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Caiado acusa Lula de torcer por tarifa dos EUA contra o Brasil por interesse eleitoral

Pré-candidato à Presidência da República, o ex-governador de Goiás Ronaldo Caiado (PSD) criticou a possibilidade de os Estados Unidos imporem taxas sobre operações via Pix. Caiado evitou falar do senador Flávio Bolsonaro (PL-RJ), mas fez críticas ao presidente Lula.

“É um processo que vem evoluindo há dois anos, e o governo não tomou nenhuma providência. Agora, está torcendo para que as tarifas venham, para criar um clima eleitoreiro”, declarou o ex-governador.

Ao rebater as críticas dos Estados Unidos ao Pix, Caiado classificou como infundadas as alegações de que o sistema de pagamentos brasileiro representaria um problema para empresas americanas. “Quando eles alegam haver um problema com o Pix, estão 100% errados. Não há lógica nisso”, declarou.

“As empresas americanas de cartão perderam competitividade, mas isso ocorre porque o Pix oferece vantagens ao brasileiro. Isso é uma questão de soberania nossa. Não há nada de ilegal. O que pode acontecer é que isso comprometa o nosso relacionamento”, declarou o ex-governador.

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Lula volta a falar em traição e diz que Flávio é capaz de vender o país por interesses mesquinhos

O presidente Lula (PT) voltou a chamar integrantes da família Bolsonaro de traidores da pátria após os novos anúncios de tarifas do governo dos EUA. Sem citar o rival diretamente, disse que o senador Flávio Bolsonaro (PL-RJ) é capaz de vender o país por interesses mesquinhos.

“O que é triste é que tem brasileiros fomentando essa briga na perspectiva de que, se ele taxar a gente, ele vai prejudicar uma candidatura a presidente da República”, afirmou Lula. “Um imbecil desses não percebe que quem é prejudicado é o povo, não é o Lula.”

Nesta semana, o USTR publicou dois relatórios pedindo novas taxações contra o Brasil que, combinadas, podem atingir 21% da pauta de exportação brasileira aos EUA com alíquota de 37,5%. Trump publicou foto do encontro com Flávio elogiando-o como um jovem inteligente.

“Pedir uma punição ao país na perspectiva de derrotar uma candidatura ou de levar vantagem é de uma grosseria que eu não posso encontrar outro nome a não ser dizer: em qualquer país do mundo, em qualquer momento histórico, isso seria chamado de traição da pátria. É o que eles fizeram”, disse Lula na reunião ministerial desta quarta-feira (03/06).

Na abertura da reunião, Lula cobrou que seus ministros representem o governo federal na inauguração de obras. O petista avalia que governadores e prefeitos adversários têm faturado sozinhos os ganhos de popularidade de algumas ações da gestão federal.

Lula disse que os ministros devem se concentrar nas medidas que já estão em andamento. “Ninguém me apresente absolutamente nada novo. Agora é entregar o que já foi pensado”, declarou. De 4 de julho em diante, as regras eleitorais vedam que candidatos inaugurem obras públicas.

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“Troppe spese per la difesa”: mozione unitaria di Pd, M5s, Avs e Iv per chiedere di “riconsiderare gli impegni Nato”

Alla fine hanno trovato l’intesa. I gruppi alla Camera di Partito democratico, Movimento 5 stelle, Alleanza verdi e sinistra e Italia viva, hanno chiesto, in una mozione unitaria, di “riconsiderare urgentemente gli impegni assunti in sede Nato in materia di spese per la difesa“, considerando quanto queste abbiano un “impatto strutturale sulla finanza pubblica di fatto insostenibile alla luce dei dati Istat”.

Da giorni, come anticipato dal Fatto Quotidiano, i partiti dell’opposizione stavano lavorando per trovare una quadra unitaria che desse anche un segnale di alternativa possibile al governo Meloni.

Nel documento, presentato a prima firma dell’esponente del M5s Filippo Scerra, viene chiesta anche “una revisione integrale del patto di stabilità“.

Sono quindi due i punti chiave sui quali l’opposizione chiede che “un eventuale scostamento di bilancio sia esclusivamente indirizzato al contrasto della povertà assoluta, al sostegno per la sanità pubblica e per famiglie e imprese colpite dalla crisi energetica, escludendo che le risorse disponibili siano assorbite da impegni di spesa militare”. In aggiunta Pd, M5s, Avs e Iv chiedono di “promuovere una politica di difesa comune europea attraverso la pianificazione, l’acquisizione e la gestione di capacità condivise, al fine di efficientare le risorse già previste e sfruttando le economie di scala”.

In tutto i punti su cui la mozione unitaria impegna il governo sono 10. Sul patto di stabilità le opposizioni chiedono al governo di “adottare iniziative urgenti in sede di unione europea volte a pro-muovere una revisione integrale del patto di stabilità che abbia come obiettivo quello di sostenere una crescita inclusiva e sostenibile, senza ricorrere a politiche di austerità, preservando la qualità e il livello di spesa pubblica”. Per questo, scrivono ancora, va sostenuto “un piano di investimenti comuni sul modello di Next Generation EU da 750-800 miliardi annui, anche ricorrendo a debito comune, finalizzato alla crescita economica, nonché a promuovere azioni volte a realizzare lo scorporo dal calcolo degli indicatori sul deficit per gli investimenti nazionali destinati ad interventi di carattere economico sociale a sostegno delle famiglie e imprese, evitando pesanti tagli allo Stato sociale e sostenendo una crescita inclusiva e sostenibile di medio e lungo termine”.

Il campo largo chiede inoltre di “adoperarsi per la revisione delle regole fiscali comprese nel Patto di stabilità e crescita, al fine di adattarle alle nuove sfide che l’Unione europea e i suoi Stati membri sono chiamati ad affrontare, nonché a perseguire politiche di bilancio sostenibili, prevedendo percorsi di rientro dal debito più realistici che tengano conto delle specificità degli Stati membri e del loro quadro macroeconomico complessivo” e a “promuovere iniziative volte a porre le basi di una riforma sul tema della creazione di un’adeguata capacità fiscale dell’Unione, che riveste un’importanza centrale per il processo di integrazione europea ed è strumento essenziale di governance economica in quanto strettamente complementare alla disciplina di bilancio per gli Stati, in particolare chiedendo che le politiche economiche nazionali siano sostenute e integrate da efficaci politiche europee, uniche in grado di far fronte a gravi shock (simmetrici o asimmetrici) o farsi carico della produzione di beni pubblici di interesse generale”.

Le opposizioni chiedono poi al governo di impegnarsi ad “adottare iniziative in sede europea volte ad adattare alcuni elementi di successo dell’esperienza del Dispositivo di ripresa e resilienza alla nuova architettura della politica di bilancio europea”. Un impegno possibile, secondo il documento, “trasformando il programma Next generation EU in uno strumento permanente, da finanziare attraverso il bilancio europeo con la conseguente istituzione di nuove fonti di entrate nella forma di risorse proprie dell’Unione europea e l’inclusione dell’emissione di debito comune europeo come strumento stabile, finalizzati a sostenere l’impegno comune per il rafforzamento degli investimenti nella produzione di ‘beni pubblici’ che consentano di rispondere al meglio alle esigenze concordate a livello europeo, come ricerca, innovazione, sicurezza e transizione energetica, al fine di assicurare all’Unione europea un proprio spazio fiscale autonomo, capace di avviare una politica economica anticiclica, che la sottragga a quelli che i firmatari del presente atto di indirizzo giudicano ‘ricatti’ dei contributi nazionali”.

