The ceasefire that has never truly stopped the fighting between Israel and Hezbollah followed the same dynamic on Thursday after being extended in a new round of talks in Washington.
© Stringer (REUTERS)
The ceasefire that has never truly stopped the fighting between Israel and Hezbollah followed the same dynamic on Thursday after being extended in a new round of talks in Washington.
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Used to hearing Antony Beevor detail troop movements at Stalingrad, the siege of Berlin, the Normandy landings, the paratroopers’ effort at Arnhem or the Panzer offensive in Hitler’s last stand in the Ardennes, it is surprising to hear him talk about Rasputin’s penis. In truth, he adopts the same look of intense concentration he brings to his usual military topics. “Rasputin’s penis… is an object of interest, certainly,” he says when his interlocutor mentions that, during an afternoon of astonishment and vodka, he saw on display in a St. Petersburg museum the appendage shown as such in a glass jar. “Yes, it is said to measure 13 inches, about 33 centimeters, but I don’t know that it’s something to take seriously. My father-in-law, the historian John Julius Norwich, used to explain that his father, Duff Cooper, the first British ambassador to France after the Liberation and also a historian [and father of the notable writer Artemis Cooper, Beevor’s wife], was convinced that part of Rasputin’s sexual success and magnetism lay in his member and his muscular control, but there is no historical record that it was cut off after his murder. Today it is impossible to assert that what is on display is his; I don’t believe any DNA test has been done.” In fact, some say it is a horse’s penis, or, if not that, a dried sea cucumber, as has also been suggested. Beevor recalls, in any case, that at the time in Tsarist Russia, Rasputin was credited with extraordinary sexual potency and caricatures circulated showing his organ, in reference to the monk’s influence over the Tsarina Alexandra and, through her, Tsar Nicholas II, with the legend: “The rod that rules Russia.”

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“Il palazzo è pieno di piccoli Hitler”. Queste parole non sono passate inosservate dal momento che il riferimento non era ad un palazzo qualunque, ma a Kensington Palace e soprattutto perché, ad essere accusati di averle pronunciate sono stati cinque poliziotti del corpo speciale detto RaSP (Royallty and Specialist Protection) impegnati nella sorveglianza e sicurezza della residenza a ovest di Londra.
Le accuse sarebbero partite da una donna dello staff che li avrebbe sentiti mentre esprimevano “commenti inappropriati”, compreso quello secondo il quale la residenza sarebbe stata “piena di piccoli Hitler” e di avere spesso assunto atteggiamenti discriminatori verso le donne, di tipo sessista e misogino.
La Metropolitan Police ha aperto un’indagine per i fatti relativi al periodo che va dall’agosto 2023 al settembre del 2024 considerando che, anche se da tempo ormai i principi del Galles vivono a Windsor, quella è e resta la sede dei loro uffici.
Le indagini della polizia hanno fatto emergere anche altri elementi che hanno portato all’ordine di allontanamento per cinque poliziotti da ogni palazzo reale, per il futuro e al sequestro dei loro pass che davano accessi esclusivi.
Il tabloid The Sun, che per primo ha rivelato il caso, ha anche parlato di “stupore e sorpresa” espresse da parte di un ex agente di sicurezza impegnato in quell’incarico quando ha saputo dell’alto numero di poliziotti ed ex colleghi coinvolti “nel diffondere una cultura di misoginia”.
Tra l’altro, andando a fondo nelle indagini, la Metropolitan Police di Londra ha anche raccolto accuse rivolte ad un ufficiale del corpo RaSP che sarebbe stato sorpreso “a dormire durante il servizio” al castello di Windsor. In 23, tra gli addetti alla sicurezza, hanno ricevuto un richiamo per “cattiva condotta”, e 21 di questi si sono visti ridurre incarichi ed attività, mentre due sono stati allontanati dagli incarichi da svolgere nel palazzo.
William e Kate, prima di trasferirsi a Windsor, avevano vissuto a Kensington Palace, che fu casa anche per Lady Diana. La coppia, stando a quanto riferito, “non è stata coinvolta direttamente nella gestione del personale, ma è stata informata dell’accaduto”.
I principi del Galles hanno lasciato quella residenza nel cuore di Hyde Park nel 2022, ma ancora oggi tengono per sé l’appartamento 1A: venti stanze a loro disposizione e spazi utilizzati come base d’appoggio per le loro visite ufficiali a Londra.
