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Renzi scatenato contro Meloni: “Lei è diventata lady tax. Sotto ai suoi video va messa la scritta ‘contiene fake news'”

Duro intervento di Matteo Renzi in Aula al Senato durante la discussione generale sulle comunicazioni della premier Giorgia Meloni in vista del Consiglio europeo. “Noi siamo d’accordo con la presidente, quando c’è un video che contiene una fake news o un’immagine falsa è giusto dirlo. Ma non sarà il caso di mettere alcune di queste diciture anche su alcune sue dichiarazioni dell’ultimo periodo?”, esordisce il leader di Italia Viva.

La prima “fake” analizzata da Renzi è quella sulla pressione fiscale del governo Meloni, mai così alta dal post governo Monti. “C’è un video che circola, dice che con lei la pressione fiscale scenderà al 40% in Costituzione. La realtà è che oggi con lei è a livelli record. Riprendiamo questo video e ci mettiamo la dicitura ‘questo video contiene fake news’? – attacca Renzi – Perché lei è diventata nel giro di tre anni lady tax?”.

“Quando ci dice che con questo governo ora incidiamo, dobbiamo mettere la dicitura fake news o semplicemente state cercando di barcamenarvi su un posizionamento politico che, orfano del ponte di Trump, non vi fa più trovare a casa?”, affonda ancora Renzi. “Dovete smetterla con questa narrazione per cui da quando ci siete voi è cambiato il mondo”, si infervora l’ex premier, sottolineando infine l’ultima fake news, quella sul discorso fatto alla Camera da Meloni.

Quindi Renzi conclude rimarcando i dissapori interni allo stesso centrodestra. “Chi sta dicendo che lei ha fallito sulla sicurezza non è questa parte politica, è Vannacci – attacca – La novità politica di oggi è che lei è attaccata da destra. E ci sono due mozioni nell’ambito del centrodestra perché questa è la rottura politica”.

Video Youtube Matteo Renzi

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Schlein attacca Meloni sulla pressione fiscale: “Record degli ultimi anni, distanza enorme tra il racconto della premier e chi vive fuori da Chigi”

“C’è una distanza enorme tra il Paese che racconta la premier Meloni e chi vive fuori di Palazzo Chigi. Nel suo intervento è un susseguirsi di successi e obiettivi raggiunti, solo che la realtà è molto differente. Non si preoccupi, presidente Meloni, non siamo noi e non vogliamo noi aumentare le tasse sul lavoro e sull’impresa, l’avete fatto voi questo portando la pressione fiscale al record degli ultimi 12 anni oltre il 43%” del Pil. È l’affondo della segretaria del Pd, Elly Schlein, che, nell’Aula della Camera, dopo le comunicazioni della premier Giorgia Meloni in vista della riunione del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno 2026 ha risposto alla premier ricordando la tassazione record del governo Meloni, la più alta mai avuta dal post governo Monti. Un tema caro alla premier che nel 2013, militando già in FdI-Alleanza Nazionale, voleva addirittura introdurre in Costituzione un tetto alla pressione fiscale pari al 40% del Pil.

“Basta bugie e basta propaganda”, ha attaccato Schlein, ricordando che in questi quattro anni il governo aveva “i numeri per fare tutto” e che invece non è stato fatto “niente che potesse cambiare la vita degli italiani”.

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Conte attacca Meloni: “Non partecipa più ai summit europei, non può fare una fuga alla Schettino”

“Meloni non si affaccia più ai summit europei, non si è presentata a quello in Montenegro, perché, cosa doveva fare? Stentavo a crederci: doveva presentare un francobollo. Poi il vertice di Londra con Francia, Germania e Regno Unito non siamo stati invitati. In queste ore adesso si è consumato un incontro degli ambasciatori di questi Paesi in Russia a Mosca, ma dico almeno vi hanno avvertito?”. Così il presidente del Movimento 5 stelle, Giuseppe Conte, durante le dichiarazioni di voto dopo le comunicazioni della presidente del Consiglio Giorgia Meloni prima del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno.

“Ormai non contiamo proprio più, non ci siamo più. Ma cosa fate, gli offesi? Non può fare l’offesa perché fino all’ultimo giorno dovete difendere l’interesse nazionale, non si può permettere una fuga alla Schettino“, attacca ancora Conte.

Il leader pentastellato parla anche di un post Meloni. “Ormai siete in campagna elettorale – dice ancora – FdI in particolare. Ma se questa è la campagna siete messi male, non ci spaventa. Fatevi sotto, non temiamo nulla”. E conclude: “Toccherà a noi rilanciare l’Italia, sappiamo come si fa”

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Meloni riscopre il nemico Bruxelles: strali contro burocrati, migranti e Green Deal per accendere la campagna sovranista (e frenare Vannacci)

Nel pieno della campagna elettorale, Giorgia Meloni mette di nuovo l’Unione europea nel mirino. Nelle comunicazioni alla Camera in vista del Consiglio Ue del 18 e 19 giugno, la premier sembra tornare a vestire gli abiti del capo dell’opposizione, che in rari casi per la verità aveva dismesso, e rispolvera l’armamentario retorico della destra – le elezioni politiche sono dietro l’angolo – in cui Bruxelles è piena di “burocrati” scollegati dalla realtà e di “strumenti di pressione indebita” sull’attività dei governi, ma diventa anche la “gonna di mammà” dietro la quale nascondersi quando bisogna prendere decisioni delicate come quelle sulle sanzioni a Israele.

I prezzi dell’energia, tornati centrali per la guerra scatenata all’Iran da Washington e Tel Aviv, sono il primo tema scelto dalla leader di FdI per scaldare gli elettori. Parlando della richiesta avanzata per la revisione dei benchmark ETS, Meloni spiega che ogni leader “quando si presenta in Consiglio Europeo, lo fa con alle spalle un mandato del proprio Parlamento. Per questo le decisioni che noi prendiamo (…) non possono essere rimesse in discussione, o ribaltate, da interpretazioni surreali, ammantate come tecniche, di burocrati che non devono rendere conto a nessuno e che forse anche per questo hanno finito per perdere il contatto con la realtà“. Non è che l’eco di quella “Europa dei burocrati” contro cui la premier aveva sibilato a denti stretti due settimane fa all’assemblea di Coldiretti e della quale l’alleato Matteo Salvini ha fatto uno dei suoi due principali strumenti retorici insieme alla lotta all’immigrazione.

Altro argomento che, con le elezioni alle porte e Roberto Vannacci in agguato, non poteva mancare. L’Europa, sottolinea Meloni, è quella che faceva sì che “l’Italia per avere maggiore flessibilità di bilancio doveva dirsi favorevole a ricevere più immigrati illegali“. A cosa si riferisce la premier? Negli anni in cui dalla rotta del Mediterraneo centrale i flussi migratori erano ingenti, “il governo Renzi ha barattato flessibilità con accoglienza”, ricorda Meloni rinfacciando al centrosinistra che “tra il 2014 e il 2016 sono sbarcati in Italia più di mezzo milione di immigrati”. Oggi, invece, “c’è un governo che riesce a ottenere flessibilità e una riduzione dell’80% degli immigrati illegali”. Dimentica, il capo del governo, che gli arrivi dalla Libia sono calati ai minimi storici solo grazie al controverso Memorandum firmato con Tripoli dal governo Gentiloni (Pd) nel febbraio 2017, del quale tutti i governi successivi hanno beneficiato.

Meloni scende sul campo tecnico quando parla del sistema con cui l’Ue collega il rispetto dello Stato di diritto con l’accesso ai fondi comunitari. “Deve far riflettere che Paesi accusati di violare lo Stato di diritto quando sono governati da maggioranze reputate sgradite, diventino poi di colpo pienamente in linea con i principi europei al cambio di governo“. Il riferimento è alla Polonia, alla quale Bruxelles aveva congelato miliardi di euro legati al Pnrr e aperto un duro contenzioso sulle riforme della giustizia realizzate dai governi del PiS, partito alleato di FdI a Strasburgo. Con l’arrivo al potere dell’europeista Donald Tusk, la Commissione ha sbloccato una parte delle risorse e ridotto il livello dello scontro con Varsavia. Meloni non la nomina, ma tra le righe affiora anche l’Ungheria di Viktor Orbán (oggi sostituto dal moderato Peter Magyar), paese che più di ogni altro è stato soggetto all’applicazione della condizionalità dello Stato di diritto, diventando il simbolo dello scontro tra le istituzioni Ue e i governi sovranisti dell’Europa dell’est.

