Normal view

Una riflessione a partire dal ‘Paese interrotto’ di Roberto Cirelli: una metafora di quel che vediamo

7 June 2026 at 05:50

Mi trovavo alla presentazione di un libro da parte del suo autore. Nel salone del Centro Banchi, adiacente a Piazza Caricamento di Genova, Roberto Cirelli commentava il suo recente saggio Cronache di un Paese interrotto. Diario di un prof in Palestina. Seguito per l’occasione da un buon numero di presenti, Roberto ha motivato la scelta della parola ‘interrotto’. Questa parola, derivata dalla lingua latina, significa “sospeso, temporaneamente o definitivamente… incompiuto, non condotto a termine, non continuo, spezzato”. Ce n’è abbastanza per coltivare questa parola come metafora di ciò che stiamo esperimentando oggi.

Interruzioni di strade per lavori in corso, di un programma televisivo, della vita di un Paese, del lavoro e di un sentiero. Anzi sono soprattutto i sentieri ad essere, forse malgrado loro, interrotti, spezzati, incompiuti, feriti, abbandonati, proprio come alcuni Paesi. Interrotti in piena crescita della loro storia, civiltà, cultura, passato e futuro. A volte per sempre.

Fin da bambino percorrendo i sentieri nei boschi dell’Appennino ligure e, in altra stagione della vita, quelli di montagna, rimanevo meravigliato del mistero in essi nascosto. Sentieri tracciati dai passi di innumerevoli camminatori che mi avevano preceduto e di cui profittavo la sinuosità. Cammini che si inerpicavano, scendevano, avvicinavano e allontanavano dalla vetta o dalla meta finale. Sentieri con ancora la traccia delle scarpe di chi era già transitato, segni di riconoscimento, bollini colorati a seconda della destinazione e talvolta i tempi di percorrenza. In tutto ciò non era importante solo la meta ma anche il percorso in sé, il sentiero, appunto. Tornando a casa ogni tanto dalle missioni in vari Paesi dell’Africa Occidentale, col correre degli anni, mi accorgevo che alcuni dei sentieri conosciuti e camminati erano nel frattempo spariti. Inghiottiti dal tracciato di nuove strade, da insediamenti di pregevole fattura e, in particolare, dall’incuria. Al posto dei sentieri trovavo rovi con alberi abbattuti.

La parola sentiero deriva dal francese ‘sentier’ che a sua volta si innesta sul latino ‘semita’ che significa sentiero. ‘Via a fondo naturale tracciata in luoghi montani e campestri, in boschi e prati, dal passaggio di persone e di animali’… Che alcuni sentieri si interrompano non è certamente una novità. C’è poco di nuovo sotto il sole, ricorda il saggio del libro dell’Ecclesiaste: “quello che è stato è quel che sarà… c’è forse qualcosa di cui si dica ’Guarda, questo è nuovo’. Quella cosa esisteva già nei secoli che l’hanno preceduta”. Sentieri erranti nella selva (o Sentieri interrotti) è una raccolta di saggi del filosofo di origine tedesca Martin Heidegger nel 1950. Cito: “Holz è un’antica parola per dire bosco. Nel bosco [Holz] ci sono sentieri [Wege] che, sovente ricoperti di erbe, si interrompono improvvisamente nel fitto. Si chiamano Holzwege. Ognuno di essi procede per suo conto, ma nel medesimo bosco. L’uno sembra sovente l’altro: ma sembra soltanto. Legnaioli e guardaboschi li conoscono bene. Essi sanno che cosa significa ‘trovarsi su un sentiero che, interrompendosi, svia”.

Pietre Parlanti è un’associazione che si occupa della valorizzazione e riscoperta del territorio. Ha la sua sede nei pressi di Lavagna, frazione di Santa Giulia in provincia di Genova. Tra le finalità di Pietre Parlanti si nota la mappatura, pulizia e mantenimento dei sentieri, lastricati di ardesia e circondati da muretti a secco. Questi ultimi riemergono spesso da una fitta vegetazione di rovi, dimenticati da anni. L’Associazione contribuisce inoltre a condurre ricerche storico-antropologiche degli usi, costumi e tradizioni del territorio rurale. Pietre Parlanti ricorda che la bellezza del paesaggio è creata da mani che lavorano. Solo se le persone coltivano i terreni, scolpiscono declivi e colline che così diventano armonia di cultura e paesaggio. I sentieri interrotti e che ‘sviano’ nei Paesi, nelle città, nelle relazioni e dunque nella politica sono all’origine dei drammi del nostro come di altri tempi. Le Pietre possono riprendere a parlare a condizione che trovino gente disposta ad ascoltarle.

Casarza Ligure, maggio 2026

L'articolo Una riflessione a partire dal ‘Paese interrotto’ di Roberto Cirelli: una metafora di quel che vediamo proviene da Il Fatto Quotidiano.

