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“Prima di Kasia Smutniak la mia vita era disordinata. Tra i 18 e i 20 anni non ero socievole e a disagio. Se mi fossi fatto aiutare sarei una persona migliore”: così Domenico Procacci

Moretti, Sorrentino, Garrone, Albanese, Archibugi, Comencini e tanti altri. Sono solo alcuni dei “mostri” sacri del cinema italiano che hanno lavorato con il fondatore della casa di produzione Fandango, Domenico Procacci, sulla cresta dell’onda da quai 40 anni. Il produttore si è raccontato a Il Corriere della Sera. Eppure l’uomo di oggi è diverso dal ragazzo di ieri.

“Ero un ragazzo che all’epoca non era tanto socievole, anzi era perennemente a disagio. – ha detto Procacci – Ma questa è una cosa che non è passata anche se faccio finta che lo sia. C’era il mio amico Ennio, un po’ più grande di me, amico ancora oggi, che mi recuperava dopo che me ne andavo dalle feste perché mi veniva male a stare lì. Tra i 18 e i 20 anni non ero un caso umano ma insomma… Forse se mi fossi fatto aiutare sarei una persona migliore oggi”.

Nel concreto Procacci fa un esempio: “Mi ricordo quando alla Mostra di Venezia si annunciavano anche i produttori, come gli attori e i registi. Ecco, solo per il fatto di dover fare così (e mima uno che si alza in piedi e piega la testa da un lato e dall’altro in segno di saluto al pubblico; ndr) il cuore mi batteva a mille, avevo la tachicardia. Adesso non mi fa più effetto e forse neanche questo è bello: era meglio quando mi batteva il cuore in quel modo esagerato”.

Oggi la sua esistenza è migliorata e sembrano lontane le ansie: “La mia vita è cambiata molto da 15 anni a oggi. Mio figlio Leone ne ha meno di 12, quindi io ne avevo 54 quando è nato. Il primo figlio biologico quando uno dice basta figli perché ne ha già 2 o 3. Considero però mia figlia anche Sophie, avuta da Kasia con Pietro Taricone, che ha 21 anni. Sì, prima di Kasia la mia vita era disordinata. Con alcune relazioni importanti ma sostanzialmente disordinata”.

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Altro che benessere, siamo nell’epoca del ‘guerressere’

Ferdinando BOERO

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Ho fatto un sogno rivelatore, mi sono svegliato e ho scritto questo neologismo. Una parola volutamente sgraziata, che rende evidente la deformazione del benessere in qualcosa d’altro

Molte parole inglesi sono diventate italiane. Nessuno si preoccupa di sostituire computer, weekend, marketing, smartphone o welfare con equivalenti italiani. Sono parole che, a un certo punto, hanno smesso di apparire straniere. Anche welfare è ormai una parola italiana. Eppure la traduzione esiste: significa benessere, oppure stato sociale. Deriva da well-fare, “andare bene”, prosperare, vivere bene, in condizioni favorevoli. Da qualche tempo si sta affermando un’altra parola inglese: warfare. E si parla apertamente del passaggio dal welfare state al warfare state. Un cambiamento politico, economico e culturale in via di programmazione.

Le parole conducono messaggi e modellano la percezione della realtà. Il New Green Deal europeo proponeva una transizione ecologica fondata su investimenti pubblici, innovazione, protezione ambientale e sociale, trasformazione energetica. Un’idea di futuro legata al welfare. Oggi, invece, il linguaggio dominante è sempre più quello della sicurezza, della deterrenza, della preparazione strategica e del riarmo. Il programma inizialmente chiamato ReArm Europe, però, è stato ribattezzato Readiness 2030. L’obiettivo non cambia: aumento delle spese militari, rafforzamento dell’industria bellica, mobilitazione di centinaia di miliardi di euro per prepararsi a possibili conflitti. Ma il messaggio cambia eccome. “Riarmare l’Europa” suona aggressivo. “Prontezza 2030” sembra prudente, responsabile, quasi rassicurante. È il potere delle parole. “Preparazione” attenua ciò che “riarmo” rende evidente. Le parole inglesi, inoltre, hanno spesso un effetto anestetico: suonano tecniche, neutre. Warfare state suona quasi come una formula da think tank. “Società organizzata attorno alla guerra” suonerebbe molto più inquietante.

Scrivendo del passaggio da welfare a warfare, nel mio libro Le piume di Darwin, sentivo la necessità di rendere evidente il significato di quella transizione, e una notte ho sognato la parola. In sogno elaboriamo quel che pensiamo durante la veglia. Ho un taccuino accanto al letto e quando ho fatto il sogno rivelatore mi sono svegliato e ho scritto il neologismo: guerressere.

Una parola volutamente sgraziata, quasi fastidiosa, perché deve rompere la neutralizzazione linguistica. Deve rendere evidente la deformazione del benessere in qualcosa d’altro. Basta cambiare poche lettere: da well a war. Dal benessere al guerressere. Dal bene di benessere alla guerra di guerressere. Si può essere favorevoli al warfare senza comprenderne davvero il significato. Ma chi direbbe apertamente di essere favorevole alla guerra? Chi direbbe: voglio che la mia società si organizzi preventivamente attorno al conflitto permanente? Eppure è questo che sta accadendo. I politici lo hanno capito quando hanno cambiato Rearm in Readiness.

Gli Stati Uniti non sono mai stati un welfare state di tipo europeo. Non esiste una sanità pubblica universale. L’istruzione universitaria ha costi proibitivi per gran parte della popolazione. I senzatetto sono una componente strutturale delle città americane. In compenso gli Stati Uniti investono enormi risorse nella difesa, nell’apparato militare e nell’industria della sicurezza. Sono, in questo senso, un warfare state. Dopo aver conosciuto sulla propria pelle le devastazioni della guerra, l’ Unione Europea aveva costruito sistemi sanitari pubblici, istruzione accessibile, protezione sociale, diritti del lavoro. Il benessere collettivo era l’infrastruttura della stabilità politica. Ora vogliamo diventare altro.

E il cambiamento avviene anche attraverso il linguaggio. Le parole non descrivono soltanto la realtà: contribuiscono a costruirla. Se dici Readiness 2030 stai già rendendo più accettabile ciò che ReArm Europe rendeva troppo evidente. Se dici warfare invece di guerra, attenui il significato del termine. E quindi ecco una parola nuova, persino sgradevole, per capire meglio cosa stiamo programmando. Guerressere. Non è accattivante, come petaloso, nasce per essere disturbante.

