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Mondiali, la Rai taglia la cerimonia d’apertura per il Tg1: interrotta Shakira proprio nel momento clou. Polemiche sul web, poi l’ammissione: “Errore di timing”

Non siamo ai livelli delle gaffe di Paolo Petrecca durante la cerimonia d’apertura delle Olimpiadi di MilanoCortina 2026, ma poco ci manca. Dopo averla pubblicizzata per diverse settimane, la Rai ha deciso di tagliare la cerimonia d’apertura dei Mondiali 2026 su Rai 1 dopo 10 minuti dall’inizio per lasciare spazio a mezz’ora di Tg1, dalle 20 alle 20:30. Una scelta che non è passata inosservata agli utenti, scatenati su X dopo la decisione della televisione di stato.

La diretta è poi ripresa poco dopo le 20:30, per la trasmissione della parte finale della cerimonia d’apertura, finita poco prima delle 21 per lasciare spazio a MessicoSudafrica, match inaugurale dell’edizione 2026 della Coppa del Mondo. Scherzo del destino, la Rai ha dovuto interrompere la diretta proprio mentre Shakira – artista di punta della cerimonia inaugurale – era nel pieno della sua performance. A condire il tutto, un audio disturbato, quasi ambientale. Per chi non possiede l’abbonamento a Dazn, quindi, non è stato possibile seguire la cerimonia integralmente.

Sulla questione è intervenuta successivamente la Rai: “In merito all’interruzione della cerimonia di apertura dei Mondiali di calcio, si precisa che la Rai ha operato nel pieno rispetto delle indicazioni e dei vincoli editoriali e tecnici stabiliti dalla Fifa per la gestione dell’evento. La programmazione della diretta era regolata da una tempistica rigorosa, condivisa con l’organizzazione internazionale, che prevedeva passaggi obbligati tra i diversi momenti della trasmissione”.

La nota poi prosegue: “L’interruzione 1 minuto prima della conclusione della performance musicale di Shakira – prosegue la Rai – è da attribuire a una valutazione operativa legata al rispetto della scaletta e al passaggio di linea al TG1. Si è trattato di un errore nella gestione del timing finale, per il quale Rai esprime rammarico verso il pubblico. Resta confermato che tutte le altre fasi della copertura sono state realizzate in coerenza con le indicazioni ricevute e con gli standard editoriali del servizio pubblico. La Rai ribadisce il proprio impegno a garantire una copertura sempre più attenta e puntuale dei grandi eventi internazionali“.

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Passando all’evento, l’inizio della cerimonia ha visto un pallone dorato al centro del campo poi diventare una Coppa del Mondo gigante mentre ballerini in costume tradizionale danzavano rimandando alla storia del Messico e della sua millenaria civiltà. Poi riflettori tutti puntati su Shakira. La pop star, colombiana ha presentato insieme a Burna Boy il nuovo brano ufficiale per questa edizione della coppa del mondo: ‘Dai Dai‘.

La voce di Andrea Bocelli ha invece intonato l’inno di questi Mondiali, dal titolo ‘Dna’. Una performance, quella del cantante italiano, che ha conferito al brano solennità e intensità emotiva. “Tornare a Città del Messico, una città che mi ha sempre accolto con straordinario calore, mi riempie di gioia e gratitudine“, ha detto Bocelli evidenziando anche quanto sia speciale condividere questo progetto con la cantante sudcoreana EJAE, Megan Thee Stallion e David Guetta. Presenti anche diverse star locali, come Alejandro Fernández che ha cantato l’inno nazionale messicano e Ryan Castro insieme a J Balvin per un’esibizione speciale.

L’attrice, regista e produttrice messicano-americana candidata all’Oscar Salma Hayek Pinault è scesa in campo come ambasciatrice della Coppa del Mondo dando il “benvenuto in Messico”. La cerimonia, così come le altre due in programma in Usa e Canada, sono state curate da Balich Wonder Studio, di Marco Balich, regista italiano: sedici cerimonie olimpiche e paralimpiche – da Torino 2006 a Milano Cortina 2026 – sei finali di UEFA Champions League e i Mondiali di Qatar 2022 e questa sera il kick off con la prima delle cerimonie. “Il simbolo unificante per eccellenza della Fifa è la Coppa del Mondo – racconta Balich a Dazn – C’è una celebrazione dello sport con un finale che va a celebrare la Coppa“. Tra le crescenti proteste e tensioni sociali nella capitale messicana, oltre 80mila tifosi, tutti coloratissimi, hanno assistito alla cerimonia pronti poi a fare il tifo per le due squadre. Ma decine di migliaia di persone hanno assistito allo show anche all’esterno dello stadio, con Città del Messico di fatto letteralmente paralizzata.

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Ronaldo a Bocelli: “Ti ho visto con Sinner. Sono geloso di entrambi, mi sono innamorato”. Il video dell’incontro

Un incontro tra due leggende amate in tutto il mondo nel backstage del Fifa Countdown Concert, l’evento che ha dato ufficialmente il via al conto alla rovescia verso i Mondiali di calcio 2026. Andrea Bocelli e Ronaldo Luís Nazário de Lima ‘il Fenomeno’ si sono ritrovati dietro le quinte della manifestazione, regalando ai presenti un siparietto spontaneo e divertente. Nel video diffuso sui social, l’ex fuoriclasse brasiliano, all’Auditorio Nacional di Città del Messico, si rivolge a Bocelli in un fluente italiano e scherza sul recente incontro del tenore con Jannik Sinner. “Mi sto allenando a tennis, ho visto che ti sei incontrato con Sinner. Ero geloso di tutti e due, mi sono innamorato di tutti e due“, dice Ronaldo sorridendo. Poi aggiunge parole di stima per il campione altoatesino: “È una persona molto brava“.

Colpito dall’italiano dell’ex attaccante di Inter e Milan, Bocelli gli fa notare: “Però parli ancora bene italiano“. Pronta la replica di Ronaldo: “Eh sì… otto anni di calcio“, ricordando con ironia il lungo periodo trascorso nel campionato italiano. Un momento di grande empatia tra due protagonisti assoluti delle rispettive discipline, che sta rapidamente conquistando il pubblico sui social, unendo nel segno dello sport e della musica due figure entrate da tempo nell’immaginario collettivo internazionale. Bocelli tra qualche ora sarà protagonista anche dell’apertura ufficiale dei Mondiali di Calcio 2026, dove si esibirà con l’inno della manifestazione, “DNA“, firmato dallo stesso tenore con David Guetta, Megan Thee Stallion e Ejae.

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Disabilità nello sport e nelle fiabe: dal ParaMondiale al Mago di Oz, passando per due letture

di Marco Pozzi

In questi giorni d’inizio mondiale di calcio mi è capitato di discutere con amici sulla possibilità di organizzare un ParaMondiale, dopo il torneo principale, alla maniera in cui le Paralimpiadi seguono sempre le Olimpiadi: calcio integrato, per non vedenti, in carrozzina: discipline già esistenti o ancora da progettare.

D’altronde, Olimpiadi e Mondiali sono due eventi simili per portata planetaria, che scandiscono il nostro tempo, alternandosi ogni due anni, come un metronomo delle società.

Insieme alla divagazione sul ParaMondiale di calcio, qui mi piace segnalare due bei libri sulla disabilità, che ho letto da poco. Il primo è Eccentrico di Fabrizio Acanfora (editore Effequ, 2022): a 39 anni all’autore viene diagnosticata una forma di autismo. C’è un prima e un dopo quel momento, un sé prima e un sé dopo, diverso. Una specie di tortura, “vigilanza permanente”, che rende ogni secondo faticosissimo, soprattutto se si fa musica, come l’autore, e si è ossessionato dai rumori, e “il canale preferenziale di entrata delle informazioni esterne è l’udito” (p. 102).

Il libro è un racconto sincero e intenso, un reportage di sé stesso, di com’è star chiuso nei propri pensieri, crearsi routine e ripetibilità per non cedere alle distrazioni laterali, com’è vivere con ridotta capacità di astrazione rispetto alla capacità di vedere i pensieri (quando si pensa un appuntamento, quando si scrive un racconto, tutti i dettagli afferrano l’attenzione), e di come si riempiono le giornate con la musica, studiando clavicembalo e pianoforte.

Il secondo libro è Deforme di Amanda Leduc (editore Nottetempo, 2025), dove l’autrice, che soffre di una lieve paralisi cerebrale e di emiplegia spastica, analizza le disabilità presenti nelle fiabe, spesso elemento centrale della storia: la bestia in Bella e la bestia, la strega con la stampella di Hansel e Gretel, le trasformazioni nelle favole dei fratelli Grimm, i brutti principi e i ranocchi; oppure le disabilità nei cartoni animati, quali il gobbo di Notre Dame, i nani che aiutano Biancaneve, il naso deforme di Pinocchio, o la Fiona in Shrek, trasformata da principessa in orchessa per maledizione di una fata.

Viene in mente la commovente Elsa, in Frozen, col suo potere di manipolare ghiaccio e neve, all’inizio incontrollabile, tanto da costringerla a lasciare la città e ritirarsi da eremita, prima d’essere salvata dalla cara sorella, che Elsa involontariamente aveva quasi ucciso mentre scopriva i suoi poteri. Il superpotere come disabilità, come scarto nefasto dalla normalità (lo dimostra anche l’ultimo “ragno” di Nicolas Cage in Spider-Noir, fra quei supereroi che vorrebbero essere “normali”).

