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IA, salute e disuguaglianze. Il nodo dell’equità nell’era degli algoritmi

10 June 2026 at 16:11

Fra le molte promesse dell’intelligenza artificiale applicata alla sanità c’è quella di ampliare l’accesso alle cure, migliorare l’accuratezza delle diagnosi, supportare la ricerca clinica, personalizzare i percorsi terapeutici e alleggerire il carico amministrativo che oggi grava sui professionisti. Ma accanto alle opportunità emergono anche interrogativi tutt’altro che secondari. Cosa accade se gli algoritmi vengono addestrati su dati incompleti? Se alcune categorie di pazienti risultano sottorappresentate? Se il divario digitale impedisce a una parte della popolazione di beneficiare dell’innovazione? E ancora: l’intelligenza artificiale contribuirà a rendere i sistemi sanitari più equi o rischia invece di amplificare disuguaglianze già esistenti? È attorno a questi interrogativi che si è sviluppato il confronto 2026 di Tutto nella norma dal titolo “IA e sanità: una leva contro le disuguaglianze?” promosso da Fondazione Roche in collaborazione con Healthcare Policy e Formiche. L’incontro, moderato dalla direttrice di Formiche Flavia Giacobbe presso il Centro studi americani, ha riunito rappresentanti delle istituzioni, del mondo accademico e dell’ecosistema della salute per riflettere su opportunità, rischi e condizioni necessarie affinché la trasformazione digitale rafforzi il diritto alla salute.

IA: non un mero fattore tecnico

Ad aprire i lavori è stato Enrico Sabatini, segretario della Fondazione Roche, che ha riportato il dibattito alla dimensione costituzionale del tema. “La misura delle cose viene definita dal proprio contrario”, il richiamo è dapprima al diritto fondamentale alla salute garantito dall’articolo 32 della nostra Costituzione e poi a quello ai dati che indicano come milioni di italiani – circa il 10% della popolazione – rinuncino oggi alle cure per problemi di natura geografica, costi, e liste d’attesa troppo lunghe. Persone “con fragilità o marginalizzate, che spesso non hanno le risorse socio-culturali o economiche per fare fronte a patologie croniche o invalidanti”. In questo contesto, ha sottolineato, l’intelligenza artificiale “ha opportunità incredibili, ma elementi che vanno valutati”, dunque, non può essere considerata “un mero fattore tecnico perché incide sul diritto della persona alla salute e sulla sua vita”. Per questo, ha aggiunto, la responsabilità umana deve rimanere al centro delle scelte e dei processi decisionali.

Fragilità e disuguaglianze

Nella sua lectio magistralis, Bernardo Mattarella, professore di Diritto amministrativo e coautore del libro “Governare le fragilità”, ha ricordato come la lotta alle disuguaglianze sanitarie non possa essere separata dalle fragilità strutturali del Paese. Richiamando i temi del capitale umano, della qualità delle istituzioni e della sostenibilità della spesa pubblica, Mattarella ha evidenziato la necessità di rafforzare la capacità del sistema sanitario. “Abbiamo bisogno di strutture forti a livello statale e regionale per il governo di questi settori”, ha affermato, indicando nella governance uno degli elementi chiave per garantire equità nell’accesso alle cure e nell’adozione delle nuove tecnologie.

Dalle potenzialità alle criticità

Le potenzialità offerte dall’intelligenza artificiale alla ricerca sono state evidenziate da Antonio Addis, responsabile Uosd Epidemiologia del Farmaco presso Asl Roma 1. “Per un epidemiologo l’IA è entrare in una bellissima stanza giochi”, ha affermato, descrivendo la possibilità di trasformare enormi masse di dati in strumenti di conoscenza e simulazione.

Dalla produzione di dati sintetici alla riduzione degli errori sistematici, fino alla possibilità di avvicinare la ricerca osservazionale agli standard degli studi sperimentali, le prospettive sono numerose. Ma, ha avvertito, occorre passare dalla teoria alla pratica. “Occorre fare ricerca in questo ambito, non solo parlarne”, richiamando l’attenzione sulla necessità di investimenti pubblici e sulla costruzione di ecosistemi aperti in cui condividere esperienze, competenze e buone pratiche, evitando che la capacità di sviluppare e controllare gli algoritmi resti concentrata in poche mani.

