Reading view

Violenza sessuale di gruppo fuori da una discoteca di Milano: la vittima è una studentessa spagnola in Erasmus

La violenza fuori da un locale, poi la corsa in ospedale, infine in Questura. È l’incubo vissuto da una studentessa universitaria spagnola, di 20 anni, a Milano in Erasmus, vittima – secondo l’Ansa – di una violenza sessuale di gruppo. Il fatto si è verificato nella notte tra il 22 e il 23 maggio scorso alla fine di una serata in discoteca in via Corelli, periferia est del capoluogo lombardo.

La Procura di Milano, diretta da Marcello Viola, e la Squadra mobile della polizia stanno indagando per arrivare ad identificare gli aggressori, quattro o cinque, che hanno abusato della giovane fuori dal locale e in un’auto. La ragazza, dopo le violenze, accompagnata da un’amica, è andata in ospedale, dove sono stati accertati gli abusi, e poi in Questura a denunciare.

Da quanto si apprende, la giovane, che frequentava col progetto Erasmus una nota università milanese, era andata in discoteca per passare una serata di divertimento con una sua amica. Lì è stata agganciata da alcune persone che, una volta all’esterno, l’hanno prima trascinata in una via appartata e poi dentro una macchina, dove avrebbe subito le violenze. La studentessa in stato di choc è stata portata, poi, da un’amica in taxi in un ospedale per le visite. Gli abusi sono stati accertati dalla clinica Mangiagalli specializzata in casi di questo genere. Nelle ore successive la denuncia alla polizia. È stato subito attivato il “codice rosso” ed è stato aperto un fascicolo, al momento a carico di ignoti, coordinato dal pool di contrasto ai reati sessuali, guidato dalla pm Letizia Mannella. La ragazza è stata anche ascoltata a verbale per ricostruire le terribili violenze subite e ha cercato di fornire dettagli utili sugli stupratori. Successivamente è rientrata in Spagna dalla sua famiglia. Inquirenti e investigatori stanno lavorando da giorni per arrivare ad individuare gli autori.

L'articolo Violenza sessuale di gruppo fuori da una discoteca di Milano: la vittima è una studentessa spagnola in Erasmus proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Perquisito il consulente Davide Barzan: indagine per bancarotta da un milione di euro. La difesa: “Mai preso soldi”

Una perquisizione in casa, una nello studio, e un’indagine che si allarga attorno a una società finita in liquidazione giudiziaria con un buco contestato da circa un milione di euro. È il quadro che ha portato la Guardia di Finanza a presentarsi questa mattina a Riccione, nell’appartamento e nell’ufficio di Davide Barzan, criminalista e consulente noto anche per il suo ruolo nel caso dell’omicidio di Pierina Paganelli. Il provvedimento è stato disposto dalla Procura di Bergamo, che ipotizza a carico di Barzan il reato di bancarotta fraudolenta nell’ambito della gestione di una società attiva nella produzione di infissi, poi finita in liquidazione giudiziaria. Nel fascicolo compare anche il nome di Pierluigi Chieffi, 58 anni, consulente finanziario di Coriano, attualmente detenuto nel carcere di Rimini per cumulo di condanne, tra cui quella per un’aggressione con sfregio. Chieffi risulta inoltre indagato per il danneggiamento dell’auto dello stesso Barzan, avvenuto nel maggio 2025.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, la vicenda nasce quando la società viene acquisita da Barzan, che ne diventa socio unico. La fase successiva è quella della liquidazione volontaria, con la nomina di Chieffi come liquidatore, già collaboratore della stessa azienda in qualità di consulente esterno. Da lì il passaggio alla liquidazione giudiziaria e l’avvio dell’indagine, nella quale la Procura contesta presunte distrazioni di fondi e ipotesi di truffa per circa un milione di euro. La difesa del consulente, affidata agli avvocati Marlon Lepera e Nunzia Barzan, respinge ogni addebito e sostiene che Barzan non avrebbe “mai preso soldi” dalla società finita sotto procedura.

Il nome del consulente è noto anche al di fuori di questo procedimento, per il suo coinvolgimento mediatico e professionale in diverse vicende giudiziarie, tra cui il caso Pierina Paganelli. Proprio quel processo, intanto, si avvia alla fase conclusiva. A Rimini è attesa martedì l’ultima udienza in Corte d’Assise per l’omicidio della donna, uccisa il 3 ottobre 2023 nel garage di via del Ciclamino. Sarà il giorno delle repliche delle difese e del pubblico ministero, prima del ritiro della Corte in camera di consiglio per la decisione.

Il dibattimento non subirà modifiche nonostante lo sciopero degli avvocati penalisti, poiché l’imputato Louis Dassilva è detenuto dal giugno 2024. Rinviata invece a ottobre l’udienza a carico di Valeria Bartolucci, moglie dell’imputato, accusata di diffamazione aggravata e minacce per alcune frasi rivolte alla nuora della vittima, Manuela Bianchi, durante l’arresto del marito. Tra le espressioni contestate, secondo l’accusa, anche una frase ritenuta particolarmente grave: “Io non ci metto niente a scioglierla in un fusto pieno di acido, ci vuole poco a comprare un’arma a San Marino”. La sua posizione era stata inizialmente oggetto anche di una denuncia per stalking, poi archiviata dal gip, mentre per le altre imputazioni è stato disposto il rinvio a giudizio.

L'articolo Perquisito il consulente Davide Barzan: indagine per bancarotta da un milione di euro. La difesa: “Mai preso soldi” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Madre e figlia avvelenate dalla ricina, nuovo round di interrogatori: ascoltati anche gli amici di famiglia

Si allarga ulteriormente il cerchio degli interrogatori nell’ambito dell’inchiesta sulla morte di Sara Di Vita e della madre Antonella Di Ielsi, avvelenate dalla ricina. Dopo una prima fase concentrata sui familiari più stretti, gli investigatori stanno ora estendendo gli accertamenti anche agli amici della famiglia, ascoltati in queste ore negli uffici della Squadra Mobile di Campobasso. Gli interrogatori sono ripresi lunedì mattina in Questura e proseguiranno nei prossimi giorni con una serie di audizioni ritenute utili a ricostruire il contesto relazionale e personale delle due vittime. L’obiettivo è quello di delineare con maggiore precisione gli ultimi mesi di vita di Sara Di Vita e della madre, cercando eventuali elementi utili all’indagine che possano emergere da frequentazioni, contatti e dinamiche quotidiane.

Tra le persone già convocate figurano diversi amici di famiglia, mentre in settimana è atteso l’interrogatorio di Laura Di Vita, cugina di Gianni Di Vita, una delle figure su cui si concentra parte degli approfondimenti investigativi. Non è invece ancora stata fissata una data per un eventuale nuovo sopralluogo nell’abitazione di Pietracatella, rimasta sotto sequestro da circa 160 giorni, dal periodo in cui si verificarono i decessi.

Il lavoro degli inquirenti procede parallelamente sul fronte tecnico-scientifico, con una serie di esami che stanno scandendo i tempi dell’inchiesta. Entro la fine del mese è attesa la consegna dei dati estratti dallo smartphone di Alice, un passaggio considerato significativo per la ricostruzione delle comunicazioni e degli spostamenti della famiglia. A seguire, entro la fine di luglio, dovrebbero essere disponibili anche i risultati delle analisi sui telefoni cellulari e sui computer sequestrati all’interno dell’abitazione di Pietracatella. Materiale che potrebbe fornire ulteriori riscontri o nuove piste investigative.

Sul versante medico-legale, invece, si attende entro una ventina di giorni l’esito definitivo delle autopsie sui corpi delle due vittime. Un passaggio fondamentale, più volte rinviato, che dovrebbe chiarire ulteriormente le modalità dell’avvelenamento e la dinamica degli ultimi momenti di vita. Le indagini, coordinate dalla Procura, si sviluppano quindi su più livelli: dalle testimonianze alle analisi scientifiche, fino allo studio dei dispositivi elettronici. Un lavoro complesso che punta a ricostruire non solo la dinamica della morte, ma anche il contesto in cui sarebbe maturata la tragedia.

