Normal view

EU strikes migration deal for more deportations and detention centers abroad

2 June 2026 at 20:51
The European Union has moved forward with a vast overhaul of its migration policy, aiming to ramp up deportations and ink controversial deals to build detention centers abroad. Rights groups have criticized it, comparing the new regulations to the Trump administration's aggressive immigration policies. Speaking with FRANCE 24's Mark Owen, Camille Le Coz, Director of the Migration Policy Institute of Europe, says that the way the policy has been framed in the EU law "is to make it compatible with international law".

'I can't breathe': Protesters attack police at UK rally over student murder

2 June 2026 at 20:01
Protesters in the southern British city of Southampton on Tuesday attacked police at the site of the murder of an 18-year-old student who was handcuffed as he lay dying in December from stab wounds after his killer falsely alleged a racist attack. Far-right firebrand figure Tommy Robinson addressed the crowd, with many of them waving Union Jack and England flags.

Trump signs order seeking govt access to new AI releases

2 June 2026 at 18:26
US President Donald Trump on Tuesday signed an executive order to enable AI developers to voluntarily ​submit their new models for government cybersecurity tests before public release. The order was triggered by concerns over Anthropic's Mythos model, which the company refused to release due to its ability to expose vulnerabilities in computer systems.

Nuove atomiche in Europa: il piano Usa e i Paesi pronti a ospitare le testate

La Nato potrebbe presto aprire una delle discussioni più delicate dalla fine della Guerra Fredda: l’estensione del proprio programma di condivisione nucleare ai Paesi dell’Europa orientale.

Secondo quanto rivelato dal Financial Times e confermato da diverse fonti diplomatiche e militari, gli Stati Uniti avrebbero avviato colloqui informali per valutare la possibilità di coinvolgere nuovi alleati nel sistema che oggi consente a sei Paesi europei di ospitare armamenti nucleari statunitensi sotto controllo americano. Tra i candidati figurano soprattutto la Polonia e alcuni Stati baltici, da anni in prima linea nel chiedere un rafforzamento della deterrenza contro la Russia.

Da un lato la guerra in Ucraina ha riportato il rischio nucleare al centro della sicurezza europea; dall’altro l’amministrazione Trump sta spingendo gli alleati a farsi carico di una quota crescente della difesa convenzionale, alimentando interrogativi sulla futura presenza militare americana nel continente. In questo contesto, l’ombrello nucleare statunitense continua a essere considerato l’elemento irrinunciabile della sicurezza europea.

La richiesta dell’Est europeo: Varsavia guida il fronte dei favorevoli

La Polonia è da tempo il Paese più esplicito nel chiedere un maggiore coinvolgimento nella deterrenza nucleare occidentale. L’ex presidente Andrzej Duda aveva già sollecitato Washington a trasferire sul territorio polacco parte delle capacità nucleari condivise della Nato, sostenendo che l’espansione verso Est sarebbe una risposta naturale al dispiegamento di armamenti nucleari russi in Bielorussia e alla crescente militarizzazione dell’enclave di Kaliningrad.

Secondo le informazioni emerse nelle ultime ore, i colloqui riguarderebbero l’eventuale presenza di basi per velivoli “dual capable aircraft” (DCA), ossia aerei in grado di impiegare sia armamento convenzionale sia bombe nucleari americane. L’interesse non riguarda soltanto Varsavia. Anche alcuni Paesi baltici avrebbero manifestato disponibilità a ospitare infrastrutture collegate alla missione nucleare dell’Alleanza.

La guerra in Ucraina ha modificato profondamente la percezione della sicurezza nella regione. Le ripetute dichiarazioni di Vladimir Putin sulle capacità nucleari russe e il trasferimento di armi atomiche tattiche in Bielorussia hanno rafforzato nei governi dell’Est la convinzione che la deterrenza debba essere resa più visibile e più vicina ai confini della Federazione Russa.

