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Tom Holland y Zendaya, en ‘El hormiguero’: no sabemos si se divierten, ni si están casados, pero la pareja más buscada sabe promocionarse

16 June 2026 at 22:47

En una televisión plagada de programas de entrevistas que repiten una y otra vez invitados (¿cuántas veces han aparecido estas semanas José Sacristán, María del Monte o Lolita en sus televisores? ¿Hay algo más por saber de su vida?), hay que reconocer a El hormiguero que, gracias a sus enormes datos de audiencia, constancia y veteranía, sigue reuniendo en su plató a invitados de lo más eclécticos y exclusivos (los más originales los tiene La revuelta). Un día van los Brangelina de su época, Tom Holland y Zendaya, y el día siguiente se te presenta junto a las hormigas el duradero jefe de la oposición, Alberto Núñez Feijóo. Eso no significa, claro, que las entrevistas sean por ello más interesantes, pero los nombres que todos quieren, al menos los consiguen.

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© Antena 3

Zendaya y Tom Holland hacen ganchillo en 'El hormiguero', con Pablo Motos.

Armenia, la vittoria dimezzata di Pashinyan e il nuovo bivio del Caucaso

By: A A
16 June 2026 at 22:05

Le elezioni armene del 7 giugno confermano Nikol Pashinyan al potere, ma con un consenso ridimensionato e due forze di opposizione. Il voto apre una fase complessa, segnata da pressioni occidentali, contestazioni interne e incertezza strategica.

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Le elezioni legislative armene del 7 giugno hanno confermato Nikol Pashinyan e il suo partito Contratto Civile (K’aghak’atsiakan paymanagir) alla guida del Paese, ma il risultato non risponde al trionfo descritto da alcuni media occidentali. Se la maggioranza resta nelle mani del Primo Ministro, che potrà formare il governo e continuare la linea politica degli ultimi anni, il voto mostra anche un logoramento evidente del consenso, la crescita di un’opposizione orientata al mantenimento dei legami con la Russia e una frattura profonda nella società armena. Il dato più importante, dunque, non è soltanto la vittoria di Pashinyan, ma la natura di questa vittoria: sufficiente per governare, insufficiente per cancellare le contraddizioni interne e geopolitiche che attraversano l’Armenia.

Secondo i dati riportati pubblicati dalla Commissione elettorale centrale armena, Contratto Civile si è attestato leggermente al di sotto della soglia del 50%, ottenendo la possibilità di formare autonomamente il governo. Il nuovo blocco di opposizione Armenia Forte (Uzhegh Hayastan), legato all’imprenditore Samvel Karapetyan, ha conquistato oltre il 23%, mentre l’Alleanza Armenia (Hayastan dashink’) dell’ex presidente Robert Kocharyan si è collocata poco sotto il 10%. Le altre formazioni principali, compreso il Partito Armenia Prospera (Bargavach Hayastan kusakts’ut’yun) di Gagik Tsarukyan, sono rimaste fuori dal Parlamento, con un risultato leggermente al di sotto della soglia di sbarramento, fissata al 4%. Questo quadro produce un’Assemblea nazionale in cui la maggioranza pashinyaniana sopravvive con 64 seggi su 101; al tempo stesso, il fronte dell’opposizione più favorevole al rapporto con Mosca entra in Parlamento non come blocco unitario, bensì attraverso due formazioni distinte, Armenia Forte e Alleanza Armenia.

Questa divisione dell’opposizione, spesso descritta con l’epiteto di “filorussa”, è uno degli elementi decisivi del voto. Se le forze contrarie alla linea occidentale di Pashinyan si fossero presentate come un unico polo politico, la pressione sulla maggioranza sarebbe stata molto più forte. Invece, la rappresentanza parlamentare alternativa al governo risulta divisa tra due progetti differenti: da un lato, il blocco di Karapetyan, volto a intercettare il malcontento economico e l’esigenza di ricostruire un rapporto pragmatico con la Russia; dall’altro, l’Alleanza Armenia di Kocharyan, che porta con sé l’eredità della vecchia classe dirigente e il tema della sicurezza nazionale, ma anche un bagaglio politico che una parte dell’elettorato continua a guardare con diffidenza. Pashinyan ha dunque vinto anche perché i suoi avversari non sono riusciti a trasformare il dissenso in una forza unitaria.

