una volta, anche nell’utilizzazione del pubblico danaro: secondo quanto risulta il Ministero della Cultura le assegna 2 milioni di euro, con una sorta di affidamento diretto all’Apa, attraverso i misteriosi “progetti speciali” di Cinecittà. Si tratta di un evento “fortemente voluto” (si legge nei comunicati stampa) dalla Sottosegretaria leghista Lucia Borgonzoni, che casualmente ha in Emilia-Romagna il collegio elettorale che le ha assegnato il seggio senatoriale.

Questa ennesima kermesse è realmente utile per la promozione del settore?! Nessuno si è posto la domanda, e quindi nessuno può dare una risposta. Un ennesimo caso di “politica culturale” approssimativa e di allocazione delle risorse pubbliche priva di valutazioni di impatto (vedi supra…).

Lo Stato italiano non dispone ancora degli strumenti conoscitivi necessari per governare razionalmente le politiche culturali.

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È morto Claudio Spadaro, l’agente dei servizi segreti Pigreco nella serie tv “Romanzo criminale”. Era tornato a Taranto per affrontare il tumore

Mondo del cinema in lutto. È morto a 72 anni Claudio Spadaro, che dal 2008 al 2010 ha impersonato l’agente dei servizi segreti Pigreco nella serie tv “Romanzo criminale”.

L’attore si è spento a Taranto, dove era nato il 17 giugno 1953. I funerali sono stati celebrati oggi, 12 giugno, nella Chiesa del Santissimo Crocifisso della città ionica. Spadaro era tornato a casa nei mesi scorsi per affrontare il tumore che ne aveva progressivamente compromesso le condizioni di salute.

Dopo gli esordi sul grande schermo alla fine degli anni Settanta, Spadaro ha sbarcato il lunario con il film come “Corse a perdicuore” di Mario Garriba e “Sogni d’oro” di Nanni Moretti.

Nel corso degli anni ha collaborato con autori del calibro di Marco Bellocchio, Mario Monicelli, Ricky Tognazzi, Marco Tullio Giordana, Peter Greenaway e Franco Zeffirelli. Poi il ruolo di Benito Mussolini nel film “Un tè con Mussolini” di Franco Zeffirelli, accanto a Maggie Smith e Cher.

Successo anche con le produzioni televisive come “La Piovra”, “Distretto di Polizia”, “Don Matteo”, “Paolo Borsellino” e “Le indagini di Lolita Lobosco“.

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Il mondo di ‘Gerry’ sospeso tra realtà e finzione: un cortometraggio senza pietismi

“Un film debole resta un film debole, anche se è fatto con le migliori intenzioni”. Nel cinema sociale la buona intenzione ha spesso la meglio sulla qualità, e se poi la storia tocca la disabilità, il resto – regia, sceneggiatura, rigore artigianale – passa troppo spesso in secondo piano, come se il tema fosse un’esimente per i difetti tecnici. La Poti Pictures, nata ad Arezzo dentro la cooperativa “Il Cenacolo”, lavora esattamente al contrario. Il loro principio è netto: chi lavora con attori con disabilità non ha il diritto di abbassare l’asticella, ha il dovere di alzarla. Senza retorica, ma con un’idea precisa di mestiere. Scrivere un cortometraggio di venti minuti che coinvolga otto personaggi e affronti il tema senza scivolare nel pietismo non è un’eccezione, è la regola. Da questa tensione nasce Gerry, diretto da Salvatore Lizzio e Daniele Bonarini, con la partecipazione di Vittoria Bianchini, in concorso al Taormina Film Festival nella sezione “Sguardi di Sicilia”.

Presentato da Terry George (Premio Oscar per The Shore), il punto di partenza del lavoro è la vita di Angelo Giardili, studente della Poti Pictures Academy. Tuttavia Gerry non è Angelo: non lo imita, non lo traduce e non lo imprigiona in una biografia mascherata. “Crediamo – spiegano i registi – che tra realtà e finzione esista un confine molto sottile: attraversarlo con rispetto significa dare alla verità una nuova forma”. Angelo è un ragazzo con una passione “travolgente” per la stop-motion e i Lego da cui Lizzio e Bonarini hanno tratto un racconto che parla di perdita, lutto e assenza, senza mai alzare la voce e soprattutto senza ricorrere alla solita scorciatoia del “potere speciale” come risarcimento della vita. L’immaginazione qui non è una fuga infantile, ma il modo in cui il protagonista decide di stare dentro il proprio dolore, e lo fa provando a non crollare.

“Molte storie contemporanee – proseguono i registi – raccontano personaggi che diventano straordinari acquisendo poteri o capacità eccezionali. Gerry, invece, intraprende un viaggio che nasce da una ferita profonda e molto umana: la perdita della zia, una figura alla quale era profondamente legato. Per noi l’immaginazione non è uno strumento per sentirsi invincibili, ma uno spazio in cui elaborare la realtà e metabolizzare il dolore. Il mondo che Gerry costruisce non serve a cancellare il lutto o a fuggire dalla sofferenza, ma a trovare un modo per attraversarla. L’avventura diventa così una forma di elaborazione emotiva, un percorso che gli permette di convivere con l’assenza e di trasformarla in qualcosa che possa continuare a far parte della sua vita. Gerry non diventa più forte perché sconfigge un cattivo o acquisisce un superpotere: cresce perché accetta la propria fragilità e trova il coraggio di guardare in faccia la realtà. Quando abbiamo mostrato il film ad Angelo per la prima volta, ha compiuto il gesto che fa quando è emozionato o felice sfarfalla, cioè muove le braccia come se fossero un battito d’ali”.

Dietro l’opera c’è una macchina produttiva solida. Nove mesi di formazione alla Poti Pictures Academy, un percorso che non somiglia affatto a un laboratorio ricreativo o improvvisato. Un ruolo fondamentale è quello di Sara Borri, definita dagli autori “psicologa di set”: il suo intervento non comincia davanti alla macchina da presa, ma mesi prima, studiando i punti di forza e i blocchi di ogni partecipante. Il cinema, in questo contesto, non è una protezione paternalistica, ma un lavoro di messinscena millimetrica. “La rabbia non deve essere per forza un urlo. Può essere uno sguardo, una pausa, la postura di un corpo”, spiegano i registi.

Negli anni il progetto ha raccolto riconoscimenti che vanno oltre il perimetro della solidarietà: oltre 120 premi, selezioni ai Nastri d’Argento, passaggi nei circuiti BAFTA e percorsi accademici all’Università del Texas. La presenza di Terry George a Taormina, poi, non ha il tono della passerella, ma quello di un riconoscimento al valore artistico dell’opera. La sua reazione è sintetica: “Gerry is beautiful… it conveys a profound message… congratulations”. Gerry non è un’opera costruita per dimostrare una tesi o rassicurare lo spettatore. Evita il pietismo e non usa la fragilità come dispositivo narrativo o scorciatoia emotiva e nella sua misura controllata lascia affiorare momenti di grazia e una commozione mai dichiarata, affidata alle immagini più che alle intenzioni.

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KIPT CoLAB: Filmes e séries também moldam escolha dos destinos turísticos

No Tourism & Arts Webinar 2026, Antónia Correia, em representação do KIPT CoLAB, apresentou uma análise sobre a forma como as narrativas culturais e as economias visuais influenciam a percepção dos territórios e as decisões de viagem-

O conteúdo KIPT CoLAB: Filmes e séries também moldam escolha dos destinos turísticos aparece primeiro em Barlavento.