In un discorso elettorale che si rispetti non poteva mancare un cenno al rischio che Bruxelles si doti di “strumenti di pressione indebita” nei confronti dei governi nazionali sul tema della transizione ecologica. Nel mirino c’è il principio del “Do no significant harm“, secondo cui gli investimenti finanziati con risorse Ue non devono arrecare danni agli obiettivi ambientali. Secondo la premier, mentre Stati Uniti e Cina spendono miliardi per sostenere le proprie imprese, l’Ue rischia di trasformarsi nel principale ostacolo alla competitività delle sue economie. Una lettura che Meloni usa per rivolgersi all’elettorato più euroscettico e conservatore e togliere argomenti a chi da destra – quel Vannacci, che a Strasburgo ha costruito parte della sua immagine tra difesa dell’industria nazionale, critica alle élite europee, opposizione alle norme penalizzanti per agricoltori, automobilisti e imprese – vorrebbe insidiarla su quel fronte.

Un altro caveat per Bruxelles Meloni lo mette sul quadro finanziario pluriennale di cui si discuterà in Consiglio: “Non accetteremo un bilancio in conseguenza del quale, a fronte di maggiori contributi, l’Italia rischia di avere a disposizione risorse inferiori”. E allora “siamo pronti a investire su competitività e difesa, ma non a spese della Pac, della Pesca e della Coesione”, specifica la premier, attingendo a piene mani al ricco e sempre efficace repertorio del populismo: “Piuttosto, si comincino a tagliare le spese per l’Amministrazione europea, che nella proposta della Commissione vengono aumentate di più del 20%”.

A fornire spunti sono anche le trattative per porre fine alla guerra in Ucraina. “Procedere a tentoni con formati variabili non adeguatamente rappresentativi produce frammentazione, confusione, debolezza” perché “allo stato nessun formato ha legittimità per parlare a nome dell’intera Europa”. Un affondo che sembra rivolto soprattutto al cosiddetto “E3” di Francia, Germania e Regno Unito. Ora, secondo Meloni “il tema vero non è chi fa o meno parte di questo o quel formato” ma è un fatto che nell’E3 l’Italia non è compresa e non è un caso che l’esclusione non piaccia alla leader sovranista. Che dimentica di dire che il suo governo è impegnata sul dossier ucraino nella “coalizione dei Volenterosi“, altro formato variabile che negli ultimi mesi sembra aver perso capacità di incidere.

L’Ue, invece, torna utile quando si tratta di prendere decisioni scomode. Da un lato la premier chiude la porta alla sospensione dell’Accordo di associazione tra Ue e Israele accusato delle stragi di Gaza, dall’altra “l’Italia intende sostenere misure mirate contro i coloni violenti”, e “il ministro Ben-Gvir, che abbiamo chiesto di sanzionare“. Ma se la volontà fosse quella di colpire subito i coloni che assaltano i palestinesi in Cisgiordania e il ministro che ha messo alla gogna gli attivisti della Global Flotilla Sumud, Roma potrebbe adottare fin da subito misure nazionali, come hanno già fatto altri governi europei. Ma in campagna elettorale permanente l’equilibrismo paga più della coerenza.

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Silvestri (M5s): “Meloni con le ginocchiere? Non erano parole sessiste. La malizia è di chi guarda”

“Dopo il referendum sia detto che la linea del governo Meloni era di raddrizzare la schiena, rialzarsi da una posizione supina che aveva avuto nei confronti di Trump e Netanyahu, lei non ha rialzato la schiena, ha semplicemente indossato delle ginocchiere per stare più comoda”. Queste le parole del deputato 5 Stelle, Francesco Silvestri, nell’Aula di Montecitorio che hanno innescato la reazione furente della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nel corso della sua replica durante il dibattito parlamentare sul prossimo consiglio europeo. “Il riferimento era sulla postura del governo” dichiara Silvestri ai cronisti fuori dalla camera dei Deputati,.

“Purtroppo la storia di questo Paese è di uomini che si sono inginocchiati ai poteri forti, quindi non c’è nessun riferimento sessista in nessun modo, poi se qualcuno ha voluto strumentalizzare per cambiare l’oggetto della giornata parlamentare che verteva su cose estremamente importanti, io non posso farci nulla” la difesa di Silvestri.

Parole che sono state un autogol? “Loro hanno fatto un artifizio comunicativo in mancanza di risposte politiche più concrete. Probabilmente – continua il deputato del Movimento 5 Stelle – quando non si hanno risposte in materia economica e sociale, rispetto ai provvedimento che si fanno e rispetto alla politica estera disastrosa di questo governo probabilmente ci si attacca ad un termine”.

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Laura Ravetto (Futuro Nazionale) contro Meloni: “Questo governo ha tradito la fiducia degli elettori, smentite voi stessi”

“Noi non votiamo la fiducia al governo, non per fare un favore alla sinistra, ma perché questo governo ha tradito la fiducia degli elettori ed è chi tradisce il programma del centrodestra con cui è stato votato che fa un favore alla sinistra”. Così in Aula Laura Ravetto, deputata di Futuro Nazionale ex deputata leghista, ha attaccato Giorgia Meloni rispondendo alle parole della premier contro i vannacciani che aiuterebbero la sinistra non votando la fiducia al governo. “Il monito lo rivolga ai partiti alleati”, ha aggiunto Ravetto. “Pur di non darci ragione – ha sottolineato – e di non dare ragione a Vannacci state smentendo anche voi stessi”.

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Meloni attacca Fratoianni: “Ha preso contributi da Soros”. Bonelli sbotta: “Bugie inammissibili, ci aspettiamo le scuse”

Botta e risposta alla Camera tra Nicola Fratoianni di Avs, la premier Giorgia Meloni, e Angelo Bonelli. “Voi la patrimoniale l’avete fatta sul ceto medio, togliendo diritti e opportunità, aumentando il carico fiscale. Il punto sono le scelte politiche”, ha attaccato Fratoianni intervenendo in Aula in occasione delle comunicazioni della premier in vista del Consiglio europeo.

Poco dopo la risposta di Meloni che ha accusato il deputato di aver preso soldi da Soros. “L’unica patrimoniale l’abbiamo messa sui patrimoni altissimi, tassando le banche e anche ultimamente le società energetiche. Se aveste avuto voi lo stesso coraggio negli anni passati le cose sarebbero andate meglio. Ma capisco che non si possa avere quel coraggio quando si accettano contributi finanziari da uno speculatore finanziario del carico di Soros…”, ha attaccato Meloni durante la replica in Aula.

Immediata la replica di Angelo Bonelli, di Avs, che al termine dell’intervento della presidente del Consiglio l’ha accusata di dire bugie “inammissibili”. “Ci aspettiamo delle scuse”, ha aggiunto.

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Meloni e Vannacci, scoppia la guerra anche in Parlamento. La premier: “Avete votato 6 volte contro la fiducia, insieme a Schlein e Conte”

“Per ben sei volte avete votato contro la fiducia a questo governo, insieme collega Schlein, collega Conte, collega Renzi e compagnia”. Mittente: la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Destinatario Emanuele Pozzolo, il deputato noto per aver sparato alla festa di Capodanno, ex di Fratelli d’Italia. Insomma, è ufficialmente scoppiato il conflitto tra il centrodestra di governo e Futuro Nazionale, il partito di Roberto Vannacci prodotto della scissione dalla Lega. E ora lo scontro si consuma plasticamente in Parlamento. “Collega Pozzolo, dunque, mi dispiace francamente che abbia cambiato idea sul tema dell’interesse nazionale, perché quello che stiamo facendo noi a tutela dell’interesse nazionale è quello che c’è scritto nel nostro programma, programma per realizzare il quale lei e altri siete stati eletti all’interno delle fila del centrodestra in questo Parlamento”. Durante le repliche alla discussione sulle sue comunicazioni in vista della riunione del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno, Meloni va a testa bassa contro i vannacciani: “Votare contro la fiducia a un governo, scusate, votare contro la fiducia a un governo, per chi ci ascolta, significa votare per mandare a casa quel governo. Esatto, bene. Io penso, collega, che fare quello che serve alla sinistra non sia mai difendere l’interesse nazionale e quindi, di grazia, non mi si parli di vera destra, perché la vera destra non è mai funzionale alla sinistra“.