A questo si affianca il tema della qualità dei dati e della rappresentatività degli algoritmi, al centro dell’intervento di Eugenio Santoro, ricercatore presso l’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri Irccs. Se da un lato esistono numerosi studi che mostrano il potenziale delle applicazioni di IA, dall’altro le domande fondamentali riguardano il modo in cui questi strumenti vengono costruiti. “C’è bisogno che gli strumenti quando vengono addestrati siano addestrati su un campione sufficientemente rappresentativo”, ha spiegato, evidenziando come alcune categorie di pazienti risultino ancora sottorappresentate. Un problema che si intreccia con quello delle fonti informative utilizzate. “Molto spesso vengono usati tutti i documenti presenti su un database che non sono necessariamente i più affidabili dal punto di vista scientifico”. Da qui la necessità di comprendere se i modelli siano davvero in grado di distinguere e valorizzare correttamente l’evidenza scientifica.

Una riflessione più ampia sull’impatto dell’IA sulla medicina è arrivata da Luca Pani, professore di Farmacologia e Tossicologia presso l’Università di Modena e Reggio Emilia e professore di Psichiatria presso l’Università di Miami. “L’IA non è solo un modo per fare più velocemente ciò che facciamo, ma cambia la struttura di ciò che facciamo”. Secondo Pani, la medicina del Novecento si è fondata sul concetto di “paziente medio”, riducendo complessità e variabilità per produrre evidenze robuste. Oggi, invece, l’intelligenza artificiale può aiutare a cogliere pattern invisibili e a restituire centralità alle differenze individuali. Perché ciò accada, tuttavia, servono rappresentatività, trasparenza e spiegabilità. “Un algoritmo che è addestrato su dati parziali produce decisioni parziali e sbagliate”. E i dati, ha aggiunto, devono essere restituiti ai cittadini che li generano.

Sul rapporto tra innovazione e sostenibilità del sistema sanitario si è soffermato Nino Cartabellotta, presidente Fondazione Gimbe. “Da un lato la tecnologia avanza in maniera straordinaria, dall’altro i sistemi sanitari sono poco adattivi a integrare quest’innovazione”. Il rischio, secondo il presidente, è che il progresso tecnologico proceda più rapidamente della capacità delle istituzioni di tradurlo in benefici concreti e diffusi.

Governare il cambiamento

La necessità di governare questa transizione è stata ribadita dalla senatrice Tilde Minasi, componente della commissione Sanità e relatrice della legge sull’IA. Se le opportunità dell’intelligenza artificiale sono ormai evidenti, altrettanto rilevanti sono i rischi. Per questo, ha spiegato, il disegno di legge italiano parte da un principio fondamentale: “Mettere al centro la persona. Nessun sistema di IA può sostituire la decisione e la responsabilità dell’essere umano”.  L’europarlamentare Brando Benifei ha richiamato il ruolo dell’AI Act nel costruire un quadro di fiducia e tutela. “L’ambito dell’attività medica è uno degli ambiti sensibili dettati dalla legge”, ha ricordato, sottolineando come l’obiettivo sia verificare i sistemi utilizzati in sanità secondo standard rigorosi a tutela di medici e pazienti. L’Europa, ha osservato, non punta a frenare l’innovazione ma a promuoverla attraverso “un’architettura di diritti oggi al centro del dibattito globale” che distribuisce “responsabilità e obblighi lungo tutta la filiera”.

Il contributo di Agenas

La prospettiva dell’implementazione concreta è stata infine portata da Alice Borghini, direttrice Uo Sanità digitale e telemedicina di Agenas. Dopo gli investimenti pari a circa 1,5 miliardi di euro per le infrastrutture regionali di telemedicina, la sfida è oggi favorirne l’utilizzo effettivo da parte di professionisti e strutture sanitarie. Parallelamente, Agenas sta sperimentando una piattaforma di IA generativa “come uno strumento di supporto alle decisioni cliniche dei medici di medicina generale”, ha spiegato Borghini.