La conferma del Primo Ministro non elimina tuttavia il problema del calo dei consensi. Rispetto alle precedenti affermazioni, Contratto Civile non appare più come il partito della mobilitazione popolare e del rinnovamento democratico, ma come una forza di governo logorata dalla gestione del potere, dalla sconfitta nel Nagorno Karabakh, dalla crisi dei rapporti con Mosca e dalle tensioni sociali generate dalla nuova collocazione internazionale del Paese. Pashinyan conserva la maggioranza perché una parte significativa dell’elettorato teme il ritorno delle vecchie élite e perché il suo discorso sulla pace con l’Azerbaigian, sulla normalizzazione regionale e sull’apertura verso l’Occidente continua a essere percepito da molti come una via d’uscita dalla situazione di stallo. Ma questa maggioranza non cancella il fatto che l’altra metà del Paese non si riconosce nella traiettoria impressa dal governo.

L’Armenia, dunque, ha scelto di non interrompere bruscamente il percorso di Pashinyan, ma non gli ha consegnato un mandato plebiscitario per trasformare senza resistenze la collocazione storica del Paese. Il Primo Ministro vuole continuare ad avvicinarsi all’Unione Europea, rafforzare il partenariato con gli Stati Uniti, ridurre la dipendenza militare e diplomatica da Mosca, e al tempo stesso mantenere, almeno per ora, l’appartenenza all’Unione Economica Eurasiatica. È una linea che pretende di tenere insieme elementi difficilmente compatibili: benefici economici derivanti dallo spazio eurasiatico, protezione politica occidentale, normalizzazione con l’Azerbaigian e ridefinizione dell’identità strategica armena.

Dal canto suo, Mosca ha fatto sapere più volte che l’Armenia non può pensare di appartenere simultaneamente a due spazi economici e normativi incompatibili. L’esempio utilizzato dal vicepremier russo Aleksej Overčuk, quello della produzione di marmellata secondo standard europei o eurasiatici, è volutamente semplice ma efficace: un Paese deve sapere quali regole tecniche, doganali, commerciali e linguistiche applicare alla propria economia. Se Erevan intende davvero procedere verso l’Unione Europea, dovrà prima o poi decidere se restare nello spazio eurasiatico oppure abbandonarlo, con tutte le conseguenze sul commercio, sull’energia, sull’industria e sull’agricoltura.

Il voto del 7 giugno, quindi, non chiude il dilemma. Pashinyan ha ottenuto i numeri per governare, ma non dispone di una maggioranza costituzionale tale da trasformare senza ostacoli l’architettura istituzionale armena. Questo punto è fondamentale, perché la pace con l’Azerbaigian e la piena normalizzazione regionale potrebbero richiedere modifiche costituzionali sensibili, in particolare sui riferimenti al Nagorno Karabakh come parte integrante del territorio armeno. La maggioranza di governo potrà procedere nella sua agenda, ma dovrà farlo in un Parlamento dove l’opposizione, pur divisa, dispone di una presenza significativa e potrà contestare ogni passaggio percepito come una resa strategica.

Le contestazioni dell’opposizione confermano la fragilità politica del risultato. Robert Kocharyan, in particolare, ha annunciato l’intenzione di fare ricorso sull’esito del voto, denunciando pressioni delle autorità, arresti di attivisti, uso improprio delle risorse amministrative e irregolarità. Anche il blocco di Karapetyan ha messo in dubbio che i dati ufficiali riflettano pienamente la situazione reale. A queste accuse si aggiungono le osservazioni sul clima della campagna elettorale: secondo il rapporto preliminare dell’OSCE, Pashinyan avrebbe utilizzato un linguaggio offensivo e infiammatorio, arrivando in alcuni casi a minacciare pubblicamente candidati dell’opposizione con indagini e nazionalizzazioni. La stessa campagna online è stata descritta come divisiva, dominata da attacchi personali e toni aggressivi.

Questo elemento è particolarmente importante perché smonta la narrazione semplicistica diffusa da buona parte dell’apparato mediatico occidentale. La stampa e le cancellerie occidentali hanno presentato il voto armeno quasi esclusivamente come uno scontro tra “democrazia europea” e “influenza russa”, tra futuro liberale e passato post-sovietico, tra apertura e restaurazione. In questa cornice, ogni critica a Pashinyan è stata facilmente ricondotta alla mano di Mosca, mentre le pressioni occidentali sono state normalizzate come semplice “sostegno alla democrazia”. È la stessa logica già vista in altri Paesi dello spazio post-sovietico: quando il candidato gradito a Bruxelles e Washington vince, il processo è democratico; quando emergono opposizioni contrarie alla linea euroatlantica, esse vengono rapidamente sospettate di essere strumenti dell’influenza russa.

