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L’Ue pensa a nuove restrizioni commerciali per i prodotti cinesi e Pechino reagisce: cancellati due incontri diplomatici con Bruxelles

11 June 2026 at 15:29

Sempre più influente dal punto di vista politico, la Cina è intenzionata a difendere in tutti i modi la sua più grande forza: la sua straordinaria proiezione economica e commerciale. Questo spiega l’improvvisa cancellazione unilaterale di due eventi diplomatici previsti a Pechino nei prossimi giorni che avrebbero visto la partecipazione dell’Unione europea e in cui si sarebbe parlato di questioni digitali. La mossa, come riportato per primo dal Financial Times, è legata alla volontà di mettere in guardia Bruxelles in vista del Consiglio Europeo del 18-19 giugno. Ufficialmente, in quel consesso i capi di Stato e di governo dei 27 Paesi aderenti all’Ue parleranno di competitività globale e delle sfide economiche più impellenti. Ma sono già filtrate indiscrezioni secondo le quali uno dei temi trattati sarà la necessità di contenere la Cina dal punto di vista commerciale.

Qualche numero aiuta a capire la portata della partita che si sta giocando. Le esportazioni cinesi verso l’Europa sono aumentate di oltre il 16% dall’inizio dell’anno e il deficit commerciale nei confronti del Dragone – ossia la differenza tra esportazioni Ue verso la Cina e importazioni da quest’ultima – ha raggiunto circa 1 miliardo di euro al giorno. Dati ufficiali dell’Unione europea alla mano, nel 2025 il principale mercato di esportazione delle merci provenienti dalla Repubblica Popolare è stato proprio quello comunitario, con quasi 500 miliardi euro, a differenza dei poco più di 370 miliardi di euro di beni che Pechino ha diretto verso il mercato statunitense. Volendo sintetizzare, per la Cina quello Ue è un mercato irrinunciabile.

La tensione sempre più evidente che corre lungo l’asse est-ovest è legata anche alle contromisure che Bruxelles sta cercando di introdurre per provare a salvaguardare il proprio sistema produttivo e milioni di posti di lavoro. Si parla di nuovi dazi, limitare la partecipazione di alcune aziende cinesi agli appalti pubblici, delineare norme in materia di cybersicurezza che potrebbe escludere i giganti tecnologici cinesi, di indagini antidumping nei confronti dei prodotti provenienti dal gigante asiatico. Mosse o minacce a cui da parte cinese si risponde ufficialmente con nuove leggi per rafforzare il controllo sugli investimenti e proteggere le proprie catene di approvvigionamento da sanzioni e restrizioni straniere. Ufficiosamente, invece, numerose indagini hanno svelato tutte le modalità di elusione dei dazi e delle limitazioni di accesso che le aziende cinesi stanno mettendo in campo, tra passaggi attraverso Paesi terzi e modifiche minime ai prodotti per farli rientrare in categorie doganali differenti da quelle sotto la lente di Bruxelles.

In un periodo di grande turbolenza commerciale favorita dall’atteggiamento imprevedibile del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, per Pechino è fondamentale tenere non aperto, ma spalancato il mercato europeo. D’altronde storicamente la Repubblica Popolare produce molti più beni di quanti l’economia interna sia in grado di assorbirne e quindi la locomotiva guidata dal leader cinese Xi Jinping non può subire battute d’arresto. Oltretutto una parte della produzione della Cina è sempre più avanzata in termini tecnologici – un esempio su tutti è quello del settore automobilistico – e compete con quella europea in modalità sconosciute fino a pochi anni fa. Ecco perché è probabile si verifichino reazioni ancora più aggressive da parte del Dragone – che potrebbero tirare in ballo anche le terre rare di cui la Cina è il primo esportatore al mondo – oltre ad attività di lobbying già in atto nei confronti di alcuni paesi dell’Ue per cercare di far leva sulle divisioni tra il gruppo dei 27.

Questa situazione fa parlare molti analisti di una possibile guerra commerciale tra Bruxelles e Pechino. Le ragioni dell’Ue risiedono nella critica di un modello economico basato su sussidi statali e una spinta strutturale verso le esportazioni che non sarebbe sostenibile per le economie di arrivo. Di contro, la Repubblica Popolare accusa l’Unione europea di protezionismo e di usare la capacità produttiva e l’efficienza cinese come capri espiatori rispetto a un’incapacità d’innovazione che si riscontrerebbe nel sistema industriale europeo. Si tratta di posizioni che a prima vista appaiono molto difficilmente conciliabili.