La società progressivamente si organizza mentalmente, economicamente e culturalmente attorno all’idea permanente del conflitto. Una società che sposta risorse dalla salute, dall’istruzione, dalla ricerca, dagli ecosistemi, verso la sicurezza e la preparazione militare. Come se gli arsenali potessero proteggerci dal collasso climatico, dalla degradazione degli ecosistemi, dalla perdita delle condizioni biofisiche che rendono possibile il benessere stesso. Il Green Deal riconosceva che non può esistere welfare senza gli ecosistemi che lo rendono possibile.

Nel welfare il cittadino è qualcuno da proteggere. Nel guerressere è qualcuno da mobilitare; è inquietante che il passaggio dal welfare, dal benessere, al guerressere sia presentato come inevitabile, quasi naturale. Non lo è. È una scelta politica, economica e culturale gigantesca. E le parole che scegliamo servono anche a decidere se vogliamo davvero accorgercene. Nel Green Deal il nemico da battere erano sistemi produttivi che minano le nostre prospettive di benessere, e l’Unione Europea si metteva all’avanguardia in questa decisione di responsabilità, spronando tutta l’umanità a contribuire. Col passaggio al guerressere i nemici sono gli “altri” e la soluzione è armarci fino ai denti. Siamo sicuri che sia questo quello che vogliamo?

Articolo originale ilfattoquotidiano.it

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Acque limpide e montagne verdi: la costruzione della Bella Cina attraverso parchi, biodiversità e civiltà ecologica

Dai grandi parchi nazionali alla protezione delle specie rare, la Cina ha trasformato la tutela ambientale in pilastro della modernizzazione socialista, integrando sviluppo, biodiversità, transizione verde e il principio secondo cui “acque limpide e montagne verdi” sono ricchezza.

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La Cina degli ultimi anni ha fatto della tutela ambientale non un settore separato della politica pubblica, ma una componente essenziale del proprio modello di sviluppo. Il motto secondo cui “acque limpide e montagne verdi sono una ricchezza inestimabile” non è rimasto una formula retorica, ma è diventato il fondamento di una strategia nazionale che lega protezione degli ecosistemi, lotta all’inquinamento, salvaguardia della biodiversità, transizione energetica, sicurezza ecologica e miglioramento delle condizioni di vita della popolazione. In questa visione, la “Bella Cina” non è soltanto un obiettivo paesaggistico o turistico, ma una forma di modernizzazione in cui il rapporto tra uomo e natura viene riorganizzato secondo criteri di equilibrio, sostenibilità e responsabilità intergenerazionale. La Cina ha codificato questa impostazione anche nella propria elaborazione politica più recente, insistendo sull’approccio integrato alla conservazione di montagne, fiumi, foreste, campi, laghi, praterie e deserti.

Il dato forse più evidente riguarda la costruzione di un sistema di parchi nazionali, inesistenti fino a pochi anni fa. Nel 2021 la Cina ha istituito il primo gruppo di cinque parchi nazionali, per una superficie protetta complessiva di circa 230.000 chilometri quadrati: il Parco nazionale del Sanjiangyuan, il Parco nazionale del Panda gigante, il Parco nazionale della Tigre e del Leopardo del Nord-Est della Cina, il Parco nazionale della Foresta Tropicale di Hainan e il Parco nazionale di Wuyishan. Questi parchi ospitano quasi il 30 per cento delle principali specie selvatiche terrestri protette del Paese, rappresentando i nuclei più vitali degli ecosistemi naturali cinesi.

Il Parco nazionale del Sanjiangyuan, nella provincia del Qinghai, copre circa 190.700 chilometri quadrati e tutela le sorgenti del Fiume Azzurro, del Fiume Giallo e del Lancang-Mekong, configurandosi come una delle grandi riserve idriche dell’Asia. Qui il concetto di protezione ambientale assume un valore strategico: difendere gli ecosistemi dell’altopiano significa proteggere la sicurezza idrica di vaste regioni a valle. Il parco è anche habitat di specie come l’antilope tibetana e il leopardo delle nevi. In particolare, secondo i dati ufficiali cinesi, la popolazione di antilopi tibetane nel Sanjiangyuan è recentemente risalita a oltre 70.000 esemplari, rispetto a meno di 20.000 negli anni Novanta, segno che le politiche di tutela, se accompagnate da controllo del territorio e ripristino degli habitat, possono produrre risultati misurabili.

Il Parco nazionale del Panda gigante, esteso per circa 22.000 chilometri quadrati tra Gansu, Sichuan e Shaanxi, rappresenta invece uno dei simboli più conosciuti della conservazione cinese. La sua importanza non riguarda soltanto il panda, ma l’intero ecosistema forestale montano in cui questa specie vive: in particolare, l’estensione del parco permette di salvaguardare l’habitat di oltre il 70 per cento dei panda selvatici. Tuttavia, dobbiamo ribadire che la Cina non protegge l’animale come icona isolata, ma cerca di collegare habitat frammentati, ricostruire corridoi ecologici, ridurre la pressione antropica e garantire la sopravvivenza di intere comunità biologiche. In questo senso, il panda gigante diventa il volto più visibile di una politica più vasta che riguarda foreste, bacini idrici, comunità locali, turismo ecologico e ricerca scientifica.

Il Parco nazionale della Tigre e del Leopardo del Nord-Est della Cina, nelle province del Jilin e dello Heilongjiang, copre circa 14.100 chilometri quadrati e protegge due specie emblematiche: la tigre siberiana e il leopardo dell’Amur. In un’area di frontiera ecologica, segnata da foreste temperate, presenza umana, agricoltura e confini internazionali, la tutela di grandi predatori richiede una governance particolarmente complessa. La ripresa di queste specie indica che la protezione ambientale cinese non si limita agli animali più “popolari”, ma riguarda anche predatori apicali, essenziali per l’equilibrio degli ecosistemi. Salvaguardare una tigre o un leopardo significa tutelare tutta la catena ecologica che rende possibile la loro sopravvivenza.