Una riflessione a partire dal ‘Paese interrotto’ di Roberto Cirelli: una metafora di quel che vediamo

7 June 2026 at 05:50

Mi trovavo alla presentazione di un libro da parte del suo autore. Nel salone del Centro Banchi, adiacente a Piazza Caricamento di Genova, Roberto Cirelli commentava il suo recente saggio Cronache di un Paese interrotto. Diario di un prof in Palestina. Seguito per l’occasione da un buon numero di presenti, Roberto ha motivato la scelta della parola ‘interrotto’. Questa parola, derivata dalla lingua latina, significa “sospeso, temporaneamente o definitivamente… incompiuto, non condotto a termine, non continuo, spezzato”. Ce n’è abbastanza per coltivare questa parola come metafora di ciò che stiamo esperimentando oggi.

Interruzioni di strade per lavori in corso, di un programma televisivo, della vita di un Paese, del lavoro e di un sentiero. Anzi sono soprattutto i sentieri ad essere, forse malgrado loro, interrotti, spezzati, incompiuti, feriti, abbandonati, proprio come alcuni Paesi. Interrotti in piena crescita della loro storia, civiltà, cultura, passato e futuro. A volte per sempre.

Fin da bambino percorrendo i sentieri nei boschi dell’Appennino ligure e, in altra stagione della vita, quelli di montagna, rimanevo meravigliato del mistero in essi nascosto. Sentieri tracciati dai passi di innumerevoli camminatori che mi avevano preceduto e di cui profittavo la sinuosità. Cammini che si inerpicavano, scendevano, avvicinavano e allontanavano dalla vetta o dalla meta finale. Sentieri con ancora la traccia delle scarpe di chi era già transitato, segni di riconoscimento, bollini colorati a seconda della destinazione e talvolta i tempi di percorrenza. In tutto ciò non era importante solo la meta ma anche il percorso in sé, il sentiero, appunto. Tornando a casa ogni tanto dalle missioni in vari Paesi dell’Africa Occidentale, col correre degli anni, mi accorgevo che alcuni dei sentieri conosciuti e camminati erano nel frattempo spariti. Inghiottiti dal tracciato di nuove strade, da insediamenti di pregevole fattura e, in particolare, dall’incuria. Al posto dei sentieri trovavo rovi con alberi abbattuti.

La parola sentiero deriva dal francese ‘sentier’ che a sua volta si innesta sul latino ‘semita’ che significa sentiero. ‘Via a fondo naturale tracciata in luoghi montani e campestri, in boschi e prati, dal passaggio di persone e di animali’… Che alcuni sentieri si interrompano non è certamente una novità. C’è poco di nuovo sotto il sole, ricorda il saggio del libro dell’Ecclesiaste: “quello che è stato è quel che sarà… c’è forse qualcosa di cui si dica ’Guarda, questo è nuovo’. Quella cosa esisteva già nei secoli che l’hanno preceduta”. Sentieri erranti nella selva (o Sentieri interrotti) è una raccolta di saggi del filosofo di origine tedesca Martin Heidegger nel 1950. Cito: “Holz è un’antica parola per dire bosco. Nel bosco [Holz] ci sono sentieri [Wege] che, sovente ricoperti di erbe, si interrompono improvvisamente nel fitto. Si chiamano Holzwege. Ognuno di essi procede per suo conto, ma nel medesimo bosco. L’uno sembra sovente l’altro: ma sembra soltanto. Legnaioli e guardaboschi li conoscono bene. Essi sanno che cosa significa ‘trovarsi su un sentiero che, interrompendosi, svia”.

Pietre Parlanti è un’associazione che si occupa della valorizzazione e riscoperta del territorio. Ha la sua sede nei pressi di Lavagna, frazione di Santa Giulia in provincia di Genova. Tra le finalità di Pietre Parlanti si nota la mappatura, pulizia e mantenimento dei sentieri, lastricati di ardesia e circondati da muretti a secco. Questi ultimi riemergono spesso da una fitta vegetazione di rovi, dimenticati da anni. L’Associazione contribuisce inoltre a condurre ricerche storico-antropologiche degli usi, costumi e tradizioni del territorio rurale. Pietre Parlanti ricorda che la bellezza del paesaggio è creata da mani che lavorano. Solo se le persone coltivano i terreni, scolpiscono declivi e colline che così diventano armonia di cultura e paesaggio. I sentieri interrotti e che ‘sviano’ nei Paesi, nelle città, nelle relazioni e dunque nella politica sono all’origine dei drammi del nostro come di altri tempi. Le Pietre possono riprendere a parlare a condizione che trovino gente disposta ad ascoltarle.

Casarza Ligure, maggio 2026

L'articolo Una riflessione a partire dal ‘Paese interrotto’ di Roberto Cirelli: una metafora di quel che vediamo proviene da Il Fatto Quotidiano.