Nelle fiabe particolare è il Brutto Anatroccolo, diverso, emarginato, il quale cresce e si scopre diventare un bellissimo cigno. E il cigno, qui animale simbolo di bellezza (un super potere quasi), lo è altrettanto di bruttezza nei Cigni selvatici di Andersen e nei Sei cigni dei fratelli Grimm, dove undici principi e sei fratelli vengono trasformati in cigni da una matrigna e da una regina malvagia. Si è belli o brutti a seconda del paragone: l’essere cigno, in fiabe diverse, in realtà diverse, può essere un privilegio oppure una condanna.

Per tornare allo sport, il discorso fa venire in mente i quattro personaggi del Mago di Oz: lo Spaventapasseri senza cervello, l’Uomo di Latta senza cuori, il Leone senza coraggio, oltre a Dorothy, che è sola in terra straniera. Ognuno ha una disabilità, insieme sono una squadra impegnata verso un obiettivo comune, che è raggiungere Oz. I quattro hanno obiettivi individuali – il cuore, il coraggio, il cervello, tornare a casa – ma gli obiettivi individuali si fondono in un agire condiviso, che li porta a collaborare l’un l’altro, ciascuno coi propri punti di forza a coprire i punti di debolezza del compagno. Sembra di ascoltare alcuni discorsi di Julio Velasco, che nella definizione dei ruoli identifica un meccanismo chiave per il funzionamento della squadra sul campo.

La durezza dell’Uomo di Latta spezza i pungiglioni delle api nere, le cornacchie sono uccise dallo Spaventapasseri, il ruggito del leone mette in fuga i minacciosi Winkie. Ciascuno con le sue abilità e disabilità, in un viaggio che è una partita, il campo che è l’intero Regno di Oz (una realtà altra rispetto al Kansas di Dorothy), come in un nuovo sport inclusivo.

C’è poi un aspetto mentale. Il “Grande e Terribile Oz” si presenta ai quattro in maniera diversa: una grande testa a Dorothy, una donna magnifica allo Spaventapasseri, un mostro all’Uomo di Latta, una sfera di fuoco al Leone. La suggestione si rompe quando i protagonisti scoprono che Oz è in realtà un anziano e piccolo ventriloquo, arrivato in mongolfiera e scambiato dagli abitanti locali per divinità. Ma l’illusione non svanisce, solo s’interrompe: per soddisfare il desiderio dello Spaventapasseri Oz gli mette in testa crusca e spilli, all’Uomo di Latta infila nel petto un cuore di seta, al Leone offre una bevanda presentandola come coraggio liquido.
Questa la storia dei quattro atleti del Mago di Oz.

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Mondiali, la Fifa vieta ad Haiti di indossare la maglia sull’indipendenza con omaggio alla Polonia: “È politica”

La nazionale di Haiti è stata costretta a cambiare il design della sua maglia per i Mondiali perché per la Fifa è troppo politica, a pochi mesi di distanza dalla modifica delle divise per le Olimpiadi invernali. La maglia, prodotta dall’azienda colombiana di abbigliamento sportivo Saeta, originariamente raffigurava la battaglia finale della Guerra d’Indipendenza haitiana del 1804 sul davanti. L’immagine è stata respinta durante il processo di approvazione della Fifa. Saeta ha dichiarato mercoledì in un comunicato che si atterrà al divieto, pur precisando che il design “non era inteso come una dichiarazione politica“, bensì come un “omaggio agli uomini e alle donne che contribuiscono ogni giorno al futuro di Haiti”. La maglia presentava il blu a richiamare il mare e il rosso a simboleggiare la “forza e la passione” della nazione, ha affermato l’azienda.

Durante la rivoluzione di Haiti contro il dominio francese, Napoleone Bonaparte inviò altre truppe per reprimere la rivolta, tra cui circa 500 soldati provenienti dalla Polonia che – nonostante inizialmente fossero schierati con i francesi – si identificarono successivamente con la causa degli haitiani, condividendo il desiderio di libertà. Per questo decisero di cambiare schieramento, contribuendo all’indipendenza di Haiti nel 1804. In segno di riconoscenza, Haiti concesse loro la cittadinanza onoraria.

I giocatori hanno indossato la maglia ora vietata in un’amichevole contro il Perù la scorsa settimana. Il modello originale risulta attualmente esaurito sul sito di SaetaUSA. Analogamente, il Comitato Olimpico Internazionale aveva richiesto la rimozione dell’immagine del padre fondatore di Haiti, Toussaint Louverture, dalle uniformi indossate da Haiti durante la cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici Invernali di Milano Cortina, ritenendo che violasse le regole olimpiche che vietano i simboli politici. Haiti è ampiamente considerata la prima nazione caraibica indipendente, fondata da ex schiavi in seguito a una rivolta di schiavi andata a buon fine. La nazionale haitiana fa l’esordio nella Coppa del Mondo sabato contro la Scozia a Foxborough, nel Massachusetts, per poi affrontare il Brasile, cinque volte campione del mondo, il 19 giugno a Filadelfia e il Marocco il 24 giugno ad Atlanta.

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La rivincita di Omar Artan: respinto dai Mondiali negli Usa, dirigerà la Supercoppa UEFA. Ceferin: “Vogliamo mostrargli rispetto”

Omar Artan, l’arbitro somalo designato ai Mondiali al centro del mondo dopo esser stato respinto dagli Usa, dirigerà la finale della Supercoppa Uefa tra Paris SaintGermain, vincitore della Champions League, e l’Aston Villa, che invece ha trionfato in Europa League. La storia di Artan, eletto come miglior arbitro africano nel 2025, ha fatto il giro del web negli ultimi giorni: designato per dirigere alcune gare dei Mondiali 2026, dopo esser stato trattenuto e interrogato per 11 ore, è stato respinto negli Usa ed è stato rimandato in Somalia perché considerato “vicino ad alcune organizzazioni terroristiche“. In patria è stato accolto da eroe. Ora la decisione a sorpresa della Uefa.

“Dopo alcuni dialoghi con la Confédération Africaine de Football (CAF), la UEFA ha designato oggi l’arbitro somalo Omar Artan per dirigere la Supercoppa UEFA 2026, che si disputerà il 12 agosto a Salisburgo tra i vincitori della UEFA Champions League, il Paris SaintGermain, e i vincitori della UEFA Europa League, l’Aston Villa. Nonostante la giovane età, Artan si è affermato come uno dei migliori arbitri al mondo ed è iscritto alla lista internazionale FIFA dal 2018. Tra le partite più importanti da lui arbitrate spicca la gara di ritorno della finale di CAF Champions League 2025/26. In riconoscimento delle sue prestazioni, ha ricevuto il premio CAF come miglior arbitro maschile dell’anno 2025″.

Poi il riferimento ai Mondiali del 2026: “Artan era stato incluso dalla FIFA nella lista degli ufficiali di gara per la Coppa del Mondo FIFA 2026, ma non ha potuto partecipare perché non gli è stato permesso di entrare negli Stati Uniti. La decisione di designare Artan come arbitro della Supercoppa UEFA è stata presa nell’ambito del Memorandum d’intesa (MoU) recentemente firmato tra UEFA e CAF per promuovere la cooperazione in molti settori, tra cui quello arbitrale. UEFA e CAF sono unite da un impegno condiviso per lo sviluppo del calcio a tutti i livelli e per la promozione dei valori fondamentali di unità, uguaglianza e non discriminazione”

Sul tema ha parlato anche Aleksander Čeferin, presidente della UEFA: “Omar Artan è un arbitro giovane ma già esperto, che si è distinto ai massimi livelli della Confederazione Africana di Calcio. Il calcio è fatto per unire le persone e la UEFA vuole mostrare il suo rispetto per Omar e per le sue straordinarie capacità arbitrali, che gli sono valse una nomina così prestigiosa. Sono grato al mio amico, il presidente della CAF Patrice Motsepe, per aver sostenuto con entusiasmo la nostra iniziativa”.

A Ceferin ha risposto invece Patrice Motsepe, presidente della CAF: “Omar Artan ha reso estremamente orgogliosi la Somalia e l’intero continente africano. Il premio di Arbitro dell’Anno CAF 2025 e la sua nomina ad arbitro della Coppa del Mondo FIFA 2026 sono un riconoscimento delle sue capacità arbitrali di livello mondiale e del rispetto internazionale di cui gode. Sono molto grato al mio amico Aleksander Čeferin per aver permesso a Omar Artan di arbitrare la partita della Supercoppa UEFA 2026. Questo è un grande onore per Omar Artan e per gli arbitri africani, ed è anche un eccellente esempio di come il calcio possa unire e aggregare persone provenienti dall’Africa, dall’Europa e da tutto il mondo”.

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La strada di Neymar: a Novo Hamburgo spunta il maxi murale dedicato al campione brasiliano

Mancano poche ore all’inizio dei Mondiali e in Brasile sale la “febbre” da Coppa del Mondo. A Novo Hamburgo, un comune nello Stato del Rio Grande do Sul a Porto Alegre, Neymar è diventato un murale di 200 metri dipinto sull’asfalto. Un capolavoro artistico a cielo aperto che si è già trasformato in un punto di pellegrinaggio per tifosi e curiosi.

Si dice che il calcio brasiliano vero si giochi per la strada e quindi quale posto migliore per dedicare un ritratto al numero 10 della Seleção. La strada, in via João Pessoa, è stata cosparsa di vernice verde, oro e blu, i colori della maglia della nazionale, trasformandola in un tributo urbano di 850 metri quadrati di superficie calpestabile. L’opera, come riporta il giornale locale Globo Esporte RS, è stata completata tra il 6 e il 7 giugno da sei artisti urbani: Rafael Jung, Nosg, Bart, Chimia, Joca e Jefferson.