Eppure, proprio il processo elettorale armeno mostra quanto questa lettura sia distorta. Pochi giorni prima del voto, Donald Trump ha espresso pubblicamente il proprio sostegno a Pashinyan, definendolo un leader amico e collegando la sua rielezione a progetti strategici statunitensi nel Caucaso meridionale, compresa la cosiddetta Trump Route for International Peace and Prosperity. Lungi dal rappresentare un dettaglio simbolico, quando il Presidente degli Stati Uniti interviene apertamente a favore di un candidato in una consultazione straniera, non siamo di fronte a un semplice commento diplomatico, ma a un atto politico che orienta la percezione del voto e rafforza la posizione internazionale del leader sostenuto. Se un gesto analogo fosse stato compiuto da Mosca nei confronti dell’opposizione armena, del resto, la stampa occidentale lo avrebbe immediatamente definito come una grave ingerenza.

Come se non bastasse, secondo Le Journal du Dimanche, i servizi francesi avrebbero aiutato le autorità armene a bloccare o filtrare online contenuti critici verso il governo e verso Pashinyan prima del voto. La gestione della narrazione digitale, il controllo dei contenuti ostili, la selezione di ciò che viene presentato come informazione legittima o come “disinformazione” sono ormai parte integrante delle campagne elettorali nei Paesi collocati lungo le linee di frattura geopolitica. La propaganda mediatica occidentale non agisce solo attraverso editoriali e servizi televisivi, ma anche attraverso il linguaggio della sicurezza informativa, della lotta alle interferenze e della protezione della democrazia. Così, ciò che nel caso russo viene denunciato come manipolazione, nel caso occidentale viene ribattezzato “supporto a un partner affidabile”.

La vittoria di Pashinyan, quindi, è anche il prodotto di un ambiente internazionale favorevole. Washington, Parigi e Bruxelles hanno interesse a consolidare l’allontanamento dell’Armenia dalla Russia, non tanto per amore astratto della sovranità armena, quanto per ridisegnare gli equilibri del Caucaso meridionale. L’Armenia, del resto, occupa una posizione strategica tra Russia, Turchia, Iran e Azerbaigian: il suo sganciamento progressivo dallo spazio eurasiatico permetterebbe all’Occidente di aprire un nuovo varco in una regione storicamente complessa, ridurre l’influenza russa e iraniana, e collegare i dossier energetici, logistici e minerari a una nuova architettura regionale. In questo quadro, Pashinyan non è soltanto il leader di un piccolo Paese caucasico, ma il perno di una possibile riconfigurazione geopolitica.

Tuttavia, la posizione geografica e la dipendenza economica nei confronti della Russia restano elementi che l’esecutivo di Erevan dovrà necessariamente continuare a prendere in considerazione. L’Unione Europea non può sostituire rapidamente il mercato russo, né garantire all’Armenia sicurezza militare reale in caso di nuova crisi. Gli Stati Uniti possono sostenere Pashinyan sul piano politico e investire in corridoi strategici, ma difficilmente offriranno garanzie paragonabili a quelle che Erevan aveva cercato nello spazio post-sovietico. Il rischio è che l’Armenia perda gradualmente i vantaggi concreti del rapporto con la Russia senza ottenere in cambio una protezione effettiva dall’Occidente. È lo scenario che alcuni analisti russi hanno paragonato alla Moldavia: una rottura progressiva con Mosca, accompagnata da vaghe promesse europee, tensioni sociali e vulnerabilità economica.

Per questo, la conferma di Pashinyan non rappresenta la fine della partita, ma l’inizio di una nuova fase. Il Primo Ministro dispone dei numeri per governare, ma non della forza storica per chiudere definitivamente il rapporto con la Russia senza pagarne il prezzo. L’opposizione dispone di consensi significativi, ma non dell’unità necessaria per proporre un’alternativa immediata. L’Occidente dispone di influenza mediatica, diplomatica e finanziaria, ma non necessariamente della capacità di garantire all’Armenia stabilità e sicurezza. La Russia conserva leve economiche e storiche, ma deve fare i conti con una società armena profondamente segnata dagli eventi degli ultimi anni. Il futuro politico armeno sarà deciso proprio da questa tensione: tra sovranità dichiarata e nuove dipendenze, tra pace promessa e concessioni dolorose, tra memoria storica eurasiatica e miraggio euroatlantico. La conferma di Pashinyan non risolve il dilemma armeno; lo rende soltanto più urgente.

