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Giappone tra tifone Jangmi e caldo estremo: Tokyo paralizzata tra blackout e allagamenti

Il tifone è transitato a velocità sorprendente fin da lunedì, scatenandosi dall’isola di Okinawa in direzione est e nord-est, per poi abbattersi su Tokyo all’alba di mercoledì. Jangmi, il sesto taifū tropicale (tifone) del 2026, si è formato all’interno del vortice monsonico sul Mar delle Filippine, provocando piogge molto intense, allerte inondazioni e tutta una serie di danni a cui il Giappone — per quanto abituato alla consuetudine di tali eventi — ha risposto cercando di alleggerire i danni e le molte interruzioni alla quotidianità.

All’aeroporto di Haneda (Tokyo) sia la compagnia ANA che JAL hanno cancellato un totale di 760 voli domestici e 90 internazionali, e il traffico sulle autostrade ha subito alcune restrizioni. Inoltre Jangmi ha causato ovunque nel Paese disagi al traffico ferroviario, con cancellazioni e ritardi dei treni nell’area metropolitana di Tokyo. Uno dei disagi maggiori per le famiglie è stata la mancanza di corrente elettrica per diverse ore. Secondo la Tokyo Electric Power Co. Holdings, sono molte le abitazioni nella regione di Kanto-Koshin che mercoledì sera hanno subito un blackout, e in totale si sono registrate interruzioni della corrente in quasi 60.000 abitazioni. Le autorità hanno ricevuto segnalazioni di allagamenti, alberi caduti, detriti e frane in un’ampia fascia di regioni, ha dichiarato il portavoce del governo Kihara Minoru in conferenza stampa.

I dati dell’Amministrazione Metropolitana della capitale rivelano che 1.800 famiglie nella città di Ome sono rimaste senza acqua, e che per riuscire a risolvere il problema occorreranno diversi giorni. Jangmi ha concluso la sua presenza in Giappone, ma rimangono i segni lasciati, le persone colpite e soprattutto molte domande a cui dare risposte. Se è vero che il Giappone è attraversato ogni anno da diversi tifoni, lo è altrettanto che quelli che devastano maggiormente il Paese con piogge torrenziali e venti violenti si verificano solitamente in estate. È molto raro secondo gli esperti — sebbene non senza precedenti — che un tifone di tale portata si presenti nel mese di giugno alla vigilia di Tsuyu (stagione delle piogge).

Le spiegazioni date sono: “Una combinazione di fattori climatici, tra cui la comparsa del fenomeno climatico El Niño, ampiamente prevista, oltre agli effetti del riscaldamento globale, problema che potrebbe rendere i tifoni in arrivo sul Giappone più violenti”. A queste conclusioni seguono le allerte alla popolazione, a cui si chiede di mantenere alta la vigilanza. Intervistato dal Japan Times, il professore Ito Kosuke dell’Istituto di Ricerca e Prevenzione dei Disastri all’Università di Kyoto afferma: “L’aumento delle temperature superficiali del mare, causato dai cambiamenti climatici, ha alimentato ulteriormente il tifone e il fronte piovoso stagionale che si trovava a est. Le piogge record e la formazione di zone di precipitazioni lineari in alcune aree sono il risultato di entrambi questi fattori”. El Niño dunque non porterà più estati fresche, anzi l’Agenzia Meteorologica Giapponese prevede che la temperatura di quest’estate nipponica sarà ancora più alta delle ultime stagioni.

Manca davvero poco al solstizio d’estate e il clima diventerà così torrido che il governo di Takaichi Sanae — oltre a cercare ulteriori alleanze che lo rendano inattaccabile e sicuro di attuare sempre più leggi che contraddicono la costituzione pacifista del Paese — sta iniziando a scegliere nuovi termini per descriverlo. Tocca però alle persone, e ai produttori di gadget che qui sono OTT (over the top), cercare tutti i rimedi possibili per alleviare gli inconvenienti di sudore e sintomi affini.

Tra le molte novità sul mercato c’è quella del produttore Thanko, che ha messo a punto un dispositivo di raffreddamento per ascelle, il waki-no-kura, ovvero una piccola ventola che si fissa alle maniche (corte) della camicia o della T-shirt in grado di emettere un flusso d’aria costante, così da mantenerle asciutte. Altra proposta è il Fanneru (“fan-ventilatore” e “neru -dormire-”), cioè una coperta dotata di due ventilatori integrati che risolverebbe il problema dell’accumulo di calore durante la notte, mantenendo una temperatura gradevole.

A causa del previsto kokusho (caldo crudele) cambia anche l’etichetta sull’abbigliamento al lavoro. Il famoso “Cool Biz”, lanciato dal Ministero dell’Ambiente nel 2005, che incoraggiava i dipendenti pubblici a rinunciare a cravatte e camicie a maniche lunghe, e le dipendenti ai collant, ha oggi oltrepassato il limite. Ora permetterà a uomini e donne di mostrare le gambe nude davanti ai colleghi grazie a calzoncini corti, naturalmente intonati per colore e stoffa alle irrinunciabili giacche.