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Meloni, sconfitta sulla revisione delle quote Ue di emissione, attacca i “burocrati”: “Ribaltano le decisioni del Consiglio”

A marzo ha chiesto con scarso successo di mettere mano all’Ets, il sistema europeo per lo scambio delle quote di emissione di Co2, cioè lo strumento chiave per raggiungere gli obiettivi climatici dell’Unione per il 2030, che Confindustria accusa di affossare le imprese italiane. Tre mesi dopo, con la revisione del meccanismo ormai alle porte, Giorgia Meloni scarica le responsabilità su Bruxelles andando alla carica contro i “burocrati che non devono rendere conto a nessuno”. E, nelle comunicazioni alla Camera in vista del prossimo Consiglio europeo, li accusa di ignorare il mandato ricevuto dai leader europei e “ribaltare” le decisioni prese con “interpretazioni surreali, ammantate come tecniche”. Questo perché, nella ricostruzione della premier, le conclusioni approvate dai capi di Stato e di governo a marzo avevano indicato “una direzione chiara e pragmatica” per ridurre i prezzi dell’energia, contenere la volatilità e attenuare l’impatto dell’Ets. Sarebbe dunque colpa della Commissione europea e dei suoi “burocrati” se ora, in vista dell’aggiornamento di luglio, diventa palese che i risultati sperati da viale dell’Astronomia non stanno arrivando.

Il fatto è che su questo fronte il governo italiano è uscito sostanzialmente sconfitto. Nelle settimane precedenti al vertice di marzo, Roma aveva chiesto una revisione profonda del meccanismo e sostenuto la necessità di intervenire per ridurne l’impatto sui prezzi dell’energia. Ma durante il confronto tra i leader Meloni si era ritrovata isolata. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz aveva difeso apertamente l’Ets definendolo uno strumento efficace e la presidente della Commissione Ursula von der Leyen aveva ribadito che il vero responsabile dei prezzi elevati dell’elettricità resta la dipendenza europea dal gas: sulla “bolletta” totale la voce costo dell’energia pesa in media per il 56%, contro l’11% di sono responsabili le quote di emissione, il 18% dei costi di rete e il 15% delle imposte. Il sistema di scambio delle quote serve semmai a rendere più conveniente investire nelle tecnologie pulite e ridurre quella dipendenza. O almeno: andrebbe così se l’Italia utilizzasse i proventi come previsto dalla direttiva europea in materia, cioè destinandoli all’abbattimento delle emissioni dei gas a effetto serra e all’adattamento agli impatti dei cambiamenti climatici. Il che non accade.

Tornando alla riunione di marzo, alla fine il Consiglio non aveva accolto nessuna delle richieste più radicali avanzate da Roma: no alla sospensione del sistema né a un’accelerazione della revisione e nessun rinvio delle scadenze già previste. L’unico risultato che Meloni aveva potuto vantare era stato l’inserimento nelle conclusioni di un generico riferimento alla necessità di valutare misure per mitigare l’impatto delle diverse componenti del prezzo dell’elettricità, Ets compreso, e limitare l’eccessiva volatilità del mercato del carbonio. Immutati comunque i tempi per le nuove regole: estate 2026 come già previsto.

Ora la scadenza si avvicina e Meloni mette nel mirino l’atto delegato con cui Bruxelles ha aggiornato i benchmark Ets, cioè i parametri utilizzati per determinare quante quote gratuite di emissione spettano alle industrie europee esposte alla concorrenza internazionale. Il tema è molto tecnico ma, semplificando, i nuovi benchmark riflettono i progressi compiuti dai settori industriali più efficienti nella riduzione delle emissioni e, per alcune imprese, possono comportare una diminuzione dei permessi a inquinare gratis, senza acquistare permessi sul mercato. In generale, però, l’atto è tutt’altro che severo: basti dire che nel complesso assegna all’industria circa 4 miliardi in più di quote gratuite. In compenso la Commissione punta a estendere l’Ets anche ai voli extraeuropei e sta valutando la graduale inclusione degli inceneritori di rifiuti. E dall’ultimo confronto tra i commissari Ue sul tema è emerso anche che potrebbe arrivare l’obbligo per gli Stati membri di destinare una quota maggiore dei ricavi nazionali dalle aste Ets (43 miliardi complessivi solo nel 2025) agli investimenti nella decarbonizzazione dei settori coperti dal sistema di scambio quote di emissione. L’Italia, che dal 2010 in base a una norma voluta dall’allora ministro Giulio Tremonti destina il 50% del gettito alla riduzione del debito pubblico, dovrebbe adeguarsi.

Il governo è dunque alle strette, anche perché nel frattempo le imprese – via Sole 24 Ore – nei giorni scorsi hanno recapitato un lungo elenco di richieste che va dalla limitazione del prezzo delle quote agendo sulla riserva per la stabilità del mercato “anche fissando un tetto al prezzo della Co2” all’esclusione degli operatori finanziari dalla partecipazione alle aste per evitare la “deriva speculativa”, fino all’ulteriore rinvio oltre il 2028 dell’Ets 2 che si applicherà a trasporti su strada ed edifici. Di qui la narrazione che individua la burocrazia comunitaria come capro espiatorio responsabile di decisioni in realtà condivise dalla maggioranza dei leader comunitari.

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Meloni vanta l’aumento delle spese per la Difesa al 2,8% del Pil. Ma poi precisa: “Dovuto soprattutto agli investimenti sulla sicurezza interna”

Sulle spese per la Difesa Giorgia Meloni cerca di dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Nel corso del suo intervento alla Camera, come su altri temi la presidente del Consiglio si è messa sulla difensiva. Da una parte ha vantato un aumento delle spese in rapporto al Pil dello 0,71%, dall’altra, per il timore di proteste per spese militari eccessive in un momento di piena crisi energetica, ha comunque specificato che questa impennata è dovuta “soprattutto alle spese legate alla sicurezza sul proprio territorio“.

La leader di Fratelli d’Italia ha garantito che sulla Difesa “siamo pronti ad assumerci le nostre responsabilità e lo ribadiremo al vertice Nato, dove l’Italia si presenterà con il 2,8% del Pil investito in difesa e sicurezza”. Un dato che, rispetto agli accordi raggiunti dall’Alleanza, rispetta le aspettative del raggiungimento del 5% entro il 2035. Ma questa celerità nel rispettare standard che lo stesso governo aveva criticato nei mesi scorsi definendoli eccessivi rischiava di attirare sull’esecutivo critiche dalle opposizioni, ma anche dai alcuni sostenitori. Così ha precisato: “Segnalo un aumento dello 0,71%, garantito però soprattutto dalle spese legate alla sicurezza sul proprio territorio”. E ha poi spiegato: “La difesa è importante, certo, ma mettere al riparo le famiglie e le imprese italiane dalla crisi in atto, lo è altrettanto. E queste due priorità sono interconnesse. Senza sicurezza, l’energia finirebbe per costare sempre di più. Senza energia, non rimarrebbe più nulla da difendere con le armi. Abbiamo posto questa questione con chiarezza, scrivendo una lettera alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen con la quale chiedevamo di garantire maggiore flessibilità di bilancio agli Stati membri per affrontare la crisi energetica, utilizzando meccanismi finanziari simili a quelli previsti proprio per la difesa. Dopo un negoziato lungo e complesso abbiamo ricevuto la risposta che auspicavamo”.

