Normal view

U.S. Agency for Global Media: America’s newest propaganda machine?

12 June 2026 at 09:59
The creation of the U.S. Agency for Global Media (USAGM) provoked not surprise but irritation: an old propaganda tool simply got a new label and an even more aggressive tuning. My first reaction to the birth of the US Agency for Global Media was pure surprise — then anger. Haven’t we already got enough outfits […]

CBS News hires Sky News presenter Trevor Phillips as global correspondent

British journalist becomes one of most prominent appointments made by embattled editor-in-chief Bari Weiss

CBS News has hired the prominent British broadcaster Trevor Phillips, as its senior global affairs correspondent, in a significant hire for embattled top editor Bari Weiss.

The network said that reporting by Phillips, who currently presents the flagship Sunday political show on the UK’s Sky News channel, would appear “on all CBS News programs and platforms”.

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© Photograph: Tim Anderson/PA

© Photograph: Tim Anderson/PA

© Photograph: Tim Anderson/PA

Grok Is Still Hosting Sexualized Deepfakes of Famous Women

11 June 2026 at 20:41
A WIRED investigation found dozens of “nudified” deepfake images and videos on Grok's website, including nonconsensual depictions of celebrities and at least one prominent US politician.

Peter Gomez: “Il Fatto cresce del 19% perché diciamo ai lettori quello che qualcuno non vuole che si sappia”

11 June 2026 at 17:40

Ospite di Battitori liberi, su Radio Cusano, Peter Gomez, direttore de ilfattoquotidiano.it e di Fq Millennium, scatta una fotografia nitida, e per certi versi inquietante, dello stato della stampa in Italia: un’analisi che non riguarda solo i bilanci o le copie vendute, ma tocca le fondamenta stesse del pluralismo e della libertà di critica.

Alla constatazione amara del conduttore Savino Balzano, che esprime stupore nel vedere testate e giornalisti che, dopo la richiesta milionaria di Cipriani e Minetti, fanno quasi il tifo perché qualcuno riesca a far chiudere Il Fatto, Gomez individua due ragioni fondamentali: “Mentre il panorama editoriale arranca, ad aprile il nostro giornale ha registrato un aumento del 19% delle copie, risultando l’unica testata in crescita insieme a Il Giornale di Tommaso Cerno (+1,1%). Il secondo motivo di questo astio sta nel fatto che, per vari motivi, i quotidiani dipendono tutti più o meno dalla politica ormai o dalle istituzioni. Poi probabilmente non saremo simpatici a tutti, però io credo che queste siano le due ragioni principali”.

Secondo il direttore, il segreto di questo successo è banale quanto rivoluzionario: “Il nostro giornale ha aumentato le copie non solo in virtù delle sue prese di posizioni diverse rispetto alla gran parte della stampa sulla Palestina e sulla guerra tra Russia e Ucraina, ma soprattutto in virtù dell’unico segreto per vendere i giornali: dire alle persone qualcosa che non sanno. Qualcosa che qualcuno non vuole che si sappia“. Una missione che oggi sembra diventata un’anomalia in un mercato dove i quotidiani appaiono “generalmente tutti uguali”.

Gomez ricorda che l’autonomia editoriale del Fatto Quotidiano è resa possibile da un modello economico che, con orgoglio, rifiuta il cordone ombelicale dello Stato: nonostante un bilancio complesso dovuto all’incremento dei costi del personale, la società ha scelto di tutelare ogni singolo dipendente. “Al contrario di gran parte dei giornali – sottolinea Gomez – abbiamo deciso di non dichiarare lo stato di crisi, quindi di non mandare via nessuno e di non ridurre l’orario di lavoro”. In un momento di incertezza, la testata aveva inizialmente inoltrato la richiesta per accedere al contributo di 10 centesimi a copia previsto per legge, ma una volta ottenuta l’approvazione ufficiale, è arrivato il rifiuto: “Quando da Palazzo Chigi ci hanno comunicato che eravamo stati ammessi, abbiamo detto di no. È una questione di coerenza“.

Una scelta che Gomez rivendica con forza, lanciando una frecciata ai sedicenti campioni del libero mercato che sopravvivono solo grazie ai sussidi: “In questo Paese, molti di quelli che predicano il neoliberismo e sostengono che il costo del lavoro sia troppo alto vivono di fondi pubblici, fondazioni o cooperative. Sono tutti liberali alle vongole. Noi siamo liberali, ma certamente non siamo alle vongole“.

Tuttavia, il prezzo del dissenso in Italia si paga con la moneta della delegittimazione. A Balzano che ricorda con sarcasmo le inchieste “risibili” volte a dimostrare un fantomatico finanziamento putiniano dietro le posizioni del giornale sulla guerra in Ucraina, Gomez ribadisce che il clima è diventato tossico: “Quello che non si accetta più è che ci sia gente che ha opinioni diverse semplicemente perché la pensa così. Evidentemente c’è tanta di quella gente che è pagata in qualche modo dall’altra parte, che pare impossibile che questo avvenga”.

Il direttore del Fatto online cita gli attacchi scomposti alla testata sul racconto dei massacri a Gaza. Pur ribadendo il diritto di Israele a reagire dopo l’orrore del 7 ottobre, Gomez ha denunciato il superamento di ogni limite umanitario: “Già dopo un mese ci siamo resi conto che quella reazione era spropositata: non era più giustizia, era vendetta“. Per questa analisi, il direttore è stato marchiato con l’infamia di essere “filo-Hamas”, un esempio plastico di una strategia volta a silenziare il dibattito: “Si viene associati a terroristi o dittatori solo perché si hanno opinioni diverse basate su analisi dei fatti differenti. Ma questa non è democrazia, perché la democrazia vive di confronto”

In ultima analisi, Gomez punta il dito contro la crisi d’identità della professione, stigmatizzando i troppi colleghi che passano con disinvoltura dal giornalismo ai ruoli di portavoce politico: “Noi giornalisti, un po’ come si dice dei magistrati, non dobbiamo essere solo indipendenti. Dobbiamo anche apparire tali”. La chiusura è affidata a un monito di Paul Valéry, che fotografa perfettamente la barbarie del dibattito pubblico attuale: “Quando non puoi attaccare il ragionamento, attacchi il ragionatore“.