A supportare gli accertamenti è un pool di specialisti che si avvale anche della consulenza di Carlo Locatelli, direttore del Centro antiveleni di Pavia, già protagonista della prima svolta investigativa quando, a metà marzo, era stata individuata la presenza di ricina nel sangue delle due donne, elemento che aveva cambiato radicalmente l’impostazione dell’inchiesta. Gli investigatori mantengono il massimo riserbo, mentre l’attività istruttoria prosegue con un calendario serrato di audizioni e verifiche tecniche.

L'articolo Madre e figlia avvelenate dalla ricina, nuovo round di interrogatori: ascoltati anche gli amici di famiglia proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Incendio in un’azienda di materie plastiche nel Pisano, allerta in 5 Comuni: “Chiudete le finestre e non uscite”

Un’enorme nube nera si è sprigionata dalle fiamme ed è visibile da decina di chilometri di distanza, fino a raggiungere anche il centro di Pisa. È un maxi-incendio che desta non poca preoccupazione quello che si è sviluppato in un’azienda di rifiuti plastici da avviare a riciclo con sede a Lugnano, frazione di Vicopisano. A causa delle fiamme e del rischio inquinamento sono state evacuate alcune scuole e i sindaci di Pisa, Cascina, Vicopisano, Calci e San Giuliano Terme raccomandano alla popolazione di tenere le finestre precauzionalmente chiuse. In mattinata si è svolta una riunione urgente in prefettura con i sindaci del territorio, le forze dell’ordine e i rappresentanti di Asl e Arpat.

I sindaci dei comuni interessati dalla nube di fumo nero, visibile anche a decine di chilometri di distanza e anche a Livorno, hanno emesso un’ordinanza “contingibile e urgente con misure precauzionali a tutela della salute pubblica, con una decisione assunta in via preventiva e cautelativa, nelle more degli accertamenti ambientali affidati ad Arpat e Asl Toscana Nord Ovest, finalizzati a verificare la qualità dell’aria e l’eventuale presenza di sostanze inquinanti derivanti dall’incendio”.

L’ordinanza dispone, in via del tutto cautelativa e fino a nuove comunicazioni, di “chiudere e mantenere chiuse porte, finestre e ogni altra apertura di abitazioni, uffici, luoghi di lavoro e di ritrovo, disattivare, ove possibile, impianti di condizionamento, aerazione e ventilazione meccanica che prevedano l’immissione o il prelievo di aria dall’esterno; limitare le uscite e la permanenza all’aperto ai soli casi di assoluta e comprovata necessità; sospendere attività lavorative, sportive, ludiche e ricreative all’aperto; provvedere a un accurato e prolungato lavaggio con abbondante acqua corrente di ortaggi e frutta coltivati all’aperto sul territorio comunale prima del consumo; mantenere, per quanto possibile, gli animali da affezione e da cortile all’interno di locali chiusi, proteggendo inoltre mangimi e riserve d’acqua da eventuali ricadute di ceneri o fumi”.

L'articolo Incendio in un’azienda di materie plastiche nel Pisano, allerta in 5 Comuni: “Chiudete le finestre e non uscite” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Licenziato dopo una domanda su Israele, il giornalista Gabriele Nunziati fa causa all’Agenzia Nova

Il giornalista Gabriele Nunziati ha annunciato in un breve video social che farà causa contro la sua ex agenzia di stampa, l’Agenzia Nova. Il cronista era stato licenziato l’autunno scorso, dopo che aveva chiesto alla portavoce della Commissione europea Paula Pinho se Israele dovesse pagare la ricostruzione della Striscia di Gaza. La prima udienza è prevista per domani, 9 giugno, e in quell’occasione ci sarà un sit-in a cui parteciperò Amnesty, Articolo21, Fnsi, Associazione Stampa Romana, Articolo21, UsigRai, che stanno supportando il giornalista nella sua battaglia legale. Durante la manifestazione si discuterà di libertà d’informazione in particolare sulla Palestina e su Israele.

L'articolo Licenziato dopo una domanda su Israele, il giornalista Gabriele Nunziati fa causa all’Agenzia Nova proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Braccianti in nero costretti a vivere in un casolare senza bagni. Si scaldavano bruciando spazzatura”: arrestato caporale

Lavoravano in nero, con una retribuzione inferiore alla metà dei minimi del contratto nazionale dell’agricoltura, ed erano costretti a dormire in un casolare rurale in una condizione “degradante” che dovevano anche pagare 5 euro al giorno, nonostante non fosse neanche bagni e riscaldamento. L’ultima storia di para-schiavismo arriva dalla provincia di Brindisi, dove i carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro hanno arrestato in flagranza un caporale. I braccianti agricoli lavoravano in alcuni terreni al confine tra il Brindisino e il Tarantino.

Stando alla ricostruzione dei militari dell’Arma, attraverso una cooperativa, il caporale approfittava dello stato di bisogno di diverse persone, costringendole ad affrontare una giornata lavorativa di dieci ore fronte di una paga inferiore alla metà rispetto a quella prevista dal Contratto collettivo nazionale del lavoro di settore, decurtando ulteriori 5 euro giornaliere pro-capite per l’alloggio nella diponibilità dell’indagato.

Si trattava di un casolare rurale in condizioni igienico sanitarie degradanti, caratterizzato da presenza di muffe, con servizi igienici non funzionanti e privo di riscaldamento, al punto che i lavoratori sfruttati bruciavano la spazzatura in un caminetto per riscaldare gli ambienti, costretti così a respirarne fumi pericolosi e dormire su materassi sporchi, trovati nelle campagne vicine. I braccianti, due al momento quelli che si è riusciti a identificare, venivano impiegati in nero, senza contratto di lavoro, senza visite mediche e nessun corso di formazione, aumentandone così il rischio di subire infortuni gravi sul lavoro, poiché maneggiavano attrezzi pericolosi, come seghe circolari, senza averne acquisito competenze ed appreso modalità di utilizzo specifico.

Uno dei braccianti è risultato per altro privo di permesso di soggiorno per l’impiego lavorativo. L’indagine “lampo”, iniziata verso la fine di marzo con la denuncia sporta da un terzo bracciante anche lui vittima di sfruttamento, è stata coordinata dalla procura di Brindisi che ha chiesto e ottenuto gli arresti domiciliari per il caporale. È stato anche posto sotto sequestro il mezzo con il quale i braccianti venivano trasportati e il casolare dove dormivano. Sono state elevate sanzioni amministrative ed ammende per totale 20.000 euro.

L'articolo “Braccianti in nero costretti a vivere in un casolare senza bagni. Si scaldavano bruciando spazzatura”: arrestato caporale proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Appartengo ai Latin Kings, ma non l’ho ammazzato io”, il 19enne fermato per l’omicidio di Gianluca Ibarra Silvera nega davanti al gip

“Non ho colpito io, non l’ho ammazzato io, ero sul luogo sì ma non l’ho ucciso io”. Si è difeso così davanti alla giudice per le indagini preliminari Sara Cipolla Jefferson Smit Echevarra Verano, il 19enne peruviano arrestato per l’omicidio di Gianluca Ibarra Silvera, il 22enne morto dopo il brutale pestaggio e accoltellamento avvenuto la sera del 26 maggio nella stazione di Milano Certosa. Vittima di uno scambio di persona. Il giovane indagato, appartenente ai Latin Kings, ha negato di aver inferto le coltellate mortali, sostenendo di avere avuto in mano soltanto una pietra durante gli scontri. Ha però ammesso di fare parte della gang e ha ricostruito una giornata segnata da tensioni e regolamenti di conti con un gruppo rivale, indicato come vicino alla MS-13.

