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Ben-Gvir indagato, la replica del ministro israeliano: “Non mi faccio intimorire. Il Paese dello Stivale è diventato il Paese delle ciabatte”

Risponde dicendosi tranquillo e offendendo l’Italia, definita “non più il Paese dello stivale ma delle ciabatte”. Il ministro israeliano per la Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, risponde dopo la pubblicazione dell’indagine a suo carico condotta dalla Procura di Roma dopo la diffusione dei video che lo vedono umiliare i membri della Flotilla fermati in acque internazionali nel tentativo di raggiungere Gaza. “Israele non è un sacco da boxe per una banda di sostenitori del terrorismo che inventano calunnie e menzogne contro i nostri combattenti”, ha affermato il ministro estremista in una nota.

Ben-Gvir ha dichiarato di non essere “intimorito da questo tipo di indagini” e ha assicurato che continuerà a sostenere pubblicamente le forze di sicurezza israeliane: “Continuerò a stare con orgoglio al fianco dei nostri combattenti”, ha precisato. E ha poi rilanciato passando all’attacco dell’Italia sul suo profilo X: “Il Paese dello Stivale è diventato il Paese delle ciabatte“, ha scritto.

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Violenze sulla Flotilla: il ministro israeliano Itamar Ben-Gvir indagato dalla procura di Roma per sequestro e tortura

La procura di Roma ha iscritto nel registro degli indagati il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir per le violenze nei confronti degli attivisti della Global Sumud Flotilla a fine maggio. Il titolare del ministero di Gerusalemme che controlla la polizia e la penitenziaria, ma anche responsabile di aver schernito gli attivisti della Flotilla in arresto al porto di Ashdod, dopo l’abbordaggio in acque internazionali, e di aver colpito una donna al volto, immortalato da un video.

La procura di Roma ha iscritto Ben-Gvir per il reato di sequestro di persona e tortura, le ipotesi su cui si è mossi gli accertamenti dei pm Stefano Opilio e Lucia Lotti, coordinati da Francesco Lo Voi. È il primo indagato nel procedimento aperto dopo i fatti del 29-30 aprile e del 18-19 maggio di quest’anno, i due abbordaggi in acque internazionali lanciati dalla marina israeliana contro le barche della Flotilla a ovest di Creta a sud di Cipro, e sui maltrattamenti documentati successivamente, quando gli oltre 430 attivisti della missione politica e umanitaria per Gaza sono stati detenuti prima su due navi prigione al largo, poi in un hangar militare del porto di Ashdod, gestito dai militari dell’Idf insieme alla polizia di Ben-Gvir, e poi ancora nel carcere di Ketziot prima dell’espulsione da Israele il 21 maggio.

Con ogni probabilità Ben-Gvir non sarà l’unico iscritto. Sono ancora al vaglio le responsabilità di altre figure dell’establishment politico e militare israeliano. Ci sono altri otti dei nove nomi comunicati alla procura dalla fondazione Hind Rajab, che apre casi giudiziari in vari Paesi del mondo contro singoli israeliani che ritiene responsabili di crimini di guerra contro i palestinesi. Ci sono almeno altre sei figure, già rivelate da Haaretz, tra il direttore (passato e presente) del carcere di Ketztiot al comandante il comandante dell’unità Nachson, che ha operato i sequestri in mare.

Il quadro delle iscrizioni degli indagati sarà completato solo dopo che in procura arriveranno, tra martedì e mercoleì, i verbali delle deposizioni raccolte dai carabinieri, incluse quelle dell’inviato del Fatto Alessandro Mantovani e del parlamentare M5S Dario Carotenuto, e le testimonianze dirette degli attivisti raccolte dai legali della Flotilla.

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“Israele sta sabotando i negoziati con l’Iran. Netanyahu non vuole fermare la guerra, ma Trump sì”, parla l’analista

Trump-Netanyahu, cresce la tensione. Morelli: “Israele non vuole fermare la guerra”

Mentre il fragile cessate il fuoco tra Israele e Iran mostra già i primi segnali di cedimento, crescono le tensioni tra Washington e Tel Aviv. Le indiscrezioni sulle dure parole rivolte da Donald Trump a Benjamin Netanyahu dopo i nuovi attacchi israeliani contro obiettivi iraniani alimentano infatti i dubbi sulla tenuta del rapporto tra i due storici alleati e sul futuro dei negoziati che gli Stati Uniti stanno cercando di portare avanti con Teheran.

La posta in gioco, però, va ben oltre il conflitto tra Israele e Iran. Sullo sfondo ci sono il controllo dello Stretto di Hormuz, gli equilibri energetici globali e le priorità strategiche di Washington, sempre più concentrate sul contenimento della Cina nell’Indo-Pacifico. In questo scenario si moltiplicano gli interrogativi: Israele sta sabotando il dialogo tra Stati Uniti e Iran? La tregua ha ancora possibilità di reggere oppure è destinata a trasformarsi in una lunga guerra di logoramento? E quanto è profonda la distanza che si sta creando tra Trump e Netanyahu?

A fare il punto è Elia Morelli, ricercatore di storia presso l’Università di Pisa e analista geopolitico, che ad Affaritaliani spiega: “Gli Stati Uniti vorrebbero disimpegnarsi da questo scenario, mentre Israele ritiene che il conflitto debba proseguire fino a ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente”.

Trump ha detto a Netanyahu di non attaccare. Poche ore dopo Israele ha colpito l’Iran. È la prova che la tregua è già saltata o che Netanyahu non segue più Washington? Stiamo assistendo alla più grave frattura tra Stati Uniti e Israele degli ultimi anni? Israele sta sabotando il negoziato americano con l’Iran?

“Le dure parole rivolte dal presidente americano Donald Trump al premier Benjamin Netanyahu evidenziano una profonda divergenza tra Washington e Tel Aviv. Gli Stati Uniti si sono ritrovati coinvolti nel conflitto con l’Iran a seguito dell’offensiva israeliana, ma la guerra ha mostrato i limiti dell’asse israelo-statunitense. L’obiettivo di indebolire in modo decisivo Teheran e il suo programma nucleare si è infatti trasformato in una guerra di logoramento con pesanti ripercussioni energetiche e finanziarie a livello globale.

Gli Stati Uniti vorrebbero ora disimpegnarsi da questo scenario, mentre Israele ritiene che il conflitto debba proseguire fino a ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente, consolidando la propria supremazia tecnologica e militare nella regione. Nonostante la storica alleanza strategica, l’attuale amministrazione americana considera il Medio Oriente un teatro da cui sganciarsi il prima possibile.

Negli apparati strategici statunitensi è diffusa la percezione che Israele abbia trascinato Washington in una guerra che non rientrava nelle priorità americane. Se i cosiddetti sionisti cristiani presenti nell’orbita trumpiana spingono per proseguire il confronto, il Pentagono è consapevole che un conflitto prolungato rischia di distogliere risorse e attenzione da aree considerate molto più strategiche, come l’Indo-Pacifico e il contenimento dell’ascesa della Cina.

In questo senso resta attuale una celebre frase di Moshe Dayan: ‘I nostri amici americani ci danno sempre molti soldi, armi e consigli. Noi di solito accettiamo i soldi e le armi, ma rifiutiamo i consigli'”.

Se Israele continua a colpire e l’Iran continua a rispondere, il cessate il fuoco è già morto oppure esiste ancora una via d’uscita diplomatica?

“Una via diplomatica continua a esistere soprattutto nel rapporto tra Stati Uniti e Iran. Washington punta a uscire da questa situazione di stallo cercando però di preservare un equilibrio strategico attorno allo Stretto di Hormuz, che rappresenta il vero nodo della contesa.

L’Iran, invece, esce da questa fase con una leadership interna rafforzata. L’offensiva israelo-statunitense ha consolidato le componenti più oltranziste del regime, che oggi si sentono in una posizione di maggiore forza negoziale. Teheran mira a riaffermare la propria influenza sullo Stretto di Hormuz, sfruttando una crisi energetica globale che, paradossalmente, ha finito per aumentare il proprio peso strategico. 

Israele, al contrario, sta cercando di ostacolare qualsiasi percorso negoziale tra Washington e Teheran. Per il governo israeliano questa viene percepita come una guerra decisiva, capace di ridefinire gli assetti regionali. Da qui la volontà di mantenere alta la pressione militare e di impedire un’intesa tra Stati Uniti e Iran.

Per questo motivo ritengo molto difficile arrivare a una tregua complessiva. Potrebbe emergere una forma di distensione tra Washington e Teheran, ma appare assai più complicato immaginare una vera pace tra Iran e Israele. L’antagonismo tra i due Paesi resta infatti uno dei principali motori geopolitici delle tensioni che attraversano il Medio Oriente contemporaneo”.