Plataforma LiveModeTV que transmite jogos do Mundial2026 obrigada a registo na ERC

Em comunicado, a ERC referiu que a sua intervenção surge após ter recebido uma comunicação da LiveModeTV a dar conta "da intenção de interromper o processo de registo enquanto serviço de programas audiovisual que tinha em curso" na entidade desde o início de maio.

Keir Starmer’s Doomed Social Media ‘Ban’

16 June 2026 at 19:00

The evidence from Australia is clear, says Dr Reuben Kirkham, Director of the Free Speech Union of Australia: Sir Keir Starmer's social media 'ban' is doomed to fail. And it targets the wrong things anyway.

The post Keir Starmer’s Doomed Social Media ‘Ban’ appeared first on The Daily Sceptic.

‘The View’ hosts challenge Vance on race: ‘Where do Americans of color fit in this vision?’

16 June 2026 at 18:58
“The View” hosts Whoopi Goldberg and Sunny Hostin on Tuesday pressed Vice President Vance on the Trump administration’s removal of Black history from sites around the country and the dismantling of majority-Black voting districts. Goldberg asked Vance what Black people did “to this administration that has allowed it to really stigmatize folks of color.” “You…

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Charlamagne tha God: White House standard set by Obamas ‘no longer exists’

16 June 2026 at 18:20
Radio host Charlamagne tha God said that a standard of “decency and class and poise and intelligence” set by the Obamas doesn’t “exist” anymore, comments that come after derogatory remarks by a fighter aimed at former first lady Michelle Obama during the White House UFC event. “I don’t know why you MAGA lovers do that,…

Charlamagne tha God: White House standard set by Obamas ‘no longer exists’

16 June 2026 at 18:20
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Maxi causa da 250 milioni per il caso Minetti: Fnsi, Stampa Romana e Alg con Il Fatto e Report. “Azioni per imbavagliare il diritto di cronaca”

16 June 2026 at 16:16

Azioni per imbavagliare il diritto di cronaca”. Con queste parole Fnsi, il sindacato nazionale dei giornalisti italiani, e la Stampa Romana, la sigla dei professionisti che operano nella Capitale e nel Lazio, hanno espresso la propria vicinanza a Il Fatto Quotidiano e Report raggiunti da una maxi richiesta di risarcimento da 250 milioni di dollari per le inchieste sulla grazia presidenziale concessa a Nicole Minetti. Anche l’Associazione Lombarda dei Giornalisti (Alg) ha espresso “piena solidarietà e vicinanza ai colleghi delle redazioni”, parlando di “effetto intimidatorio sull’esercizio della libertà di stampa“.

Nella richiesta di risarcimento di 43 pagine si parla di “accuse false e sensazionalistiche” sui rapporti di Cipriani con Jeffrey Epstein, il faccendiere pedofilo, e sulle “feste a sfondo sessuale” organizzate in Uruguay nel ranch “Gin Tonic” dell’imprenditore italiano. Oltre che sulle pratiche per l’adozione e le cure necessarie per il figlio adottivo della coppia Cipriani-Minetti. L’azione legale non è per diffamazione – negli Stati Uniti la tutela della libertà di stampa è molto più ampia che in Europa – ma per “interferenza illecita con rapporti commerciali futuri, falsa rappresentazione dannosa e denigrazione commerciale”.

La solidarietà di Fnsi e Stampa Romana

Nel comunicato congiunto delle due sigle si legge che l’azione legale intestata dalla società di Giuseppe Cipriani, compagno di Minetti, “sottolinea un modo di agire diventato comune nei confronti della stampa. Richieste di risarcimento abnormi, fuori da qualsiasi ragionevole parametro, accompagnate dall’esplicita affermazione di voler far chiudere testate scomode, senza minimamente interessarsi del futuro dei giornalisti e dell’informazione”. Fnsi e Stampa Romana concludono ribadendo “l’importanza del giornalismo d’inchiesta e la protervia di chi cerca di contrastare l’informazione a suon di inaudite richieste milionarie”. Nella nota si fa anche riferimento al fatto che Cipriani si sia rivolto ala magistratura degli Stati Uniti. Una scelta, specificano le due sigle, “per cercare di stringere ulteriormente il cappio” intorno alle due testate. La richiesta di risarcimento è stata infatti sottoposta alla Corte distrettuale di New York, per mano dei legali del ramo Usa del gruppo imprenditoriale di Cipriani.