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Financial Times: “Francia e Germania vogliono smantellare l’Azione Esterna dell’Ue e depotenziare il ruolo di Kallas”

11 June 2026 at 13:11

Radicale revisione o, perché no, anche l’eliminazione del Servizio europeo per l’azione esterna (EEAS), ovvero l’intera struttura diplomatica delle istituzioni Ue. Secondo il Financial Times, che cita funzionari europei, è questo il progetto in fase di valutazione sull’asse franco-tedesco. I colloqui andrebbero avanti tra Parigi, Berlino e altri Stati membri e sul tavolo, sostengono, ci sono anche la revoca dei poteri all’Alta rappresentante Ue, Kaja Kallas, e la redistribuzione delle competenze del servizio, per un risparmio totale quantificato in circa 1 miliardo di euro tra Commissione Ue e Stati membri. Una correzione di una struttura che, si apprende, viene considerata “disfunzionale“.

Realizzare un progetto del genere, ovviamente, richiederebbe tempi lunghissimi e l’unanimità dei Paesi membri. In caso di eliminazione servirebbe una revisione dei Trattati, mentre per rivederne, anche radicalmente, le competenze si potrebbe procedere con modifiche all’accordo raggiunto in sede di Consiglio Ue che ne disciplina l’organizzazione. Una decisione, comunque, sottoposta al potere di veto di anche uno solo dei 27 membri.

Detto questo, se confermata l’indiscrezione ha un valore politico che non può essere ignorato. Innanzitutto dimostra come, nonostante si parli di maggiore autonomia strategica, almeno nel campo della diplomazia alcuni Stati membri, tra cui i due più importanti, preferiscano mantenere le discussioni a un livello nazionale e non comunitario. In più emerge anche un sentimento di sfiducia nei confronti della Lady Pesc Kaja Kallas. Scelta da Ursula von der Leyen per uno dei quattro top jobs dell’Ue proprio mentre la guerra tra Russia e Ucraina era nel vivo, l’ex primo ministro estone ha fin da subito mostrato un atteggiamento poco propenso al dialogo con Mosca che, a suo dire, “conosce solo il linguaggio della forza”. Una strategia fuori dagli schemi per chi ricopre il ruolo di vertice della diplomazia Ue. Anche se condivide la responsabilità sulla politica estera con il Consiglio europeo, ossia con i capi di Stato e di governo dell’Ue, è evidente come questi preferiscano depotenziare ulteriormente il suo incarico.

“Il problema è strutturale e richiede una risposta strutturale”, ha detto una fonte al Financial Times spiegando appunto che tra le ipotesi contenute in una valutazione elaborata dal governo francese e condivisa con gli altri Stati membri figura anche una riduzione dell’autonomia di Kallas e un alleggerimento del suo controllo sulla rete di oltre 140 delegazioni diplomatiche gestite dal Servizio europeo per l’azione esterna (EEAS) nel mondo. “Le capitali sono irritate e vogliono uno strumento più efficace per agire all’unisono sulla scena internazionale”, ha spiegato un altro funzionario avvertendo che “esiste un rischio concreto di smembramento dell’EEAS“. La riforma punterebbe inoltre a ridurre i costi e a eliminare le sovrapposizioni tra il servizio diplomatico europeo, i ministeri degli Esteri nazionali e la stessa Commissione europea, guidata da Ursula von der Leyen, che da tempo ormai è andata allo scontro con l’EEAS per la guida della politica estera dell’Ue, trovandosi in disaccordo anche su dossier importanti come, ad esempio, la situazione a Gaza.

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“Welfare, non guerra”: il 14 giugno mobilitazione a Bruxelles e in altre città europee contro i piani di riarmo dell’Ue e della Nato

11 June 2026 at 08:23

Un unico slogan, “Welfare, non guerra“, unirà il 14 giugno oltre 800 organizzazione della società civile, sindacati e movimenti sociali, che scenderanno in piazza a Bruxelles per marciare contro la politica di riarmo dell’Unione Europea e della Nato. Il presidio è stato organizzato dalla coalizione paneuropea, Stop ReArm Europe, in collaborazione con la piattaforma belga, Stop Militarisation, e coinvolge anche decine di altre città europee. Tutte hanno un unica richiesta: il denaro pubblico deve essere speso per il benessere sociale, non per armarsi.

