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Un pomeriggio domenicale ha riacceso improvvisamente il risiko bancario italiano. Movimenti veloci, in un gioco di incastri ancora tutto da decifrare ma che potrebbe cambiare dal profondo la geografia del credito tricolore. Con le Borse che dormivano, ha preso vita e corpo l’assalto al Monte dei Paschi, reduce dalla scalata, vittoriosa, a Mediobanca e dall’uscita di scena, felpata, del Tesoro. A incamminarsi verso Rocca Salimbeni ha cominciato Banco Bpm che, con l’assedio di Unicredit ormai alle spalle, ha avanzato una proposta di matrimonio all’ex banca toscana, una fusione tra pari, da un anno custode dell’ambitissimo 13% di Generali proprio grazie alle nozze con Piazzetta Cuccia. Neanche il tempo di metabolizzare la notizia e nel pomeriggio a muovere è stata Intesa Sanpaolo, lanciando un’offerta pubblica di acquisto e scambio volontaria totalitaria sulle azioni Mps da 30,6 miliardi.
C’è chi ha letto nella contromossa di Intesa, nella quale avrà un ruolo attivo anche Bper, il cui principale azionista è Unipol, la volontà di proteggere le Generali, che fungono da sempre da forziere del risparmio italiano, oltre a essere uno dei maggior acquirenti e sottoscrittori di titoli di Stato italiani. Non bisogna mai dimenticare, infatti, che il principale socio del Banco è la francese Crédit Agricole, terzo gruppo bancario europeo e incline a scorribande lungo la Penisola. E, dal momento che chi prende Siena mette anche un piede nelle Generali, la presenza di azionisti stranieri potrebbe diventare decisamente ingombrante. Anche per lo stesso esecutivo.
Le voci di corridoio raccontano di un apprezzamento di Palazzo Chigi per l’ingresso di Intesa nella partita per l’istituto guidato dal ritrovato Luigi Lovaglio, anche se sia Carlo Messina, ceo di Intesa e Carlo Cimbri, numero uno di Unipol, hanno più che altro preferito sottolineare, incontrando gli analisti in queste ore, sia la qualità dell’operazione Intesa-Bper-Mps, sia la profonda natura italiana della stessa. Particolare quest’ultimo che per il governo potrebbe fare la differenza: non è certo un caso che lo stesso Messina, sempre nel confronto con gli analisti, abbia paventato per il Banco criticità in odore di golden power proprio per la presenza dei francesi nell’azionariato di Piazza Meda. In questo gioco di incastri di partecipazioni che, come ricordato due giorni fa anche dal direttore del Sole 24 Ore, Fabio Tamburini, apre scenari interessanti ma anche, in potenza, rischiosi, resta da capire se tutti questi movimenti, alla fine, porteranno a un sistema bancario migliore perché più solido. Formiche.net ne ha discusso con l’economista e storico Giulio Sapelli.
“Sicuramente Intesa si è mossa per arginare Bpm, che poi sarebbe la Francia. Voglio dire, l’offensiva sul Monte dei Paschi viene chiaramente da Oltralpe”, premette l’economista. “Non è certo un mistero che il grande sogno francese, ma anche tedesco, è sempre stato quello di mettere le mani sul risparmio italiano. Certamente Intesa ha un biglietto da visita, un’etichetta italiana, Bpm non ce l’ha, nei fatti è una banca francese. Ciò fa una certa differenza nell’ambito di questo tipo di operazioni. L’obiettivo, nemmeno a dirlo, sono sempre le Generali, con il loro risparmio e i prodotti di bancassicurazione. Non dobbiamo mai dimenticare che nei momenti di crisi, la bancassicurazione è un qualcosa di molto ricercato”, spiega Sapelli.
Il quale allarga lo spettro all’intero risiko italiano. “Mi pare evidente che questi incroci di partecipazioni, Banco, Intesa, Mps, nascondano anche dei rischi. Si parla di Generali, certo, ma non solo. Per esempio, trovo ancora incredibile che Mps abbia trovato i soldi per aggredire Mediobanca. Forse Mediobanca non era più Mediobanca e Mps non era più Mps. Verrebbe da dire che c’è da ricostruire un’immagine del sistema bancario nazionale. Oggi non abbiamo più un sistema, per esempio, di istituti locali, con un movimento cooperativo che è in crisi. E questo in un momento storico in cui soffiano venti di guerra. Allora se dobbiamo fare delle fusioni, se dobbiamo fare quello che dice Draghi e cioè portare avanti il consolidamento bancario, bisogna farlo bene”.