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Kipt Colab destacou o poder do Cinema e das Artes na transformação dos destinos turísticos

Knowledge, Innovation and Policies for Tourism participou no Tourism & Arts Webinar 2026, promovido pela Escola Superior de Gestão, Hotelaria e Turismo da Universidade do Algarve (ESGHT-UAlg), onde destacou o papel crescente do cinema, das artes visuais e da cultura na construção da imagem dos destinos turísticos. A intervenção esteve a cargo de Antónia Correia, […]

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São Paulo destinará R$ 90 milhões para audiovisual e economia criativa

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O governo paulista anunciou a destinação de R$ 90 milhões para o setor cultural, por meio de editais que serão publicados nesta quarta-feira (10). O valor será destinado às áreas de audiovisual, games, arquitetura, economia criativa, além de festivais e eventos em municípios com menos de 50 mil habitantes.
São Paulo (SP), 05/01/2024 - A secretária estadual da Cultura, Economia e Indústrias Criativas de São Paulo, Marilia Marton, participa da abertura da mostra Chaves: A Exposição, que comemora os 40 anos de estreia do seriado no Brasil, no MIS Experience. Foto: Rovena Rosa/Agência Brasil São Paulo (SP), 05/01/2024 - A secretária estadual da Cultura, Economia e Indústrias Criativas de São Paulo, Marilia Marton, participa da abertura da mostra Chaves: A Exposição, que comemora os 40 anos de estreia do seriado no Brasil, no MIS Experience. Foto: Rovena Rosa/Agência Brasil
Secretária de Cultura de SP, Marilia Marton - Rovena Rosa/Agência Brasil

“Este ano, aproveitamos o SP Audiovisual Hub para anunciar que estamos tirando do papel uma demanda histórica do audiovisual, que é o apoio direto às salas de cinema e de rua. Isso, somado aos já consolidados editais de fomento do Programa de Ação Cultural (ProAC), programa que celebra duas décadas em 2026”, afirmou Marilia Marton, secretária da Cultura, Economia e Indústria Criativas, durante o evento de apoio ao audiovisual promovido pela própria secretaria.  

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O setor do audiovisual terá quatro editais de apoio distintos:
  • Produção de longa-metragem (produção/coprodução);
  • Produção de telefilme ou longa-metragem de baixo orçamento;
  • Salas de cinema (módulos cinemas de rua e cinemas de rua e itinerante);
  • Adaptação de obra literária para roteiro cinematográfico.

As linhas de apoio também incluirão a área de games, com edital para desenvolvimento ou finalização e publicação de jogos eletrônicos, dividido em dois módulos específicos. 

Para a área de arquitetura haverá o edital de elaboração de projeto de arquitetura para ocupação de bens tombados. 

A área de economia criativa terá o edital voltado para design de moda e de produtos, composto por dois módulos. 

Festivais e eventos

Está também previsto para hoje o lançamento do edital de mostras, festivais e eventos, além do destinado à realização de projetos culturais em municípios de até 50 mil habitantes. 

Esses dois chamamentos visam a complementar políticas de impacto mais restrito em cidades onde a estrutura municipal não tem condições de suprir as demandas dos artistas e da população.

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Quercus é parceira do primeiro filme português comcertificação ambiental internacional Green Film

A Quercus associou-se à produtora Wonder Maria no apoio à divulgação da longa-metragem “18 Buracos para o Paraíso”, de João Nuno Pinto, o primeiro filme português a obter a certificação ambiental internacional Green Film, que estreia no
feriado do dia de Portugal dia 10 de junho, nas salas NOS.

Esta parceria nasce do reconhecimento de um projeto cinematográfico que, para além de abordar na sua narrativa a relação entre o ser humano, o território e as alterações climáticas, integrou práticas concretas de sustentabilidade ao longo de todo o processo de
produção, desde a conceção até à rodagem.

Além disso, parte da receita de bilheteira ajudará a Quercus na reflorestação de áreas afetadas pelos incêndios, com 1% dos lucros da produtora Wonder Maria a reverter para o projeto Criar Bosques.

Para a Quercus, este filme constitui um exemplo relevante de como a criação artística pode contribuir para a sensibilização ambiental, promovendo o debate público sobre os impactos das alterações climáticas, a transformação do território e a forma como as comunidades se relacionam com os lugares que habitam.

Esta colaboração aproxima a cultura, o cinema e a ação ambiental, reconhecendo o papel da arte enquanto ferramenta de reflexão,
mobilização e transformação social.

“18 Buracos para o Paraíso”, de João Nuno Pinto, é uma coprodução entre Portugal, Itália e Argentina e integrou seleções oficiais de festivais internacionais como Tallinn e Mar del Plata, estando igualmente confirmado na seleção oficial do Festival Internacional de Cinema de Guadalajara.

É o primeiro filme português a obter a certificação ambiental internacional Green Film, distinção que reconhece práticas sustentáveis implementadas em produções audiovisuais. Este reconhecimento foi destacado pela Portugal Film Commission, no âmbito do programa PIC Portugal.

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“Ha avuto un malore fatale durante una passeggiata serale, l’hanno trovato privo di sensi e non si è più ripreso”: morto William Hasley, lo sceneggiatore dei Puffi

Un’escursione serale lungo i sentieri del Runyon Canyon, una delle aree naturalistiche più battute e frequentate sulle colline di Hollywood a Los Angeles, si è conclusa in tragedia. Sabato scorso, un uomo di 78 anni è stato rinvenuto privo di sensi lungo il tracciato. L’allarme ha fatto scattare l’intervento immediato dei soccorritori del dipartimento dei vigili del fuoco di Los Angeles, supportati dall’impiego di un elicottero per raggiungere rapidamente la zona impervia. Nonostante le manovre di assistenza medica prestate sul posto, l’escursionista non ha mai ripreso conoscenza ed è stato dichiarato clinicamente morto. Dopo oltre 24 ore di procedure e accertamenti, le autorità hanno confermato ufficialmente l’identità della vittima: si tratta di William Hasley, celebre sceneggiatore televisivo noto a livello globale per aver firmato numerosi episodi del cartone animato cult “I Puffi”.

Come riportato dal quotidiano statunitense New York Post, le cause cliniche del decesso restano al momento ignote e sono in corso gli accertamenti medico-legali per stabilire se a stroncare l’autore sia stato un malore improvviso o una fatale caduta accidentale.

Da Hanna-Barbera a Oliver Stone: la carriera di Hasley

Nato a Pittsburgh, in Pennsylvania, nel 1948, Hasley si era formato alla Marshall University prima di farsi strada nell’industria dell’intrattenimento americano. I suoi primi passi di successo sono avvenuti proprio nel settore dell’animazione, dove ha consolidato collaborazioni continuative con colossi della produzione come Hanna-Barbera e Filmation. Oltre al lavoro dietro le quinte de “I Puffi”, la sua firma è apparsa anche tra i crediti della serie animata “Alberone”.

La sua produzione non si è limitata ai prodotti per l’infanzia, estendendosi alla serialità live-action e a progetti per i network nazionali. Hasley ha infatti sviluppato numerosi episodi pilota per le emittenti statunitensi e scritto sceneggiature per produzioni televisive come “I ragazzi della prateria” e “Swift Justice”. Negli anni, il suo bagaglio tecnico gli ha permesso di collaborare con figure di primo piano del panorama hollywoodiano e culturale, affiancando il regista premio Oscar Oliver Stone e lo scrittore Gerald Green.

L’impegno nella scrittura ha toccato anche il settore dell’editoria: Hasley è stato infatti co-autore di “Chasing the Wind”, l’autobiografia ufficiale del celebre pioniere dell’aviazione Steve Fossett. Alla prolifica attività professionale, l’autore ha affiancato per anni la carriera accademica, trasmettendo le basi della sceneggiatura alle nuove generazioni come docente di scrittura presso l’Università della California di Los Angeles (UCLA).