Il Parco nazionale di Wuyishan, tra Fujian e Jiangxi, è più piccolo per superficie, circa 1.280 chilometri quadrati, ma ha un valore ecologico enorme. Si tratta infatti di una delle foreste subtropicali più complete e vaste, che include un patrimonio di piante vascolari, vertebrati selvatici, licheni, orchidee e insetti, confermando che la biodiversità non si misura soltanto attraverso grandi mammiferi carismatici, ma anche attraverso la ricchezza meno visibile di specie vegetali, insetti, anfibi, uccelli e microrganismi. Wuyishan mostra dunque un’altra dimensione della “Bella Cina”: la conservazione di ecosistemi complessi, nei quali il valore scientifico si intreccia con il valore paesaggistico e culturale.

Il Parco nazionale della Foresta Tropicale di Hainan, con circa 4.269 chilometri quadrati, protegge la più concentrata e meglio conservata foresta pluviale tropicale della Cina. Qui vive il gibbone di Hainan, una delle specie di primati più rare al mondo. Le fonti ufficiali cinesi segnalano che la sua popolazione è risalita da appena 13 esemplari nel 2003 a 37 nel 2022, un risultato importante se si considera l’estrema fragilità demografica della specie. Non va poi dimenticato il ruolo di altre specie, come il cervo sambar di Hainan, confermando come, anche in questo caso, la tutela del parco non sia una misura simbolica, ma un progetto di ricostruzione ecologica di lungo periodo.

La costruzione dei parchi nazionali si accompagna a una riorganizzazione istituzionale. Nel 2025, il ministero delle Risorse Naturali ha annunciato il completamento della registrazione dei diritti di proprietà per i primi cinque parchi nazionali, un passaggio importante perché chiarisce proprietà, competenze, supervisione e responsabilità nella gestione delle risorse naturali. Questo dettaglio è rilevante perché la tutela ambientale non dipende solo dalla buona volontà, ma da regole chiare, responsabilità definite e meccanismi amministrativi capaci di impedire sovrapposizioni, abusi o vuoti di gestione. La Cina sta cercando di costruire il più grande sistema di parchi nazionali al mondo, e per farlo deve trasformare la protezione della natura in un sistema di governance.

Un altro aspetto essenziale è la severità delle misure adottate. Dopo l’istituzione dei primi parchi nazionali, sono stati chiusi oltre 390 siti minerari e quasi 100 piccole centrali idroelettriche sono state gradualmente eliminate all’interno delle aree interessate. Ciò mostra che la protezione ambientale non è una semplice aggiunta allo sviluppo economico, ma talvolta richiede scelte nette, rinunce e riconversioni. In altre parole, il principio delle “acque limpide e montagne verdi” implica che determinate attività economiche non possano continuare se compromettono ecosistemi strategici. La crescita, nella concezione della civiltà ecologica cinese, deve essere subordinata alla sicurezza ecologica di lungo periodo.

Ma le politiche ambientali cinesi non si limitano alla biodiversità. Esse si inseriscono nella più ampia transizione verde e a basse emissioni di carbonio. Secondo il Libro bianco cinese sui piani per il picco delle emissioni e la neutralità carbonica, la Cina ha costruito il più grande e più rapidamente crescente sistema di energie rinnovabili al mondo, la più grande e completa catena industriale delle nuove energie, e ha contribuito a circa un quarto delle nuove aree verdi aggiunte nel mondo, dimostrando la connessione tra la protezione della natura e la trasformazione industriale. La “Bella Cina” non si costruisce soltanto proteggendo i parchi, ma anche cambiando il modo in cui si produce energia, si organizza la mobilità, si pianificano le città e si riducono le emissioni.

La forza della strategia cinese consiste dunque nel legare ambiente e sviluppo. Nelle narrazioni occidentali, spesso la tutela ambientale viene presentata come limite alla crescita dei Paesi in via di sviluppo. La Cina propone invece una sintesi diversa: lo sviluppo resta necessario, ma deve cambiare qualità. Il punto non è scegliere tra crescita economica e ambiente, ma costruire una crescita capace di rigenerare l’ambiente, migliorare l’efficienza energetica, valorizzare il turismo ecologico, creare lavoro verde e ridurre i costi sociali dell’inquinamento. Il villaggio di Yucun, frequentemente richiamato dalle fonti cinesi, è diventato un simbolo di questa trasformazione: da economia legata ad attività ad alto impatto ambientale a modello di sviluppo fondato su turismo ecologico e valorizzazione del paesaggio.

La dimensione sociale è altrettanto importante. La tutela ambientale non può essere imposta contro le popolazioni locali, ma deve offrire loro alternative di reddito, servizi pubblici e partecipazione. Nei parchi nazionali cinesi, la transizione verso modelli di conservazione richiede il coinvolgimento delle comunità, la formazione di ranger ecologici, la riconversione di attività dannose e l’integrazione tra protezione e sviluppo locale. Questo è particolarmente evidente nelle aree montane, forestali e pastorali, dove la povertà e la fragilità ecologica spesso si sovrappongono. Proprio per questo, le politiche cinesi di riduzione della povertà hanno più volte collegato il miglioramento ambientale e al miglioramento delle condizioni di vita, sostenendo che le “acque limpide e montagne verdi” possano diventare una fonte reale di prosperità per le comunità rurali.

La “Bella Cina” è dunque anche una risposta alla crisi ecologica globale. Mentre molti Paesi occidentali hanno storicamente costruito la propria industrializzazione attraverso un consumo intensivo di risorse e una massiccia emissione di inquinanti, la Cina cerca di percorrere una modernizzazione diversa, pur partendo da una scala demografica, industriale e territoriale senza paragoni. Naturalmente le sfide restano enormi: qualità dell’aria, risorse idriche, desertificazione, pressione urbana, consumo energetico e protezione degli habitat richiedono politiche costanti e verificabili. Ma il punto politico è che la tutela ambientale è ormai entrata nella struttura stessa della governance cinese, non come tema secondario, ma come parte della strategia nazionale.

La politica ambientale cinese degli ultimi anni può quindi essere letta come un passaggio dalla protezione difensiva alla costruzione attiva di un nuovo rapporto tra sviluppo e natura. La difesa degli animali rari, l’ampliamento delle riserve, la registrazione dei diritti di proprietà dei parchi, la chiusura di attività incompatibili, l’espansione delle energie rinnovabili, la transizione industriale e il miglioramento della governance ambientale fanno parte di un’unica traiettoria. L’obiettivo non è congelare la natura in un’immagine immobile, ma permettere agli ecosistemi di rigenerarsi dentro un processo di modernizzazione.