Frances Haugen: ‘We are worse off today than when I leaked the Facebook documents’

In September 2021, The Wall Street Journal published the Facebook Files, a series of reports based on internal documents from the tech company that, among other things, showed its executives were aware of the harms Instagram and Facebook were causing young people. It was a bombshell. It triggered the biggest reputational crisis for Mark Zuckerberg’s company, which weeks later rebranded as Meta. The person behind it was engineer Frances Haugen, 42, who left her post at Facebook carrying 21,000 internal documents. The U.S. Senate summoned her to testify, and investigations were opened into her revelations.

Seguir leyendo

After the leak, Haugen moved from California to Puerto Rico. From there she runs an NGO that fights for transparency in social media.Haugen decided to reveal herself a month after the leak in a television interview.

💾

©

Engineer Frances Haugen poses at the Llotja de Mar in Barcelona, where she participated in the First International Conference on Digital Rights.

‘Enshittification’ reaches social media: ‘For Zuckerberg and Musk, your ‘friends’ are a burden. They just want you to see ads’

A friend is upset because you didn’t “like” a photo from her last trip, but the truth is you haven’t even had a chance to see it. Instead of displaying it on your feed, Instagram prioritized showing you ads for food.

Seguir leyendo

© NurPhoto (NurPhoto via Getty Images)

There was a time when social media was useful for connecting with like-minded people.

How social media platforms keep students hooked: Notifications during school hours and paid ‘teen ambassadors’

TikTok executives decided not to disable notifications during school hours, ignoring recommendations from their own safety team, and paid millions of dollars to parents’ and teachers’ associations to promote the social network in schools. Snapchat sent alerts to teenagers while they were in class urging them to share what was happening in the classroom. Google executives knew that YouTube was recommending videos to students during the school day that were unrelated to their lessons. Meta paid “teen ambassadors” to promote Instagram and hand out gifts to their classmates.

Seguir leyendo

© JUAN BARBOSA

A group of teenagers with their cell phones.

Da vittime ad aguzzini: un’analisi psicologica del caso Israele

5 June 2026 at 06:01

La “coazione a ripetere” secondo la psicoanalisi è la tendenza dell’individuo a risperimentare, ripetendo diverse volte la situazione, un evento traumatico anche quando questo modo di comportarsi provoca sofferenza. Per noi psicoterapeuti è sempre drammatico dover constatare che, ad esempio, chi ha subito violenza da piccolo tenda a esercitare episodi violenti verso i bambini. A livello razionale pare assurdo che chi ha sofferto per un certo comportamento o subito un evento violento lo riproponga. Non è entrata in lui la consapevolezza della drammaticità e della sofferenza che si determina? Come mai chi è stato nei panni della vittima ha la tendenza a entrare nei panni dell’aggressore senza, apparentemente, sentirsi in colpa? Certamente per fortuna solo una parte, relativamente piccola, delle vittime divengono carnefici ma il mistero di questo meccanismo psicologico rimane intatto.

Riflettevo su queste evidenze della psicologia nelle scorse settimane ponendo un paragone con la mattanza che lo stato di Israele sta attuando verso i palestinesi. Possibile che uno stato, fondato psicologicamente sull’esperienza del tentato genocidio nazista, possa ora esercitare una violenza, altrettanto efferata, verso un altro popolo? Il fatto che l’attuale situazione in Palestina possa definirsi o meno tentato genocidio non è rilevante ai fini della valutazione psicologica dell’enormità di tale situazione. Passare dal ruolo di vittime a quello di persecutore in una maledetta “coazione a ripetere” con analoghe modalità pare un destino dell’umanità.

Alcuni anni orsono ebbi in cura un uomo che era stato picchiato a sangue nell’infanzia dal padre alcolista. Raccontava che viveva nel terrore la sera quando il padre rientrava dal bar. Poteva capitare che il genitore si sdraiasse e dormisse ma a volte bastava un nonnulla per innescare la sua rabbia che si sfogava prima con la madre e poi con lui che era l’unico figlio. Il ragazzo appena 14 enne era andato via di casa e si era costruito una posizione sociale ed economica. Aveva frequentato, mentre lavorava, le scuole serali con grandi sacrifici per poi divenire un imprenditore affermato. Ora che era sposato e padre di due figli poteva essere sereno. Un demone però si agitava in lui per cui tendeva, nelle serate con amici, a bere in modo eccessivo per poi divenire collerico. Dopo alcuni episodi in cui aveva dato delle sberle ai figli si rivolse a me terrorizzato dalla constatazione di “essere divenuto come suo padre”. In un anno di psicoterapia si rese conto dei meccanismi inconsci che lo attanagliavano e li affrontò.