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Viana do Castelo vai ter novo festival de cinema para documentário e não-ficção

A associação Ao Norte criou um novo festival de cinema em Viana do Castelo, o DOC[iN], dedicado ao documentário e à não-ficção, cuja primeira edição está marcada para março de 2027, foi hoje anunciado.

Daniel Maciel, da direção do festival, explicou à Lusa que o DOC[iN] estará centrado numa mostra competitiva internacional, na linguagem da não ficção, com aposta na ligação à comunidade local e aos estudantes de cinema.

Além do DOC[iN], que tem já em curso a submissão de filmes e terá prémios atribuídos por um júri internacional, é o segundo festival de cinema organizado pela associação Ao Norte, além dos Encontros de Viana.

“O DOC[iN] tem um perfil de indústria que não se verifica no Encontros, que é mais voltado para a pedagogia e educação. Este é mais focado na exibição de filmes em competição. Está na génese que seja um ponto de encontro entre estudantes de cursos de cinema, sobretudo apontados para o norte, e a indústria”, explicou.

A primeira edição do o DOC[iN] – Festival Internacional de Documentário de Viana vai decorrer de 02 a 07 de março de 2027 no Teatro Municipal Sá de Miranda, mas a organização ambiciona ocupar outros espaços da cidade, nomeadamente com oficinas e ‘masterclasses’.

Na ligação à comunidade local, estão previstas iniciativas como o programa “DOC’s à solta”, com sessões em freguesias do concelho, e a exposição fotográfica “Cartografias Afetivas”, construída a partir de álbuns familiares de freguesias de Viana do Castelo.

Daniel Maciel considera que Viana do Castelo “é uma cidade muito bem posicionada para um evento destes”, ainda que a exibição de cinema na cidade – capital de distrito – esteja dependente da programação municipal, no Teatro Sá de Miranda, e do cineclube da associação Ao Norte, no Cinema Verde Viana.

Viana do Castelo é uma das cinco capitais de distrito – a par de Beja, Bragança, Guarda e Portalegre – que não dispõem de exibição regular comercial de cinema, depois de, em janeiro passado, terem fechado as salas no Estação Viana Shopping.

“A nós parece-nos que uma capital de distrito merece mais em termos de cinema e de oferta para um público cinéfilo e para um público geral”, concordou Daniel Maciel, sublinhando ainda o trabalho de promoção e divulgação de cinema que a associação Ao Norte tem feito na cidade.

O DOC[iN] – Festival Internacional de Documentário de Viana é organizada pela associação Ao Norte, em colaboração com a câmara municipal de Viana do Castelo.

Anteriormente, a associação Ao Norte também organizava o MDOC – Festival Internacional de Documentário de Melgaço, mas este deixou de ter continuidade devido à falta de apoio financeiro da autarquia.

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‘Acreditar de Novo’ reconstrói jornada até o tetracampeonato em 1994

Marcus Vinícius Beck

Baggio, Roberto Baggio, perdeu. Mandou por cima da baliza. Mas o italiano não erra, poucas vezes falhou, por que desperdiçaria uma penalidade máxima agora? A bola deveria beijar o ângulo de Claudio Taffarel. E não beijou. O Brasil virou o primeiro tetracampeão, em 1994.

A câmera enquadra o camisa 10 da Azzurra. Está com a mão na cintura, olha para a marca da cal, expressão incrédula. Começa o doc “Tetra: Acreditar de Novo” (Netflix), dirigido por Luis Ara: a desacreditada seleção de Carlos Alberto Parreira conquistou a Copa após 24 anos.

Na TV Globo, Galvão Bueno se esganiça. “Acabou, acabou! É tetra, é tetra, é tetra”, grita o narrador, abraçado ao Rei Pelé. Mas essa cena, que pena!, não está no filme. De toda forma, inicia-se a festa no Rose Bowl, em Pasadena, Los Angeles, nos EUA, com 94.194 pessoas.

Não importa se foi a primeira final de Copa do Mundo a ficar no 0 a 0. Nem se foi a primeira decidida nos pênaltis. Mário Lobo Zagallo, coordenador técnico, sagrou-se em 17 de julho de 94 o único a participar de quatro títulos mundiais — era jogador em 58 e 62, técnico em 70.

Corta. É 24 de junho de 1990, Brasil e Argentina, oitavas de final da Copa. O Delle Alpi, em Turim, na Itália, viu o lesionado Diego Armando Maradona ajeitar a bola no centro e, como numa tacada de sinuca, enfiar um passe mágico para Caniggia, que saiu na cara de Taffarel.

El Pájaro eliminou a Seleção. E Maradona quase fez o segundo gol argentino em cobrança de falta espalmada por Taffarel. O técnico Sebastião Lazaroni, no entanto, achou que sua equipe jogara melhor. “Criamos mais”, lamentou ao “O Globo”, em 2023, ainda triste pelo placar.

E os culpados?

“Ao final, com a eliminação da Copa, vem a necessidade de apontar o culpado, o responsável ou os responsáveis. Acredito que um dos fatores do insucesso tenha recaído sobre mim”, desabafa, lembrando ter feito parte da transição do futebol arte para o pragmatismo de 94.

Do fracasso à glória — conforme mostra “Acreditar de Novo” —, a jornada foi incerta. A Seleção ia mal nas Eliminatórias. De cara, empatou sem gols com o Equador, sofrendo em seguida uma derrota inédita para a Bolívia, em La Paz, na qual Taffarel cometeu uma falha.

Parreira, agora o técnico, estava ameaçado. Cobravam-lhe Romário, mas o Baixinho não era fácil. Nem seus antecedentes o ajudavam, já que, em 1985, de acordo com Zagallo, o atacante urinou em direção a turistas barulhentos e fez gestos obscenos a prostitutas de Copacabana.

“Em relação a essa colocação, eu espero que não tenha saído dele, pois seria mentiroso. Nunca fiz isso”, rebateu o artilheiro, que brilhara no PSV e era a estrela no Barcelona. “Uma coisa que o meu pai sempre me ensinou foi ter respeito com as pessoas, independente da idade.”

Aquele 19 de setembro de 93 foi decisivo. A Bolívia havia se classificado para o Mundial, obrigando Brasil e Uruguai a disputarem a última vaga. Parreira chegou pressionado ao confronto. Cedeu à pressão popular: Romário convocado. Formaria o ataque com Bebeto.

“Acreditar de Novo” revive jogo decisivo no Maraca

Romário dribla goleiro uruguaio nas Eliminatórias, em 1993 – Foto: Youtube/ Reprodução

No filme “Tetra: Acreditar de Novo”, o Baixinho conta que tinha dois (ou três) objetivos naquele jogo. Um deles, claro, era dar uma caneta num zagueiro celeste, enquanto as outras promessas envolviam sua habilidade maior, o gol. Os tentos saíram no segundo tempo.

Adeus maracanazo, adeus trauma de 50: Romário abriu o placar. Subiu lá em cima e, então, botou a testa na bola. Doze minutos depois, o atacante recebeu em profundidade, com um latifúndio a ser explorado à sua frente. Corria. A torcida observava o ídolo da forma como mais gostava: livre, sem ninguém para marcá-lo, tendo a bola nos pés e o gol diante de si.

Ciente de seu papel, o goleiro Siboldi tentou esticar o cotovelo. Não parou o camisa 11, que aplicou-lhe um debochado drible de corpo e, como um felino, pôs a caça adiante. Aí ficou fácil: Romário levou a redonda aonde gostava. Cem mil pessoas explodiram no Maraca.