Come funziona il “nuclear sharing” della Nato

Il programma di condivisione nucleare rappresenta uno dei pilastri meno conosciuti ma più importanti dell’architettura di sicurezza occidentale. Nato durante la Guerra Fredda, consente ad alcuni Paesi alleati non dotati di armi nucleari di partecipare alla pianificazione e alle esercitazioni dell’Alleanza relative alla deterrenza atomica, pur senza acquisire il controllo degli ordigni.

Attualmente il sistema coinvolge Belgio, Germania, Italia, Paesi Bassi, Turchia e Regno Unito. Le bombe nucleari rimangono sotto custodia e controllo esclusivo degli Stati Uniti, che mantengono l’unica autorità autorizzata al loro impiego. I Paesi ospitanti, invece, addestrano equipaggi e forze aeree in grado di partecipare a eventuali operazioni e alle esercitazioni della Nato, come la periodica “Steadfast Noon”.

Per la Nato il sistema svolge una funzione politica oltre che militare: consente agli alleati europei di contribuire alla strategia nucleare dell’Alleanza senza sviluppare arsenali nazionali, rafforzando al tempo stesso la credibilità dell’impegno statunitense nella difesa collettiva.

Il nodo strategico: rassicurare l’Europa senza provocare Mosca

Le discussioni in corso riflettono una tensione crescente all’interno dell’Alleanza. Da una parte, molti governi europei temono che il progressivo spostamento dell’attenzione americana verso l’Indo-Pacifico possa ridurre la presenza militare statunitense nel continente. Dall’altra, Washington cerca di rassicurare gli alleati sulla permanenza della propria garanzia nucleare mentre chiede loro di assumere maggiori responsabilità sul piano convenzionale.

Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, sostiene che esiste una “comprensione comune” sul fatto che, anche se gli Stati Uniti concentreranno maggiormente la loro attenzione su altri teatri strategici, il livello complessivo di deterrenza e difesa in Europa dovrà restare invariato. Le sue parole sono state accompagnate da un avvertimento diretto a qualsiasi potenziale aggressore: un attacco contro l’Alleanza riceverebbe una risposta “devastante”.

Al momento non esiste alcun accordo imminente per ampliare il numero dei Paesi ospitanti e le discussioni restano in una fase preliminare. Tuttavia, il semplice fatto che il tema sia tornato sul tavolo testimonia quanto la sicurezza europea stia entrando in una nuova fase. Se per trent’anni la Nato ha progressivamente ridotto il ruolo delle armi nucleari nel continente, la guerra in Ucraina e il confronto sempre più duro con Mosca stanno spingendo l’Alleanza nella direzione opposta: riportare la deterrenza atomica al centro della propria strategia difensiva.

Quelli che usano la libertà d’espressione contro la libertà

2 June 2026 at 06:42

In questi giorni, forse anche perché legittimamente annoiati dal delirio di onnipotenza trumpiano da un lato e dal delirio d’impotenza della politica italiana dall’altro, in tanti ci siamo esercitati su un certo numero di polemiche che ruotavano tutte, per un verso o per l’altro, attorno alla libertà d’espressione, il più malinteso e manipolato tra i valori della democrazia liberale, divenuto non per caso la bandiera di tutti i peggiori fascismi in circolazione.

Dall’intervista di Erri De Luca su Gaza fino alle parole di Enrico Mentana sulla programmazione della 7, passando per le dichiarazioni di Francesco De Gregori contro certe pose da artisti impegnati e per l’annullamento del concerto di Kanye West a Reggio Emilia, su giornali, talk show e social network praticamente non si parla d’altro, da giorni. Il problema è che se ne parla male. Quindi vi dico subito in modo chiaro e semplice come la vedo io: quello che conta, nella libertà di espressione, è la libertà, non l’espressione.

Consentire una serie di letture pubbliche del Mein Kampf nel ghetto di Roma sarebbe certamente un modo esemplare di assicurare la facoltà di esprimersi di migliaia di antisemiti in camicia bruna, ma confliggerebbe con la libertà dei residenti e con il loro diritto a uscire di casa senza dover temere di venire aggrediti, linciati o ammazzati in mezzo alla strada. Fatta questa premessa di carattere generale, veniamo ai casi particolari e ad alcune necessarie distinzioni, cioè esattamente quello che a mio parere è mancato in un dibattito soffocato dalla logica dell’appartenenza tribale, o forse solo dall’attaccamento di tutti i partecipanti alle proprie ossessioni e idiosincrasie.