L'articolo Peter Gomez: “Il Fatto cresce del 19% perché diciamo ai lettori quello che qualcuno non vuole che si sappia” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Who is the aggressor?

By: A A
11 June 2026 at 12:01

By  Joe LAURIA

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That is the most important question today that we strive everyday to answer.

If you understand who the aggressor is, you are on your way to understanding the mad and perilous times we live in.

Once you get that, what you’ve been taught all your life starts to lose its hold on you.

Establishment education and media try to confuse you. Independent media like Consortium News try to clarify.

Establishment education and media portray the aggressor as the defender, and the victim as the threat. Consortium News endeavors to show you the “threat” is really an obstacle. An obstacle to aggression and occupation. An obstacle to expansion. Locally and globally.

Few would agree with aggression, paid for with your taxes in a so-called democracy. So obstacles to aggression become threats that you’re supposed to be afraid of. Offensive action is taken as “defense” to protect you from the “threat.”

There’s nothing new in this.  The Romans dressed up their imperial aggression as self-defense against fake threats. Rome provoked tribes, first in Italy and then Gaul and Germania, into forming alliances to protect the tribes’ sovereignty, and then Rome presented these alliances as “threats” that had to be destroyed, justifying war against them.

Rome would also provoke an adversary into invading or launching an attack to obtain the casus belli needed to start a pre-planned war. For instance, Roman ally Masinissa of Numidia repeatedly raided Carthage to provoke it into finally responding militarily in violation of a treaty it had with Rome. The empire used this as a pretext for total destruction and annexation — even though Carthage, an obstacle to Roman expansion, posed no realistic, existential threat.

In the earlier U.S. imperium, Mark Twain explained it this way:

“The statesmen will invent cheap lies, putting the blame upon the nation that is attacked, and every man will be glad of those conscience-soothing falsities, and will diligently study them, and refuse to examine any refutations of them; and thus he will by and by convince himself the war is just, and will thank God for the better sleep he enjoys after this process of grotesque self-deception.”

Today the obstacles to the aggressors’ expansion and occupation in the Middle East are Iran plus the legal, armed resistance to Greater Israel: Hamas, Hezbollah, the Houthis and Shia militia in Iraq. They are presented as “threats”rather than defenders of their dignity, sovereignty and land.

In Asia the “threat” is China. Beijing protecting its sovereignty in its own region is somehow a threat to U.S. warships near China’s waters and to Taiwan, which the U.S. agrees is part of China.

In Europe years of NATO expansion, refusal to negotiate a mutual security treaty, rehabilitation of fascism, a coup, and civil war in Ukraine against ethnic Russian coup-resistors provoked Russia to intervene, much as the Romans provoked Carthage. Getting Russia to invade Ukraine allows the portrayal of Moscow as the aggressor and a “threat” to all of Europe and not as an obstacle to the U.S. and Wall Street return to their 1990s dominance of Russia. (Now there is constant talk of direct NATO war with Russia. The fear is another provocation to get Russia to start it.)

All of these obstacles to U.S. global hegemony are presented to you as existential threats that only the mighty United States, NATO and Israel can protect you from. There’s nothing in it for them, of course, except saving your life, we’re expected to believe.  Except you don’t have to believe it. You have alternative media like Consortium News to expose the deceptions on a daily basis.

That’s why pro-establishment social media companies and so-called anti-disinformation services have tried to hurt us. And that’s why we need your help.

Original article:  consortiumnews.com

Diffusione dei giornali, Il Fatto Quotidiano cresce ancora: +2,8% nell’ultimo mese e +19% in un anno. Calano Corriere, Repubblica e Stampa

By: F. Q.
10 June 2026 at 17:08

In controtendenza rispetto al panorama informativo italiano, Il Fatto Quotidiano si conferma in crescita e segna un +2,8% nella classifica della diffusione dei giornali che somma copie cartacee e digitali. Il trend è stato fotografato da Primaonline sulla base dei dati Ads relativi al mese di aprile. Segno positivo anche se si confrontano i numeri di marzo 2025 con quelli dello stesso mese di quest’anno: Il Fatto Quotidiano registra una crescita del 18,9%. Mentre sul totale delle vendite individuali il dato sale a + 19%.

In testa a tutte le tabelle di Primaonline si trova il Corriere della Sera, che tuttavia presenta un segno negativo in tutte le classifiche. Tra marzo e aprile 2026 il quotidiano di via Solferino registra un calo del 2,6% nella diffusione di carta e digitale, fermandosi poco più di 204mila e 600 copie vendute. Subito sotto la Gazzetta dello Sport con quasi 118mila copie, con un aumento dello 0,3%. Mentre in terza posizione si piazza Repubblica, con 115mila copie, in diminuzione dell’1.4%. Nella classifica mensile, gli unici con il segno verde, oltre al Fatto e alla Gazzetta, sono Avvenire (+0,6%), Dolomiten (+2.2%), Il Mattino di Napoli (+5,1%). Mentre la maglia nera va alla Nazione che perde il 3%, a La Verità (-2,9%) e al Corriere dello Sport (-2,4%).