L’economista spiega poi come questa vicenda, quella di Mediobanca, rifletta un cambiamento più ampio. “Il profilo e l’obiettivo dell’operazione, pur innaturali, rappresentano bene la trasformazione del capitalismo italiano. Oggi non è più né carne né pesce: non è riuscito ad aggregarsi attorno a grandi industrie, ormai scomparse dal mercato. Le famose 1.300 imprese di Mediobanca, pur finite progressivamente in un contenitore sempre più fragile, rappresentavano un glorioso conglomerato di piccole e medie imprese artigianali. Ma queste non hanno saputo fare il salto dimensionale, né hanno alle spalle un sistema bancario in grado di sostenerle”.
Incentivi, e tanti, alle rinnovabili italiane. Il che, in tempi di petrolio a 100 dollari al barile e gasolio oltre i due euro non è proprio una cattiva notizia. Se poi, come già fatto in questi mesi, è possibile estromettere i produttori di pannelli solari made in China dalle gare per i sussidi, il gioco è fatto. La Commissione europea ha approvato, nell’ambito del quadro degli aiuti di Stato del Clean Industrial Deal, un piano italiano da 23 miliardi di euro a sostegno della produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili.
Ora, la misura, hanno chiarito da Bruxelles, “contribuirà alla transizione verso un’economia a zero emissioni nette e al raggiungimento dell’obiettivo in materia di energie rinnovabili fissato a livello Ue per il 2030”. Nello specifico, il piano tricolore mira a sostenere la costruzione di impianti che generano energia elettrica utilizzando energia eolica onshore, solare, idroelettrica e biogas. Gli impianti dovrebbero aggiungere un totale di 37,15 GW di capacità di energia elettrica rinnovabile, pari a circa il 48% dell’attuale capacità di fonti rinnovabili in Italia. Tutto questo significa, essenzialmente, più energia verde per lo stivale.
La misura “contribuirà in modo significativo all’obiettivo di decarbonizzazione dell’Italia, che prevede di raggiungere il 39,4% del consumo finale lordo di energia elettrica da fonti rinnovabili entro il 2030 e contribuirà a ridurre i prezzi dell’energia elettrica e la dipendenza dell’Unione dalle importazioni energetiche, in linea con gli obiettivi definiti nel Clean Industrial Deal e nel piano Repower Eu”, viene sottolineato dalla stessa Commissione. Nel dettaglio, gli aiuti saranno erogati sotto forma di pagamenti variabili nell’ambito di contratti per differenza bilaterali, che prevedono un bonus per ogni kWh di energia elettrica prodotto e immesso in rete, sulla base di un cosiddetto prezzo di riferimento.
In sostanza, se i prezzi di mercato dell’energia elettrica saranno inferiori al prezzo di riferimento, lo Stato pagherà la differenza. Se saranno superiori, le imprese rimborseranno la differenza. I contratti avranno una durata di 20 anni mentre gli aiuti saranno concessi sulla base di una procedura di gara trasparente e non discriminatoria, in cui i beneficiari presenteranno offerte sul prezzo di riferimento necessario per la realizzazione di ciascun singolo progetto. Ed è molto probabile che i pannelli con componentistica cinese, se non addirittura prodotti nel Dragone, restino fuori dai giochi.
Eni e Petronas, la compagnia petrolifera malese, hanno ufficialmente costituito una nuova joint venture paritetica che riunisce attività chiave in Indonesia e Malesia. Searah, questo il nome della nuova realtà, è pronta a diventare operativa a soli sette mesi dalla firma dell’accordo di investimento del 3 novembre 2025 e a sedici dal protocollo d’intesa annunciato nel febbraio 2025.
Searah unirà portafogli, competenze e esperienza regionale complementari con l’obiettivo “di garantire creazione di valore a lungo termine e eccellenza operativa in Indonesia e Malesia”, hanno spiegato da Eni. Con un portafoglio di 19 asset di produzione e sviluppo di gas, 14 in Indonesia e 5 in Malesia, Searah partirà da una produzione iniziale di oltre 300 mila boe/giorno, con l’obiettivo di superare i 500 mila boe/giorno di produzione sostenibile entro i prossimi tre anni. “Searah riflette la nostra consolidata strategia satellitare, volta a creare business mirati e di qualità, in grado di coniugare dimensioni, efficienza e crescita, guidati dalla nostra eccellenza nell’esplorazione e nella realizzazione dei progetti, nonché dalla nostra costante attenzione alla tecnologia e all’innovazione”, ha chiarito il ceo di Eni, Claudio Descalzi.
