Normal view

Tom Fletcher, UN humanitarian chief: 'Cuts force us to choose which lives to save and which lives not to'

A few months ago, at a center for malnourished children in the remote Darfur region of Sudan, an orphaned baby who had arrived days earlier on the brink of death gripped Tom Fletcher’s finger with surprising strength. The United Nations’ humanitarian chief says those seconds eased his frustration at international inaction and the “anger” he feels over cuts to aid at a time when needs and conflicts are rising around the world.

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Tom Fletcher, head of OCHA, on a Madrid street this Wednesday.

© Álvaro García

Tom Fletcher, U.N. humanitarian chief, in Madrid on Wednesday.

“Allarme rosso per la scienza americana”, Trump mette la ricerca sotto controllo politico, scienziati in rivolta

4 June 2026 at 15:55

Dopo i tagli ai finanziamenti per la ricerca biomedica, climatica e sanitaria, l’amministrazione Trump apre un nuovo fronte nel rapporto con la comunità scientifica americana. Questa volta al centro dello scontro non ci sono soltanto le risorse economiche, ma l’autonomia stessa della ricerca. A far scattare l’allarme è una proposta pubblicata alla fine di maggio dall’Ufficio di gestione e bilancio della Casa Bianca (Office of Management and Budget, OMB), che punta a modificare le regole per l’assegnazione delle sovvenzioni federali destinate alla ricerca scientifica. L’obiettivo dichiarato è quello di “migliorare la trasparenza, la responsabilità e la supervisione” dei fondi pubblici, ma per migliaia di ricercatori il rischio è quello di introdurre un controllo politico diretto sulle scelte scientifiche.

Secondo la nuova disciplina, che dovrebbe entrare in vigore dal primo ottobre, i funzionari nominati dall’amministrazione avrebbero il compito di effettuare una “revisione preliminare” obbligatoria di tutte le richieste di finanziamento. Ogni progetto potrebbe essere valutato non soltanto sul piano scientifico, ma anche sulla sua coerenza con le priorità politiche dell’agenzia di riferimento e con il cosiddetto “interesse nazionale”. Una modifica che, secondo i critici, rischia di scavalcare il tradizionale sistema di valutazione tra pari, affidato a esperti indipendenti, che rappresenta da decenni uno dei pilastri della ricerca statunitense.

La rivolta degli scienziati

La reazione della comunità scientifica è stata immediata. Come riportato dalla rivista Nature, in pochi giorni sono arrivate oltre 3.500 osservazioni alla proposta, in larga parte contrarie. Tra le prese di posizione più dure c’è quella della Società americana di Biologia cellulare, che ha definito la riforma una “enorme minaccia per la scienza americana”. A intervenire è stato anche Holden Thorp, direttore ed editor-in-chief della rivista Science, una delle pubblicazioni scientifiche più autorevoli al mondo. In un editoriale dai toni insoliti, Thorp ha parlato di un vero e proprio campanello d’allarme per il futuro della ricerca negli Stati Uniti, invitando università, centri di ricerca e associazioni scientifiche a fare fronte comune contro quella che considera un’ingerenza politica senza precedenti. “È il momento di agire”, scrive il direttore di Science, che conclude con un appello destinato a far discutere: “Il semaforo rosso lampeggia, tutti ai posti di combattimento”.

La proposta arriva in un momento già particolarmente delicato per il sistema scientifico statunitense. Negli ultimi mesi l’amministrazione Trump ha avviato una profonda revisione delle politiche federali sulla ricerca, con riduzioni di fondi e cancellazioni di programmi che hanno coinvolto diversi settori strategici, dalla lotta contro il cancro e l’Alzheimer fino alla prevenzione delle malattie infettive. Misure che avevano già suscitato forti critiche da parte del mondo accademico e sanitario, soprattutto in una fase caratterizzata dalla diffusione del morbillo in diversi Stati americani e dal monitoraggio dell’influenza aviaria.

Ora il confronto si sposta sul terreno dell’indipendenza scientifica. Per i sostenitori della riforma, il controllo politico garantirebbe una migliore allocazione delle risorse pubbliche e una maggiore coerenza con gli obiettivi nazionali. Per gran parte della comunità scientifica, invece, il rischio è che i finanziamenti vengano subordinati a criteri ideologici o politici, compromettendo la libertà della ricerca e la capacità degli Stati Uniti di mantenere la propria leadership scientifica mondiale. Uno scontro destinato a proseguire nei prossimi mesi e che, secondo molti osservatori, potrebbe ridefinire il rapporto tra politica e scienza negli Stati Uniti.

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Oke Göttlich, the man shaking up German soccer over Trump: ‘We discussed at length our red lines for boycotting the World Cup’

He takes this newspaper’s call on a train bound for Hamburg, home of St. Pauli, continues by car and says goodbye almost an hour later in his office at the headquarters of the modest club, which he has chaired since 2014. Oke Göttlich (Hamburg, Germany; 50) is also one of the 13 vice presidents of the DFB, the German Football Association. And earlier this year, amid threats from Donald Trump’s administration to invade Greenland, Göttlich, a trained journalist, said enough was enough. “What reasons justified the boycotts by certain countries of Olympic Games in the 1980s?” he asked, referring to Moscow 1980 and Los Angeles 1984, in the Hamburger Morgenpost. “In my view, the current threat is greater than back then, so we must have this discussion; a footballer’s life is not worth more than the life of any of the people being directly or indirectly attacked by the host country of the next World Cup.”

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© Stuart Franklin (Getty Images)

Oke Göttlich during a Bundesliga match.

Washington e Santa Sede sono mondi in collisione: ecco perché Trump a volte spara a zero contro il Papa

4 June 2026 at 12:59

Come l’Ombra in una tragedia shakespeariana, l’immagine di Leone XIV insegue il presidente Trump, che giorni fa ha nuovamente twittato aggressivo: ”…Qualcuno dovrebbe spiegare al Papa che l’Iran non può avere un’arma nucleare”. Lo sanno tutti, sia a Roma che a Washington, che Leone è assolutamente contrario alle armi nucleari: a Teheran e nel mondo intero. E allora perché?

Sembrerebbe un atteggiamento un po’ folle, ma l’impressione sarebbe superficiale. Il fatto è che il presidente Maga ha capito perfettamente che sulla scena internazionale papa Prevost è diventato nell’arco di pochi mesi una voce autorevole che prospetta una visione radicalmente diversa dalla sua, una voce che contraddice e continuerà a contraddire nel tempo a venire la politica di potenza praticata dall’amministrazione statunitense.

Una voce tanto più sonora in quanto altri tacciono. La Russia perché ha bisogno di Trump. La Cina, incline ad approfittare del caos sparso dalla politica americana. Muta è anche l’Unione europea che – oltre a dire no alla guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran – si mostra incapace di giocare un qualsiasi ruolo per favorire la pace nel Medio Oriente in fiamme.