Sul caso che ha fatto più rumore – e ragionevolmente si è portato dietro gli altri, secondo la stessa logica per cui se un giocatore di golf uccide qualcuno a mazzate in modo particolarmente efferato, per i successivi due mesi giornali e tv si riempiono di serial killer golfisti, magari anche solo amatori, o al limite spettatori occasionali – ho già scritto qui in dettaglio, dunque mi limito a sottolineare un punto. E cioè che si può benissimo condividere la riprovazione di De Luca per l’uso ritorsivo del termine «genocidio» contro Israele, senza però accettare la sua giustificazione dei massacri di Gaza con l’argomento secondo cui «il numero di vittime civili è enorme e terribile perché quando si combatte in uno spazio urbano denso, tra scuole e ospedali, la popolazione paga sempre il prezzo più alto», e ancor meno l’assurdo parallelo con Mosul, Raqqa e Mariupol. Allo stesso modo si può condividere la critica di De Gregori all’idea che l’artista debba dare al mondo continue lezioni di vita, politica e educazione civica (come mostrano di condividerla, su Linkiesta, Cataldo Intrieri e Guia Soncini), e trovare tuttavia insostenibile, ingeneroso e persino irritante indicare come esempio di un simile modo di fare proprio Bruce Springsteen.

Di fronte alle squadracce di Donald Trump che ammazzano cittadini in mezzo alla strada, e a editori multimiliardari di quotidiani e tv che gli baciano la mano, per non dire di peggio, il fatto che almeno lui alzi la voce e cerchi di scuotere il suo paese è un esempio di coraggio e dirittura morale per cui bisognerebbe ringraziarlo e rendergli onore, certo non sfotterlo. Quanto alle parole di Mentana sulla linea antigovernativa dei talk show della 7, il punto è semplicemente che l’espulsione dalla Rai di programmi e conduttori non allineati ha fatto la fortuna della concorrenza (vogliamo parlare dei dati di ascolto della Nove grazie a Fabio Fazio?) creando un vuoto, una distorsione del mercato, tra la Rai meloniana e la Mediaset berlusconiana, di cui per La 7 sarebbe stato folle non approfittare.

Lo scandalo, ovviamente, è il fatto che pressoché tutti o quasi tutti i giornalisti e conduttori di maggiore successo siano finiti su La 7, per l’intollerante prepotenza dei nuovi padroni della tv, al tempo del mono-duopolio meloniano Rai-Mediaset. Quanto infine alla polemica sul concerto annullato di Kanye West, rapper ultra-trumpiano che ha apertamente inneggiato a Hitler, mi colpisce solo per un aspetto: che ci ricorda una volta di più quanto la retorica sui rischi del nuovo antisemitismo da parte della destra trumpiana e filotrumpiana sia completamente fasulla e strumentale, e sia esattamente l’altra faccia della loro non meno fasulla e strumentale battaglia sulla libertà d’espressione: l’una e l’altra si traducono banalmente nel cercare scuse per ridurre al silenzio gli avversari politici e per diffondere in ogni modo ogni possibile discorso d’odio. Una manovra che come al solito vede convergere e confondersi, in una miscela esplosiva, furbacchioni di destra e fessi di sinistra.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

L'articolo Quelli che usano la libertà d’espressione contro la libertà proviene da Linkiesta.it.

Votare è un piccolo gesto che continua ad avere una forza immensa

2 June 2026 at 03:45

Votare è più di un gesto banale, di un semplice tratto di una matita copiativa su un foglio che chiamiamo scheda.

Votare è un atto di libertà, di autodeterminazione, di partecipazione al destino comune e collettivo.

Votare è la possibilità di trasformare un desiderio in scelta, un’ingiustizia percepita in una direzione nuova, una speranza in una responsabilità condivisa. È il modo più concreto nel quale ognuno di noi può affermare di esserci, di contare, di voler contribuire.