Tengku Muhammad Taufik, presidente e amministratore delegato di Petronas ha invece sottolineato come la costituzione di Searah “è in linea con la crescente attenzione di Petronas verso una maggiore disciplina nello sviluppo delle risorse, unita a un impiego del capitale più agile e a una maggiore enfasi sulla creazione di valore sostenibile lungo l’intera catena del valore del gas. Facendo leva sui portafogli e le capacità complementari della nostra società e di Eni, Searah ambisce a raggiungere la profondità operativa, la resilienza finanziaria e la capacità di crescita dei due partner per affrontare in modo affidabile e responsabile i crescenti bisogni energetici della regione, contribuendo al contempo alla sicurezza dell’approvvigionamento a lungo termine in Indonesia e Malesia”.
In ogni caso, c’è anche altre il fronte africano che funge da altra gamba del riassetto energetico italiano. Solo pochi mesi fa, infatti, Eni ha infatti effettuato due nuove scoperte a gas e condensati in Libia a seguito di una campagna esplorativa avviata negli ultimi mesi. Due strutture geologiche adiacenti, Bahr Essalam South 2 e Bahr Essalam South 3 sono state investigate con successo rispettivamente dai due pozzi B2 16/4 e C1-16/4 a circa 85 km dalla costa, in ca 200 metri d’acqua, e 16 km a sud del giacimento di gas Bahr Essalam. Come hanno spiegato dal Cane a sei zampe i livelli mineralizzati sono stati rinvenuti in entrambi i pozzi nella Formazione Metlaoui, nota per essere la principale formazione produttiva dell’area.
Chi pensava che Pechino fosse pronta a gettare la spugna, forse dovrà ricredersi. Perché il game over può attendere. A due mesi dal blitz del governo di Giorgia Meloni a mezzo golden power, il riassetto di Pirelli torna improvvisamente in discussione. China National Tire & Rubber Corporation (Cnrc), controllata dalla holding cinese Sinochem e Marco Polo International Italy hanno infatti notificato due distinti ricorsi di identico contenuto dinanzi al Tribunale amministrativo regionale per il Lazio contro, tra gli altri, la presidenza del Consiglio, il ministero delle Imprese e del Made in Italy ed altri ministeri.
Motivo? In particolare, annullare proprio quel provvedimento con cui Palazzo Chigi ha imposto ai soci cinesi severe prescrizioni, in vista della prossima assemblea del 25 giugno, ad oggi confermata. Nello specifico Sinochem potrà proporre agli azionisti della Bicocca solo una lista con massimo tre candidati per il consiglio (su 15 membri), di cui due indipendenti (contro gli attuali 8 su 15). Se eletti, poi, i rappresentanti cinesi non potranno comunque ricoprire ruoli chiave come presidente, vicepresidente o ceo, né presiedere comitati, né ottenere deleghe gestionali o poteri su strategie industriali e finanziarie.
Da Pirelli continua comunque a trapelare una certa serenità (anche dalla Borsa, con il titolo Pirelli rimasto tonico per tutta la mattinata). Il gruppo della Bicocca non sembra infatti preoccupato, e anzi, ha tenuto nella prima mattina dell’8 giugno a precisare che i ricorsi non incidono sul regolare svolgimento dell’assemblea degli azionisti in programma il prossimo 25 giugno, convocata tra l’altro per il rinnovo del consiglio di amministrazione. Le liste dei candidati sono già state depositate dagli azionisti nel rispetto di quanto stabilito dal decreto contestato da Sinochem (azionista al 34%) e, come la società ha già comunicato al mercato, l’iter assembleare seguirà i tempi previsti.
Una mossa, quella dei cinesi, che arriva dopo mesi di confronto tra l’azionariato riconducibile al Dragone e le autorità italiane, decise ad applicare il golden power per contenere l’influenza di Pechino su un’azienda considerata strategica sul piano industriale e tecnologico. Ma soprattutto, mai dimenticare la posta in gioco: il mercato americano, dove Pirelli vende i suoi pneumatici di ultima generazione, dotati di tecnologia cyber tyre. Da quando negli Stati Uniti è entrata in vigore la nuova normativa che impone alle aziende partecipate da soci cinesi e che vendono tecnologia applicata all’industria dell’auto statunitense di ridurre sotto una certa soglia la presenza del Dragone, per Pirelli si è imposta una scelta.
Falliti i negoziati con Sinochem per diluirsi (dallo spin off delle attività cyber tyre, la prima tecnologia proprietaria che trasforma lo pneumatico in sensore per monitorare stato gomme, abitudini guida, condizioni stradali e altro, fino allo spostamento della quota cinese in un trust), la Bicocca rischiava di perdere un mercato essenziale per il suo business. Il prezzo era troppo alto per un’azienda simbolo del made in Italy. Per questo il governo Meloni ha attivato i poteri speciali del golden power per limitare l’influenza di Sinochem. Ma la campanella non è ancora suonata.