La realizzazione si inserisce in un più ampio progetto di riqualificazione urbana pensata dal polo culturale Galeria 5. Fin dal principio è stato pensato come evento collettivo, durante il quale i residenti del luogo hanno potuto osservare in diretta l’evoluzione del disegno mentre intorno erano stati allestiti mercatini per scambiarsi le figurine dei Mondiali e food trucks.

RUA DO NEYMAR! ????????

Neymar ganhou uma pintura de cerca de 200m na esquina das ruas João Pessoa e Voluntários da Pátria, no Rio Grande do Sul. A homenagem ao craque foi feita por artistas locais. Curtiu, torcedor? ????⚽

???? @tudodecima_

*Contém legenda automática#ViveNaGentepic.twitter.com/mskhusq21I

— sportv (@sportv) June 10, 2026

La scelta di Neymar non è stata casuale. Non solo è il marcatore più prolifico della nazionale, ma è anche l’idolo del suo Paese. Basta guardare ai cori, alle esultanze e anche alle lacrime dei brasiliani dopo aver scoperto che mister Carlo Ancellotti aveva convocato il numero 10 per quello che sarà il suo ultimo Mondiale. Poco dopo però il Brasile aveva passato giorni di apprensione a seguito di un infortunio al polpaccio riportato dal campione ex Barcellona e Psg, che ne aveva messo a rischio la presenza. Che ci sarà sembra ormai fuori dubbio, resta solo da capire quanto giocherà.

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L’ossessione della Norvegia per la propria dieta: ai Mondiali con 300 kg di salmone, 116 di formaggio e tre chef

In assenza dell’Italia, il Mondiale 2026 ha già la vincitrice dello scettro di Nazionale più attenta alle proprie abitudini alimentari. Dimenticate il gourmet della Francia, non c’entra nemmeno l’antica tradizione del Giappone. Il titolo va alla Norvegia. La Federazione non farà mancare nulla a Erling Haaland e compagni in occasione della prima partecipazione alla Coppa del Mondo dopo 28 anni. Tutto è stato pianificato a puntino da novembre 2025.

A decidere quale sarà il menù dei giocatori e dello staff, sessanta persone in totale, sono stati tre chef: Christian Karlsson, che si occupa della cucina della squadra dagli Anni Novanta, Aron Espeland ed Eirik Tufte, solitamente in cucina al Cru di Oslo, ristorante segnalato dalla guida Michelin. L’obiettivo era quello di portare le materie prime direttamente dalla Norvegia per riempire i quattro buffet al giorno previsti nel corso della manifestazione, come ha svelato il quotidiano norvegese VG.

Nel ritiro di Greensboro, nella Carolina del Nord, ci sono tre cibi che certamente non mancheranno. La Norvegia ha infatti deciso di spedire negli Stati Uniti ben 300 chili di salmone, 116 di un formaggio locale, il brunost, fatto con siero, latte di scarto e panna. Il brunost ha un caratteristico colore marrone ottenuto separando la cagliata, utilizzata per produrre i formaggi tradizionali, e tenendo il siero che, una volta bollito con la panna, finisce per caramellizzarsi con il calore. Non è finita: il ct Ståle Solbakken e i suoi giocatori avranno a disposizione anche 6.000 arance.

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Mondiali 2026 al via, dalle stelle a Curaçao tutti i numeri della Coppa che è un inno al gigantismo e al trumpismo

L’ultimo giro di giostra per Leo Messi, Cristiano Ronaldo, Luka Modric, Edin Dzeko, Guillermo Ochoa, Manuel Neuer, quasi sicuramente Neymar e chissà Harry Kane. Il debutto di Lamine Yamal, Erling Haaland, Désiré Doué, Kerim Alajbegovic, Florian Wirtz, Nico O’Reilly. L’esordio assoluto di nazionali come Capo Verde, Curaçao, Giordania e Uzbekistan. Il ritorno di R.D. Congo e Haiti (dopo 52 anni), Iraq (40), Austria, Norvegia e Scozia (28), Turchia (24). Quarantotto squadre al via, un pieno di partite (104), una maratona di 39 giorni, tre nazioni, altrettanti fusi orari, variazioni climatiche anche di 25 gradi, prezzi esorbitanti dei biglietti – il doppio di Qatar 2022 – e un diluvio di denaro tra sponsor, televisioni, annessi e connessi. A voi il Mondiale 2026 Usa-Canada-Messico, tre paesi organizzatori, ma gli Stati Uniti di Trump a dettare legge, e qui sulla parola legge si può discutere dove portino le politiche del presidente Donald, con il silenzio che diventa assenso della Fifa di Gianni Infantino. Un avvocato, pensa te, che attraverso la Gazzetta dello Sport ci racconta la favola del miglior mondiale di sempre. Dimenticavamo: manca l’Italia, alla terza bocciatura di fila e distratta, in parte, dalle elezioni per il successore di Gabriele Gravina, con l’ex presidente del Coni Giovanni Malagò in vantaggio sullo sfidante Giancarlo Abete e il ritorno, all’orizzonte, di Roberto Mancini in panchina.

Un mondiale mai visto, inno al gigantismo, al business sfrenato e senza vergogna, un evento che vuole celebrare il trumpismo e la cultura MAGA per attutire la prevedibile botta delle elezioni midterm che, a novembre, potrebbero ammaccare l’attuale presidenza Usa. Sul piano tecnico, una manifestazione tutta da scoprire. Dice Jurgen Klismann, nell’intervista rilasciata alla Gazzetta dello Sport: “Sarà una Coppa del Mondo molto impegnativa, sfiancante, in cui conterà molto la testa. Conterà avere un atteggiamento positivo”. Qui Klismann si lascia poi andare a considerazioni discutibili: “Se ti presenti al torneo in modo negativo, pensando a Trump e alle cose che stanno accadendo nel mondo, non vai lontano”. Comprendiamo che l’ex centravanti tedesco vive in California da 28 anni e non vuole mettersi di traverso nei confronti del Paese che lo ospita, ma l’invito a voltarsi dall’altra parte, a non pensare, non è condivisibile. Bisogna invece guardare e riflettere, anche partecipando. Vale anche per chi, nelle tastiere, invoca il boicottaggio del mondiale.

Il lotto delle favorite è il solito. In pole position partono l’Argentina campione in carica, la Francia piena di talenti e con la voglia di vendicare la sconfitta ai rigori nella finale 2022, la Spagna portatrice forse del miglior calcio a livello di nazionali. In seconda fila, il Brasile di Carlo Ancelotti, l’Inghilterra eterna incompiuta, il Portogallo non solo di CR7, ma anche di Vitinha, Neves, Bernardo Silva e Bruno Fernandes, la Germania di Musiala. Tra le outsider, occhio alla Norvegia che non è solo Haaland, ma anche Odegaard, Sorloth, Nusa, la solita Olanda, il Marocco. Incuriosisce la Scozia di McTominay e McGinn, da seguire la Turchia di Montella e il Belgio di Doku. La Croazia è su con gli anni, ma non molla mai, il Senegal vuole vendicare il titolo africano cancellato a tavolino dopo il caos nella finale contro il Marocco.

Tra i moduli di gioco, dominano il 4-3-3 (17 nazionali) e il 4-2-3-1 (13). Distanziati, 3-4-2-1 (6), 4-4-2 (4), 4-1-4-1 (3), 4-4-1-1 (2), 3-4-3, 5-4-1 e 3-4-1-2 (1). Non pervenuto, il 3-5-2 tanto caro all’Italia: forse non è un caso se siamo ancora fuori. Sarà un torneo ad alta quota in attacco, con i migliori bomber in circolazione che lotteranno per il titolo del capocannoniere. Cristiano Ronaldo svetta dall’altro dei suoi 143 gol in nazionale e 973 in totale in carriera – 991 con le selezioni giovanili -, poi Messi a quota 117 con l’Albiceleste in 199 presenze, Harry Kane (79 con la maglia dell’Inghilterra e 442 nei club, ben 61 nell’ultima stagione con il Bayern Monaco), Mbappé (56 con la Francia e 373 tra Monaco, Psg e Real Madrid), Haaland (55 in 50 partite con la Norvegia). C’è abbondanza di centrocampisti di alta qualità, di grandi portieri (Courtois, Maignan, Neuer, Alisson, Martinez) e di ottimi esterni. C’è penuria, anche tra le big, di grandi difensori centrali: mancano talenti nel ruolo e forse non c’è cura da parte dei vivai. In linea con le direttive politiche, sarà il mondiale dell’intolleranza: nei confronti delle perdite di tempo in primis. Il Var sarà ancora più presente e occhio ai cartellini: in una maratona come questa potranno incidere. Il clima rappresenta l’incognita: prepariamoci a partite dalla durata imprecisata, con il rischio di stop prolungati in caso di fulmini in arrivo. La finale avrà l’intervallo più lungo di sempre, causa show annunciato di trenta minuti. Qualcuno, negli spogliatoi, potrà fare un sonnellino.

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Quali Mondiali? A New York esistono solo i Knicks: l’entusiasmo è tutto per la caccia al titolo NBA

Ventinove punti rimontati in poco più di due tempi. Non era mai successo in una finale Nba. C’è già chi la racconta come la partita più importante della storia dei Knicks da 53 anni, da quel 1973 che regalò alla squadra di New York il suo ultimo anello. Non è ancora finita, e la sfida di giovedì notte conferma che in tutti gli sport davvero vale il vecchio aforisma non è finita finche non è finita, ma il 3-1 della serie, soprattutto per come è arrivato, tranquillizza molto chi temeva – in fondo tutto il mondo è paese – che il “sistema” avrebbe fatto di tutto per non far vincere New York. Sì, certo, oggi incomincia il Mondiale di calcio, l’evento più grande di sempre, Infantino dixit, o forse era Trump?, no era proprio Infantino, che però è ormai diventato un replicante di The Donald, per cui è lo stesso. Dunque, comincia la Fifa World Cup, là dove Fifa non è più soltanto un complemento aggiunto a una denominazione storica, bensì il compendio di tutto quanto sarebbe stato meglio non fare, di cui fortunatamente si è parlato abbastanza in questi giorni, e anche di tutto quanto invece funzionerà.