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Nucleare, il Governo Meloni si gioca la carta dei mini reattori Smr in chiave elettorale. E lancia promesse che non può mantenere

“Con il nucleare possiamo abbattere del 30-40% la bolletta”. Gilberto Pichetto Fratin, ministro della Sicurezza energetica, marzo 2025. “Vogliamo proseguire speditamente sul ritorno dell’energia nucleare in Italia, puntando sulle tecnologie più innovative, come i minireattori nucleari” che ci consentano “di avere costi più bassi rispetto a quelli attuali”. La premier Giorgia Meloni, maggio 2026, davanti alla platea di Confindustria. “Il nucleare è l’unico modo per alleggerire e tagliare le bollette delle famiglie e delle imprese”. Matteo Salvini, ministro dei Trasporti, giugno 2026. La questione energetica entrerà di diritto nella campagna per le elezioni politiche del 2027 e il Governo si prepara così. Sparando promesse che non può mantenere, almeno stando a report e organizzazioni internazionali più autorevoli. E raccontando di come il “ritorno al futuro” del nucleare avrà il potere di abbassare le bollette degli italiani. L’Italia potrà anche arrivare a quel momento, si stanno preparando le condizioni, ma i conti non tornano sulle tempistiche “utili” ad aiutare gli italiani e sulla certezza di un reale effetto sulle bollette. Per inciso, si parla di fissione nucleare e non di fusione che, tra le due, è la strada più auspicabile ma anche quella più lontana. Concorda anche il ministro della Sicurezza Energetica, Pichetto Fratin (“La fusione è un qualcosa di molto avanti nel tempo, fra decenni”). Così, in vista delle prossime elezioni, l’Esecutivo si gioca la carta della fissione e, in particolare, degli Smr, Small modular reactor (Leggi l’approfondimento), più piccoli e con una potenza inferiore ai 300 megawatt, contro i circa mille di quelli tradizionali. Quindi apparentemente più “spendibili” in campagna elettorale.

I minireattori Smr diventano lo spot del Governo Meloni

A parte alcuni esponenti particolarmente ottimisti, il Governo Meloni conta di avere in Italia il primo reattore tra il 2034 e il 2035. Anche senza intoppi, che l’Esecutivo evidentemente non prevede, famiglie e imprese hanno bisogno di ridurre i costi già oggi e non tra dieci anni. Secondo molti esperti, però, stando alle tempistiche dei progetti in giro per il mondo e al particolare contesto italiano, sono scarse le probabilità di avere generazione prima del 2040. Uno studio di The European House Ambrosetti, in collaborazione con Edison e Ansaldo Nucleare, prevede però che tra il 2035 e il 2050 l’Italia potrà realizzare circa 15-20 reattori. Di fatto, gli Smr non sono ancora operativi per scopi commerciali su larga scala in Occidente. Le pochissime unità commerciali o semi-commerciali attualmente in funzione sono in Cina e Russia. Tutto è in evoluzione, certamente, ma se si parla di “bollette” e costi ridotti in vista della prossima campagna elettorale, è bene chiarire quali sono i tempi (e i costi) di questa evoluzione. Una certa ‘impazienza’, però, l’ha mostrata negli ultimi mesi anche il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini che ormai spinge affinché – durante la lunga attesa per il nucleare – si provveda ad accelerare sul fronte delle rinnovabili.

Le dichiarazioni della maggioranza sulle tempistiche

A ridurre i tempi di realizzazione di un Smr, almeno sulla carta, è soprattutto il fatto che vengono prodotti in serie e assemblati in fabbrica, per poi trasportarli al sito di utilizzo. Negli Smr accade ciò che accade in un reattore a fissione di grandi dimensioni: il nucleo di un atomo pesante, come l’Uranio-235, viene diviso in due parti più piccole tramite l’impatto di un neutrone. Si genera così un’immensa quantità di calore, utilizzato per trasformare l’acqua liquida ad alta pressione in vapore. Questo farà azionare le turbine, collegate all’alternatore che produrrà energia elettrica. Alcuni esponenti della maggioranza, tra cui il vicepremier Matteo Salvini, sono molto ottimisti. Ad aprile 2025 auspicava: “Se partiamo oggi come il governo vuole, tra 7 anni accendiamo il primo interruttore e le famiglie pagheranno meno”. Il ministro Pichetto Fratin ha dichiarato che “per poter produrre nella metà del prossimo decennio bisogna approntare gli strumenti oggi”. Quindi bisognerebbe aspettare più o meno il 2035 per l’accensione dei primi mini-reattori commerciali in Italia. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha parlato “di un piano di medio-lungo periodo”. Ma stando alle esperienze maturate nel mondo, per arrivare tra dieci anni ad accendere un reattore, bisognerebbe partire oggi. Anzi, prevedendo qualche intoppo, si sarebbe già dovuti partire.

Ecco come è andata in Cina e Russia

Il tempo medio stimato per la sola costruzione e l’assemblaggio in un sito di un singolo Smr, sulla carta, è di 3-4 anni. Considerando l’intero ciclo di vita del progetto, però, dallo sviluppo alla messa in funzione del primo esemplare di un nuovo design (il cosiddetto First of a kind) si arriva ad almeno 10 anni. Si può anche sorvolare sui fallimenti, a iniziare da quello del progetto NuScale in Idaho, negli Stati Uniti, dopo che la stima dei costi era arrivata da 3 a 9,3 miliardi di dollari per sei reattori modulari da 77 megawatt. Ma c’è un dato che fa riflettere. A livello globale, si contano oltre 120 progetti e concetti di design di Smr e l’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha censito circa 80 progetti commerciali (la maggior parte in fase embrionale o di studio preliminare), ma se si parla di Smr commerciali attivi, in tutto il pianeta ce ne sono solo tre. In Russia, ci sono due reattori ad acqua pressurizzata da 35 megawatt ciascuno che si trovano nella centrale nucleare galleggiante Akademik Lomonosov, situata nel porto di Pevek e affacciata sul Mare della Siberia Orientale. In Cina, nella centrale di Shidao Bay, nella provincia dello Shandong, è stato realizzato un reattore composto da due moduli che alimentano una singola turbina a vapore, da 210 megawatt complessivi. La costruzione è iniziata nel 2012: dovevano bastare tre anni ma ce ne sono voluti nove, più altri due di prove. Nel 2017 il costo di realizzazione si era già triplicati. Anche in Russia i tre anni si sono trasformati in 11, più un altro anno e mezzo per la connessione alla rete e perché i reattori operassero a fini commerciali. Anche qui, i costi sono triplicati rispetto alle stime iniziali.

I progetti sugli Smr (quelli in fase più avanzata) in giro per il mondo

Tra i progetti ancora in fase di realizzazione ci sono Carem 25, in Argentina e Linglong One (ACP100), anche questo in Cina. Il primo progetto ha subìto enormi ritardi e l’esplosione dei costi al 600 per cento rispetto alle stime iniziali. Terminerà probabilmente mezzo secolo dopo la sua ideazione per una potenza di 32 megawatt, la stessa generata da una quindicina di pale eoliche standard, su terraferma. Quello cinese si trova nelle fasi finali di collaudo e sta completando i test per l’avvio commerciale. Tra i Paesi del G7, il progetto più maturo è quello in Ontario (Canada), nel sito nucleare di Darlington. È considerato molto importante, perché si tratta del primo cantiere già aperto di un Smr commerciale (quindi già in costruzione) in tutto il mondo occidentale. Guidato da Ontario Power Generation in collaborazione con GE Vernova Hitachi, prevede l’installazione di 4 Smr, da 300 megawatt di potenza ciascuno. Il primo Smr dovrebbe entrare in funzione entro il 2030. In Canada, però, i tempi si sono ridotti perché il sito già possedeva l’autorizzazione ambientale per nuovi reattori. Negli Usa, progetti come quello di Kairos Power a Oak Ridge (Hermes 1 e 2), in Tennessee, riguardano impianti dimostrativi finanziati per servire clienti privati, come i data center di Google.