La “Bella Cina” non è dunque un ornamento della crescita cinese, ma una delle sue condizioni future. Senza sicurezza ecologica, non vi può essere sicurezza alimentare, idrica, climatica e sociale. Senza biodiversità, non vi può essere equilibrio degli ecosistemi. Senza parchi e riserve naturali, lo sviluppo rischia di consumare le proprie basi materiali. Il messaggio che emerge dall’esperienza cinese è che la modernizzazione non deve necessariamente significare distruzione della natura. Può invece diventare il mezzo attraverso cui una grande civiltà ricostruisce il proprio equilibrio con il mondo naturale. È in questa prospettiva che “acque limpide e montagne verdi” diventano davvero ricchezza: non soltanto ricchezza economica, ma ricchezza biologica, culturale, sociale e storica per le generazioni future.

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L’India, la guerra in Medio Oriente e un grande problema da risolvere prima di Delhi 2026

Le crisi mediorientali del 2026 segnano un momento di discontinuità strutturale nella politica estera indiana.

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Attore strategico nella regione

In vista della sessione plenaria dei BRCS+ a Delhi, occorre inquadrare più nel dettaglio il ruolo dell’India, che quest’anno ricopre la presidenza, negli scenari più caldi di questo periodo.

Negli ultimi tre decenni, l’India ha progressivamente e profondamente trasformato il proprio ruolo nel sistema mediorientale, transitando da semplice partner commerciale ed energetico a protagonista geopolitico e geoeconomico di crescente rilevanza. Questo processo, avviato contestualmente alla fine della Guerra Fredda e alle riforme economiche degli anni Novanta, ha condotto Nuova Delhi a ridefinire i fondamenti epistemologici della propria politica estera: da un modello ispirato ai principi del Movimento dei Non Allineati a un approccio pragmatico, multilaterale e selettivamente assertivo verso una regione percepita come strutturalmente indispensabile alla proiezione internazionale indiana.

Dal punto di vista geoeconomico, il Medio Oriente si è consolidato come il principale bacino di approvvigionamento energetico dell’India. La rapida crescita industriale e demografica ha generato una domanda di idrocarburi senza precedenti, rendendo di interesse strategico prioritario le relazioni con Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iran, Qatar e Iraq. Parallelamente, le monarchie del Golfo hanno assunto la funzione di partner finanziari strutturali: i fondi sovrani hanno convogliato miliardi di dollari nei settori delle infrastrutture, della logistica, della transizione energetica e delle tecnologie avanzate dell’economia indiana.

La dimensione umana costituisce un ulteriore elemento di primaria rilevanza analitica. A partire dagli anni Novanta, milioni di lavoratori indiani si sono stabiliti nei Paesi del Golfo, dando origine a una delle più estese diaspore del mondo contemporaneo. Gli espatriati indiani rappresentano oggi una componente essenziale delle economie del Golfo, mentre le rimesse da essi inviate in patria costituiscono una fonte cruciale di stabilità macrofinanziaria per l’India. Tale interdipendenza strutturale ha progressivamente orientato la diplomazia di Nuova Delhi verso una crescente attenzione alla sicurezza regionale e alla protezione consolare dei propri cittadini.

Sul piano geopolitico, l’India ha perseguito una strategia di bilanciamento tra attori spesso antagonisti. Storicamente vicina ai Paesi arabi e sostenitrice della causa palestinese nel quadro del Non Allineamento, Nuova Delhi ha gradualmente intensificato le relazioni con Israele dopo la normalizzazione diplomatica del 1992. Nel corso degli anni Duemila, Israele è diventato uno dei principali fornitori di tecnologia militare e sistemi di difesa, dando vita a una cooperazione strategica progressivamente approfondita nei settori della sicurezza, dell’intelligence e dell’innovazione tecnologica duale.

Contestualmente, l’India ha mantenuto relazioni funzionali con l’Iran, identificato come partner geostrategico per l’accesso all’Asia Centrale e all’Afghanistan, in alternativa alle rotte terrestri pakistane. Il progetto del porto di Chabahar, sostenuto da Nuova Delhi, rappresenta l’espressione più emblematica di questa visione: un corridoio logistico pensato per aggirare il Pakistan e per contrastare l’espansione dell’influenza cinese nella regione, nell’ambito della Belt and Road Initiative.

Negli anni più recenti, l’India ha ulteriormente rafforzato la cooperazione con le monarchie del Golfo anche sul piano politico-securitario. Accordi bilaterali in materia di difesa, lotta al terrorismo, cybersicurezza, investimenti infrastrutturali e transizione energetica hanno consolidato il profilo di Nuova Delhi come interlocutore affidabile e autonomo. Un indicatore significativo di questa evoluzione è l’ingresso dell’India in nuove architetture multilaterali regionali, tra cui il formato I2U2 — India, Israele, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti — concepito per promuovere integrazione economica, tecnologica e strategica tra i suoi membri.

È all’interno di questo contesto di lungo periodo che deve essere compresa la trasformazione della politica indiana nel Medio Oriente contemporaneo e la sua crescente assertività diplomatica negli scenari di crisi del 2026.

Multi-allineamento e tentativi di posizionamento bilanciato

Prima di procedere all’analisi empirica, dobbiamo inquadrare teoricamente la strategia adottata da Nuova Delhi. Il concetto di multi-allineamento, già impiegato fra le medie potenze emergenti, comporta una postura internazionale che rifiuta sia il non-allineamento passivo sia l’integrazione esclusiva in blocchi di alleanza, optando invece per una rete flessibile e contestuale di relazioni privilegiate con attori diversi e talvolta antagonisti.

Nel caso indiano, tale approccio affonda le proprie radici nella tradizione nehruviana dell’autonomia strategica, reinterpretata in chiave pragmatica dalle successive amministrazioni. Mentre la dottrina originaria privilegiava la distanza equidistante dai blocchi, il multi-allineamento contemporaneo implica un coinvolgimento selettivo e simultaneo con più poli di potere, calibrato in funzione degli interessi nazionali settoriali. L’India intrattiene pertanto relazioni di difesa approfondite con gli Stati Uniti attraverso il Quadrilateral Security Dialogue (QUAD), mantiene partenariati energetici e commerciali significativi con la Russia, coltiva relazioni economiche strutturali con la Cina e, contestualmente, proietta influenza nel Medio Oriente attraverso molteplici canali bilaterali e multilaterali. Più posizioni in contemporanea, talvolta non facili da gestire.