Si aprono le danze: kick off, stadi che alla fine saranno tutti pieni o quasi e grandi ascolti tv planetari garantiti, i migliori calciatori del mondo pronti a dare spettacolo. Ma New York è in tutt’altre faccende sportive affaccendata. Se passeggiate per Manhattan, difficile capire che qui siamo al centro del mondo del calcio: giusto un po’ di poster degli sponsor principali, in genere piuttosto discreti, nessun 6×3 per intenderci, qualche sudamericano con la maglietta della nazionale del suo Paese, una manciata di maxi-palloni griffati disseminati per i cinque boroughs, giusto per farli fotografare a turisti e tifosi. Niente altro. Tutto il resto è Knicks. Cappellini dei Knicks indossati anche sopra grisaglie e tailleurs, quei pochi rimasti, magliette dei Knicks, pantaloncini dei Knicks, persino sciarpe dei Knicks, approfittando di un’estate ancora abbastanza fresca. Una miriade di locali attrezzati con maxi-schermo per vedere le finali, gremiti dentro e fuori durante le partite e circondati da ristoranti desolatamente vuoti. Con boati di folla impazzita di cui da queste parti non si aveva memoria. È vero che la città che non dorme mai ha cambiato abitudini, adesso va quasi tutta a letto piuttosto presto. Ma a questo nuovo way of life un po’ tristanzuolo si può derogare in via del tutto eccezionale: ovviamente per la Nba o meglio per i Knicks, non certo per il soccer, la Fifa World Cup sarà magari alla fine davvero l’evento più grande di sempre, ma non qui, non nella Mela un po’ avvizzita di questi tempi, e di certo non a Manhattan, al di sotto della Centodecima Strada.

Del resto, lo stadio locale, quello dove stavolta si giocherà anche la finalissima, non è in città, e neppure nello Stato di New York, ma nel New Jersey, anche se solo a una ventina di minuti di treno e una mezz’ora di bus, traffico permettendo, da Midtown Manhattan. Per cui non ci dovrebbero essere neppure problemi di sicurezza e di ordine pubblico, nonostante il MetLife Stadium di East Rutherford, capienza 80.663 posti certificati, casa delle due squadre di football, Nfl, di New York, Giants e Jets, e teatro di grandi concerti musicali, aprirà i suoi cancelli mondiali per ospitare, sabato sera, la partita più importante di tutta la prima fase, quella fra le due squadre con il ranking Fifa più alto, Brasile e Marocco, debutto mondiale in panchina di Carlo Ancelotti, unico allenatore straniero nella storia della nazionale più titolata di sempre. Piuttosto un certo allarme potrebbe scattare per Francia-Senegal, martedì prossimo, ma solo, nell’eventualità, a questo punto non improbabile, che la finale Nba arrivi a gara 6.

In quel caso, i tifosi di ritorno dal New Jersey, la partita è fissata alle 15, potrebbero incrociare il popolo dei Knicks, non tanto i privilegiati che sono riusciti a trovare il biglietto per il Madison Squadre Garden, quanto quelli abituati a raggrupparsi vicino al palazzetto per sostenere la squadra dall’esterno, godersi la sfida sui maxischermi e poi eventualmente festeggiare, tifosi un po’ irrequieti che già lunedì scorso, poiché allontanati dalla zona calda per via della presenza di Trump, hanno dato vita a tafferugli con la polizia. Knicks, sempre Knicks, fortissimamente Knicks. Se non fosse per i Knicks, qui il calcio non darebbe nessun problema, gli ultrà del pallone non abitano in America. Di sicuro, non a New York. Dove finora il Mondiale non ha sollecitato neppure tentativi di sfruttarne l’eco e la popolarità universale per ottenerne vantaggi economici, sociali o persino religiosi, per fare da cassa di risonanza al malcontento. Altrove è diverso.

A Città del Messico le vie della capitale negli ultimi giorni sono state invase da manifestazioni di protesta di varie categorie, dai maestri elementari ai contadini, infuriati per la spesa pubblica a loro avviso dilapidata per i Mondiali. A Los Angeles il sindacato di baristi, camerieri, cuochi e altri addetti allo stadio ha ottenuto un aumento delle paghe dopo avere minacciato uno sciopero in occasione della partita inaugurale del Mondiale negli Usa. Ad Atlanta una rete di monitoraggio formata da varie organizzazioni sindacali, di attivisti per il diritto alla casa e di difensori dei diritti degli immigrati si è mobilitata contro l’Amministrazione locale che ha consentito, a fronte di ricavi stimati per circa 1 miliardo di dollari indotto compreso, di ottenere per il bilancio comunale soltanto 4 milioni di dollari di entrate fiscali dirette. A Seattle i predicatori evangelici di strada si stanno mobilitando con i loro potentissimi altoparlanti mobili per ricordare alle decine di migliaia di tifosi attesi in città, prevalentemente musulmani, che senza pentimento andranno incontro inevitabilmente alla dannazione eterna. Nella notte newyorkese invece risuonano i clacson delle automobili che danno vita a caroselli qui davvero poco abituali. Per festeggiare la maxi-rimonta e il 3-1 dei Kincks, ovvio. Ma senza fare troppo rumore e, soprattutto, senza fare troppo tardi. Altro che città che non dorme mai.

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Gli rubano il passaporto durante il matrimonio: Saud Abdulhamid rischia di non partire per il Mondiale | Domeniche Bestiali

Fine anno, periodo di scherzi, di lazzi, di frizzi e di feste. Eh già, mentre le Domeniche Bestiali volgono al termine tra playoff, playout e qualche torneo ufficiale non mancano le perle nei rapporti di arbitri e giudici sportivi. E non mancano le solite raccomandazioni estive: “Non uscire nelle ore più calde della giornata, bagnarsi la testa, bere molta acqua”. Equivocate, al solito, sui campi di provincia e non solo, ma non per questo bisogna buttare tutto nel secchio e viceversa. Feste di fine stagione dove non mancano le brutte sorprese, ma per fortuna per una stagione che finisce tornano supereroi di queste righe sciagurate.

BUONANOTTE AL SECCHIO
Eh sì, a volte si rischia veramente di buttare una stagione da incorniciare alle ortiche o peggio, in senso neppure troppo figurato. Ad Atessa, ad esempio, Promozione Abruzzo, dove la società ha beccato 1200 euro di multa perché: “Per gravi e reiterate intemperanze di propri sostenitori nei confronti della terna arbitrale e del Commissario di Campo, nel corso della gara e alla fine della stessa, allorquando lanciavano in campo oggetti vari (bottiglie d’acqua vuote e piene, petardi e candelotti inesplosi e un cesto dell’immondizia).

FELICI MA-TRIMONI
Sì, il titolo è quello della canzone di Caparezza, che gioca sul suo dialetto. Avrà etichettato così Saud Abdulhamid i buontemponi che durante la festa del suo matrimonio ad Amsterdam gli hanno rubato il passaporto. Un evento che ha messo a forte rischio la partecipazione al Mondiale del terzino con la sua Arabia Saudita, per fortuna però l’ambasciata si è attivata tempestivamente per rifare il documento, con la partecipazione alla competizione non più a rischio.

ABBONDARE
Meglio abbondare, no? Nelle rustiche Domeniche Bestiali è quasi un mantra, con il caldo che diventa un’arma. Come? Con bottiglie e tappi da usare come munizioni, come nel caso della Spal (Ars et Labor Ferrara oggi in Eccellenza) multata di 3mila euro: “Per avere propri sostenitori, nel corso della gara, lanciato getti d’acqua che attingevano un A.A sulla divisa. Lo stesso Ufficiale di gara veniva fatto oggetto del lancio di 20 bottigliette d’acqua vuote e semipiene nonché di tappi di bottiglia senza tuttavia essere colpito”.

DIBUGRAM
Eh già, torna il Santo patrono di questa rubrica, il Dibu che tanto abbiamo venerato quattro anni fa. L’amico Emiliano Martinez è pronto a mettere le sue mani sul pallone o su trofei come quello di miglior portiere e farne l’uso migliore come nel 2022, ma intanto le mani le mette sulla macchina fotografica, come nell’ultima amichevole della sua Argentina. Per stare vicino ai compagni infatti si è messo a bordocampo mimetizzato tra i fotografi.

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Tutti i record dei Mondiali, anche quelli più improbabili: da Klose capocannoniere alla tripla ammonizione

Nel 2018 il capocannoniere del Mondiale è stato l’autogol (12 in 64 partite). La Svizzera è la prima (e unica) nazionale nella storia della competizione a essere eliminata senza aver subito – e segnato – nemmeno un gol. E con solamente 300 persone allo stadio, la gara tra Romania e Perù del 1930 è stata la partita con il minor numero di spettatori nella storia. Questi sono solo alcuni dei record più bizzarri – e imbattibili – dei Mondiali.