A che punto è l’Europa

Ma per capire come potrebbe andare in Italia e se le promesse del Governo Meloni hanno una base solida, occorre dare un’occhiata a ciò che accade in Europa. La Commissione Europea ha lanciato l’Alleanza Industriale Europea sugli Smr e stima che le prime installazioni saranno operative entro i primi anni del prossimo decennio, con l’obiettivo di arrivare, solo con questi reattori a una capacità che varia da 17 GW a 53 GW entro il 2050. Cosa è stato fatto? In Francia, il paese che su questo fronte è più avanti, il colosso Edf sta sviluppando il progetto Nuward. Solo che bisognerà aspettare tra il 2030 e il 2035 per vedere i primi prototipi. Anche Polonia e Repubblica Ceca, hanno l’obiettivo di installare le prime unità a ridosso del 2030. Secondo il think tank italiano Ecco Climate “le probabilità di avere generazione prima del 2040 sono verosimilmente nulle”. Il network di scienziati indipendenti, Energia per l’Italia, parla di “tecnologie non ancora disponibili, costi incerti e rischi sottovalutati”. Ne fa parte anche Nicola Armaroli, chimico e dirigente di ricerca presso il Cnr, tra i massimi esperti italiani di energia. E, parlando del mondo occidentale, ricorda: “Le tecnologie su cui il governo punta oggi – i piccoli reattori modulari e quelli a fusione – non esistono. Nemmeno negli Stati Uniti”. Per arrivare a essere operativo, in Italia il nucleare dovrà certo superare più di un ostacolo, come d’altronde hanno fatto energie molto meno discusse. E come dimostra quello che sta accadendo con il Deposito Nazionale per le scorie radioattive, per il quale non è stato ancora individuato il sito definitivo (Leggi l’approfondimento). Nel frattempo, il governo italiano ha rinnovato l’accordo con la Francia per estendere fino al 2040 (la scadenza precedenza era fissata per il 2025) il periodo di stoccaggio delle scorie prodotte dalle vecchie centrali italiane dismesse. L’Italia non pagherà penali, ma continuerà a pagare a caro prezzo lo stoccaggio. Secondo un report della Cgil, solo dal 2001 al 2019 sono stati pagati 1,2 miliardi per il trattamento del combustibile radioattivo in Francia e nel Regno Unito. Non facendo menzione alcuna della questione del deposito, Meloni parla degli Smr “sicuri e puliti”, ma Armaroli sottolinea anche la questione dei costi e della sicurezza. “Nessuno sa quanto costeranno. Di certo non abbasseranno le bollette. Per raggiungere gli obiettivi del Piano nazionale integrato per l’energia e il clima – ha poi aggiunto – servirebbero 120 piccoli reattori sparsi in tutta Italia. Chiedo ai parlamentari: è proponibile, in un Paese con il 95% del territorio a rischio sismico e idrogeologico, installare 120 mini-centrali?”.

Perché gli Smr non taglieranno subito i costi

A proposito di costi, nel report “The Path to a New Era for Nuclear Energy” pubblicato a gennaio 2025, l’Agenzia internazionale dell’Energia (Iea), ha spiegato quanto sia importante ridurre nei prossimi quindi anni i costi di costruzione degli Smr realizzando reattori su larga scala costruiti a budget (dunque con una certa standardizzazione), ma al momento questo obiettivo è molto lontano, anche perché ogni tipologia di reattore fa storia a parte. “Anche il progetto in Ontario, qualora fossero realizzati i quattro reattori identici nei tempi previsti, non direbbe nulla su tempi e costi degli altri progetti sviluppati nel mondo” spiega a ilfattoquotidiano.it Luigi Ventura, ordinario di Economia Politica all’Università La Sapienza di Roma. Per capire quanto costa produrre un megawattora con una certa tecnologia, considerando tutta la vita utile dell’impianto, si utilizza l’Lcoe (Levelized Cost of Electricity, ossia il costo livellato dell’elettricità), che varia molto da reattore a reattore. Le analisi di mercato e i casi reali indicano che il costo del capitale per questi primi modelli si aggira tra i 7mila e i 10mila dollari per kilowatt, con un Lcoe che oscilla tra i 130 e gli oltre 180 dollari (circa 155 euro) per megawattora. Le previsioni indicano che, con modelli successivi (Nth-of-a-Kind, Noah), si potrà scendere anche a 100 o meno. Ma la Iea stima che per penetrare stabilmente nel mercato e raggiungere la competitività economica, gli Smr dovranno raggiungere un intervallo di costo livellato compreso tra 52 €/MWh e 119 €/MWh, in teoria grazie ai processi di standardizzazione e alle economie di scala della produzione modulare. Ma nel report del 2025 ha anche spiegato che ad oggi, per rendere un impianto profittevole, “è necessaria “un’attività governativa – spiega Ventura – volta a regolare il mercato in modo da limitare fortemente la concorrenza da parte di meccanismi di generazione di energia molto più economici come le rinnovabili. Il rischio, insomma, è quello di drogare il mercato e non certo alleggerendo le bollette dei cittadini”.

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La mano della Lega nella mozione della maggioranza: scompare la difesa dell’integrità territoriale ucraina

Nessun riferimento alla difesa dell’integrità territoriale ucraina. Ormai è superata dai fatti. E se l’Ucraina procederà con l’ingresso nell’Unione Europea il Parlamento dovrà essere informato sulle sue conseguenze economiche. È quanto ha richiesto la Lega nella risoluzione di maggioranza che sarà votata domani dopo in aula alla Camera e al Senato dopo le comunicazioni della presidente del Consiglio Giorgia Meloni in vista del consiglio Europeo della prossima settimana.

Sull’Ucraina il passaggio più delicato della risoluzione. Il testo prevede che si debbano coinvolgere gli Stati Uniti, la NATO e il G7 per arrivare alla pace in Ucraina superando quindi il modello E3 (Germania, Francia, Regno Unito) che vede esclusa l’Italia e chiedendo quindi l’intervento del presidente americano Donald Trump. Nel testo della risoluzione rimarrà il riferimento alla “pace giusta e duratura” ma, su richiesta della Lega, è stato tolto il riferimento alla “integrità territoriale di Kiev”. Il partito di Salvini, infatti, ritiene che ormai questa condizione sia superata dai fatti e se si arrivasse a congelare il fronte o a cedere il Donbass alla Russia comunque non sarebbe rispettato il principio dell’integrità territoriale di Kiev.

Il Carroccio inoltre ha chiesto di modificare anche un’altra parte della risoluzione che riguarda Kiev: quella dell’ingresso dell’Unione Europea. Se già il testo originale manteneva cautela perché il processo si dovrebbe basare “sul merito individuale e sulla parità di trattamento tra tutti i Paesi candidati e che rimane una priorità geopolitica e strategica complessiva per l’Italia”, la Lega ha chiesto che il Parlamento venga informato sugli effetti economici dell’ingresso di Kiev nell’Unione Europea e sugli aiuti finanziari nazionali per Bruxelles. La Lega ha più volte detto di “no” all’entrata dell’Ucraina nell’Unione.

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Meloni: “L’Italia non è la repubblica delle banane. Abbiamo fermato 24mila imprese ‘apri e chiudi’”

“Questa non è la repubblica delle banane, qui si rispettano le regole, come ricordava il presidente Sangalli non c’è mercato senza regole, non ci sono imprese sane e non c’è crescita”. Lo ha detto la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, nel suo intervento all’assemblea di Confcommercio, ricordando con un attento cherry picking una misura non nuova (è stata introdotta con la legge di Bilancio 2023) ma probabilmente gradita ai commercianti come la stretta sulle partite Iva “apri e chiudi” spesso intestate a cittadini extracomunitari. Non una parola invece sul recentissimo e probabilmente meno gradito obbligo, per la platea che la ascoltava, di collegare i registratori di cassa telematici al pos, scattato il quale si è registrata una prevedibile impennata del numero di scontrini e del valore delle transazioni “in chiaro”.