Dal 2015 al 2017 la coppia ha vissuto invece all’Anmer Hall nel Norfolk e una volta lasciata definitivamente Londra, si è trasferita all’Adelaide Cottage di Windsor nel 2022. Da un anno, ormai, i due si sono trasferiti definitivamente al Forest Lodge, una magione georgiana di otto camere da letto, inserita nel grande parco di Windsor, per dare ai tre bambini George, Charlotte e Louis spazi esterni per giocare, la serenità della campagna e tutta la sicurezza che quel luogo, diversamente da altri, può garantire. Recentemente, tra l’altro, è stato rivelato che il principe William paga 307 mila e 500 sterline di affitto per vivere nella proprietà, a differenza dello zio Andrea Mountbatten-Windsor che ha vissuto vent’anni lì accanto, nel Royal Lodge, senza mai versare un centesimo.
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Writer Etgar Keret (Ramat Gan, Israel, 58) had planned to deliver his ninth book of short stories to his publisher on October 8, 2023. He had picked the date at random: he produces one every seven years or so and sets himself a firm deadline. Two days earlier, he told his wife, Shira Geffen — the screenwriter and filmmaker who wrote the film Jellyfish (2007), directed by Keret and awarded at Cannes — that he felt the book had become too dark because of the personal and political events that had marked him in preceding years: his mother’s death, the coronavirus pandemic, a herniated disc, the return to power of Benjamin Netanyahu with the most right-wing government in the country’s history… His wife advised him to reread it calmly the next day and, if he still felt that way, to ask the publisher for an extension.
La Corte Costituzionale ha dichiarato “ammissibile” il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato promosso dal Senato, a gennaio, in difesa di Daniela Santanché e contro la procura di Milano che, nell’ipotesi della difesa dell’ex ministra, condivisa da palazzo Madama, avrebbe dovuto chiedere l’autorizzazione preventiva per acquisire chat, mail e registrazioni di dipendenti dell’ex ministra del Turismo. La vicenda che è approdata alla Consulta riguarda l’indagine a carico della senatrice di Fdi, accusata di truffa aggravata all’Inps in relazione alla cassa integrazione nel periodo Covid per alcuni lavoratori pendenti di Visibilia. Gli avvocati difensori Salvatore Pino e Nicolò Pelanda avevano sostenuto a Milano che, essendo i messaggi equiparabili ormai a corrispondenza privata, come stabilito dalla stessa Corte costituzionale per il caso Renzi-Open, i pm non possono usare questo materiale probatorio, acquisito senza autorizzazione del Senato. Ora la Corte costituzionale ha deciso che “esiste la materia di un conflitto, la cui risoluzione spetta alla competenza di questa Corte”. L’ordinanza sarà “immediatamente” trasmessa al Senato, che ha 60 giorni di tempo per trasmetterla alla procura di Milano. Dopo ci sono 30 giorni di tempo per deposito memorie e fissazione dell’udienza di merito. La sentenza della Corte, quando ci sarà, verosimilmente darà ragione a Santanché, dato la sua precedente sentenza “storica”. Messaggi, mail, registrazioni sono equiparabili a “corrispondenza” e, quindi, come nel caso di “classiche” intercettazioni, per l’utilizzo ci vuole l’autorizzazione della Camera di appartenenza del parlamentare coinvolto sia se indagato ma anche se si è solo scambiato mail o messaggi con un indagato.