Insomma, votare è un gesto piccolo che però ha, e continua ad avere, una forza immensa, perché da sempre, se fatto con consapevolezza, mette in moto «qualcosa», tanto dentro chi lo compie, quanto nel mondo fuori che lo riceve, registrandolo.

Questo libro nasce allora con l’intento di raccontare proprio questo: come e perché il voto conta. E perché dietro quel gesto apparentemente meccanico, quasi burocratico, si celi in realtà un patrimonio complesso, fatto di conquiste e di esclusioni, di lotte e di paure, di speranze e disillusioni, di gesti di fiducia e di atti di coraggio.

Un percorso lungo naturalmente e tutt’altro che lineare, che dà senso tuttavia a ogni scheda depositata; che conferma, oggi per molti versi ancora più di ieri, che esercitare questo diritto – faticosamente conquistato appunto – resti un atto di un’importanza essenziale, vitale.

In un tempo infatti in cui la sfiducia cresce, l’astensione dilaga e la politica sembra guardare a un orizzonte troppo vicino per apparire come un reale progetto che abbia la sostanza di una visione, recuperare il significato profondo del votare diventa un gesto controcorrente, quasi rivoluzionario.

Non a caso, in fondo, il voto è il modo più semplice e più deciso per dire ancora una volta: «io ci sono». Per affermare cioè che il futuro comune dipende anche da noi: che nulla insomma è già scritto e che la nostra voce può ancora spostare e «cambiare il corso» della Storia.

Che è poi quello che differenzia – se ci fermiamo un momento a pensare – le autocrazie dalle democrazie: le prime infatti hanno sempre un futuro già scritto, precotto e bell’e pronto, a prescindere dall’esito del votare da parte dei cittadini.

Mentre le seconde, invece, non conoscono mai il loro futuro, perché quel domani che si chiama futuro nasce, ogni volta, proprio da lì, da quel momento che è il votare, insomma: ossia da quella scelta compiuta con una matita, ripetuta milioni di volte, in genere in uno stesso giorno, da coloro che hanno l’esercizio di quel diritto.

Allora è proprio per questo che votare è una parola – o più precisamente un verbo – «controtempo»: perché invita a fermarsi e a ricordare ciò che rischiamo di perdere quando smettiamo di esercitare il nostro diritto più potente, che è anche – non dimentichiamolo –, almeno in teoria, il più facile da praticare e il più semplice da intendere.

Non a caso non esiste, nella storia, grande pensatore che non abbia sottolineato come il votare sia, in fondo, un modo per esprimere e per confermare non soltanto una responsabilità sociale quanto, anzitutto, la propria libertà personale. E che, quando ciò non accade – come ormai stiamo vedendo in molte democrazie, a partire dall’Italia dove l’astensionismo ha raggiunto livelli di guardia, come spesso sottolinea il presidente della Repubblica Sergio Mattarella –, si inizia progressivamente a decadere, a degradarsi, perché «la democrazia vive solo se qualcuno se ne prende cura», come ricordava già molti anni fa Italo Calvino nel suo La giornata d’uno scrutatore.

La democrazia infatti – e questi tempi appunto ce lo mostrano in modo brutale – non è un paesaggio, uno sfondo, un ambiente di vita dato una volta per tutte: è un cammino quotidiano, che è fatto anzitutto, come presupposto necessario e doveroso da parte di tutti noi, da un gesto minuscolo – votare appunto – che tuttavia, se compiuto da tutti, può essere davvero grande e cambiare lo scenario e il panorama della società che ci circonda.

Eppure, proprio perché quella straordinaria «magia» che chiamiamo democrazia possa funzionare appieno attraverso un voto libero – non una finzione già decisa a tavolino, da qualcuno, altrove, in piena solitudine – sono necessari presenza, responsabilità e cura da parte di tutti noi.

Essa richiede, in fondo, una forma di fedeltà quotidiana da parte di ciascuno di noi.

Perché, quando ognuno pensa che sia compito di altri occuparsene, finisce che nessuno lo fa davvero. E allora tutto, lentamente ma inesorabilmente, si spegne: proprio come accade anche ai giardini più fioriti e rigogliosi quando vengono abbandonati.