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How social media platforms keep students hooked: Notifications during school hours and paid ‘teen ambassadors’

TikTok executives decided not to disable notifications during school hours, ignoring recommendations from their own safety team, and paid millions of dollars to parents’ and teachers’ associations to promote the social network in schools. Snapchat sent alerts to teenagers while they were in class urging them to share what was happening in the classroom. Google executives knew that YouTube was recommending videos to students during the school day that were unrelated to their lessons. Meta paid “teen ambassadors” to promote Instagram and hand out gifts to their classmates.

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© JUAN BARBOSA

A group of teenagers with their cell phones.
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‘Libere anche qui’, il manifesto contro la violenza online sulle donne: “Servono consapevolezza e una legge sul consenso digitale”

Non basta indignarsi per qualche giorno sui social o chiudere un sito web. Per combattere la violenza di genere che infetta la sfera digitale serve un cambiamento culturale, ma anche norme capaci di arginare le nuove forme di abuso. Perché la violenza su internet non è una semplice estensione di quella tradizionale, ma un fenomeno che amplifica la capacità di controllo, umiliazione e aggressione ai danni delle donne. È da queste consapevolezze che nasce Libere anche qui, campagna nazionale sul consenso digitale presentata questa mattina in Senato.

Valeria Campagna è una consigliera comunale del Pd a Latina e componente della Direzione nazionale dem. Nel 2025 aveva denunciato pubblicamente che alcune sue fotografie erano finite su phica.eu, forum che pubblicava scatti rubati sui social network o foto scattate in luoghi pubblici e privati all’insaputa delle dirette interessate, portando alla chiusura del sito. E oggi è tra le promotrici dell’iniziativa: “Bisogna intervenire su più livelli – spiega Campagna, che è anche vicesegretaria regionale del Pd Lazio -, sul versante culturale e su quello normativo. Quando andai in questura a denunciare che le mie foto erano su quel sito mi sono sentita rispondere: ‘Dobbiamo capire qual è il reato da contestare’, perché non ne esiste uno specifico“.

La campagna nasce dall’esperienza diretta delle sue promotrici – ci sono anche Anna Frattini, assessora a Brescia, Lucrezia Iurlaro, presidente dell’associazione Tocca a noi, Giulia Pelucchi, presidente del Municipio 8 di Milano, e Laura Sparavigna, assessora a Firenze -, donne impegnate nella politica, nelle istituzioni e nell’attivismo che hanno vissuto forme diverse di sessismo, molestie e violenza digitale. Episodi differenti, ma accomunati dalla consapevolezza che ciò che accade online non è separato dalla vita reale. Anzi, la violenza che nasce offline può amplificarsi attraverso il digitale, mentre quella che si sviluppa in rete torna poi a influenzare il mondo reale in un continuo circolo vizioso difficile da interrompere.

La iniziativa, avviata con il supporto della rete di amministratrici e amministratori di TiCandido e il contributo di D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza e della Casa Internazionale delle Donne, si sviluppa attorno a due assi. Il primo è fondato sull’Atlante del Consenso Digitale, strumento pensato per spiegare cosa significhi “consenso” negli spazi online che si basa su due principi: il consenso come scelta libera, informata, esplicita e sempre revocabile e la reciprocità come alternativa alle logiche di dominio, possesso e controllo. Non un manuale giuridico, ma una bussola destinata a cittadini, scuole, famiglie, aziende che spiega come il consenso vada sempre chiesto anche online, che immagini e dati personali non possano essere condivisi senza autorizzazione, che l’invio di contenuti sessualmente espliciti non richiesti costituisca una forma di violenza e che deepfake e materiali generati dall’intelligenza artificiale senza consenso rappresentino nuove forme di abuso digitale.

Il secondo asse è politico e normativo. Le promotrici chiedono che l’Italia utilizzi la scadenza del 14 giugno 2027, data entro cui dovrà essere recepita la Direttiva europea 2024/1385 sulla violenza contro le donne e la violenza domestica, per costruire una disciplina più ampia e aggiornata sulla violenza digitale di genere. L’obiettivo è colmare le lacune esistenti, estendendo la tutela anche alla diffusione non consensuale di immagini non intime, alle pratiche di controllo digitale e alle forme di delegittimazione e abuso online oggi non sempre adeguatamente coperte dalla normativa vigente.

L’obiettivo è arrivare alla stesura di una proposta di legge costruita attraverso un percorso partecipativo che coinvolga amministratori locali, associazioni, centri antiviolenza, giuristi, esperti di tecnologie digitali, scuole, università e cittadini in una discussione pubblica diffusa sul territorio nazionale. Per questo nei prossimi mesi le promotrici saranno impegnate in una serie di incontri pubblici in diverse città italiane. Il percorso partirà da Parma e toccherà poi Roma, Milano, Bologna e Napoli, con l’obiettivo di raccogliere contributi, esperienze e proposte provenienti da realtà territoriali differenti e costruire una rete nazionale impegnata sul tema.