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Nuovi raid israeliani nel Libano meridionale: colonne di fumo e macerie nella zona di Tiro

L’esercito israeliano hanno condotto nuovi raid aerei vicino alla città di Tiro, nel Libano meridionale. Alcuni video sui social mostrano le colonne di fumo e la distruzione nei centri di Al-Burj al-Shamali e Al-Maashouk, entrambi a est della città costiera di Tiro. I nuovi attacchi arrivano dopo il colloquio telefonico tra il presidente americano Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dopo che l’Iran si è detto pronto a interrompere i raid contro Israele se le Idf avessero smesso di attaccare il Libano.

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“L’Occidente è morto a Gaza”: le storie di resistenza dalla Striscia che i media non vogliono più raccontare

Una manciata di toccanti e risolute storie di resistenza umana da Gaza che i giornali non vogliono più raccontare. “L’Occidente è morto a Gaza” (Solferino), sottotitolo ancor più pregnante Israele e Palestina: il sonno della ragione, scritto dalla giornalista italo-egiziana Randa Ghazy, squarcia ulteriormente il velo sullo sterminio di inermi e innocenti in corso a Gaza (e “a breve in Cisgiordania”, viene suggerito tra le pagine del libro) scolpendo nella pietra della storia le testimonianze dirette, di ogni età e sesso, dell’impossibile quotidianità gazawa. In mezzo alle macerie di uno spazio politico che viene ogni giorno sistematicamente e militarmente annientato, metro dopo metro, casa dopo casa, ci sono, tra gli altri: Yusef, il ragazzino rapper che adorava il Real Madrid, morto con una pallottola a farfalla – “che si frantuma all’impatto polverizzando tessuti, arterie ed ossa” – conficcata nella schiena sparata da un cecchino israeliano; Bushra, una giovane palestinese vissuta sempre in Europa che si innamora via social di Hisham, un giovane gazawi che non potrà mai uscire dalla Striscia; oppure Hani, diventato giornalista suo malgrado, ostaggio sotto gli orrori delle bombe del territorio occupato che non risparmiano nessuno, per testimoniare l’invisibile e volontariamente nascosta (spoiler: non ci fa una bella figura nemmeno il New York Times) distruzione di Gaza.

Per ogni storia, per ogni donna e uomo che incredibilmente resiste, senza mai sconfortarsi, senza retrocedere un centimetro, Ghazy ne dipinge un ritratto a tutto tondo, di sincera e prossima umanità, evidenziando in ogni capitolo, dati alla mano, il genocidio di un popolo e ancor di più le ragioni politico-culturali e le pratiche comunicative dell’occultamento del criminale agire israeliano. “Quante volte ci siamo sentiti dire che Israele è l’avamposto dei nostri valori occidentali o l’unica democrazia del Medio Oriente, così a giustificare nel corso degli anni la repressione del popolo palestinese?”, si è chiesto Peter Gomez, direttore del FattoQuotidiano.it, durante l’ultimo Salone del Libro di Torino presentando il libro di Ghazy. “Noi europei, e gli occidentali in genere, vivono innanzitutto in una sorta di peccato originale: gli ebrei nei campi di concentramento ce li abbiamo messi noi. Un peccato originale in virtù del quale, anche noi italiani, chiudiamo gli occhi su Gaza”.

Gomez ha così analizzato quello che ritiene la grande finzione da cui tutto ha origine: la tesi secondo cui l’Europa abbia radici giudaico cristiane. “E allora perché non Zeus e Giove? Le radici europee e occidentali non sono quelle, ma risiedono nella rivoluzione francese. L’Europa è figlia del secolo dei lumi, dove si consentiva l’ateismo o di credere in un dio o un altro, come del resto cita anche la costituzione americana. Le radici cristiane dell’Europa volevano dire potere temporale della Chiesa, dimenticando che la Chiesa fino al Concilio Vaticano II considerava gli ebrei come “perfidi giudei”. Quando dopo un mese circa dal 7 ottobre 2023 io, e pochi altri, abbiamo detto ‘ma non vedete cosa sta succedendo a Gaza’ e che quella israeliana non è una guerra contro Hamas ma una vendetta, mi sono sentito dare all’antisemita. Ma come? Io sono per gli esseri umani”.

Il tema del “vittimismo collettivo” e dell’ “infallibilità morale” israeliani costruiti socialmente sotto quintali di retorica educativa dell’Holocaust upbringing (“che permette di giustificare ogni male fatto ai palestinesi”) nelle scuole e nella cultura ebraica è centrale nelle analisi dell’autrice del libro. “Una sorta di esclusiva del dolore e del vittimismo, che ha permesso di trasformare lo Stato di Israele in una specie di divinità” – scrive Ghazy citando il collega Peter Beinart-, “un approccio che ha soprattutto reso impossibile essere critici nei confronti dello stato di Israele”. L’autrice, seguendo il ragionamento di Elian Wizman, professore di relazioni internazionali alla London South Bank University, affianca il celebre concetto coniato da Hannah Arendt della “banalità del male” all’agire dei soldati israeliani “che saccheggiano case di palestinesi sfollati, ridono mentre lanciano le bombe e postano su TikTok video in cui deridono le vittime”. Infine rifacendosi al professore Roberto De Vogli, Ghazy scrive: “De Vogli dice, con parole forti che non temono giudizi: “Quando il mondo verserà per Hind Rajab le stesse lacrime che ha pianto per Anna Frank forse inizierà a decolonizzare la propria memoria e la propria empatia”.

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Licenziato dopo una domanda su Israele, il giornalista Gabriele Nunziati fa causa all’Agenzia Nova

Il giornalista Gabriele Nunziati ha annunciato in un breve video social che farà causa contro la sua ex agenzia di stampa, l’Agenzia Nova. Il cronista era stato licenziato l’autunno scorso, dopo che aveva chiesto alla portavoce della Commissione europea Paula Pinho se Israele dovesse pagare la ricostruzione della Striscia di Gaza. La prima udienza è prevista per domani, 9 giugno, e in quell’occasione ci sarà un sit-in a cui parteciperò Amnesty, Articolo21, Fnsi, Associazione Stampa Romana, Articolo21, UsigRai, che stanno supportando il giornalista nella sua battaglia legale. Durante la manifestazione si discuterà di libertà d’informazione in particolare sulla Palestina e su Israele.

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“Asilo in cambio di informazioni sui miliziani. Così i servizi israeliani ricattano i gay palestinesi che cercano protezione”

Fino ad aprile 2024, quando si è ritrovato a vivere in un rifugio per persone della comunità LGBTQ+ a Tel aviv, il palestinese Kareem, in 22 anni di esistenza, non aveva mai incontrato un israeliano che non avesse la divisa, e che non stesse imbracciando un fucile all’interno della West Bank occupata, dove è nato e cresciuto.

La sua storia, raccontata da The Intercept, è una di quelle finite tutto sommato meglio, negli ultimi anni. Sospettato di essere gay da un padre ultraconservatore – che per questo lo minaccia di morte -, nel marzo 2024 decide sfruttare la decisione di un tribunale israeliano e di applicare per lo status di richiedente asilo in Israele per motivi di discriminazione di genere, conscio che ciò si sarebbe tradotto nell’abbandono definitivo della sua terra – tornarci avrebbe significato essere accusati di collaborazionismo con Israele.

Ottenuto l’asilo ad aprile 2024, grazie all’aiuto di alcuni avvocati israeliani, passa varie settimane a dormire sulle panchine, fino a trovare rifugio nella citata comunità LGBTQ, chiamata Hagag Havarod (il Tetto rosa). All’interno del checkpoint di Sha’ar Ephraim, da dove era transitato per andare in Israele, le autorità israeliane lo incalzano, chiedendogli informazioni su parenti e conoscenti, con l’implicito ricatto di un più rapido rilascio del permesso d’asilo in cambio di intelligence. “Quando sei in una situazione così fragile, in cui non puoi tornare nella west bank e non hai uno status riconosciuto in Israele, le agenzie di sicurezza usano sistematicamente la tua debolezza (non solo con omosessuali ma anche con consorti infedeli, persone con problemi finanziari o persone che hanno bisogno di cure urgenti, ndr) per ottenere informazioni, promettendo di non deportarti o imprigionarti”, ha spiegato a The Intercept l’avvocato di Kareem, Tamir Blank.

Passano pochi mesi all’interno del “Tetto Rosa” e una mattina Kareem si sveglia leggendo sul telefono un messaggio che lo informa che il suo permesso di permanenza in Israele è stato revocato. La sua stessa famiglia aveva riferito alle autorità israeliane che Kareem sarebbe stato un membro di Hamas, informazione che avrebbe fatto scattare la procedura di invalidazione del suo permesso. “Ero confuso”, ricorda Kareem su The Intercept. “Mi avevano appena dato il permesso, perché adesso lo rivogliono indietro?”