Dunque, se si guarda alla parola «votare» da questa prospettiva, essa acquista inevitabilmente un significato diverso, più profondo: votare infatti diventa una chiamata alla partecipazione, ma prima ancora un richiamo a noi stessi a fare la nostra parte, per quanto grande o piccola possa sembrare.

Osservandolo più da vicino, si scopre infatti che il votare non indica quindi soltanto un’azione, ma una vera e propria presa di posizione.

Perché è, in buona sostanza, il modo in cui ciascuno di noi sceglie di collocarsi nel proprio contesto, nella società che lo circonda – nel mondo, vicino e lontano – dichiarando, appunto con un gesto semplice, da che parte intende stare.

Votare significa allora non restare spettatori, ma scegliere di essere parte. E, in questa scelta, assumere il ruolo di protagonisti di una storia che, per sua natura, non è mai già scritta, a condizione che il voto evidentemente non si riduca, come detto, a una mera finzione.

Votare, dunque, è lasciare una traccia di sé.

È un gesto silenzioso che, tuttavia, fa molto rumore, producendo effetti profondi, imprimendo segni e marcando perimetri: perché incide nelle istituzioni, perché orienta le decisioni collettive, perché contribuisce a delineare il tempo che verrà per noi e per gli altri.

È forse proprio qui allora che si coglie il significato più autentico del votare: nel ricordarci che la democrazia non si nutre dei grandi discorsi di un giorno, ma dei gesti semplici e continui di partecipazione attiva, di cittadinanza attiva, che ciascuno di noi può fare, quotidianamente.

Vive insomma nella costanza di atti condivisi, ripetuti nel tempo perché non si corroda, e nella presenza discreta ma attiva di milioni di persone che, senza rumore, mantengono aperta la possibilità del cambiamento.

Perché, se ogni voto è un segno fragile, insieme agli altri diventa invece forza, direzione, orizzonte.

Per questo il votare, più che un semplice diritto, è un’occasione preziosa: quella di non delegare ad altri, e ai loro interessi, la responsabilità di decidere ciò che ci riguarda più da vicino.

È un momento in cui ciascuno di noi è chiamato a uscire dalla posizione comoda dello spettatore per assumere, invece, quella più impegnativa del protagonista.

In fondo, il futuro non è un orizzonte distante e già scritto, ma prende forma, giorno dopo giorno, nella trama concreta delle scelte che compiamo, o che scegliamo di non compiere.

E proprio per questo il voto rappresenta una soglia: il punto in cui la libertà individuale si traduce in responsabilità collettiva, e in cui la possibilità diventa verso, direzione, indirizzo politico.

Scegliere di votare significa allora non solo esprimere una preferenza, ma riconoscere che il destino comune dipende anche da noi. Significa accettare che la democrazia non vive di automatismi, ma della presenza consapevole di chi la abita.

Tratto da “Votare”, di Francesco Clementi, ed. il Mulino, 14€

*Professore di diritto pubblico italiano e comparato nell’Università La Sapienza di Roma.

L'articolo Votare è un piccolo gesto che continua ad avere una forza immensa proviene da Linkiesta.it.

«Chão Verde de Pássaros Escritos»: o filme certo para um certo Luandino

Chegou às salas o documentário de Sandra Inês Cruz sobre o percurso do escritor José Luandino Vieira, desde a ditadura e o colonialismo até à independência de Angola. Revisitando o Tarrafal, onde esteve preso longos anos.