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Più stipendio, diritto alla casa e trasporti gratis: la ricetta Pd contro la fuga dei giovani all’estero

La fuga all’estero degli italiani “è un esodo che ci è costato 170 miliardi di euro”, con “192mila giovani che se ne sono andati negli ultimi quattro anni, 630mila persone tra il 2021 e 2024. Una perdita da tutti i punti di vista, ma anche dal punto di vista economico. Questo non è ancora un Paese per giovani”. La segretaria del Pd, Elly Schlein, sceglie questi dati per illustrare un fenomeno che da anni porta all’estero un flusso sempre più consistente di connazionali, che decidono di lasciare l’Italia alla ricerca di migliori opportunità professionali e qualità di vita. E per questo presenta una rosa di iniziative che possano trattenere chi ha meno di 35 anni. “Proponiamo una serie di interventi concreti che vanno dall’aumento salariale di 200 euro al mese, per i primi tre anni sui nuovi contratti stabili attivati under 35; diritto alla casa; diritto al trasporto rendendo gratuito quello pubblico per i giovani studenti; sostegno alla ricerca con borse di studio per i dottorati nelle università del sud; fondi di sostegno all’imprenditoria giovanile nelle aree interne di questo Paese. Quindi un insieme di interventi concreti che possano dare una buona ragione per restare”. Il primo firmatario della proposta di legge, Marco Sarracino, responsabile Sud e Aree Interne nella segreteria nazionale ha indicato dove il Partito Democratico intende trovare le risorse. “Per gli interventi sui salari e per il sostegno all’abitare le risorse le prendiamo dagli extraprofitti delle imprese che faranno ricavi superiori a 50 milioni di euro l’anno”. “Partire – ha aggiunto – deve essere sempre una scelta fatta per arricchire il proprio percorso professionale e il proprio percorso di vita. Mai deve essere una scelta obbligata dalla mancanza di opportunità dove si nasce, dove si cresce, dove si studia, dove si lavora e dove si vuole restare”, ha concluso Schlein.

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Giustizia, scontro FdI-Fi al vertice con Nordio: gli azzurri chiedono uno sprint sulle riforme, i meloniani fanno muro

Sulla giustizia nel centrodestra è ormai scontro aperto. A oltre due mesi dalla disfatta al referendum, le divergenze tra alleati sono esplose mercoledì mattina nel vertice con i capigruppo di maggioranza al ministero, convocato dal Guardasigilli Carlo Nordio su richiesta di Forza Italia e durato quasi tre ore. Gli azzurri Stefania Craxi ed Enrico Costa, spalleggiati dal viceministro Francesco Paolo Sisto, hanno insistito per portare a termine le riforme della prescrizione e del sequestro degli smartphone, già approvate da un ramo del Parlamento, in modo da “dare risposte” ai 12 milioni di elettori che hanno votato Sì. Una posizione su cui c’è il sostanziale accordo anche della Lega. Fratelli d’Italia, però, ha alzato un muro di gomma: i meloniani, poco entusiasti di aprire nuovi fronti con la magistratura, prendono tempo chiedendo modifiche ai due provvedimenti, che intanto restano congelati in commissione. I due partiti spingono in direzioni opposte anche per quanto riguarda il gip collegiale, la norma – contenuta nella legge Nordio del 2024 – che dal 25 agosto imporrebbe un collegio di tre giudici, invece di uno solo, per decidere sulle richieste di custodia cautelare in carcere. Di fronte agli allarmi delle toghe, che avvertono sul rischio paralisi dei tribunali per le carenze di personale, il ministero ha già deciso di rinviare l’entrata in vigore. I berlusconiani però vorrebbero un differimento di pochi mesi, mentre Nordio e FdI ragionano su un termine più lungo (tra nove mesi e un anno) per scavallare le elezioni, e bocciano la proposta di Forza Italia di prevedere i collegi solo nei grandi tribunali – dove i giudici sono di più – per velocizzare l’applicazione. Uno stallo che ha costretto a convocare una nuova riunione per il 9 giugno, quando il ministro, i suoi vice e i partiti si rivedranno per trovare una quadra.

A Forza Italia sta a cuore soprattutto il ddl sul sequestro degli smartphone, firmato dal senatore azzurro Pierantonio Zanettin e da Giulia Bongiorno, presidente leghista della Commissione Giustizia di palazzo Madama. In base al testo, per sequestrare un dispositivo elettronico e acquisire i suoi contenuti i pm dovranno ottenere più via libera dal gip tramite una complessa procedura, mentre adesso possono farlo in autonomia con un decreto. Dopo l’ok al Senato nell’aprile 2024, il provvedimento è rimasto bloccato alla Camera per il veto di Fratelli d’Italia e in particolare di Chiara Colosimo, presidente della Commissione bicamerale Antimafia, che si è fatta interprete dei timori del procuratore nazionale Giovanni Melillo per i potenziali “effetti disastrosi” delle nuove norme. Colosimo ha presentato una lunga serie di emendamenti alla riforma, che ora Fratelli d’Italia chiede di approvare: nell’ultima conferenza dei capigruppo il ddl è stato calendarizzato in Aula per luglio, ma l’iter in Commissione non sembra vicino a sbloccarsi. I meloniani chiedono modifiche anche alla riforma della prescrizione, e in particolare una norma transitoria per evitare il rischio-amnistia di cui ha parlato in audizione l’Associazione nazionale magistrati. Infine, Nordio ha ribadito la sua contrarietà all’ipotesi di una legge per estendere la responsabilità civile dei magistrati, lanciata dal capogruppo azzurro alla Camera Enrico Costa. Sul tema il ministro si è richiamato alle sue parole dei giorni scorsi: un provvedimento del genere “non è nel programma, né all’ordine del giorno e, per quanto mi riguarda, non lo sarà”, aveva detto.

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Non solo Pozzolo, quando il politico si mette alla guida ubriaco: dall’assessora di Ferrara al sindaco di Trento. E tutti gli altri guai degli eletti al volante

Per Gianfranco Fini era un “balengo“. Una testa calda, in piemontese. “Un violento estremista verbale” lo definì l’ex presidente della Camera dei deputati. E così venne allontanato da Alleanza nazionale. Era il 2009, eppure da allora Emanuele Pozzolo ha fatto parecchia strada. In senso questa volta non metaforico, però, sulla strada ha lasciato il proprio suv. E la patente di guida. Già, perché dopo lo sparo a Capodanno che gli è costato più di un grattacapo giudiziario, una figuraccia politica e il soprannome di “pistolero”, ora il parlamentare ex Fratelli d’Italia, passato a Futuro nazionale lo scorso febbraio, è tornato a far parlare di sé: incidente nel Biellese e tasso alcolemico, da quanto si apprende, superiore al doppio del limite consentito. Con tanto di incavolatura di Roberto Vannacci a pochi giorni dall’assemblea del partito.

Lo schianto e le dimissioni

Guida in stato di ebbrezza, auto che finiscono fuori dalla carreggiata, ma anche decine di multe per eccesso di velocità o per l’ingresso nella ztl. A scorrere le pagine delle cronache – nazionali e locali – si scopre che talvolta ai politici, al volante, piace correre. E che non sempre rispettano il codice della strada. Neanche un mese fa è toccato alla (allora) assessora di Ferrara, Francesca Savini, con accanto, sul sedile del passeggero, il sindaco Alan Fabbri. Sono a Sermide e Felonica, nel Mantovano, quando lei sbanda e perde il controllo della macchina, che si ribalta e si schianta contro un palo: per fortuna nessuna conseguenza fisica per i due, ma Savini è risultata positiva all’alcol test con un tasso di oltre 1,5 grammi per litro. Denuncia e, naturalmente, ritiro di patente e veicolo. Per la città emiliana, un terremoto politico: Savini si assume le responsabilità e “per rispetto verso i cittadini” e “nella consapevolezza del ruolo pubblico che ho ricoperto” si dimette.

Ma il fenomeno, neanche a dirlo, è bipartisan. Si prenda, a titolo d’esempio, il caso che ha coinvolto niente di meno che il presidente della Regione Toscana, Eugenio Giani, e quella che allora era la sua capa di gabinetto – poi promossa assessora alla Cultura – Cristina Manetti. È la mattina del 13 ottobre, giorno dello scrutinio delle elezioni regionali: sulla Firenze Mare una Fiat 500 percorre la corsia d’emergenza “al fine di eludere la coda dovuta all’intenso traffico”. Alla guida c’è Manetti, che viene fermata dalla polizia: multa e patente sospesa per due mesi. “Mi girava la testa, stavo cercando di fermarmi” spiega lei. Secondo la sottosegretaria all’Interno, Wanda Ferro, Giani si interessò alla vicenda, tanto da arrivare direttamente sul posto, parlare con la polizia stradale e presentarsi successivamente in Prefettura con la stessa Manetti.

“Sarà stato il caffè corretto?”