Per quanto inverosimile sia che un ragazzo omosessuale possa essere un membro di Hamas, lo Shin Bet prova a ricattarlo, chiedendogli nuovamente informazioni su membri di gruppi miitanti della sua città, Ramallah. Informazioni che Kareem non possiede, ovviamente, la cui mancanza, tuttavia, rischia seriamente di accelerare il suo processo di rimpatrio. Alla fine, i suoi avvocati riescono a vincere il contenzioso legale e fargli rinnovare a dicembre 2024 il suo permesso d’asilo, con il giudice che certifica la falsità delle dichiarazioni di suo padre. Oggi si trova a Tel aviv, all’interno di un limbo che si rinnova ogni sei mesi: il suo permesso rimane ma non può lavorare, avere la cittadinanza o la residenza, perché titolare di un passaporto dell’Autorità palestinese (ciò creerebbe un precedente rispetto all’invocato diritto al ritorno dei palestinesi).

È salvo, al momento, ma come ricorda il suo avvocato – che ha difeso decine di palestinesi che alla fine sono stati costretti a collaborare con lo Shin bet – i gay palestinesi più che essere accolti in Israele, vengono continuamente ricattati dalle autorità, che chiedono sostanzialmente informazioni in cambio di protezione, trasformando la loro vulnerabilità in uno strumento coercitivo.

“Ogni caso in cui le autorità possono adescare una persona innocente, a cui si può estorcere qualche informazione o che può essere reclutato come collaboratore, è oro per noi”, aveva dichiarato ad aprile 2023 su Haaretz un ex membro anonimo dell’Unità 8200 di Aman (intelligence militare), quella che si occupa di guerra cibernetica e spionaggio di segnali elettromagnetici. “Durante i nostri corsi di formazione ci insegnano ad imparare a memoria le varie parole che in arabo designano una persona omosessuale”, continuava l’ex dell’Unità 8200. “L’obiettivo è scovare online il minimo segnale sulla sessualità di un palestinese e poi usarlo contro di lui, rovinandogli la vita. Ciò ha anche un ulteriore effetto collaterale: in un ambiente in cui l’omofobia è diffusa, le persone LGBTQ nella West bank vengono visti ex ante come dei potenziali collaborazionisti, proprio in virtù del fatto che le pratiche ricattatorie contro di loro da parte delle autorità israeliane sono ormai di dominio pubblico”.

La storia di Kareem ha molto a che fare con la tendenza di Israele non solo a indulgere in pratiche di pinkwashing per nascondere le proprie politiche d’occupazione e i massacri di palestinesi, come quando a novembre 2023, i soldati delle IDF a Gaza postavano foto della bandiera LGBTQ tra le macerie della Striscia, svuotando di senso tanto la stessa bandiera quanto la desolazione dell’ambiente circostante, raso al suolo da Israele (che aveva già ucciso 10 mila palestinesi dopo un mese di offensiva) e ridotto a “sfondo” per una operazione di autopromozione gay-friendly (sulla bandiera capeggiava la scritta “in the name of love”); ma anche con quella, abbastanza fuorviante, a promuoversi come un “rifugio sicuro” per le persone omosessuali, anche palestinesi, specie rispetto ai paesi che lo circondano, ed agli stessi Territori Occupati.

Israele non esita a minacciare sistematicamente i palestinesi della comunità LGBTQ, e questo non è solo un crimine d’odio omofobo ma anche un crimine di guerra, se è vero che la Corte dell’Aja definisce come tale il fatto di “obbligare civili di un paese ostile a prendere parte ad operazioni di guerra dirette contro il loro stesso paese”.

È certamente vero che Israele è 50mo nell’Lgbtq Equality Index, mentre la Palestina è 146ma – sebbene nella West Bank, ma non a Gaza, gli atti omosessuali consenzienti siano legali. È però altrettanto vero che l’uguaglianza di genere, formale o sostanziale, perde di valore quando non è sorretta dall’uguaglianza in genere, come nel caso dello Stato ebraico. Come riferito al Guardian dall’attivista arabo israeliana Rauda Morcos, a proposito del gay pride di Tel aviv, “a chi importa in questo momento che in Israele tu abbia uguali diritti come omosessuale? A me no, perché se non abbiamo uguali diritti come esseri umani, non ha nessun senso”. Una democrazia per soli ebrei non è una democrazia.

Non solo: vendersi come paese empatico e aperto nei confronti della comunità LGBTQ non è compatibile con il sadismo di certe pratiche dello Shin Bet. Anche perché se a Kareem è andata un po’ meglio, in tanti ci hanno rimesso la vita, come ad esempio Zouhair al Ghaleeth, un ventitreenne di Nablus, che nel 2023 era stato adescato su una app di incontri da un membro dei servizi israeliani, che aveva registrato poi un loro incontro sessuale e obbligato a rivelare informazioni su membri della Fossa dei Leoni, che lo avevano quindi scoperto, obbligato a registrare una video confessione di collaborazionismo, e infine ucciso. Come lui, secondo quanto riferisce Bets’elem, centinaia di palestinesi, sin dal 1967, e migliaia ricattati con minacce esistenziali.

Nel 2014, una ventina di membri dell’Intelligence israeliana aveva già pubblicato una lettera significativa, in cui si rifiutavano di completare il loro servizio nell’Unità 8200 a causa delle violazioni dei diritti dei palestinesi della West Bank. “La popolazione palestinese sotto il regime militare è totalmente esposta allo spionaggio e alla sorveglianza dell’intelligence israeliana“, recitava la lettera. “Si tratta di attività usate a fini persecutori, e per creare divisioni all’interno della società palestinese, reclutando collaboratori e così mettendo una parte della società palestinese contro se stessa”.

La risposta a quella stessa lettera, tanto inattesa quanto potente ed emblematica della miriade di difficoltà per i palestinesi, era arrivata da Al Qaws, uno dei principali gruppi palestinesi per la promozione dei diritti LGBTQ, che in una lettera speculare aveva scritto che sebbene il ricatto sistematico dei membri della comunità fosse un “chiarissimo atto di oppressione, non è più o meno oppressivo del ricatto o estorsione nei confronti di altri individui, Magari sulla base della loro incapacità di accedere a cure mediche, Della privazione della loro libertà di movimento o anche dell’esposizione di loro infedeltà coniugali, Problemi finanziari o di abuso di droghe”. Tutti motivi di ricatto da parte di Israele, confermati dagli stessi ex membri dell’Unita 8200.

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I missili iraniani su Israele dimostrano che Trump non riesce a chiudere la guerra

A cento giorni dall’inizio della guerra tra Stati Uniti e Iran, i missili lanciati da Teheran contro Israele segnano un nuovo passaggio di una crisi che continua a ripetersi sempre uguale a sé stessa. Una decina di ordigni diretti verso la base di Ramat David, nel nord del Paese, tutti intercettati e senza vittime, ma sufficienti a rimettere in moto la spirale di attacchi incrociati tra Iran, Hezbollah e Israele.

La sequenza è ormai riconoscibile. Tutto parte da un nuovo episodio sul fronte libanese: questa volta un attacco di Hezbollah contro il nord di Israele. La risposta israeliana arriva subito, con un raid nei sobborghi meridionali di Beirut, nel cuore della capitale politica del movimento sciita. È a quel punto che entra in scena l’Iran, che rivendica l’azione come risposta ai bombardamenti israeliani e lancia missili contro obiettivi militari israeliani. Israele replica a sua volta colpendo obiettivi in Iran.

Nessuno degli attori sembra però voler superare la soglia che trasformerebbe la guerra regionale in un conflitto aperto e totale. I missili iraniani vengono intercettati, non ci sono vittime, e anche le risposte israeliane restano mirate su obiettivi militari. È una guerra che si muove dentro limiti sempre più precisi, dove la funzione degli attacchi è tanto militare quanto politica: segnalare deterrenza, mostrare capacità, evitare però il punto di non ritorno.

Dentro questo equilibrio instabile, gli Stati Uniti restano il centro politico della crisi e insieme il suo elemento più contraddittorio. Il presidente statunitense Donald Trump continua a sostenere che un accordo con Teheran sia ancora possibile e che il negoziato non sia stato compromesso dagli ultimi attacchi. Ma allo stesso tempo Washington fatica a tenere insieme le due linee della propria strategia: la pressione su Israele per evitare escalation e la necessità di mantenere aperto il canale diplomatico con l’Iran.