Le perdite crescono nel raffronto anno su anno, che accosta i dati di marzo 2025 a quelli di marzo 2026. In questo caso il calo del Corriere sale a 8,8%. Peggio va a La Repubblica con -16%, alla Gazzetta dello Sport con un dato negativo del 15,1% e alla Stampa con -12,1%. Tutti in negativo nella graduatoria delle vendite individuali cartacee, che considera i dati delle edicole e del porta a porta. Qui le uniche eccezioni sono Tuttosport e L’Edicola.

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“Difendiamo la libertà di stampa, il rischio è l’autocensura”: a Roma il presidio per Nunziati, licenziato dopo una domanda su Israele

9 June 2026 at 15:33

“Ho deciso di fare causa alla mia ex azienda, l’Agenzia Nova, non soltanto per tutelare i miei diritti, ma anche per difendere la libertà di stampa e i diritti di tutti i cronisti. Il rischio è l’autocensura”. A rivendicarlo, nel corso di un presidio a Roma in occasione della prima udienza del processo, è il giornalista Gabriele Nunziati, licenziato l’autunno scorso, dopo che aveva chiesto alla portavoce della Commissione europea Paula Pinho se Israele dovesse pagare la ricostruzione della Striscia di Gaza.

Di fronte al Tribunale del Lavoro, è stato così organizzato un sit-in di solidarietà per Nunziati, al quale hanno partecipato Amnesty, Articolo21, Fnsi, Associazione Stampa Romana, UsigRai e la rete #NoBavaglio, secondo cui l’episodio non rappresenta un fatto isolato, ma il simbolo di una criticità più ampia che riguarda tutto il sistema dell’informazione nel nostro Paese. A partire dal precariato. “So bene quanti miei colleghi, specialmente i più giovani, vivano in condizioni difficili questa professione, quanto le paghe siano basse, non esistano più contratti, quanto il precariato ti renda anche schiavo, perché se vieni pagato 10 euro lorde per un pezzo non hai libertà. Questo inficia la qualità dell’informazione. Perché si è meno disposti a prendersi dei rischi, perché poi il pericolo è che ti succeda quanto accaduto a me. Non hai tutele, non hai garanzie e ti possono mandare via alla prima domanda”, ha sottolineato Nunziati nel corso del presidio.

E ancora: “Diversi colleghi mi hanno detto esplicitamente di sapere quanto la questione Israele e Palestina sia un terreno scivoloso e quindi di non voler fare domande, perché magari sanno che al proprio direttore non piacerebbero e con un affitto da pagare non vogliono problemi”. Presente al presidio anche Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia: “Quella di Nunziati era una domanda che pone sotto critica i doppi standard della politica, in questo caso europea, quindi è più che legittima. Aver reagito a quella domanda con un licenziamento è un attacco alla libertà di stampa. Non esistono domande sbagliate”.

Per il presidente di Amnesty “il giornalismo italiano ha seguito in gran parte la narrazione della politica, indulgente e politicamente complice, verso Israele. La parola genocidio è rimasta per lungo tempo un tabù. L’Ue avrebbe dovuto, con i suoi Stati membri, prendere le difese della libertà di stampa, condannare in maniera molto netta gli assassini mirati di centinaia di giornalisti e giornaliste”.

E ancora: “C’è una politica del governo israeliano, che è responsabile da decenni di crimini di diritto internazionale. Il ministro della Sicurezza nazionale Ben-Gvir rappresenta la politica del governo Netanyahu, i coloni sono un’arma del governo israeliano, lo Stato israeliano sostiene i coloni, quindi non si può prendere un pezzetto del problema e dire ‘abbiamo risolto’. L’accordo di associazione Unione Europea-Israele è proprio la cartina di tornasole, dato che l’articolo 2 dell’accordo contiene una clausola sui diritti umani. Quando lo vogliono far rispettare questa clausola?”, ha rivendicato Noury.

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La Stampa, inizia il corso targato Sae: il nuovo direttore è Antonio Di Rosa, tra i vice Alessandro De Angelis e Luciano Tancredi

9 June 2026 at 13:01

Antonio Di Rosa direttore dal primo di luglio. Al suo fianco, come vice, Luciano Tancredi e Alessandro De Angelis. Prende così forma la nuova La Stampa del corso targato Sae (Sapere audere editori), il gruppo editoriale guidato da Alberto Leonardis, l’imprenditore abruzzese che a partire dal 2020, a capo di una cordata, ha rilevato da Gedi Il Tirreno, Gazzetta di Modena, Gazzetta di Reggio e La Nuova Ferrara, a cui poi si sono aggiunti La Nuova Sardegna nel 2022 e La Provincia Pavese nel 2025.

Leonardis, un passato – tra le altre – in Telecom Italia, Microsoft, Oracle e Poste Italiane, azionista de Il Centro ed ex azionista dell’agenzia di stampa Dire, ha coordinato i lavori dell’assemblea dei soci, con la nomina del Consiglio di amministrazione, composto da 11 membri, il cui presidente è Paolo Ceretti e l’amministratore delegato è Massimo Briolini. Dopodiché, le nomine del giornale: Di Rosa prenderà il posto di Andrea Malaguti, mentre Tancredi lascia la direzione de La Nuova Sardegna, affiancato da De Angelis (fondatore ed ex vicedirettore di HuffPost Italia) e già firma del quotidiano torinese. Da quanto si apprende, resteranno in carica alcuni degli attuali vicedirettori: Federico Monga, Gianni Armand-Pilon, Giuseppe Bottero e Massimo Righi.

Di Rosa, classe 1951, ha una lunga esperienza giornalistica – e di direzione – alle spalle. Lavora al Giornale di Calabria, alla Gazzetta del Popolo (storico quotidiano di Torino, chiuso nel 1983) e alla Stampa. Poi diventa vicedirettore de il Corriere della Sera, nel 1996, quando a dirigere il giornale di via Solferino è Paolo Mieli. Successivamente guida il Secolo XIX, La Gazzetta dello sport, l’agenzia di Stampa LaPresse e infine La Nuova Sardegna. Di Rosa, per Leonardis, è un punto di riferimento, tanto da avergli affidato incarichi di rappresentanza e sviluppo editoriale all’interno del gruppo e, ora, il delicato ruolo di rilanciare la Stampa dopo la gestione della famiglia Elkann.