Freud affermava che i conflitti non elaborati vengono riproposti, senza che molte persone se ne rendano conto coscientemente, nella speranza inconscia di poterli padroneggiare. Assumere il ruolo del carnefice per chi è stato vittima è un modo per dire a se stessi inconsciamente: “Non mi capiterà più di essere debole e subire! Posso controllare il terrore e le angosce”. Possiamo sottilmente ritenere che il piccolo bambino maltrattato per soffrire psicologicamente meno “proiettasse se stesso nel padre” identificandosi con lui. Il sentimento ambivalente di affetto e odio, contemporaneamente provati, verso la figura genitoriale facevano provate emozioni anche esse ambivalenti: sofferenza per essere vittima ma soddisfazione di impartire una lezione.

Nei campi di concentramento nazisti la figura dei Kapò è stata molto controversa. Si trattava di prigionieri che venivano scelti per controllare gli altri. Alcuni di questi abusavano del loro potere divenendo, a detta degli altri prigionieri, peggio delle guardie naziste. Qualcuno affermerà: si tratta della banalità del male! Certamente è vero che tutti noi uomini abbiamo accanto a componenti altruiste e buone anche aspetti aggressivi e cattivi. L’esperienza clinica della tendenza a ripercorrere strade di sofferenza da parte di molti individui si salda con l’ipotesi suggestiva che anche i popoli possono imboccare gli stessi errori. Vedere gli israeliani come popolo svolgere il ruolo di aguzzini, perpetrando crimini che ricordano i nazisti, lascia sconcertati e attoniti.

Con questo scritto non desidero lanciare accuse che evocano opposti schieramenti ma sollecitare una autoriflessione in tutti noi.

L'articolo Da vittime ad aguzzini: un’analisi psicologica del caso Israele proviene da Il Fatto Quotidiano.

Ancelotti testa nova escalação da Seleção para duelo com o Egito

O técnico Carlo Ancelotti começa a testar alternativas na seleção brasileira para a disputa da Copa do Mundo de 2026. Nesta quinta-feira, em atividade realizada no Columbia Park Training, em Nova Jersey (EUA), o comandante italiano observou uma nova formação da equipe, pensando no amistoso de sábado contra o Egito.

Mudanças na defesa

Em relação ao time que iniciou a partida contra o Panamá no final de semana, apenas Wesley seguiu na defesa. Marquinhos, Gabriel Magalhães e Douglas Santos foram a novidades e completaram o setor, nas vagas de Bremer, Léo Pereira e Alex Sandro.

Alterações no meio-campo e ataque

No meio-campo, Lucas Paquetá ganhou uma oportunidade no time ao lado de Casemiro e Bruno Guimarães. No ataque, a novidade ficou com a presença do centroavante Igor Thiago, atuando ao lado de Raphinha e Vinícius Júnior. Com essa nova formação, Luiz Henrique e Matheus Cunha também deixaram o time.

Portanto, a equipe testada por Ancelotti teve: Alisson; Wesley, Marquinhos, Magalhães e Douglas; Casemiro, Guimarães e Paquetá; Raphinha, Vini Júnior e Igor Thiago.

Próximos compromissos

O duelo contra o Egito será realizado no sábado, às 19 horas (de Brasília), no Huntington Park Field, em Cleveland, nos Estados Unidos. A estreia na Copa do Mundo acontece no dia 13 de junho contra Marrocos, em Nova Jersey. (Danilo Lavieri/UOL/FOLHAPRESS)

The post Ancelotti testa nova escalação da Seleção para duelo com o Egito appeared first on Diário da Manhã - O Jornal do leitor Inteligente.

Le zone rosse sono un’illusione: dietro la promessa di maggior sicurezza, si nasconde qualcosa di molto diverso

4 June 2026 at 13:01

Le cosiddette Zone Rosse rappresentano una delle più grandi illusioni prodotte oggi in materia di sicurezza. Dietro un’espressione che richiama rigore e spazi interdetti si nasconde qualcosa di molto diverso da ciò che quel termine ha sempre significato. Nel linguaggio tecnico dell’ordine pubblico, la Zona Rossa indica l’applicazione operativa di una previsione di legge avente carattere eccezionale e temporaneo: la protezione dei luoghi che ospitano vertici internazionali o manifestazioni ad alto rischio, attraverso la materiale delimitazione delle aree sottoposte a controllo con varchi e filtraggi per il tempo strettamente necessario e non oltre.

Oggi le nuove zone rosse, così chiamate da direttive ministeriali esplicative del recente decreto sicurezza, indicano altro: porzioni di città da sottoporre a “vigilanza rafforzata”, con possibilità di adottare ordini di allontanamento e Daspo urbani, asseritamente intrapresi per ripristinare la legalità in quel territorio. Non viene spiegato, tuttavia, in che modo o con quali risorse sarebbe assicurato il potenziamento auspicato, atteso che esso verrebbe di norma garantito con risorse già impiegate in altri contesti.