La mobilitazione si terrà a pochi giorni dall’inizio dei negoziati tra i leader dell’Ue sul prossimo bilancio settennale dell’Unione. Il Consiglio europeo negozierà infatti il 18 e il 19 giugno il Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034, che è in fase di riorganizzazione e potrebbe convogliare decine di miliardi di euro all’industria degli armamenti. Contro questa ipotesi, i manifestanti si raduneranno alle 15 alla stazione di Bruxelles Nord, seguirà una marcia pacifica per poi riunirsi alle 18 in un’assemblea pubblica presso la Biblioteca Reale del Belgio dove pianificheranno le fasi della campagna su tutto il continente.

“Bruxelles ha scoperto che non c’è limite a quanto l’Europa può prendere in prestito, purché sia ​​per le armi – ha commentato Amir Kiyaei, coordinatore delle politiche di DiEM25, una delle oltre 40 organizzazioni belghe che sostengono la manifestazione -. Le regole sul deficit che smantellano i nostri ospedali e congelano i nostri salari si dissolvono nel momento in cui l’industria delle armi si siede al tavolo”. Contro questa prospettiva, gli organizzatori hanno pensato un mese intero di mobilitazioni, incontri e azioni coordinate in Belgio, Paesi Bassi, Austria, Spagna, Finlandia, Germania, Italia e altri paesi. Ovunque si chiede ai responsabili politici dell’Ue di investire in sanità, istruzione, lavoro e in una transizione climatica equa, dando priorità al dialogo e alla diplomazia rispetto allo scontro. Per farlo occorre investire nella solidarietà e nella cooperazione internazionale, perseguendo il controllo degli armamenti come unico mezzo per garantire la pace.

“Il riarmo ci viene venduto come garanzia di sicurezza, ma l’unica cosa che garantisce davvero sono i profitti dell’industria bellica – afferma Katerina Anastasiou, portavoce di Stop ReArm Europe -. Una società con ospedali fatiscenti e un clima destabilizzato non è sicura. Spendere miliardi in armi, comprimendo al contempo sanità, istruzione e coesione sociale, rende l’Europa più povera e pericolosa, non più sicura. Chiediamo priorità diverse”.

La coalizione si oppone al piano ReArm Europe dell’Ue, annunciato nel marzo 2025, che prevede lo stanziamento di 800 miliardi di euro per gli armamenti. Tutti fondi, come specificano i manifestanti, sottratti a sanità, istruzione, lotta al cambiamento climatico e protezione sociale. Ma la proposta di bilancio della Commissione per il prossimo anno va persino oltre, prevedendo di stanziare circa 131 miliardi di euro per il settore difesa, sicurezza e spazio del nuovo Fondo europeo per la competitività. Si tratta di una cifra cinque volte superiore rispetto ai circa 26 miliardi di euro previsti per il periodo 2021-2027. Come spiegano gli organizzatori della mobilitazione, è una somma tale da poter finanziare gli stipendi di circa 300.000 infermieri o costruire circa mezzo milione di alloggi sociali.

Inoltre, prosegue la coalizione nel comunicato, in questo modo anche i programmi civili per la ricerca, la mobilità e la coesione verrebbero aperti all’uso militare. Gli attivisti invitano quindi a riflettere su come l’Europa si stia aprendo a un’economia di guerra permanente che non risolve i conflitti ma li acuisce e li alimenta. Tra le conseguenze dirette e più evidenti, i promotori citano il rinnovo della coscrizione, l’ampliamento delle riserve alla sorveglianza e la riduzione dello spazio democratico. Viene anche sottolineata la crescente influenza della lobby delle armi che, secondo Stop ReArm Europe, viene favorita dalla Commissione europea. L’organo esecutivo dell’Unione ha incontrato i rappresentanti dell’industria delle armi 89 volte sul tema del riarmo nel 2025 (fino a ottobre), a fronte di soli 15 incontri con Ong, sindacati o scienziati sugli stessi argomenti. Una scelta anche sconveniente dal punto di vista economico, perché l’industria bellica, dipendendo da capitali e importazioni, crea meno posti di lavoro dell’alternativa civile che invece produce dal 30% al 50% di impieghi in più.