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“Repubblica” attacca il suo collaboratore Paolo Di Paolo con un corsivo anonimo per l’esclusione di Erri De Luca da Salerno Letteratura. “Da Robinson saltata una pagina sul festival”

9 June 2026 at 06:34

Un boxino al centro della pagina, dal titolo Due diverse idee di tolleranza. Nessuna firma, un attacco frontale. Così la Repubblica, il giornale diretto da Mario Orfeo, in maniera del tutto irrituale ha screditato un proprio collaboratore, Paolo Di Paolo, condirettore di Salerno Letteratura. Al centro dell’invettiva il caso Erri De Luca. Di Paolo, nell’edizione del quotidiano di venerdì scorso, è accusato di aver escluso lo scrittore dal festival campano. Anche se, com’è noto, a De Luca è stata tolta la prolusione (dopo le sue dichiarazioni in favore di Israele) in cambio di partecipare al programma con un altro intervento.

Nel corsivo non firmato si accusa Di Paolo di aver cambiato idea, passando dalla difesa di De Luca all’entrata “in scena”, pochi giorni dopo, di un “Di Paolo 2, dotato di minore tolleranza ma, in compenso, di un formidabile apparato digerente”. Ma non è tutto, perché dall’inserto culturale della domenica, Robinson, è saltata una pagina su Salerno Letteratura, concordata col festival stesso. La prima a dare la notizia è stata la scrittrice Loredana Lipperini. Nei giorni scorsi, sui suoi social, si è domandata se su Robinson sarebbero usciti i servizi sul festival. Poi, domenica, a giornale in edicola: “Se avevate qualche dubbio, sappiate che su Robinson non c’è una riga su Salerno Letteratura. Erano, mi si dice, previste due pagine”. Da quanto risulta a ilFattoQuotidiano.it, la pagina era una, composta da due articoli. E a rilanciarla è stato Professione Reporter, che al momento non ha ricevuto alcuna smentita.

Sulla vicenda che ha coinvolto Di Paolo, è intervenuto il Comitato di redazione del giornale fondato da Eugenio Scalfari. “Sull’edizione di ieri del nostro giornale è comparso ancora una volta un corsivo non firmato nel quale vengono espresse opinioni su fatti che riguardano il dibattito pubblico. Nei giorni precedenti e nei mesi scorsi c’erano stati casi analoghi per questioni sportive. Senza entrare nel merito delle opinioni espresse, c’è una questione di metodo che ci preme come rappresentanza sindacale. Esprimiamo perciò un forte disagio di fronte a tale modo di utilizzare il giornale: questi commenti non firmati danneggiano l’immagine di tutta la redazione, visto che addirittura si utilizza il plurale maiestatis, e talvolta sembrano mossi più da questioni personali che altro. Nello specifico, il corsivo non firmato di ieri prendeva di mira Paolo Di Paolo, storico collaboratore delle pagine culturali (e non solo di quelle) di la Repubblica. Il collega scrittore è stato messo alla berlina pesantemente e questo ha suscitato, e sta suscitando ancora oggi, molte dure prese di posizioni contro la Repubblica su tutti i social”.

Così il Cdr fa sapere di essere “amareggiato di fronte a questo tipo di azioni e auspica un chiarimento in merito con la direzione. Sarebbe auspicabile che, per chiarezza verso i lettori e la redazione stessa, e al netto di antiquate usanze – sappiamo bene che gli articoli non firmati sono riconducibili alla direzione – ognuno firmasse ciò che scrive, assumendosene piena responsabilità. Esprimiamo quindi e infine pubblica solidarietà a Paolo Di Paolo”.

Poco più di un anno fa era stata ancora la posizione su Israele e Gaza a creare scompiglio in largo Fochetti. Allora era stata una mozione proprio sul conflitto, voluta dal cdr e approvata dall’assemblea: il cdr si era dimesso denunciando “comportamenti anti-sindacali”.

Mail: a.marzocchi@ilfattoquotidiano.it
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L’ideologia che non vediamo: algoritmi e miliardari ci controllano. Quando iniziamo la lotta?

9 June 2026 at 05:24

L’Ideologia è morta? No. È solo invisibile e ci sta formattando il cervello, ci viviamo talmente dentro da non riconoscerla così da farla nostra senza resistenze.

Viviamo in un mondo di libertà apparente in cui non siamo veri padroni di noi stessi.

Ogni mattina ci svegliamo con la sensazione di essere i registi assoluti della nostra esistenza. Con un tocco sullo schermo decidiamo cosa acquistare, quale informazione consumare, quale opinione sposare. Eppure, questa libertà è una vernice sottile stesa su un meccanismo che non abbiamo scelto.

Questa non è un era “post-ideologica”. Siamo invece immersi in un modello invisibile ma pervasivo, una struttura di potere dove i titani delle big tech (guarda caso miliardari in combutta con altri miliardari) — da Musk a Zuckerberg — si siedono ai tavoli della politica globale non come semplici imprenditori, ma come proprietari di mondi con un potere in più, quello di essere architetti del comportamento umano. Nuove divinità con potere esecutivo, legislativo, come i vecchi imperatori. Più hanno potere più acquisiscono nuovo potere.

E così si costruiscono le più grandi disuguaglianze della storia. I dati Oxfam gridano una verità che preferiamo ignorare. Nessun imperatore del passato possedeva una ricchezza e un potere decisionale paragonabili a quelli di un Elon Musk. Siamo passati dalla democrazia al potere di pochi feudoglobali digitali, dove le decisioni vitali non passano più per le piazze, ma per i server di borse mondiali e piattaforme private.