Come si accennava poc’anzi, le pagine delle cronache locali restituiscono altre storie simili. Nel 2010 i carabinieri ritirano la patente per guida in stato d’ebbrezza all’allora sindaco di Trento, Alessandro Andreatta, del Pd. “Sarà stato il caffè corretto?” si domanda lui. “Non mi sono mai ubriacato in vita mia”. Il tasso alcolemico è 1,3 grammi per litro. Dal racconto dello stesso Andreatta: quella sera mangia salumi e formaggi, canederli, polenta, funghi e fagioli, e una crostata come dessert. Il tutto condito da tre bicchieri di vino Teroldego. Alla fine della cena, il caffè corretto grappa. Come si sa il Trentino è terra di buone forchette (e buoni calici). Nel 2021 tocca al consigliere regionale ed ex presidente della Lega locale, Alessandro Savoi: sta rincasando dalla Val di Cembra, verso il capoluogo, quando viene fermato dalle forze dell’ordine. “Mi hanno ritirato la patente” conferma lui. Il problema è che, come scrive Il Nordest quotidiano, si tratta della seconda volta nel giro di due anni.

Da Ponente a Levante, nell’agosto dello scorso anno la vicesindaca di Savona, Elisa Di Padova, cade dal proprio scooter e sua figlia di otto anni, che è in sella con lei, riporta un trauma cranico, con annesso ricovero in ospedale. Il tasso alcolemico di Di Padova è pari a 1,9 grammi per litro. Denuncia per guida in stato di ebbrezza, dimissioni respinte.

Dalla ztl al semaforo rosso

E poi c’è il capitolo infrazioni e multe. Qui la lista è lunga. Ma ci basterà citare i casi più emblematici. Nell’estate del 2023 salta fuori che l’ex ministra del Turismo, Daniela Santanchè, è destinataria di 462 accertamenti, la maggior parte dei quali per l’ingresso in zona a traffico limitato, relativi agli anni che vanno dal 2015 al 2019. Lei risponde a un’interrogazione in Senato e spiega che “le multe sono riferite erroneamente a me”. La ragione? “Sono di competenza dell’Arma dei carabinieri, a cui ho dato in comodato gratuito una mia vettura, per non gravare sulle auto di scorta di proprietà statale. Non ho alcuna multa da pagare”.

Di ztl è esperto il deputato di Fratelli d’Italia, Cirio Maschio, al quale nel 2020 i vigili urbani gli inviano un centinaio di multe da pagare, per un totale di 16mila euro. Le contravvenzioni risalgono al 2018 e lui, essendo all’epoca presidente del Consiglio comunale di Verona, non può impugnarle per incompatibilità col ruolo che ricopre: “Ho deciso di pagarle e amen” dichiara lui. Il partito di Giorgia Meloni annovera anche il caso della deputata Alessia Ambrosi, a cui però il giudice di pace ha dato ragione: annullate le sette multe comminate dall’autovelox di Torri del Benaco. “Sono state considerate irregolari – ha dichiarato lei, tra le papabili ora per passare con Roberto Vannacci – una vittoria importante per me e per tutti i cittadini vessati nel cui nome ho vinto questa battaglia”.

E per citare l’ultimo caso, ci spostiamo a Milano. L’ex capogruppo del Pd a Palazzo Marino, Filippo Barberis, oggi capo di gabinetto di Beppe Sala, è costretto a girare la città coi mezzi pubblici: è passato col rosso a bordo del suo scooter. E siccome, da quanto si sa, una violazione analoga gli è stata contestata l’anno scorso, la polizia locale gli ha sospeso la patente.

Mail: a.marzocchi@ilfattoquotidiano.it
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2 giugno, Ilaria Salis contro la parata militare: “Da abolire”. E Meloni risponde

Mentre né Elly SchleinGiuseppe Conte (ma neppure il ministro Matteo Salvini) sono andati alla parata militare del 2 giugno, l’eurodeputata Avs Ilaria Salis è intervenuta per lanciare una proposta provocatoria: abolire la sfilata delle forze armate per “restituire alla Festa della Repubblica il suo originario carattere civile, popolare e democratico”, ha scritto su X. “In un’epoca pericolosamente segnata da riarmo, militarismo e guerre sempre più vicine, servirebbe il coraggio di compiere una scelta forte e controcorrente”. E per rispondere alla parlamentare, nota per essere stata incarcerata in Ungheria con l’accusa di aggressione durante uno scontro con un gruppo neonazista, è intervenuta la stessa presidente del Consiglio, seguita dal presidente leghista della Camera Lorenzo Fontana.

Una proposta inaccettabile per la maggioranza di governo. Tanto da spingere la premier a un intervento pubblico: “Reputo queste dichiarazioni”, ha scritto Meloni, “non solo vergognose, ma anche indegne verso i tanti uomini e donne in divisa che ogni giorno servono l’Italia con disciplina, onore e spirito di sacrificio”. Per Meloni “la Festa della Repubblica e la parata non celebrano soltanto una ricorrenza istituzionale”, ma “l’identità della Nazione, il senso dello Stato e il valore di chi quello Stato lo difende, lo rappresenta e lo onora. Disprezzare tutto questo da ruoli istituzionali significa non aver capito nulla della nostra storia, della Repubblica e del dovere che si ha verso di essa”. Stessa linea tenuta dal leghista Fontana, nonostante l’assenza del suo leader: “Penso”, ha detto su Rete4, “che i ragazzi delle Forze dell’ordine e delle Forze armate ci garantiscano la sicurezza, la libertà e la democrazia: sono essenziali per la sopravvivenza del Paese e di questi valori. È quindi credo che sia fondamentale invece ringraziarli per il fatto che ci sono, che ci garantiscono questi valori, che ci permettono di vivere in un paese libero”.

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Cacciari sbotta con Gruber: “Ce la prendiamo con Meloni, ma l’Europa di von der Leyen è infinitamente peggio di lei”

Scintille a Otto e mezzo (La) tra la conduttrice della trasmissione, Lilli Gruber, e il filosofo Massimo Cacciari sulla posizione del governo italiano e dell’Unione europea di fronte alle guerre in corso. Al centro del dibattito, l’immobilismo della presidente del Consiglio Giorgia Meloni sul fronte internazionale e le responsabilità ben più gravi che, secondo Cacciari, ricadono sulle istituzioni europee.
Gruber chiede direttamente se Giorgia Meloni sappia ancora dove collocarsi sullo scacchiere globale e come possa ricostruire un posizionamento credibile in politica estera. Cacciari risponde che la premier si barcamena come può: non può certo applaudire le scelte di Trump e Netanyahu, ma allo stesso tempo non può permettersi di prenderne le distanze in modo netto. “Dove va? Con chi si allea? Con Putin? È una condizione totalmente obbligata”, sottolinea.

Poi sposta il tiro sull’Unione europea: “Noi ce la prendiamo con la Meloni. E l’Europa? È infinitamente peggio, perché forse l’Europa potrebbe almeno sforzarsi di approntare una politica estera decente, che manca totalmente. Se la Meloni è stata fin qui succube di Trump e di Netanyahu, allora cosa dire della von der Leyen? – continua – Soltanto sui dazi ha alzato un po’ la voce, ma neanche sulle più efferate stragi ha preso una posizione chiara e definita. Ha per caso proposto una qualche sanzione nei confronti di Israele? Quindi, ce la prendiamo con la Meloni?”.
E ribadisce: “Scenari addirittura apocalittici di questo genere possono essere affrontati soltanto da grandi spazi politici. Certo, l’Italia non fa niente, ma cosa potrebbe fare? In ogni caso, non potrebbe fare nulla. L’unico soggetto che potrebbe avere peso e incidere su queste tragedie sarebbe l’Europa. E l’Europa non solo non c’è, ma per quel poco che esiste è infinitamente peggiore della Meloni”.
Il filosofo lancia quindi una stoccata ai dem: “Certamente questa Europa è anche appoggiata da tutti, visto che la von der Leyen è stata votata dalla Meloni e pure dal Pd“.