Trump avrebbe chiesto direttamente al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di evitare ulteriori attacchi per non far saltare i colloqui con Teheran. Ma la logica israeliana è diversa: per il governo Netanyahu non esistono fronti separati tra Libano e Iran, e la pressione militare su Hezbollah e sulle sue retrovie iraniane è parte della stessa strategia di sicurezza.

L’Iran, dal canto suo, utilizza la guerra come leva negoziale. La risposta missilistica a Israele è calibrata per mostrare capacità di ritorsione senza trascinare gli Stati Uniti in un confronto diretto. Allo stesso tempo Teheran continua a legare qualsiasi possibile accordo con Washington alla situazione regionale, in particolare al ruolo di Hezbollah in Libano, trasformando il fronte libanese in una componente centrale del negoziato.

Il risultato è un conflitto che non si sviluppa in linea retta ma in cerchi concentrici, dove ogni teatro influenza l’altro. Il Libano è il punto di innesco, Israele il bersaglio e il moltiplicatore della risposta, l’Iran il livello strategico della ritorsione. Sopra tutto, gli Stati Uniti cercano di mantenere aperta una trattativa che procede in parallelo alla guerra e che rischia continuamente di esserne travolta.

A cento giorni dall’inizio del conflitto, il paradosso è proprio questo: mentre la diplomazia continua a parlare di accordi “vicini”, sul terreno la guerra non rallenta. Si stabilizza invece in una forma ibrida, fatta di attacchi limitati, risposte calibrate e negoziati che avanzano senza riuscire a produrre effetti reali.

In questo spazio intermedio, la crisi non si chiude e non esplode. Continua. E il punto non è più se la guerra finirà o si allargherà, ma quanto a lungo potrà restare in questo equilibrio instabile senza rompersi del tutto.

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Perché Amnesty International e altre Ong hanno denunciato FedEx Belgio per il transito illegale di armi dirette a Israele

Amnesty International, Azione per la pace, Lega dei diritti umani e Coordinamento nazionale d’azione per la pace e la democrazia hanno presentato alla procura di Liegi una denuncia contro FedEx Belgio, sussidiaria del gigante statunitense delle spedizioni, riguardante l’asserito transito illegale di armi dirette a Israele, comprese parti degli aerei da combattimento F-35 ampiamente usati dall’aviazione di Tel Aviv durante il genocidio tuttora in corso contro la popolazione palestinese della Striscia di Gaza occupata.

Secondo le leggi in vigore nella Vallonia, regione federale dotata di poteri legislativi, FedEx Belgio era tenuta a ottenere una licenza di transito dalle autorità locali, cosa che non è avvenuta. Per la legge belga, il trasferimento senza licenza di armi come quelle oggetto della spedizione è un reato.

Gli F-35 sono i più avanzati aerei da combattimento in dotazione all’aviazione israeliana. Hanno causato morti e distruzioni massicce, spazzato via intere generazioni di famiglie palestinesi e ridotto la maggior parte della Striscia di Gaza in macerie. Il genocidio israeliano tuttora in corso ha bisogno di costanti nuove forniture di armi.

Secondo informazioni disponibili sul sito di FedEx, nell’ottobre 2024 una spedizione soggetta al Regolamento statunitense sul traffico internazionale di armi è stata trasferita dalla Hill Air Force Base, situata nello stato dell’Utah, alla Base dell’aeronautica israeliana di Nevatim.

Nel giugno 2025 FedEx ha dichiarato che “alcune rotte di volo sono state riconfigurate all’ultimo momento per ragioni operative” a causa della chiusura dello spazio aereo israeliano durante la cosiddetta “guerra dei 12 giorni” tra Iran e Israele. Conseguentemente, “alcuni prodotti soggetti al Regolamento statunitense sul traffico internazionale di armi possono essere passati involontariamente per Liegi”.

Ciò che era a bordo del velivolo di FedEx è stato scaricato a Liegi, trasportato su strada all’aeroporto di Colonia in Germania e poi fatto proseguire verso Israele.

Fonti giornalistiche hanno riferito di successivi transiti illegali di spedizioni attraverso l’aeroporto di Liegi, evidenziando la mancata applicazione delle leggi locali. Potrebbe emergere, dunque, uno schema secondo il quale le autorità federali belghe e quella della Vallonia non stanno applicando provvedimenti per regolare efficacemente il transito di armi. “Con questa denuncia, speriamo che ulteriori transiti illegali di armi destinate a Israele attraverso il Belgio verranno fermati e che si risponda sul piano giudiziario di quanto avvenuto. Non è accettabile che multinazionali come FedEx possano ignorare le regole quando fa loro comodo. Non sono al di sopra della legge”, ha dichiarato Carine Thibaut, direttrice della sezione francofona di Amnesty International Belgio.

Il diritto internazionale vieta a tutti gli stati di trasferire armi a tutte le parti coinvolte in un conflitto armato, laddove vi sia il chiaro rischio che tali trasferimenti potranno contribuire a gravi violazioni del diritto internazionale umanitario.

Nel suo parere consultivo del 2024, la Corte internazionale di giustizia ha concluso che gli stati hanno l’obbligo di non assistere Israele nel mantenimento della sua occupazione illegale del territorio palestinese. Dunque, gli stati che continuano a trasferire armi a Israele agiscono in violazione dei loro obblighi ai sensi delle Convenzioni di Ginevra e, per quelli che lo hanno ratificato come il Belgio, anche del Trattato sul commercio di armi.

Anche le aziende che producono ed esportano armi hanno la responsabilità di rispettare il diritto internazionale dei diritti umani e il diritto internazionale umanitario, attraverso procedimenti rafforzati di due diligence sui diritti umani lungo tutta la catena di valore, per assicurare che le armi esportate non vengano usate per compiere possibili crimini di diritto internazionale. Amnesty International ha contattato FedEx Belgio per commenti e ha ricevuto la seguente risposta da un portavoce dell’azienda: “FedEx è impegnata a rispettare le leggi e i regolamenti in materia. Non effettuiamo spedizioni internazionali di armi o munizioni e abbiamo in vigore procedure di verifica per impedire tali spedizioni”.

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La fabbrica del consenso di Israele: in un bando segreto della Difesa il piano per manipolare l’opinione pubblica globale

Il Ministero della Difesa israeliano ha messo a punto la creazione di un programma biennale volto a formare militari e funzionari in operazioni psicologiche per influenzare l’opinione pubblica globale. In totale 320 all’anno, selezionati tramite un bando interno, pronti a plasmare l’immagine di Israele e non solo in ambito internazionale. Il corso, aperto anche a non meglio definiti “partner stranieri” e che nella prima edizione pare sia partito nel 2025, include moduli “Black Hat” per aggirare i filtri di social media come Facebook e Google, puntando a manipolare attivamente percezioni e comportamenti. Questo sforzo strutturato si inserisce nel contesto della guerra di propaganda di Israele, mirato in particolare a risollevare i consensi negli Stati Uniti.

Il bando, svelato dalla piattaforma investigativa israeliana The Hottest Place in Hell e ripreso da +972, mostra che la maggior parte dei corsi – scrive InsideOver – “è orientata ad azioni ‘offensive’, definite come interventi mirati a ‘interrompere o manipolare le convinzioni, gli atteggiamenti e i comportamenti dei pubblici bersaglio'”. Nella lista dei corsi, sono due in particolare a colpire: uno, dedicato alle tecniche ‘Black Hat’, che insegna “la distribuzione e la promozione di contenuti illegittimi utilizzando strumenti e soluzioni tecnologiche – un percorso che bypassa Facebook e Google“, mentre “un altro modulo insegna a pianificare ‘operazioni informative allo scopo di influenzare la coscienza pubblica nell’arena locale e internazionale'”, compresa la creazione di testi ad hoc per situazioni e popolazioni specifiche, misurandone l’impatto in tempo reale. Poi ci sono moduli riservati all’intelligence “per l’influenza” e “culturale”, rispettivamente creati per alimentare le campagne psicologiche e per studiare i codici culturali di popolazioni target in modo da aumentare l’efficacia dell’azione. I corsi per gli stranieri – in particolare quelli su operazioni di influenza, intelligence per l’influenza e attivismo online – verranno tenuti in inglese: per quanto non siano classificati, vengono applicate misure di riservatezza per non svelare agli stessi docenti l’identità dei corsisti e il loro ruolo nell’intelligence.