La campagna si inserisce in un contesto sempre più preoccupante. Secondo la Mappa dell’Intolleranza 2025, le donne continuano a essere il gruppo più colpito dall’odio online in Italia: il 44,59% dei contenuti che le riguardano presenta caratteri misogini, con una crescita degli attacchi rivolti al corpo, all’aspetto fisico e alla sessualità. Nel 2024 la Polizia Postale ha registrato quasi 2.000 reati online a danno delle donne, con il cyberstalking in aumento dell’8%, mentre a livello europeo una donna su dieci dichiara di aver subito molestie online. Sempre secondo i dati richiamati dal documento,

La Relazione sulla dimensione digitale della violenza contro le donne approvata dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio descrive un fenomeno in continua evoluzione fatto di doxing, sextortion, revenge porn, hate speech, controllo attraverso sistemi di geolocalizzazione e nuove forme di abuso legate all’intelligenza artificiale: il 96% dei contenuti deepfake presenti in rete ha natura pornografica. Tecnologie nate per facilitare la comunicazione e la condivisione possono trasformarsi in strumenti di sorveglianza, ricatto e intimidazione. Di qui Libere anche qui: perché le donne tornino a essere libere anche sul web.

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La NASA ha ordinato al suo equipaggio a bordo della ISS di prepararsi ad una possibile evacuazione

Roscosmos ha avviato una riparazione per l’aggravarsi della perdita d’aria del modulo russo Zvezda della Stazione Spaziale Internazionale. Per cautela, la NASA ha ordinato all’equipaggio della missione Crew-12 e all’astronauta americano Chris Williams di rifugiarsi all’interno della navicella Crew Dragon... Leggi tutto
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L’Ue appoggia il dialogo Kyiv‑Mosca, ma il Cremlino resta ambiguo

Nessuno sa se, dopo quattro anni di guerra, sia finalmente giunto il momento di chiuderla con un vertice tra Putin e Zelensky. Ma intanto è l’Ue a fare un passo deciso verso la strutturazione di un tavolo diplomatico che sia il più largo possibile. Bruxelles sostiene che la lettera aperta di Volodymyr Zelensky a Vladimir Putin è “un’altra dimostrazione dell’Ucraina d’interesse genuino per i negoziati” e “sosteniamo” la richiesta di Zelensky di un incontro. Due le strade percorribili, al momento: l’utilizzo dell’E3 al tavolo dei negoziati o l’appalto “diretto” al mediatore che andrà individuato. Mosca, come è noto, vorrebbe l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder, uomo di punta in Gazprom, ma proprio per questa ragione lontano dall’essere super partes.

La lettera aperta

Nella lettera aperta indirizzata al leader del Cremlino, Zelensky aveva chiesto un incontro a Putin nelle stesse ore in cui lo zar si mostrava (per l’ennesima volta) favorevole a nuovi colloqui di pace con l’Ucraina e proponendo come mediatore l’ex cancelliere tedesco. Una mossa che va letta in relazione alla contingenza russa, fatta di soldati in affanno, scarsezza di risorse e mezzi, ma che è stata seguita dal consueto prologo “diplomatico”, con l’attacco a Washington da parte del ministro degli Esteri russo. Serghei Lavrov infatti si è lamentato del fatto che gli Usa non avrebbero rispettato i patti del vertice in Alaska con Donald Trump dello scorso agosto. In parallelo Mosca sarebbe disposta a sedersi al tavolo con l’Unione europea: “La Russia non rifiuta i contatti con la Ue. L’Unione Europea potrebbe aiutare a risolvere la crisi ucraina, ma questa assistenza dovrebbe rientrare negli accordi di Anchorage”, ha precisato lo zar, aggiungendo che Mosca “non è contraria all’adesione dell’Ucraina alla Ue, ma è contraria al fatto che la Ue diventi un blocco militare”.

Bastone, carota, bastone: la tattica russa

Come spesso accade da quattro anni a questa parte, Putin sceglie di usare bastone, carota e poi ancora bastone. Dopo il sì al tavolo diplomatico ha ribadito che le sue truppe avanzano sul campo di battaglia ogni giorno, aggiungendo che le proposte di pace del presidente statunitense potrebbero far cessare i combattimenti se Kyiv fosse disposta a scendere a compromessi. Trump ha detto che sarebbe fantastico se i due leader si incontrassero. Ma le notizie dal campo riportano che l’avanzata russa ha subito un fortissimo rallentamento che ha impedito alla Russia di raggiungere i propri obiettivi militari. La narrazione putiniana però va in senso opposto: “L’offensiva è in corso quotidianamente – ha dichiarato lo zar – Attualmente, la Federazione Russa ha assunto il pieno controllo della Repubblica Popolare di Luhansk, al 100%. E la Russia ha portato sotto il suo controllo oltre l’85% del territorio della Repubblica Popolare di Donetsk. (E) l’80% del territorio della regione di Zaporizhzhia”. Infine una frase che vorrebbe essere una concessione, ma che secondo alcuni analisti cela solo un’altra grande debolezza russa: la Russia non ha ancora utilizzato il suo missile ipersonico Oreshnik contro l’Ucraina in condizioni di combattimento reali, ma lo ha solo testato per osservarne i risultati al fine di prendere decisioni sul suo futuro impiego su vasta scala, anche contro obiettivi urbani. Teatro o realtà?