Le parole di Cacciari provocano la reazione immediata di Gruber, che si rivolge alla storica Michela Ponzani: “Dobbiamo prendercela con l’Europa e non con Giorgia Meloni, né coi sovranisti che minano in realtà l’Europa e che fanno di tutto per disunire?”.
A quel punto Cacciari sbotta: “Scusi Gruber, cerchi di non equivocare in questo modo quello che dico. È chiaro che bisogna prendersela con i sovranisti e con tutti gli altri, ma certamente le responsabilità non sono di quattro scemi che fanno i populisti e i sovranisti, sono responsabilità della Commissione Europea e delle leadership effettive. E queste non sono certamente i sovranisti o qualche fascista in giro per l’Europa, che non contano niente di niente. Certo che me la prendo con i sovranisti, ma sono ben altre le responsabilità”.
La conduttrice insiste: “Ho capito, ma bisognerebbe anche ricordare che sulla maggioranza delle questioni cruciali c’è ancora il diritto di veto in Europa, quindi per essere più operativi l’Unione Europea ha bisogno di toglierlo“.
Cacciari dissente con fermezza: “Ma non c’è bisogno di toglierlo, perché la Commissione Europea su quelle questioni è andata davanti sparata. Sono stati sempre tutti compatti e uniti nella politica estera che hanno adottato. Ma scherziamo?”.

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Animali come figli? La death education offre uno sguardo diverso sulla proposta del sindaco di San Giorgio su Legnano

Da giorni si discute della provocazione lanciata dal sindaco di San Giorgio su Legnano: chiedere a chi vive con un cane o un gatto e non ha figli di versare un contributo volontario per sostenere le famiglie con bambini. Una proposta che nasce dal tema reale della denatalità, ma che finisce per toccare un nervo molto più profondo della nostra società: il modo in cui giudichiamo le scelte, le fragilità e le biografie degli altri.

Dietro quella che viene definita una “provocazione” si nasconde infatti un presupposto implicito: che esista una relazione tra il non avere figli e la scelta di vivere con un animale. Come se il cane o il gatto rappresentassero una sorta di sostituto della genitorialità. Come se chi non ha figli avesse semplicemente scelto una strada più semplice, meno impegnativa, più comoda.

Ma la realtà umana raramente è così lineare. La death education insegna prima di tutto una cosa: non possiamo leggere le vite degli altri dall’esterno. Dietro una casa in cui vive un animale potrebbero esserci infertilità, aborti spontanei, lutti perinatali, separazioni, malattie, rinunce economiche, percorsi di cura, oppure semplicemente scelte personali che non richiedono alcuna giustificazione pubblica. Esistono persone che avrebbero desiderato diventare genitori e non hanno potuto. Persone che hanno perso un figlio. Persone che stanno affrontando percorsi dolorosi di procreazione assistita. Persone che convivono con un lutto silenzioso che nessuno vede.

Quando una comunità costruisce una narrazione che contrappone chi ha figli e chi ha animali, rischia di trasformare situazioni profondamente diverse in categorie morali. Da una parte chi contribuisce al futuro. Dall’altra chi sembra quasi sottrarsi a una responsabilità collettiva. Ed è proprio qui che la death education può offrire uno sguardo diverso.

Perché educare alla morte significa anche educare alla complessità delle esistenze. Significa comprendere che non tutte le assenze sono visibili. Che esistono perdite che non hanno funerali. Che alcune ferite non producono certificati né statistiche.

Negli ultimi anni, inoltre, la relazione con gli animali è diventata sempre più significativa anche dal punto di vista affettivo ed esistenziale. Non perché sostituiscano i figli, ma perché rappresentano legami autentici. Per molte persone un animale accompagna la solitudine, la malattia, la vecchiaia, la depressione, il lutto. Entra nella storia emotiva di una famiglia e spesso diventa parte integrante dei suoi rituali di cura e di memoria.

Chi lavora nell’ambito del lutto sa bene quanto possa essere devastante la perdita di un animale. E sa anche quanto spesso questo dolore venga minimizzato o ridicolizzato. Il vero tema, allora, non è scegliere tra figli e animali. Il vero tema è comprendere come costruire comunità capaci di sostenere la fragilità senza trasformarla in una graduatoria di valore.

Le famiglie con figli meritano certamente maggiore sostegno economico e sociale. Ma quel sostegno dovrebbe nascere da politiche pubbliche lungimiranti, non dalla ricerca di categorie simboliche da contrapporre. Perché una società matura non cresce mettendo in competizione i bisogni affettivi delle persone. Cresce quando riconosce che dietro ogni porta chiusa esiste una storia che non conosciamo.
E che prima di chiedere un contributo economico, forse dovremmo imparare a esercitare qualcosa di molto più raro: la sospensione del giudizio.

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Assembleia Municipal da criança dá voz e aproxima alunos de Loulé da política local

Foi a “voz do poupar” da Mariana, a “voz do cuidar dos outros” do Ivan, a “voz radical e criativa” do Lourenço ou a “voz do cuidar dos animais” da Eva, entre outras vozes, que se ouviram na manhã desta terça-feira, na sala da Assembleia Municipal de Loulé.

Depois do secundário e dos 2º e 3º ciclos de ensino, foi a vez dos alunos do 1º ciclo de várias escolas do concelho de Loulé participaram numa Assembleia Municipal especial, desta vez dedicada às crianças.

A iniciativa, dinamizada pela MyPolis, envolveu meninas e meninos de turmas do 3º ano de cinco escolas. No papel de “deputados”, mas numa sessão menos formal do que as anteriores, este foi um espaço de encontro e diálogo, no qual as crianças tiveram a oportunidade de partilhar as suas ideias, preocupações e desejos para o seu concelho, bem como questionar os governantes sobre temas do seu interesse.

O plenário começou com o momento “Conhecer quem nos representa”, em que cada turma se dirigiu aos representantes políticos, colocando questões mais pessoais sobre a sua infância, os seus gostos e também o exercício das suas funções. 0

O presidente da Assembleia, Silvério Guerreiro, contou que, durante a sua infância, brincava na rua, ao berlinde e à carica, numa época muito diferente dos dias de hoje. Nos seus tempos livres, tanto se sente bem a nadar na Praia de Quarteira, como a percorrer os serros à volta de Loulé ou, mais no interior, na Rocha da Pena, em Salir.

Em menino, Telmo Pinto, presidente da Câmara de Loulé, sonhava ser jogador de futebol, foi um aluno que “marrou muito” para se licenciar em Engenharia Civil, e que hoje considera que o super-herói que mais se identifica com a sua personalidade é o “Flash”, pela rapidez com que deseja trabalhar para responder às necessidades dos louletanos.

Na escola, numa aldeia minhota, a vereadora da Educação, Maria Esteves, era uma criança que, de um modo geral, se portava bem mas, como consequência de uma ou outra peripécia, não se livrou de umas reguadas na mão. Queria ser professora primária, mas foi no ensino da Filosofia que viria a desenvolver a sua atividade profissional.

Já o sonho de menino do vice-presidente do Município, David Pimentel, era ser cientista e inventar coisas novas. Hoje, revela que os interesse são outros e, como responsável pela área financeira, assume o sentimento de proteção em relação ao “cofre da câmara” e ao rigor das contas.

Quando questionado sobre como chegou a vereador, Paulo Trindade respondeu às crianças: «Têm que perguntar isso ao presidente Telmo Pinto». Para este responsável por áreas como as obras municipais, urbanismo, salubridade ou espaços verdes, a calma e a paciência são essenciais para que as coisas sejam bem feitas, em prol da melhoria do concelho.

Sul Informação

Seguiu-se o momento “A Voz das Crianças”, em que os alunos tiveram a oportunidade de expor as suas ideias e propostas para o concelho.

A Escola Básica de Quarteira trouxe propostas nas áreas da educação, como o maior apoio em termos de transportes para visitas de estudo; na saúde, como a realização de sessões para as escolas com médicos, enfermeiros, psicólogos ou dentistas; mas também uma maior participação das crianças na tomada de decisões.

A EB Nº4 de Loulé, apresentou algumas ideias nas áreas do recreio, desporto e movimento, como a realização de aulas de trampolim incluídas no programa escolar, inspirados pelo talento do ginasta Gabriel Albuquerque.