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L’albo d’oro dei Mondiali

Longevità

Icone del calcio e tra i più longevi dei Mondiali: Ronaldo, Messi e il portiere del Messico Ochoa saranno gli unici calciatori nella storia ad aver partecipato a sei edizioni diverse. Germania, Sudafrica, Brasile, Russia, Qatar. E ora l’America. Tutto in 20 anni di carriera. A proposito di continuità sempre l’argentino dell’Inter Miami è il giocatore con il maggior numero di partite giocate (26). Klose, invece, è quello che ne ha vinte di più con la “sua” Germania (17).

Una questione di gol

Se Miroslav Klose è il capocannoniere alltime della competizione (con 16 gol in 24 partite), il francese Just Louis Fontaine è stato il calciatore ad aver segnato più gol in una singola edizione (13 nel 1958). E il giocatore che ha segnato di più in una singola partita? Oleg Salenko: in un RussiaCamerun del 1994 terminato 6-1, cinque di questi portano la sua firma. Poi c’è il Mondiale brasiliano del 2014: tutti lo ricordano per i lampi di genio di James Rodriguez e per lo psicodramma verdeoro in semifinale. La storia dice che è stata la manifestazione con il maggior numero di gol segnati: ben 171, come nel 1998 e nel 2018. Nel 1954 Austria e Svizzera hanno combinato 12 gol nella stessa gara. El Salvador, invece, è entrata nella storia dei Mondiali. Ma dalla parte sbagliata: contro l’Ungheria nell’82 il 10-1 subito vale lo scarto più ampio di sempre. Quante cose si possono fare in 11 secondi? Hakan Şükür risponderebbe “un gol ai Mondiali”. La Corea del Sud ne sa qualcosa.

Tripla ammonizione

Il Mondiale regala emozioni, risultati impronosticabili alla vigilia. E anche “nuove” regole arbitrali. Josip Simunic, infatti, è l’unico calciatore ad aver ricevuto 3 cartellini gialli in una singola sfida Mondiale. La svista è dell’inglese Graham Poll. La tripla ammonizione risale al 2006, nella gara contro l’Australia. Il primo giallo per il croato arriva al 61esimo per un fallo di ostruzione. Il secondo al 79esimo per un fallo tattico. Espulsione imminente, come da regolamento. E invece Poll se ne dimentica e Simunic prosegue indisturbato la gara. L’espulsione arriverà pochi minuti più tardi dopo l’ennesimo fallo. L’arbitro svelerà solo qualche giorno dopo di aver segnato l’ammonizione al numero 3 nella colonna sbagliata del taccuino, ovvero quella dell’Australia. Oggi con il VAR tutto questo non potrebbe accadere, in teoria.

Espulsione lampo e sanzioni record

Il cartellino rosso più rapido della storia appartiene a José Batista: nel 1986 il suo UruguayScozia durò solamente 56 secondi. Quando si tratta di cartellini e sanzioni, però, c’è sempre di mezzo l’Olanda. Prima con il Portogallo nel 2006, poi contro l’Argentina nel 2022, gli Oranje non si tirano mai indietro. Queste due, infatti, sono le partite con il record di cartellini estratti in una singola gara (16).

Vecchia e nuova generazione

Il nordirlandese Normam Whiteside è il giocatore più giovane di sempre a esordire in un Mondiale. Era il 1982: scese in campo nello 0-0 contro la Jugoslavia a 17 anni e 41 giorni. Il suo record durerà almeno per altri quattro anni perché il più giovane di questa edizione sarà il messicano Gilberto Mora che ha già 17 anni e 240 giorni. E il più anziano? Il primo posto spetta all’egiziano Essam ElHadary (45 anni e 161 giorni). Tra pochi giorni ci penserà il 43enne portiere scozzese Craig Gordon a ritoccare la classifica, ma non il podio.

Fabio Cannavaro può fare (ancora) la storia

Cos’hanno in comune Zagallo, Beckenbauer e Deschamps? Questo trio ha vinto il Mondiale sia da giocatore che da allenatore. Tra i ct in gara per l’edizione americana solo Fabio Cannavaro può aggiungersi alla lista. Anche se con l’Uzbekistan il primato è altamente improbabile. Se non impossibile.

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Il rosso a Marchisio, il morso di Suarez e Buffon accusa Balotelli: 4370 giorni fa l’Italia giocava l’ultima partita ai Mondiali. E già si parlava di Malagò contro Abete | Il racconto

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Marco Verratti parla al microfono senza riuscire a guardare dritto nella telecamera. Ha lo sguardo triste, la voce sottile. Sembra quasi che stia per scoppiare a piangere da un momento all’altro. “Per me è una cosa che non ci sta che uno dal 50’ deve giocare in dieci”, dice. “Un altro ‘moccica‘ un avversario e non viene cacciato”, aggiunge. La parola gli scivola via dalla bocca in abruzzese. Come se per raccontare tutta la sua sofferenza dovesse usare la lingua che gli sgorga dal cuore. È il 24 giugno del 2014, un martedì. L’Italia ha appena perso per 1-0 contro l’Uruguay di Cavani e Suarez. Ed è fuori dal Mondiale brasiliano. Al primo turno. È una delusione talmente grande che nessuno riesce a maneggiare. Anche se ancora nessuno sa che quella partita sarà l’ultima giocata dall’Italia in una Coppa del Mondo. Sono già passati 4370 giorni, oggi che inizia il terzo Mondiale consecutivo senza gli azzurri.

I giorni di avvicinamento alla sfida sono stati uno strazio. L’Italia di Cesare Prandelli ha battuto la modesta Inghilterra di Roy Hodgson e poi ha perso contro l’ancora più modesto Costa Rica. I problemi della Nazionale sembrano enormi. Della rosa che nel 2006 aveva alzato la Coppa del Mondo sotto il cielo scuro di Berlino sono rimasti in pochi. Anzi, pochissimi: Buffon, Pirlo, De Rossi, Barzagli. L’emorragia di talento è chiara, ma non ancora desolante. In avanti ci sono Balotelli, Cassano, Immobile, Insigne e Cerci. Il reparto più forte, o almeno più tecnico, è la mediana: Verratti, Marchisio, Thiago Motta, Aquilani, Parolo. I giorni che precedono l’Uruguay sono pieni di dubbi, infestati dai fantasmi.

Nella prima partita, contro i Tre Leoni, aveva giocato titolare Gabriel Paletta, con Chiellini dirottato a sinistra. Poi il centrale della Juve era stato spostato di nuovo in mezzo con Darmian a sinistra. La cura non ha funzionato. Gol incassato contro l’Inghilterra. Gol incassato contro il Costa Rica. Così Prandelli si trova a ricomporre un puzzle in cui le tessere non bastano mai. La decisione è brutale. Addio 4-1-4-1, benvenuto 3-5-2. La speranza è che con la linea a tre e con l’ingresso di Bonucci il blocco Juventus possa ritrovare compattezza. Poco più avanti le cose sono più difficili. De Rossi ha una contrattura e non può giocare. Thiago Motta non ha convinto. Così il cittì disegna una squadra con Verratti, Marchisio e Pirlo in mezzo e De Sciglio come quinto a sinistra. L’obiettivo è uno solo: passare il turno. In tutti i modi. Altrimenti si rischia di tornare a casa, di regalare a un popolo di commissari tecnici un altro fallimento.

Prandelli sembra deciso. Stabilisce che Balotelli non deve più soffrire di solitudine in avanti. Così gli affianca Ciro Immobile, uno che ha appena segnato 22 reti in Serie A (senza rigori) con la maglia del Torino e meno di tre settimane prima ha firmato con il Borussia Dortmund. La stampa dice che può essere il nuovo Paolo Rossi. Anzi, no, il nuovo Schillaci. Super Mario Balotelli lancia un messaggio su Twitter: “Voglio sorridere ancora! Anche se non sembra IO AMO sorridere! Forza azzurri. Sempre e comunque”. Il più verboso degli italiani è Buffon. “Sarebbe un fallimento se venissimo eliminati – dice alla vigilia – questo è innegabile. Sarebbe una grande delusione personale e di gruppo. Ma qui nessuno ha paura di prendersi questo tipo di responsabilità. C’è bisogno di positività. Serve autostima, serve convinzione. Servono un cuore caldo e una mente fredda“.

Le ore non passano mai. Come se la vigilia non volesse farsi evento. Per volare agli ottavi l’Italia ha due risultati a disposizione. Può vincere o pareggiare. Eppure Prandelli si sente come un condannato. “È la partita più importante della mia carriera”, dice. Prima ancora del fischio di inizio i giornali si chiedono se il ct darà le dimissioni in caso di eliminazione. La politica comincia a impregnare l’attesa, coprendo tutto il resto. “È giusto chiedersi quale sarà il futuro del presidente Giancarlo Abete – scrive il Corriere della Sera – in carica sino a dopo gli Europei 2016 e già nel mirino di Giovanni Malagò. Il Coni, che non ha in simpatia la Federcalcio, potrebbe aumentare la pressione sul vertice Figc per costringere Abete alle dimissioni“. È una frase che riletta oggi, a dodici anni di distanza, assume un significato molto diverso. E racconta di come il pallone sappia solo guardare a ieri per scrivere il domani. Pirlo è più criptico: “Le partite di un Mondiale sono tutte importanti, quelle decisive ancora di più“.