Il problema nasce proprio qui: chiamare con lo stesso nome due strumenti che non hanno quasi nulla in comune, alimentando l’illusione di una sicurezza che esiste più nella comunicazione che nella realtà. Chi ha fatto davvero polizia sulle strade sa bene quanto queste misure incidano poco o nulla sui fenomeni che dichiarano di voler contrastare. Molti avevano creduto che una politica che aveva fatto della sicurezza la propria bandiera avrebbe finalmente affrontato il problema in modo strutturale. Invece, dietro slogan, decreti e annunci, i risultati sono quelli di molta rappresentazione e poca capacità di incidere sulla vita reale delle città.

Degrado e illegalità non si combattono disegnando perimetri simbolici ma governando ciò che accade dentro e intorno, soprattutto nelle periferie, che non possono più essere considerate semplici dormitori da sottoporre solo a cicliche operazioni di polizia ma diventare invece luoghi vissuti, con scuole aperte, impianti sportivi accessibili, centri culturali, occasioni di incontro e socializzazione. Una piazza piena di vita è il primo e più efficace presidio di sicurezza: dove c’è vita arretrano delinquenza e paura.

Perché i territori non si amministrano con gli evidenziatori sulle mappe ma con la presenza dello Stato, che deve dimostrare di essere in grado di rendere effettive le regole che impone. Ciò accade solo se sicurezza e certezza del diritto sono considerate parti dello stesso sistema, tale da garantire una reale presenza delle forze di polizia e processi rapidi per chi delinque, grazie a strutture giudiziarie efficienti e organici adeguati.

È qui che emerge la contraddizione. Nell’opinione pubblica è alimentata l’idea di una svolta securitaria che, invece, esiste soltanto nella sua rappresentazione. E le zone rosse diventano così il simbolo di una fermezza più proclamata che praticata.

Qualche sera fa, in una via del centro della mia città (che potrebbe essere una qualunque città italiana), tra famiglie, ragazzi e locali affollati, era percepibile un inequivocabile odore di hashish. Non in una periferia dimenticata ma nel cuore della stessa, peraltro già dichiarata zona rossa con tanto di roboante comunicazione, senza che fosse visibile una divisa ma solo una diffusa percezione di precarietà.

È da qui che bisognerebbe partire. La sicurezza nasce quando un cittadino vede lo Stato prima di tutto, quando il degrado viene contrastato prima che diventi normalità, quando si vedono strade pulite e frequentate, negozi aperti, parchi curati, illuminazione funzionante, residenti che non hanno timore di vivere il proprio quartiere e forze di polizia che controllano. È lì che si costruiscono legalità e sicurezza attraverso una strategia politica seria e di lungo periodo.

Invece le cronache raccontano la stessa storia in tutta Italia. Zone rosse, degrado e violenza che non arretrano, nuove aree e continue proroghe di quelle esistenti. Nessun vero miglioramento sostanziale: al massimo lo spostamento dei problemi di qualche centinaio di metri. È evidente, allora, che il problema non è la durata della misura ma la sua efficacia. Ecco perché, non solo per me che ho vissuto la sicurezza sul campo per una vita, le zone rosse appaiono solo un inganno: quello che pretende di costruire sicurezza colorando una cartina e sostituendo la realtà con una rappresentazione artefatta.

L'articolo Le zone rosse sono un’illusione: dietro la promessa di maggior sicurezza, si nasconde qualcosa di molto diverso proviene da Il Fatto Quotidiano.

Dalla par condicio alla pax condicio: parte la campagna No Peace No Panel per ripensare la narrazione della guerra sui media

4 June 2026 at 12:48
1 / 6

No peace no panel 2

2 / 6

No peace panel 3

3 / 6

No peace no panel 1

4 / 6

No peace no panel 6

5 / 6

No peace no panel 4

6 / 6

No peace no panel 5

Silenziata dalla narrazione mediatica dominante, resa vuota dal modo retorico in cui ne parla la politica, banalizzata dal mondo della cultura e dell’arte: la pace non è mai stata così necessaria, eppure non è mai stata così latitante, a partire dai nostri feed social.