Até o dia 20 de junho de 94, quando o Brasil enfrentou a Rússia, Parreira pensou no time ideal para a estreia nos Estados Unidos. Mas, claro, ele não podia barrar o craque de seus titulares. Ao escalá-lo, o placar acabou 2 a 0 para a Canarinha — com um gol de Romário.

Dunga converte cobrança de pênalti na decisão da Copa de 94 – Foto: Netflix/ Divulgação

Campanha

Passada a ansiedade da estreia, a Seleção garantiu a vaga para a próxima fase ao vencer Camarões. Romário marcou no primeiro tempo. Já o terceiro tento nasceu de uma jogada na qual ele driblou o goleiro, mas errou o chute. Bem-posicionado, Bebeto empurrou a pelota.

Em Detroit, pela terceira rodada da fase de grupos, a Seleção Brasileira fez uma partida fraca. Ficou no empate com a Suécia por 1 a 1, mesma equipe que iria enfrentar na semifinal. Inclusive, os brasileiros saíram atrás, mas Romário igualou o marcador no segundo tempo.

Nas oitavas de final, não foi simples superar os donos da casa. O gol só saiu aos 28 minutos da etapa final, quando Bebeto assegurou a classificação às quartas. Depois dessa partida, o Brasil ainda suou para vencer a Holanda — Branco acertou um forte chute de fora da área.

Em meio à muralha sueca, o pequeno Romário (1,68 m) cabeceou após cruzamento de Jorginho. O atacante perderia outra chance, chutando à direita do arqueiro escandinavo. A Seleção, enfim, chegou à final. E você já sabe: Baggio, Roberto Baggio, perdeu aquele pênalti.

Jogadores fazem festa no Rose Bowl, em Pasadena, nos EUA, com 94.194 pessoas – Foto: Netflix/ Divulgação

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Morre aos 86 anos o cineasta Orlando Senna, referência do audiovisual

Morreu na tarde desta terça-feira (9), aos 86 anos, o cineasta, roteirista, escritor, jornalista e gestor cultural Orlando Senna, um dos mais importantes nomes do cinema brasileiro e latino-americano. Segundo informações de familiares e outras pessoas próximas, Senna passou mal na noite de domingo (7), após desenvolver um quadro de broncopneumonia que provocou uma inflamação pulmonar.

Na manhã desta terça, ele foi levado para uma unidade de pronto atendimento (UPA) em Copacabana, na zona sul do Rio de Janeiro, onde precisou ser intubado. Apesar dos esforços da equipe médica para reanimá-lo, o cineasta não resistiu.

Orlando Senna enfrentava problemas de saúde que se agravaram nos últimos anos. A morte dele provocou grande comoção entre cineastas, artistas, gestores culturais e admiradores de sua trajetória.

Biografia

Nascido em Lençóis, na Bahia, em 25 de abril de 1940, Orlando Senna construiu uma trajetória decisiva para o cinema brasileiro. Dirigiu, escreveu e produziu obras que marcaram a cinematografia nacional, entre elas o clássico Iracema, Uma Transa Amazônica, codirigido com Jorge Bodanzky e reconhecido internacionalmente por sua crítica aos impactos sociais da ocupação da Amazônia durante a ditadura militar.

Além da produção artística, teve papel fundamental na formulação de políticas públicas para o audiovisual. Foi secretário do Audiovisual do Ministério da Cultura entre os anos de 2003 e 2007, durante o governo do presidente Luiz Inácio Lula da Silva, liderando iniciativas voltadas à democratização do acesso aos recursos públicos para o setor.

Também foi diretor-geral da Empresa Brasil de Comunicação (EBC) e participou da implantação da TV Brasil. A atuação dele foi reconhecida por instituições culturais e profissionais do audiovisual em todo o país.

Ao longo da carreira, Orlando Senna também foi um dos fundadores da Escola Internacional de Cinema e Televisão de San Antonio de los Baños, em Cuba, ao lado de Fernando Birri e do escritor Gabriel García Márquez, tornando-se referência na formação de novas gerações de cineastas latino-americanos.

Nas redes sociais, amigos, críticos e profissionais do cinema manifestaram pesar pela morte do cineasta. A jornalista e crítica de cinema Maria do Rosário Caetano escreveu: “Adeus, amigo querido. Baiano, carioca, cubano. Orlando Senna (1940-2026): cineasta, escritor, roteirista e gestor cultural. Partiu para encontrar sua amada Conceição Senna. Guardaremos sua figura ímpar em nossos corações e em nossas retinas.”

Homenagem em vida

Há pouco mais de um mês, Orlando Senna recebeu uma homenagem em vida durante a mostra retrospectiva Orlando Senna / Cinema, Brasil e América Latina, realizada na Caixa Cultural Rio de Janeiro, entre 21 de abril e 10 de maio. A iniciativa foi organizada pelas curadoras Diana Iliescu e Sol Moraes e reuniu exibições de filmes, debates, exposição e encontros com o público.

Rio de Janeiro (RJ), 09/06/2026 - FOTO DE ARQUIVO - Cineasta Orlando Senna. Foto: Evaldo Macedo/Divulgação Rio de Janeiro (RJ), 09/06/2026 - FOTO DE ARQUIVO - Cineasta Orlando Senna. Foto: Evaldo Macedo/Divulgação
Cineasta Orlando Senna - Foto: Evaldo Macedo/Arquivo/Divulgação

Segundo Diana Iliescu, a homenagem teve um significado ainda mais especial por contar com a participação ativa do cineasta. “Recebemos a notícia do falecimento do Orlando com muita tristeza. Ele já vinha enfrentando problemas de saúde, mas ficamos muito felizes por termos conseguido realizar essa homenagem em vida. A mostra terminou há apenas um mês e ele participou de todos os debates, recebeu inúmeras homenagens e reencontrou muitos amigos. Foi um momento muito bonito e emocionante”, afirmou.

Diana recorda que a abertura da mostra contou com a presença do ator Antônio Pitanga, que emocionou o homenageado. “Eu vi o Orlando chorar durante a fala do Antônio Pitanga. Foi um encontro muito marcante. E agora, recentemente, o Orlando também prestigiou a mostra dedicada ao Pitanga no CCBB do Rio. Houve uma troca de afeto e reconhecimento entre dois grandes nomes da cultura brasileira”, destacou.

A curadora definiu Orlando Senna como um homem de múltiplos talentos e de enorme generosidade intelectual. “Orlando Senna foi um mestre de muitos ofícios: jornalista, diretor de teatro, escritor, roteirista, cineasta, educador e gestor público. Foi pai de muitos ‘filhos cinematográficos’, agregador de amigos e intelectuais, incentivador de novas lideranças, sempre exercendo com excelência cada um dos seus talentos”, afirmou Diana Iliescu.

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Disclosure Day, la scoperta che anche Spielberg invecchia

Steven Spielberg è uno di quei polverosi supermercati di quartiere dove ti portavano da bambino. Sai che è sempre lì, riconosci l’insegna, ma i prodotti sugli scaffali hanno un che di stantio. Il suo Disclosure Day è l’ennesima prova che i “mostri sacri” di Hollywood faticano a tenere il passo con un’epoca che si muove alla velocità dell’intelligenza artificiale. Un cinema che sembra rimasto al 1977, l’anno di Incontri ravvicinati del terzo tipo.