Secondo la sua versione, nel pomeriggio ci sarebbe stato un primo scontro tra le due fazioni, seguito da un secondo confronto in serata. “Non c’è stato alcun rito di iniziazione”, avrebbe spiegato il 19enne, attribuendo agli avversari l’iniziativa delle violenze. Davanti alla gip ha inoltre sostenuto di non sapere se la vittima appartenesse realmente alla gang rivale, pur affermando che si trovava nel gruppo con cui i Latin Kings si erano nuovamente confrontati quella sera.

Una ricostruzione che si scontra con gli elementi raccolti dagli investigatori della Squadra Mobile. A carico del giovane ci sarebbero infatti testimonianze dirette, tra cui quella del fratello della vittima, riconoscimenti fotografici e le immagini delle telecamere di sorveglianza. Per gli inquirenti, insieme a un secondo presunto accoltellatore attualmente irreperibile, sarebbe stato tra i protagonisti dell’aggressione culminata nella morte del 22enne.

Le indagini delineano uno scenario ancora più inquietante: Gianluca Ibarra Silvera sarebbe stato ucciso per errore. Gli aggressori lo avrebbero infatti scambiato per un appartenente alla MS-13, gang rivale dei Latin Kings. Una vendetta maturata dopo un precedente alterco nel quale alcuni membri del gruppo oggi indagato avrebbero avuto la peggio.

Quella sera il 22enne si trovava con il padre, il fratello e un amico. La famiglia ha sempre ribadito che il ragazzo non aveva precedenti penali. né legami con organizzazioni criminali. Eppure sarebbe stato inseguito da un gruppo composto da almeno 17 persone, raggiunto e aggredito con estrema violenza. Secondo la ricostruzione investigativa, gli assalitori avrebbero lanciato bottiglie, pietre e coltelli prima di accanirsi sulla vittima con decine di fendenti. Le ferite, in particolare quella che ha reciso l’arteria femorale, si sono rivelate fatali.

L’inchiesta della Procura di Milano, coordinata dal pubblico ministero Elio Ramondini, vede al momento due destinatari di fermo, uno dei quali ancora ricercato, e altri sette giovani iscritti nel registro degli indagati. La giudice dovrà ora decidere sulla convalida del fermo e sulla richiesta di custodia cautelare in carcere per il 19enne. La difesa ha già annunciato che, in caso di conferma della misura, presenterà istanza per gli arresti domiciliari.

Intanto proseguono gli accertamenti per identificare tutti i componenti del branco e chiarire nel dettaglio ruoli e responsabilità di una vicenda che, secondo gli investigatori, affonda le radici nella rivalità tra bande giovanili sudamericane attive nell’area della stazione di Milano Certosa, storico punto di ritrovo delle cosiddette “pandillas”.

L'articolo “Appartengo ai Latin Kings, ma non l’ho ammazzato io”, il 19enne fermato per l’omicidio di Gianluca Ibarra Silvera nega davanti al gip proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Travolge un gruppo di pedoni sulla statale del Verbano: morta una ragazza di 17 anni, 4 feriti gravi

Una ragazza di 17 anni ha perso la vita e altre quattro persone sono rimaste gravemente ferite in un incidente avvenuto nel pomeriggio di domenica lungo la strada statale 394 del Verbano, nel territorio comunale di Maccagno con Pino e Veddasca, in provincia di Varese. Una tragedia che ha sconvolto l’intera zona dell’alto Lago Maggiore e che ha richiesto l’intervento di un imponente dispositivo di emergenza. L’allarme è scattato poco prima delle 16. Secondo le prime informazioni disponibili, ancora al vaglio delle forze dell’ordine, un’automobile che stava percorrendo la statale in direzione di Maccagno avrebbe investito un gruppo di cinque pedoni. L’impatto è stato violentissimo e per la giovane di 17 anni non c’è stato nulla da fare: i soccorritori, giunti rapidamente sul luogo dell’incidente, non hanno potuto fare altro che constatarne il decesso.

Le altre quattro persone coinvolte, di età compresa tra i 15 e i 30 anni, hanno riportato gravi traumi e sono state immediatamente affidate alle cure del personale sanitario. Le loro condizioni sono apparse da subito serie, tanto da rendere necessario l’impiego di mezzi di soccorso avanzati e il trasporto negli ospedali della zona. Al momento non sono stati diffusi ulteriori dettagli sul quadro clinico dei feriti. È rimasto ferito anche il conducente dell’autovettura coinvolta nell’investimento. Le sue condizioni, tuttavia, non sarebbero gravi e non risulterebbe in pericolo di vita. Sarà ascoltato dagli investigatori nell’ambito degli accertamenti finalizzati a ricostruire l’esatta dinamica dell’accaduto.

La centrale operativa Soreu dei Laghi ha attivato un massiccio piano di intervento. Sul luogo della tragedia sono stati inviati tre elisoccorsi, decollati dalle basi di Como, Sondrio e Milano, oltre a diverse ambulanze e mezzi di supporto provenienti dal territorio. Tra le squadre intervenute figurano equipaggi della Croce Rossa, della Padana Emergenza di Luino e della Sos di Cunardo, affiancati da un’automedica dell’Asst di Varese. Per diversi minuti l’area è stata teatro di una complessa operazione di soccorso, con il personale sanitario impegnato a stabilizzare i feriti e a predisporne il trasferimento nelle strutture ospedaliere.

Sul posto sono intervenuti anche i Carabinieri della Compagnia di Luino, che hanno immediatamente avviato i rilievi per chiarire le circostanze dell’incidente. Gli investigatori stanno raccogliendo testimonianze e verificando ogni elemento utile per comprendere come sia stato possibile che il veicolo travolgesse il gruppo di pedoni. Tra gli aspetti da accertare vi sono la posizione delle persone investite, le condizioni della carreggiata e l’eventuale presenza di fattori che possano aver contribuito all’accaduto. Per consentire le operazioni di soccorso e i successivi rilievi tecnici, la strada statale 394 è stata temporaneamente chiusa al traffico nel tratto interessato. La chiusura ha provocato pesanti ripercussioni sulla circolazione, con rallentamenti e disagi lungo l’arteria che collega diversi centri della sponda lombarda del Lago Maggiore.

L'articolo Travolge un gruppo di pedoni sulla statale del Verbano: morta una ragazza di 17 anni, 4 feriti gravi proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Ho distrutto la Poresche nuova”: la chat dell’imprenditore dopo lo schianto costato la vita a Matilde Baldi

“Per la cena andiamo volentieri, facciamo passare questa settimana. Tra il caos del lavoro e l’incidente di giovedì che ho distrutto la Gt3 nuova sono un po’ off”. È uno dei messaggi che l’imprenditore astigiano Franco Vacchina inviò a un amico il 13 dicembre scorso, due giorni dopo l’incidente avvenuto sulla tangenziale di Asti, che poi costò la vita a Matilde Baldi. A riportarlo è il quotidiano La Stampa, che dà conto delle chat acquisite agli atti dell’inchiesta coordinata dalla Procura. L’uomo era stato poi arrestato e posto ai domiciliari.

Quando quel messaggio viene scritto, la giovane rimasta gravemente ferita nello schianto, era ancora ricoverata in ospedale in condizioni disperate. Morirà tre giorni più tardi. Era a bordo di una utilitaria guidata dalla madre quando l’auto venne coinvolta nell’incidente che oggi è al centro dell’indagine. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Vacchina si trovava alla guida della sua Porsche e sarebbe stato impegnato in una gara di velocità con un’altra vettura dello stesso marchio. Un’ipotesi che l’imprenditore ha sempre respinto e che continua a contestare anche nelle conversazioni private finite nel fascicolo.

“Tu mi conosci, come fai a credere che stessi facendo una gara, alle 20,15, con il traffico a palla?”, scrive a uno dei suoi interlocutori. In un altro passaggio delle chat emerge il tentativo di spiegare quanto accaduto. “Sfiga. Non sono un pilota di F1 ma sono 35 anni che guido Porsche. Non mi capacito ancora adesso come sia potuto succedere“. Le conversazioni, secondo quanto riferito dal quotidiano torinese, contengono anche riferimenti alle conseguenze amministrative dell’incidente. Vacchina avrebbe infatti manifestato ad alcuni conoscenti l’intenzione di trovare una soluzione per il “problema con la patente”, valutando persino la possibilità di contattare il prefetto.