L’altra lettera

Il giro di missive si completa con quella scritta da 11 Paesi membri dell’Unione europea, preoccupati dai flussi di rifugiati che arrivano in Europa a causa della guerra in Ucraina. A guidare il gruppo i paesi scandinavi, baltici e polacchi, con l’adesione di Repubblica Ceca, Olanda, Islanda e Norvegia (queste ultime extra Ue) che hanno inviato una lettera all’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, e al commissario all’Interno, Magnus Brunner. “È preoccupante vedere turisti russi svagarsi sulle spiagge europee mentre missili e droni colpiscono i civili in Ucraina”, osservano, per cui chiedono a gran voce una politica restrittiva e uniforme sui visti per i russi.

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Distribución de la edición impresa de EL PAÍS en las ciudades que visita el Papa

El Papa visitará en los próximos días Madrid, Barcelona, Gran Canaria y Tenerife. Con motivo de las restricciones de movilidad que conllevará la visita del Pontífice en dichas localidades, la distribución de la edición impresa de EL PAÍS podría verse afectada por la imposibilidad de que los vehículos de reparto lleguen hasta algunos quioscos y puntos de venta.

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© CONTACTO vía Europa Press (CONTACTO vía Europa Press)

El papa León XIV en un acto en el Vaticano en junio del año pasado.
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The White Countries Have Become Rabidly Racist Against White People, by Paul Craig Roberts

As I was writing this article several thousand British citizens were outside a police station in Southhampton, England, demanding accountability for the murder of a young white British student, Henry Nowak, by a black immigrant-invader and the white British police. The black immigrant-invader murdered Nowak by stabbing him five times. The white British police murdered...
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The enduring fascination with Marilyn Monroe: The actress’s lipsticks, bras and frying pans fetch $2 million at auction

It’s only an imaginary birthday, one that was never meant to happen, but the celebrations say a lot about Hollywood’s eternal myth‑making. This Monday, June 1, Marilyn Monroe would have turned 100. And although she died more than 60 years ago, the world remains utterly fascinated by that perfectly imperfect blonde screen icon.

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Several items belonging to Marilyn Monroe were on display at the Julien's Auctions sale held at the Peninsula Hotel in Beverly Hills on June 4, 2026. On the left, a gold handbag; on the right, from top to bottom, lipsticks, a round lipstick, mascara, and an eyeliner pencil.A bra belonging to Marilyn Monroe, on display at the Julien's Auctions sale at the Peninsula Hotel in Beverly Hills on June 4, 2026.Four items belonging to Marilyn Monroe sold at Julien's Auction on June 4, 2026, in Los Angeles. Top: lipstick and Screen Actors Guild card. Bottom: Pucci blouse and workout weights.

© Julien Sauctions

On the left, Marilyn Monroe applying her makeup. She used the partially used pink powder blush compact and its original applicator (right), which was sold at auction on June 4, 2026.
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IA negli Emirati, chip Usa e stablecoin. Il patto del Golfo raccontato da Preziosa e Caldarola

Gli Stati Uniti hanno individuato nell’Intelligenza artificiale una tecnologia decisiva non soltanto per la crescita economica, ma anche per la sicurezza nazionale e per il mantenimento della propria leadership internazionale. La strategia di Washington mira a preservare il vantaggio competitivo americano attraverso lo sviluppo interno delle capacità tecnologiche e mediante l’esportazione selettiva di infrastrutture digitali, servizi cloud, semiconduttori avanzati e standard di sicurezza verso partner considerati affidabili.

Nel maggio 2025 questa strategia ha trovato nel Golfo uno dei suoi passaggi più significativi. Durante la visita di Donald Trump negli Emirati Arabi Uniti, negli accordi annunciati tra Washington e Abu Dhabi è emersa una visione che va ben oltre la semplice cooperazione tecnologica. Al centro dell’intesa vi è la realizzazione di un grande ecosistema dedicato all’intelligenza artificiale, destinato a ospitare infrastrutture computazionali avanzate, data center e servizi digitali di nuova generazione.

A prima vista potrebbe sembrare un normale accordo commerciale. In realtà, esso rappresenta un tassello di una trasformazione più profonda dell’ordine economico e strategico internazionale.

Per oltre mezzo secolo il rapporto tra Stati Uniti e monarchie del Golfo si è fondato su uno scambio relativamente semplice: sicurezza americana in cambio di stabilità energetica. Oggi questo paradigma sembra evolvere verso una nuova formula nella quale energia, capitale finanziario, capacità computazionale e intelligenza artificiale vengono integrate all’interno di un unico ecosistema strategico.

L’intelligenza artificiale richiede infatti enormi quantità di energia elettrica, infrastrutture digitali, capacità di calcolo e investimenti finanziari. Gli Stati Uniti mantengono la leadership nei semiconduttori avanzati, nel software e nei principali modelli di IA. Gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita e il Qatar dispongono invece di capitali sovrani, disponibilità energetica e ambizioni crescenti nel settore tecnologico.