Leone è sotto la lente della Casa Bianca sin dall’inizio dell’anno, quando il pontefice dichiarò al corpo diplomatico che il “fervore bellico sta dilagando” e che si era affermata una nuova tendenza: cercare la pace mediante le armi, “quale condizione per l’affermazione di un proprio dominio”. E’ in quel momento che il sottosegretario alla Guerra, Elbridge Colby, convoca in maniera del tutto irrituale il nunzio vaticano Christophe Pierre (per di più cardinale) per spiegargli che la Santa Sede avrebbe fatto meglio a comprendere la politica degli Stati Uniti.

Si arrivò poi allo scontro diretto tra Leone e Trump in occasione della guerra scatenata da Usa e Israele contro l’Iran. Scontro su cui il pontefice ha voluto mettere una pietra sopra. E tuttavia il capitolo che l’enciclica Magnifica Humanitas dedica al tema della guerra è antitetico all’era del caos e della brutalità nei rapporti internazionali, inaugurata da Trump (e di cui sta profittando Netanyahu in Medio Oriente per la sua politica di dominio).

Con parole inequivocabili Leone condanna la “preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale” e critica l’eccitazione che accompagna la preparazione delle guerre “attraverso narrazioni semplificanti, logiche amico-emico, disinformazione e paura”. Si sta costruendo, denuncia il pontefice, un mondo in stato di “belligeranza permanente”, intossicato da visioni manichee che dividono il mondo in buoni e cattivi, segnato da retoriche aggressive e mere logiche di potenza. “La forza del diritto internazionale – scandisce il Papa – viene così sostituita dal preteso ‘diritto del più forte’.”

A maggior ragione Leone insiste sull’importanza di regole e organismi internazionali e sulla necessità di un ritorno al multilateralismo. Colpisce nel linguaggio dell’enciclica l’estrema precisione dei concetti: “La stretta connessione tra interessi economici, apparati militari e decisioni politiche – scrive Leone – genera una ‘nazione armata’, in cui la guerra appare quasi come prosecuzione naturale della politica e il mercato delle armi diventa motore autonomo di scelte belliche”.

Non è un anarchico che parla, è il romano pontefice mentre chiarisce che le industrie degli armamenti e i Paesi produttori di armi traggono profitto dai conflitti ed è anche in questa logica economica che si alimentano le tensioni in varie parti del mondo. Tutto questo a Trump, nella sua visione imperiale di un mondo da suddividere tra pochi capibastone, non può piacere. E meno che mai il presidente Maga condivide la conclusione lapidaria del Papa sul pericolo di presentare la violenza come necessaria, favorendo così un clima in cui “l’umanità sta scivolando nella cultura violenta della potenza…” E dunque oggi più che mai, sancisce il pontefice, “è importante ribadire il superamento della teoria della ‘guerra giusta’, fermo restando il diritto alla legittima difesa, intesa nel suo senso più stretto”.

Ecco perché Trump sente il bisogno di sparare ogni tanto una frase-raffica contro Leone. In questa fase Washington e Santa Sede sono due mondi in collisione. Prevost peraltro – al di là della sua impronta fortemente religiosa – è una personalità dotata di un’acuta sensibilità politica. Di più, ha il temperamento di un uomo di governo. Non è un caso che tempo addietro abbia speso 45 minuti per un giro d’orizzonte con il premier canadese Mark Carney, che in ambito atlantico è un chiaro critico della politica di (pre)potenza trumpiana.

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Deputados governistas vão aos EUA para reforçar diálogo em meio à crise

Deputados aliados do presidente Lula (PT) desembarcaram nesta semana em Washington em uma tentativa de ampliar a interlocução com parlamentares democratas e apresentar uma narrativa alternativa à levada aos Estados Unidos pelo senador Flávio Bolsonaro (PL-RJ) e pelo ex-deputado federal Eduardo Bolsonaro.

A missão ocorre em um momento de tensão nas relações bilaterais. Inicialmente, a viagem foi marcada para que os parlamentares discutissem sobre a importância das eleições sem interferência dos EUA. Porém o encontro tomou novos desdobramentos após as recentes decisões do governo Trump contra o Brasil. A missão dos deputados foi organizada junto com a WBO (Washington Brazil Office).

Na semana passada, os americanos classificaram as facções criminosas PCC (Primeiro Comando da Capital) e Comando Vermelho como organizações terroristas, medida que, na avaliação do governo brasileiro, pode gerar impactos econômicos.

Além disso, investigações anunciadas pelo governo americano podem resultar em tarifas de até 37,5% sobre produtos brasileiros. Em meio a esse cenário, o secretário de Estado dos EUA, Marco Rubio, afirmou nesta semana que o Brasil não está entre os países considerados “amigáveis” aos Estados Unidos.

Na comitiva estão os deputados federais Jandira Feghali (PC do B-RJ), Pedro Uczai (PT-SC), Pedro Campos (PSB-PE) e André Janones (Rede-MG). Segundo eles, a viagem busca fortalecer canais de diálogo com congressistas democratas e organismos internacionais, além de apresentar propostas de cooperação bilateral em áreas como combate ao crime organizado, inteligência financeira e tráfico internacional de armas.

Apesar de a agenda incluir apenas encontros com representantes do campo democrata, os parlamentares afirmaram ter solicitado uma reunião com o Departamento de Estado, comandado por Rubio, mas ainda aguardam resposta.

Críticas à atuação da família Bolsonaro

Em entrevista a jornalistas nesta quarta-feira (3), os deputados criticaram a atuação da família Bolsonaro junto à Casa Branca e defenderam uma reação mais organizada do campo progressista brasileiro nos Estados Unidos.

Janones afirmou que a esquerda demorou a perceber a importância da aproximação construída pela família Bolsonaro com setores do governo americano. “Eu acho que, do nosso campo, do campo progressista, faltou um pouco de humildade de levar a sério essa aproximação da família Bolsonaro na Casa Branca, em especial com Donald Trump”, disse.

Segundo ele, as viagens de integrantes da família Bolsonaro aos Estados Unidos foram frequentemente tratadas com desdém por setores da esquerda, mas acabaram produzindo resultados concretos. “Sempre que saía alguma matéria tinha aquele tom de menosprezo. ‘Ah, foi lá para implorar uma foto’. ‘Ah, foi lá para tentar um espaço’. E cada vez eles vêm entregando mais resultado”, afirmou.

Para o parlamentar, a missão representa uma tentativa de ampliar a interlocução com parlamentares americanos e evitar que aliados do ex-presidente monopolizem a narrativa sobre o Brasil em Washington.

A deputada Jandira Feghali também responsabilizou aliados de Bolsonaro pelo agravamento das tensões bilaterais. “São pessoas que em tese pensam representar o Brasil, mas que chegam aqui e articulam medidas contra o país”, afirmou.

Cooperação e combate ao crime organizado

Os deputados também contestaram a classificação do PCC e do Comando Vermelho como organizações terroristas. Embora defendam cooperação internacional contra as facções, argumentam que a medida pode produzir efeitos econômicos e políticos que extrapolam o combate ao crime organizado.

Pedro Uczai afirmou que a delegação apresentará um documento propondo mecanismos de cooperação entre os dois países em áreas como rastreamento de recursos financeiros, combate à lavagem de dinheiro, tráfico internacional de armas e intercâmbio de informações entre órgãos de investigação.

“Ao invés de ter posturas unilaterais, nós queremos cooperação”, disse.