È da questa urgenza che nasce No Peace No Panel, la campagna sostenuta da giornalisti e giornaliste del servizio pubblico e privato, cittadini e cittadine comuni, direttori e direttrici di testate nazionali, intellettuali, vertici degli enti di categoria e associazioni giornalistiche e dalle più importanti associazioni e reti pacifiste. L’obiettivo è quello di ripensare la narrazione (soprattutto mediatica) passando dal concetto di par condicio a quello di pax condicio: per i dibattiti (e i contenuti) che trattano gli svariati temi contemporanei è sufficiente il consueto equilibrio tra destra e sinistra (par condicio), ma quando si parla di guerra questo schema non basta più, perché l’unico contraddittorio all’altezza del conflitto, è la pace. Allora bisogna iniziare a chiedersi se è presente almeno un portavoce di pace, se si sta rappresentando solo il bellicismo, se si è dato spazio alla pace e alle sue idee (pax condicio). Il decalogo è stato presentato anche in Commissione di Vigilanza Rai ed è in attesa di un voto che tarda da più di un anno e mezzo a causa dello stallo della Commissione. Intanto l’escalation mediatica continua, le guerre si moltiplicano e la voce della pace non trova spazio. Così oggi, grazie Fatto Quotidiano e alla creatività di MammaStudio, nasce una campagna social che prova a comunicare sui temi di pace in maniera nuova.

Parlare di pace è problematico perché per farlo dobbiamo prendere per forza in considerazione il suo opposto: la guerra. La pace sembrerebbe costituirsi solo per negazione: è il segno meno sulla guerra a dettare la pace, come se l’assenza, anche parziale di conflitto determinasse di per sé la pace. In questo modo, però, si priva la pace della sua dimensione narrativa e quindi della sua capacità trasformativa e resistente. Una condizione necessaria: se non alleniamo la pace, non avremo “muscoli” sufficienti per portarla sul ring e mandare al tappeto l’ennesima guerra. Proprio quello che sta succedendo.

Il pacifismo sembra avere le armi spuntate sia nella realtà – basti pensare a quante manifestazioni nazionali unitarie pacifiste si è stati in grado di organizzare in Italia in questo momento storico, che è considerato il più grave periodo di conflitti dalla seconda guerra mondiale ad oggi – così come nel racconto mediatico. I portavoce di pace sono gli ultimi chiamati a dire la loro e quindi non hanno modo di costruire opinione né leadership (cosa potremmo rispondere, ad esempio, alla domanda: chi è il nuovo Gino Strada?). La pace non è in grado di diventare virale sui social e ci sono pochissimi distributori di cultura e arte capaci di andare oltre lo sventolio di una bandiera arcobaleno e un pacifismo da “volemose bene”.

Intanto, il bellicismo imperversa. In questo ecosistema di dibattito pubblico la pace sembra un concetto debole, noioso, retorico, astratto. La guerra invece è concreta, necessaria, spettacolare, immediata. Nelle chiacchiere da bar – riflesso del talk show medio italiano – sembra sempre “vincere” il più informato di geopolitica, il più cinico e cosciente sugli equilibri tra potenze globali, insomma quello che alla fine dei conti porta avanti senza neanche saperlo un concetto basilare quanto tossico: la guerra è inevitabile. Come se il conflitto fosse la normalità e la pace l’eccezione. Per non parlare dell’opinionista da “se vuoi la pace, prepara la guerra”, come se la pace fosse derivativa e il suo fare dipendesse dalla guerra (sorvolando sul fatto che forse, dopo 1300 anni di sanguinosi conflitti, sia giunto il tempo che questa locuzione latina venga superata). E via discettando fino a chi si aggrappa a vecchi slogan tipo “il mondo non si cambia con i fiori”, per dare alla pace una cornice da ingenui sessantottini. O ancora “i pacifisti non sanno come funziona la realtà”, come se la realtà fosse una condizione perpetua di lotta.

Di fronte a tutto questo, la pace è disarmata. E anche chi sente dentro di sé che è la cosa giusta, non ha strumenti semplici e a portata di mano per parlarne. Il pacifista che è in noi capisce di doversi informare troppo, di dover cercare troppo su Google o di dover leggere troppi libri per poter far fronte al plotone d’esecuzione dei commentatori da tavolino pronti a metterlo all’angolo con un: “questi pensano di fermare i carri armati con i fiori”. Certo, trasformare la pace da concetto morale a fenomeno culturale non è un gioco da ragazzi. Lo dimostrano i tantissimi portavoce di pace (associazioni e reti, movimenti non-violenti, Ong che operano su territori di guerra) che, troppo spesso ignorati dai media mainstream, si battono da anni, con coraggio, per farlo.

La campagna No Peace No panel propone una soluzione, che non è l’unica. Il concetto è chiaro: fino a quando la voce della pace non verrà rappresentata equamente nei dibattiti e nei contenuti, questa verrà relegata nella spirale del silenzio e non emergerà, non avrà modo di guardarsi, ascoltarsi, immaginare nuovi significati, diventare popolare o criticata, ma comunque presente. È anche un problema di applicazione della Costituzione. “L’Italia ripudia la guerra” sì, ma solo lì, nella Costituzione (art .11).