Il comunicato di Alg

Anche l’Associazione Lombarda dei Giornalisti denuncia come la richiesta di risarcimento di entità straordinaria rischia di assumere i contorni di “una pressione economica sproporzionata” nei confronti dell’attività giornalistica. “Riteniamo che richieste risarcitorie di importi milionari – spiega il presidente ALG, Paolo Perucchini – possano produrre un effetto intimidatorio sull’esercizio della libertà di stampa, soprattutto quando colpiscono attività di giornalismo d’inchiesta svolte nell’interesse pubblico. Il giornalismo investigativo rappresenta uno dei pilastri fondamentali di una società democratica”. Perucchi parla di “cause bavaglio” che “rischiano di generare un clima di autocensura“, danneggiando quindi l’intero sistema dell’informazione. “Anche la scelta di rivolgersi al tribunale federale americano – conclude il presidente dell’ALG – è sintomatica della volontà di intimidire al massimo livello i giornalisti italiani giocando ‘fuori casa’”.

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Muere Ece Irtem, actriz turca de series como ‘Pecado original’, un día después de su 35° cumpleaños

16 June 2026 at 16:02

La actriz turca Ece Irtem ha muerto este lunes, un día después de cumplir los 35 años, en su casa de Estambul, ha explicado su abogado Uğur Gökkoyun en un comunicado. El fallecimiento de la intérprete, conocida por teleseries emitidas en España como Pecado original (Antena 3), Amor sin límite (Nova) y Me robó mi vida y Mundos opuestos (ambas en Divinity), ha provocado la reacción de algunos compañeros de reparto, como el conocido Can Yaman.

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Can Yaman y Ece Irtem, en una imagen compartida por el actor en redes sociales.

UK social media ban could cut lifeline for disabled children, campaigners warn

Activists say blanket ban could prevent teenagers from finding peers and role models with similar conditions

Disability activists have said banning under-16s from social media risks cutting off a “lifeline for friendship” for disabled children and could push them into social isolation by preventing them from making connections online.

Charities and high-profile figures in disability advocacy said they were concerned that a blanket ban on social media would disproportionately affect teenagers who may not be able to meet people easily in real life or find peers with similar conditions.

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© Photograph: Alicia Canter/The Guardian

© Photograph: Alicia Canter/The Guardian

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Google ti permette di scegliere le tue “Fonti preferite”: ecco come selezionare Il Fatto Quotidiano in meno di un minuto

16 June 2026 at 10:39

Da poche settimane Google ha lanciato in tutto il mondo la nuova funzionalità “Fonti Preferite e da oggi in tutti i nostri articoli è presente un bottone per comunicare facilmente al motore di ricerca che Il Fatto Quotidiano è la testata che volete trovare più spesso tra i risultati.

Quello che vedete online, infatti, non è mai casuale. Il flusso delle notizie che viene proposto, quando facciamo ricerche online o quando apriamo Google Discover, dipende dagli algoritmi che decidono cosa mostrare e cosa nascondere. Adesso, finalmente, è possibile esprimere la propria preferenza per i siti che si ritengono più affidabili e degni di fiducia e a cui magari si è anche abbonati. E per farlo basta meno di un minuto.

In tutti i nostri articoli, appena prima dell’inizio del testo, c’è una barra con i bottoni che già da mesi ti consentono di seguire il nostro sito nel canale Whatsapp dedicato e su Google Discover. Da oggi, troverete anche il tasto “Segui su Google“. A questo punto, non dovrete fare altro che essere loggati con il vostro account Google, scrivere sulla barra di ricerca “Il Fatto Quotidiano” e selezionarlo come fonte preferita.

Ovviamente, continuerete a vedere anche altre testate e altri siti tra i risultati di ricerca, ma avete dato un segnale importante a Google che preferite leggere le notizie pubblicate da ilfattoquotidiano.it.

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Meloni grida alla censura, ma l’Italia ha il primato delle querele contro i giornalisti

16 June 2026 at 10:36

Ed ora la presidente Giorgia Meloni urla contro la censura, i tanti media da Lei controllati ripetono e amplificano, con raro sprezzo del ridicolo.