Promover a segurança rodoviária, criar espaços para os idosos, apoiar os animais de rua, ou criar equipamentos em Almancil, como uma Escola Secundária ou Piscinas Municipais, em Almancil foram as ideias dos alunos da EB Cónego Dr. Clementino Brito.

A Escola das Benfarras apontou alguma carência de equipamentos pedagógicos e recursos digitais, mas também a necessidade de mais espaços verdes com sombras, e bebedouros, no recinto escolar.

Finalmente, a EB Dnª Francisca de Aragão de Quarteira apelou à realização de ações para limpeza nas praias, mas também à importância de torná-las acessíveis para todos, apostando em equipamentos que permitam que pessoas com mobilidade reduzida possam usufruir plenamente dos espaços balneares.

Como explicou o presidente da Assembleia, esta iniciativa encerra uma «trilogia de sessões jovens», realizada em 2026.

«No próximo ano, tentaremos ir mais longe, quiçá passar para uma tetralogia e chegar a uma Assembleia dedicada ao pré-escolar», adiantou Silvério Guerreiro.

Integrada na comemoração do Dia Internacional da Criança, a sessão reiterou, de acordo com a autarquia louletana, «a aposta clara da construção de uma sociedade que inclui os jovens e as crianças nos processos de decisão, colocando-os em contacto com a democracia local».

«Podem sonhar com aquilo que quiserem! E é aqui, nesta casa, que podem concretizar muitos dos vossos sonhos, pois é aqui que estão as pessoas que podem resolver muitos dos problemas que encontram na rua», disse Telmo Pinto.

«Hoje estou eu aqui, amanhã qualquer um de vocês pode ser presidente da Câmara, mas o futuro exige dedicação e esforço», acrescentou o autarca.

No encerramento da sessão, também Silvério Guerreiro deixou palavras de incentivo a estes alunos: «Sonhem, com a confiança e sem receio de errar. Os adultos assumem também aqui o compromisso de estarem cá para os suportar, pois é pelo sonho que a humanidade chegou até aqui e todos serão os beneficiários dos vossos sonhos».

Promovida nas escolas por Rita Santos Fernandes, da Mypolis, esta Assembleia marca o início de um projeto que inclui sessões em todos os municípios algarvios e que culminará, em Julho de 2027, com uma grande Assembleia com representantes dos 16 municípios.

A MyPolis é uma organização de impacto social que promove a participação, envolvimento e colaboração de crianças e jovens. Atualmente, está presente em 30 localidades portuguesas, sete países da União Europeia e em Moçambique e Cabo Verde.

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Bersani a La7: “La ricchezza si sta concentrando sempre più in mano a pochi. È ora che paghino qualcosa, altrimenti la gente si incazza”

“Questi qui devono rendersi conto che è ora che paghino qualcosa perché dopo un po’ la gente si incazza“. Con questa frase durissima, pronunciata a Dimartedì (La7), Pier Luigi Bersani mette il dito nella piaga di un’Italia sempre più divisa tra chi accumula ricchezza a ritmi vertiginosi e chi fatica a mettere insieme il pranzo con la cena. L’occasione della riflessione dell’ex ministro è data dalle immagini dell’inaugurazione del Tala Beach, il nuovo stabilimento balneare di lusso firmato da Daniela Santanchè e dal compagno Dimitri Kunz d’Asburgo Lorena a Marina di Pietrasanta, in Versilia. Si tratta di un video che la stessa ex ministra del Turismo ha voluto diffondere sui social con orgoglio: una festa notturna tra dj set, cocktail, spettacoli, personaggi famosi (tra cui spiccano Ignazio La Russa) e arredi di pregio, con tende da sole da 12mila euro l’una, lettini esclusivi, area relax con piscina e un’atmosfera da salotto buono per vip.

Bersani non ci gira intorno: “Io penso che questa cosa disveli al meglio quello che ci dicono le statistiche, comprese le parti che non si riprendono mai della relazione del governatore della Banca d’Italia, e cioè che è in corso un fenomeno di concentrazione della ricchezza galoppante nel mondo e in Italia“.
Secondo l’ex segretario del Pd, che la grande maggioranza degli italiani possa riconoscersi in quel mondo dorato è un’illusione che si allontana sempre di più man mano che la ricchezza si concentra nelle mani di pochi. Il confronto con l’era Berlusconi arriva subito, ma Bersani lo respinge con decisione: “No, ma non mi paragoni Berlusconi con la Santanchè. Berlusconi aveva tante frecce al suo arco. Era simpatico Berlusconi, a me non molto, ma insomma a tanta gente risultava simpatico e questo fenomeno però non era così galoppante allora“.

Oggi, invece, l’accelerazione è evidente e preoccupante. “Credo che per tenere assieme questa società – osserva Bersani – bisognerà averne consapevolezza. Non è un fenomeno che genera automaticamente una risposta politica organizzata, quanto piuttosto un aggravamento del distacco tra cittadini e istituzioni, cioè il rischio è che aumenti la fascia di popolazione che dice se il mondo è così non venitemi a cercare oppure lo rifiuto in toto: la politica, la democrazia, tutto”.
La riflessione di Bersani si chiude con una domanda diretta rivolta al governo Meloni: “Ma noi possiamo o no andare a chiedere un contributo a quel 5% di italiani che hanno il 49% delle ricchezze? Possiamo leggere quel che dice Banca Italia, l’Istat, Oxfam, sul dirompente fenomeno di concentrazione delle ricchezze che abbiamo in atto? Pensiamo di arrenderci?”.

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Cara Repubblica, prima che tu compia un secolo spero troverai la verità, la giustizia e la libertà strappate

di Andrea Spinelli

La Festa della Repubblica viene celebrata con il solito elefante nella stanza. Si tratta ovviamente della mancata condanna dei crimini fascisti, perlopiù amnistiati in diverse fasi storiche, e la conseguente mancata defascistizzazione delle istituzioni italiane, ai cui vertici in molte occasioni, come è storicamente comprovato (vedi Franzinelli, Laterza, 2022), rimasero numerosi quadri della nomenclatura del ventennio.

In questo contesto la storia repubblicana non poteva non essere attraversata da un oscuro filo nero che segna le pagine più dolorose della nostra memoria: dalle stragi degli anni di piombo, ai tentativi di golpe, passando persino per Capaci e Via D’Amelio, i cui recenti sviluppi investigativi sembrano proprio indicare la presenza della destra eversiva nel ruolo di cintura di trasmissione fra servizi segreti deviati e manovalanza mafiosa. Destabilizzare per stabilizzare è il principio che anima questo progetto di controllo crudele e vigliacco. Crudele e vigliacco come tutte le azioni fasciste.

Nel frattempo il mondo intero non vuole essere da meno e si sta rapidamente rifascistizzando. Ovunque dall’Europa alle Americhe, la colpa dei mali del mondo viene fatta ricadere sui migranti. Ognuno è fiero e orgoglioso di sputare sui poveri che sostengono il loro Pil. Gli europei ce l’hanno con gli arabi, gli americani con i messicani, i cileni con i venezuelani, gli svizzeri con gli italiani etc. Tutti sognano uomini incappucciati sequestrare famiglie di stranieri e mettere a ferro e fuoco le nostre città. Ovviamente tutti ignorando che tutti siamo stati migranti e tutti quanti siamo stranieri al di fuori dei nostri confini.

Il fascismo piace, è tornato di moda, è trend topic su Instagram e TikTok. Tutti votano per i partiti di estrema destra. Ma poi si accorgono che non sono abbastanza di destra, e quindi tornano a votare per il fascista successivo, che si dichiarerà più duro, più razzista e più fascista che mai. Purtroppo, tutto ciò dimostra che la Storia non è maestra di un bel niente. Forse siamo troppo ignoranti. O forse ci piace così. Facciamoci del male, come diceva Francesco Nuti.

In questo contesto, inesorabilmente, la meravigliosa Costituzione Italiana, figlia della Resistenza antifascista, rimane un programma in gran parte inattuato. E tuttavia, il recente No al referendum costituzionale, alla tremebonda “riforma” della giustizia, è il miglior regalo che potessimo fare a questa Repubblica a sovranità limitata.

Quindi buon compleanno Repubblica Italiana. Ma prima che tu compia un secolo di vita, ti auguriamo di trovare tutta la verità, la giustizia e la libertà che ti hanno strappato.