Disclosure Day si presenta come un ideale infatti come ideale completamento di Close Encounters. I dischi volanti non sono mai andati via e per ottant’anni il governo ne ha nascosto la presenza. Una giornalista del meteo in crisi mistica (Emily Blunt) inizia a parlare in una lingua aliena durante un telegiornale locale (Kansas City), scatenando il panico.

Improvvisamente cerca di incontrare un esperto di cybersecurity (Josh O’Connor) in fuga da truci figuri di una azienda appaltatrice del Pentagono capitanata da Colin Firth e insieme lottano per rivelare la verità al mondo. La regia è ineccepibile come sempre, Spielberg sa costruire l’inquadratura perfetta. Il problema è il contesto. In un’epoca in cui la disinformazione viaggia su TikTok, in cui gli Stati sono in guerra con i droni, l’idea che una giornalista del meteo che parla in lingua aliena in tv sia la scintilla di una rivoluzione globale suona ingenua, quasi naif. È un approccio che profuma di ingenuità anni 80, lontano anni luce dalla complessità odierna.

La televisione qui non è soltanto il mezzo attraverso cui si diffonde la verità, ma è l’arma stessa della rivelazione. Emily Blunt lavora in tv, è il suo palcoscenico e la sua arma. Ma oggi, nel 2026, i complotti si svelano sui social, i leak si leggono su Telegram, i meme anticipano le notizie. L’idea di una rivelazione in diretta tv, con tanto di conduttore, suona come la trasposizione di un romanzo di Michael Crichton o di un film catastrofista anni ’90. È un’operazione nostalgia che non convince.

Poi ci sono le incongruenze narrative. Colin Firth interpreta il potente contractor governativo, un uomo disposto a tutto pur di nascondere la verità. Eppure, in due occasioni, si lascia sfuggire Josh O’Connor. La seconda volta, O’Connor si riporta addirittura via lo zaino pieno di schede di memoria rubate, mentre Firth guarda. Gli inseguimenti, poi, sono imbarazzanti: auto che sgasano, sparatorie che non c’entrano con la presunta serietà del tema, uno 007 dei poveri.

Ma, fortunatamente, la generazione dei “vecchi” registi non è tutta uguale. C’è chi arranca e chi, come Martin Scorsese, ha capito che la tecnologia non è un nemico, ma un nuovo pennello.

Mentre Spielberg sembra fossilizzato sui suoi ricordi, Martin Scorsese, a 83 anni, ha capito che il cinema si è evoluto. Da poco è diventato advisor di Black Forest Labs, una startup di intelligenza artificiale. Ha usato il loro modello generativo FLUX per creare storyboard e visualizzare in anteprima le scene. Lui ha capito che l’AI non sostituisce l’arte ma la potenzia, la aiuta a risparmiare tempo e fatica, e a comunicare meglio la propria visione. Non a caso, ha paragonato l’uso dell’AI alla computer grafica di Hugo o al ringiovanimento digitale de The Irishman.

L’AI sta democratizzando la produzione, abbattendo i costi, permettendo a chiunque di visualizzare le proprie idee. Spielberg, con Disclosure Day, ha dimostrato di non aver capito, lui che pure aveva diretto film futuribili, come Minority Report e Ready Player One. È un peccato, perché il suo supermercato sarà pure ancora aperto, ancora rassicurante ma la merce in vendita è tristemente fuori moda.

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Disclosure Day, E.T. senza meraviglia è un disastro: Spielberg smarrisce il contatto. Gli alieni ci sono ma non ce lo dicono

Non ce lo dicono. E se ce lo dicessero tutte le guerre nel mondo cesserebbero. Steven Spielberg e gli alieni capitolo due (o tre). Per 79 anni l’agenzia Wardex ha celato ai cittadini statunitensi e all’intero pianeta le prove dell’apparizione sulla Terra di astronavi extraterrestri e di alieni dal testone oblungo e occhioni larghi. Ma finalmente un gruppo di esperti della Wardex, capitanati dall’affabile Hugo (Colman Domingo), ruba dai suoi uffici sia filmati che chiavette segretissime, oltre ad organizzare l’incontro rivelatore tra due “esperti”: Daniel (Josh O’Connor), esperto informatico Wardex che traduce formule matematiche in inglese, e Margareth (Emily Blunt), una presentatrice meteo della tv di Kansas City che scopre di avere potere di lettura del cervello e lingua altrui, di telepatia e premonizioni. I due fuggono separatamente e rocambolescamente, in lungo e in largo, dagli sgherri in nero della Wardex, evitando i poteri altrettanto telepatici di mister Scanlon (Colin Firth), capo dell’azienda medesima, fino ad una definitiva resa dei conti che li vedrà comunicare al mondo una sorprendente verità in diretta tv.

Disclosure Day, l’attesissima opera spielberghiana sui marziani, è questa cosa qui. Un frullato insapore action che ricorda esteticamente e produttivamente i film via cavo anni Novanta. E per carità, mica è colpa degli alieni. Anzi. Spielberg si vede che ci tiene, che obamianamente sa che “esistono davvero” e che sarebbe meglio, alla Richard Dreyfuss o alla François Truffaut, mettersi lì a studiare un metodo con cui comunicare. Ma certo è che le meraviglie significanti e poetiche di Incontri ravvicinati del terzo tipo o di E.T. ve le dovete scordare.

Non vogliamo sempre tirare fuori la questione maleducata che in vecchiaia i grandi autori, hollywoodiani e non, finiscono spesso fuori strada. Solo che in Disclosure Day la questione deragliamento è conclamata. Fin dall’orribile sequenza d’apertura con un’incomprensibile soggettiva di un wrestler che viene menato dal suo avversario su un ring. Tra il pubblico è seduto Daniel che, per riavere l’amata fidanzatina rapita, consegna lo zaino pieno di memorie aliene agli agenti Wardex. Nessuno, appunto, deve sapere che dal 1947, insomma dal celebre incidente di Roswell, negli Stati Uniti dischi volanti e alieni volano e atterrano, seppur con qualche disturbo, dialogando con gruppi di umani che alla fine li seviziano e torturano come bestie per la vivisezione.

Non è la prima volta che Spielberg torna alla duplice specularità sfruttamento animale/violenza sugli alieni (c’era latente in E.T.), ma questa volta, complice una sceneggiatura farraginosa e forzatamente pretestuosa di David Koepp (il bordone sulle suore cattoliche per parlare di Dio che ama anche gli alieni è da strapparsi i capelli), non esiste alcuna ricostruzione di immaginario e di atmosfera peculiare. Se si eccettua la classica sequenza spielberghiana alla Indiana Jones, qui molto di maniera, con l’eroe in difficoltà estrema che allunga la mano per salvare l’eroina ancor più in pericolo di lui (qui ci sono due treni in corsa che si stanno per incrociare con Margareth rimasta in mezzo), l’andirivieni piatto e convulso dei due protagonisti per oltre un’ora e mezza più che lanciare il film a mille, ne impone l’inconcludenza di genere e la stramba irregolarità narrativa (si allunga il brodo come non mai, insomma).

È per questo che tante curiose e originali trovate visive come quella degli alieni che si presentano come animali (cervi, procioni, volpi, ma soprattutto il cardinale rosso) per calmare gli umani non riescono a trovare spazio naturale in un insieme esteticamente mal assemblato e poco ispirato, il cui esempio estremo è il ricorrente duello telepatico mentale tra Scanlon e la fidanzata ex suora di Daniel con scambio di iridi (sic) ed esperimenti su sedie del dentista con due ventose attaccate ad un angolo della fronte.