JPEG - 26.3 kio

Não é fácil falar das grandes figuras (nem sequer das pequenas, se é que a distinção faz sentido), tanto mais que cada ser humano é, como disse Mia Couto, uma ilha, e nem todos somos capazes de nadar à sua volta para a podermos perceber ou subir a uma árvore a partir da qual a possamos abarcar na totalidade. Mais difícil é ainda quando essa figura está rodeada de um certo mistério, como é o caso de José Luandino Vieira. Escritor celebrado, mas discreto; de obra ampla mas de textos curtos; clássico em vida e festejado pela crítica, mas de acesso difícil ao leitor desprevenido; consagrado fora mas nem sempre reconhecido no seu país, Angola. Além disso, as circunstâncias históricas encarregaram-se de lhe segmentar a vida: começada em Angola (apesar do nascimento acidental em Portugal, então metrópole); interrompida no aeroporto de Pedras Rubras e marcada por uma longa, dura, injusta e absurda prisão em Luanda e no Tarrafal; retomada (na medida do possível) em Lisboa, durante dois anos, e só nos últimos meses em verdadeira liberdade, ao longo dos quais pôde desenvolver um intenso e discreto trabalho político-diplomático ao serviço do MPLA; continuada ao longo de oito anos de atividade incansável em Luanda, na construção de um país que se queria novo, assumindo responsabilidades importantes nas estruturas do partido e em organizações socioculturais (Televisão Popular de Angola, Instituto Angolano de Cinema, União dos Escritores Angolanos); interrompida de novo com uma espécie de exílio (ou de retiro, ou de recuo) no norte de Portugal, primeiro num antigo convento pertencente a José Rodrigues e depois numa pequena casa no centro de Vila Nova de Cerveira. Em todas estas etapas, o cidadão e o escritor mantiveram sempre uma atitude discreta, aquém do que esperavam os seus amigos de ocasião, além do que desejariam alguns dos seus antigos companheiros de circunstância.

Chão Verde de Pássaros Escritos é, desde o título, a quadratura do círculo possível: Chão Verde por contraposição a Chão Bom, o nome oficial da segunda fase do campo de concentração do Tarrafal; de Pássaros Escritos, aludindo ao pardal que Luandino conseguiu domesticar em Cabo Verde e aos pássaros que o escritor continua a alimentar no Largo do Anjo da Guarda em que mora atualmente — e talvez também à aquisição da visão e da liberdade da ave, capaz de ver acima das contingências do quotidiano e de assumir a condição passageira de um ser frágil.

JPEG - 81.2 kio

Um percurso pessoal, político e artístico

O filme capta muito bem várias das dimensões de Luandino, permitindo que ele ocupe o centro do ecrã, por muito que a narração e o cenário desempenhem também papel essencial. Ficamos assim a conhecer o essencial do seu percurso — pessoal, político e artístico —, para o que muito contribui o material do livro Papéis da Prisão, publicado em 2015, e a visita a Chão Bom e ao seu entorno. Sem ceder à tentação de transformar em herói o autor angolano, o filme vai-nos contando a história de uma vida a partir de fragmentos de alto valor histórico, simbólico, poético. Apesar disso, a interrogação permanece até ao fim, tanto por parte da realizadora quanto do lado de Luandino. Uma e outro vão-se aproximando, buscando preencher vazios e tentando encontrar um sentido para o todo que talvez só seja apreensível na obra do autor.

Um dos momentos interessantes dessa busca é a ida à Torre do Tombo, em que Luandino Vieira consulta pela primeira vez o dossiê que a PIDE lhe dedicou. A subida da escadaria e a leitura à luz do candeeiro (porque entretanto se fizera noite lá fora) são duas cenas particularmente sugestivas: do ponto de vista estético e fotográfico, mas também simbólico. O sentido é buscado no alto e na luz, mas a resposta é de algum modo decetiva. A 13 de março de 1965, o detido José Graça pede autorização ao diretor do Campo de Trabalho de Chão Bom para gravar em fita magnética a história de «O lobo e o coelho» para enviar ao seu filho por ocasião do seu aniversário. E o filme dá-nos a ouvir um fragmento da história e isso toca-nos. Mas também nos acorda: a voz que ficou preservada na fita não é a voz que escutamos ao longo do filme, do mesmo modo que a foto do homem detido em 1961 não corresponde à do homem que sai em 1972. Não é só o bigode que o acompanha na hora da libertação condicional; é a perda de massa muscular e, sobretudo, o olhar, que continua vivo, mas que está agora marcado por uma espécie de desilusão.