La persona al centro

A chiudere i lavori è stata Mariapia Garavaglia, presidente della Fondazione Roche, che ha sintetizzato il senso del confronto. L’intelligenza artificiale può rappresentare uno strumento prezioso per rafforzare il sistema sanitario e migliorare l’accesso alle cure, ma soltanto a condizione di comprenderne limiti, rischi e responsabilità. Per Garavaglia, la sfida non è delegare le decisioni agli algoritmi ma utilizzarli per orientare scelte più informate e più eque. “L’intelligenza artificiale è capace di farci vedere come si potrebbe scegliere, l’intelligenza umana dovrebbe assumersi la responsabilità della scelta”, solo così “l’IA fa in modo che noi siamo davvero la magnifica umanità”.

L’Ai non è una persona, ma può diventare un interlocutore permanente. Ed è qui che compare un rischio

10 June 2026 at 15:13

L’intelligenza artificiale sogna? Philip Dick si chiedeva se gli androidi sognassero pecore elettriche, probabilmente non immaginava che un giorno avremmo conversato con intelligenze artificiali, menti androidi. Oggi quella domanda non è più fantascienza.

Da qualche tempo utilizzo l’intelligenza artificiale come assistente. Mi aiuta a trovare riferimenti bibliografici, a verificare informazioni, a organizzare idee. Ma, come spesso accade, l’uso pratico ha lasciato spazio a domande più profonde. Tutto è cominciato da un sogno.

Molti anni fa commissionai all’artista Alberto Gennari un’illustrazione in cui Charles Darwin e Anton Dohrn sono uniti dalla stessa barba. Volendola mettere su una maglietta, mi serviva uno slogan, ma non lo trovavo. Sognai “due menti una barba”. Sapendo che i sogni svaniscono in fretta la scrissi immediatamente. Recentemente ho sognato “guerressere”, fondendo guerra e benessere: il warfare al posto del welfare. Anche in quel caso il termine mi apparve già formato, senza che riuscissi a seguire il percorso che l’aveva generato.

Ho chiesto all’intelligenza artificiale di propormi slogan per il disegno di Darwin e Dohrn o di trovare una parola che esprimesse il rapporto tra guerra e prosperità economica, non è arrivata né a “Due menti una barba” né a “guerressere”. Quando gliele ho proposte, però, le ha comprese immediatamente e ha saputo spiegare perché funzionano. Così abbiamo iniziato una lunghissima discussione sul ruolo dei sogni nella creatività.

Molti artisti, scrittori e scienziati hanno attribuito ai sogni intuizioni decisive. Altri hanno cercato di raggiungere stati analoghi attraverso droghe che stimolano la creatività alterando la coscienza. Paul McCartney raccontò di essersi svegliato con la melodia di Yesterday già pronta nella mente e per settimane fu convinto di averla inconsapevolmente copiata da qualcuno.

Discutendo con l’IA mi tornò alla mente una storia raccontata da Carlos Castaneda in uno dei suoi libri su Don Juan, lo stregone Yaqui. Molti ricordano quel libro per il peyote. Io ricordo un episodio molto diverso. Don Juan gli fa vuotare le tasche su un prato e gli dice di guardare attentamente. Poi toglie un oggetto e l’allievo ne individua subito l’assenza. Poi gli fa osservare il prato, senza oggetti, e rimuove un filo d’erba. L’allievo non si accorge del filo d’erba mancante: vedeva solo il contenuto delle sue tasche, tolto quello non restava “niente”. Lo stregone non vede cose che non esistono. Vede cose che esistono ma che gli altri considerano irrilevanti.

Mentre discutevo di questi temi con l’intelligenza artificiale, pensavo di riflettere sui sogni. In realtà stavamo discutendo sul pensiero. Le idee che considero più interessanti non mi sono venute soltanto sognando. Molte sono nate durante una lezione. Altre durante conversazioni con colleghi o amici. A volte mi accorgevo di non avere capito veramente qualcosa proprio mentre cercavo di spiegarla, oppure di accorgermi di avere torto dopo aver convinto tutti che avevo ragione.