La convergenza di questi fattori sta producendo una nuova forma di interdipendenza strategica. Non si tratta più soltanto di controllare giacimenti petroliferi o rotte marittime, ma di costruire le infrastrutture che sosterranno l’economia dell’intelligenza artificiale nel XXI secolo. Questa strategia deve essere letta anche alla luce della crescente competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina. Negli ultimi anni Pechino ha consolidato la propria presenza nel Golfo attraverso investimenti infrastrutturali, reti 5G, piattaforme digitali e partnership energetiche. L’apertura controllata degli ecosistemi americani dell’intelligenza artificiale verso gli alleati del Golfo può essere interpretata anche come un tentativo di mantenere questi Paesi all’interno della sfera tecnologica occidentale, riducendo il rischio che future infrastrutture critiche vengano integrate in architetture digitali concorrenti.

In questa prospettiva, Abu Dhabi, Riyadh e Doha non aspirano semplicemente a diversificare le proprie economie. Ambiscono a trasformarsi in hub globali dell’economia computazionale, diventando nodi centrali delle future reti digitali e delle catene del valore dell’intelligenza artificiale. La partita, tuttavia, non riguarda soltanto i chip. Parallelamente alla competizione per semiconduttori e data center emerge una dimensione meno visibile ma potenzialmente altrettanto importante: quella monetaria.

Negli ultimi mesi è cresciuta l’attenzione verso le stablecoin ancorate al dollaro e verso nuovi strumenti finanziari digitali che potrebbero svolgere un ruolo rilevante nei futuri flussi economici internazionali. Se nel XX secolo il predominio del dollaro si è fondato sul commercio globale, sui mercati finanziari e sul sistema dei Treasury, nel XXI secolo la valuta americana potrebbe estendere la propria influenza anche alle infrastrutture digitali dei pagamenti e degli scambi transfrontalieri.

In questo contesto, energia, capacità computazionale e moneta tendono progressivamente a convergere. L’energia alimenta i data center. I dati alimentano gli algoritmi. L’intelligenza artificiale genera valore economico e vantaggio competitivo. Le nuove infrastrutture finanziarie digitali consentono la circolazione di tale valore all’interno dell’ecosistema globale.

La competizione geopolitica contemporanea non riguarda quindi soltanto il controllo del territorio o delle risorse naturali. Riguarda sempre più il controllo delle infrastrutture che organizzano l’informazione, la produzione del valore economico, la capacità decisionale e la circolazione della moneta. La geopolitica dell’intelligenza artificiale non riguarda soltanto chi sviluppa gli algoritmi più avanzati. Riguarda chi controlla l’intera filiera che rende possibile l’IA: energia, semiconduttori, capacità computazionale, dati, reti di comunicazione e strumenti finanziari.

Da questa prospettiva il Golfo assume un significato che supera ampiamente la dimensione regionale. Gli accordi tra Stati Uniti ed Emirati Arabi Uniti possono essere interpretati come parte di un più ampio tentativo americano di ricostruire i pilastri materiali del proprio potere strategico: energia, tecnologia avanzata, infrastrutture digitali e strumenti monetari.

Se nel Novecento il potere si misurava attraverso il controllo del territorio, dell’industria e delle rotte commerciali, nel XXI secolo esso dipenderà sempre più dalla capacità di controllare le infrastrutture che organizzano dati, algoritmi, energia e flussi finanziari.

L’accordo del Golfo appare quindi come qualcosa di più di una partnership tecnologica. Potrebbe rappresentare uno dei primi tasselli di un nuovo modello geopolitico nel quale il potere non deriva soltanto dal possesso delle risorse, ma dalla capacità di integrare energia, capacità computazionale e finanza all’interno di una medesima architettura strategica. Se il Novecento è stato il secolo del petrolio, questo secolo potrebbe essere ricordato come quello dell’integrazione tra energia e intelligenza artificiale. È in questo spazio strategico che si giocherà una parte decisiva della competizione tra le grandi potenze.

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Actor James Handy, killed in his Los Angeles home by his girlfriend’s son

James Handy, an 81-year-old New York actor who had small roles in films such as Jumanji and the more recent Top Gun: Maverick, was killed outside his Los Angeles home. The confessed killer is his girlfriend’s son, a 44-year-old man named Michael Gledhill, who remains jailed on $2 million bail.

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Actor James Handy.
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La Svizzera del Medio Oriente sotto assedio: Oman stretto tra Iran, raid e pressioni di Trump

(Da Muscat) In Oman, uno dei Paesi mediorientali più vicini al conflitto e allo stallo in corso nello Stretto di Hormuz tra Washington e Teheran, l’atmosfera che travolge chi proviene dall’esterno è surreale. Quasi sospesa, come nell’occhio di un ciclone, a causa delle distensioni (poche) e delle minacce (tante) alternate a ritmo quotidiano dall’amministrazione repubblicana guidata da Donald Trump e dal regime dei pasdaran. Solo nella notte tra 4 e 5 giugno il porto di Al-Fahal è stato costretto a interrompere le operazioni di carico di petrolio greggio a causa di un'esplosione probabilmente causata da un attacco di droni. Nonostante questo clima chi, in un contesto ad alta fluidità, si aspetta di trovare un Sultanato sull’orlo di una crisi di nervi rimane però deluso. Che si passi dal moderno aeroporto della capitale omanita o dai piccoli villaggi del Paese, è infatti difficile riscontrare tracce di nervosismo tra le autorità o tra la popolazione locale. Una circostanza che fa apparire quanto accade nello Stretto quasi un affare di un altro pianeta.