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.

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Travaglio a La7: “La parata del 2 giugno puzza di ipocrisia. Se sfilano droni, diciamo chiaramente che l’Italia non ripudia più la guerra”

“A me questa parata del 2 giugno puzza, distante un miglio, di ipocrisia, di fasullume, di vuotaggini“. Sono le parole pronunciate a Otto e mezzo (La7) dal direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, che, interpellato da Lilli Gruber sul discorso tenuto ieri alla festa della Repubblica del presidente Mattarella e sul contesto internazionale segnato da riarmo e tensioni, sceglie la via della sincerità senza filtri.
“Purtroppo come in ogni 2 giugno mi cogli al punto più basso del mio spirito patriottico – esordisce il giornalista – Io ho sentito dire che la nostra Costituzione ripudia la guerra mentre sfilavano droni, carri armati, missili, bombardieri e quindi o è vera una o è vera l’altra”.

Travaglio non contesta il principio della difesa, ma mette in discussione la scelta simbolica di celebrare l’ottantesimo anniversario della Repubblica con un’esibizione di armamenti. Quest’anno, in particolare, l’attenzione si è concentrata sui droni, presentati come vanto della produzione nazionale. Per il direttore del Fatto si tratta invece di un simbolo problematico: “Il drone è l’arma più vile che esista perché la telecomandi a distanza, perché fa un sacco di vittime civili, perché può essere deviata, perché non fa vittime tra i tuoi ma solo tra gli altri e quindi deresponsabilizza completamente chi la utilizza. Ma che gli è saltato in mente di far sfilare i droni? Per carità li producono tutti, li produciamo anche noi, ma perché dovrebbero diventare il simbolo e il vanto della nazione?”.

E aggiunge: “Facciamo sfilare dei diplomatici, dei cooperanti, dei volontari, dei facilitatori, della gente che mette insieme il dialogo fra i popoli, non degli strumenti che mai come in questo momento distruggono e uccidono”.
Il giornalista richiama poi episodi recenti per rafforzare la sua tesi: “L’altro giorno i droni ucraini hanno fatto secchi 21 studenti in una scuola del Lugansk, poi c’è stato il drone deviato, a Gaza i droni sono stati utilizzati per sterminare la popolazione civile e adesso in Libano“.
Di fronte a queste immagini, conclude, l’articolo 11 della Costituzione rischia di suonare vuoto: “A questo punto, smettiamola di celebrare l’articolo 11 della Costituzione e diciamo che l’Italia ripudia la pace e che non ripudia la guerra, perché altrimenti suona tutto finto e tutto fasullo. E la gente non ci capisce più niente”.

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Vannacci furioso con Pozzolo dopo l’incidente con tasso alcolemico doppio rispetto ai limiti: deve spiegare e prendersi la responsabilità

Raccontano che quanto successo l’altro pomeriggio a Emanuele Pozzolofuoristrada con il Suv e tasso alcolemico doppio rispetto al limite di legge – abbia molto irritato Roberto Vannacci, vista anche la tempistica dell’incidente, a ridosso dell’assemblea costituente di Futuro Nazionale, in programma il 13 e il 14 giugno a Roma.

Per di più, a poche ore dall’arrivo nel partito di quattro nuovi parlamentari, due da Forza Italia e due dalla Lega (ma potrebbe esserci anche un quinto ingresso, sempre dal Carroccio). Non a caso, la linea che trapela da FN è che lo stesso Pozzolo dovrà chiarire subito e pubblicamente quanto accaduto. Il generale auspica una sorta di assunzione di responsabilità, in un momento cruciale per l’ascesa della sua creatura, ormai a un punto dalla Lega stando a vari sondaggi.

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Emanuele Pozzolo (Futuro Nazionale) fuori strada con il suv a Biella: tasso alcolemico di molto al di sopra del limite

Emanuele Pozzolo, esponente di Futuro Nazionale, è finito fuori strada a bordo del suo suv nel Biellese martedì pomeriggio mentre percorreva la strada che porta a Cossato. A quanto si apprende, il deputato – sottoposto ad alcol test dai vigili del fuoco e dalla polizia stradale, intervenuti sul posto – è risultato con un tasso alcolemico circa il doppio del limite. L’incidente è avvenuto durante un’ondata di maltempo senza alcun impatto con altre auto né conseguenze fisiche per l’esponente del partito di Roberto Vannacci. Al parlamentare è stata ritirata la patente e viene contestato il reato di guida in stato di ebbrezza.

Nell’ottobre dello scorso anno Pozzolo, eletto con Fratelli d’Italia e poi transitato in Futuro Nazionale, è stato condannato in primo grado dal tribunale di Biella a un anno e tre mesi per porto abusivo di armi – una mini pistola North American Arms -, con sospensione condizionale della pena in relazione all’incidente del Capodanno 2024. In quella circostanza, durante una festa a Rosazza, con alcuni colleghi di FdI, Luca Campana, il compagno della figlia del capo scorta di Andrea Delmastro – ai tempi ancora sottosegretario alla Giustizia – venne ferito da un colpo di pistola esploso con l’arma dello stesso Pozzolo.

Poche settimane fa, una situazione simile era capitata al sindaco di Ferrara, Alan Fabbri, e all’assessora Francesca Savini. Quest’ultima era alla guida dell’auto, con a bordo entrambi, tra Sermide e Felonica, nel Mantovano, quando ha perso il controllo del mezzo ed è finita nelle campagne. Nessuno aveva riportato ferite, ma Savini era risultata positiva all’acol test e le era stata ritirata la patente. In seguito all’accaduto, l’assessore si era dimessa.

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La mia proposta per una legge elettorale neutra e rispettosa di democrazia e Costituzione

di Giuliano Bastianello*

Il principio è semplice, e sta scritto nella Costituzione: il voto di ogni cittadino deve avere lo stesso peso. Ogni parlamentare eletto deve rappresentare, in misura sostanzialmente uguale, la medesima quota di elettori. È quanto prescrive l’articolo 48 violato sistematicamente dal Rosatellum pensato, come vuole replicare l’attuale governo, per favorire la maggioranza.

I numeri delle politiche del 25 settembre 2022 sono impietosi. Un parlamentare del centrodestra rappresenta in media 52.341 elettori; uno dell’opposizione 93.827. Uno scarto del 79,3%, che significa, in termini concreti, che il voto di un elettore dell’opposizione ha pesato meno della metà di quello di un elettore della coalizione vincente. Il caso più emblematico riguarda la Lega e il Movimento 5 Stelle: la prima, con 2,47 milioni di voti, ha ottenuto 66 seggi — un eletto ogni 37.424 elettori; il secondo, con 4,34 milioni di voti, quasi il doppio, ne ha ottenuti solo 52 — un eletto ogni 83.462 elettori. Un elettore leghista ha avuto un peso parlamentare 2,23 volte superiore a quello di un elettore del M5S. In una democrazia che si rispetti, questo è inaccettabile.

Non si tratta di irregolarità: è un effetto strutturale, prevedibile, incorporato nel sistema elettorale vigente. La Corte Costituzionale aveva già lanciato un campanello d’allarme preciso: con la sentenza n. 1 del 2014 — quella che dichiarò incostituzionale il Porcellum — i giudici enunciarono con chiarezza il principio per cui la legge elettorale non può produrre una distorsione della rappresentanza tale da compromettere l’eguaglianza del voto garantita dall’articolo 48. A distanza di oltre dieci anni, e dopo due leggi elettorali nel frattempo approvate, il problema non solo persiste: si è aggravato e si propone di peggiorarlo ancora.

La proposta che qui illustro interviene alla radice, attraverso quattro obiettivi tra loro coerenti: eguaglianza del voto, rappresentanza territoriale, scelta diretta degli eletti, parità di genere.

Il sistema è di tipo misto, con una netta predominanza proporzionale: l’80% dei seggi viene assegnato con il metodo Sainte-Laguë — adottato in Germania, Svezia e Norvegia, riconosciuto come il più equo in termini di proporzionalità complessiva — mentre il restante 20% è attribuito attraverso collegi uninominali. Questi ultimi, però, sono sottoposti a una correzione obbligatoria: se una lista ha ottenuto nei collegi uninominali più seggi di quanti ne spetterebbero in base al voto proporzionale nazionale, si assegnano seggi compensativi alle altre liste fino al ripristino della proporzionalità. È un meccanismo mutuato dal modello tedesco, che impedisce alla quota territoriale di alterare l’equilibrio complessivo della rappresentanza.