Perfino fotografia e musiche dei veterani spielberghiani Janusz Kaminski e John Williams sembrano una svogliata chiamata alla solita rimpatriata in famiglia. Ricordare che il tema “alieni” conservi in nuce una potenzialità espressiva a dir poco dirompente e infinita, è inchiodare ulteriormente Spielberg in un angolo afono e buio che non meriterebbe affatto. L’ultima traccia di questo pallore creativo è la palette emotiva con cui Spielberg tratteggia i due protagonisti: la Blunt oscilla senza peso specifico tra Kate Capshaw e Goldie Hawn; O’Connor, capace di interpretazioni maiuscole come in Rebuilding e The Mastermind, viene lasciato vagolare come uno stuntman qualunque tra auto fracassate e vetrate infrante.

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Exposição revisita «resistência cultural» do Cineclube de Faro durante a ditadura

A exposição “As Sessões do Cineclube de Faro durante o Estado Novo”, patente na Biblioteca da Universidade do Algarve (UAlg), no campus de Gambelas, a partir desta quinta-feira, dia 11, vai revisitar o papel de «resistência cultural» do cineclube durante a ditadura.

Trata-se de uma iniciativa organizada pelo CIAC – Centro de Investigação em Artes e Comunicação e pela Faculdade de Ciências Humanas e Sociais (FCHS) da UAlg, com o apoio do Cineclube de Faro.

Com curadoria do investigador e coordenador do Grupo de Trabalho em Estudos Fílmicos do CIAC Jorge Carrega, a exposição propõe «uma reflexão sobre o papel desempenhado pelo Cineclube de Faro na promoção da cultura cinematográfica e na dinamização de espaços de resistência cultural durante o período da Ditadura do Estado Novo».

A mostra reúne uma seleção de 30 programas de sessões realizadas pelo Cineclube de Faro entre 1956 e 1974.

Sul Informação

Estes documentos «testemunham a atividade regular desta associação na divulgação de obras cinematográficas nacionais e internacionais».

O percurso expositivo é complementado por cerca de três dezenas de livros e DVD dedicados à história do cinema e à atividade cineclubista, «contribuindo para contextualizar a relevância cultural e social deste movimento».

Ao destacar materiais históricos raramente acessíveis ao público, a exposição evidencia «a importância dos cineclubes enquanto espaços de formação cultural, debate crítico e contacto com cinematografias alternativas», num contexto marcado pela censura e pelas limitações impostas pelo regime.

A inauguração será no dia 11 de Junho, às 17h00.

Uma hora mais tarde, no anfiteatro D do Complexo Pedagógico em Gambelas, decorre uma mesa-redonda sobre o tema “Resistência e Cineclubismo – O Caso do Cineclube de Faro”.

O debate, também integrado no Curso Livre de História do Algarve (exige inscrição prévia aqui), conta com as participações de Ana Isabel Soares, Fernando Leitão Correia, Manuel Dias Afonso, Olga Fonseca e Carlos Afonso.

A entrada é livre e a exposição poderá ser visitada durante o horário de funcionamento da Biblioteca da Universidade do Algarve, de segunda a sexta-feira, das 8h30 às 20h00, e ao sábado, das 9h30 às 15h30.

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Faro recebe evento satélite do Festival da Nova Bauhaus Europeia com dois dias de atividades

O Al-Bauhaus Dream Academy, um evento satélite do Festival da Nova Bauhaus Europeia 2026, realiza-se em Faro nos dias 11 e 12 de Junho, com atividades em vários espaços da cidade.

Esta vai ser «uma oportunidade de conhecer, celebrar e, também, de aprofundar a comunidade Bauhaus no Algarve e os 40 anos de Portugal Europeu», refere a organização.

Durante dois dias, o festival reúne workshops, exposições, cinema e momentos de conversas na capital algarvia, divididas entre Jardim da Alameda, campus da Penha da Universidade do Algarve, direção regional do Instituto Português do Desporto e Juventude e skate park da Penha.

Inspirado pelo movimento Bauhaus, o Al-Bauhaus «convida estudantes, criativos e público em geral a imaginar novas formas de pensar, habitar e construir o futuro».

«Mais do que um evento, é um espaço para experimentar, partilhar ideias e transformar a criatividade numa ferramenta para pensar o Algarve», lê-se.

A Nova Bauhaus Europeia (NEB) é um movimento artístico que começou a ser desenvolvido pela Comissão Europeia em 2020, e que procura traduzir o Pacto Ecológico Europeu e o Acordo Industrial Limpo em mudanças concretas no terreno, «melhorando a vida quotidiana através de soluções sustentáveis para o ambiente construído e estilos de vida».

Este movimento é «uma continuação do Bauhaus histórico» (célebre escola de arte alemã ativa entre 1919 e 1933) e propõe «integrar sustentabilidade, estética e inclusão nas cidades e na vida quotidiana, com respeito pela diversidade de territórios, património e culturas europeias», respeitando os princípios de “belo”, “sustentável” e “para todos”.

A cada dois anos, a Comissão Europeia organiza o festival, que celebra e avalia o progresso da Nova Bauhaus Europeia.

A edição de 2026 do Festival Bauhaus terá lugar em Bruxelas entre 9 e 13 de Junho, mas há uma série de eventos-satélite marcados em toda a Europa.

Pode consultar toda a programação do Al Bauhaus em Faro aqui.

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Projeto artístico em Odemira lança programa para jovens de diferentes culturas

Teatro, cinema, música e dança são algumas das propostas do programa para jovens de diferentes culturas que o projeto artístico “Novo Bowing” promove, entre os dias 15 e 19 deste mês, em Odemira.

A iniciativa Summer Bowing é promovida pela cooperativa cultural Lavrar o Mar, sediada em Aljezur, e vai decorrer na Casa Novo Bowing – Centro para as Relações Planetárias, em Odemira, destinando-se a jovens dos 10 aos 18 anos.

«A Summer Bowing propõe durante seis dias um espaço de criação, convivência e descoberta, onde jovens de diferentes culturas, línguas e percursos se encontram através da arte e da vida em comum», explicou a cooperativa, em comunicado enviado à agência Lusa.

De acordo com a Lavrar o Mar, «mais do que uma escola de verão convencional, a Summer Bowing procura criar experiências de imaginação, autonomia, criação coletiva e encontro intercultural».

«Num território marcado pela diversidade cultural e pela presença de comunidades migrantes de diferentes partes do mundo”, esta iniciativa “afirma-se como uma experiência de encontro entre jovens com origens, referências e sensibilidades distintas, valorizando a convivência, a escuta e a criação artística enquanto ferramentas de aproximação humana», justificou a cooperativa.

Nesse âmbito, ao longo da semana, os participantes poderão explorar atividades ligadas ao teatro, cinema, música, dança, barro, desenho, cozinha e criação coletiva.

O programa inclui «experiências tão diversas quanto inventar personagens, realizar pequenos filmes, criar playlists para a casa, modelar criaturas fantásticas em barro, cozinhar em conjunto, entrevistar pessoas, construir objetos, dançar, escrever, ouvir música ou simplesmente conversar e partilhar tempo em comum», pode ler-se no comunicado.

A programação vai desenvolver-se «num ambiente aberto e colaborativo, onde cada participante pode encontrar a sua própria forma de participar, seja através do movimento, da palavra, da observação, da construção manual, da música ou da convivência quotidiana», explicou a cooperativa.

A iniciativa termina a 21 de Junho, com o Dia Aberto ao Planeta #9, evento promovido regularmente pela Lavrar o Mar e que reúne comunidade, artistas, famílias e participantes em torno de experiências de encontro, criação e convivência.