Segundo o parlamentar, parte significativa das armas apreendidas em ações contra o crime organizado no Brasil tem origem nos Estados Unidos, o que exigiria uma atuação conjunta dos dois governos. Uczai também criticou as novas tarifas impostas por Trump, classificando a medida como unilateral e incompatível com a tradição diplomática construída entre os dois países.

Eleições e soberania nacional

Já o deputado Pedro Campos afirmou que a missão foi planejada originalmente para discutir riscos de interferência externa no processo eleitoral brasileiro, mas acabou incorporando os temas do comércio internacional e do combate ao crime organizado diante dos acontecimentos recentes.

“Existe um desejo do povo brasileiro de ter eleições livres esse ano e que a gente possa fazer isso sem influências externas”, afirmou.

Segundo Campos, tanto as discussões sobre tarifas quanto as iniciativas relacionadas ao crime organizado passaram a ser vistas pelo grupo dentro de um contexto político mais amplo, marcado pela proximidade do calendário eleitoral brasileiro.

Durante a viagem, os parlamentares pretendem se reunir com congressistas democratas e representantes de organismos internacionais. A expectativa é usar os encontros para defender a soberania brasileira, contestar medidas adotadas pelo governo Trump e ampliar a interlocução política do campo governista nos Estados Unidos. (Isabella Menon/FOLHAPRESS)

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Cuba soffocata e sempre più sola. Lo stop di alberghi e compagnie aeree per evitare le sanzioni di Trump

4 June 2026 at 11:31

L’ora zero si avvicina. Cuba è sempre più sola. Venerdì 5 giugno scade l’ultimatum imposto dall’amministrazione Trump – attraverso l’Executive Order 14404 – ai “soggetti stranieri” presenti sull’isola e vincolati al conglomerato Gaesa, Grupo de administración especial sociedad anónima, col quale dovranno “liquidare le transazioni”. Vale anche per le entità partecipate con il 50% o più dal conglomerato. Altrimenti scattano le sanzioni.

Ed è già esodo. Addirittura la catena alberghiera Melià Hotels International – l’irriducibile partner europeo, sbarcato a Cuba nel 1990 e simbolo del sodalizio Madrid-L’Avana – ha annunciato l’abbandono di quindici strutture. La “cessazione immediata”, comunicata alla Commissione spagnola dei mercati finanziari, è legata al “contesto geopolitico, sociale, legale ed economico” dell’Avana. Così anche Iberostar, che ha mollato dodici strutture alberghiere. Melià sottolinea che la maggior parte degli alberghi erano già “chiusi” a causa dei “problemi energetici” e del “crollo della domanda” turistica all’Avana. Fonti ufficiali registrano un crollo del 55,8% del turismo a Cuba, con meno di 300mila visitatori stranieri registrati nel 2025 (il minimo storico). Si acuisce anche la crisi energetica, con diverse località che registrano appena tre ore di corrente al giorno.

Altre dodici strutture alberghiere sono state abbandonate dalla catena Iberostar in un “processo di adattamento al clima di regolamentazione internazionale”. Dagli eufemismi filtra il timore di sanzioni Usa, che non attecchiscono nell’Ue, ma potrebbero colpire gli asset delle catene in America. Al fuggi fuggi si unisce il colosso canadese Blue Diamond, che lascia i quindici alberghi in gestione. Altre strutture hanno semplicemente sospeso le prenotazioni, come Valentin Hotels, Blau e Roc.

Fonti consultate da Ilfattoquotidiano.it sostengono che, in queste ore, le aziende straniere attive ed esposte alle sanzioni Usa sbrigano pratiche e consulenze per mettere in salvo le proprie attività. Persino le compagnie aeree Iberia e World2Fly hanno sospeso i voli all’Avana mentre Air Europa attende l’evolversi della situazione. Anche i circuiti di pagamento Visa e MasterCard saranno fuori servizio dal 6 giugno.

Gli annunci a catena delle chiusure hanno offuscato le cerimonie per il 95° anniversario della nascita di Raúl Castro, fratello di Fidel. A sua volta la Spagna esprime “grande preoccupazione” per le “misure unilaterali Usa” che aggravano la “crisi umanitaria” a Cuba. Ma al momento la reazione è tiepida – e persino deludente, per alcuni – visto il soft power che da decenni Madrid esercita su Cuba (già persa con gli Usa a fine Ottocento). Interpellato da Rtv.es, l’analista Raisel Rodríguez lamenta l’assenza spagnola, che “dovrebbe essere l’asse europeo nell’Isola” ma “non risulta pervenuta”. E Madrid teme che la nuova stretta Usa sia animata dalla finalità di eliminare la concorrenza a futuri investimenti Usa nell’Isola, già presente nella lista dei desideri di Trump almeno dal 1998.

L’escalation infiamma anche il dibattito a Washington. Martedì il segretario di Stato Usa ha provato a convincere la Commissione esteri del Senato sulla strategia anti-Gaesa, sostenendo che il conglomerato “possiede quasi tutto nel Paese”, cioè 17 milioni di dollari in attivi, mentre “ci sono persone che stanno letteralmente morendo di fame”. Rubio ha anche ripetuto che Cuba sponsorizza il terrorismo, menzionando le Farc ed Eln colombiane, e parlando anche di “Centri di raccolta dati russi e cinesi nell’Isola”. Tuttavia, incalzato dal deputato Dem Chris Van Hollen – che chiedeva al segretario di Stato di tirare fuori le “prove” sul sostegno cubano al terrorismo – Rubio ha risposto: “Non avremo tempo per affrontare questo punto”.

In un articolo pubblicato su Granma il governo cubano ha smentito che Gaesa sia “una struttura opaca” o “parallela allo Stato”, spiegando che il conglomerato ha permesso all’Isola di “sopravvivere” all’assedio Usa, attraverso la costruzione di 10mila abitazioni e manutenzione di infrastrutture essenziali. L’Avana denuncia inoltre l'”escalation più intensa, sproporzionata e pericolosa” nella storia recente tra Usa e Cuba, animata da “ideologi dell’ultradestra cubano-americana”.

Del resto i colloqui proseguono, con anche il recente summit tra vertici militari a Guantanamo Bay, ma l’avanzamento delle trattative resta ancora un mistero. Soprattutto a causa del coinvolgimento di Raúl Guillermo Rodríguez Castro, i cui interessi – specie in Panama, dall’imprenditore Ramón Carretero Napolitano – potrebbero risultare diversi da quelli del popolo cubano e della stessa Revolución.

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Altro che sanzioni a Netanyahu, l’Europa continua a comprare armi da Israele: nel 2025 esportazioni record per 19,2 miliardi di dollari, +30% sul 2024

4 June 2026 at 07:13

A parole l’hanno condannato per i 72 mila morti mietuti a Gaza, hanno criticato l’escalation militare contro l’Iran e ora protestano per l’avanzata di terra in Libano. Eppure i governi continuano a comprare armamenti da Israele. Nel 2025 lo Stato ebraico ha esportato sistemi d’arma per una cifra che ha superato per la prima volta i 19 miliardi di dollari (19,2 per l’esattezza), un aumento di quasi il 30% rispetto ai 14,8 miliardi del 2024, una quota “più che raddoppiata in cinque anni e quadruplicata nel decennio”, ha affermato il ministero della Difesa di Tel Aviv. Un risultato ancor più impressionante se si pensa che circa 10 miliardi di dollari sono arrivati da accordi “G2G”, ovvero Government-to-Government, ovvero tramite contratti stipulati direttamente tra il governo Netanyahu e gli Stati acquirenti.