I social media non sono semplici contenitori di pubblicità; agiscono come redattori artificiali della nostra personalità. Le piattaforme vendono alle multinazionali “pacchetti di utenti” pronti all’uso, individui mappati fin nei minimi impulsi. Il campo di battaglia è il nostro cervello.

L’algoritmo stimola costantemente la corteccia limbica, la sede degli istinti primordiali e della gratificazione istantanea, bypassando la corteccia prefrontale, deputata alla riflessione e alla valutazione delle conseguenze. È un attacco biologico mirato: la scienza ci dice che la corteccia prefrontale non termina il suo sviluppo prima dei 21 anni. Eppure, permettiamo che ragazzini di 12 anni vengano addestrati da algoritmi progettati per massimizzare l’impulsività, rendendoli consumatori perfetti prima ancora che cittadini consapevoli.

E qui arriviamo al primo bivio. Per decenni abbiamo vissuto il tabù dell’Ideologia. È comprensibile dopo i crimini del nazismo, del fascismo e dei regimi comunisti. È comprensibile che non vogliamo abbracciare ideologie che ci allontanano dalla realtà e ci fanno vivere in una illusione. È comprensibile che non vogliamo ideologie che ci privino di libertà.

Tuttavia la nostra mente, per come è strutturata, ha bisogno di uno schema per funzionare. Se non scegliamo noi il nostro modello di riferimento, finiamo per conformarci a quello dominante, trasformandoci in ingranaggi di un sistema basato esclusivamente sul consumo. Il vero pericolo contemporaneo è l’ideologia subita: abbiamo interiorizzato la logica del profitto e della convenienza economica come unico metro di misura della realtà senza nemmeno accorgercene. Siamo tutti seguaci inconsapevoli dell’ideologia neoliberista, capitalistica e ciò ci conduce su crinali ancora più pericolosi, dove violenza, sopraffazione e autoritarismo prendono piede.

Questa visione riduce l’esistenza a una serie di transazioni economiche, egoistiche e materialistiche ignorando che l’essere umano non è una macchina logica, ma un groviglio di emozioni e relazioni che non trovano spazio in un bilancio aziendale.

E così addio a libertà e democrazia. Se un presidente del Consiglio è sotto minaccia quotidiana dai poteri dei miliardari americani e se neanche un intero continente come l’Europa ha la forza di imporre semplici regolamenti, cosa può fare un singolo cittadino che è diventato variabile di un codice proprietario? Non mi dite che il suo voto cambia qualcosa se non abbiamo leader politici che hanno voglia di affrontare questi poteri forti.

Siamo immersi in grandi media globali che non sono classificati come tali per diversi motivi: il nostro nemico è globale e le nostre democrazie sono di carattere nazionale, il loro potere e la loro ricchezza viene utilizzato per bloccare ogni norma di contrasto a livello nazionale e continentale, il loro carattere innovativo confonde i decisori politici. Eppure è evidente che siano media con direttori editoriali artificiali, ingegneri e CEO delle Big tech, con algoritmi e IA che stabiliscono regole (linea editoriale) scelta dai loro capi. Quale partito politico sta agendo per contrastare questi mostri? Per costruire norme AntiTrust, legge sui conflitti di interesse, pluralismo da rispettare per questo settore?

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Memeification and digital slop: AI and the fog of war

30 March 2026 at 14:02

A funny thing happened on the day OpenAI announced it was shutting down Sora, its video generation app: Iran went all in on synthetic propaganda and very quickly started winning the global meme war. The timing is a coincidence, no doubt, but it is the kind of coincidence that illuminates. 

Watching the explosive virality of the clips offers a powerful lesson in asymmetric media operations. They deploy cultural sophistication, an understanding of online communities and the enormously powerful creation tools made available by American tech companies, tools that give everyone on the internet access to a personal reality distortion field — drones, but for your feed.

On Wednesday, as Donald Trump was trying desperately to talk down the oil markets with hints of a deal, a stream of videos, carefully calibrated for U.S., regional and third country audiences rolled out on X via embassy accounts, Russia Today, and disaffected Maga influencers. The clips, by broad social media consensus, are good. Some lean heavily on the extremely online grammar of the U.S. right. Some remix Hollywood characters and likenesses in exactly the way that OpenAI’s now nixed billion-dollar deal with Disney was supposed to sanction. Others lean more heavily into Islamic iconography, featuring Donald Trump and Benjamin Netanyahu as worshippers of Baal, the foreign demon god who figures in both the Quran and the Hebrew Bible. The Lego movie is an especially rich resource, but so are TikTok formats, and the kind of idealized AI figures beloved of Trump administration meme makers. You can watch a few of them here.

Notably, faked war footage is far from the dominant format. All of these clips foreground and celebrate their own artificiality: some are sentimental, some triumphal, many are full of the gleeful adolescent wit of gamers on discord forums. 

https://twitter.com/politblogme/status/2036909041566306565?s=20

Researchers have long been warning that generative tools will undercut the authority of visual evidence, compounding and accelerating the damage created by slower, cruder forms of fakery: photoshop, selective editing, even gaming clips passed off as combat footage. Of course, we are already there, and have been for a while. Russia has been the paramount master of this game, in Ukraine and in its ongoing influence operations around the world. But others have learned quickly. Last year, when India and Pakistan were engaged in a brief aerial battle, social media bullshit overwhelmed and compromised traditional coverage. More recently, Israel’s obliteration of Gaza was accompanied by a sustained and comprehensive blizzard of visually compelling misinformation, propaganda, and official lies. 