Quando l’arbitro fischia l’inizio l’Italia è già stanca. Le gambe sono molli, troppo. In campo va in scena una battaglia. L’Uruguay riesce a mettere in pratica la partita che aveva preparato Tabarez: si chiude ermeticamente dietro, poi nella mezz’ora finale prova a far gol. Immobile non punge mai. Finisce in fuorigioco, si fa chiudere sistematicamente dagli avversari. Balotelli fa ancora peggio. Salta in maniera scomposta su un avversario e si fa ammonire. Così all’intervallo Prandelli lo lascia negli spogliatoi. Il migliore degli azzurri è Buffon. Poi nella ripresa cambia tutto. Marchisio interviene sulla tibia di Arevalo Rios. Non è un fallo cattivo, ma l’arbitro messicano Rodriguez, detto Dracula, estrae il rosso tra lo stupore generale. L’Italia è un pugile suonato. A dieci dalla fine un pallone vaga nell’area dell’Italia. Suarez si avvicina a Chiellini e poi i due cadono a terra. L’azzurro tira il colletto della maglia fino alla spalla per mostrare un segno. L’uruguagio si tocca i denti. Dalle immagini si capisce che Suarez ha morso Chiellini a una spalla. Per l’arbitro è tutto regolare.

Due minuti più tardi Godin segna di testa. Il risultato non cambierà più, l’Italia è fuori dal Mondiale. E inizia un tutti contro tutti. Prandelli si dimette dicendo: “Non rubo i soldi dei contribuenti”. Abete lo segue poco dopo. Buffon accusa Balotelli: “Noi vecchi tiriamo la carretta, i giovani no”. Verratti si commuove davanti alla telecamera. È un fallimento personale e collettivo che entrerà nella storia. Di quell’Italia oggi non resta quasi niente. Balotelli gioca negli Emirati Arabi, Darmian nell’Inter, Immobile a Parigi, ma nel Paris FC, Verratti nell’Al-Duhail, Perin fa il secondo portiere alla Juve. Buffon è stato il capo delegazione dell’Italia nel fallimentare playoff perso contro la Bosnia a marzo. Prandelli è il coordinatore dei vivai Azzurri. Abate allena la Juve Stabia. Insigne potrebbe restare al Pescara o finire all’Afragolese, ma spera di restare almeno in B. Pirlo è un maestro in cerca di cattedra. La loro impresa al contrario in Brasile è così lontana, eppure così vicina.

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Inizia oggi il primo Mondiale extralarge di Infantino: fase a gironi deturpata, 72 partite per eliminare appena 16 squadre

Sarà il Mondiale dell’Argentina campione in carica, e di Spagna e Francia, Inghilterra e Brasile, le principali pretendenti al titolo. Ma anche di Uzbekistan e Curacao, Giordania e Capo Verde, le debuttanti iridate. Dei carneadi catapultati sotto i riflettori internazionali al fianco di Messi e Ronaldo, i grandi vecchi arrivati al loro ultimo ballo, e delle giovani stelle Yamal, Olise, Vinicius. C’è posto per tutti a Usa (ma anche Messico e Canada) 2026, il mondiale extralarge di Gianni Infantino.

La 23esima edizione della Coppa del Mondo – in calendario da giovedì 11 giugno fino a domenica 19 luglio, giorno della gran finale al MetLife Stadium nel New Jersey – offre mille spunti di interesse e chiavi di lettura, sul piano organizzativo, economico, geopolitico: stiamo vedendo in questi giorni cosa vuol dire giocare un torneo sportivo nell’America di Donald Trump e in questo periodo di tensioni di guerra, con i disagi per i tifosi, perquisizioni persino per calciatori e tesserati di alcune nazionali, i prezzi alle stelle che rendono la manifestazione un’esperienza di lusso per consumatori ricchi. Tutte polemiche che ci porteremo dietro dal calcio d’inizio fino alla premiazione finale, come del resto in ogni edizione: non è che nel Qatar degli emiri o nella Russia di Putin, tanto per citare gli ultimi due precedenti, le cose fossero andate troppo meglio. A livello tecnico, però, il fattore che caratterizzerà di più questa edizione è l’elemento centrale di ogni competizione: il numero delle partecipanti, 48, mai così tante nella storia. Forse troppe.

Debutta quest’estate il nuovo format che ha portato a un aumento del 50% delle squadre, rispetto alla formula a 32 che si era ormai affermata nella consuetudine (era in uso dal 1998). Una riforma fortemente voluta dalla Fifa, per soldi e per potere, le solite ragioni che muovono il mondo, anche del pallone. Il formato a 48 ha permesso di qualificarsi a tante nazioni che altrimenti il mondiale avrebbero solo potuto sognarlo (anche perché, come abbiamo sperimentato sulla nostra pelle, la distribuzione dei nuovi posti era piuttosto sbilanciata sugli altri continenti), e sono gli stessi piccoli Paesi che votano nel congresso Fifa e costituiscono il consenso del presidente Infantino. E poi più squadre significano automaticamente più partite, quindi più biglietti da vendere agli spettatori, diritti televisivi più cari per le pay tv: questo farà sì che il Mondiale raggiungerà un giro d’affari complessivo di circa 9 miliardi di dollari di fatturato, che diventano 13 nell’intero ciclo 2023-2026. Un record per la Fifa, il cui carrozzone si regge interamente su questa manifestazione (al contrario della Uefa, ad esempio, la quale può contare sia sugli Europei che sulla Champions).

A che prezzo però tutto ciò? La Fifa ha scelto di toccare un meccanismo quasi perfetto (come testimonia il fatto che l’edizione 2022 è stata ad unanime giudizio quella più bella di sempre), col rischio di rovinarlo. Sono almeno due le incognite della nuova formula. La prima è proprio di tipo numerico: le 48 squadre, e la necessità di inserire un ulteriore turno ad eliminazione diretta (i sedicesimi), fanno sì che dai 12 gironi da 4 passeranno non soltanto le prime due, ma anche le 8 migliori terze, in gruppi per altro di per sé non proprio proibitivi. Di fatto, la prima fase si trasforma in uno stillicidio un po’ inutile, con addirittura 72 partite per eliminare soltanto 16 squadre. La sproporzione è evidente. Poi c’è un altrettanto evidente tema di competitività. Le fiabe delle Cenerentole piacciono a tutti, seguiremo con curiosità le peripezie di Curacao &Co. Però è chiaro che aver allargato così tanto il numero delle partecipanti ha aperto il torneo a nazionali che non sembrano oggettivamente attrezzate per un palcoscenico simile, e la realtà del campo potrebbe essere durissima. Partite come Haiti-Brasile, Iraq-Francia o Giordania-Argentina rischiano di trasformarsi in delle “mattanzesportive poco divertenti da vedere.

È normale che alla fine arrivino in fondo sempre le solite squadre più forti, ma lungo il percorso incontreremo anche qualche sorpresa? Sarà un’edizione appassionante e combattuta, o il gigantismo andrà a scapito dello spettacolo? La grande sfida dei Mondiali 2026 (e quelli del futuro: c’è già chi vorrebbe ampliare ulteriormente il numero delle squadre, fino a 64), è tutta qui. Un discorso che era già valso in parte per il Mondiale per club, lanciato la scorsa estate. Ma se allora le compagini asiatiche e sudamericane avevano tutto sommato retto l’impatto con le big europee (vuoi forse anche per un certo grado di rilassatezza di quest’ultime), stavolta non è così scontato che Infantino vinca la sua scommessa. Forse nemmeno gli interessa: la Fifa ha già vinto fuori dal campo.

X: @lVendemiale

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Le mani dei narcos sullo stadio Azteca: già controllano servizi e attività, così il Mondiale sarà il paradiso del riciclaggio

Più plata, meno plomo. Anche i narcos cambiano pelle in vista dei Mondiali di calcio 2026: vogliono far circolare più soldi versando meno sangue. L’ordine ai loro uomini: “Non fate casino. Occupatevi di seguire le attività”. E il riciclaggio diventa la priorità in agenda. Stando alle proiezioni della Fifa, i mondiali porteranno al Messico un indotto che andrà da 2,5 a 3 miliardi di dollari. Ogni match avrà ricadute economiche di oltre 311 milioni di dollari. Di qui una serie di investimenti anomali a Città del Messico: nei pressi dello stadio Azteca, lo storico impianto dove si gioca la partita inaugurale Messico-Sudafrica, e nel viale Tlalpan. È impennata di compravendite di ristoranti, stazioni di benzina, piccoli negozi e altre attività.

“Negli scorsi mesi hanno sborsato anche 5 milioni di pesos in contanti, che sarebbero quasi 300mila dollari, e in molti hanno ceduto”, racconta un residente, Juan Manuel Osorio, a ilfattoquotidiano.it. Cifre e modalità sono confermate anche dai dossier dell’Uif, Unidad de inteligencia financiera. L’ente rileva una “riconfigurazione finanziaria” della criminalità organizzata, volta a “capitalizzare l’afflusso di turisti” nel Paese. L’Uif segnala anche l’aumento di contratti d’affitto con canoni al di sopra della media.

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Lo schema si ripete anche in altre città, come Guadalajara e Monterrey. Il top player, secondo l’Intelligence locale, è il Cartel nueva generación de Jalisco, che avrebbe investito quasi 6 milioni di dollari in immobili, pacchetti turistici e altri prodotti. Seguono il cartello di Sinaloa e Famiglia Michoacana, con circa 4 e 2 milioni rispettivamente. Di fronte al fenomeno, l’Uif e la Commissione messicana bancaria e di valori hanno elevato l’allarme per il rischio di attività economiche illecite – e anche di tratta di persona e altri reati – nel corso della manifestazione sportiva.