L’invasione russa dell’Ucraina del febbraio 2022 e la minaccia degli Stati Uniti di abbandonarla al suo destino hanno gettato l’Europa in una frenetica una corsa agli armamenti. Nonostante alcuni Stati abbiano annullato contratti con le sue aziende a causa delle stragi di civili compiute nella Striscia, per Tel Aviv il Vecchio continente resta il principale mercato, ha reso noto la Sibat, l’agenzia governativa che in Israele fa da ponte tra le autorità statali, l’esercito e le aziende del settore strategico. I paesi dell’Ue hanno acquistato il 36% delle sue esportazioni totali nel 2025, pari a 6,9 miliardi di dollari. Un risultato in calo rispetto ai 7,9 miliardi del 2024 (il 54% delle esportazioni di quell’anno), quando la sola Germania si garantì il sistema di difesa missilistica a lungo raggio Arrow 3 per 4,6 miliardi, ma in crescita rispetto al 35% del 2023, anno delle stragi di Hamas in seguito alle quali il governo Netanyahu ha messo in atto la distruzione sistematica dell’enclave palestinese. La Difesa israeliana non ha fornito la lista dei singoli Paesi , ma in base ai contratti firmati negli ultimi anni tra i principali clienti figurano Finlandia, Grecia, Polonia e Romania, tutte impegnate nel rafforzamento delle difese aeree.

La regione Asia-Pacifico è al secondo posto con il 32% delle esportazioni, in forte aumento rispetto al 23% del 2024, davanti ai paesi del Medio Oriente e del Nord Africa – tra cui gli Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco – che hanno normalizzato le relazioni con Israele nel 2020 grazie agli Accordi di Abramo promossi da Donald Trump, principale alleato di Netanyahu, e sono saliti al 15% rispetto al 12% dell’anno precedente. Il Nord America, che le armi se le produce da solo, ha rappresentato invece appena il 13% delle esportazioni di Tel Aviv, l’America Latina il 2% e l’Africa subsahariana il 2%, cifre peraltro rimaste stabili negli ultimi anni.

A trainare l’export sono soprattutto i sistemi missilistici, i razzi e la difesa aerea, che da soli rappresentano il 29% delle vendite. Seguono i sistemi di sorveglianza e il puntamento dei bersagli (22%), mentre radar e guerra elettronica e il comparto aeronautico pesano entrambi per l’11%. Una quota significativa riguarda poi i sistemi di comando, controllo e comunicazione (7%) e le postazioni di lancio e i sistemi d’arma terrestri (6%). Più contenuto, ma comunque rilevante, il contributo di droni e UAV (4%), satelliti e tecnologie spaziali (3%), veicoli militari blindati (2%), sistemi di intelligence e cybersicurezza (2%) e piattaforme navali (2%). Le munizioni rappresentano invece appena l’1% del totale, a conferma di come il punto di forza dell’industria militare del Paese sia soprattutto nei sistemi ad alta tecnologia.

Nonostante il raffreddamento che hanno comportato nei rapporti con alcuni Stati occidentali, le guerre di Israele fanno bene alla sua economia. Lo stesso governo di Tel Aviv collega esplicitamente quello che definisce il “record di tutti i tempi” nelle esportazioni ai risultati ottenuti dall’esercito nei conflitti “a Gaza, in Libano, in Iran e in Yemen”. “Esiste un filo conduttore chiaro e inequivocabile che lega i successi sul campo di battaglia delle Israel Defense Forces su tutti i fronti, le straordinarie capacità dell’industria della difesa israeliana e il successo delle esportazioni di materiale bellico israeliano in tutto il mondo”, ha esultato il ministro della Difesa Israel Katz. Un successo che, secondo lo stesso governo Netanyahu, si traduce anche sul piano politico. “Il forte aumento delle esportazioni”, mettono in chiaro gli uffici di Katz nel comunicato ufficiale, sono uno strumento per “promuovere gli obiettivi di politica estera“.

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Gli Stati Uniti ridimensionano i contributi al piano Nato per le crisi

4 June 2026 at 06:23

Gli Stati Uniti hanno avviato una riduzione dei propri contributi al Nato Force Model, il meccanismo con cui l’Alleanza atlantica pianifica le forze ad alta prontezza da impiegare in caso di crisi o conflitto. La decisione, comunicata in una nota del comando in Europa, rientra in un più ampio processo di rightsizing delle capacità statunitensi assegnate alla Nato e comporta una diminuzione del pool di forze statunitensi pre-allocate per scenari di emergenza.

Nel concreto, la misura riguarda la riduzione di assetti che includono aerei da rifornimento in volo, caccia, sistemi a pilotaggio remoto e unità navali. Si tratta, in larga parte, di capacità abilitanti – intelligence, sorveglianza, ricognizione e proiezione aerea e marittima – che costituiscono una componente essenziale della risposta militare Nato nelle fasi iniziali di una crisi ad alta intensità.

Non è un semplice aggiustamento tecnico. È il segnale di un riequilibrio più profondo della condivisione degli oneri operativi all’interno dell’Alleanza. La riduzione delle cosiddette enabling capabilities americane indica infatti una volontà di ridurre la dipendenza strutturale della Nato dalle risorse statunitensi, soprattutto nei settori che consentono la condotta di operazioni complesse su larga scala.

Il generale Alexus Grynkewich, comandante delle forze statunitensi in Europa e Comandante supremo alleato in Europa, ha spiegato che esisteva una «co-dipendenza non sana» nel Force Model basata sull’assunto implicito della disponibilità automatica di capacità americane in caso di crisi. Washington, ha spiegato, intende ridurre questa impostazione per rispondere alla possibilità di conflitti simultanei su più teatri operativi, in particolare Europa e Indo-Pacifico.

Reuters ha riportato che la riduzione riguarderebbe in modo significativo alcuni sistemi specifici, tra cui i caccia F-15 e F-15E e i droni MQ-9 Reaper e MQ-4, con un taglio sensibile della loro disponibilità per la pianificazione Nato. Si tratta di piattaforme centrali per le capacità di sorveglianza e superiorità aerea dell’Alleanza, la cui riduzione potrebbe incidere sulla densità iniziale delle operazioni in caso di crisi.

Dal punto di vista politico, la decisione si inserisce nella linea più volte espressa dall’amministrazione statunitense secondo cui gli alleati europei e il Canada devono assumere una quota maggiore della difesa convenzionale del continente. In questo quadro, la riduzione del contributo al Nato Force Model non implica un ritiro degli Stati Uniti dalla Nato, né una diminuzione del loro ruolo complessivo nella deterrenza europea, che resta ancorato a elementi strutturali come il comando integrato e la componente nucleare. Il punto centrale, piuttosto, riguarda la trasformazione del grado di «certezza operativa» su cui si è basata la pianificazione dell’Alleanza negli ultimi decenni. Se in passato le capacità americane erano considerate implicitamente disponibili e rapidamente integrabili nei piani Nato, la nuova impostazione riduce questa presunzione, spingendo gli alleati europei a colmare più direttamente i gap nelle fasi iniziali di una crisi.