Le crisi mediorientali del 2026 hanno sottoposto questo modello a una pressione senza precedenti. L’escalation simultanea su più fronti ha reso sempre più difficile la tradizionale neutralità tattica, obbligando Nuova Delhi ad assumere posizioni più esplicite pur cercando di preservare la propria autonomia decisionale. L’esito di questa tensione strutturale è una forma di multi-allineamento dinamico, in cui le priorità relative tra i diversi assi di partenariato vengono ridefinite in funzione dell’evoluzione congiunturale.

Un passaggio importante è stato sicuramente il cambiamento di relazioni con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Una virata dalla intesa alla competizione. L’intesa tra Riyadh e Abu Dhabi, per anni considerata il pilastro portante della stabilità del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), si è progressivamente trasformata in una competizione strategica aperta, con implicazioni destabilizzanti per l’intero sistema regionale. La frattura, latente da anni in ragione di divergenti visioni geopolitiche e ambizioni egemoniche, è emersa in modo inequivocabile nel dicembre 2025, quando il Consiglio di Transizione del Sud (STC), sostenuto dagli Emirati, ha avviato un’offensiva nelle province yemenite di Hadhramaut e al-Mahra. L’Arabia Saudita ha interpretato tale espansione come una minaccia diretta alla propria sicurezza meridionale e come la manifestazione di un disegno emiratino volto alla creazione di un’entità separatista filo-Abu Dhabi nello spazio yemenita.

Questa tensione si è rapidamente estesa ad altri teatri regionali, assumendo i caratteri di una rivalità sistemica. In Sudan, la competizione tra le due monarchie ha contribuito ad alimentare la guerra civile: gli Emirati Arabi Uniti hanno sostenuto le Forze di Supporto Rapido (RSF) per il controllo di rotte commerciali strategiche e risorse aurifere, mentre Riyadh ha appoggiato le Forze Armate Sudanesi (SAF). Divergenze profonde sono emerse anche rispetto al dossier israeliano: Abu Dhabi ha progressivamente intensificato la cooperazione militare e di intelligence con Tel Aviv nell’ambito degli Accordi di Abramo, mentre l’Arabia Saudita ha interpretato tale avvicinamento come una minaccia alla propria preminenza regionale, rafforzando di conseguenza i legami con Pakistan e Turchia.

Per l’India, questa dinamica ha richiesto l’elaborazione di una strategia di gestione estremamente sofisticata. Nuova Delhi si è trovata nella necessità di preservare relazioni economiche e securitarie con entrambe le monarchie del Golfo, evitando al contempo di essere percepita come allineata con l’una o con l’altra. Un passaggio di particolare rilievo analitico è rappresentato dal ritiro formale degli Emirati Arabi Uniti dall’OPEC, avvenuto nel maggio 2026, dopo quasi sessant’anni di adesione al cartello petrolifero. La decisione di Abu Dhabi, motivata dall’insofferenza verso le quote produttive determinate in prevalenza dall’influenza saudita, ha ridimensionato il peso collettivo del cartello e ha rafforzato la posizione negoziale dei grandi Paesi importatori, tra i quali l’India occupa un ruolo di primo piano.

Il governo indiano ha colto con prontezza questa finestra di opportunità geopolitica. Nell’aprile 2026 ha importato circa 620.000 barili giornalieri di petrolio emiratino, non soggetto ai vincoli delle quote OPEC, una quantità corrispondente a circa il 10-14% delle importazioni petrolifere totali del Paese. Le transazioni sono state inoltre facilitate attraverso meccanismi di pagamento in rupie e dirham, riducendo la dipendenza dal dollaro statunitense e limitando l’esposizione dell’India alla volatilità dei mercati finanziari occidentali. Tale scelta riflette non soltanto una logica di diversificazione dei fornitori, ma anche una strategia di de-dollarizzazione progressiva degli scambi energetici, coerente con le tendenze più ampie dell’economia politica internazionale.

Parallelamente, al fine di evitare che Riyadh interpretasse l’intensificazione dei rapporti con Abu Dhabi come un segnale ostile, l’India ha contestualmente rafforzato la cooperazione economica con l’Arabia Saudita, ottenendo impegni di investimento pari a 10 miliardi di dollari destinati a progetti di idrogeno verde sul territorio indiano. Questa duplice strategia di engagement selettivo illustra con efficacia i meccanismi operativi del multi-allineamento dinamico: Nuova Delhi non sceglie tra i propri partner, ma calibra l’intensità relazionale in funzione degli interessi contingenti, mantenendo aperti tutti i canali diplomatici ed economici.

Tentativi di diplomazia geoeconomica nella crisi iraniana

L’ampliamento dell’intervento militare israelo-statunitense contro l’Iran ha prodotto shock di vasta portata anche per l’economia indiana. Per l’India, che dipende da fonti esterne per circa l’88% del proprio fabbisogno di petrolio greggio e per il 90% del GPL, la situazione ha richiesto l’adozione di misure di risposta tempestive e articolate. La crisi ha inoltre minacciato uno dei progetti infrastrutturali più significativi della strategia geoeconomica indiana: il porto iraniano di Chabahar, concepito come corridoio logistico alternativo per collegare l’India all’Afghanistan e all’Asia Centrale senza transitare attraverso il territorio pakistano, e al contempo per ridimensionare la rilevanza del porto cinese di Gwadar nell’ambito della Belt and Road Initiative. Il 26 aprile 2026, alla scadenza della deroga alle sanzioni statunitensi che proteggeva le attività indiane a Chabahar, Nuova Delhi ha adottato una soluzione di carattere pragmatico che merita una riflessione analitica approfondita. Per evitare l’esposizione a sanzioni secondarie da parte di Washington, l’India ha formalmente ridotto la propria partecipazione diretta nel porto, trasferendo parte delle quote operative a soggetti giuridici iraniani locali. Attraverso questa soluzione strutturale, Nuova Delhi ha mantenuto il ruolo operativo e gestionale della struttura portuale senza apparire come proprietaria diretta delle infrastrutture soggette a restrizioni, riuscendo così a preservare il valore strategico dell’asset pur accettandone una temporanea contrazione delle attività commerciali. Questa soluzione illustra con chiarezza la capacità indiana di operare nell’ambito di vincoli normativi internazionali attraverso soluzioni giuridicamente creative, senza rinunciare ai propri obiettivi strategici di fondo.