Nesta edição, o dia funcionará também como momento de partilha pública desta escola de verão, abrindo a Casa Novo Bowing a amigos, vizinhos e curiosos para conhecerem as experiências e criações desenvolvidas ao longo da semana, adiantou a cooperativa.

O “Novo Bowing” é um projeto artístico e social da Lavrar o Mar, que visa promover a integração através da arte, «fortalecendo os laços entre as comunidades oriental e ocidental do concelho de Odemira».

Apoiado pelo programa operacional Alentejo 2030 e cofinanciado pela União Europeia, pela Fundação Calouste Gulbenkian e pela Câmara de Odemira, o projeto é coordenado por Madalena Victorino.

A iniciativa baseia-se em três eixos de intervenção, visando o desenvolvimento de práticas artísticas como ferramenta de inclusão e aprendizagem no contexto escolar, a dinamização de atividades culturais e colaborativas que promovem o encontro e o diálogo, e a valorização do conhecimento e capacitação para a inclusão laboral e social da população migrante.

«Mais do que um projeto artístico, o ‘Novo Bowing’ é um gesto de futuro: uma proposta de encontro onde a arte serve de linguagem comum para imaginar e construir uma comunidade mais coesa, justa e plural», concluiu a Lavrar o Mar.

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Editorial : En tous les cas ne pas s’illusionner sur le rôle réel que l’on joue et les adversaires que l’on se donne par Danielle Bleitrach

Hier j’ai parlé de Braudel et de ses concepts en particulier la manière dont il a mis en évidence que le capitalisme n’avait jamais été le « marché » parfait mais un marché basé sur un mode d’hégémonie fonctionnant sur une zone d’ombre. La classe dominante capitaliste a toujours établi des règles dont elle s’émancipait tandis qu’elle les fait subir dans toute la rigueur possible à ceux qui sont soumis. On peut considérer que c’est cette fiction du marché et du libéralisme qui lui est associé qui s’effondre en tornade avec Trump ses guerres hybrides, l’affirmation fasciste du droit de la grande puissance, ce cirque grotesque, puéril et effrayant a été précédé d’une tendance lourde pour ceux qui l’ont subie en blocus, interventions destructrices y compris chez les démocrates, qui s’exhibe aujourd’hui sans complexe. jusqu’aux alliés invités à participer à la curée ce qui ne les a jamais gêné, mais avec l’abandon des formes et qui jouent les mondains vexés mais qui suivent, anticipent même, revendiquent d’être considérés.

Le paradoxe dont il sera question aujourd’hui est comment en France, dans les élites poltico- médiatique se maintient la croyance dans la suprematie d’un tel système alors qu’il déborde sur les « alliés » comment il cautionne une division des rôles tel que pour le peuple français même si la foi est ébranlée, il reste l’incapacité à s’y opposer, une tendance qui existe aussi au plan international, c’est la résistance et la contestation qui est « criminalisée » diabolisée et là aussi nous sommes dans une tendance qui s’est développée sur des décennies .

Si l’impérialisme renonce à sa propre légalité et revendique la loi de la jungle, l’escalade apocalyptique, il reste la manière dont l’autorité devient superstitieuse sur le mode d’une sorte de théologie., la « démocratie » de ce type devient les saintes écritures et la révolte diabolique.

La diabolisation gratuite de l’adversaire, un adversaire le plus souvent créé de toute pièce, justifierait une telle fureur qui fait de la crainte l’ultime mode de gouvernement : Si les hommes pouvaient régler toutes leurs affaires suivant un dessein arrêté ou encore si la fortune leur était toujours favorable, ils ne seraient jamais prisonniers de la superstition. Mais souvent réduits à une extrémité telle qu’ils ne savent plus que résoudre, et condamnés, par leur désir sans mesure des biens incertains de fortune, à flotter presque sans répit entre l’espérance et la crainte, ils ont très naturellement l’âme encline à la plus extrême crédulité ; est-elle dans le doute, la plus légère impulsion la fait pencher dans un sens ou dans l’autre, et sa mobilité s’accroît encore quand elle est suspendue entre la crainte et l’espoir, taudis qu’à ses moments d’assurance elle se remplit de jactance et s’enfle d’orgueil. »

C’est la préface de Spinoza dans le traité théologico politique. Ou la démonstration que dans cette incertitude malheureuse à laquelle les peuples sont réduits, le recours à la superstition est encore le meilleur moyen de gouverner les êtres humains et même d’en arriver à leur faire aimer leur ignorance aliénée comme s’il s’agissait de leur bien le plus précieux.

Quand un pauvre choisit un tel système il a illustré cette crédulité superstitieuse qui exigé de lui pour maintenir une autorité qui a perdu tout fondement légitime.

Celui qui ne partage pas la crédulité générale devient un ennemi qui mérite tous les traitements et c’est pour cela qu’il parait vain de s’opposer à la censure dans un tel système parce qu’il se trouvera toujours quelqu’un pour subodorer que vous l’avez mérité et parce que les autres s’écarteront comme si vous étiez contagieux. .

C’est dire si j’ai pour ma part renoncer à lutter contre la censure et les diffamations dont mes pareils sont victimes, le problème est beaucoup plus vaste, j’ai découvert à quel point la volonté de faire taire ce qui exprimait un point de vue communiste réel ou même une contestation des saintes écritures de la démocratie impérialiste relevait d’un phénomène beaucoup général qui substituait à la remise en cause des règles, l’idée de transformation se heurtait en la foi dans la personne, dans le sauveur qui s’identifiait à la fuite en avant.

IL Y A LE CAS ETRANGE DE L’EUROPE

Un exemple : un aujourd’hui article décrivait comment le président de l’Arménie avait mis en prison des candidats d’Arménie forte le parti pro-russe, sans la moindre explication. Un commentaire s’exclamait : c’est très bien c’est là où devraient être tous les partisans de l’ignoble Poutine. Pour ceux qui ont un minimum de connaissance de la situation arménienne et de qui est  le premier ministre, Nikol Pachinian, le vainqueur du scrutin, avoir une telle conviction non seulement augure mal de l’argument démocratique par lequel est vendu l’adhésion à l’UE mais de l’avenir de ce malheureux pays .Pour faire simple avec la carotte de l’intégration à l’Europe, l’Arménie a accepté de fait de rétablir les relations avec l’Azerbaïdjan, qui s’étaient envenimées avec la fin de l’URSS et l’influence turque. Epuisé le peuple arménien espère une protection et une paix par la réddition sur un mode assez proche de celui qui s’est imposé en Syrie ou au Liban, ce sont les seules « sécurité » que l’UE offre et derrière lesquelles se profile le couple USA-Israël dont il devrait ne plus être besoin de décrire ce qu’on peut en attendre .. Ce « choix est en effet celui de l’exigence ‘une rupture avec deux partenaires historiques, la Russie et l’Iran. Moscou a déjà manifesté une irritation croissante face au rapprochement de l’Arménie avec l’Occident et le Kremlin a averti qu’un désengagement plus marqué pourrait entraîner une révision des conditions préférentielles d’approvisionnement en gaz naturel, composante essentielle de l’économie arménienne. Ce scénario est le miroir aux alouette dans lequel sont entraînés des pays jadis dans l’ère soviétique et qui paradoxalement attendent de l’UE ce qu’elle ne leur apportera pas la paix de l’UNion sovietique.

Et l’Arménie n’est qu’un cas parmi d’autres, le rôle que la France de Macron joue est là comme ailleurs d’être le supplétif des anglosaxons dans l’assaut de la Russie., il est la fiction d’une Europe autonome, impuissante et pleine de jactance.