In questo senso, il rightsizing del Nato Force Model non rappresenta una rottura dell’architettura atlantica, ma un suo riequilibrio progressivo. La Nato rimane un’Alleanza a leadership americana, ma con una crescente richiesta di autonomia operativa europea nelle capacità di combattimento avanzato e nelle funzioni abilitanti.

Più che un arretramento degli Stati Uniti dall’Alleanza, si tratta quindi di una revisione delle aspettative reciproche: Washington riduce la disponibilità pre-allocata di alcune capacità chiave, mentre gli alleati sono chiamati a garantire una maggiore prontezza autonoma nelle prime fasi di una crisi. Una trasformazione che non modifica la centralità della Nato nel sistema di sicurezza euro-atlantico, ma ne aggiorna in modo sostanziale il funzionamento operativo.

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L’anno orribile di Putin e Trump, prime vittime delle loro guerre

4 June 2026 at 05:58

Mentre in Italia centrodestra e centrosinistra, avvicinandosi le elezioni, rifluiscono naturalmente sulle posizioni delle forze più radicali, cioè più populiste e filoputiniane, persino nel partito di Donald Trump cominciano a emergere segnali di un risveglio, non dico delle coscienze, ma almeno dell’istinto di sopravvivenza, come dimostra il duro colpo assestato ieri dalla Camera dei rappresentati al presidente, grazie al voto di diversi deputati repubblicani, sia sull’Iran sia sull’Ucraina.

Dapprima una risoluzione approvata grazie a quattro repubblicani dissidenti chiede infatti al presidente di ritirare le forze americane dal conflitto con l’Iran o di ottenere l’approvazione del Congresso per continuare la guerra.

Poco dopo, nonostante l’opposizione della leadership repubblicana, ben sei esponenti del Gop e un indipendente si sono uniti ai democratici per portare in aula, contro la volontà dello speaker, un provvedimento mirato a imporre nuove sanzioni alla Russia e a fornire ulteriori aiuti all’Ucraina. Uno scatto tanto più significativo nel giorno in cui i droni di Kyiv infliggevano un nuovo colpo a quel che restava dell’immagine di invincibilità della Russia, colpendo San Pietroburgo nel bel mezzo del forum economico, la cosiddetta «Davos russa». Insomma, tanto i risultati sul campo quanto i loro riflessi politici interni dimostrano la crisi dell’asse trumputiniano. Prima o poi se ne accorgeranno anche giornali e partiti italiani.

 

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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L’Ue si è svegliata, e batte un colpo sulla sovranità tecnologica

4 June 2026 at 03:45

Dopo ben quattro rinvii, l’Unione Europea è pronta a dotarsi di un primo pacchetto di misure che la avvicinino alla sovranità tecnologica. 

Il Tech Sovereignty Package, così si chiama il provvedimento elaborato dalla Commissione europea, formalizza le proposte per ridurre la dipendenza dalla tecnologia straniera, in particolar modo da quella americana, dopo l’aperta ostilità mostrata dall’amministrazione Trump già dal suo insediamento e i sempre più difficili rapporti commerciali, segnati dalla politica dei dazi imposti dalla Casa Bianca. 

Di certo, la Commissione non si farà molti amici a Washington, ma anche a Pechino, dopo la pubblicazione del testo che, secondo le indiscrezioni toccherà ampi settori, dal cloud computing alla realizzazione e gestione dei sempre più indispensabili data center, dalla produzione dei chip a quella di software, fino al velocissimo sviluppo dell’intelligenza artificiale, dove l’Europa appare già fuori dai giochi se non fosse per gli LLM della francese Mistral o il genio di Yann LeCun.

All’interno del pacchetto sulla sovranità tecnologica, secondo gli esperti le misure più incisive sono proprio quelle contenute nel Cloud and AI Development Act, poiché prevedono in settori ritenuti strategici l’utilizzo di hardware e software che siano sviluppati nei ventisette Paesi della Ue. La Commissione, secondo la Reuters, suggerirà per ragioni di sicurezza di escludere Amazon, Google e Microsoft dalle gare di appalto pubbliche, con l’introduzione di criteri non più legati al miglior prezzo ma, appunto, al luogo di sviluppo.

A ciò dovrebbe aggiungersi una maggiore tutela dei dati personali dei cittadini europei, con un ulteriore barriera indiretta per gli hyperscaler della Silicon Valley e come risposta al Cloud Act fatto approvare da Donald Trump già nel suo primo mandato, con l’obbligo di condividere i dati con le autorità americane, anche nel caso in cui siano conservati in server al di fuori degli Stati Uniti. Cioè, i dati di milioni di europei raccolti dalle aziende americane sono da tempo nella disponibilità del governo di Washington. 

L’introduzione del Tech Sovereignty Package non risolverà da solo il problema della dipendenza tecnologica dell’Europa, sono svariati gli ostacoli di tipo economico, giuridico, politico da superare ed è molto probabile che la reazione di Trump sarà immediata. Secondo Katja Bego, ricercatrice dell’istituto Chatham House interpellata dalla newsletter Il Mattinale Europeo, per esempio con un’ulteriore ritorsione su Asml, l’azienda olandese che domina il mercato mondiale dei macchinari per la produzione dei semiconduttori. La dipendenza europea dall’infrastruttura digitale americana, però, ha raggiunto dimensioni che non sono più tollerabili e che preoccupano i leader europei.

Le importazioni di servizi di proprietà intellettuale dagli Stati Uniti hanno raggiunto i duecento miliardi di dollari annui, la Germania da sola paga mezzo miliardo di euro l’anno in licenze Microsoft e su cento modelli di IA rilasciati nel 2025, solo uno è made in Europe. La situazione non migliora nei confronti della Cina: nei primi tre mesi dell’anno il deficit commerciale con Pechino ha raggiunto i 145 miliardi di euro, in gran parte dovuto all’acquisto di macchinari e auto elettriche, con alto tasso di tecnologia. «Non possiamo permetterci di dipendere da altri per le tecnologie che mantengono in funzione i nostri ospedali, stabili le nostre reti energetiche e sicuri i nostri servizi», ha dichiarato Ursula von der Leyen. 

Le soluzioni a cui Bruxelles sta lavorando sono di varia natura. In materia di cloud, secondo Politico, i ventisette Paesi sarebbero indotti a obbligare la loro pubblica amministrazione a testare l’eccessiva dipendenza da aziende extra Ue. Questo aiuterebbe a prepararsi per un eventuale “disconnessione” dalla rete internet a più riprese minacciata da Trump, visto che Amazon, Microsoft e Google da sole detengono due terzi dei servizi cloud continentali.