Per capirci meglio, l’approccio adottato da Nuova Delhi rispetto alla crisi iraniana riflette più in generale una visione geoeconomica della politica estera: la difesa degli interessi nazionali avviene primariamente attraverso strumenti economici, logistici e commerciali, piuttosto che mediante prese di posizione diplomatiche formali che rischierebbero di compromettere equilibri relazionali faticosamente costruiti nel tempo. E questo principio è coerente nel corso degli anni, con qualsiasi attore dello scenario.

Il problema chiamato “Israele”

C’è però una nota dolente, che spesso il grande pubblico imputa come un peccato originale dell’India contemporanea: il sostegno a Israele. Con il progressivo deterioramento dell’ordine regionale mediorientale, l’India ha operato una ridefinizione profonda della propria posizione diplomatica nel Levante e la transizione da una neutralità prudente a una collaborazione strategica più esplicita con Israele è divenuta manifesta durante la visita ufficiale del Primo Ministro Narendra Modi in Israele, svoltasi il 25-26 febbraio 2026. Si è trattato del primo intervento di un capo di governo indiano alla Knesset nel pieno di un conflitto regionale attivo, un gesto di rottura rispetto alla tradizionale riservatezza indiana sullo scacchiere levantino, carico di significato simbolico e politico.

La partnership indo-israeliana copre oggi un ampio spettro di domini: dalla cooperazione tecnologica avanzata alla condivisione di intelligence, dalla produzione congiunta di sistemi militari alla collaborazione in materia di cybersicurezza e difesa missilistica. Israele interpreta questa collaborazione come parte di una più ampia architettura di relazioni con democrazie non occidentali orientate a condividere capacità di deterrenza contro attori revisionisti. Per l’India, il valore aggiunto del partenariato con Tel Aviv risiede soprattutto nell’accesso privilegiato a tecnologie militari avanzate che contribuiscono ad alimentare la strategia di modernizzazione delle Forze Armate e di riduzione della dipendenza dalla tradizionale catena di fornitura russa.

Tuttavia, questo avvicinamento comporta significativi rischi diplomatici che la leadership indiana è chiamata a gestire con estrema cautela. L’Iran considera con crescente sospetto l’asse tra Nuova Delhi e Tel Aviv, interpretandolo come una forma di endorsement implicito delle strategie occidentali volte all’isolamento della Repubblica Islamica. Tale percezione potrebbe erodere progressivamente il tradizionale ruolo dell’India come interlocutore equilibrato nella regione e favorire un maggiore avvicinamento tra Teheran e Islamabad, con potenziali ripercussioni sulla stabilità del confine nord-occidentale indiano. Parallelamente, il legame sempre più visibile con Israele obbliga Nuova Delhi a gestire con accuratezza le relazioni con le monarchie del Golfo. In questi Paesi risiedono oltre 10 milioni di lavoratori indiani, che inviano annualmente in patria circa 45 miliardi di dollari in rimesse: una componente di assoluto rilievo per la stabilità finanziaria e la coesione sociale di intere regioni dell’India. Le opinioni pubbliche dei Paesi del Golfo mostrano una sensibilità elevata rispetto alla questione palestinese, il che rende politicamente delicato per le monarchie della penisola arabica mantenere relazioni di piena normalità con un’India che appaia eccessivamente allineata con la posizione israeliana.

La protezione dei cittadini indiani all’estero rappresenta una priorità strategica che ha assunto crescente rilevanza nel quadro della politica estera di Nuova Delhi. Un caso di studio particolarmente significativo è offerto dall’Operazione Sindhu, condotta tra il 18 e il 27 giugno 2025: nelle prime fasi dell’escalation militare nella regione, con la chiusura dei principali spazi aerei, il Ministero degli Esteri indiano ha coordinato l’evacuazione di 4.429 cittadini dall’Iran. Attraverso percorsi terrestri che conducevano in Armenia, seguiti da voli charter da Yerevan a Nuova Delhi, l’operazione si è conclusa senza vittime, dimostrando le considerevoli capacità logistiche e operative della macchina diplomatico-consolare indiana. Permane, però, il rischio che un conflitto prolungato possa destabilizzare i mercati del lavoro del Golfo, con conseguenze economiche severe per le regioni indiane storicamente dipendenti dalle rimesse degli emigrati. La tutela della diaspora non è dunque soltanto una questione di protezione consolare, ma una variabile strutturale della politica estera indiana, intrecciata con la stabilità finanziaria interna e con i calcoli geostrategici di lungo periodo.

Quale ruolo nel Medioriente multipolare?

Le crisi mediorientali del 2026 segnano un momento di discontinuità strutturale nella politica estera indiana. Di fronte al deterioramento della coesione intra-GCC, alle conseguenze geopolitiche della guerra in Iran e alla ridefinizione dell’architettura di sicurezza regionale, l’India ha progressivamente abbandonato la tradizionale neutralità passiva, optando per una strategia di multi-allineamento più dinamica, assertiva e articolata. La gestione simultanea della frattura saudita-emiratina, dell’escalation iraniana e del rafforzamento del partenariato con Israele configura un approccio di politica estera di crescente sofisticazione, che combina strumenti economici, diplomatici e securitari in una logica integrata.

Lo sfruttamento delle nuove dinamiche energetiche conseguenti al ritiro emiratino dall’OPEC, la soluzione pragmatica adottata per preservare le attività nel porto di Chabahar nonostante le pressioni sanzionatorie statunitensi, e il consolidamento della cooperazione militare e tecnologica con Israele illustrano concretamente come Nuova Delhi stia cercando di proteggere la propria crescita economica dall’instabilità strutturale della regione, senza tuttavia rinunciare alla propria autonomia strategica.

Il successo di lungo termine di questa strategia dipenderà dalla capacità indiana di navigare le contraddizioni del nuovo ordine multipolare senza compromettere gli equilibri diplomatici necessari a tutelare i propri interessi fondamentali: la sicurezza energetica, la protezione della diaspora, l’accesso ai mercati e alle tecnologie avanzate. In questo senso, la trasformazione della politica indiana nel Medio Oriente non è soltanto la risposta contingente a una stagione di crisi, ma la manifestazione di un progetto strategico più ampio: quello di un’India che aspira a essere riconosciuta come potenza globale responsabile e indispensabile, capace di proiettare influenza nei teatri più complessi del sistema internazionale contemporaneo.