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Il problema delle sanzioni Ue alla Russia non è quello che raccontano i pro Putin

11 June 2026 at 03:45

Tre settimane fa, quando il nome di Kirill, patriarca della Chiesa ortodossa russa, è comparso nelle anticipazioni di Euronews su un nuovo pacchetto di sanzioni europee, la notizia era ancora sospesa tra indiscrezione diplomatica e test politico. Oggi quel passaggio si è trasformato, come ha rivelato sempre Euronews, in un elemento del 21° pacchetto sanzionatorio dell’Unione europea contro la Russia: un insieme ampio e strutturato di misure che colpisce banche, reti crypto, attori energetici e infrastrutture finanziarie legate all’evasione delle restrizioni.

Il fatto che Kirill sia entrato nel perimetro delle sanzioni non è un dettaglio marginale. È un caso emblematico della natura ormai consolidata del regime sanzionatorio europeo: una macchina sempre più estesa e sofisticata, ma anche sempre più visibile mentre si costruisce.

Il nuovo pacchetto, presentato dalla Commissione europea e dall’Alto rappresentante, prevede misure contro circa 170 individui ed entità, con un impatto particolarmente significativo sul settore bancario russo e sulle reti finanziarie alternative, incluse piattaforme crypto e soggetti in Paesi terzi coinvolti nell’aggiramento delle restrizioni. È, nelle parole della Commissione, un ulteriore passo nella strategia di «erosione progressiva della capacità russa di finanziare la guerra».

È anche qui che si inserisce il punto politico più rilevante.

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, presentando il pacchetto, ha ribadito che le sanzioni europee stanno producendo l’effetto atteso: colpire in modo strutturale la capacità economica e finanziaria della Russia di sostenere lo sforzo bellico in Ucraina. L’obiettivo non è un singolo shock, ma un logoramento cumulativo, che agisce su banche, energia, tecnologie dual use e infrastrutture finanziarie globali. Il sistema sanzionatorio non è dunque un gesto politico simbolico, ma una strategia di lungo periodo. Ed è proprio questa natura sistemica a costituirne la forza.

Eppure, proprio questa stessa struttura contiene una contraddizione meno discussa: la sua crescente prevedibilità.

Il ritorno del nome di Kirill è in questo senso paradigmatico. Il Patriarca era già stato oggetto di tentativi di sanzioni nel 2022, bloccati allora dal veto ungherese, e la sua figura era rimasta per anni un punto sensibile del confronto intra-europeo. La sua inclusione odierna non arriva in un vuoto informativo, ma al termine di settimane di anticipazioni, negoziati tra capitali, posizionamenti pubblici e indiscrezioni diplomatiche. Euronews aveva già segnalato la riemersione del suo nome nella lista in discussione tre settimane fa, in una fase in cui il pacchetto era ancora oggetto di negoziazione tra gli Stati membri. Questo tipo di dinamica non è un’eccezione. È ormai parte integrante del processo sanzionatorio europeo.

Secondo fonti diplomatiche della Commissione europea a conoscenza del dossier, uno dei problemi ricorrenti del sistema sanzionatorio è che Mosca riesce spesso a ottenere un preavviso significativo sulle misure in preparazione. Questo avviene per due ragioni principali.

La prima è strutturale. Il processo decisionale europeo – basato su consultazioni tra 27 Stati membri, necessità di unanimità e costante interazione con il dibattito pubblico – produce inevitabilmente un elevato grado di esposizione informativa. Indiscrezioni, posizionamenti nazionali e copertura mediatica finiscono per rendere progressivamente leggibile l’orientamento delle misure già durante la fase negoziale. È un fenomeno che, in filigrana, era già stato colto nell’Ottocento da Astolphe de Custine, quando descriveva, nelle sue “Lettera della Russia” (Adelphi) l’asimmetria tra un’Europa «che cammina in piena luce» e una Russia che «avanza al sicuro», protetta dalla segretezza delle proprie decisioni.

La seconda ragione riguarda invece la dimensione politica interna dell’Unione. In passato, contatti diretti o indiretti tra rappresentanti di Stati membri e la diplomazia russa hanno alimentato il sospetto che la riservatezza del processo non sia uniforme. Episodi e interlocuzioni note tra esponenti politici europei e Mosca – come nel caso dell’allora ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó e l’omologo russo Sergey Lavrov – hanno contribuito a rafforzare questa percezione.

Il risultato, secondo le stesse fonti, è che la Russia non si limita a subire le sanzioni: spesso è in grado di anticiparne la logica e adattarsi in anticipo.