That continues. On March 28, Israel killed three journalists in a targeted strike in Southern Lebanon, claiming without evidence that one of them, Ali Shoaib, was a member of Hezbollah’s Radwan forces. They later distributed a photograph of him in military fatigues to reinforce the point, but explained to Fox news that in fact, they’d had to photoshop the uniform in because no such picture existed.

Meanwhile, in the Trump administration’s domestic war on immigrants and political opponents, we’ve seen a complete resetting of norms around the tone of official communication and any expectation that it is rooted in fact. Nowhere was that more evident than in the altered footage posted by the White House of the arrest of the prominent Minneapolis activist Nekima Levy Armstrong in January. In the video, shared by the official White House handle, a handcuffed Levy Armstrong is sobbing, her skin visibly darkened. In fact, she had faced arrest calmly. 

Questioned by reporters about this blatant falsification, deputy White House communications director Kaelan Dorr responded: "Enforcement of the law will continue. The memes will continue.” Collapsing the distinction between a meme and the factual record with the aid of AI is the final step in this administration's insistence that its preferred narrative simply is reality.

The problem for the White House and its allies is that their choices in tech policy, official communication, and press freedom level the playing field for information war in ways that Tehran’s media strategists understand and they, for all their immersion in online worlds, do not.

Iranian propagandists know that the currency of visual information online has already been completely debased. They’ve dealt with it plenty, and no doubt practiced it themselves in regional battles for narrative dominance. Their insight is that as cheap and easy as it is to create and distribute fakes, returns on the effort of mobilizing what disinformation researchers call “coordinated inauthentic action” are diminishing. They still do it, but it isn’t where the action is.

Sam Altman, Elon Musk and Mark Zuckerberg have, in a very practical sense, wrought this moment in concert with Peter Thiel, Alex Karp, JD Vance and Donald Trump. At their urging, the U.S. has surrendered unrivaled dominance in scarce, expensive information and cultural assets in exchange for a political economy of media that widely distributes cheap, abundant ones.

Tech leaders and conservative politicians have worked consistently for a decade to deprecate the trustworthiness of American journalism and constrain its liberties. They have smeared its practitioners as “enemies of the people”; they have captured the commanding heights of the broadcast and culture industries through crony deals, and they have launched an assault on both press freedom and standards, two assets that once made American news outlets the envy of the world. Needless to say, the economic collapse of traditional media companies fostered by Google’s  and Meta’s advertising duopoly only served to deepen the damage. Jeff Bezos’s Washington Post shuttered its Middle East bureaus just days before the war began.

Meanwhile, lying from agency podiums and the Oval Office, makes Karoline Leavitt barely distinguishable from Baghdad Bob, Iraq’s minister of information in 2003 whose surreal, truth-dodging press conferences during the U.S.-led invasion made him a global laughingstock. And the DOGEing of both the nominally independent Voice of America, as well as the state department’s Global Engagement Center leaves the administration with neither broadcast nor digital counter-propaganda assets. 

When no one can be trusted with the actual truth, we are left with the AI equivalent of 19th-century editorial cartoons, produced at industrial scale and distributed globally. America has little advantage in that war, particularly when it is at a moral, political and legal nadir.

If anything, Iran, which combines repression with an enormously rich literary culture, film scene and advertising market brings serious capabilities to the fight.

Of course, the ebbing of information power was already under way during the first Trump administration, and during Joe Biden’s term in ways that are indissociable from broader democratic decline. The “trust and safety” architecture adopted by big platform companies was designed — implicitly if not always visibly — to conserve information authority, and ensure that it functioned in broadly pro-democratic ways. 

After the disastrous failures of the Rohingya genocide — which rights groups and UN investigators blamed Facebook for facilitating — and the fears surrounding the manipulation of the U.S. electoral environment in 2016, there was a clear threat to the commercial and political health of Twitter, Facebook and YouTube. Tech companies, governments, researchers and human rights experts devised rules and norms for content moderation grounded in existing standards, tools for detecting coordinated inauthentic behavior, and a framework for crisis response.

The community of practitioners and institutions that sprung up to combat the flesh-eating virus attacking the body politic were working with bandaids in the battlefield hospital even before Covid, a coordinated attack from the right, and the second Trump victory hit them, but they succeeded in imposing some limits. That project now lies in ruins. 

The Stanford Information Laboratory has been shut down. Trust and Safety teams at Meta and X have been disbanded. The national security arm of the project, centered around the State Department is gone, and private funding for countering misinformation has largely dried up.

Where are the hyperscalers, the AI titans, whose tools are being so effectively deployed, in all of this?

The trust and safety people who do work at OpenAI are dutifully putting out reports every few months. They are detailing how they foiled efforts to use ChatGPT for a Chinese influence campaign aimed at Sanae Takaichi, the Japanese prime minister, and exposing a Russian content mill feeding African newspapers. “Pro-tip for governments,” wrote Head of National Security policy Sasha Baker on LinkedIn of the February report. “Please don’t use our products to spread lies online.”

Governments, in the world of Sam Altman’s “democratic AI” do not include that of the United States. OpenAI has not mentioned a single U.S. ally — let alone the administration itself — in these reports. 

OpenAI has hired multiple ex-Clinton, Obama and Biden officials, and in their work a weird, attenuated piece of the old national security approach to information integrity lives on, alongside the project of selling products to the Pentagon. The company’s leaders clearly treat these issues  as a complement to messaging around Western AI, or a picayune adjunct to the bigger questions of AI risk, which are handled way up in the organizational stratosphere, as they are at Anthropic.

Perhaps the larger lesson is that you can’t really shut down Sora, or put AI-generated video back in its box. If you choose to prosecute an illegal war of choice after surrendering the hard-won high ground of a robust, democratic information environment, high tech weaponry will not offset the deficit. On the contrary, you will have compounded the risk of both tactical failure and strategic geopolitical defeat. When that happens, and in some ways it already has, those who made this war, and their enablers in Silicon Valley, will have only themselves to blame.