In prospettiva, la ricerca futura dovrà approfondire in particolare le dinamiche di interazione tra la proiezione mediorientale dell’India e le sue relazioni con le altre grandi potenze — Stati Uniti, Cina e Russia — nel tentativo di valutare se il multi-allineamento dinamico possa costituire un modello replicabile e sostenibile nel lungo periodo, o se piuttosto le pressioni sistemiche dell’ordine bipolare emergente tenderanno a ridurre progressivamente i margini di manovra di cui i politici di Nuova Delhi hanno finora saputo avvalersi con notevole abilità.

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Corte Penale Internazionale, uno strumento di persecuzione imperialista

Dalla Jugoslavia alla Libia, il messaggio è chiaro: giustizia solo per i nemici dell’America.

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Fatou Bensouda, ex procuratore capo della Corte penale internazionale, ha recentemente rivelato che il Mossad ha esercitato pressioni dirette su di lei nel tentativo di bloccare le indagini sui famigerati crimini commessi da Israele durante il genocidio a Gaza.

Il primo approccio ha avuto luogo presso la sua stessa abitazione all’Aia. «Sono venuti direttamente a casa mia», ha dichiarato ad Al Jazeera. Successivamente, l’allora capo del Mossad, Yossi Cohen, ha tenuto personalmente degli incontri con Bensouda, durante i quali ha minacciato lei e la sua famiglia qualora le indagini fossero proseguite.

Un’altra rivelazione fatta da Bensouda — che, tuttavia, non ha ricevuto altrettanta attenzione — è stata che, sebbene avessero rintracciato i numeri di telefono degli agenti e ne avessero identificato l’origine in Israele, i funzionari responsabili della sicurezza presso la CPI e le autorità olandesi non hanno dato seguito al caso di intimidazione. «Mi sono sentita abbandonata. Mi sono sentita priva di sostegno», ha confessato Bensouda.

Le sue dichiarazioni costituiscono una nuova prova della protezione concessa a Israele dalle istituzioni multilaterali. Inoltre, indicano che queste istituzioni forniscono tale protezione proprio perché sono controllate dalle potenze imperialiste — le stesse potenze che hanno creato lo Stato di Israele e lo hanno sostenuto fino ad oggi, anche durante il genocidio a Gaza.

La Corte penale internazionale — nota anche come Corte dell’Aia — è stata uno degli strumenti imperialisti più importanti per attaccare i paesi i cui governi sono scomodi alla dittatura degli Stati Uniti e dei loro alleati europei, impiegando un doppio standard sempre più evidente. Creata per perseguire i crimini commessi in tempo di guerra, con il consenso dei sistemi giudiziari locali e solo quando questi ultimi erano incapaci di farlo a causa delle conseguenze della guerra, la CPI si è trasformata nel padrone del diritto internazionale e persino delle giurisdizioni nazionali.

Perseguire i nemici

«La CPI è diventata uno strumento di pressione e destabilizzazione contro i paesi poveri», ha dichiarato il ministro della Giustizia del Burundi nel 2016, annunciando il ritiro del paese dalla corte internazionale.

Negli ultimi anni si è verificata una vera e propria ribellione tra i paesi africani contro la CPI, che sembra interessata solo a perseguire i leader di quel continente. Jacob Zuma ha tentato di ritirare il Sudafrica, ma la magistratura sudafricana ha annullato la sua decisione e poco dopo è stato destituito in quello che è stato a tutti gli effetti un colpo di Stato — un evento che puzza chiaramente di cospirazione imperialista contro il leader nazionalista dell’African National Congress.

Poco dopo, la Corte penale internazionale ha accusato i leader della Costa d’Avorio di “crimini contro l’umanità” per giustificare un colpo di Stato promosso dalla Francia (assolvendoli in seguito, ma solo dopo che il colpo di Stato si era già consolidato).

Forse il caso più scandaloso (o che dovrebbe esserlo) è stata la detenzione all’Aia di Slobodan Milošević. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica e del blocco orientale, la Jugoslavia era l’unico paese al di là dell’ex «cortina di ferro» a mantenere un regime sovrano, con Milošević alla sua guida. Le potenze imperialiste si mossero per sbarazzarsi di lui: alimentarono una serie di guerre per disintegrare la Jugoslavia, bombardarono la Serbia e successivamente promossero una rivoluzione colorata.

Non contente di tutto ciò, hanno utilizzato il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (un laboratorio giuridico e istituzionale per quello che sarebbe poi diventato la Corte penale internazionale) per accusare Milošević di essere responsabile della pulizia etnica in Bosnia. È stato incarcerato all’Aia ed è morto nel 2006 prima di ricevere una sentenza perché i responsabili della sua detenzione gli hanno negato le cure mediche di cui aveva bisogno.

Dieci anni dopo, il tribunale ha finalmente riconosciuto di non aver trovato prove sufficienti per condannarlo. Non ce n’erano state — né erano necessarie, poiché la missione era già stata compiuta: la Jugoslavia non esisteva più e le sue rovine erano passate nelle mani degli Stati Uniti e dell’Unione Europea.

Muammar Gheddafi subì un destino simile a quello di Milošević anni dopo. La Corte penale internazionale (CPI) fornì inoltre il proprio sostegno all’assassinio del leader arabo e alla distruzione della Libia. L’allora procuratore capo della CPI, Luis Moreno Ocampo, era un uomo legato alle università americane e israeliane e all’ONG Transparency International.

Basandosi esclusivamente su articoli pubblicati da giornali che sostenevano l’invasione della Libia — e che a loro volta erano sostenuti dai governi invasori della Libia — Ocampo ha raccolto presunte prove per incriminare Gheddafi, suo figlio e suo genero. Probabilmente ha riso proprio come Hillary Clinton quando è stata applicata una giustizia di stampo imperiale contro Gheddafi.

Più recentemente, la Corte penale internazionale ha emesso un mandato di arresto contro Vladimir Putin sulla base di ciò che l’autore definisce una vera e propria menzogna: che la Russia avesse rapito bambini ucraini. In realtà, la maggioranza della popolazione del Donbass, oppressa dal regime ucraino dal 2014, si considera russa e ha sostenuto l’integrazione delle proprie regioni nella Federazione Russa attraverso un referendum.