Alla base di questa operazione ci sono i tentativi di Israele per riguadagnare terreno nell’opinione pubblica americana. A questo scopo, il ministero degli Esteri di Netanyahu ha avviato da tempo campagne digitali su Google e YouTube finalizzate a veicolare contenuti pro-Israele. L’acquisizione di Paramount Global da parte di Skydance Media, guidata dall’imprenditore David Ellison – figlio di Larry, multimiliardario fondatore di Oracle e che ha donato milioni di dollari alle forze armate israeliane – ha impresso una svolta fortemente filo-israeliana all’assetto del gruppo, che include anche Cbs. La transizione ha generato tensioni interne e un ampio dibattito mediatico per la gestione dei contenuti e le scelte editoriali, in particolare per la scelta della giornalista filo-israeliana Bari Weiss, diventata direttrice della tv. Peraltro Ellison, scrive il Financial Times, “si prepara a riunificare CBS e CNN sotto il suo controllo attraverso l’ acquisizione di Warner Bros Discovery per 111 miliardi di dollari”. Tra le campagne di influenza – e disinformazione – di Israele, anche quella che ha coinvolto influencer israeliani e stranieri e che si è svolta tra ottobre 2023 e dicembre 2024: l’obiettivo era quello di raccontare la guerra a Gaza promuovendo esclusivamente la narrazione dell’Idf. Israele continua tuttora a bloccare l’ingresso indipendente dei giornalisti internazionali nella Striscia.

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Alte colonne di fumo dai villaggi del Libano dopo gli attacchi israeliani: le immagini

Alte colonne di fumo si alzano sui villaggi del Libano meridionale dopo gli attacchi israeliani in diverse località. Israele ha lanciato un’operazione in Libano per sradicare il gruppo armato Hezbollah, sostenuto dall’Iran, che ha trascinato il Libano nella più ampia guerra in Medio Oriente lanciando missili per conto del suo finanziatore. Un cessate il fuoco che avrebbe dovuto porre fine ai combattimenti tra Israele e Hezbollah è entrato in vigore il 17 aprile, ma non è mai stato pienamente rispettato.

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“Fake news sui candidati della France insoumise”: indagini su una società israeliana accusata di aver interferito nelle elezioni francesi

Una misteriosa azienda israeliana, chiamata BlackCore, ha pesantemente interferito nelle ultime elezioni municipali francesi dello scorso marzo, mettendo in piedi una pervasiva campagna di disinformazione e diffamazione ai danni di almeno tre diversi candidati de La France Insoumise (LFI), notoriamente su posizioni ostili alle politiche israeliane e solidali coi palestinesi. Lo ha rivelato l’agenzia Reuters, per cui da circa un mese le autorità francesi hanno iniziato a investigare sulla possibilità che dietro BlackCore ci sia lo stesso governo israeliano, o perlomeno elementi legati più o meno direttamente all’establishment, come la nota agenzia Elnet.

La notizia in realtà risale proprio allo scorso marzo, quando si sono tenute le elezioni municipali francesi. Il quotidiano Le Monde, per primo, aveva denunciato uno “schema di interferenza digitale straniera volta a danneggiare i candidati di un partito politico francese a Marsiglia, Tolosa e Roubaix”, riportando in questo modo le conclusioni di Viginum, l’agenzia governativa francese – che dipende dal Segretariato Generale della Difesa e della Sicurezza Nazionale (SGDSN) – incaricata della vigilanza e protezione contro le ingerenze digitali straniere.

Sebbene non sia stato al momento possibile risalire alla sede di BlackCore, e non ve ne sia traccia nemmeno sui registri ufficiali israeliani (il governo israeliano ha anche affermato di non conoscerla), è stata proprio Viginum a identificarla come un’agenzia privata israeliana. La stessa Reuters e Hareetz hanno quindi visionato documenti interni e archivi digitali di BlackCore, che la collegano a reti e tecnologie sviluppate in Israele. La stessa Meta ha poi rimosso da Facebook una rete di profili e pagine legati a BlackCore, dichiarando ufficialmente che l’attività coordinata e non autentica aveva origine in Israele e mirava principalmente a bersagli in Francia.

BlackCore, sul proprio sito web e sul proprio profilo Linkedin – che sono stati misteriosamente chiusi all’indomani di queste rivelazioni – si descrive d’altronde come una “società cyber di tecnologia informatica costruita per l’attuale epoca di guerra d’informazione”, che propone ai governi e alle campagne elettorali “gli strumenti e le strategie per dare forma alle proprie narrazioni”, vantandosi pubblicamente di poter “gestire e mobilitare oltre 1.600 falsi profili sulle piattaforme social”.

Le indagini sin qui effettuate avrebbero rilevato appunto una rete di profili falsi, pubblicità diffamatorie, siti web ingannevoli e immagini generate dall’intelligenza artificiale per diffondere fake news, nonché accuse penali false (tra cui violenza sessuale) e deepfake. Come poi approfondito sia da Haaretz che da Liberation, BlackCore opererebbe in sinergia con altre due società tech basate a Tel aviv, la Galacticos e SNI Digital.

I tre candidati di LFI – Francois Piquemal a Tolosa, Sebastien Delogu a Marsiglia e David Guiraud a Roubaix – sarebbero quindi stati oggetto di una feroce campagna di disinformazione e calunnie online, che da un lato potrebbero aver contribuito ad alcune sconfitte (solo Guiraud ha vinto) e dall’altro hanno allarmato il partito in vista delle elezioni presidenziali del prossimo anno, di cui le municipali costituiscono di norma un termometro.

Particolarmente emblematico il caso di Piquemal, che a Tolosa ha perso al ballottaggio contro il riconfermato sindaco di centro destra Jean Luc Moudenc, chiedendo poi l’annullamento del voto proprio a causa di queste interferenze: tra esse, la pubblicazione di alcune sue password private, informazioni fiscali e indirizzo di casa a meno di due settimane dal voto, oppure pubblicità diffamatorie (nonché fortemente islamofobiche, come quella che ritrae una donna in burqa a cui viene attribuita l’intenzione di votare per LFI) della sua campagna, circolate per esempio su piattaforme di shopping online come Vinted, anche durante il silenzio elettorale.

Secondo le indagini effettuate da Viginum e le inchieste di Le Monde o Le Canard Enchaine, le attività di interferenza di BlackCore sarebbero legate ad Elnet, l’organizzazione non governativa apartitica fondata per rafforzare le relazioni tra l’Europa e Israele. Ma non è tutto: l’attuale capo di Elnet, Arie Bensemhoun, è stato in precedenza il presidente del Consiglio rappresentativo delle istituzioni ebraiche francesi (CRIF); il presidente della sede del Crif di Tolosa, Franck Touboul, una delle sue principali esponenti, Nicole Yardeni, assieme allo stesso Bensehmoun, sarebbero tutti molto vicini allo stesso sindaco Moudenc (Yardeni è anche una sua vice, addetta alla cultura).

Durante la sua campagna elettorale per diventare sindaco della quarta città francese, Piquemal è stato assai esplicito nelle sue critiche a Israele e al genocidio a Gaza. Ha pubblicamente chiesto la sospensione della partnership con Tel aviv e ha anche proposto di illuminare il Capitole locale con i colori della Palestina.

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Sui casi Erri De Luca e Francesco De Gregori: attenzione a non ridurre la controversia a una caricatura

Chi non fa, non falla, dice il proverbio. Anche nei giornali sono frequenti gli errori, ma basta correggersi e amici come prima.

Correzione. Qualche giorno fa, commentando le critiche rivolte a Erri De Luca e a Francesco De Gregori per certe loro affermazioni sbalorditive (De Luca: “Sono sionista. Chiunque riconosca il diritto di Israele a esistere è già sionista. So benissimo cosa sia un genocidio, e applicarlo alla guerra di Gaza è una distorsione storica e verbale. Il fatto che Israele abbia ripetutamente spostato la popolazione civile, da nord a sud e da sud a nord, per allontanarla dalle zone di combattimento attivo, rende questa accusa vuota”. De Gregori: “Non faccio proclami perché non mi sento superiore a nessuno per insegnare come si vive o che posizione prendere su Gaza, su Israele o su Dylan”), abbiamo definito quelle critiche come una “caccia alle streghe”.

Così facendo, però, abbiamo ridotto la controversia a una caricatura. Infatti non erano in discussione il diritto di De Luca di definirsi sionista o di negare che a Gaza sia in corso un genocidio; né il diritto di De Gregori a fare il pesce in barile, diversamente da Springsteen, Roger Waters ed Eric Clapton; si contestavano il contenuto delle loro posizioni e il loro significato politico. Trasformare una critica in un tentativo di censura sposta il dibattito dal merito alla libertà di espressione. Le due questioni non coincidono.

Abbiamo poi affermato che sono i governi ad avere l’obbligo di schierarsi. Anche qui abbiamo confuso i piani: il punto non è l’obbligo giuridico degli artisti, ma l’eventuale obbligo morale e civile di chiunque, quindi anche di un artista, di prendere posizione contro crimini di guerra.