Caos calmo

Calma e ordine. Al tempo della guerra di Trump, è così che si presenta la vita nel Sultanato agli occhi dei suoi visitatori. Gli abitanti di Muscat, città bianca e senza grattacieli per legge - al contrario delle sue luccicanti sorelle mediorientali -, sembrano più preoccupati dall’afa (insolita in questo periodo dell’anno) che non dal possibile riavvio delle ostilità.

Non che in Oman il tema del conflitto non faccia capolino nelle conversazioni con la gente del posto. Talal, una guida turistica, spiega al Giornale che "l'Oman è come la Svizzera del Medio Oriente e siamo amici di tutti". Parole pronunciate con un misto di pacatezza e orgoglio. In risposta alle ultime esternazioni di Trump, arrivato di recente a minacciare Muscat per le sue presunte trattative con l'Iran sulla cogestione dello Stretto, un tassista afferma che il presidente americano è solo un chiacchierone e alla fine non farà nulla. Poco importa che lo stesso autista aggiunga subito (e senza un filo di preoccupazione) che nessuno sa davvero quali potrebbero essere le prossime mosse del tycoon.

Si vive così in Oman, con la gente del posto che continua a ripetere che, pur essendo vicino al fronte di guerra, il loro Paese “è sicuro”. Un leitmotiv che lega varie dichiarazioni di residenti di Muscat raccolte dal Giornale. Le stesse fonti ci tengono anche a precisare che, nonostante l’incertezza della situazione, il turismo è in una fase di lenta ripresa. Lo testimoniano le folle di viaggiatori, dai tanti occidentali alla moltitudine di visitatori provenienti dall’Asia meridionale, che affollano gli alberghi di lusso e i centri commerciali della capitale omanita.

Il senso di sicurezza che gli omaniti avvertono, e trasmettono, trova peraltro conferma nel numero di attacchi lanciati nelle fasi più dure del conflitto dall’Iran contro il Sultanato (una manciata rispetto alle centinaia di raid con droni e missili sferrati da Teheran contro gli altri Paesi del Golfo, Emirati Arabi Uniti in primis). Per quanto gli omaniti, almeno in pubblico, sminuiscano ogni preoccupazione per la guerra - condivisa, nel villaggio globale, tanto dall’albergatore di Dallas quanto dal coltivatore di riso del Delta del Mekong -, nel Sultanato l’attenzione per ciò che avviene nella regione è comunque alta. Ma non isterica. Non è un caso che in uno dei tanti negozietti di souvenir della storica città di Nizwa, a circa due ore di macchina da Muscat, una televisione sia accesa su Al Jazeera. Sul piccolo monitor scorrono immagini dell’area al centro del braccio di ferro tra Washington e Teheran e riprese delle operazioni militari israeliane in Libano. Nessuno però guarda il notiziario.

Un intermediario in crisi

L’Oman è uno dei più importanti mediatori della regione mediorientale. È infatti in questo Paese che negli anni Ottanta si svolsero i negoziati per la fine del conflitto tra Iran e Iraq. Decenni dopo, nel 2015, fu Muscat a facilitare le comunicazioni tra il regime dei pasdaran e l’amministrazione Obama che portarono all’accordo sul nucleare poi ripudiato da Trump durante il suo primo mandato. Più di recente, alla vigilia della guerra in Iran, il ministro degli Esteri omanita Badr bin Hamad Al Busaidi è stato tra i negoziatori principali tra Stati Uniti e Iran. Il giorno prima dell’avvio dell’operazione Epic Fury, Al Busaidi ha incontrato a Washington il vicepresidente americano JD Vance per informarlo che i colloqui con gli iraniani avevano compiuto importanti progressi. Troppo poco e troppo tardi per il tycoon che subito dopo ha dato luce verde all’opzione militare.

La guerra in Iran accende i riflettori sulle relazioni tra Oman e Stati Uniti. Il Wall Street Journal ha riportato nelle scorse ore che le recenti minacce di Trump e del segretario al Tesoro Scott Bessent contro Muscat hanno scioccato le autorità omanite. Specie se si considera la storia dei rapporti tra le due nazioni. Il Sultanato è stato il secondo Paese arabo, dopo il regno del Marocco, a stabilire nella prima metà dell’Ottocento relazioni diplomatiche con Washington. Chi fa visita al National Museum nella capitale dell’Oman può avere contezza dei profondi legami che uniscono i due Paesi ammirando il cannone realizzato attorno al 1850 dalla fonderia Cyrus Alger & Co. di Boston su ordine dell’allora Sultano Sayyid Said bin Sultan al-Busaidi.