La premier, come detto, ha preferito concentrarsi su uno dei suoi vecchi cavalli di battaglia: il “fenomeno odioso”, delle “attività molto spesso gestite da extracomunitari che eludono il fisco aprendo e chiudendo in breve tempo, non pagando le tasse”. Finora, ha detto sommando apparentemente dati relativi agli ultimi tre anni, “ne abbiamo chiuse d’ufficio 24mila, un risultato secondo me importante per lo Stato, ma certamente più importante per gli imprenditori onesti di questa nazione che pagano le tasse e non meritano di subire la concorrenza sleale di chi, magari dopo essere entrato illegalmente in Italia, si mette pure a farci concorrenza sleale”. Velo pietoso, ca va sans dire, sul fatto che stando agli ultimi dati del dipartimento Finanze del Mef su ricavi e compensi dichiarati dalle partite Iva soggette agli Indici sintetici di affidabilità fiscale i commercianti hanno perlopiù “pagelle” da bocciatura. Il 68% delle panetterie secondo il fisco dichiara troppo poco, come il 65% dei negozi di giochi, il 69% dei commercianti di veicoli, il 65% dei rivenditori al dettaglio di tessuti e filati. La lista è lunga, ma su quei dati Meloni ha preferito tacere.

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Patrimoniale, Meloni attacca Schlein: “Altri parlano di tassare il patrimonio, noi lavoriamo per farlo avere agli italiani”

“Altri parlano di tassare il patrimonio, noi lavoriamo perché gli italiani possano ambire ad avere patrimonio dopo decenni di sacrifici”. Intervenendo all’assemblea di Confcommercio a Roma, Giorgia Meloni chiama l’applauso facile ribadendo la sua contrarietà a una nuova imposta patrimoniale, in questi giorni oggetto di dibattito nel centrosinistra dopo l’apparente apertura della segretaria Pd Elly Schlein (di fatto rinnegata pochi giorni dopo). La premier rivendica di aver “lavorato molto per rafforzare il potere d’acquisto degli italiani”: “Abbiamo agito su più fronti, il primo dei quali è stato il taglio delle tasse sul costo del lavoro. Siamo partiti ovviamente dai redditi più bassi, via via abbiamo allargato il raggio d’azione, non intendiamo fermarci, vogliamo fare di più, particolarmente per alleggerire il carico fiscale sul ceto medio perché il taglio delle tasse è uno dei grandi obiettivi di questo governo”, afferma. Tra i risultati vantati da Meloni di fronte alla platea dei commercianti c’è la chiusura d’ufficio di 24mila attivitàapri e chiudi“, “ovvero quelle attività molto spesso gestite da extracomunitari che eludono il fisco. Un risultato importante per lo Stato e gli imprenditori onesti che non meritano di subire la concorrenza sleale di chi magari, dopo essere entrato illegalmente in Italia, si mette pure a farci concorrenza sleale. Non si può fare. Il messaggio che vogliamo lanciare a tutti è che questa non è la Repubblica delle banane. Qui si rispettano le regole”, arringa la leader di FdI.

Prima di salire sul palco dell’Auditorium della Conciliazione, la premier applaude e fa segno di convididere con ampi cenni un passaggio del discorso del presidente Carlo Sangalli, quando dice, in riferimento all’Italia, che “raccontarci peggio di come siamo è un danno per tutti”. “Davvero, presidente, devo ringraziarti per averlo detto”, afferma la premier. “Sarebbe chiaramente intellettualmente disonesto dipingere l’Italia come una nazione nella quale i problemi sono stati risolti. Però io considero ugualmente disonesto dover per forza sminuire il quadro incoraggiante che i dati macroeconomici ci restituiscono. A me dispiace quando questa nazione si dipinge come spacciata, perché il quadro macroeconomico e anche molti osservatori fuori dai nostri confini nazionali raccontano invece una nazione che, pur nella peggiore congiuntura degli ultimi decenni, non solo ha resistito ma ha rilanciato. Nonostante il pessimismo cosmico che domina il racconto, questa nazione non si è fatta spaventare. Ha invece tirato fuori il suo carattere, come sempre accade all’Italia. L’Italia è così. L’Italia è una nazione che tira fuori il carattere quando le cose vanno male”.

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“La mia fidanzata Francesca Verdini gioca a burraco con Giorgia Meloni, io evito, sono due donne troppo competitive per me. Vannacci? Quando do fiducia a volte vengo fregato”: Matteo Salvini si racconta a Monica Setta

Matteo Salvini segreto“, si legge sul led che campeggia dietro il Vicepremier. A “Storie di donne al bivio di sera“, in onda in prime time su Rai2, il leader della Lega parla dell’amore con la compagna Francesca Verdini: “Nonostante i 19 anni di differenza, mi considero fortunato ad avere una compagna come lei, si è scelta un uomo non facile ma con cui c’è tanto amore. Il terzo figlio con Francesca? Se arriva è il benvenuto. Per me che ho già Federico e Mirta i figli sono pura gioia”, le sue parole nel salotto di Monica Setta.

“Se arrivasse un bambino dovrei riprendere confidenza con la paternità, visto che ho un figlio di 23 e una figlia di 13, ma sarebbe bellissimo. I figli sono per me la cosa più importante del mondo”, ha aggiunto il ministro dei Trasporti. Nessun riferimento al matrimonio annunciato dal settimanale “Diva e Donna“, secondo “Chi” non sarebbe imminente e la recente cresima della produttrice sarebbe un indizio di poco conto. Il vicepremier ha sposato in chiesa nel 2003 la giornalista Fabrizia Ieluzzi, le eventuali nuove nozze avverrebbero con il rito civile, dunque senza la necessità di un sacramento religioso.

Il primo appuntamento sette anni fa, nella primavera del 2019: “Portai Francesca a vedere un film, Dumbo, e poi passeggiammo fino a tarda notte per le vie di Roma senza scorta. Come primo regalo scelsi una bottiglia di mirto. Ho molti difetti, Francesca mi dice che a volte sono musone, mi chiudo, se mi attaccano non rispondo, preferisco il silenzio. Ma ho anche il pregio di essere curioso e di dialogare con chi mi è ostile sulla carta”, ha continuato il suo racconto privato Salvini.

Spazio a qualche curiosità su spinta della padrona di casa: “Mi è piaciuto Due spicci di Zerocalcare, amo Vasco Rossi anche se me ne dice di ogni, e quando Fedez, quanto di più distante da me, è stato male, gli ho mandato un sms di buona guarigione”. Il leader della Lega ha poi parlato del suo legame con la Premier: “Io e Giorgia Meloni abbiamo un rapporto di amicizia che si è sviluppato durante l’esperienza di governo. Con Tajani c’è stima e rispetto. Ma con Giorgia c’è qualcosa in più. Abbiamo due bimbe piccole, ci capita di vederci anche oltre la dimensione politica. Giorgia gioca a burraco con Francesca, io evito: sono due donne troppo competitive per me”.

“Vannacci? Quando do fiducia a una persona apro il mio portafoglio, gli do le chiavi di casa o della macchina. A volte vengo fregato, ok, è capitato e capiterà, ma continuerò a fidarmi. Dovrei essere cinico, in politica si fa così, io non lo sono. Ma non sono un rancoroso, tendo a dimenticare e ad andare oltre”, ha concluso Salvini.

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Legge elettorale, vertice di maggioranza: blitz in aula della destra per evitare l’ostruzionismo. Ancora scontro sulle preferenze

Niente emendamenti e tagliola sui tempi per andare in aula se l’opposizione farà ostruzionismo. La legge elettorale Stabilicum deve proseguire il suo percorso senza modifiche e tensioni interne alla maggioranza. I temi si affronteranno in aula, anche quello delle preferenze. È questa la linea emersa da una riunione di maggioranza a via della Scrofa con i delegati di Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega sul tema della legge elettorale.

Giovedì dunque, quando scadranno i termini per presentare gli emendamenti, la maggioranza valuterà il da farsi in base all’atteggiamento delle opposizioni: se il centrosinistra presenterà migliaia di proposte di modifica, la destra ha trovato l’accordo per non presentarne. A quel punto si inizierà a discutere e poi il presidente della commissione Affari Costituzionali Nazario Pagano prenderà atto che non ci sono le condizioni per arrivare in aula entro fine giugno:si voterà il testo base della legge senza dare il mandato al relatore tagliando i tempi della discussione e senza votare gli emendamenti.