Abbiamo inoltre sostenuto che gli artisti non dovrebbero essere giudicati per le loro idee. Ma allora non avrebbe senso elogiarli per il coraggio civile, l’antifascismo, l’impegno contro il razzismo o a favore dei diritti umani. E giudicare non è censurare. Se un artista afferma qualcosa in pubblico, gli altri hanno il diritto di considerare la sua affermazione intelligente o sciocca, coraggiosa od opportunistica, condivisibile o moralmente riprovevole. Pretendere che le idee di un artista siano immuni dal giudizio significa attribuirgli un privilegio che nessun altro cittadino ha.

Infine, l’assunto secondo cui “è sionista chiunque si batta per due popoli, due Stati”, un argomento di De Luca che abbiamo fatto nostro, è storicamente falso. Per decenni sono esistiti sionisti contrari allo Stato palestinese e favorevoli all’annessione integrale dei territori; ancora oggi esistono correnti sioniste che rifiutano la soluzione dei due Stati. Al tempo stesso, molti sostenitori dei due Stati non si definiscono affatto sionisti. Le due posizioni non coincidono.

Anche la nostra ridefinizione di sionismo (“movimento che a fine ’800 teorizzò il diritto degli ebrei perseguitati in Europa ad avere uno Stato nella terra degli avi”) era una semplificazione eccessiva. Il sionismo è sempre stato un insieme eterogeneo di correnti: binazionali, socialiste, religiose, territorialiste e anche apertamente colonialiste. Ridurlo a un’etichetta umanitaria e pacifista significa rimuovere il nodo storico centrale: la Palestina non era una terra vuota, ma un territorio abitato prevalentemente da arabi.

Una definizione adeguata dovrebbe considerare sia le aspirazioni nazionali ebraiche sia le conseguenze della loro realizzazione sulla popolazione residente. Abbiamo cioè dimenticato le questioni che hanno reso controverso il termine sionista nel corso della storia.

Inoltre, dal fatto che il sionismo rivendicasse uno Stato ebraico non segue affatto che la risoluzione 181 dell’Onu fosse, in quanto tale, “sionista”, come abbiamo sostenuto. La risoluzione del 1947 rappresentò un compromesso diplomatico elaborato da un organismo internazionale per affrontare un conflitto tra due nazionalismi. Fu sostenuta dai dirigenti sionisti dell’epoca, ma anche da governi e diplomatici che non erano affatto sionisti. Chiamarla “sionista” significa confondere il sostegno a una specifica soluzione politica con l’adesione a un’ideologia.

Avremmo dovuto precisare che si può sostenere la soluzione “due popoli, due Stati” senza essere sionisti; e che molti, pur desiderando la pace, la considerano impraticabile e/o ingiusta. In sostanza, abbiamo ridefinito il sionismo in modo selettivo e benevolo, e poi, con un “quindi” non giustificato né dai fatti storici né dalla logica, abbiamo esteso l’etichetta di “sionista” a posizioni molto più ampie.

Per tutti questi motivi la chiusa a effetto (“chi sostiene due Stati è sionista, anche se non lo sa”) è una forzatura che avremmo dovuto risparmiarvi. Ci scusiamo per ogni confusione causata dai nostri errori.

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Per spiegare la catastrofe di Gaza esiste anche una dimensione più profonda. Che non esime nessuno

di Gabriele Accascina

Di fronte alla tragedia umana che si sta consumando a Gaza e in Cisgiordania e alle conseguenze del conflitto sull’intera regione, molti osservatori cercano spiegazioni nelle categorie tradizionali della sicurezza nazionale, della geopolitica e della lotta al terrorismo. Sono certamente fattori reali e importanti. Eppure credo che, almeno in parte, esista anche una dimensione più profonda. Quella che segue è soltanto un’ipotesi che considero degna di riflessione.

La memoria della Shoah occupa un posto centrale nell’identità collettiva israeliana. Per molti cittadini non si tratta di un evento lontano studiato sui libri di storia, ma di una vicenda familiare. Nonni, genitori e parenti hanno conosciuto persecuzioni, deportazioni e sterminio. È difficile immaginare che un trauma di tale portata non abbia lasciato conseguenze profonde nel modo di percepire il mondo, le minacce esterne e il rapporto con gli altri popoli.

La mia impressione è che, soprattutto negli ambienti più nazionalisti e radicali, questa memoria possa talvolta trasformarsi in una convinzione implicita: l’idea che ciò che il popolo ebraico ha subito sia stato talmente eccezionale da collocare Israele in una condizione storica speciale, non completamente assimilabile a quella di qualsiasi altro Stato. Non parlo di vendetta nel senso immediato del termine. Piuttosto di una rivendicazione storica interiorizzata, di un bisogno permanente di affermare forza e controllo dopo secoli di vulnerabilità.

In questa prospettiva, alcune azioni che dall’esterno appaiono sproporzionate potrebbero essere percepite dai loro sostenitori come una riaffermazione di sicurezza e potenza resa necessaria dalla storia stessa.

Esiste però un paradosso che meriterebbe di essere considerato. Le grandi tragedie della storia dovrebbero insegnare all’umanità a riconoscere per tempo le sofferenze altrui e a impedirne il ripetersi. Se invece restiamo indifferenti, rischiamo di contribuire alla nascita di una nuova ferita storica destinata a segnare generazioni future. Ottant’anni fa il mondo ha lasciato al popolo ebraico una memoria di dolore che ancora oggi influenza identità, politica e visione del mondo. Nessuno può sapere come verranno giudicati gli eventi attuali, ma è legittimo domandarsi quale memoria collettiva stiamo consegnando oggi al popolo palestinese e ai suoi discendenti e con quali conseguenze.

La presenza nel governo israeliano di figure ultranazionaliste e apertamente radicali rende questa interpretazione almeno plausibile. Quando si arriva a limitare o negare perfino l’accesso agli aiuti umanitari destinati ai civili, il problema sembra andare oltre la sola sicurezza. Entra in gioco una visione ideologica nella quale qualsiasi pressione esterna viene vissuta come un’ingerenza inaccettabile.
Cercare le possibili radici psicologiche e storiche di un comportamento non equivale a giustificarlo. Al contrario, è il primo passo per affrontarlo con lucidità.

Se questa ipotesi contiene anche solo una parte di verità, allora il resto del mondo non può limitarsi all’indignazione periodica. La comunità internazionale, e in particolare i Paesi europei, dovrebbero passare dalle dichiarazioni ai fatti. Il riconoscimento di uno Stato palestinese pienamente sovrano dovrebbe tornare a essere un obiettivo concreto e non una formula ripetuta senza conseguenze pratiche. L’accesso agli aiuti umanitari deve essere garantito e le violazioni del diritto internazionale devono avere conseguenze politiche reali.

Se oggi non si costruisce una soluzione giusta e duratura, la ferita palestinese, aperta ormai da generazioni, continuerà a trasmettersi ai discendenti di chi la sta vivendo oggi. Ottant’anni dopo la Shoah, vediamo quanto a lungo il dolore collettivo possa influenzare l’identità e la memoria di un popolo. Dovremmo chiederci quale eredità stiamo lasciando ai palestinesi dei prossimi ottant’anni. La storia è scritta non solo da chi compie le ingiustizie, ma anche da chi le osserva e non agisce.

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Israele, ok ai bonus fiscali per i coloni: tra i beneficiari il ministro dell’ultradestra Bezalel Smotrich

Un conflitto di interessi che parte dagli insediamenti illegali e arriva ai vertici del governo di Benjamin Netanyahu. Il parlamento israeliano ha approvato una legge che estende significative agevolazioni fiscali a 58 insediamenti israeliani in Cisgiordania. Il provvedimento è passato con 32 voti a favore e 23 contrari, al termine di una sessione che ha scatenato un durissimo scontro politico in Israele, legandosi a dinamiche di bilancio e alle imminenti scadenze elettorali. In particolare a quelle del ministro delle Finanze Bezalel Smotrich.

La nuova legge modifica l’Ordinanza sull’Imposta sui Redditi introducendo una nuova area geografica denominata “linea di confronto orientale“. Questa si aggiunge alle linee di confronto già esistenti nello Stato di Israele: quella nord (al confine con il Libano) e quella sud (al confine con la Striscia di Gaza). La nuova “linea orientale” risponde a criteri specifici basati sulla vulnerabilità logistica e socio-economica. Il primo è quello della fascia socio-economica e include insediamenti con indici di ricchezza relativamente bassi. In base al criterio geografico le comunità devono trovarsi a più di 2 chilometri a est della Linea Verde. L’area è considerata ad alto rischio e per la prima volta viene introdotto un “criterio di minaccia alla sicurezza” (livelli da 2 a 5 stabiliti dal ministero della Difesa) per i territori della Cisgiordania. Il testo cita esplicitamente il fatto che gli alunni di queste zone debbano viaggiare su autobus blindati per andare a scuola. C’è poi da considerare l’impatto economico per i residenti: l’agevolazione consiste in uno sconto del 7% sull’imposta sul reddito, che si traduce in un risparmio economico fino a 10.000 shekel (circa 3.000 euro) a persona all’anno.