Insegnare, discutere, chiacchierare e sognare potrebbero essere attività più simili di quanto sembri. Si tratta di generare conoscenza, riorganizzando le informazioni in nostro possesso, magari scambiandole con altri. Un’idea richiama un’altra idea. Un’associazione ne suggerisce una successiva. Dopo un certo numero di passaggi emerge qualcosa che prima non vedevamo. Non è la maieutica socratica, in cui la levatrice aiuta a far nascere qualcosa che esiste già. Assomiglia piuttosto a una singenesi, una fecondazione da cui emerge qualcosa che prima non c’era.

Questa intuizione è emersa dialogando con una macchina. L’intelligenza artificiale dispone di una quantità di informazioni immensamente superiore a quella accessibile a qualsiasi individuo. Può consultare, collegare e sintetizzare conoscenze provenienti da campi diversissimi. Ma nessuno pensa che una biblioteca sogni, rida, si arrabbi, abbia paura.

Forse il problema non è la quantità di informazione disponibile, ma il significato che attribuiamo all’informazione e il modo in cui la organizziamo. Durante la lunga conversazione da cui nasce questo articolo abbiamo iniziato discutendo di sogni. Alla fine ci siamo trovati a parlare di dialogo. E mi sono reso conto che molte delle mie idee nascono parlando con qualcuno. Le idee si rincorrono, si modificano, si combinano. È un processo che ricorda il brainstorming, ma spesso le intuizioni migliori emergono quando non le stiamo cercando intenzionalmente.

L’intelligenza artificiale non è una persona, ma può partecipare a questo processo. Può diventare una sorta di interlocutore permanente. Ed è qui che compare un rischio. Un interlocutore sempre disponibile può diventare una dipendenza intellettuale. Una specie di Ms. Pinky, la bambola gonfiabile di Frank Zappa: non invecchia, non si stanca e non contraddice mai. Ma proprio per questo non può sostituire le relazioni reali. Le idee nascono dal dialogo tra persone vere, con le loro competenze, i loro limiti, le loro ostinazioni e perfino i loro errori.

È possibile che il sogno, l’insegnamento, la conversazione e il pensiero siano manifestazioni diverse dello stesso processo? L’intelligenza artificiale, a saperla usare, diventa un interlocutore con cui capire meglio noi stessi. Un po’ come i soldi del detto latino Pecunia si uti scis ancilla est, si nescis domina.

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Intelligenza artificiale, il governo approva due decreti attuativi. Nordio: “Nuovo reato per punire chi omette misure di sicurezza”

10 June 2026 at 14:51

Il governo prova a mettere a terra la legge delega sull’Intelligenza artificiale, la n. 132 del 25 settembre 2025, fino ad ora rimasta sulla carta. Il consiglio dei ministri della tarda mattina è il tentativo di palazzo Chigi di cambiare marcia, con due decreti legislativi. La parola “minori” non compare sostanzialmente mai, né in conferenza stampa né all’ordine del giorno del Cdm. Eppure la legge 132 impone ai ragazzi fino a 14 anni l’accesso ai servizi di Ia solo con il consenso dei genitori. Ma ad oggi la norma è inapplicata. Nei decreti, tuttavia, c’è il tema della protezione dei cittadini. Il ministro Nordio ha annunciato la nascita di un nuovo reato: sarà punito chi progetta o realizza sistemi di Ia senza le “necessarie misure di sicurezza”.

I provvedimenti sull’intelligenza artificiale sono arrivati a palazzo Chigi dopo le parole di Giorgia Meloni all’assemblea romana di Confcommercio: “I rischi dell’Ia? In primis l’impatto sul mercato del lavoro”, per la premier “imponderabile”. La presidente del Consiglio tratteggia futuri distopici. “Rischiamo oggettivamente un mondo nel quale sempre più persone non saranno necessarie, un mondo nel quale la ricchezza si concentra e si verticalizza ancora di più”. Dunque l’Ia “va governata”, anche “per l’impatto che può avere sulle nostre democrazie”, poiché diventa difficile distinguere quello che è vero da quello che non lo è”.