Diverso è il caso in cui l’opposizione dovesse essere dialogante e a quel punto le modifiche alla legge si potrebbero fare anche in commissione. La maggioranza, d’altronde, ha già pronte due correzioni: l’introduzione del Trentino Alto Adige all’interno del premio di maggioranza e la denominazione del “premio di governabilità” a cui sarà cambiato il nome in premio di circoscrizione. Due piccoli aggiustamenti obbligati che, a seconda dell’atteggiamento delle opposizioni, saranno presentati in commissione Affari Costituzionali alla Camera o direttamente in aula.

Sicuramente in aula arriverà invece la questione delle preferenze che oggi non sono previste nel testo della legge elettorale e su cui la maggioranza sta litigando. Giorgia Meloni spinge per reintrodurle e Fratelli d’Italia con Giovanni Donzelli sta studiando un modello simile a quello toscano: un sistema con i capilista bloccati e gli altri candidati scelti con le crocette. Ma Lega e Forza Italia continuano a opporsi. Il rischio resta quello che la maggioranza si spacchi a voto segreto. Di questo, comunque, si parlerà a luglio quando il testo arriverà in aula.

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Ballottaggi elezioni comunali, Meloni esulta: “Avanti così”. Schlein: “Ha problemi con la calcolatrice, ha vinto il centrosinistra”. Ecco tutti i numeri

Hanno vinto tutti, come al solito. Ha vinto il centrodestra, che tiene Arezzo e Macerata e si prende Lecco. Ma ha vinto anche il centrosinistra, che trionfa – a sorpresa – ad Agrigento e si conferma a Chieti e Trani. E dunque, a stare a sentire i politici degli opposti schieramenti, c’è da festeggiare. Tuttavia a ben guardare le elezioni amministrative nel complesso non ha vinto né l’uno né l’altro. Sì, perché nei 118 comuni con più di 15mila abitanti al voto quest’anno tanto il centrodestra quanto il centrosinistra perdono sindaci. Chi vincono, quindi? I civici.

Tutti i risultati

L’elaborazione è pubblicata da YouTrend: dopo la tornata del 2026 il centrosinistra, in termini assoluti, porta a casa 50 città, 40 invece il centrodestra. Qual era la situazione prima del voto? Il centrosinistra aveva 59 sindaci, 42 il centrodestra. E dunque è boom per i candidati civici, che da 17 passano a 28.

Nei 18 capoluoghi di provincia il centrosinistra ne porta a casa dieci, sei il centrodestra e due i civici. E qui sì che per i due schieramenti c’è un miglioramento: il primo partiva da otto, il secondo da cinque. Dunque un piccolo incremento per entrambi. I ballottaggi di oggi, invece, dicono che c’è stato un sostanziale equilibrio: tre a tre, col centrodestra che ha strappato Lecco e il centrosinistra, come detto, Agrigento. Per Lorenzo Pregliasco di YouTrend “i capoluoghi confermano la tendenza del primo turno, di un certo equilibrio. L’affluenza registra un calo fisiologico di circa otto punti” e si conferma il “punto debole dei ballottaggio che tendono a vedere una partecipazione inferiore”. L’affluenza si è attestata al 52,07%, in calo di oltre otto punti.

Centrodestra vs centrosinistra

La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nel pomeriggio ha fatto sapere, attraverso i social, che è soddisfatta del risultato, che conferma “ancora una volta la forza del centrodestra, la solidità della coalizione e il suo radicamento nei territori. Avanti così, con serietà e concretezza”. Per Antonio Tajani “il centrodestra vince moltissimi ballottaggi e si conferma la coalizione protagonista”. Soddisfazione anche per la Lega, con la ministra per la Disabilità, Alessandra Locatelli, secondo cui “la Lega vince a Lecco, Arezzo, Macerata e in tantissimi altri comuni e vince il centrodestra”, e con Matteo Salvini, che ha affidato ai social poche parole di circostanza, impegnato com’è nella gestione degli scossoni all’interno del partito e con una probabile riorganizzazione dei vertici.

A Meloni risponde prima Matteo Renzi, su X: “Nei comuni capoluogo è finita 10-6 per il centrosinistra. Sulla politica internazionale non ci hanno invitato a Londra. Sulla politica economica peggiorano debito, stipendi, bollette e produttività. E tu ci dici ‘avanti così?’ Chi si contenta gode, capisco. Ma così è troppo”. Poi tocca a Elly Schlein: “Vedo che continua ad avere problemi con la calcolatrice. Che si tratti di ammettere i troppo scarsi investimenti sulla sanità pubblica di questo governo o i risultati delle amministrative, il tentativo è sempre lo stesso: capovolgere la realtà. Quanto a noi, avevamo detto che i conti li avremmo fatti alla fine. Su 18 capoluoghi al voto, tra primo turno e ballottaggi, al centrosinistra vanno 8 sindaci e al centrodestra 6 sindaci. Belle vittorie a Agrigento, dove governavano loro, a Chieti e a Trani. Già al primo turno tra i comuni sopra i 15mila abitanti il centrosinistra ha vinto in 37 e il centrodestra in 25, cui si aggiungono numerosi comuni vinti in questo secondo turno, come la splendida vittoria di Molfetta. Al di là della propaganda di Meloni e Salvini, anche in questa tornata elettorale i numeri fotografano una chiara affermazione dell’alleanza progressista, con il Pd primo partito in gran parte del Paese”.

Sempre per i dem, c’è il responsabile organizzazione Igor Taruffi: “Alle vittorie di Mantova, Pistoia, Prato, Avellino e Andria al primo turno si aggiungono oggi Chieti, Trani e Agrigento al ballottaggio. Numeri ancora più chiari se si tiene conto dei risultati di altri due capoluoghi quali Salerno ed Enna già assegnati al primo turno in cui a prevalere non è stato certo il centrodestra”. E infine, il caso Molfetta, con Manuel Minervini di Rifondazione, sostenuto dal campo largo: “La vittoria netta del candidato del campo progressista è una nota particolarmente preziosa maturata in condizioni difficili ma che segnala l’affermazione anche del nuovo corso del Pd, che ha scelto di costruire l’alleanza progressista dicendo no a trasformismi e ambiguità”.

Il caso Vigevano e il No al referendum

A far parlare di sé, dopo il primo turno, era stata la seconda città più popolosa della provincia di Pavia – dopo il capoluogo – vale a dire Vigevano. E lo aveva fatto per il risultato oltre le aspettative del candidato di Roberto Vannacci, che correva senza simbolo (per ragioni organizzative), Fulvio Suvilla. Il candidato di Futuro Nazionale, infatti, aveva preso oltre il 14% dei voti, mentre Salvini aveva commissariato il partito dopo il disastro elettorale (il candidato del Carroccio è stato escluso dal ballottaggio). Nei giorni scorsi, Vannacci ha dato l’indicazione di non appoggiare nessuno, e di fare scheda bianca o nulla. Oggi ha vinto il candidato di Forza Italia, Paolo Previde Massara. E dall’analisi dei flussi elettorali di YouTrend, risulta che il 52% di chi aveva espresso il voto per Fuvilla è rimasto a casa, mentre il 41% ha dato la propria preferenza a Previde Massara.

Interessante un’altra elaborazione di YouTrend, che ha preso in considerazione il voto al referendum costituzionale dello scorso 22-23 marzo. Incrociando i dati tra le elezioni comunali e il referendum, emerge che il centrodestra “ha conquistato 25 comuni nei quali aveva prevalso il No. Al contrario, ci sono 6 comuni in cui aveva vinto il Sì ma in cui si è affermato il centrosinistra. Sebbene in questa tornata i comuni sopra i 15mila abitanti in cui il No aveva prevalso siano nettamente più numerosi rispetto a quelli in cui aveva vinto il Sì (91 contro 27), il dato evidenzia come il consenso raccolto dal No al referendum non si sia tradotto automaticamente in un sostegno ai candidati di centrosinistra alle amministrative”.

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“L’ho fatto io!”: Trump e Meloni ‘complici’ degli aumenti della benzina. Finiamo questa relazione tossica!

di Simona Abbate*

Era il 2022 quando l’attacco della Russia all’Ucraina ha gettato l’Europa nel caos energetico. Sono passati solo quattro anni e siamo di nuovo allo stesso punto: una crisi internazionale fa salire i prezzi, famiglie e imprese pagano il conto, mentre le compagnie del petrolio e del gas trasformano l’instabilità globale in nuovi profitti.