La strada ai narcos è stata spianata anche dall’aumento delle locazioni, che in vista del mondiale hanno raggiunto il picco di +200% a Città del Messico, che ha costretto diversi esercenti a chiudere le serrande. Ad altri invece è stato impedito il rinnovo del contratto di locazione. “È da 15 anni che lavoriamo qui. I proprietari ci hanno detto che non rinnoveranno più il contratto”, ha lamentato Roberto Valdéz, gestore di una birreria nel viale Tlalpan. In risposta la Procura messicana ha dispiegato il proprio personale nei punti nevralgici delle città che ospiteranno i mondiali, tra cui aeroporti e zone turistiche e vicine agli stadi. È stato anche abilitato un portale online perché i turisti possano presentare le proprie denunce e identificare uffici competenti a cui rivolgersi.

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“La criminalità organizzata è molto cambiata e ora agisce come una Holding. Il mondiale? è un’occasione di diversificazione di asset senza precedenti”, spiega Luis Alberto Hinojos alla testata Nación. Il territorio messicano è anche presidiato da 100mila agenti, di cui 50mila soltanto a Città del Messico. L’impegno è quello di “rafforzare i processi di monitoraggio e identificazione di operazioni anomale ed eventuali segnali di allerta”. Ma potrebbe non bastare. “Siamo in presenza di una colonizzazione anticipata. Non si attende l’arrivo dei turisti, ma si acquista in anticipo l’infrastruttura che li riceverà”, ha aggiunto Hinojos. Fonti di Intelligence parlano anche di infiltrazioni narcos nel settore alimentare e nel controllo delle catene di fornitura di beni primari. A tale proposito le autorità messicane hanno bloccato 17 conti correnti associati al cartello di Sinaloa e ad altre organizzazioni.

Inoltre, le strutture alberghiere in mano ai narcos – a imprese a loro associate – sono presenti su piattaforme come AirBnb, mentre i loro servizi di trasporto si ricavano sempre più spazio negli aeroporti internazionali di Città del Messico e Felipe Angeles. Fonti qualificate parlano a ilfattoquotidiano.it dell’appropriazione di attività commerciali attraverso metodi coercitivi. È successo lo scorso anno a Cuemanco, quando un gang identificata con il clan “Los Rodolfos” ha chiesto ai proprietari di abbandonare la propria attività. Loro hanno opposto resistenza e, 15 giorni dopo, hanno trovato il locale bruciato. In seguito sono stati minacciati di morte e hanno lasciato il negozio.

Secondo le autorità messicane, l’appropriazione violenta di attività commerciali è un meccanismo più diffuso di quanto si pensi e colpisce soprattutto realtà piccole, da bar a negozi di souvenir. Diverse fonti sostengono che i controlli predisposti saranno insufficienti a contrarrestare le attività di riciclaggio nel corso dei mondiali, poiché molte attività potrebbero giustificare impennate di incassi con l’afflusso straordinario di turisti. “I controlli andavano adeguati prima, un paio di anni fa. Ora è impossibile“, sostiene Víctor Manuel Sánchez Valdés, professore nell’università autonoma di Coahulia.

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Mondiali 2026, le partite di oggi: la gara inaugurale sarà (di nuovo) tra Messico e Sudafrica | Orari, programma e dove vedere in tv (anche in chiaro)

Come nel 2010, anche l’edizione 2026 dei Mondiali di calcio si aprirà con il match tra il Messico e il Sudafrica. 16 anni fa si giocò a Johannesburg, in Sudafrica, e finì 1-1 con gol di Tshabalala e Marquez. Oggi si gioca a Città del Messico, allo stadio Azteca, dove si svolgerà la prima delle tre cerimonie inaugurali previste. Il Messico è infatti uno dei tre Paesi ospitanti insieme a Canada e Stati Uniti, dove l’indomani – seppur in forma ridotta – ci saranno altri due show pre-match.

Dopo qualche ora toccherà invece a Corea del Sud e Repubblica Ceca, che si sfidano sempre in Messico. Negli ultimi giorni a prendersi la scena dei Mondiali sono stati i discorsi extra campo – con le grosse polemiche che hanno riguardato i rigidissimi controlli tra aeroporti e stadi e l’esclusione dell’arbitro somalo Omar Artan – si torna a parlare di calcio giocato e si entra nel vivo della competizione che da quest’anno vede 48 squadre anziché 32, l’aggiunta di un altro turno nella fase finale (i sedicesimi) e le otto migliori terze qualificate.

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Mondiali 2026, le partite di oggi 11 giugno

Messico-Sudafrica (girone A)
Orario:
21:00
Stadio:
Azteca (Città del Messico)
Dove vedere in tv e streaming:
DAZN, Rai 1 e RaiPlay

Corea del Sud-Repubblica Ceca (girone A)
Orario:
4:00 (notte tra l’11 e il 12 giugno)
Stadio:
Estadio Akron (Zapopan)
Dove vedere in tv e streaming:
DAZN

Dove vedere in tv e streaming

Tutte le partite del Mondiale di calcio 2026 di calcio sono trasmesse in Italia in diretta streaming su DAZN, con l’abbonamento. Ma alcune partite potranno essere viste anche in chiaro. 35 partite del torneo saranno disponibili in diretta televisiva sui canali Rai e in streaming sulla piattaforma RaiPlay.

Per quanto riguarda le partite di oggi, 11 giugno, la sfida tra Messico e Sudafrica – gara inaugurale del torneo – si vede sia su Dazn, ma anche in chiaro su Rai e in streaming su RaiPlay. Diverso invece il discorso che riguarda Corea del Sud e Repubblica Ceca, secondo match del girone A: la sfida che si giocherà nella notte tra l’11 e il 12 giugno sarà disponibile solo su Dazn, con abbonamento.

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Caso arbitro somalo, Infantino spudorato: “Episodio sfortunato e spiacevole. Non possiamo controllare tutto”

“Un caso sfortunato e spiacevole”. Così Gianni Infantino – presidente della Fifa – ha commentato il caso diventato internazionale dell’arbitro somalo, Omar Artan, a cui è stato negato l’ingresso negli Stati Uniti, dove si era recato in quanto arbitro designato per i Mondiali 2026. “È spiacevole quello che è successo a… Omar, l’arbitro somalo. Ma, ripeto, non possiamo controllare tutto“, ha dichiarato Infantino in una conferenza stampa alla vigilia del torneo.

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L’albo d’oro dei Mondiali

Omar Artan, che nel 2025 è stato eletto come miglior arbitro dell’Africa da parte della Federazione africana, è stato trattenuto e interrogato per 11 ore in aeroporto e alla fine è stato rimandato indietro, in Somalia, dove è stato accolto da eroe. “Non mi lascio scoraggiare, nel 2030 tornerò e renderò la Somalia orgogliosa”, ha detto Artan al rientro a Mogadiscio. Successivamente è stato anche portato in uno stadio, accolto da migliaia di tifosi.

Artan è stato cacciato senza una motivazione ufficiale. Nel frattempo, un funzionario del Dipartimento di Stato americano parlando con i media francesi ha dichiarato che l’arbitro era “legato a presunti membri di organizzazioni terroristiche” e che dunque “il viaggiatore non era idoneo all’ingresso negli Stati Uniti”. Come spiega però il New York Times, potrebbe trattarsi di un clamoroso caso di omonimia, visto che Artan ha più volte ribadito di non sapere nulla di organizzazioni terroristiche – di Al-Shabab nello specifico – e di essere solo un arbitro di calcio.

La decisione è stata presa “per ottime ragioni”, si è limitato a dire Andrew Giuliani, direttore esecutivo della task force Fifa della Casa Bianca. “Ci sono cose di cui non possiamo parlare. Posso dire che chiunque parli con ‘soggetti negativi‘ che mirano a danneggiare gli Stati Uniti non saranno ammessi nel nostro paese. Non permetteremo che un torneo di calcio, anche se enorme, diventi una minaccia per gli americani. Siamo orgogliosi del lavoro che è stato fatto sinora a livello di visti: vogliamo che ci sia massima sicurezza per tutti”, ha aggiunto a Sky News

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La prigione dei Mondiali: a Kansas City il carcere per i tifosi costato 25 milioni. Da simbolo a flop: non sarà pronto per l’arrivo di Messi

Doveva essere pronta prima dell’arrivo di Lionel Messi e delle centinaia di migliaia di tifosi attesi per il Mondiale 2026. Doveva rappresentare la risposta di Kansas City a quella che le autorità locali consideravano una delle principali sfide dell’evento: gestire l’inevitabile aumento di arresti, disordini e reati minori legati all’afflusso di visitatori. Invece la cosiddetta “prigione dei Mondiali” rischia di diventare il simbolo di un’altra storia: quella di un progetto costato 25,8 milioni di dollari che non sarà pronto in tempo. A Kansas City il calcio è arrivato accompagnato da promesse, investimenti e aspettative enormi.

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La città del Missouri ospiterà 6 partite della Coppa del Mondo e si prepara ad accogliere circa 650mila visitatori. Tra le attrazioni più attese c’è l’Argentina di Messi, ma anche le Nazionali di Inghilterra e Paesi Bassi hanno scelto l’area metropolitana come base operativa durante il torneo. Per una città di circa 2,2 milioni di abitanti, la più piccola tra le 11 sedi statunitensi del Mondiale, si tratta di un banco di prova senza precedenti. È proprio questo scenario che, negli ultimi due anni, è stato utilizzato dai politici locali per giustificare la costruzione di una struttura detentiva modulare da 100 posti letto. Kansas City non possiede una prigione municipale dal 2009: chi viola le ordinanze cittadine viene trattenuto nelle stazioni di polizia oppure trasferito in strutture situate a oltre 80 chilometri di distanza.