A Trump, uomo d’affari che negozia solo alle sue condizioni, si sa, la storia interessa poco. Per il commander in chief sono altri gli aspetti che contano e nel caso dell’Oman, a pesare nel giudizio del miliardario, è il fatto che l’alleato intrattenga relazioni (secolari) con un acerrimo nemico dell’America come l’Iran. E così quello che era considerato un utile messaggero in delicate trattative internazionali, adesso, almeno per la Casa Bianca, è diventato parte del problema. Gli statunitensi, stando a quanto riportato dal Wall Street Journal, starebbero infatti facendo pressioni sul Paese mediorientale affinché prenda una posizione chiara e interrompa le relazioni con la Repubblica Islamica. Il ministro dell’Informazione Abdulla Al-Harrasi ha provato a gettare acqua sul fuoco dichiarando che il suo Paese “è pronto a collaborare con gli Stati Uniti e con tutti i partner responsabili per promuovere la stabilità, prevenire disordini e salvaguardare i nostri interessi strategici”.

Gestire il tycoon

La Svizzera del Medio Oriente starebbe già studiando come rispondere alle bordate del tycoon, forse lanciando un’offensiva di pubbliche relazioni volta a dimostrare l’impegno dell’alleato omanita a favore dell’aumento del traffico marittimo attraverso lo Stretto. Quanto alla causa principale dell’ira del presidente Usa - una valutazione dell'intelligence su un possibile piano congiunto di Muscat e Teheran per imporre pedaggi alle navi che passano da Hormuz - l’Oman ha sin qui negato ogni addebito.

L’uragano Trump ha mandato dunque in crisi la linea ufficiale omanita, amici di tutti e nemici di nessuno. L’Oman, però, sin qui si sarebbe mosso nel solco della sua “neutralità attiva”, pur con qualche inusuale presa di posizione dovuta alle iniziative internazionali, spericolate e senza precedenti, intraprese dal leader Usa. Tra queste, l’intervento del ministro degli Esteri omanita che a marzo, dalle pagine dell’Economist, ha definito fuori controllo la politica estera Usa. Un’esternazione che ha reso evidente come non sia l’Oman ad essere cambiato, bensì la superpotenza.

Al largo di Muscat, intanto, decine di navi si stagliano all’orizzonte. Chi di giorno, sfidando le temperature roventi, si avventura in una passeggiata sulla corniche non può non notarle. Il blocco nello Stretto non c’entra, spiegano i residenti della capitale. Per vedere l’ingorgo di mercantili ripreso ormai quotidianamente dai media bisognerebbe spostarsi di circa 500 chilometri più a nord, nell’exclave di Musandam che si affaccia, appunto, su Hormuz e che sino a pochi mesi fa era conosciuta più per il suo soprannome (la “Norvegia d’Arabia”) che non per la sua vicinanza ad una delle giugulari energetiche più pericolose del pianeta. Da Muscat la guerra è lontana. E per un attimo, tra un Inshallah e l’altro e a condizione che ci si astenga dal compulsare i profili social di Donald Trump, sembra proprio che sia così.

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Imu più bassa per chi affitta un immobile a canone concordato: a chi spetta lo sconto e come ottenerlo

Gestire un immobile in Italia oggi significa fare i conti con un socio di minoranza che non dorme mai: il fisco. Ma esiste uno strumento che permette di alleggerire drasticamente il peso delle imposte senza violare alcuna norma. Il contratto a canone concordato (Legge 431/1998) non è solo una scelta di buon senso per chi cerca inquilini stabili, ma è soprattutto una strategia di risparmio fiscale che permette di abbattere l’Imu e di godere di una tassazione sui redditi quasi dimezzata rispetto al mercato libero.

Lo sconto Imu del 25%: un beneficio universale senza confini geografici

Il primo e più tangibile vantaggio per chi sceglie il canone concordato risiede nella tassazione locale, l’Imu (Imposta Municipale Propria). La normativa nazionale, rinforzata dalla Legge di Stabilità del 2016, stabilisce un principio cardine: l’imposta per gli immobili locati a canone concordato è ridotta al 75% di quella dovuta. In termini pratici, questo significa che il proprietario beneficia di uno sconto automatico del 25% sulla cifra calcolata applicando l’aliquota stabilita dal proprio Comune.

Un aspetto fondamentale, spesso ignorato o confuso dai contribuenti, è che questo sconto sull’Imu è un diritto garantito dallo Stato su tutto il territorio nazionale. Esiste una credenza errata secondo cui il canone concordato sia applicabile solo nelle grandi città. Al contrario, lo sgravio fiscale del 25% scatta di diritto in ogni singolo comune italiano, dal capoluogo regionale al più piccolo borgo montano. Se il contratto di locazione è regolarmente registrato e rispetta i parametri degli accordi territoriali, il Comune non può negare la riduzione. Questo risparmio è strutturale e si somma alle eventuali aliquote agevolate che molti Comuni decidono di applicare proprio per incentivare il ricorso a questa tipologia contrattuale, portando il risparmio complessivo a cifre molto significative nel bilancio familiare.