Le chat rappresentano ora uno degli elementi all’attenzione degli investigatori impegnati a ricostruire le circostanze dello schianto e il comportamento dell’imprenditore nei giorni immediatamente successivi alla tragedia. L’inchiesta dovrà chiarire se quella sera sulla tangenziale fosse effettivamente in corso una sfida ad alta velocità tra le due Porsche oppure se, come sostiene Vacchina, si sia trattato di una tragica fatalità.

L'articolo “Ho distrutto la Poresche nuova”: la chat dell’imprenditore dopo lo schianto costato la vita a Matilde Baldi proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Fight club” a scuola durante la ricreazione: incontro di boxe nel sottoscala, due studenti rischiano la bocciatura

“Fight club” a scuola. Un sottoscala trasformato in un ring, guantoni da pugilato portati da casa, un arbitro improvvisato e una decina di studenti radunati per assistere all’incontro. È la scena che si sono trovati davanti dirigenti e insegnanti di un istituto superiore di Modena dopo che i video di un combattimento organizzato durante una pausa tra le lezioni hanno iniziato a circolare sui social network. Protagonisti dell’episodio due studenti che hanno deciso di affrontarsi a pugni in quello che, più che una semplice bravata, è apparso come un vero e proprio incontro di boxe improvvisato. A organizzarlo sarebbe stato uno studente di terza superiore appassionato di pugilato, che il 13 maggio si è presentato a scuola con un paio di guantoni nello zaino.

Il luogo scelto per il combattimento era un sottoscala vicino al parcheggio delle auto dell’istituto. Lì i due ragazzi si sono affrontati sotto gli occhi di alcuni compagni, mentre un terzo studente svolgeva il ruolo di arbitro. Le immagini mostrerebbero colpi sferrati con una certa violenza, tanto da suscitare forte preoccupazione una volta arrivate all’attenzione della scuola. I filmati, inizialmente condivisi tra gli studenti, hanno rapidamente superato i confini dell’istituto finendo sui social e arrivando anche ai genitori. A quel punto la vicenda è esplosa. La scuola ha avviato gli accertamenti interni e la questione è stata segnalata ai carabinieri. Del caso si sta occupando anche la Procura per i minorenni.

Sul fronte disciplinare sono state adottate misure particolarmente severe. Il consiglio di classe ha inflitto ai due studenti coinvolti quindici giorni di sospensione, mentre il consiglio d’istituto ha deciso di applicare la sanzione massima prevista: l‘esclusione dallo scrutinio finale. Una decisione che, di fatto, equivale alla bocciatura. Stessa sorte, almeno sul piano disciplinare immediato, per il giovane che ha arbitrato l’incontro, sospeso per due settimane.

“Quando ho visto il video sono rimasto senza parole – ha spiegato il dirigente scolastico alla Gazzetta di Modena – perché è evidente che questo genere di cose non possa avvenire in un contesto scolastico”. Il preside ha sottolineato come le decisioni siano state prese dopo aver ascoltato i ragazzi e valutato attentamente la gravità dell’accaduto. Attraverso l’analisi dei filmati sono stati identificati anche otto studenti presenti come spettatori. Per loro sono allo studio ulteriori provvedimenti disciplinari. Rischiano infatti un cinque in condotta, che comporterebbe la non ammissione all’anno successivo, oppure un sei che porterebbe a un giudizio sospeso.

L'articolo “Fight club” a scuola durante la ricreazione: incontro di boxe nel sottoscala, due studenti rischiano la bocciatura proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Fermato senza casco, guidava un motorino Ciao rubato 45 anni fa: ritrovato il proprietario

Tutto è iniziato con una violazione del codice della strada. Un uomo in sella a un vecchio motorino, senza casco, che percorre una strada di Crespino, nel Rodigino. Un controllo come tanti da parte dei carabinieri della stazione locale. Ma dietro quel ciclomotore impolverato, uno Ciao, e dall’aspetto ormai d’altri tempi si nascondeva una storia lunga quasi mezzo secolo. I militari fermano il conducente, un 68enne residente in paese, e iniziano le verifiche di rito. Emergono subito alcune irregolarità: l’uomo è senza patente e il mezzo è privo di copertura assicurativa. Scattano le sanzioni amministrative, ma i controlli non si fermano lì.

Qualcosa non convince i carabinieri. Approfondendo gli accertamenti, scoprono che la targa montata sul motorino appartiene in realtà a un altro veicolo intestato allo stesso 68enne. A quel punto l’attenzione si sposta sul numero di telaio, una sorta di impronta digitale del mezzo. È lì che emerge la sorpresa. Consultando le banche dati, i militari scoprono che quel ciclomotore risulta rubato nel 1981 in provincia di Ferrara. Quarantacinque anni fa. Un tempo sufficiente perché una vicenda del genere finisca quasi dimenticata, sepolta negli archivi e nei ricordi.

Eppure la storia non era conclusa. I carabinieri sono riusciti a risalire al proprietario che all’epoca denunciò il furto. Lo hanno contattato telefonicamente e l’uomo, oltre a confermare quanto accaduto oltre quattro decenni prima, ha fornito un dettaglio identificativo del motorino che ha consentito di fugare ogni dubbio sulla sua provenienza. Per il proprietario è stata una telefonata inaspettata: dopo 45 anni ha saputo che il suo vecchio ciclomotore esiste ancora e che presto potrà tornare nelle sue mani. Un ritrovamento raro, quasi da record, reso possibile da un semplice controllo stradale.

Il mezzo è stato sequestrato dai carabinieri, mentre il 68enne è stato denunciato alla Procura di Rovigo con l’accusa di ricettazione. L’autorità giudiziaria ha quindi disposto la restituzione del motorino al legittimo proprietario, chiudendo una vicenda iniziata nel 1981 e rimasta in sospeso per quasi mezzo secolo.

Foto Carabinieri di Rovigo

L'articolo Fermato senza casco, guidava un motorino Ciao rubato 45 anni fa: ritrovato il proprietario proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Minacce alla figlia e droga da spacciare per ripagare un debito: l’incubo di una coppia nel “supermercato online” della cocaina

Un “debito” da 19.500 euro trasformato in una condanna a spacciare droga per conto dell’organizzazione. È uno degli aspetti più inquietanti dell’indagine dei carabinieri della compagnia di Civitavecchia che ha portato alla denuncia di otto persone, sette italiani e uno straniero, accusate a vario titolo di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti in concorso, sequestro di persona, estorsione aggravata e violenza privata. Al centro dell’inchiesta, avviata nel luglio del 2025 tra Cerveteri e la frazione di Campo di Mare, c’è una coppia che, secondo la ricostruzione degli investigatori, sarebbe finita nelle mani di un gruppo criminale specializzato nel traffico di cocaina e nella gestione di un vero e proprio “supermercato della droga” online.

La vicenda ha avuto origine dal sequestro di quasi 400 grammi di cocaina trovati dai carabinieri nell’abitazione di uno dei custodi dello stupefacente. La sostanza faceva parte di un quantitativo più ampio, circa due chilogrammi destinati allo spaccio al dettaglio. Da quella perdita sarebbe nato il presunto debito che l’organizzazione avrebbe attribuito ai due conviventi. Secondo gli inquirenti, la coppia sarebbe stata sottoposta a pesanti intimidazioni. Minacce di morte, pressioni psicologiche e violenze avrebbero accompagnato le richieste di pagamento. Tra gli episodi contestati figura anche la minaccia di uccidere la figlia minorenne dei due e quella di compiere violenze sessuali sulla donna.