La Commissione studia anche la revisione della legge sui microchip come primo passo per favorire la produzione su larga scala in Europa grazie a uno snellimento delle procedure di autorizzazione di accesso ai finanziamenti pubblici, in modo da contrastare la sempre più ciclica carenza di forniture. Un’altro passaggio decisivo della nuova strategia europea dovrebbe essere il favorire l’adozione di tecnologia open source, in modo da ridurre la dipendenza da un solo fornitore e la collaborazione tra istituzioni, sviluppatori, produttori europei. 

Tutto ciò richiede tempi lunghi, alcune parti del pacchetto potrebbero impiegare un anno per diventare legge. E tutto ciò ha un costo. Si stimano come necessari almeno duecento, duecentoventi miliardi di euro entro il 2036. Soldi che la Commissione Ue non ha e che dovrebbero mettere i singoli Paesi o gli investitori privati. Senza rischiare che la sovranità digitale si trasformi in un protezionismo antistorico e senza sottovalutare che i colossi d’Oltreoceano proveranno a giocarsi le proprie carte. Anzi, già lo fanno, favorendo accordi di collaborazione con partner locali, ma di cui mantengono il controllo. 

L’attivismo europeo produce di per sé risultati, dunque. Non può essere del tutto casuale, così, che Anthropic dopo l’iniziale chiusura e vista la forte insistenza di Bruxelles proprio in queste ore abbia allargato l’accesso a Mythos, il suo modello di intelligenza artificiale con capacità avanzate in ambito cyber, a diverse agenzie Ue e a sei Paesi dell’Unione, tra cui l’Italia.

Al tempo stesso è ormai chiaro anche Oltreoceano che l’intelligenza artificiale avrà bisogno di limitazioni, di normative. Donald Trump martedì ha firmato in sordina l’atteso ordine esecutivo sull’IA, una direttiva meno rigorosa di quella che due settiimane fa David Sacks e aziende come OpenAI erano riusciti a stoppare, ma che comunque introduce un primo controllo con la richiesta di sottoporre i nuovi modelli a una revisione volontaria del governo trenta giorni prima del rilascio al pubblico. Da Trump tutto ci si può attendere, ma d’ora in poi negare all’Europa regolamentazioni simili sarebbe poco digeribile.

L'articolo L’Ue si è svegliata, e batte un colpo sulla sovranità tecnologica proviene da Linkiesta.it.

Novo tarifaço é oportunista e mira eleições legislativas dos Estados Unidos, diz professor

As tarifas de importação impostas nesta semana pelo governo dos Estados Unidos a produtos brasileiros são medidas oportunistas e que visam retomar a América Latina como zona direta de influência. O diagnóstico feito pelo professor de Relações Internacionais da PUC-SP Tomaz Paoliello também abarca as eleições legislativas nos EUA neste ano e a pressão de grandes empresas de tecnologia (Big Techs) para operar sem regulamentação no Brasil.

“Qualquer uma dessas coisas, seja o PIX ou o mercado de etanol, são oportunistas. Quer dizer, elas podem ser usadas ou não – nada disso é novo”, afirma Paoliello, que indica como melhor estratégia diplomática a negociação e a atuação dos empresários envolvidos diretamente. Essa foi a estratégia adotada em 2025, quando o governo de Donald Trump impôs uma tarifa de 50% a diversos produtos brasileiros.

No entanto, diferentemente do que ocorreu com as tarifas impostas no último ano e que foram derrubadas pela Suprema Corte Americana, as decisões atuais estão embasadas na Lei de Comércio de 1974 dos EUA e, mais especificamente na Seção 301, que permite retaliação a países cujas políticas sejam consideradas “desleais” a seus interesses. Ou seja, são decisões com respaldo jurídico e mais difíceis de serem anuladas.

O cenário político criado pelo presidente dos Estados Unidos, Donald Trump, é característico de sua estratégia de negociação: criar um contexto que lhe forneça ampla vantagem de barganha, como tem feito nos últimos anos. “Eles têm, até que as tarifas entrem em vigor (em 15 de julho), uma expectativa de que o Brasil faça acenos, que o governo brasileiro ofereça determinadas medidas que seriam favoráveis aos Estados Unidos para que o Trump venda essa imagem de bom negociador”, analisa Paoliello.

Por fim, o pesquisador alerta sobre o poder político e econômico que os Estados Unidos ainda possuem, mesmo diante da ascensão de um outra potência que é a China. “No equilíbrio de forças a nível global, a ascensão da China coloca essa imagem da decadência relativa dos Estados Unidos no jogo de potências. Em termos dos meios de poder que os Estados Unidos têm, [entretanto, eles] são muito poderosos. Ainda é incomparável”, avalia o professor.

Para Tomaz Paoliello as “tragédias humanitárias” em curso no mundo e as guerras por disputa de zonas de influência devem seguir ocorrendo. “A gente precisa ficar de olho no que os Estados Unidos estão pretendendo fazer em Cuba e o que estão pretendendo fazer em termos de eleições na América do Sul. Os Estados Unidos ‘colocaram as asas de fora’ no governo Trump – e a gente vê o alcance que têm de poder”.

Confira os melhores momento da entrevista:

Professor Tomaz Paoliello
Professor Tomaz Paoliello acredita que tarifas serão usadas como ‘barganha’ pelo presidente dos EUA, Donald Trump

Em poucos dias, os EUA classificaram facções criminosas brasileiras como terroristas, impuseram tarifa de 25% sobre o Brasil alegando práticas comerciais desleais, especialmente em relação ao Pix, afirmaram (Marco Rubio, secretário de Estado) que o Brasil não é um país aliado e, hoje, propuseram tarifa extra de 12,5% devido a suposto trabalho forçado no Brasil. Do ponto de vista das Relações Internacionais, o que significam essas ações?

Acredito que o principal objetivo seja retomar a América Latina como uma esfera de influência dos EUA. Então isso tem sido jogado em cima do Brasil. Tem um contexto específico da Casa Branca, do governo dos EUA, de voltar suas atenções para a América Latina. Isso já vinha acontecendo há algum tempo, é uma marca do segundo governo Trump e, neste momento, [se voltou] para o nosso país.

Tem a ver com as eleições aqui e tem a ver com as eleições lá, mas em termos de relações internacionais, tem uma determinação desse atual governo dos Estados Unidos de transformar ou retomar essa região como esfera de influência dos Estados Unidos, com maior ascendência política. 

Assim, conseguiriam influenciar de maneira mais assertiva, com menos interferência de outros países e outras potências, a política da América Latina. É uma tentativa dos Estados Unidos de amarrar, atrelar o Brasil à esfera de influência deles, forçando a mão para que o Brasil tome uma série de decisões que são favoráveis aos Estados Unidos.

Você vê uma tentativa de interferência nas eleições brasileiras?

Sim, não só as eleições. Eu acho que as eleições são um ponto nessa trajetória, mas [dentro] desse conjunto de medidas. Para mim, não está claro como isso impacta as eleições brasileiras. O Flávio Bolsonaro, por exemplo, deu uma declaração falando que é contra as tarifas, que vai pedir à Casa Branca que as retire. Então, acho que ele próprio também teme as consequências negativas deste tarifaço para sua candidatura.