Nel Paese e nel suo sistema informativo e culturale no, lì si parla quasi solo di guerra e il risultato è scontato: la guerra si moltiplica. Ecco perché pensiamo di dover passare dalla par condicio, alla pax condicio. Una proposta che riguarda non solo i dibattiti, ma anche i contenuti. In un Paese nel quale la maggioranza della popolazione nei sondaggi è sempre sfavorevole alla guerra e all’utilizzo della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, si parla troppo poco di pace: gli stessi sondaggi sono poco diffusi, c’è poco spazio per i libri usciti sul tema, le campagne dei pacifisti non vengono citate, le tesi del disarmo quasi mai rappresentate. Intanto c’è un militare o ex militare a fare da opinionista in ogni talk show (quando sarà possibile vedere la realtà analizzata da una prospettiva diversa, per esempio di un costruttore di pace?) e la narrazione giornalistica non riesce ad andare oltre la cronaca di guerra e l’immagine di scenari sempre più allarmarti. È l’escalation mediatica.

Noi vorremmo una pace dai toni forti, che sia in grado di essere anche pop, ironica, riconoscibile. Perché no: “memizzabile”. In grado di operare inversioni di senso: riuscite a immaginare una “propaganda di pace”? Una parola che andrebbe risemantizzata, perché oggi non riesce a contenere l’enorme somma di bellezza che produce: le vite senza droni sulla testa, senza guerra nei tg, senza paura dell’invasore, con le menti sgombre dall’angoscia, libere di sognare un mondo migliore, di dedicarsi a salvare il pianeta dalla crisi climatica o semplicemente vivere un’esistenza di pace.

Eppure come spiega l’artista visual Tommasina Giuliasi con il suo progetto artistico di proiezioni su bandiere bianche: non ci danno pace. E noi, non dovremmo iniziare a prendercela da soli?

Max Brod: Giornalista Rai e coordinatore della campagna No Peace No Panel

L'articolo Dalla par condicio alla pax condicio: parte la campagna No Peace No Panel per ripensare la narrazione della guerra sui media proviene da Il Fatto Quotidiano.

La stablecoin europea avanza, ma sarà vera moneta?

4 June 2026 at 09:09

Il consorzio Qivalis si allarga e si ripromette di lanciare entro l’anno la stablecoin europea, denominata in euro. È una criptovaluta bancaria, ma non sembra comunque destinata a diffondersi al di là del settore corporate e degli operatori professionali.

L'articolo La stablecoin europea avanza, ma sarà vera moneta? proviene da Lavoce.info.

Meta takes aim at enterprise with new agent

4 June 2026 at 08:59

Meta Platforms unveiled an AI agent designed to help businesses carry out day-to-day tasks, as the social media giant looks to raise competition in the enterprise arena.

Meta Business Agent is an AI-powered tool designed to let any business, from a one-person shop to a global enterprise, respond to customers around the clock without missing a beat.

It also positions the company to better rival OpenAI, Anthropic and Google in the enterprise AI market.

More than a million businesses are already using some version of the agent on WhatsApp and Messenger, but yesterday (3 June) Meta started offering it globally to businesses of all sizes.

Meta explained Business Agent can be setup up in minutes or plugged directly into an existing enterprise infrastructure.

The agent can handle conversations in business customers’ local languages and tone from the first day.

It can answer business-specific questions, recommend products from a catalogue, book appointments, qualify leads, and even close sales. When a situation calls for a human touch, users can decide exactly when a team member needs to step in.

The expansion to Instagram is also live and getting started is free. Meta stated paid subscription tiers are coming in the months ahead, with options built to fit businesses of every size.

Meta is positioning the agent as more than just a chatbot. The agent doubles as a daily partner, capable of delivering morning briefings which catch businesses up on overnight conversations while surfacing insights from customer threads.

It is rolling out the agent to a select group of businesses on WhatsApp Business, Instagram Pro, Messenger, and Meta Business Suite, with a waitlist open for others.

For businesses that want deeper customisation, Meta is also launching the Business Agent Platform, an enterprise-grade infrastructure layer which connects to hundreds of third-party systems including Shopify, Zendesk and Shopee, giving the agent the ability to take real action on a business’ behalf.

The social media giant is also making it easier for people to discover businesses powered by a Meta Business Agent directly on WhatsApp.

Soon, people on WhatsApp will be able to find businesses by searching a name or sharing a contact card in a chat, which means every new customer who reaches out gets a helpful response from the start.

The post Meta takes aim at enterprise with new agent appeared first on Mobile World Live.

Dimagrire a qualunque costo in vista dell’estate diventa un’ossessione pericolosa. Soprattutto per i più giovani

4 June 2026 at 05:47

di Flavia Palomba

Se fino a qualche anno fa il fisico perfetto era il risultato di diete restrittive, montagne di insalate a tutte le ore, spietati allenamenti, e perché no anche una certa complicità di madre natura, oggi si assiste ad una radicale inversione di tendenza; si può e si deve avere tutto e subito!