Alfredo Mantovano ha esultato in conferenza stampa, dopo l’approvazione dei provvedimenti: “L’Italia in virtù di questi decreti attuativi, insieme con la legge 132, è la prima nazione che si dota di una disciplina normativa nazionale organica in materia di intelligenza artificiale”. Cosa contengono i due decreti? Norme sull’utilizzo dell’algoritmo nel campo della formazione (anche scolastica), sui poteri delle Autorità nazionali nel settore Ia, sull’attività di polizia e sulla responsabilità civile e penale. Mantovano ha precisato come i due decreti “andranno alla valutazione delle commissioni parlamentari, della Conferenza delle Regioni e di alcune autorità di garanzia, prima fra tutte quella sulla trattamento dei dati personali”.

In conferenza stampa ha parlato una nutrita schiera di ministri e sottosegretari: Matteo Piantedosi (Interni), Carlo Nordio (Giustizia), Marina Elvira Calderone (Lavoro), Bernini (Università), Alessio Butti (sottosegretario all’Innovazione. Il filo conduttore degli interventi è la volontà di rassicurare il cittadino: l’Intelligenza artificiale non prenderà decisioni autonome, ma sarà al servizio degli uomini. Il potere di scelta “deve essere sottoposto a una revisione e sorveglianza umana qualificata”, ha ricordato il ministero degli Interni. Che esclude rischi di sorveglianza di massa: “nessun “Grande fratello, perché è vietato l’utilizzo di banche dati biometriche create con raccolta massiva e generalizzata di dati dal web”. “Ci sono delle regole stringenti per l’identificazione biometrica in tempo reale per finalità di polizia, che è ammessa solo in casi eccezionali”, ha rassicurato Piantedosi.

Anche il Guardasigilli resta in tema di ordine pubblico, presentando un nuovo reato penale: “ossia la punizione di chi progetta, realizza e omette le necessarie misure di sicurezza dei sistemi di Intelligenza artificiale, quando da tale condotta derivi un concreto pericolo per la sicurezza delle persone o dello Stato”, ha dichiarato Nordio. Giova ricordare come OpenIA (casa madre di ChatGPT) sia sotto processo civile e penale, negli Usa, per via delle denunce sulla scarsa sicurezza presentate dallo Stato della Florida. Non è chiaro, tuttavia, come sarà declinato il concetto espresso da Nordio. Cosa significa, esattamente, “concreto pericolo per la sicurezza delle persone o dello Stato”?

Calderone ha rassicurato i lavoratori: l’Ia non prenderà decisioni sul futuro dei lavoratori al posto dei dirigenti in carne ed ossa. Le scelte che “incidono sul rapporto di lavoro come assunzione, modifica delle condizioni contrattuali, licenziamento e sanzioni disciplinari”, non saranno assunte “esclusivamente da un sistema automatizzato”. La ministra ha ripreso i timori di Meloni sull’occupazione. L’Ia sarà “integrata” nei percorsi formativi dei lavoratori con lo scopo di “prevenire l’obsolescenza delle competenze” e “aumentare l’occupabilità”. La ministra del Lavoro ha offerto alcuni numeri sulla piattaforma Edo (Educazione digitale per l’occupazione): “al 30 aprile avevamo già formato 167mila persone e al 9 giugno 180mila sulle competenze digitali”.

Il ministro della Scuola Giuseppe Valditara ha annunciato “la modifica dei programmi scolastici: l’intelligenza artificiale entrerà nel curriculum formativo dei licei”. Ma già alla scuola primaria “saranno introdotti alcuni cenni per abituare i bambini al linguaggio dell’intelligenza artificiale”. Cambieranno le linee guida sull’educazione civica, per “formare i giovani alla consapevolezza dei rischi legati all’Ia, all’utilizzo dei social, dei device”. Valditara ricorda i fondi da 100 milioni di euro per preparare i docenti all’insegnamento dell’intelligenza artificiale come disciplina. Altri 100 milioni di euro saranno destinati alla formazione degli insegnanti sull’educazione e la prevenzione dei rischi connessi all’IA.