Visita de Flávio Bolsonaro ao presidente Donald Trump em maio deste ano
Visita de Flávio Bolsonaro ao presidente Donald Trump em maio deste ano

Acho que está muito claro que os Bolsonaro estão muito atrelados ao Trump. Sobre isso não temos dúvida, mas acho que é uma interferência que vai para além das eleições. Então, não está pressionando sobre o que vai acontecer no Brasil no futuro, está pressionando sobre o que acontece no Brasil hoje, no atual governo Lula, antes até de ter uma mudança de governo. É um conjunto de interferências que inclui as eleições, claro, mas que faz parte de um movimento mais amplo.

Tem uma outra eleição que, para eles, é muito mais importante, que é a eleição nos Estados Unidos neste ano. A eleição de um Congresso que pode “terminar” com o governo Trump, entre aspas. Quer dizer: ele vai ter muito mais dificuldade de governar. Então também dá para a gente interpretar o que está sendo feito agora, que é esse governo aproveitando enquanto eles ainda têm maioria congressual para “passar a boiada” deles. Eles vão fazer muita coisa ainda este ano para tentar influenciar nas eleições.

Quais estratégias diplomáticas poderiam ser adotadas neste contexto?

Negociar! Esse é um dos pontos importantes dessas medidas. A gente tende a enxergar, a partir das declarações do [Secretário de Estado dos EUA, Marco] Rubio, que seria um tipo de medida muito focada em aspectos ideológicos. Ele deu uma declaração esses dias falando que o Brasil não é alinhado aos Estados Unidos – e não é mesmo! -, mas que seria alinhado à Venezuela, Cuba, Nicarágua, o que também não é o caso. Ele tende a identificar – e esse é um tipo de visão muito comum em Washington – a região da América Latina dividida entre governos de esquerda e governos de direita. Os governos de direita pró-Estados Unidos, e governos de esquerda anti-Estados Unidos. É uma visão muito esquemática da região, que entende pouco do que se passa por aqui.

Tem um outro aspecto desse governo que é menos ideológico, que é muito pragmático. A gente já sabe que uma das estratégias do Trump é, como se fala, “colocar o bode na sala”, colocar um grande incômodo nas relações bilaterais com determinados países para depois vender uma solução. Faz uma estripulia qualquer, pode ser um ataque, pode ser o sequestro de um presidente, como na Venezuela, e depois vende um processo de negociação, um acordo de paz, ou o que quer que seja, como se ele tivesse feito um grande passe de mágica diplomático.

O que significa que eles têm, até que as tarifas entrem em vigor, uma expectativa de que o Brasil faça acenos, que o governo brasileiro ofereça determinadas medidas que seriam favoráveis aos Estados Unidos para que o Trump venda essa imagem de bom negociador. Não sei o que [mais] pode ser. O Lula já esteve na Casa Branca, então o governo brasileiro já está atuando junto ao governo dos Estados Unidos. As medidas a gente já, mais ou menos, sabe o que tem sido discutido: cooperação para combate ao crime organizado, acesso à exploração de terras raras no Brasil. Tem alguns pontos que os Estados Unidos poderiam vender, digamos assim, como benéficos a eles e que, eventualmente, podem servir de instrumentos de barganha em um momento como esse.

Trump busca um pretexto para que consiga adotar novamente tarifas protecionistas a países estrangeiros para fugir da decisão da Suprema Corte, que anulou as tarifas impostas no ano passado. Agora elas são baseadas na Lei de Comércio, de 1974. Existe alguma legitimidade em relação às acusações, mesmo em relação ao PIX ou trabalho forçado? Ou é uma estratégia de negociação?

Acho que várias das coisas que são alegadas não dá para dizer que sejam mentiras. Algumas delas são baseadas em informações incorretas. Agora, eu tendo a enxergar sempre que as questões jurídicas, mais técnicas, estão submetidas sempre a questões políticas. Quem toma a decisão é a política, e não o direito ou os técnicos. O que quer dizer que qualquer uma dessas coisas que a gente está falando aqui, seja o PIX, seja o mercado de etanol, são oportunistas, quer dizer, elas podem ser usadas ou não – nada disso é novo!

A questão, por exemplo, que os Estados Unidos alegam que o Brasil protege seu mercado de etanol para não importar mais para os Estados Unidos, é super antiga, não é deste governo. Agora ela foi reempacotada dentro dessa nova medida, mas já é uma queixa antiga.

Outra questão importante é a das empresas de tecnologia, que estão tendo que cumprir decisões judiciais aqui no Brasil, as big techs. Tem uma questão que é muito oportunista, de fato. Essas empresas estão do lado do governo dos Estados Unidos, a gente sabe que pressionam o governo a tomar decisões que as auxiliem em sua inserção internacional. Principalmente, porque tem determinados mercados que têm, cada vez mais, aprovado regulações na tentativa de colocar algum controle sobre a atuação dessas empresas. Na Europa é mais notável, mas o Brasil também tem tomado algumas medidas nesse sentido.

É mentira que tenham ações judiciais e que o Supremo Tribunal Federal (STF) tenha colocado imposições às Big Techs? Não, é verdade. Agora, essa verdade é usada sempre a partir de uma lógica da política. Pode ser de negociação, como eu falei, pode ser de interferência mais direta, de pressão também, não descarto esse aspecto. 

O governo dos Estados Unidos está forçando a mão, pressionando o Brasil, por exemplo, a deixar as big techs trabalharem de maneira mais livre aqui, com menos regulação. Isso pode ser só usado como barganha, mas acho que também pode ser usado, ou pode ser lido, como um objetivo em si, e as outras eu acredito que são a mesma coisa.

É bem típico de Donald Trump criar um cenário que lhe seja muito mais favorável para negociar, o que tem feito ao longo dos últimos anos. Você acha que tem alguma possibilidade concreta de passar disso e de ser implementada uma tarifa que prejudique as empresas brasileiras? Qual seria o impacto disso, caso venha realmente acontecer na decisão final de 15 de julho?

Acho que tem uma chance real, sim. O governo brasileiro vai negociar até lá, mas tem sim, uma chance, como da outra vez, de que o tarifaço entre em vigor, agora muito mais respaldado juridicamente, como você lembrou. Da outra vez, o tarifaço do Trump foi vencido na justiça americana. 

Agora eles fizeram de uma maneira que está mais justificada. Eu leio como o governo dos EUA se protegendo da Suprema Corte para que esse novo tarifaço não seja tão facilmente desmontado ou visto como ilegal, como foi da outra vez.

Tem sido bem típico do Trump, sim, mas é isso: ele vai aprendendo também. [Ele] fez de maneira mais [como uma] investida no ano passado, agora ele faz de maneira mais consistente. Então, não duvido que isso entre em vigor. Depois tem uma série de outras pressões que podem fazer diferença. A intermediação de empresários, como foi da outra vez, tanto empresários brasileiros que têm negócios nos EUA, quanto empresários americanos que têm negócios aqui no Brasil, ativem suas redes de contatos, façam conversas de bastidores, para tentar, depois, desmontar isso.