Cedolare secca secca al 10%: la distinzione geografica

Mentre lo sconto Imu è una misura universale, è necessario fare una distinzione tecnica e geografica per quanto riguarda la tassazione sul reddito percepito. La famosa “cedolare secca ridotta” al 10%, che sostituisce l’aliquota ordinaria del 21% prevista per il canone libero, non è accessibile ovunque allo stesso modo. Questa agevolazione spetta di diritto ai proprietari di case situate nei Comuni cosiddetti “ad alta tensione abitativa“, individuati dal CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica). Si tratta solitamente dei capoluoghi di provincia, dei comuni confinanti con le grandi aree metropolitane e di quei centri che hanno registrato forti carenze abitative.

A questi si aggiungono i Comuni colpiti da eventi calamitosi, per i quali lo Stato ha esteso la possibilità della tassazione al 10%. Per chi affitta in un centro non incluso in questi elenchi, il risparmio rimane comunque elevato sul fronte Imu (il già citato -25%), ma sulla tassazione del reddito l’aliquota della cedolare resterà quella standard del 21%, oppure dovrà optare per la tassazione ordinaria Irpef (che però gode di una detrazione forfettaria del 30% dell’imponibile in caso di concordato). È importante sottolineare che, anche senza il “bonus” della cedolare al 10%, il canone concordato resta spesso più conveniente del mercato libero. Il motivo è matematico: la riduzione dell’Imu e il minor rischio di morosità compensano ampiamente la differenza di canone, offrendo una stabilità finanziaria che il mercato libero, più volatile e tassato maggiormente, non può garantire.

La flessibilità contrattuale: dai modelli 3+2 alle locazioni per studenti

Il canone concordato non è un abito a taglia unica, ma uno strumento flessibile che si adatta a diverse fasi della vita e del mercato. Il legislatore ha previsto tre principali tipologie contrattuali, tutte ugualmente valide per ottenere i benefici fiscali descritti. La formula più nota è il classico contratto “3+2”, che prevede una durata minima di tre anni con rinnovo automatico di altri due. È la scelta ideale per chi cerca un rapporto di lunga durata con famiglie o lavoratori stabili.

Tuttavia, le agevolazioni si estendono anche ai contratti di natura transitoria, con durata da 1 a 18 mesi, ideali per chi deve affittare a persone con esigenze temporanee documentate (come traslochi, master o lavori a progetto). Infine, vi sono i contratti destinati agli studenti universitari fuori sede, con durate che vanno dai 6 ai 36 mesi.

Accordi territoriali e attestazione: come muoversi nei piccoli Comuni

Ma come si stabilisce il prezzo di un affitto concordato? Non è una libera trattativa, ma il risultato di un calcolo basato sugli “Accordi Territoriali”. Questi documenti sono siglati a livello locale tra le organizzazioni della proprietà edilizia e i sindacati degli inquilini. Dividono il territorio comunale in zone omogenee e assegnano a ciascuna delle tabelle con valori minimi e massimi al metro quadro, che variano in base a parametri oggettivi: presenza di ascensore, classe energetica, pertinenze come box o cantine, e stato di manutenzione dell’immobile.

Una domanda frequente è: cosa succede se in un piccolo Comune non è mai stato firmato un accordo? La normativa ha risolto questo stallo permettendo ai proprietari di fare riferimento all’accordo territoriale del Comune limitrofo più vicino che abbia una popolazione omogenea. Per evitare errori di calcolo che potrebbero invalidare le agevolazioni, è oggi diventato quasi obbligatorio (e fortemente consigliato) ottenere l’attestazione di rispondenza. Questo documento, rilasciato dalle associazioni firmatarie degli accordi, certifica ufficialmente che il canone pattuito e le clausole del contratto siano conformi alle regole vigenti. Senza questa “bollinatura”, l’Agenzia delle Entrate ha il potere di contestare l’applicazione dell’aliquota ridotta, trasformando il risparmio fiscale in un debito con lo Stato.

Burocrazia e scadenze: non dimenticare la dichiarazione IMU

Nonostante i vantaggi siano certi, il diavolo si nasconde spesso nei dettagli burocratici. Molti proprietari commettono l’errore di pensare che la registrazione del contratto presso l’Agenzia delle Entrate sia l’unico passaggio necessario. In realtà, la normativa fiscale prevede che, per beneficiare della riduzione IMU del 25%, il contribuente debba presentare la Dichiarazione IMU al Comune di competenza. Questa va inviata entro il 30 giugno dell’anno successivo a quello in cui l’agevolazione ha avuto inizio.

Alcuni Comuni, più evoluti digitalmente, incrociano i dati automaticamente, ma molti altri pretendono ancora l’invio del modello cartaceo o telematico per “comunicare” il possesso dei requisiti. Omettere questa comunicazione può esporre il proprietario a sanzioni amministrative o, peggio, alla richiesta di rimborso della differenza d’imposta non versata. È quindi fondamentale consultare sempre il regolamento IMU del proprio Comune o affidarsi a un consulente esperto per non vanificare i benefici ottenuti.

L'articolo Imu più bassa per chi affitta un immobile a canone concordato: a chi spetta lo sconto e come ottenerlo proviene da Il Fatto Quotidiano.

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