La soglia di sbarramento può oscillare dal 3% al 4% su base nazionale: abbastanza da garantire la funzionalità del Parlamento evitando la frammentazione, non così alta da escludere forze politiche con un radicamento reale nel corpo elettorale. Nessun premio di maggioranza, nessuna soglia differenziata per coalizioni. Il Parlamento eletto così rappresenterà la volontà degli elettori.

Basta liste bloccate, ritornano le preferenze: ogni elettore può indicare fino a tre nomi tra i candidati della lista prescelta. È la preferenza a determinare l’ordine degli eletti, restituendo ai cittadini un potere che oggi non hanno. Per la parità di genere, si adotta la doppia preferenza obbligatoria: se si esprimono due o tre preferenze, almeno una deve essere di genere diverso dalle altre. Nelle regioni italiane dove è in vigore, la quota di elette è salita in media dal 15% al 28%.

La simulazione sui dati del 2022 è eloquente: applicando questo sistema agli stessi risultati elettorali, lo scarto nel rapporto elettori/seggio tra la lista più favorita e la più penalizzata scenderebbe dal 79,3% al 4,1%. Il principio “un uomo = un voto” sarebbe sostanzialmente rispettato per tutte le liste ammesse.

Questa non è una riforma ideologicamente orientata, né una proposta di parte. Il principio di eguaglianza del voto è neutro: non avvantaggia la sinistra né la destra, non premia i grandi partiti né i piccoli, non è pensato per favorire la governabilità di questo o quell’esecutivo. È semplicemente la condizione minima perché un sistema possa dirsi democratico. La sua realizzazione attraverso il proporzionale con correzione uninominale è una scelta tecnica, matura, fondata su decenni di esperienze comparate di successo. Ed è, prima ancora, un obbligo costituzionale che questo Parlamento ha il dovere di onorare.

* Presidente ItaliaCivile.org — Premio Giorgio Ambrosoli 2018

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Trump si dimostra più lucido degli apologeti di Netanyahu

La telefonata rivelata da Axios in cui Donald Trump rovescia la sua epic fury su Benjamin Netanyahu, dicendogli improvvisamente la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità («Sei completamente pazzo. Saresti in prigione se non fosse per me. Ti sto salvando il culo. Ora tutti ti odiano. Tutti odiano Israele per questo») dimostra anzitutto due cose. La prima è che Trump, pur mentendo costantemente e spesso anche delirando in pubblico, in privato è molto più lucido di quanto sembrerebbe; la seconda è che è comunque molto più razionale di tanti apologeti di Netanyahu, e di tutti coloro che si ostinano a imbastire implausibili difese dell’indifendibile, danneggiando la loro causa e la loro credibilità. Per colpa di Netanyahu, che a quest’ora dovrebbe essere in galera da un pezzo, oggi tutti odiano Israele, come testimonia lo sfogo del suo ultimo sostenitore rimasto sul pianeta. Il che ovviamente non vuol dire che di questa situazione Netanyahu sia l’unico e solo responsabile, come dimostra il fatto stesso che ci sia ancora qualcuno, persino in Italia, che ha il coraggio di difenderlo. Del resto, più passa il tempo e più l’assoluta indifferenza per le vittime degli attacchi israeliani (o delle violenze dei coloni) avvicina i commentatori filo-Netanyahu alle vette di cinismo, disprezzo della logica e della vita umana del circo filo-putiniano.

C’è chi dice che non esistano in Italia sostenitori disinteressati di Vladimir Putin, ma è una teoria che mi convince poco e mi piace ancora meno, non foss’altro perché «chi ti paga?» è il tipico grido di battaglia degli sbandati organizzati e aizzati dai troll del Cremlino, e lo lascio volentieri a loro. Ma comincio a pensare che, tanto per i sostenitori di Putin quanto per quelli di Netanyahu, la disarmante sincerità di Trump, la sua fanciullesca inconsapevolezza, la trasparente, spudorata, evidente empietà dei suoi metodi e dei suoi fini possano avere paradossalmente un effetto catartico, mostrando al mondo intero la patetica inconsistenza di tutte le loro narrazioni e giustificazioni.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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Piano casa, il governo promette 100mila abitazioni ma riduce gli sconti sulle ristrutturazioni: due volte bocciato

Se dovessimo cercare una qualche metafora, il Piano casa si presterebbe bene a quella del bastone e della carota. Il bastone è rappresentato dalla velocizzazione delle procedure di sfratto a favore dei proprietari, la carota da una modesta prospettiva di social housing per chi cerca casa. I due aspetti sono così diversi da viaggiare anche su binari legislativi differenti. Gli interessi dei proprietari, tutelati principalmente da Forza Italia, vengono consegnati a un disegno di legge dai tempi lunghi, la riqualificazione edilizia con qualche nuova abitazione, una volta nel dna della destra sociale, invece è contenuta in un corposo decreto legge.

Anche il cosiddetto Piano casa mostra la natura composita e conflittuale della coalizione delle destre. Tutti potranno così dire di aver vinto, o forse tutti hanno perso.

Il Piano casa del governo ha una dimensione temporale decennale, promettendo di costruire 100.000 alloggi in 10 anni. Questo suona abbastanza curioso a dieci mesi dalle prossime elezioni politiche. Sfugge la ragione per cui la destra non si sia tenuta questo asset per la prossima campagna elettorale. Probabilmente non ci credono nemmeno loro e intanto fanno roboanti annunci.

Il fatto che il Piano faccia acqua da molte parti è già stato chiarito anche da più autorevoli osservatori su questo blog, soprattutto perché i 10 miliardi di euro promessi non si vedono nemmeno con il binocolo. Siccome il problema è serio, vorrei portare una prospettiva diversa. Potrebbe esistere un Piano casa differente, realmente popolare e non populista, non demagogico e orientato all’interesse generale?

Intanto non bisogna fare confusione. Il problema casa in Italia ha due dimensioni, egualmente importanti. La prima è quella dell’urgenza abitativa delle famiglie che non trovano casa a prezzi accessibili. Il secondo è quello più strutturale dell’invecchiamento del nostro patrimonio edilizio. La maggior parte delle case degli italiani è frutto dei risparmi del boom economico, il che significa che sono vecchie e necessitano di sostanziosi interventi di ristrutturazione. Poiché il patrimonio edilizio delle famiglie italiane è il più ampio in Europa, le cifre sono da capogiro. Eppure i due problemi vanno affrontati insieme.

Da un lato si tratta di aiutare le famiglie in difficoltà economica, e dall’altro di sostenere le opere di ristrutturazione edilizia che hanno costi notevoli. Se questo è il punto sul quale è difficile non essere d’accordo, il nodo sono le risorse. Ovviamente è da escludere nuovo debito pubblico, come è accaduto con il super bonus edilizio. La soluzione va trovata con i proprietari e per i proprietari di case.

Per arrivare ad una possibile risposta, sostenibile ed equa, forse non occorre andare molto lontano. Guardando alla dichiarazione personale dei redditi troviamo una voce che ci può aiutare, è l’Irpef sulla prima casa, la nostra mini patrimoniale. Questa voce comprende la rendita catastale, un reddito figurativo che non viene poi considerato nel calcolo generale, almeno per la prima casa. Per il singolo proprietario dell’immobile il guadagno fiscale è modesto. Ma se guardiamo al valore globale le cose cambiano. La deduzione per l’abitazione principale nel 2024 è stata pari a 9,7 miliardi di euro, con un’imposta netta che si aggira tra i tre e quattro miliardi.

Ecco allora una possibile soluzione al problema delle risorse di un vero Piano casa. La somma dell’Irpef ora non versata potrebbe costituire un fondo di rotazione annuale per finanziare le ristrutturazioni delle prime case, sempre al 50%, come pure l’housing sociale. In un certo senso il ciclo edilizio si chiuderebbe, da privati a privati, con la regia pubblica. Certamente i 25 milioni di contribuenti che godono oggi del beneficio fiscale storceranno il naso. Ma lo storceranno ancora di più in futuro perché il governo Meloni ha prorogato lo sconto del 50% per le ristrutturazioni edilizie solo per il 2026. Per il 2027 si scenderà al 36% con una bella riduzione di migliaia di euro per intervento. E le cose potrebbero peggiorare a seconda dei saldi di finanza pubblica.