Non essendo in grado di restituire il denaro richiesto, i conviventi sarebbero stati costretti a lavorare per il gruppo criminale, spacciando altra droga senza ricevere alcun compenso. Una sorta di “lavoro forzato”, secondo la definizione degli investigatori, imposto per ripianare il debito accumulato. In uno degli episodi ricostruiti nel corso delle indagini, la donna sarebbe stata obbligata a trasportare un ingente quantitativo di stupefacente fino a Campobasso.

L’inchiesta ha inoltre fatto emergere un sistema di spaccio altamente organizzato. A guidarlo sarebbe stato un uomo detenuto in carcere che, nonostante fosse in carcere avrebbe continuato a dirigere le attività del gruppo grazie a un telefono cellulare introdotto illegalmente nell’istituto penitenziario. Attraverso applicazioni di messaggistica criptata come Telegram e Signal, il presunto promotore dell’organizzazione coordinava clienti, corrieri, consegne e pagamenti relativi alla vendita di cocaina. Secondo i carabinieri, il gruppo avrebbe imposto il proprio controllo sul territorio utilizzando metodi particolarmente aggressivi e intimidatori, facendo ricorso anche ad armi da fuoco per rafforzare la propria capacità di pressione.

L'articolo Minacce alla figlia e droga da spacciare per ripagare un debito: l’incubo di una coppia nel “supermercato online” della cocaina proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Se mi chiamano, testimonierò per Thomas a sostegno della sua inchiesta”: il messaggio di Graciela prima della ritrattazione sul caso Minetti

“Se mi chiamano a difendere l’unica persona che si è presa cura di me, Thomas, andrò a testimoniare a sostegno della sua inchiesta. Ecco perché chiedo di non essere menzionata qui, dove Giuseppe ha molta influenza”. È il 6 maggio quando Graciela, la massaggiatrice finita al centro del caso della grazia a Nicole Minetti, invia questo messaggio all’inviato del Corriere della Sera in Uruguay, come riportato dal quotidiano di via Solferino oggi in edicola. Thomas è Thomas Mackinson, il cronista del Fatto Quotidiano che ha raccolto la sua testimonianza. Giuseppe è Giuseppe Cipriani. In poche righe sono racchiusi due elementi che oggi assumono un significato particolare alla luce delle notizie della “ritrattazione” davanti a un notaio: la volontà di sostenere pubblicamente l’inchiesta giornalistica e il timore per le possibili conseguenze della sua esposizione in Uruguay.

Il messaggio – che risale a un mese fa – si inserisce in una sequenza di dichiarazioni che, fino a metà maggio, sembrano andare tutte nella stessa direzione. Graciela parla per oltre un’ora e mezza con il giornalista del Fatto Quotidiano, scambia 766 messaggi corredati da fotografie e screenshot. Il 12 maggio anche il Corriere della Sera la incontra a Punta del Este e pubblica il resoconto di una testimone che afferma: “Là dentro ho visto tutto, ho paura e vivo nascosta“. Nello stesso articolo si dice pronta a testimoniare nell’ambito dell’istruttoria sulla grazia.

Il giorno successivo, il 13 maggio, ribadisce la stessa disponibilità durante la trasmissione televisiva uruguaiana “Sin Piedad”. È quella, di fatto, la sua ultima apparizione pubblica. Dal giorno successivo qualcosa cambia. Il 14 maggio emerge che la Procura generale di Milano non ritiene necessario ascoltarla, giudicando le sue dichiarazioni prive di riscontri sufficienti. Graciela apprende la notizia dalle agenzie di stampa e da quel momento interrompe progressivamente i contatti con i giornalisti.

Nei giorni successivi prende corpo l’ipotesi di una sua ritrattazione. Ma un reportage pubblicato dal Fatto Quotidiano da Punta del Este aggiunge elementi che rendono più complesso il quadro. Secondo le verifiche effettuate sul posto, la polizia di Maldonado non avrebbe mai interrogato Graciela sui contenuti delle sue dichiarazioni ai giornalisti. Viene così esclusa l’ipotesi, circolata in alcune ricostruzioni, che abbia fornito una versione ai media e una diversa agli investigatori. Anche la Procura generale di Milano ha certificato che la donna non è mai stata convocata dall’Interpol.

Un contatto con la polizia uruguaiana c’è stato, ma per ragioni diverse. Dopo le preoccupazioni manifestate dalla donna, il ministro dell’Interno Carlos Negro avrebbe chiesto alla polizia locale di verificare se necessitasse di protezione. Graciela, tuttavia, avrebbe rifiutato ogni forma di tutela. Una decisione che, secondo chi l’ha incontrata, sarebbe coerente con la sfiducia verso le forze dell’ordine manifestata in precedenza e legata anche a vicende personali. Il 29 maggio arriva infine la dichiarazione giurata firmata davanti a un notaio, nella quale Graciela prende le distanze dal racconto che aveva sostenuto fino a quel momento.

Resta così una sequenza di fatti difficilmente conciliabile con l’idea di una semplice smentita. Da una parte ci sono mesi di contatti, centinaia di messaggi, interviste e ripetute richieste di essere ascoltata dalla magistratura italiana. Dall’altra una ritrattazione maturata dopo la mancata audizione, in un contesto nel quale la stessa Graciela aveva più volte dichiarato di avere paura. Sul perché abbia cambiato versione non esistono oggi risposte definitive. Ma il messaggio del 6 maggio continua a raccontare una donna che, fino a pochi giorni prima del suo silenzio, era pronta a testimoniare a sostegno dell’inchiesta e chiedeva soltanto una cosa: non essere esposta.

L'articolo “Se mi chiamano, testimonierò per Thomas a sostegno della sua inchiesta”: il messaggio di Graciela prima della ritrattazione sul caso Minetti proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Consolato Usa di Milano, convalidato il secondo fermo nell’inchiesta sullo sfruttamento dei lavoratori

Arriva una nuova conferma all‘impianto accusatorio dell’inchiesta sul presunto sfruttamento di manodopera nel cantiere del nuovo Consolato degli Stati Uniti in piazzale Accursio, a Milano. La giudice per le indagini preliminari, Angelica Cardi. ha convalidato il fermo di Aji Appukuttan, cittadino indiano che compirà 52 anni il prossimo luglio, disponendo nei suoi confronti la custodia cautelare in carcere.

Secondo la ricostruzione della Procura di Milano, Appukuttan avrebbe avuto un ruolo centrale nella gestione dei rapporti con i lavoratori impiegati nel cantiere. Gli investigatori lo descrivono infatti come il “caporale operativo” e l'”intermediario tra società e lavoratori”, una figura ritenuta fondamentale nel presunto sistema di sfruttamento al centro dell’indagine. L’uomo è stato definito nelle testimonianze degli operai migranti raccolte dal Nucleo ispettorato lavoro dei carabinieri il “cane da guardia” della multinazionale americana delle costruzioni.

Il provvedimento rappresenta il secondo arresto convalidato nell’ambito dell’inchiesta coordinata dai pm Paolo Storari e Mauro Clerici e condotta dai carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro. Nei giorni scorsi era stato infatti fermato anche Ulas Demir, manager coinvolto nella realizzazione dell’opera, fermato all’aeroporto di Orio al Serio mentre stava per imbarcarsi su un volo diretto a Istanbul. Anche nei suoi confronti era stata disposta la custodia cautelare.

L’inchiesta riguarda le condizioni di lavoro di numerosi operai, in gran parte di nazionalità indiana, impiegati nella costruzione della nuova sede consolare statunitense. Secondo quanto emerso dalle indagini, gli inquirenti stanno cercando di accertare l’esistenza di un articolato sistema di reclutamento e gestione della manodopera che avrebbe consentito di aggirare le normative a tutela dei lavoratori e di comprimere costi e diritti.