Questo vantaggio temporale non annulla l’impatto delle sanzioni, ma ne modifica la natura. Mosca ha progressivamente sviluppato un ecosistema di adattamento che include la riallocazione preventiva degli asset finanziari, l’uso di circuiti bancari secondari, l’intermediazione attraverso Paesi terzi e l’espansione di reti commerciali alternative per aggirare le restrizioni su energia, tecnologia e componentistica. È una forma di resilienza che non elimina il costo delle sanzioni, ma ne attenua lo shock iniziale, trasformandolo in una pressione più graduale e distribuita nel tempo.

Il punto, allora, non è stabilire se le sanzioni funzionino o meno. La risposta politica della Commissione è chiara: funzionano, e lo fanno proprio perché sono cumulative, multilivello e sempre più invasive. Il paradosso è un altro: il sistema sanzionatorio europeo è efficace anche perché è pubblico, negoziato e trasparente. Ma questa stessa trasparenza lo rende, in una certa misura, prevedibile.

Kirill, in questo senso, non è un caso isolato. È un sintomo. Il sintomo di un’architettura politica in cui la forza delle democrazie europee – la discussione pubblica, il pluralismo, la necessità del consenso – diventa anche il punto attraverso cui l’avversario può intravedere la direzione del colpo prima che venga sferrato.

Non è una debolezza nuova. È una tensione antica. E, come ricordava Custine quasi due secoli fa, è proprio in questa asimmetria tra luce e ombra che si gioca una parte essenziale della competizione politica tra Europa e Russia.

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L’Ue ha capito che l’indipendenza digitale costa molto più dei regolamenti

11 June 2026 at 03:45

Puntare un coltello alla gola dell’Europa è oggi tanto facile quanto premere un interruttore. L’Unione, da organo complesso e a tratti compassato quale è, sta cercando di reagire a suon di regolamenti. Ma la coperta è corta, e per difendersi è costretta a spostare i suoi fondi da una priorità all’altra. Quanto potrà durare ancora la partita a Monopoly di Ursula von der Leyen?

È del 3 giugno la notizia dell’annuncio di un nuovo pacchetto di misure dal nome roboante, il Tech Sovereignty Package (Tsp). L’idea, secondo la Vicepresidente della Commissione Henna Virkkunen, è quella di impedire che nessun barone digitale (americano o cinese che sia) possa minacciarci o addirittura premere quel famoso interruttore. In primo luogo per quanto riguarda i sistemi di cloud e intelligenza artificiale, le aziende e le amministrazioni pubbliche fanno ricorso per la maggior parte a sistemi con casa madre statunitense. Amazon, Microsoft e Google detengono il settanta per cento della quota di mercato europea e investono circa dieci miliardi di euro a trimestre nell’Unione, mentre la quota combinata dei produttori europei è scesa al tredici per cento. Le soluzioni del Berlaymont implicano introdurre un sistema di misurazione della sovranità per cloud e intelligenza artificiale, con l’obiettivo di imporre agli operatori che forniscono servizi cloud in settori sensibili – energia, sanità, amministrazioni e servizi pubblici – requisiti più stringenti sulla localizzazione dei dati, sul controllo della catena di fornitura, sulla proprietà delle infrastrutture e sull’indipendenza dalla giurisdizione di Paesi terzi.

Infine, mira a triplicare entro sette anni la capacità di data center in Europa con una serie di facilitazioni su accesso a terreni e finanziamenti, energia, acqua. I data center sono strutture altamente idrovore ed energivore (In Irlanda nel 2024 alimentarli ha richiesto il ventidue per cento del consumo elettrico nazionale, superando il consumo domestico urbano) ma soprattutto necessitano suolo. In Europa stanno già sorgendo i primi comitati contrari al “riarmo digitale” e l’accettazione sociale rischia di essere uno scoglio per le ambizioni di sovranità brussellesi.

Ma le difficoltà non finiscono qui. Al di là delle tempistiche (il Tsp dovrà passare attraverso il processo di varo del trilogo) dove sono i soldi per pagare questo ambizioso pacchetto? Il finanziamento di tutto è rinviato al bilancio europeo 2028-2034, tramite un Fondo competitività da due miliardi. Ma siamo nel regno dei sogni dei policy officer, anche perché il divario di dipendenza è stimato in 264 miliardi. La seconda misura del pacchetto è un Chips Act parte due, per rafforzare le filiere di produzione di semiconduttori e chip. Senza la pretesa di fare i conti in tasca a Bruxelles, si tratterebbe di un Chips Fund per finanziare le start-up e le imprese del tech. Anche questo stanziamento è rinviato al 2028. Per dare un ordine di grandezza, il primo Chips Act mobilitava oltre cinquantadue miliardi di euro, tra pubblici – in prevalenza degli Stati – e privati.