La forza dell’idea è allora quella di una vera collaborazione collettiva: da una parte il contribuente rinuncia al modesto vantaggio fiscale annuale, dall’altro questo vantaggio viene capitalizzato abbondantemente al momento della necessaria ristrutturazione. Prima o poi toccherà a tutti ristrutturare e le risorse ci sarebbero. Spetta poi alla politica definire i dettagli dell’operazione in maniera ragionevole.

Un vero Piano casa di questo tipo sarebbe sicuramente sostenibile nel lungo periodo e ci porterebbe senza traumi a rispettare la direttiva europea delle Case Green. Tra un decennio il vecchio patrimonio edilizio italiano dovrà ridurre il consumo di energia del 20%. Non si intravede come questo possa avvenire senza una reale collaborazione tra pubblico e privato.

Mentre promette 100.000 abitazioni in dieci anni, la miseria di 10.000 all’anno, la politica edilizia del governo Meloni ha tagliato gli sconti sulle ristrutturazioni. Questo basta per bocciarla due volte: una volta perché fa pochissimo per il social housing, una seconda perché danneggia in maniera sostanziale i proprietari di case. Un vero capolavoro di incompetenza amministrativa, prima che di miopia politica.

Comunque il problema di un vero Piano casa, ecologico e sostenibile, rimane per tutti: per le urgenze abitative, sicuramente, ma anche per le ristrutturazioni edilizie che fra qualche anno non saranno meno urgenti. Muoversi per tempo non sarebbe male.

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Pesquisa Goiás Pesquisas aponta Daniel Vilela líder com 32,6% das intenções de voto em Goiás

O governador e candidato à reeleição, Daniel Vilela (MDB), lidera disputa com 32,6% dos votos no cenário estimulado. O segundo colocado é o ex-governador Marconi Perillo (PSDB), com 18,6%, e o terceiro é o senador Wilder Morais (PL), com 12,2%.

Fecham o quadro o ex-deputado estadual Luis Cesar Bueno (PT) com 3,1%, a cientista social Cíntia Dias (PSol) com 2,6% e o advogado Telêmaco Brandão (Novo) com 1,1%. Não sabem ou não quiseram responder somam 19,8%. Brancos e nulos são 9,9%.

O instituto Goiás Pesquisas entrevistou 1.150 eleitores do Estado entre os dias 27 e 29 de maio de 2026. A margem de erro é de 2,8 pontos percentuais para mais ou para menos.

Em respeito à resolução 23.600 do Tribunal Superior Eleitoral (TSE), a pesquisa foi registrada sob o protocolo GO 01340/2026.

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Tarifaço: O que é a Seção 301 que os EUA de Trump vêm usando contra o Brasil há décadas?

A ideia de que os Estados Unidos podem intervir em outras nações para garantir os interesses das empresas norte-americanas não é uma novidade. Nem para Donald Trump nem para a indústria brasileira. 

Uma demonstração disso foi a conclusão do governo norte-americano, divulgada nesta segunda-feira, 1º de junho, de uma investigação sobre o Brasil que propõe uma nova tarifa de 25% sobre os bens importados do país. A alegação é que o Brasil teria políticas e práticas comerciais injustas que iriam contra os interesses de organizações, serviços e produtos norte-americanos.

A imposição ou não da tarifa será decidida pelo presidente Donald Trump, que tem até 15 de julho para publicar a versão final do relatório do Escritório do Representante de Comércio dos EUA (USTR, na sigla em inglês), órgão que realizou a investigação a pedido do presidente dos Estados Unidos.  

Seja agora, ou no tarifaço de 50% que chegou a ser aplicado pelo republicano ao Brasil, em agosto do ano passado e revertido pelo governo brasileiro, ou seja na penalização de 100% que parte da indústria nacional enfrentou há quase 40 anos, o dispositivo legal usado nas três ocasiões foi o mesmo: a seção 301 da Lei do Comércio de 1974, criada pelo Congresso dos Estados Unidos. 

O objetivo, todas as vezes, foi redefinir os tratados comerciais com o Brasil. A lei prevê que retaliações comerciais sejam impostas unilateralmente para coibir “práticas comerciais desleais”, de outros países, consideradas prejudiciais aos interesses norte-americanos. A justificativa dos Estados Unidos seria trocar a lógica do livre comércio (free trade) pelo comércio justo (fair trade).

Justo para quem?

A primeira retaliação ao Brasil, com base na seção 301, ocorreu entre 1988 e 1991. Empresas de tecnologia como a Apple e, em especial, a indústria farmacêutica, estiveram nos bastidores da decisão de taxar em 100% os produtos brasileiros que entravam nos EUA. Já em agosto de 2025, como já mostrou a Agência Pública, as cordas estavam sendo puxadas pelas big techs. Agora, entre diversos fatores econômicos e políticos, as empresas norte-americanas de cartão de crédito aparecem entre as interessadas, já que um dos mecanismos mais citados no relatório do USTR, entre aqueles considerados “injustos”, está o PIX brasileiro.

Computadores e remédios: o primeiro – e maior – tarifaço

Na base do tarifaço de 100% sofrido pelo Brasil em 1988 estão dois bisavôs brasileiros de nossos notebooks pessoais: o Unitron AP II e MAC-512. Os projetos apresentados pela empresa Unitron Eletrônica à antiga Secretaria Especial de Informática (SEI), entre 1982 e 1985, fez a Apple acionar o governo norte-americano por ações contra o Brasil.

A revolta era justificada já que a empresa brasileira alterava os modelos que tinham licença para produzir. Algumas versões adicionavam formas de acentuação que fariam sentido em português, mas não no inglês. Até hoje este é conhecido como um dos primeiros casos de clones da Apple no mundo. E por que a empresa não produzia ela mesma os Macs da época? Por que a Política Nacional de Informática no Brasil proibia a fabricação de computadores estrangeiros justamente para desenvolver a indústria nacional. O mesmo valia para importações.

Os Estados Unidos, então, abriram em 1987 uma investigação contra a prática comercial brasileira e incluíram o país na lista “Special 301” de “observação prioritária”. Soa familiar?

O tarifaço passou a valer um ano depois, após a indústria farmacêutica se juntar ao coro. O “problema”, de fato, era que o Brasil integrava as nações que não reconheciam patentes para medicamentos – o direito legal de explorar exclusivamente alguma substância descoberta, atualmente estabelecido em 20 anos.

O tarifaço dos anos 80 só foi suspenso após um compromisso público do recém-eleito presidente Fernando Collor de Melo, em 26 de junho de 1990, quando a investigação promovida pelos EUA também foi encerrada, já na era George Bush (o pai).

Revertido, tarifaço de 2025 chegava a 50% 

Um novo tarifaço aos produtos brasileiros só voltaria a ocorrer em agosto do ano passado. 

Na época, os EUA representavam cerca de 4% de todas as exportações brasileiras, ou aproximadamente 2% do PIB (produto interno bruto) do Brasil. Café, calçados, carne bovina, tecidos e frutas (exceto laranja e seu suco) estavam entre os 3,8 mil produtos que passaram a ser alvos do tarifaço de 50%.

Essa, entretanto, não era a totalidade da exportação feita pelo Brasil aos EUA naquela época. As cobranças consideravam 35,9% das mercadorias exportadas (que representavam 44,6% do valor total das vendas). Ou seja, metade do que o país vendia aos norte-americanos continuou na regra dos 10% impostos globalmente pelo governo Trump. Entre os produtos, alguns de alto valor, 694 ficaram de fora da cobrança de 50% determinada pela Casa Branca.

Por meio de negociações bilaterais, as principais taxas impostas em 2025 caíram, via decreto do presidente Donald Trump, em novembro daquele ano. A maioria dos produtos, cerca de 200 itens, eram agrícolas, entre eles carne, café e alguns fertilizantes à base de amônia. 

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