I bambini del Donbass sono fuggiti in Russia insieme alle loro famiglie alla ricerca di un luogo sicuro per sfuggire ai bombardamenti e ai massacri perpetrati dalle forze militari e paramilitari fasciste che agiscono su ordine di Kiev. Circa 15.000 persone sono morte per mano del regime ucraino tra il 2014 e il 2022, e da allora sono stati commessi ulteriori massacri, ma questo non ha importanza per la CPI.

Nel prossimo articolo vedremo come la CPI protegga le potenze imperialiste – che sono le nazioni più criminali del mondo – e la composizione della struttura interna della Corte, dominata dagli interessi imperialisti a tutti i livelli, garantendone il funzionamento come strumento di controllo e dittatura sui paesi poveri.

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“Sono imbarazzato. Negli ultimi anni sono successe e stanno succedendo cose gravissime e nessuno dice niente. Viviamo in un’epoca in cui abbiamo paura”: così Massimiliano Gallo

“Viviamo in un’epoca in cui abbiamo paura: sembra che non si possano nemmeno pronunciare parole come pace, Gaza o genocidio. Si preferisce far vedere solo ciò che conviene”. Massimiliano Gallo non si sottrae dal prendere una posizione politica netta sull’attualità. Il 57enne attore napoletano è tornato a parlare di arte e impegno politico durante un incontro tenutosi al Distretto Campano dell’Audiovisivo, nell’ex Base Nato di Bagnoli, a Napoli. Come riporta Vanity Fair, Gallo ha criticato quei colleghi attori che non prendono posizione per paura di perdere il posto di lavoro: “Sono imbarazzato. Negli ultimi anni sono successe e stanno succedendo cose gravissime e nessuno dice niente. Viviamo in un’epoca in cui abbiamo paura: sembra che non si possano nemmeno pronunciare parole come pace, Gaza o genocidio. Si preferisce far vedere solo ciò che conviene”.

Gallo ha poi ricordato che l’artista “non ha il dovere, ma certamente il compito di guardare le cose con un altro occhio” e per questo ha citato il caso di Eduardo De Filippo che scrisse Napoli Milionaria! mentre gli alleati stavano entrando in città: “Un artista impiega poco tempo a capire quanto sia terribile una guerra. Non bisogna aspettare dieci anni per parlare di Gaza o di un genocidio. Abbiamo tutti paura. C’è un Ministro che non parla con chi lavora nel cinema, il settore è bloccato, e nessuno dice niente. Nemmeno i produttori. Siamo abituati a curare il nostro orticello e a pensare soltanto ai nostri interessi. Io sono abituato a dire quello che penso. Non mi sono mai preoccupato delle conseguenze, non ho mai frequentato salotti e ho sempre costruito la mia carriera da solo. Credo che molti abbiano paura di perdere il posto di lavoro”. Gallo tornerà a breve sul set per rivestire i panni dell’avvocato Vincenzo Malinconico, giunta alla terza stagione, e sta scrivendo il suo secondo film da autore/regista, dopo La salita che sarà un remake di una “grandissima commedia all’italiana che mi è rimasta dentro da sempre”.

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La fotografia del declino italiano

Lavoce in mezz’ora è il format di divulgazione di lavoce.info che propone conversazioni con economiste ed economisti per approfondire i principali temi del dibattito economico e sociale. In questa puntata affrontiamo la reale situazione dell’economia italiana con Guido Ascari.

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E’ morto l’attore e doppiatore Giacomo Piperno: recitò per Benigni, Tornatore e Scola, è stato la voce italiana di Gene Hackman

L’attore e doppiatore Giacomo Piperno è morto all’età di 90 anni presso il Policlinico Umberto I di Roma. A darne l’annuncio, come riportato dall’agenzia Adnkronos, sono stati i figli. Interprete eclettico, nel corso di una lunga carriera ha attraversato la storia dello spettacolo italiano alternandosi con versatilità tra ruoli drammatici, comici e storici, sia sul grande che sul piccolo schermo.

Dalla fuga in Svizzera al debutto in tv

Nato a Roma il 20 gennaio 1936 in una famiglia ebraica, Piperno riuscì a scampare alle deportazioni nazi-fasciste fuggendo in Svizzera con i propri famigliari nell’ottobre del 1943, proprio nei giorni del rastrellamento del ghetto della Capitale. L’avvicinamento al mondo dello spettacolo è avvenuto alla fine degli anni Cinquanta, culminando nel debutto televisivo del 1960 con un ruolo nello sceneggiato “Tenente Sheridan: una gardenia per Helena Carrel”. Il vero slancio professionale, tuttavia, è arrivato otto anni più tardi grazie al cinema, con la partecipazione al film “Commandos” (1968).

I grandi registi del cinema italiano

Da quel momento, la sua carriera cinematografica lo ha visto collaborare con alcuni dei più importanti registi italiani. Ha recitato in pellicole d’impegno civile e storico come “Sacco e Vanzetti” (1971) di Giuliano Montaldo, “Porte aperte” (1990) di Gianni Amelio, “Il portaborse” (1991) di Daniele Luchetti e “Pasolini, un delitto italiano” (1995) di Marco Tullio Giordana. Significative anche le sue incursioni nella commedia e nel cinema d’autore: ha preso parte a “Rugantino” (1973) di Pasquale Festa Campanile, “Il camorrista” (1986) di Giuseppe Tornatore e “Splendor” (1988) di Ettore Scola. Un solido sodalizio professionale lo ha legato a Roberto Benigni, che lo ha diretto prima nell’episodio “In banca” del film “Tu mi turbi” (1982) e successivamente nel successo “Il piccolo diavolo” (1988).

La televisione e il doppiaggio

Parallelamente al cinema, Piperno ha mantenuto una presenza costante in televisione, partecipando a numerose serie e miniserie. Tra i suoi lavori per il piccolo schermo figurano “Napoleone a Sant’Elena” (1973) e, in anni più recenti, la fiction “Caterina e le sue figlie” (2005-2007), dove ha interpretato il marito del personaggio portato in scena da Iva Zanicchi. Il suo talento si è esteso con successo anche alla sala di doppiaggio. Tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta, Piperno ha prestato la propria voce a interpreti internazionali del calibro di Gene Hackman e Philippe Leroy, contribuendo a caratterizzare e rendere memorabili i loro personaggi per il pubblico italiano.

Foto: Wikipedia.

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