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Licenziato dopo una domanda su Israele, il giornalista Gabriele Nunziati fa causa all’Agenzia Nova

8 June 2026 at 12:08

Il giornalista Gabriele Nunziati ha annunciato in un breve video social che farà causa contro la sua ex agenzia di stampa, l’Agenzia Nova. Il cronista era stato licenziato l’autunno scorso, dopo che aveva chiesto alla portavoce della Commissione europea Paula Pinho se Israele dovesse pagare la ricostruzione della Striscia di Gaza. La prima udienza è prevista per domani, 9 giugno, e in quell’occasione ci sarà un sit-in a cui parteciperò Amnesty, Articolo21, Fnsi, Associazione Stampa Romana, Articolo21, UsigRai, che stanno supportando il giornalista nella sua battaglia legale. Durante la manifestazione si discuterà di libertà d’informazione in particolare sulla Palestina e su Israele.

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Per me il caso Minetti ha evidenziato la distanza siderale tra il Fatto Quotidiano e gli altri giornali

5 June 2026 at 11:59

di Angelo Palazzolo

La vicenda della grazia a Nicole Minetti per me ha evidenziato, se ancora ce ne fosse bisogno, la distanza siderale tra il Fatto Quotidiano e gran parte dell’informazione italiana. Non parlo del Foglio, del Giornale o del Secolo d’Italia, quotidiani che di tanto in tanto leggo sia perché la pluralità dell’informazione è un valore oltre che un metodo in sé, sia perché adoro provare l’ebbrezza del vuoto: la vertigine provocata da parole altisonanti e prive di sostanza, da discorsi contorti costruiti per difendere sempre la stessa parte politica. Discorsi che hanno la forma del logos, ma che quasi sempre si risolvono in falsi sillogismi o in allusioni volutamente vaghe, perché, se scendessero nel concreto, si dissolverebbero come bolle di sapone.

No, parlo dei quotidiani storici del nostro Paese: il Corriere della Sera, la Repubblica, la Stampa. Quotidiani che incarnano un’informazione istituzionale che i più benevoli definiscono “moderata”, ma è una moderazione che rifuggo e rifiuto. Non c’è nulla di moderato nel rispetto incondizionato verso un’istituzione, una carica o un’autorità. Ciò che vi scorgo è piuttosto un’indole pavida, che non si mette di traverso, non contesta, non si espone e preferisce allinearsi.

Mi riferisco al rapporto di totale riverenza, se non di sudditanza, che la stampa italiana intrattiene nei confronti del Presidente della Repubblica. Se una cosa è bianca ma Mattarella dice che è nera, allora diventa nera. Se Mattarella paragona la Russia al Terzo Reich e la Russia contesta quel paragone, si parla di un “vergognoso attacco della Russia al PDR”. Se Mattarella, in ogni occasione possibile, attribuisce alla Russia tutti i mali del nostro tempo e la Russia, di conseguenza, lo definisce russofobo, ecco un altro attacco ingiustificato. D’altro canto, se parlando di Israele Mattarella non ricorre mai a espressioni come “Terzo Reich”, è perché la moderazione e il senso delle istituzioni – in certi casi – valgono ancora.

In questo desolante contesto, in cui la verità dei fatti viene sistematicamente piegata alle convenienze politiche e in cui manca il coraggio di usare le parole giuste quando sono scomode, elogio il carattere del Fatto Quotidiano. Un giornale che prima mette in discussione la grazia a Nicole Minetti, entrando nel merito e nel metodo dell’iter che ha portato alla sua concessione, e costringe la Presidenza della Repubblica a chiedere un supplemento d’indagine al Ministero della Giustizia; poi, quando quel supplemento d’indagine — affidato allo stesso soggetto coinvolto nella vicenda contestata — conclude, prevedibilmente, di aver agito correttamente, insiste nell’evidenziarne le palesi incongruenze, le inesattezze e le lacune.

Il carattere del Fatto Quotidiano non consiste soltanto nel coraggio di andare controcorrente. È anche resilienza, consapevolezza e sicurezza di chi sa di svolgere il proprio lavoro senza dover rendere conto a nessuno. Il Fatto non ha politici o istituzioni da compiacere, non ha interessi editoriali da tutelare e rinuncia persino al finanziamento pubblico che gli spetterebbe, proprio per rivendicare la propria libertà e fare informazione nell’esclusivo interesse dei lettori.

Non è un caso che gli scoop e le notizie più scomode pubblicate dal Fatto colpiscano trasversalmente gli schieramenti politici, con una particolare attenzione per i governi di turno. Basti pensare alle inchieste sul “giglio magico” ai tempi di Renzi, prova dell’indifferenza del Fatto verso il potere. Allo stesso modo, non teme la “lesa maestà”, come dimostra il caso in esame, né ha esitato a criticare quello che ritengo il politico-tecnico più sopravvalutato di sempre: Draghi.

Così come non si preoccupa di dare spazio a chi viene silenziato o isolato — il professor Orsini, il generale Mini, l’ambasciatrice Basile, il professor Canfora e altri — per aver espresso opinioni difformi rispetto a un’informazione mainstream che, troppo spesso, sembra avere più padroni occulti che lettori. Meno male che il Fatto c’è!

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.

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Il whitewashing di Leone sull’intelligenza artificiale: le ultime fallacie dell’enciclica

4 June 2026 at 05:04

Siamo smontando pezzo per pezzo l’enciclica di Papa Leone, una sbalorditiva collazione di prosperi e fallacie che la metà basta. Per presentarla, il Papa ha voluto accanto a sé Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, la Big Tech che si oppone ai sistemi d’arma autonomi e alla sorveglianza di massa dei cittadini; ma che collabora col governo Usa, con l’intelligence e col Pentagono. Anthropic fa parte del complesso militare statunitense, non è la colomba della pace di Picasso. Chi meglio del papa per il whitewashing?