JPEG - 31.3 kio

O frenesim dos anos seguintes, que nos é apresentado em fragmentos de filme da época e em fotos (uns e outros pouco ou nada conhecidos), não apaga essa desilusão do homem que saiu do Tarrafal com uma outra visão de si mesmo, dos outros e do mundo, mas que ainda espera estar enganado. A postura é serena, a atitude é delicada, a convicção é firme: a t-shirt que veste é preta, como era preto, em fundo amarelo, o sol que desenhou para a capa de uma edição de poemas de Agostinho Neto publicada pela Casa dos Estudantes do Império. Mas há um tom sombrio, detetável também na música de Luís Cília que acompanha o filme. O tom de quem se assume, sem o dizer, numa espécie de exílio, sem o consolo da esperança de voltar a Sião. Como o Camões de Sôbolos rios: «Alli lembranças contentes / N'alma se representárão; / E minhas cousas ausentes / Se fizerão tão presentes, / Como se nunca passárão. / Alli, despois d'acordado, / Co'o rosto banhado em ágoa, / Deste sonho imaginado, / Vi que todo o bem passado / Não he gôsto, mas he mágoa.» Ou como Carlos Drummond de Andrade: «quer ir para Minas, / Minas não há mais / José, e agora?». E ainda, por fim, como o seu João Vêncio: «Eu digo: Luanda — e meu coração ri, meus olhos fecham, sôdade. Porque eu só estou cá, quando estou longe. De longe é que se ama.»

Devemos estar gratos a Sandra Inês Cruz e à sua equipa: é um belo filme que nos dá acesso a algumas das camadas que formam Luandino. É uma delicada aproximação ao ser humano e ao conceito de exiliência. É uma bela ilustração de uma das frases do livro maior de Luandino, Nós os do Makuluso: «a coragem é isto: na morte, o salto para o saco da vida». Mesmo o que parece estar em falta, está lá também: na imagem, no som, no silêncio. Na poesia, que é a única forma séria de conhecimento.

Russia 'bogged down' in Ukraine, suffering net territorial losses for first the time since 2023

2 June 2026 at 15:17
Angela Diffley is pleased to welcome Peter Zalmayev, director of the Eurasia Democracy Initiative. He offers a forceful assessment of the evolving dynamics of Russia's war against Ukraine. Rejecting narratives of Russian momentum, he argues that Moscow's intensified bombardment of Kyiv reflects mounting pressure on President Vladimir Putin, whose military campaign has become increasingly "bogged down" and politically costly. While acknowledging the devastating impact on Ukrainian civilians, he contends that Russia's battlefield difficulties, growing casualties, and declining territorial gains have created pressure on the Kremlin to project power through spectacular strikes on urban centers. As Moscow faces AI-enhanced drone warfare to systematic strikes on Russian oil infrastructure and military logistics, Putin must demonstrate to his "jingoistic militaristic base" that "Russia is not impotent. Russia can strike back."

French wine made in late 1890s and hidden under Czech castle lovingly restored

2 June 2026 at 14:03
Eight bottles of Chateau d'Yquem – one of the world's most expensive white wines – were among a collection of 136 bottles discovered under a Czech castle floor that were hidden by the owners after the end of World War II. They have now been restored by the original French winemakers in what the cellar master called a "magical experience" of preserving "liquid memory".

Californians vote in fiercely contested gubernatorial and congressional primaries

2 June 2026 at 13:18
Californians have their final chance to vote Tuesday in a fiercely contested gubernatorial primary ahead of Democratic Governor Gavin Newsom’s mandate coming to an end at the end of the year. The state's open-primary system, which allows the two best-performing candidates to advance regardless of party, has raised fears among Democrats that a split vote will pave the way for a Republican victory.

Russian attacks kill several people and wound more than 100 across Ukraine

2 June 2026 at 03:27
Russian air strikes hit several major Ukrainian cities early on Tuesday, killing at least 18 people and wounding more than 100, authorities said. Kyiv, Dnipro and Kharkiv were among the hardest hit, with residential buildings damaged and thousands of residents sheltering underground amid ongoing air raid alerts.

❌