La figura di Appukuttan viene considerata particolarmente rilevante proprio perché, secondo l’accusa, avrebbe rappresentato il punto di contatto diretto con gli operai, occupandosi dell’organizzazione quotidiana del lavoro e fungendo da tramite con le società coinvolte. Elementi che hanno portato la Procura a chiedere il fermo e che il giudice per le indagini preliminari ha ora ritenuto sufficienti per confermare la misura cautelare. La decisione della gip segna un nuovo passaggio nell’inchiesta milanese, che nelle scorse settimane aveva attirato l’attenzione per il contesto in cui sarebbero avvenuti i presunti illeciti: il cantiere destinato a ospitare il nuovo Consolato degli Stati Uniti. Gli accertamenti proseguono per chiarire responsabilità, ruoli e modalità operative del presunto sistema di sfruttamento e per verificare l’eventuale coinvolgimento di altri soggetti.

Stando alle indagini dei militari dell’Arma lo sfruttamento degli operai inizia già in India dove i lavoratori vengono reclutati dalla società Dynamic House di New Delhi. Reclutamento tra l’alto a pagamento. Insomma pizzo o mazzetta del valore di 5mila euro. Denaro da pagare “in contanti ai dipendenti della Dynamic House pur di ottenere il relativo visto per il soggiorno di lavoro”. Appena giunti in Italia “i lavoratori scoprono che le promesse erano false ed il debito contratto diventa una catena dato che il caporale di cantiere trattiene gran parte del salario (già misero) con la scusa dell’alloggio e del vitto e con la minaccia di licenziamento”. Ma ora per i lavoratori non c’è più scelta e per loro inizia una vita da “nuovi schiavi”.

L'articolo Consolato Usa di Milano, convalidato il secondo fermo nell’inchiesta sullo sfruttamento dei lavoratori proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Incontro con gli alunni di una scuola di Modena alla presenza di un indagato per terrorismo. Avviata una ispezione

Un’ispezione per chiarire quanto accaduto e verificare modalità e contenuti dell’iniziativa. È la decisione dell’Ufficio scolastico regionale dell’Emilia-Romagna dopo le polemiche scoppiate attorno a un incontro svoltosi nei giorni scorsi a Modena con la partecipazione di alunni di una scuola primaria e dell’infanzia e al quale, secondo quanto riportato dalla stampa, avrebbe preso parte anche una persona indagata nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Genova sui presunti finanziamenti ad Hamas che ha portato lo scorso dicembre a nove arresti.

La vicenda nasce da un articolo pubblicato da Il Giornale, secondo cui all’evento avrebbero partecipato il giornalista palestinese Wael Dahdouh, indicato come referente di Al Jazeera a Gaza, e Sulaiman Hijazi, coinvolto nell’indagine della magistratura genovese. Durante l’incontro, sempre secondo la ricostruzione del quotidiano, sarebbe stato intonato anche lo slogan “Free Free Palestine”. In una nota, l’Ufficio scolastico regionale ha spiegato di aver “prontamente avviato approfondimenti per quanto di competenza” e di aver disposto un’ispezione per fare luce sull’accaduto, precisando che restano esclusi dagli accertamenti gli aspetti che non rientrano nelle competenze dell’amministrazione scolastica.

Sulla vicenda è intervenuto anche il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, che ha chiesto di conoscere al più presto gli esiti delle verifiche. “Qualora risultasse vero, come riportano alcuni media, che a Modena bambini delle scuole primarie e dell’infanzia avrebbero partecipato a un incontro con la presenza di una persona che la stampa indica come indagato per fatti riconducibili all’articolo 270-bis del Codice penale, sarebbe un fatto grave“, ha affermato il ministro. Valditara ha poi aggiunto: “Se qualcuno pensa ancora di poter fare della scuola un luogo di indottrinamento e di propaganda sbaglia. Questo ministero non lo consentirà”.

A replicare alle polemiche è stato il sindaco di Modena, Massimo Mezzetti, presente all’iniziativa per circa un’ora. In una lettera, il primo cittadino ha spiegato che l’incontro si è svolto in uno spazio pubblico cittadino nell’ambito di un progetto promosso da insegnanti del Movimento Cooperazione Educativa. Mezzetti ha raccontato di aver dialogato con i bambini soprattutto su temi legati alla vita quotidiana, come i parchi, l’inquinamento, le palestre e il verde pubblico. Il sindaco ha inoltre precisato che durante la sua permanenza non si sarebbe mai parlato del conflitto israelo-palestinese né sarebbero stati intonati slogan politici. “Se questo è accaduto dopo che io sono andato via, e non ho ragione di dubitare della vostra ricostruzione, lo giudico assolutamente inopportuno”, ha scritto.

Quanto alla presenza di Sulaiman Hijazi, Mezzetti ha sostenuto di non essere stato a conoscenza della sua identità. Secondo la sua ricostruzione, Dahdouh era stato invitato dalle insegnanti per testimoniare la propria esperienza di vita nella Striscia di Gaza e sarebbe stato accompagnato da una persona che svolgeva il ruolo di interprete. “Non conoscevo le generalità e, di riflesso, la delicata indagine nella quale è coinvolto”, ha spiegato il sindaco.

L'articolo Incontro con gli alunni di una scuola di Modena alla presenza di un indagato per terrorismo. Avviata una ispezione proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Flottilla, Centrone e Alberizia ancora nelle carceri libiche da 15 giorni. L’appello dei genitori di Nico: “Il governo li riporti a casa”

Ci sono ancora due attivisti italiani del Global Sumud Convoy, la missione umanitaria via terra della Sumud Flotilla, che attendono di rientrare a casa: Domenico Centrone, 33enne docente universitario originario di Molfetta, nel Barese, e Dina Alberizia, sono ancora nelle mani delle autorità libiche dallo scorso 24 maggio, rinchiusi in carcere.

Per questo i genitori del docente, Ennio Centrone e sua moglie, Dorina Ruggieri, hanno lanciato un appello rivolto al governo italiano e ai governi europei affinché il figlio, e tutti gli altri attivisti, vengano presto rilasciati.

“Siamo i genitori di Nico, come lo chiamiamo noi e i suoi amici. Siamo qui perché abbiamo bisogno di fare un appello importante”, dice la madre di Centrone che però non riesce ad andare avanti perché le lacrime le spezzano la voce. “L’appello è a tutti i Governi europei, al Governo italiano in primis, di cercare di portare a casa nostro figlio e tutti gli altri volontari che hanno partecipato a questa bella missione umanitaria”, prosegue il papà di Centrone nel video pubblicato dalle pagine della missione umanitaria. “Siamo sconvolti dal fatto che nostro figlio che è partito per una semplice missione umanitaria, che voleva solo fare un atto di generosità verso persone sofferenti che hanno bisogno di essere aiutate, sia in carcere – aggiunge – È la sola colpa che ha e si è ritrovato rinchiuso ingiustamente e privato della libertà ingiustamente”.

Un appello lanciato anche dal presidio organizzato nella serata di ieri a Molfetta promosso dal coordinamento “Molfetta per la Palestina”, di cui l’attivista fa parte. “Non ha commesso reati. Di quale reato si è macchiato? Nico è colpevole di solidarietà”, ha dichiarato Beppe Zanna, a nome del Coordinamento.

Anche Marco Croatti, del Movimento 5 stelle, ha chiesto al governo italiano di attivarsi per i due connazionali “illegalmente detenuti in Libia da due settimane insieme ad altri nove loro compagni di altre nazionalità”. “La situazione è inaccettabile e resa ancora più grave dalle condizioni di salute degli attivisti che sono giunti al quinto giorno di sciopero della fame e della sete – aggiunge il senatore – A loro vengono negati diritti fondamentali, assistenza legale e medica e hanno subito maltrattamenti. Una vergogna. Che cosa aspettano il governo Meloni e il ministro Tajani per farsi sentire con durezza e fermezza? In politica estera l’Italia dei finti patrioti della destra appare sempre più delegittima e inadeguata e questa vicenda è l’ennesimo affronto verso il nostro Paese a cui è necessario rispondere con decisione”.