La legge è stata promossa dal deputato Zvi Sukkot del partito di estrema destra ‘Sionismo Religioso’, guidato dal ministro delle Finanze Smotrich. Il provvedimento ha sollevato immediate accuse di conflitto di interessi: tra i 58 insediamenti che beneficeranno della misura rientra infatti anche Kedumim, la comunità in cui risiede lo stesso Smotrich, il quale trarrà così un vantaggio finanziario personale diretto dalla legge. I partiti d’opposizione hanno denunciato l’operazione come un tentativo palese di canalizzare risorse statali per finanziare la propria base elettorale in vista delle prossime elezioni nazionali (fissate tra settembre e ottobre), dove il partito oscilla pericolosamente vicino alla soglia di sbarramento del 4%.

L’aspetto più controverso riguarda però il legame temporale con la crisi al confine settentrionale. I deputati dell’opposizione e i leader locali hanno accusato Smotrich di aver utilizzato i residenti del Nord come “ostaggi politici“. Il ministro delle Finanze avrebbe infatti ritardato lo sblocco di un pacchetto di aiuti d’emergenza da 5 miliardi di shekel (destinato alla riabilitazione delle comunità colpite dai bombardamenti di Hezbollah) fino a quando la coalizione di governo non avesse garantito l’approvazione dei bonus fiscali per la Cisgiordania.

Durante le trattative in Commissione Finanze, si era cercato un compromesso: il presidente Hanoch Milibetzky aveva proposto di estendere le agevolazioni a tutte le comunità settentrionali fino a 9 chilometri dal confine libanese. Tuttavia, Smotrich ha posto il veto per non diluire i fondi, e l’intervento del premier Netanyahu ha blindato la versione originaria, escludendo la fascia più ampia del Nord e provocando la furia dei sindaci dell’area colpita dal conflitto.

Anche i funzionari tecnici del ministero delle Finanze hanno espresso forte contrarietà di fronte a evidenti paradossi logici generati dalla nuova mappatura. Gli esperti hanno fatto notare come, per effetto di questa legge, un insediamento situato a pochi chilometri dalla Linea Verde in Cisgiordania riceverà una forte esenzione fiscale, mentre una comunità gemella situata sulla stessa identica linea logistica, ma dentro i confini ufficiali e riconosciuti dello Stato di Israele, rimarrà completamente esclusa dal beneficio.

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Libano-Israele, la tregua che non c’è. Tel Aviv continua a bombardare e Hezbollah (escluso dai colloqui) replica: “Accordo inaccettabile”

Evviva la tregua, la tregua che non c’è. A Washington e tra le cancellerie europee si esulta per la firma dell’intesa tra Israele e Libano su un cessate il fuoco condizionato che dovrebbe mettere fine al conflitto nel Paese dei Cedri, ai raid israeliani su Beirut e all’invasione del Sud. Il condizionale è d’obbligo perché, nonostante le reazioni positive, l’accordo presenta diverse clausole che rendono ancora complicato parlare di tregua.

La tregua che nessuno rispetta

Per dare un’idea del clima tra le parti conviene partire innanzitutto dalle dichiarazioni dei protagonisti. Tra i primi a prendere la parola c’è il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, che chiarisce subito un punto: Israele continuerà le sue operazioni nel Libano meridionale, con le truppe rimarranno nella zona di sicurezza, la cosiddetta Yellow Line collocata unilateralmente da Tel Aviv ben più a nord della zona di demarcazione individuata dalle Nazioni Unite, perché continuerà a “smantellare le infrastrutture terroristiche nell’area“. Una tregua che deve essere rispettata solo dalla controparte, quindi, ossia Hezbollah, dato che per “infrastrutture terroristiche” lo Stato ebraico intende proprio quelle del Partito di Dio. Non sarà così perché proprio i vertici della formazione armata sciita hanno chiarito di non riconoscere l’accordo sul cessate il fuoco firmato a Washington. Il gruppo ha “informato ufficialmente il presidente libanese Joseph Aoun del proprio rifiuto dell’accordo, insistendo sul fatto che qualsiasi accordo accettabile debba iniziare con il ritiro completo di Israele da tutto il territorio libanese. Il ritorno degli sfollati, gli sforzi di ricostruzione e il rilascio dei prigionieri libanesi sono condizioni essenziali per qualsiasi futuro accordo”. Il leader della formazione, Naim Qassem, ha poi definito l’intesa “una capitolazione e una sconfitta“, invitando il governo libanese a “porre fine alla farsa e all’umiliazione dei negoziati”: “La dichiarazione di Washington – conclude – definisce i principi fondamentali che gli Stati Uniti e Israele prevedono per la sottomissione del Libano al progetto del Grande Israele”.

La presa di posizione di Hezbollah, secondo quanto riportato dal quotidiano israeliano Haaretz, è frutto del coordinamento tra il partito sciita libanese e l’Iran. Per Teheran, il cessate il fuoco in Libano non può essere discusso a parte, ma deve diventare un elemento delle ben più ampie contrattazioni tra Usa e Iran.

“Condizioni inaccettabili”

La posizione intransigente di Hezbollah e Repubblica Islamica ha motivazioni di tipo strategico. Ma non solo. Nell’accordo di cessate il fuoco firmato a Washington senza interpellare il partito-milizia libanese, l’unica controparte veramente coinvolta nello scontro con Israele, c’è una condizione non di poco conto imposta dallo Stato ebraico: verranno istituite zone di sicurezza libanesi che escluderanno Hezbollah e lo stop alle ostilità, si precisa nella dichiarazione congiunta, sarà subordinato alla “cessazione completa del fuoco di Hezbollah e all’evacuazione di tutti i membri di Hezbollah dal settore del Litani meridionale“. Infine, “Israele ha riaffermato che la sua sicurezza e il rispetto della sua integrità territoriale possono essere raggiunti solo attraverso il disarmo di Hezbollah e lo smantellamento della sua infrastruttura in tutto il Libano”. In sostanza, Beirut e Tel Aviv hanno trovato un accordo senza coinvolgere il Partito di Dio pretendendo da esso il ritiro, il disarmo e la mancata presenza nelle zone di sicurezza. Inevitabile, quindi, il rifiuto da parte del gruppo sciita che, va ricordato, non è un attore marginale nel contesto bellico: si tratta di una milizia che vanta un numero di combattenti non troppo inferiore a quello dei soldati dell’esercito regolare ma, soprattutto, si ritiene abbia a disposizione un arsenale missilistico e di droni d’attacco più imponente di quello di Beirut.

Si continua a sparare

Così, come annunciato da Katz, i raid e le operazioni israeliane non si fermano. Dopo la firma dell’accordo, Israele ha diramato un avviso urgente ai residenti del Libano meridionale per ricordare che “i combattimenti nel Libano meridionale continuano, mentre l’esercito israeliano prosegue nel colpire strutture e infrastrutture di Hezbollah presenti nei vostri villaggi e nelle loro vicinanze. L’Idf non intende arrecare danno alla popolazione civile. Per la vostra sicurezza, evitate di dirigervi a sud del fiume Zahrani fino a nuovo avviso. Chiunque si rechi verso sud mette a rischio la propria vita”. E infatti i media libanesi riferiscono di attacchi israeliani nel Sud in mattinata, poche ore dopo l’annuncio del cessate il fuoco. Le Forze di Difesa Israeliane hanno dichiarato di aver utilizzato “sei tonnellate di esplosivo per distruggere oltre 20 siti terroristici nell’area”, mentre un drone dello Stato ebraico ha colpito un’auto tra le città di Kfar Kila e Zefta.

X: @GianniRosini

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Libano, ucciso un altro Casco Blu di Unifil: era un sergente serbo di 39 anni. Israele: “E’ stato Hezbollah”

Tel Aviv e Beirut hanno annunciato di aver raggiunto un accordo sul rinnovo del cessate il fuoco, ma in Libano si continua a morire. A perdere la vita nelle ultime ore è stato un Casco Blu di Unifil, la missione Onu incaricata di far rispettare la Risoluzione 1701 approvata dal Consiglio di sicurezza nel 2006 per mettere fine alla guerra tra Israele e Hezbollah. Si chiamava Milovan Jovanovic, era serbo e avrebbe compiuto 37 anni fra qualche giorno. E’ stato ucciso da un colpo di mortaio che ieri sera ha colpito la sua posizione vicino Marjayoun, nel sud-est del paese. Altri due peacekeeper, uno originario della Spagna e l’altro di El Salvador, sono rimasti feriti.