Il patentino antifascista chiesto da Più libri più liberi, la fiera della piccola e media editoria, altro non è che l’impegno a rispettare la Costituzione, una richiesta formulata da centinaia di comuni quando viene richiesto l’utilizzo di una sala pubblica, proprio per evitare che in quelle sale si possano tenere eventi in contrasto con la Costituzione antifascista.

Meloni che urla contro la censura è la medesima che non ha mai reso noti i nomi degli spioni e spiati nella vicenda Paragon. Meloni che denuncia gli editori non ha mai recepito quella parte del Media freedom act, relativo alla tutela delle fonti, alla tutela dei cronisti da intimidazioni e denunce temerarie, per non parlare della Rai trasformata in agenzia del governo.

L’Italia meloniana ha preso il posto dell’Ungheria nel conquistare il primato per il numero di querele scagliate contro intellettuali critici, insegnanti, associazioni, disegnatori, giornalisti e, persino, storici. Vogliamo parlare delle campagne di aggressioni contro chi osa ancora porre domande e fare inchieste? Le ultime querele contro il Fatto e Report hanno l’obiettivo di intimidire chi ancora accende le luci sulle oscurità.

La campagna in atto, la trasformazione dell’aggressore in vittima, accompagnerà tutto il percorso della legge elettorale sino alle elezioni anticipate. Truffa elettorale e truffa mediatica marceranno insieme, starà a ciascuno di noi non cadere nella trappola, svelare l’inganno e promuovere una mobilitazione simile a quella realizzata per il referendum, ora e subito.

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UK defence spending plan ‘well short of what’s required’ and harder choices needed, says John Healey - as it happened

16 June 2026 at 18:08

Ex-defence secretary John Healey and ex-defence minister Al Carns have given resignation statements to MPs

Speaking to reporters at the G7, Keir Starmer also defended the defence investment plan (DIP) draft that led to John Healey’s resignation as defence secretary last week. Starmer confirmed that Dan Jarvis, the new defence secretary, is getting some input before the publication of the DIP in its final version.

Starmer said:

The position on investment in defence is firstly that we increased last year defence spending from 2.3% to 2.6%, that’s the biggest increase since the 1980s, and that means £270bn will be spent this parliament on defence.

On top of that [the] defence investment plan which obviously gives us capability for the future. We will put even more money in relation to that. I’ve been really clear that’s required difficult decisions, I have taken the decision to reallocate money from other departments.

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© Photograph: PA

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Mail on Sunday attacks Restore as split right creates headache for UK papers

Some titles that once backed the Tories now ‘flirting with Farage’ as they try to gauge where readers stand

It was a Mail on Sunday headline with all the ferocity usually reserved for general elections, directed squarely at a political opponent. But in this case, the traditionally Conservative-supporting title was not targeting Labour.

The party in its crosshairs was Rupert Lowe’s Restore Britain, the vehemently rightwing outfit that regards Nigel Farage’s Reform UK as too weak on deporting migrants.

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© Photograph: Christopher Furlong/Getty Images

© Photograph: Christopher Furlong/Getty Images

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‘La otra hermana Bennet’ encuentra su heroína en los márgenes de ‘Orgullo y prejuicio’

16 June 2026 at 04:30
Laurie Davidson y Ella Bruccoleri, en 'La otra hermana Bennet'.

Cuando era adolescente, a la guionista Sarah Quintrell no le parecía que Jane Austen tuviera nada que decirle, pero cuando empezó a leer clásicos de la literatura y se adentró en Emma a los 17 años, vio lo equivocada que estaba. “Pensé, ‘oh dios mío, si voy al colegio con cuatro Emmas’. Sus personajes son imperfectos, humanos, defectuosos. Sientes que los conoces. Escribe de forma brillante sobre la familia, el amor, la complejidad de las relaciones, las dinámicas sociales, el dinero, la presión social… Y todo eso ha cambiado un poco, pero no tanto como pensamos”, cuenta Quintrell por videollamada. Siguió leyendo y releyendo a Jane Austen casi de forma compulsiva. Así que cuando le propusieron adaptar el libro de Janice Hadlow La otra hermana Bennet, ambientado en el universo de Orgullo y prejuicio, no lo dudó.

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Las hermanas Bennet de la serie 'La otra hermana Bennet'.Dónal Finn y Ella Bruccoleri, en 'La otra hermana Bennet'.
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