Un problema logistico che, secondo gli amministratori, sarebbe diventato ancora più grave durante il Mondiale. Come riporta The Athletic, già nel maggio 2025 il city manager Mario Vasquez aveva avvertito che la città doveva essere pronta ad affrontare “alcuni degli spiacevoli eventi che potrebbero verificarsi” durante la competizione, accelerando la realizzazione di una struttura capace di gestire eventuali violazioni penali o comportamenti scorretti dei visitatori. Da quel momento, media locali e attivisti hanno iniziato a ribattezzarla la “prigione dei Mondiali”. La struttura avrebbe dovuto aprire il primo giugno 2026, appena due settimane prima della gara tra Argentina e Algeria. Non accadrà. I ritardi nella consegna di alcuni componenti da parte dei produttori e quelli nella formazione del personale hanno fatto slittare l’entrata in funzione.

A fine maggio, l’ufficio del city manager ha confermato che durante il torneo i detenuti non saranno ospitati nella nuova struttura. Il paradosso è evidente. Per rispettare le scadenze, il consiglio comunale aveva perfino autorizzato deroghe alle consuete procedure ambientali. L’opera, inoltre, è stata finanziata interamente attraverso una tassa locale destinata alla sicurezza pubblica, ossia un’imposta dal valore di 24 milioni di dollari annui. Insomma, per questa prigione modulare è stato speso più dell’intero bilancio annuale. Ma le polemiche non riguardano soltanto i ritardi. Quando i consiglieri comunali hanno visionato le immagini aeree dell’edificio, alcuni lo hanno paragonato a un magazzino, altri a un centro di detenzione dell’Ice. Le fotografie della struttura, priva di finestre visibili e composta da moduli prefabbricati, hanno alimentato ulteriormente le critiche.

Le associazioni contrarie al progetto hanno organizzato manifestazioni con slogan come “Lo sport unisce, le carceri separano”. Secondo Dylan Pyles, del gruppo Decarcerate KC, la struttura sarebbe servita soprattutto a “ripulire le strade mentre la città è sotto i riflettori del mondo”. Un’accusa respinta dall’amministrazione, che insiste sul fatto che l’edificio sarà dotato di servizi medici, aree ricreative all’aperto e spazi progettati per garantire condizioni dignitose. Nel frattempo anche il racconto politico è cambiato. Se fino a pochi mesi fa i Mondiali venivano indicati come una delle ragioni principali dell’urgenza del progetto, oggi diversi amministratori preferiscono minimizzare il collegamento.

Nel luglio del 2025, il consigliere Wes Rogers dichiarò: “Che siamo pronti o no, i Mondiali arriveranno, quindi dobbiamo assolutamente costruire questa struttura. Lo scorso maggio ha invece parlato della Coppa del Mondo come di una semplice “nota a piè di pagina” in una questione più ampia: la necessità di dotare Kansas City di una prigione municipale”. Dei quasi 160 milioni di dollari di fondi pubblici e aiuti federali mobilitati per il torneo nell’area di Kansas City, quei 25,8 milioni rappresentano forse la spesa più controversa.

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Mondiali, albo d’oro: guida il Brasile con 5 titoli, poi Italia e Germania | Storia e classifiche

Con l’inizio dei Mondiali 2026, al via tra Stati Uniti, Canada e Messico, il calcio si prepara a scrivere un nuovo capitolo della sua storia. Dal 1930, anno della prima edizione disputata in Uruguay su impulso dell’allora presidente FIFA Jules Rimet, la Coppa del Mondo è diventata l’evento sportivo più seguito del pianeta, capace di consacrare le più grandi nazionali della storia.

In 22 edizioni disputate, il trofeo è stato conquistato soltanto da otto Paesi. In cima all’albo d’oro c’è il Brasile, unica nazionale ad aver partecipato a tutti i Mondiali e vincitrice di cinque titoli (1958, 1962, 1970, 1994 e 2002). Alle sue spalle figurano Germania e Italia con quattro successi ciascuna. Gli Azzurri, quattro volte campioni, sono i grandi assenti della manifestazione ormai da tre edizioni consecutive. Mentre l’Argentina, campione in carica dopo il trionfo in Qatar nel 2022, occupa il terzo gradino con tre vittorie.

Completano l’elenco delle nazionali iridate Francia e Uruguay, entrambe a quota due titoli, seguite da Inghilterra e Spagna, capaci di vincere una sola volta rispettivamente nel 1966 e nel 2010. Nessuna squadra appartenente a federazioni africane, asiatiche, nordamericane o oceaniche è mai riuscita a sollevare la Coppa del Mondo o anche soltanto a disputare una finale.

La storia del torneo racconta infatti il dominio quasi assoluto di Europa e Sudamerica. Delle 22 finali giocate, soltanto Paesi di questi due continenti hanno raggiunto l’ultimo atto della competizione. Un equilibrio che potrebbe essere messo alla prova proprio nell’edizione 2026, la prima con 48 squadre partecipanti. Tra vecchie rivalità e nuove ambizioni, la corsa al titolo mondiale è pronta a ripartire ancora una volta.

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L’albo d’oro dei Mondiali di calcio

Uruguay 1930 – Uruguay (4-2 contro l’Argentina)
Italia 1934 – Italia (2-1 dts contro la Cecoslovacchia)
Francia 1938 – Italia (4-2 contro l’Ungheria)
Brasile 1950 – Uruguay (2-1 contro il Brasile)
Svizzera 1954 – Germania Ovest (3-2 contro l’Ungheria)
Svezia 1958 – Brasile (5-2 contro la Svezia)
Cile 1962 – Brasile (3-1 contro la Cecoslovacchia)
Inghilterra 1966 – Inghilterra (4-2 dts contro la Germania Ovest)
Messico 1970 – Brasile (4-1 contro l’Italia)
Germania Ovest 1974 – Germania Ovest (2-1 contro i Paesi Bassi)
Argentina 1978 – Argentina (3-1 dts contro i Paesi Bassi)
Spagna 1982 – Italia (3-1 contro la Germania Ovest)
Messico 1986 – Argentina (3-2 contro la Germania Ovest)
Italia 1990 – Germania Ovest (1-0 contro l’Argentina)
Stati Uniti 1994 – Brasile (0-0 dts, 3-2 dtr contro l’Italia)
Francia 1998 – Francia (3-0 contro il Brasile)
Corea del Sud e Giappone 2002 – Brasile (2-0 contro la Germania)
Germania 2006 – Italia (1-1 dts, 5-3 dtr contro la Francia)
Sudafrica 2010 – Spagna (1-0 dts contro i Paesi Bassi)
Brasile 2014 – Germania (1-0 dts contro l’Argentina)
Russia 2018 – Francia (4-2 contro la Croazia)
Qatar 2022 – Argentina (3-3 dts, 4-2 dtr contro la Francia)

La classifica delle Nazionali con più titoli Mondiali

1. Brasile – 5 titoli (1958, 1962, 1970, 1994, 2002)
2. Germania (Germania Ovest inclusa) – 4 titoli (1954, 1974, 1990, 2014)
2. Italia – 4 titoli (1934, 1938, 1982, 2006)
4. Argentina – 3 titoli (1978, 1986, 2022)
5. Francia – 2 titoli (1998, 2018)
5. Uruguay – 2 titoli (1930, 1950)
7. Inghilterra – 1 titolo (1966)
7. Spagna – 1 titolo (2010)

Nazioni che hanno disputato almeno una finale senza mai vincere il Mondiale

1. Paesi Bassi – 3 finali perse (1974, 1978, 2010)
2. Ungheria – 2 finali perse (1938, 1954)
2. Cecoslovacchia – 2 finali perse (1934, 1962)
4. Croazia – 1 finale persa (2018)
4. Svezia – 1 finale persa (1958)

La classifica per finali disputate dei Mondiali

1. Germania – 8 finali (4 vinte, 4 perse)
2. Brasile – 7 finali (5 vinte, 2 perse)
3. Italia – 6 finali (4 vinte, 2 perse)
4. Argentina – 6 finali (3 vinte, 3 perse)
5. Francia – 4 finali (2 vinte, 2 perse)
6. Paesi Bassi – 3 finali (0 vinte, 3 perse)
7. Uruguay – 2 finali (2 vinte)
8. Ungheria – 2 finali (0 vinte, 2 perse)
8. Cecoslovacchia – 2 finali (0 vinte, 2 perse)
10. Inghilterra, Spagna, Croazia, Svezia – 1 finale ciascuna

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Tragedia sfiorata in Ungheria-Kazakistan: telecamera cade da 20 metri e rischia di colpire un operatore

Tragedia sfiorata in UngheriaKazakistan. Durante l’amichevole a Debrecen. Una telecamera – la classica spider-cam – è precipitata da circa 20 metri, sfiorando un operatore a bordo campo, che nel frattempo aveva in mano la propria per riprendere il match. La spider-cam aveva iniziato a emettere fumo nero già precedentemente, mentre era ancora sospesa sui cavi. L’incidente ha costretto l’arbitro a interrompere l’incontro per alcuni minuti.

Un episodio inedito, che ha lasciato con il fiato sospeso tutti gli spettatori presenti al match, finito poi 3-1 per l’Ungheria, con i gol di Szoboszlai, Schafer e Toth. Per il Kazakistan in gol Malyj. Il risultato è però passato in secondo piano, vista la tragedia sfiorata. La spider-cam, di dimensioni comunque grandi, è caduta a distanza di pochi centimetri dall’operatore L’accaduto intorno al 26esimo minuto, con il Kazakistan che in quel momento era in vantaggio grazie alla rete iniziale di Serhiy Malyi. Secondo le ricostruzioni dei media locali, il sistema di supporto della telecamera si è danneggiato a causa di un principio d’incendio (da qui il fumo nero), che ha compromesso uno dei cavi di sostegno.

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