Non è una fatalità. È il risultato di una dipendenza costruita e difesa per anni: quella dai combustibili fossili, dalle importazioni di gas e petrolio e da un modello energetico che ci espone a guerra, ricatto e tensione geopolitica.

La gente comune sta pagando con la propria vita per guerre che non ha iniziato, mentre le compagnie petrolifere continuano a trarre profitto sulle spalle di cittadini e cittadine che pagano la crisi energetica. Dopo l’attacco illegale di Stati Uniti e Israele all’Iran, con il silenzio ignavo e complice del governo italiano, i prezzi di benzina e petrolio sono saliti e a poco servono le misure emergenziali – ripetuti pannicelli caldi – che l’esecutivo Meloni tenta di mettere in campo.

La crisi che stiamo vivendo è colpa di Trump e Netanyahu, ma è responsabilità di Meloni, per la sua mancata opposizione agli attacchi, e dei governi italiani (presente e passati), per la loro totale incapacità di rendere il nostro Paese indipendente dalle risorse energetiche estere, in primis petrolio e gas.

Per questo i volontari e le volontarie di Greenpeace in questi giorni hanno fatto un semplice gesto: dare un volto ad alcuni dei responsabili dell’attuale crisi energetica ed economica, attaccando degli adesivi di Trump e Meloni che si vantano del loro operato connesso all’aumento dei prezzi della benzina e del diesel. Un gesto che, con quel sano tocco di ironia, invita a riflettere sul modello economico e sociale che stiamo vivendo.

Quella fra l’Italia e il gas ha tutta la dinamica di una relazione tossica: più subiamo i danni climatici ed economici dei combustibili fossili, più ne vogliamo e ne cerchiamo, tanto che la nostra premier a inizio maggio – all’imminente scoppio della crisi mediorientale – è andata in Azerbaijan per assicurarci nuove forniture e rilanciare il progetto dell’Italia hub del gas europeo.

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Caro carburanti, protesta Greenpeace: adesivi con Trump e Meloni sulle pompe di benzina

Caro carburanti, protesta Greenpeace: adesivi con Trump e Meloni sulle pompe di benzinaNella foto : proteste di GreenpeaceUfficio stampa Greenpeace Italia

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Caro carburanti, protesta Greenpeace: adesivi con Trump e Meloni sulle pompe di benzina

Caro carburanti, protesta Greenpeace: adesivi con Trump e Meloni sulle pompe di benzinaNella foto : proteste di GreenpeaceUfficio stampa Greenpeace Italia

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Caro carburanti, protesta Greenpeace: adesivi con Trump e Meloni sulle pompe di benzina

Caro carburanti, protesta Greenpeace: adesivi con Trump e Meloni sulle pompe di benzinaNella foto : proteste di GreenpeaceUfficio stampa Greenpeace Italia

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Caro carburanti, protesta Greenpeace: adesivi con Trump e Meloni sulle pompe di benzina

Roma ,2Caro carburanti, protesta Greenpeace: adesivi con Trump e Meloni sulle pompe di benzinaNella foto : proteste di GreenpeaceUfficio stampa Greenpeace Italia

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Caro carburanti, protesta Greenpeace: adesivi con Trump e Meloni sulle pompe di benzina

Caro carburanti, protesta Greenpeace: adesivi con Trump e Meloni sulle pompe di benzinaNella foto : proteste di GreenpeaceUfficio stampa Greenpeace Italia

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Caro carburanti, protesta Greenpeace: adesivi con Trump e Meloni sulle pompe di benzina

Caro carburanti, protesta Greenpeace: adesivi con Trump e Meloni sulle pompe di benzinaNella foto : proteste di GreenpeaceUfficio stampa Greenpeace Italia

Come si esce da questa relazione tossica con i combustibili fossili che sta facendo collassare economia e clima? In un solo modo, investendo veramente nelle fonti rinnovabili e abbandonando definitivamente quelle fossili. Per anni la politica energetica italiana è stata una copia di quella dell’industria fossile, ora ci ritroviamo con un potenziale enorme, ma senza la capacità di capitalizzarlo: abbiamo sole e vento ma ci mancano gli impianti.

Se guardiamo i mix energetici europei, ci rendiamo conto facilmente che, mentre tutti puntano su altre fonti, l’Italia preferisce acquistare dall’estero, a prezzi alti, combustibili da trasformare in elettricità.

Il confronto con la Spagna dimostra che un’altra strada è possibile. Madrid ha investito con decisione su solare ed eolico e oggi paga molto meno la dipendenza dal gas: quando il prezzo del metano sale, il sistema elettrico spagnolo è molto meno esposto rispetto a quello italiano. Nel 2026, il gas ha condizionato il prezzo dell’elettricità solo in una piccola parte delle ore in Spagna, mentre in Italia continua a determinarlo per la grande maggioranza del tempo. Non è una differenza geografica, ma politica: chi costruisce rinnovabili si protegge dalle crisi; chi resta legato al gas le subisce e le fa pagare a famiglie e imprese.

Per una giusta e sana transizione serve investire in autoconsumo, comunità energetiche e fonti rinnovabili, rimuovere gli ostacoli burocratici che limitano l’installazione di solare e fotovoltaico e puntare ai sistemi di accumulo. Secondo dati dell’ultimo rapporto Ember si può facilmente vedere come, nel 2025, solare ed eolico hanno prodotto insieme il 30,1% dell’elettricità dell’Unione Europea, generando 841 TWh di energia elettrica, mentre tutte le fossili hanno generato il 29% (pari a 809 TWh) e il nucleare il 23,4% con 652 TWh. Solamente 5 anni fa, la quota cumulativa di solare ed eolico si attestava al 19,7% (-10% rispetto al 2025) e quella delle fossili al 36,7% (+8% rispetto al 2025). Nel frattempo, le altre due principali fonti di energia elettrica, l’idroelettrica e il nucleare, sono rimaste stabili o hanno registrato un leggero calo.

Come fare tutto questo? Sicuramente sfruttando al meglio la possibilità che l’Europa ci dà: impiegare fino allo 0,3% del PIL nazionale per finanziare interventi strutturali nella transizione energetica, che per l’Italia significa disporre di quasi 7 miliardi di euro l’anno (fino a 14 miliardi nel triennio 2026-2028) per ridurre la dipendenza da gas e petrolio.

Nel primo mese del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, le 100 maggiori compagnie petrolifere e del gas al mondo hanno complessivamente guadagnato oltre 30 milioni di dollari all’ora di profitti extra. Nella sola Unione Europea, le compagnie petrolifere hanno avuto entrate extra giornaliere di circa 81 milioni di euro dalla vendita di diesel e benzina.

Le quattro maggiori compagnie petrolifere europee – Shell, TotalEnergies, BP ed Equinor – hanno riportato oltre 18 miliardi di dollari USA di utili nel primo trimestre del 2026, in aumento dell’80% rispetto al trimestre precedente. Per il 2026, si prevede che sole sei compagnie petrolifere internazionali (ExxonMobil, Shell, BP, TotalEnergies, Chevron, ConocoPhillips) riporteranno profitti complessivi vicini a 94 miliardi di dollari.

Se vogliamo davvero giustizia sociale e climatica, dobbiamo smettere di proteggere chi guadagna dalle crisi e iniziare a proteggere chi le subisce. Le famiglie non possono continuare a pagare bollette più alte mentre le compagnie fossili accumulano profitti enormi. Le imprese non possono essere lasciate ostaggio di un sistema energetico instabile, costruito sulla dipendenza da petrolio e gas.

Non chiediamolo: facciamolo. Tassiamo chi alimenta le guerre e la crisi climatica. Tassiamo le lobby del petrolio e del gas e usiamo quelle risorse per liberarci dalla dipendenza fossile.

*campaigner Clima ed Energia di Greenpeace Italia

L'articolo “L’ho fatto io!”: Trump e Meloni ‘complici’ degli aumenti della benzina. Finiamo questa relazione tossica! proviene da Il Fatto Quotidiano.

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