22) L’enciclica fa emergere l’idea che la modernità tecnica, l’individualismo e la digitalizzazione abbiano allontanato l’uomo dalla sua “autenticità”. Ma epoche pre-tecnologiche avevano guerre costanti, fame, schiavitù, oppressione sistematica e mortalità enorme. Il papa è nostalgico di una una comunità “autentica” mai realmente esistita.

23) L’enciclica descrive l’uomo come relazionale, spirituale, comunitario, aperto al dono; ma l’uomo è anche competitivo, aggressivo, tribale, opportunista. Il papa minimizza l’antropologia conflittuale.

24) L’enciclica critica severamente il capitalismo, l’IA, il militarismo, la tecnocrazia, l’individualismo; ma non critica il potere religioso e il dogmatismo. Non c’è simmetria critica.

25) L’enciclica avanza spesso una tesi forte e per impedire contestazioni la corrobora con affermazioni ovvie e condivisibili. Tesi forte implicita: “La visione cristiana è necessaria per salvare l’uomo dall’IA”. Affermazione ovvia: “Dobbiamo proteggere dignità, pace e giustizia”. La tattica è detta motte & bailey. Tutti concordano sulla seconda frase (motte: la rocca sicura), ma il papa usa questo accordo per dare legittimità alla prima (bailey: il campo largo e utile, ma difficile da difendere).

26) L’enciclica accosta cose diverse fino a renderle moralmente equivalenti: tecnocrazia, individualismo, militarismo, relativismo, capitalismo aggressivo, transumanesimo. L’effetto è gettare su quei fenomeni la stessa colpa morale. Ma sostenere l’innovazione tecnologica non significa sostenere il dominio; difendere il mercato non significa idolatrare il profitto; valorizzare l’autonomia non equivale al nichilismo.

27) L’enciclica contrappone la logica del profitto alla logica della fraternità. Come se le azioni sociali potessero essere sempre guidate da motivazioni “pure”. In realtà gli esseri umani agiscono con motivazioni miste; interesse personale e cooperazione convivono; le istituzioni funzionano anche grazie a incentivi non altruistici. Inoltre, buone intenzioni possono creare disastri economici, e incentivi mal progettati possono corrompere sistemi altruistici. Il papa sottovaluta la teoria dei sistemi e i cosiddetti “effetti emergenti”.

28) L’enciclica presume di sapere cosa sia il vero bene umano: relazioni, trascendenza, limite, apertura a Dio, comunità, fraternità. Ma altri potrebbero sostenere che la realizzazione umana consiste nell’autonomia, nella creatività individuale, nella conoscenza, nel libero pensiero, nell’auto-determinazione.

29) L’enciclica sostiene che dialogo, fraternità, discernimento e ascolto possano sempre ricomporre i conflitti. Questa è un’ingenuità da Miss Universo.

30) L’enciclica riformula idee religiose in un linguaggio universale. Esempi: “peccato” = “disumanizzazione”; “carità” = “solidarietà”; “ordine morale cristiano” = “bene comune”; “salvezza” = “sviluppo integrale”. Così il testo sembra universalista pur mantenendo una struttura teologica implicita. Il papa suggerisce quindi che se qualcosa è universale, allora dovrebbe essere condiviso da tutti. Ma l’universalità filosofica non equivale al consenso reale. Molte persone non condividono la metafisica cristiana, la legge naturale, l’antropologia relazionale e l’idea del limite come bene.

31) L’enciclica usa categorie non falsificabili: dignità, fraternità, civiltà dell’amore, umanesimo integrale. Se una politica fallisce, si può sempre dire: “Non era uno sviluppo autenticamente umano”. Questo rende il sistema teorico resistente alle confutazioni empiriche.

32) L’enciclica dice di non voler dominare, ma si pone come giudice morale universale: dell’economia, della politica, della guerra, dell’educazione, della tecnologia, della cultura. Il papa mostra la Chiesa allo stesso tempo come una voce tra le altre e come l’interprete massimo della vera umanità. Altra contraddizione.

33) L’enciclica è scritta in uno stile alto, simbolico e spirituale che produce autorevolezza, ma linguaggio elevato non significa argomentazione valida. Spesso le immagini bibliche, il tono profetico, il lessico morale e i riferimenti spirituali mascherano passaggi deboli dal punto di vista logico.

34) L’enciclica presenta la Dottrina sociale della Chiesa come uno sviluppo coerente e organico, ma storicamente molte posizioni ecclesiali sono cambiate in modo drastico: libertà religiosa, democrazia, diritti umani, rapporto col liberalismo, schiavitù, pluralismo. Il papa minimizza le discontinuità reali.

35) L’enciclica parla a tutti gli uomini in nome della dignità universale, ma in sostanza il modello umano pieno coincide con l’antropologia cristiana. Quindi chi rifiuta quella visione è incompleto? Alienato? Meno umano?

36) Domandine finali: sacerdoti creati con l’IA sono già in grado di confessare e rimettere i i peccati. Questa assoluzione vale? No? Perché invece quella impartita da un prete in carne e ossa sì, visto che la sua assoluzione è altrettanto virtuale e tutto sta nel credergli? La religione è un sistema simbolico che organizza il mondo, attribuisce significati, orienta i comportamenti; l’IA è l’aggiornamento di questa macchina antica, quella della credenza collettiva. Il mercato delle anime è un ricco orticello, la posta in gioco è il controllo dell’intermediazione. Senza timore di concedere all’iperbole, che papa Bob sia preoccupatissimo è più che comprensibile. (3. Fine)

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