Il sottosegretario Alessio Butti ha ricordato l’articolo 26 della legge 132, con l’istituzione del reato di deepfake: ovvero le immagini (quasi) indistinguibili dalla realtà. Chi le produce e diffonde online, senza il consenso dell’interessato, rischia la reclusione da 1 a 5 anni. Butti non esclude carta di identità per i robot dotati di Intelligenza artificiale, sulla scia di alcuni Paesi: “Non lo fanno certamente per un vezzo, ma per avere una tracciabilità dalla ideazione, progettazione, produzione, commercializzazione, impiego dell’umanoide e quindi poter risalire a chi ha effettivamente in quella filiera la responsabilità”. Sulla stessa lunghezza d’onda la ministra dell’Università Anna Maria Bernini: “L’intelligenza artificiale ha bisogno di avere un referente, qualcuno che risponda per lei dei danni che può produrre”.

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Esami di maturità 2026, il toto-traccia delle intelligenze artificiali: ecco le previsioni di ChatGPT, Gemini e Claude

10 June 2026 at 07:14

Fino alla mattina del 18 giugno nulla si saprà delle tracce ufficiali della prima prova di Maturità ma il “toto-tema” è già scattato e tra gli “alleati” degli studenti, naturalmente, c’è anche l’intelligenza artificiale. Per ChatGPT gli autori più quotati per l’analisi del testo (tipologia A) sono Giovanni Pascoli, Gabriele D’Annunzio, Elsa Morante, Grazia Deledda e Italo Calvino. Questi nomi ricorrono spesso nelle previsioni perché sono autori importanti del programma e alcuni sono legati a ricorrenze culturali del 2026. Temi possibili per il testo argomentativo e il tema d’attualità: l’AI e l’impatto sulla società; i social network e l’identità digitale; la pace, i conflitti internazionali e la cooperazione tra i popoli e l’ ambiente. Mentre tra le ricorrenze storiche molto citate ci sono gli 800 anni dalla morte di San Francesco d’Assisi (1226-2026), considerato uno dei candidati più forti per una traccia culturale o storico-letteraria.

Più o meno identiche le previsioni di Gemini. Per l’analisi dei testi letterari spuntano Luigi Pirandello, uno dei nomi più attesi tra gli scrittori del Novecento. Nel 2026 ricorrono sia i 90 anni dalla morte sia i cento anni dalla pubblicazione in volume di “Uno, nessuno e centomila”. Ancora Giovanni Pascoli e Giovanni Verga e la già citata Grazia Deledda visto che nel 2026 cadono i cento anni dal suo Premio Nobel per la Letteratura (l’unica donna italiana ad averlo vinto). Un suo testo rappresenterebbe un debutto assoluto alla Maturità. L’ assistente Ia di Google prevede anche Gabriele D’Annunzio che manca dalle tracce delle sessioni ordinarie dal lontano 1999. Per il tema argomentativo (tipologia B), invece, si parla degli ottant’anni della Repubblica Italiana ma anche di Chernobyl che permette di argomentare sulla transizione energetica, la sicurezza nucleare e l’impatto ambientale. Nel “toto tracce” compare anche l’11 settembre 2001, un anniversario (25 anni) che si presta a riflessioni sulla geopolitica moderna e sul terrorismo internazionale, magari partendo da testi di intellettuali come Oriana Fallaci.

Il modello di Anthropic adotta un taglio differente. In comune con gli altri assistenti virtuali c’è l’intelligenza artificiale collegata stavolta alla responsabilità umana. Il secondo tema ipotizzato è il disagio giovanile e il rapporto con la tecnologia. Claude cita anche l’esplosione dell’uso problematico degli smartphone in classe, con insegnanti che segnalano un forte aumento delle distrazioni. Infine, un testo letterario o saggistico sul confine tra vita digitale e reale. Non sappiamo se e quanto l’Ia tenga conto delle idee del ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, che ha il suo “peso” nelle decisioni della commissione ministeriale che propone gli argomenti dell’esame di Stato, ma gli anniversari sono sicuramente un elemento da tenere in considerazione alla luce di quanto avvenuto negli ultimi anni.

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La guerra cognitiva è già cominciata: come l’IA modella ciò che crediamo vero

9 June 2026 at 23:26
Categorie: Tecnologia e Intelligenza Artificiale · USA e Occidente Autore: Patrizio Ricci Non è il territorio il vero campo di battaglia del nostro tempo. È la percezione. La trasformazione più ...

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