O Brasil também já está mais experiente. E a gente tem uma certa dependência dos EUA, mas relativamente muito menor do que vários outros países da América Latina ou mesmo da Europa, que são muito mais dependentes dos EUA economicamente e comercialmente. A tendência é uma estratégia paralela de tentar abrir novos mercados. O acordo do Mercosul com a União Europeia, por exemplo, só pode ser explicado a partir da pressão comercial que o Trump está fazendo, tanto sobre os países da América do Sul, quanto sobre a União Europeia. Talvez o maior “advogado” do acordo com a União Europeia, neste momento, tenha sido o Donald Trump, que jogou o Brasil em direção à Europa e jogou a Europa em direção ao Brasil. E vai jogar o Brasil em direção a outros sócios também. O Brasil vai ter que ir atrás de achar outros parceiros comerciais para compensar, ou para garantir uma menor dependência dos Estados Unidos.

E principalmente em relação à China também, que é um novo mercado a ser explorado.

Claro. A China é a outra potência. Os Estados Unidos ao mesmo tempo tentam amarrar a América Latina aos seus interesses, transformar a América Latina novamente nessa esfera de influência mais direta. A contrapartida é, para os países que querem de alguma maneira se proteger dessa influência, só tem uma outra alternativa, que é se aproximar da China. Então, uma consequência quase lógica desse tipo de ação do Trump é aproximar vários países que eram antigos parceiros dos Estados Unidos, em parceiros da China.

Agora, a China também tem limites do que pode oferecer. Por exemplo, tem um aspecto que é pouco falado da relação Brasil-EUA. A maior origem de investimentos no Brasil – não estou falando de comércio, mas de fluxos financeiros – vem dos Estados Unidos. A China tem crescido um pouco, mas não é um grande investidor no Brasil. Isso poderia, por exemplo, trazer uma grande mudança de placas tectônicas, caso a origem do investimento externo no Brasil mudasse dos Estados Unidos em direção à China.

É errado pensar nos EUA como um grande império em decadência?

Eu não sou dos que costumam ver os EUA como uma potência em decadência. A gente está vendo exatamente a força dos Estados Unidos, um momento do governo americano que tem menos pudor em usar a força, seja em direção aos países da América Latina, seja o que a gente viu no Oriente Médio. A gente tem visto, na verdade, evidências dessa potência americana.

Relativamente, é claro que está em decadência porque tem a ascensão de uma outra potência. No equilíbrio de forças a nível global, a ascensão da China coloca essa imagem da decadência relativa dos Estados Unidos no jogo de potências. Em termos dos meios de poder que os Estados Unidos têm, [entretanto, eles] são muito poderosos. Ainda é incomparável. A gente viu o que aconteceu no Oriente Médio: Israel, em um espaço curto de alguns anos, venceu todos os seus rivais regionais. Detonou o Hezbollah, o Hamas, acabou com o Irã, tudo a partir de apoio dos Estados Unidos. Isso é o poder dos Estados Unidos de moldar uma região, refazer as relações em um determinado lugar do mundo. É muita potência destrutiva neste caso, uma tragédia humanitária, mas que demonstra muito poder.

Então eu acho que agora, para a nossa região, a gente precisa ficar de olho. O que os Estados Unidos estão pretendendo fazer em Cuba, o que estão pretendendo fazer em termos das eleições na América do Sul, onde eles têm menos alcance do ponto de vista da influência direta. São todas coisas para a gente ficar de olho porque os Estados Unidos “colocaram as asas de fora” no governo Trump – e a gente vê o alcance que eles têm de poder.

Podemos dizer que o principal interesse norte-americano no Brasil seriam as terras raras e os minerais para fazer a transição energética, que é um mercado dominado pela China? Neste contexto, principalmente caso a direita não vença as eleições, haveria algum risco de alguma intervenção direta no Brasil ou isso ainda está distante?

Eu acho que não. Os Estados Unidos não têm uma tradição de fazer intervenções diretas na América do Sul, como a gente viu, recentemente, na Venezuela. Acho que Venezuela e Colômbia talvez sejam a exceção, que são países mais caribenhos, mais ligados ao sistema de poder americano do que os [outros] países sul-americanos. Claro que geograficamente são sul-americanos, mas compuseram mais esse sistema de estados caribenhos. Agora, Brasil, Argentina, Chile, Uruguai, claro que os Estados Unidos têm muita ascendência, participaram de eventos políticos aqui, mas, raramente, senão nunca de maneira direta, com intervenções diretas, desembarque de tropas. Não acredito que isso seja o caso, pelo menos, para o que está no momento.

O Brasil também é um país poderoso, a gente às vezes menospreza a [nossa] capacidade, mas fazer uma intervenção no Brasil não é qualquer coisa. A questão das terras raras é uma questão importante! A gente pensa que se a direita vencer a eleição, principalmente o candidato viável da direita sendo o Flávio Bolsonaro, não tenho dúvida que ele vai fazer um aceno neste sentido para os Estados Unidos. 

Mas o governo Lula também não tem se colocado de maneira muito contrária à comercialização dessas terras raras para os Estados Unidos, não se opõe a isso. O Brasil não tem hoje um plano estratégico para exploração e comércio de terras raras. O Brasil vê as terras raras como um patrimônio mineral, como vários outros que a gente tem, um recurso natural. E hoje não tem impedimento de que uma empresa americana explore e comercialize as terras raras no Brasil. O governo do Brasil vê mais royalties do que estratégias.

De maneira mais ampla, para encerrar, o momento geopolítico global é delicado: há guerra na Ucrânia, uma postura agressiva dos EUA, há o genocídio na Palestina. Como enxerga esse momento global? Vê alguma possibilidade de uma guerra em maior escala?

O que a gente tem visto é o que deve continuar acontecendo. A gente viu uma profusão de guerras que não são pequenas. A guerra da Ucrânia, em uma trajetória mais longa, uma guerra que vai ser lembrada e estudada por muito tempo. O genocídio em Gaza vai também ser lembrado para sempre, uma tragédia humanitária muito documentada, que gerou muita comoção, mesmo fora da região. O bombardeio atual do Irã, com o bloqueio do Estreito de Ormuz, quer dizer: são todas guerras já muito importantes com impactos globais.

Uma guerra entre potências, a gente não vai ver, isso continua tão improvável quanto foi na época da Guerra Fria. As potências são potências nucleares. Uma guerra entre Estados Unidos e China, Estados Unidos e Rússia, acho muito pouco provável. Agora, essas outras guerras, de disputas por áreas de influência, a gente vai continuar vendo acontecer, acredito eu.

Por exemplo: a gente tem um risco relativamente grande de algum evento, inclusive militar, em Cuba. Seria uma tragédia para a nossa região e para o mundo, mas, principalmente, para os cubanos. Há uma chance de acontecer, não posso dizer que vai acontecer, mas eu vejo que, pelo menos num período próximo, a gente vai continuar vendo a eclosão de conflitos. Tentativas de interferência em assuntos internos de países, a política de potências de maneira mais explícita, que já tem consequências trágicas. A gente já está vendo isso. 

Já nem precisamos esperar uma guerra mundial, como a gente fala, para ver a tragédia do momento, dessa disputa de potências que a gente está vivendo agora, principalmente a partir da atuação dos Estados Unidos e, em menor medida, da Rússia. A China age de maneira diferente nesse aspecto, mas sobre a China a gente precisaria falar em uma outra entrevista!

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