L'articolo Flottilla, Centrone e Alberizia ancora nelle carceri libiche da 15 giorni. L’appello dei genitori di Nico: “Il governo li riporti a casa” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Al via la trasparenza salariale: scatta l’obbligo di svelare i livelli retributivi medi per mansione di uomini e donne

Via libera alla trasparenza salariale. È entrato in vigore il decreto legislativo che recepisce la direttiva Ue 2023/970 in materia di parità retributiva, che prevede il diritto ad essere informati sul livello retributivo medio percepito dai colleghi e dalle colleghe. Questo perché allo stesso lavoro deve corrispondere la stessa retribuzione, per gli uomini e per le donne. Nel rispetto della privacy, quindi, i lavoratori hanno ora diritto di richiedere informazioni sui livelli retributivi medi, ripartiti per genere, riferiti alle categorie di lavoratori che svolgono lo stesso lavoro o di pari valore.

L’obbligo di comunicazione dei dati relativi ai divari retributivi per ora scatta per i datori di lavoro che occupano almeno cento dipendenti. Nel caso in cui emerga un divario retributivo di almeno il 5% tra uomini e donne non giustificato e il datore di lavoro non ha motivato la differenza e non l’ha corretta entro sei mesi dalla data della comunicazione, allora si avvia una valutazione congiunta con i sindacati ed eventualmente con l’Ispettorato nazionale del lavoro per adottare misure correttive.

“La trasparenza retributiva non sarà il Grande Fratello dei salari, in virtù della necessità di contemperare i nuovi diritti informativi con la tutela della privacy, soprattutto nelle aziende più piccole”, sottolinea la Fondazione studi Consulenti del lavoro, in una circolare in cui evidenzia che con il provvedimento “non viene riconosciuto un diritto alla conoscenza indiscriminata delle condizioni economiche altrui, ma un diritto circoscritto alla disponibilità di dati medi e aggregati” e solo a fini antidiscriminatori , “non per finalità esplorative dei livelli retributivi dei colleghi”.

Per lo stesso principio, per le imprese con meno di 50 dipendenti si prevede che sarà un apposito decreto del ministero del Lavoro – sentito il Garante della Privacy – a stabilire i criteri da adottare per rispettare il diritto dei lavoratori a conoscere i livelli retributivi medi in chiave anti-discriminazione di genere. Un’attenzione particolare dovuta al fatto che, in questi contesti, per le dimensioni e l’organizzazione aziendali, può facilmente accadere che la conoscenza dei dati aggregati possa condurre alla determinazione indiretta della retribuzione dei singoli.

La norma prevede poi, tra il resto, che in caso di selezione di nuovi dipendenti, il datore di lavoro sia obbligato a comunicare in anticipo la retribuzione prevista o la sua fascia, prima ancora che il candidato si sieda per il colloquio. Inoltre il selezionatore non può più chiedere quanto guadagnava in passato il candidato. Una prassi diffusissima, che spesso penalizzava soprattutto le donne, consolidando nel tempo disuguaglianze già esistenti.

L'articolo Al via la trasparenza salariale: scatta l’obbligo di svelare i livelli retributivi medi per mansione di uomini e donne proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Lasciata sola e dopo aver inutilmente chiesto di parlare con i magistrati italiani, Graciela ritratta davanti a un notaio

Lasciata sola dopo aver inutilmente chiesto di essere ascoltata dai magistrati e aver scoperto dalle agenzia di stampa che la procura generale di Milano non lo avrebbe fatto, Graciela ha ritrattato. Lo ha fatto con un documento di quattro pagine, scritto davanti a un notaio, in cui fa marcia indietro rispetto a quanto raccontato a il Fatto quotidiano in oltre un’ora e mezza di registrazione e 766 messaggi, incluse fotografie e screenshot di Whatsapp con altre persone.

Il Corriere della sera, il Domani e Repubblica scrivono che Graciela nella dichiarazione giurata afferma di non sapere nulla di ciò che avveniva nella tenuta. La notizia dell’atto formale è arrivata alla Procura generale di Milano a istruttoria conclusa: le dichiarazioni sono state trasmesse tra venerdì pomeriggio e sabato mattina dall’Uruguay ai magistrati e poi indirizzate al Quirinale.

Secondo Repubblica il senso della dichiarazione giurata è questo: “Non ho mai visto che la signora Minetti fosse coinvolta in una presunta operazione destinata ad assoldare prostitute. Nel periodo in cui ho lavorato nella residenza ‘Gin tonic’ non ho mai visto che la signora Minetti fosse coinvolta in una presunta operazione destinata a reperire, attirare, assoldare o indurre a coinvolgere prostitute all’interno della residenza”. Inoltre, sostiene di non aver dato l’autorizzazione a pubblicare il suo nome e che il senso del sue parole sarebbe stato distorto. In realtà, Graciela aveva autorizzato la pubblicazione dell’intervista e del suo nome. Poi, l’11 maggio, quando oramai il giornale era andato in stampa, aveva prima solo chiesto delle piccole modifiche , aveva di nuovo autorizzato a scrivere che “Nicole non aveva cambiato vita”, ma più tardi era apparsa spaventata e aveva chiesto che si parlasse principalmente del caso delle presunte molestie sessuali da parte di Cipriani. Prossimamente il Fatto quotidiano pubblicherà il contenuto testuale delle conversazioni avute con lei.

Il 12 maggio anche il Corriere della sera aveva pubblicato il resoconto di un incontro con la testimone dal titolo “il fortino di Graciela” in cui dichiarava: “Là dentro ho visto tutto, ho paura e vivo nascosta”. E sempre al quotidiano via Solferino aveva affermato: “Sono pronta a testimoniare a sostegno dell’inchiesta milanese sulla grazia”. Il 13 maggio, era stata intervistata dalla trasmissione televisiva Sin Piedad, ribadendo di voler essere ascoltata. Poi, il 14 maggio l’Ansa aveva titolato: “Non serve sentire la testimone su Minetti, non c’è riscontro sulle sue parole”. Dopo quel giorno, Graciela ha smesso di rispondere ai nostri messaggi. Il 29 maggio, secondo il Corriere della sera, si è presentata da un notaio rilasciando una dichiarazione giurata che ritratta il suo resoconto, poi spedita in Italia e arrivata quando ormai l’istruttoria veniva considerata chiusa e il presidente Mattarella aveva comunicato di non aver intenzione di cambiare idea sulla grazia. Su cosa è accaduto in Uruguay tra il 14 e il 29 maggio e sul reale motivo della ritrattazione al momento si possono fare solo ipotesi. Graciela vive blindata e non risponde a messaggi e telefonate.

L'articolo Lasciata sola e dopo aver inutilmente chiesto di parlare con i magistrati italiani, Graciela ritratta davanti a un notaio proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Dire grazie a Lea”: raccolta firme per chiedere di assegnare il contributo della legge Bacchelli a Melandri

A Lea Melandri, scrittrice, intellettuale e femminista, è dedicata la raccolta firme “Dire grazie a Lea” per chiedere che le venga assegnato il contributo economico vitalizio previsto dalla Legge Bacchelli a favore di persone che si sono distinte per meriti eccezionali nei campi della cultura, delle arti, della ricerca scientifica e dell’innovazione ma si trovano in condizioni di particolare ristrettezza.

“Lea Melandri ha dedicato la sua vita al movimento femminista, alla giustizia sociale, alla liberazione di donne e di uomini. Lo ha fatto con il suo attivismo, con il suo pensiero, con la sua scrittura. I suoi testi teorici, spesso tradotti all’estero, sono oggi considerati manifesti del femminismo italiano e riferimenti imprescindibili nello studio dell’oppressione di genere. Oggi anziana e indigente, rischia di non avere i mezzi per curarsi. Il vitalizio sarebbe il dovuto riconoscimento materiale da parte della Repubblica nei confronti di una vita spesa per cause giuste e per un’opera che oggi è patrimonio della cultura italiana”, si legge nell’appello del Comitato promotore. Lanciato a metà maggio, l’appello è stato già sottoscritto da circa 150 associazioni e 5mila persone sul sito.