Le mirage de l’Union européenne pour des populations qui ont perdu toute perspective, ont de graves difficultés fait de cette UE un mirage tel que critiquer le gouvernement revient à s’opposer à  l’Europe elle-même : la politique est alors réduite à un changement d’hommes, les autres étant plus ou moins convaincus de n’être là que pour leurs intérêts et la personnalisation jouant plus que les règles qui aboutissent à de telles dévalorisation, la corruption, les moeurs…

Que dire du régime ukrainien? Là encore la seule réponse que me fit un militant pourtant encarté au parti communiste il y a peu fut: le régime de Zelenski ne peut pas être pire que celui de Poutine. Là aussi cet état étrange ne date pas d’aujourd’hui. Que peut-on reprocher à ce militant quand il ignore tout de la réalité de ce qu’a été la fin de l’URSS, quand le parti communiste de la fédération de Russie est interdit dans les colonnes de l’humanité. Cet effet de censure ne s’est pas installé en jour: en 1994, Jacques Dimet interviewait pour l’hebdomadaire Révolution le dit Ziouganov,. Déléguée par le PCF en Inde, je le rencontrais à Chandigarh dans le Penjab, où il nous ‘expliquait à moi et à Risquet, délégué de Cuba, comme je l’étais pour le PCF alors parti de « gouvernement », (celui qui a le plus privatisé), que les communistes allaient reconquérir le pouvoir.

Il est trop tôt a commenté Risquet, alors que les Cubains étaient déjà entré en résistance, c’étai la période spéciale. Il voyait juste, effectivement cela aurait déclenché une guerre civile, les Etats-Unis régnaient en maitre et les Russes étaient trop traumatisés pour recommencer l’épopée… Il a fallu un autre processus, mais Ziouganov est un grand dirigeant, un sage qui aurait beaucoup à nous dire… quelle manque à gagner qu’une telle expérience soit il désormais censuré, le KPRF n’existe même plus.

Cette censure s’avère une contribution à la liquidation du communisme pour les Français puisque l’interdit est tel qu’il commence à englober tout ce qui est « communiste » , le système perdurera avec le congrès, c’est vraisemblable, il est littéralement enkysté. Mais au-delà de l’interdit communiste c’est le fascisme que l’on autorise, c’est une conception de la sécurité qui à l’échelle planètaire favorise la guerre contre les pauvres, et qui leur interdit de connaitre la proposition d’autres issues, il ne reste à ces malheureux que la crédulité et la diabolisation, l’attente d’un sauveur qui balayera ce qui les opprime et qui paraîtra « hors système ».

VOUS ENRôlER DANS LA GUERRE HYBRIDE ET HORS LIMITE PAR LE MIRAGE

On me dira que j’exagère la cécité de ce landernau politique mais comment ne pas voir qu’il fonctionne sur une ignorance crasse des FAITS, de l’Histoire comme de la geopolitique. Quand à l’oNU l’Allemagne et les Philippines, les deux proches des USA ne sont pas « élus au conseil de sécurité parce qu’ils représentent une insécurité maximale pour toutes les nations de l’Assemblée de l’ONU, qui mesure ce qu’est le Kirzighistan l’Asie centrale? Ce qui se joue partout pour empêcher le terrorisme, les explosions… les guerres hors limite, hybrides.

Parce que la question est bien là, si quelques peuples cèdent au mirage de l’adhésion à l’UE c’est un facteur de division et de polarisation supplémentaire, en tous les cas l’hégémon occidental ne représente plus la sécurité et sans hostilité réelle se multiplient les dynamiques régionales qui s’en écartent., ce qui domine est la peur, la recherche de protection ou du moins la tentative d’échapper à la fureur aveugle.

Se multiplient pourtant les manifestations de la nocivité d’un tel système, qu’il s’agisse de ce qui se passe au Moyen Orient, en Afrique, à Cuba, en Amérique latine partout non seulement l’hegemon crée les conditions de la misère pour les peuples auquel il s’attaque mais il s’emploie désormais à ce que les conséquences comme dans le cas du détroit d’Ormuz ou des guerres tarifaires s’élargissent à toute l’humanité, en devienne la punition qui inspire la crainte. C’est le cas du blocus de Cuba où l’on s’emploie à interdire qu’il soit apporté du pétrole mais encore à faire partir les investisseurs étrangers. C’est le blocus « le plus long de l’histoire » et maintenant « le plus cruel et le plus inhumain ».Cuba a connu des situations difficiles mais celle-ci est la pire de toutes et l’atmosphère d’escalade entretenue rend toujours plus terrible pour les petits pays la manière dont l’impérialisme est acculé à s’en prendre à des peuples désarmés, aucune loi ne les protège plus.

Ce qui est interdit c’est toute manifestation de souveraineté et l’UE n’est plus exclue. En revanche, il y a un espoir de voir ce fléau endigué il réside dans le monde multipolaire et dans les résistances diabolisées c’est le parti pris d’Histoire et societe et c’est à ce titre qu’il a subi les mille et une forme de la censure des saintes écritures, la diaibolisation , le silence et l’invite à reconnaitre que c’est de notre faute, les mille et une trahison des culs bénis ou que l’on a transformé en tels dans des factions, des sectes, des gens qui ne veulent plus entendre parler de ça.

L’IGNORANCE ENKYSTEE

La Russie lors du récent Forum économique international de Saint-Pétersbourg (SPIEF), le vice-Premier ministre russe Dmitri Chernishenko a envoyé un message fort à la communauté internationale : la Russie est prête pour une expansion massive à long terme à Cuba. Cette annonce n’est pas un hasard ; elle répond directement à la crise complexe de l’île, aggravée par le retrait des capitaux européens et des chaînes hôtelières. Comme la Chine, des pays qui sont déjà en train pour leur propre compte de faire face à l’agression sont les seuls d’où émane un message clair celui qui dénonce la fascisation qui n’attend pas les échéances électorales mais qui est déjà là sous une forme globale, geopolitique alors que nous sommes la proie d’une vision sanctifiée de l’occident, de sa démocratie et tout ce qui la conteste va a contrario de cette conception religieuse de notre « salut ». En fait voici bien longtemps que s’est substitué à la démocratie les inventions multiples qui obligent les autres à penser comme eux.

Et aujourd’hui où ils agissent avec de moins en moins de scrupule ils continuent à attribuer à la démocratie confondue avec la suprématie y compris raciste le pouvoir de vaincre le mal absolu ou désigné comme tel. Nul ne peut s’opposer à leur arbitraire sauf être convaincu d’appartenir à l’espèce des damnés et être interdit de parole, d’hymne, de drapeau avec l’assentiment de tous.comme aux jeux olympiques ou plus grotesque encore à Roland Garros. C’est leur toute puissance destructrice qui se joue et quand nous sommes incapables d’en voir le caractère global et que partout c’est l’adversaire qui est convaincu de mériter son sort nous acceptons d’être gouvernés par la crédulité.

Qui échappe à un tel état de superstition, en ce qui concerne l’expérience que j’en ai : personne! Que peut-on espérer ? Une accélération de l’histoire déjà perceptible, il y a moins de résistance à accepter de reconsidérer les préjugés dans le grand public que dans les groupes plus idéologisés… Mais chez ces derniers l’impression d’un savoir immédiat demeure l’obstacle comme l’illusion que le changement de leader résout tout. alors qu’il faut accroitre le niveau politique, défendre les règles existantes pied à pied et en conquérir d’autres. Qui sera capable d’apaiser tout en mobilisant ? Peut-on ignorer un tel contexte ?

En tous les cas ne pas s’illusionner sur le rôle réel que l’on joue et les adversaires que l’on se donne.

danielle Bleitrach

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