Tutto nasce dal conflitto sollevato dal Senato su richiesta di Matteo Renzi, per l’indagine della procura di Firenze sulla fondazione Open. Nel 2023 la Consulta diede ragione all’ex premier, ampliando il concetto di immunità per i parlamentari, stabilito dall’articolo 68 della Costituzione. La Corte con quella sentenza ha cambiato la procedura delle indagini dei pm che si imbattono in deputati e senatori: ha stabilito che i pm non potevano acquisire “senza preventiva autorizzazione del Senato” mail e Whatsapp: né quelli di Renzi, parlamentare, e neppure quelli “a lui diretti, conservati in dispositivi elettronici appartenenti a terzi, oggetto di provvedimenti di sequestro nell’ambito di un procedimento penale a carico dello stesso parlamentare e di terzi”. Una sentenza quella della Corte che ha ribaltato quanto aveva stabilito con diverse sentenze la Cassazione, secondo la quale invece quel tipo di messaggistica era equiparabile a “documentazione” e quindi come tale senza obbligo di autorizzazione parlamentare. Dal 2023, invece, le cose sono cambiate, tanto che di recente proprio la procura di Milano, che sta indagando sulla scalata Mps-Mediobanca, ha chiesto l’autorizzazione preventiva alle Camere per poter visionare ed estrarre le chat presenti nel cellulare dell’ex dirigente del Ministero dell’Economia (Mef) Marcello Sala, dato che lo stesso Sala ha “avvertito” i pm di avere scambiato messaggi con 9 tra parlamentari e membri del governo, tra cui i ministri Giancarlo Giorgetti e Matteo Salvini, non indagati. Un’altra autorizzazione è stata richiesta alla Camera dei deputati, nei giorni scorsi, dalla procura di Roma che vuole visionare i messaggi scambiati tra l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, FdI e Mauro Caroccia, condannato per intestazione fittizia di beni del clan Senese. Delmastro e suoi amici di Fdi di Biella, non indagati, erano soci della “Bisteccheria d’Italia”, ristorante romani, insieme a Miriam Caroccia, figlia diciottenne di Mauro.
Tornando alla sentenza della Corte sul caso Renzi, i giudici, nel 2023, stabilirono che bisogna adeguarsi ai tempi: la “corrispondenza” – tutelata dall’articolo 15 della Costituzione, comminato con l’articolo 68, quello sulle guarentigie parlamentari – ai giorni nostri non può che essere costituita prevalentemente da messaggistica elettronica: “Lo scambio di messaggi elettronici, e-mail, Sms, WhatsApp e simili” rappresenta “di per sé una forma di corrispondenza a tutti gli effetti”. Sempre la Corte criticò la Cassazione che fino ad allora aveva stabilito diversamente: “Sostenere il contrario, (che i messaggi elettronici non siano corrispondenza, ndr) in un momento storico nel quale la corrispondenza cartacea, trasmessa tramite il servizio postale e telegrafico, è ormai relegata a un ruolo di secondo piano, significherebbe deprimere radicalmente la valenza della prerogativa parlamentare”. La Cassazione, invece, aveva sostenuto che “i dati informatici acquisiti dalla memoria del telefono” – sms, WhatsApp, mail – “hanno natura di meri documenti, di tal che la relativa attività acquisitiva non soggiace alle regole” per la corrispondenza. Ma da tre anni per la Corte costituzionale sono “corrispondenza” e quella decisione è diventato uno scudo anche per non parlamentari indagati, di solito potenti imprenditori, finanzieri, banchieri, che magari si sono scambiati un paio di messaggi con un deputato o senatore o hanno mandato una semplice mail in copia. Magari, come mossa preventiva in caso di indagine: se il Parlamento non dà l’autorizzazione all’utilizzo, sia pure il deputato o il senatore in questione non sia indagato, il gioco è fatto.
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In the war with Iran, the sense of urgency has shifted sides. In February, the United States and Israel judged it so urgent to start the conflict that they were prepared to launch a massive strike and kill the supreme leader, Ali Khamenei, even amid negotiations; three months later it is Donald Trump who is trying to keep alive the talks that would definitively end the conflict, while Tehran remains firm. The U.S. president showed that attitude again on Monday when he ordered Israel’s prime minister, Benjamin Netanyahu, to halt the airstrikes the latter had announced on Beirut. The aim? To prevent the feared derailment of negotiations with the ayatollahs.
© Stringer (REUTERS)
María Emely Delgado crossed paths with Carmen Navas several times this year: at the offices of the NGO Foro Penal, at the Public Ministry, and once at the El Rodeo prison on the outskirts of Caracas. Delgado is 63 years old, Navas was 82. Both were looking for their sons, who disappeared after being arbitrarily detained. Carmen Navas died 10 days after finding her son Víctor Hugo in a cemetery. She had spent 16 months searching for him. María Emely has still not found Jorgen. “You have to be in these shoes to know what this is like,” says the retired teacher, who has been wearing them for almost two years. “Her son had been missing for less time than mine; with Jorgen I’m now coming up on 22 months without news of him.”

© Ronald Peña R (EFE)