Nata in una famiglia mezzadrile della Romagna più povera degli anni Quaranta del secolo scorso, Lea Melandri ha percorso il suo lungo cammino lontano o al margine dei luoghi dove il prestigio si concretizza in denaro o potere fin da quando, nel 1967, in fuga da un matrimonio forzato che verrà annullato molti anni dopo, approda a Milano dove incontra il movimento non autoritario degli insegnanti nell’inizio del lungo Sessantotto e, di lì a poco, il movimento femminista. Le sue origini e la sua vicenda biografica da sempre nutrono il suo pensiero teorico e la sua pratica politica nella convinzione, maturata proprio grazie al femminismo, che un cambiamento nei rapporti di potere possa essere ottenuto solo indagando i nessi tra la vita intima e quella sociale e restituendo un significato politico a quello che è sempre stato posto al di fuori della storia, come le relazioni tra donne e uomini, la sessualità, gli affetti familiari, la maternità e l’essere figli e figlie.

Io vengo dalla povertà e non ho mai avuto niente. Tutto quello che ho fatto nella vita è stato dedicarmi al femminismo. Questo Lea me l’ha detta più di una volta – racconta Riccardo Burgazzi, fondatore di Prospero editore, al ilfattoquotidiano.it, che coordina la campagna. – “Ed è proprio per il femminismo, e naturalmente per i libri, che l’ho conosciuta. Poi a gennaio, parlando di lei con Giuseppe Mazza e riportandogli questo stesso incipit, lui ha commentato ‘andrebbe ringraziata per questo: probabilmente avrebbe diritto alla Bacchelli’. Ecco, questa è l’origine della campagna “Dire grazie a Lea”, che oggi accompagna la candidatura che a inizio maggio è stata presentata ufficialmente alla presidenza del Consiglio dei Ministri. Speriamo di riuscirci, tutte insieme. Sarebbe un bel modo di dire grazie: non solo a una persona, ma a una storia e a un’idea migliorativa della società”, commenta Burgazzi. Tra le scrittrici e scrittori che hanno beneficiato del vitalizio vi sono Alda Merini, Aldo Braibanti, Gavino Ledda, Dario Bellezza, Daniele Del Giudice e Valentino Zeichen.

L’attività pubblicistica di Lea Melandri prosegue ininterrotta dal 1977, anno in cui esce “L’infamia originaria. Facciamola finita con il cuore e la politica”, tradotto poi all’estero e considerato oggi un manifesto del pensiero femminista italiano degli anni Settanta. Nel libro confluiscono gli articoli pubblicati su “L’erba voglio” (1971–1977), rivista ideata e diretta da lei insieme con lo psicanalista Elvio Fachinelli, che si offre come spazio di analisi teorica sulle molteplici declinazioni del pensiero e delle pratiche antiautoritarie (l’edizione per Manifestolibri del 2018 ha la prefazione di Angela Azzaro).

L’elenco complessivo delle opere di Lea Melandri è disponibile insieme alla sua biografia sul sito della campagna. Per conosce la sua attività è possibile anche riferirsi al sito ww.archiviodilea.it, dove sono raccolte, tra l’altro, registrazioni audiovisive di suoi interventi pubblici.

Vari riconoscimenti simbolici all’impegno di una vita sono arrivati nel corso degli ultimi decenni. Nel 2009 ha ricevuto la cittadinanza onoraria di Carloforte (Sulcis), dove nel 1975 ha organizzato la prima vacanza femminista in Italia e che da allora frequenta per le vacanze estive. Nel novembre 2012, il Comune di Milano, su proposta di Anita Sonego, le ha attribuito l’Ambrogino d’oro. Nel 2025 ha ricevuto il Premio Niccolini come «figura di intellettuale che attraversa i campi del sapere e dell’impegno, ineludibile punto di riferimento del pensiero femminista e della sua alterità». Il 10 giugno di quest’anno, la Lefebvre Giuffrè Edizioni premierà Lea Melandri per la comunicazione sociale sul tema del contrasto alla violenza di genere.

L'articolo “Dire grazie a Lea”: raccolta firme per chiedere di assegnare il contributo della legge Bacchelli a Melandri proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Braccianti uccisi, in tremila al corteo Cgil nel Cosentino. Schlein: “Sequestro preventivo per le aziende che sfruttano”

Circa tremila persone hanno partecipato ad Amendolara, nel Cosentino alla manifestazione organizzata dalla Cgil dopo l’omicidio di quattro braccianti (tre afghani e un pakistano) trovati carbonizzati in un minivan lunedì scorso, e uccisi secondo la Procura di Castrovillari dai loro caporali (che si trovano in custodia cautelare in carcere) per aver protestato contro le condizioni di lavoro. Presenti vari esponenti politici, dalla segretaria Pd Elly Schlein al leader di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni, fino ai parlamentari M5s Anna Laura Orrico, Vittoria Baldino, Pasquale Tridico. In testa al corteo il segretario generale del sindacato, Maurizio Landini, e quello della Flai Cgil (il sindacato di categoria dei lavoratori agricoli) Giovanni Minnini. “Questa tragedia rappresenta un sistema sbagliato di fare impresa, fondato sullo sfruttamento e sul caporalato. È il momento che tutti, uscendo dall’ipocrisia, dicano basta a questo sistema che mette in discussione la dignità, l’umanità, la vita stessa delle persone”, ha detto Landini prima dell’inizio della manifestazione. Per questo, ha aggiunto, “c’è bisogno che ci sia una reazione da parte di tutti i soggetti politici e istituzionali, imprenditoriali, perché ci sono tutti gli strumenti legislativi, e non solo, per poter invertire questa tendenza e bloccare questo sfruttamento che sta portando alla morte delle persone”.

In questo senso Schlein ha lanciato una proposta dal corteo: “Bisognerebbe rafforzare la legge sul caporalato non soltanto mettendo più risorse e assicurando che sia attuata fino in fondo, ma anche prevedendo il sequestro preventivo delle aziende che impiegano lavoratori sfruttati e vittime di caporalato”, ha detto la segretaria dem a margine della manifestazione. “Non si può più parlare soltanto di caporalato, ma bisogna parlare di padronato. Spesso, adesso vedremo le indagini che cosa faranno emergere, ci sono dietro delle responsabilità oltre a quelle delle due persone che sono state già fermate e che devono affrontare la giustizia. Parlare di padronato vuol dire guardare anche alle responsabilità delle connivenze delle aziende”, spiega. Quella del caporalato e dello sfruttamento, denuncia Schlein, “è una piaga strutturale, non sono fenomeni episodici, questo ce lo siamo detti davanti ad ogni tragedia, anche quella della morte di Satnam Singh“, il bracciante indiano abbandonato di fronte a casa con un braccio amputato nel 2024 a Latina. “Bisogna rafforzare la tutela delle vittime che denunciano, con percorsi chiari, con soluzioni abitative, una casa, con formazione, assistenza legale, sanitaria e psicologica. Bisogna rendere conveniente e sicuro denunciare lo sfruttamento”.

“Siamo qui per dire basta con l’ipocrisia in questo Paese di chi fa finta di non vedere ciò che vedono tutti. Per dire basta all’idea che il lavoro sia sempre più marginalizzato, sfruttato, umiliato”, ha detto il leader di Sinistra Italiana Fratoianni. “Il governo ogni Primo maggio fa un decreto lavoro e fa un grande scherzo a lavoratori e lavoratrici. In queste ore c’è un emendamento della maggioranza che punta a incentivare e legittimare i contratti pirata, quelli che avevano messo fuori legge con l’ultimo intervento normativo”, denuncia. Per Pasquale Tridico, ex presidente dell’Inps e capodelegazione del M5s al Parlamento europeo, “è tutto un sistema che purtroppo è marcio. È marcio perché non si può permettere a quattro persone, lavoratori, di essere sfruttati fino alla morte. Perché questo è successo, soltanto per aver chiesto i loro elementari e basilari diritti, ovvero il proprio salario”.

L'articolo Braccianti uccisi, in tremila al corteo Cgil nel Cosentino. Schlein: “Sequestro preventivo per le aziende che sfruttano” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  
❌