“Il sergente Milovan Jovanovic era nato il 6 giugno 1989 a Kraljevo. Lascia una moglie e due figli minorenni. Prestava servizio nelle Forze Armate Serbe dal 10 dicembre 2011 e nella missione di mantenimento della pace in Libano dal gennaio di quest’anno”, ha riferito il ministero della Difesa di Belgrado.

“L’Unifil ha avviato un’indagine per accertare le circostanze esatte che hanno portato a questo tragico incidente”, si legge in una nota della forza di interposizione Onu, che aggiunge la richiesta “alle autorità nazionali competenti di indagare sull’incidente, assicurare i responsabili alla giustizia e garantire la responsabilità penale”. “L’Unifil ha rilevato un numero sempre più elevato di traiettorie e impatti nel Libano meridionale. La violenza deve cessare”, si legge ancora. “Gli attacchi deliberati contro le forze di pace costituiscono gravi violazioni del diritto internazionale umanitario e della risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza e possono costituire crimini di guerra“, conclude Unifil.

L’esercito israeliano punta il dito contro Hezbollah. “Durante la notte, le Israel Defense Forces hanno individuato diversi lanci nella zona di Al-Qatrani, effettuati dall’organizzazione terroristica Hezbollah, che sono caduti all’interno di una postazione delle forze dell’Unifil nella zona di Dibbine, nel Libano meridionale – si legge in un comunicato -. A seguito dei lanci, un membro del personale delle Nazioni Unite è rimasto ucciso e altri due sono rimasti feriti”. “Un’analisi della traiettoria di lancio – si legge ancora – indica chiaramente che il fuoco è stato aperto dall’organizzazione terroristica Hezbollah”.

Nella serata di ieri Tel Aviv e Beirut hanno annunciato di aver concordato il rinnovo del cessate il fuoco e l’istituzione di zone di sicurezza libanesi che invece escluderanno Hezbollah. L’annuncio è arrivato al termine del secondo giorno di colloqui tra gli ambasciatori dei due Paesi ospitati dal Dipartimento di Stato americano. Il presidente libanese Joseph Aoun, in un incontro con la stampa, ha affermato che l’accordo di cessate il fuoco tra Israele e Libano rappresenta “l’ultima opportunità”.

I negoziati tenutisi ieri a Washington, ha affermato, sono stati “molto difficili”, a un certo punto il capo della delegazione libanese, Simon Karam, aveva sospeso i colloqui che sono ripresi dopo l’intervento del segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha aggiunto Aoun. “Attendiamo le risposte di tutte le parti interessate e le garanzie di conformità, e l’attuazione potrebbe iniziare entro 24 ore dall’approvazione definitiva”, ha affermato Aoun.

Dal 2 marzo 2026, giorno del coinvolgimento del Libano nel conflitto mediorientale, sono stati segnalati oltre 191 attacchi contro strutture sanitarie nel Paese che hanno causato la morte di 128 operatori sanitari e il ferimento di 351. Lo si legge del Rapporto dell’Oms sulla situazione relativa al conflitto in Medio Oriente secondo cui oltre 127.700 persone rimangono sfollate in 631 rifugi collettivi in tutto il Paese, con i casi di diarrea acuta che continuano ad aumentare, passando da 504 casi nella settimana 17 a 803 casi nella settimana 20, per un totale cumulativo di 2.777 casi. Dal 2 marzo in Libano ci sono stati 3.468 morti e 10.577 feriti. Continuano intanto i movimenti di popolazione libanese, con oltre 448.000 persone che, secondo le segnalazioni, hanno attraversato il confine con la Siria dal 2 marzo.

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Altro che sanzioni a Netanyahu, l’Europa continua a comprare armi da Israele: nel 2025 esportazioni record per 19,2 miliardi di dollari, +30% sul 2024

A parole l’hanno condannato per i 72 mila morti mietuti a Gaza, hanno criticato l’escalation militare contro l’Iran e ora protestano per l’avanzata di terra in Libano. Eppure i governi continuano a comprare armamenti da Israele. Nel 2025 lo Stato ebraico ha esportato sistemi d’arma per una cifra che ha superato per la prima volta i 19 miliardi di dollari (19,2 per l’esattezza), un aumento di quasi il 30% rispetto ai 14,8 miliardi del 2024, una quota “più che raddoppiata in cinque anni e quadruplicata nel decennio”, ha affermato il ministero della Difesa di Tel Aviv. Un risultato ancor più impressionante se si pensa che circa 10 miliardi di dollari sono arrivati da accordi “G2G”, ovvero Government-to-Government, ovvero tramite contratti stipulati direttamente tra il governo Netanyahu e gli Stati acquirenti.

L’invasione russa dell’Ucraina del febbraio 2022 e la minaccia degli Stati Uniti di abbandonarla al suo destino hanno gettato l’Europa in una frenetica una corsa agli armamenti. Nonostante alcuni Stati abbiano annullato contratti con le sue aziende a causa delle stragi di civili compiute nella Striscia, per Tel Aviv il Vecchio continente resta il principale mercato, ha reso noto la Sibat, l’agenzia governativa che in Israele fa da ponte tra le autorità statali, l’esercito e le aziende del settore strategico. I paesi dell’Ue hanno acquistato il 36% delle sue esportazioni totali nel 2025, pari a 6,9 miliardi di dollari. Un risultato in calo rispetto ai 7,9 miliardi del 2024 (il 54% delle esportazioni di quell’anno), quando la sola Germania si garantì il sistema di difesa missilistica a lungo raggio Arrow 3 per 4,6 miliardi, ma in crescita rispetto al 35% del 2023, anno delle stragi di Hamas in seguito alle quali il governo Netanyahu ha messo in atto la distruzione sistematica dell’enclave palestinese. La Difesa israeliana non ha fornito la lista dei singoli Paesi , ma in base ai contratti firmati negli ultimi anni tra i principali clienti figurano Finlandia, Grecia, Polonia e Romania, tutte impegnate nel rafforzamento delle difese aeree.

La regione Asia-Pacifico è al secondo posto con il 32% delle esportazioni, in forte aumento rispetto al 23% del 2024, davanti ai paesi del Medio Oriente e del Nord Africa – tra cui gli Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco – che hanno normalizzato le relazioni con Israele nel 2020 grazie agli Accordi di Abramo promossi da Donald Trump, principale alleato di Netanyahu, e sono saliti al 15% rispetto al 12% dell’anno precedente. Il Nord America, che le armi se le produce da solo, ha rappresentato invece appena il 13% delle esportazioni di Tel Aviv, l’America Latina il 2% e l’Africa subsahariana il 2%, cifre peraltro rimaste stabili negli ultimi anni.

A trainare l’export sono soprattutto i sistemi missilistici, i razzi e la difesa aerea, che da soli rappresentano il 29% delle vendite. Seguono i sistemi di sorveglianza e il puntamento dei bersagli (22%), mentre radar e guerra elettronica e il comparto aeronautico pesano entrambi per l’11%. Una quota significativa riguarda poi i sistemi di comando, controllo e comunicazione (7%) e le postazioni di lancio e i sistemi d’arma terrestri (6%). Più contenuto, ma comunque rilevante, il contributo di droni e UAV (4%), satelliti e tecnologie spaziali (3%), veicoli militari blindati (2%), sistemi di intelligence e cybersicurezza (2%) e piattaforme navali (2%). Le munizioni rappresentano invece appena l’1% del totale, a conferma di come il punto di forza dell’industria militare del Paese sia soprattutto nei sistemi ad alta tecnologia.

Nonostante il raffreddamento che hanno comportato nei rapporti con alcuni Stati occidentali, le guerre di Israele fanno bene alla sua economia. Lo stesso governo di Tel Aviv collega esplicitamente quello che definisce il “record di tutti i tempi” nelle esportazioni ai risultati ottenuti dall’esercito nei conflitti “a Gaza, in Libano, in Iran e in Yemen”. “Esiste un filo conduttore chiaro e inequivocabile che lega i successi sul campo di battaglia delle Israel Defense Forces su tutti i fronti, le straordinarie capacità dell’industria della difesa israeliana e il successo delle esportazioni di materiale bellico israeliano in tutto il mondo”, ha esultato il ministro della Difesa Israel Katz. Un successo che, secondo lo stesso governo Netanyahu, si traduce anche sul piano politico. “Il forte aumento delle esportazioni”, mettono in chiaro gli uffici di Katz nel comunicato ufficiale, sono uno strumento per “promuovere gli obiettivi di politica estera“.

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