Il 5 giugno il Commissario al commercio Maroš Šefčovič ha provato a fissare un altro paletto per rafforzare il grande progetto dell’autonomia strategica. La Commissione vorrebbe obbligare le imprese dei settori critici a rifornirsi da almeno tre fornitori distinti, in maniera tale da aumentare la diversificazione e quindi la sicurezza delle supply chains. Per sostenere l’industria del tech, quella dell’energia pulita, il comparto farmaceutico (l’Europa dipende dalla Cina per i principi attivi necessari a produrre farmaci salvavita) serve renderla invulnerabile alle coercizioni. Quale sia il costo per farlo è tutto da discutere. Bruxelles può pure obbligare le sue imprese a diversificare, ma non può obbligare nessuno a investire in alternative che, finché il prezzo è deciso da un Paese terzo, restano difficilmente bancabili. Lo ha spiegato Bernd Schäfer, direttore di EIT RawMaterials, organizzazione che lavora sul rafforzamento delle filiere europee delle materie prime. L’Europa deve darsi un proprio indice di prezzi, un parametro di riferimento trasparente e alternativo all’orbita cinese. Pechino non è solo il principale estrattore e raffinatore. I prezzi di gran parte delle materie prime critiche, in particolare delle terre rare, vengono fissati da due agenzie cinesi (Asian Metal e Shanghai Metal Market) che recepiscono direttamente le indicazioni del governo. Un privato che volesse aprire una miniera, una raffineria o una fabbrica di chip in Europa, non avrebbe un parametro affidabile per calcolare i ritorni, perché basterebbe una mossa di Pechino a spostare l’ago e modificare ogni previsione su vendite e ricavi. Schäfer afferma che tale indice potrebbe coinvolgere non solo l’Europa, ma anche paesi “amici” come gli Usa (ed è tutto un dire), l’Australia, il Canada e la Gran Bretagna. Gli americani stanno pensando anche ad un price floor, un prezzo minimo garantito da estendere a tutta l’area occidentale tramite la Mineral Security Partnership a cui l’Unione partecipa, così da isolare il proprio mercato dai ricatti e dal dumping e quindi rendere più conveniente investire.

Lo stesso 3 giugno la Commissione ha concesso agli Stati di usare una parte della flessibilità fiscale che avevano ottenuto per la difesa per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili. L’escape clause dai vincoli di bilancio era nata per permettere ai governi di spendere fino all’1,5 percento del Pil in armi, ma ora si potrà dirottare fino allo 0,3 percento di quella quota sulla transizione energetica. La spinta per questo scostamento è giunta proprio da Roma, che però voleva più fondi per finanziare il taglio delle accise in risposta alla crisi di Hormuz, che non ha ottenuto. Al contrario, Giorgia Meloni potrà spendere quei soldi per finanziare misure come reti elettriche, infrastrutture per le energie rinnovabili, sistemi di accumulo, interconnessioni, elettrificazione industriale. Sicurezza energetica e sicurezza militare non sono compartimenti separati, ma convivono e si condizionano vicendevolmente. Riconoscerlo è già un passo avanti. Ma la Commissione non ha trovato risorse nuove, ha semplicemente spostato una piccola parte di un budget che non possiede, in quanto è degli Stati. L’Europa allarga il perimetro dell’autonomia strategica più in fretta dei mezzi che dovrebbero sostenerla.

La sovranità non si costruisce per decreto, l’industria non nasce solo regolando il mercato perché l’allocazione dei fondi dovrebbe riflettere la domanda reale e non le preferenze di un ufficio. In meno di dieci giorni l’Unione europea ha annunciato di voler essere sovrana sul cloud, sui chip, sulle materie prime, sull’energia e sulla difesa. Ma l’autonomia si paga, e al momento il portafoglio più capiente ce l’hanno gli Stati, non la Commissione, e possono opporsi in qualsiasi momento al varo dei pacchetti proposti dalle direzioni generali. È purtroppo una questione di vile denaro, e nient’altro. Scrivere regole chiare è necessario, ma per poter competere allo stesso livello di Washington e Pechino serve essere più veloci, decisi e serve spendere. Sappiamo elencare con precisione tutte le vulnerabilità, gli angoli ciechi e le dipendenze, ma possiamo veramente permetterci di superarle?

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