L’ossessione dell’essere belli a tutti i costi, torna a risvegliarsi con prepotenza sempre prima della prova costume. Il mantra è dimagrire a qualunque prezzo. Complice, ovviamente, anche la dura legge dei social, che impone le sue regole, rigidissime, e guai a contestarle…

Tra maggio e giugno la pressione estetica per molti ragazzi diventa insopportabile, si assiste un delirio collettivo che attraversa in maniera trasversale un po’ tutte le generazioni, e che galvanizza i più giovani.
Ai rischi fisici, numerosissimi, si associano anche quelli mentali, la propria immagine viene sempre più percepita come distorta, inadeguata, non all’altezza. Soprattutto se paragonata ai modelli virtuali, con i quali non può esserci competizione, non foss’ altro perchè spesso sono inanimati.

Purtroppo la società sta subendo sempre di più la manipolazione digitale, che costringe tutti ad assomigliare a qualcuno, ad omologarsi. Viene meno l’importanza della diversità, dell’unicità anche nell’imperfezione. Questo porta inevitabilmente ad intraprendere scorciatoie, spesso pericolose come l’utilizzo spregiudicato di farmaci e le numerose trasferte dal chirurgo estetico.

Si inizia con i primi ritocchi già da adolescenti, visto che l’autostima è ormai strettamente dettata dall’apparenza, non è importante ciò che dici o pensi, ma è fondamentale come appari. Ormai l’immagine si costruisce attraverso gli occhi degli altri, ed è vietato deludere le aspettative degli schermi…

Parliamo di un percorso illusorio e del tutto in salita, perché non si sarà mai abbastanza belli, abbastanza magri, non si sarà mai abbastanza. Ormai si vive in costante aggiornamento.

La necessità di sfoggiare un aspetto perfetto, ancor peggio se plasmato sulle proposte dei social, implica purtroppo rischi biologici e blocchi metabolici, ma questo poco importa se serve a guadagnare un like in più. E per chi ha fretta la promessa di una bevanda prodigiosa o di una pillola magica diventa irresistibile, al bando di qualsiasi controindicazione.

Questo va in netta controtendenza con il senso dell’estate che dovrebbe essere il periodo del riposo, della spensieratezza e della libertà. La bella stagione è ormai solo un banco di prova, un momento di privazione, che può portare con se un senso di svuotamento, e a volte inevitabile fallimento.

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.

L'articolo Dimagrire a qualunque costo in vista dell’estate diventa un’ossessione pericolosa. Soprattutto per i più giovani proviene da Il Fatto Quotidiano.

La Cina vuole scoprire il dissenso prima che nasca: come funziona l’Ai che spia i “rischi politici”

La Cina sta lavorando a una nuova frontiera della sorveglianza digitale. I riflettori del Dragone sono puntati su particolari sistemi basati sull’intelligenza artificiale capaci non solo di monitorare i cittadini, ma anche di individuare in anticipo chi potrebbe rappresentare un potenziale rischio politico. In prima linea ci sarebbe l’azienda Geedge Networks che starebbe sviluppando tecnologie in grado di analizzare grandi quantità di dati provenienti da attività online, spostamenti geografici e comportamenti digitali per costruire profili dettagliati degli utenti. L’obiettivo? Identificare segnali che possano suggerire future critiche al governo o forme di dissenso ancora prima che queste si manifestino pubblicamente.

La nuova frontiera dell’Ia cinese

Come ha spiegato il New York Times in un lungo approfondimento, siamo di fronte a un’evoluzione significativa rispetto ai tradizionali sistemi di controllo, che fin qui erano soliti concentrarsi per lo più sull’osservazione e sulla censura di attività già in corso.

Il progetto sopra citato sarebbe ancora in una fase di ricerca, ma offre un’anticipazione concreta di come l’intelligenza artificiale potrebbe trasformare i sistemi di sicurezza di Pechino. I documenti analizzati da ricercatori della Vanderbilt University mostrano che Geedge, già nota per la commercializzazione di tecnologie simili alla “Grande Muraglia Digitale” cinese, sta studiando modelli in grado di elaborare informazioni provenienti da telecomunicazioni, social network e dati di localizzazione.

E poi? Attraverso questi strumenti, l’IA potrebbe classificare gli individui, individuare comportamenti anomali e attribuire livelli di rischio politico. In alcuni incontri interni dell’azienda, i ricercatori avrebbero inoltre discusso metodi per identificare le intenzioni delle persone e rilevare contenuti definiti “dannosi”, un termine spesso utilizzato dalle autorità cinesi per indicare materiali ritenuti sensibili o contrari alla linea del Partito Comunista Cinese. La Cina starebbe dunque per passare dalla semplice raccolta di informazioni alla previsione dei comportamenti futuri, creando profili che collegano attività online, interessi culturali, letture, film visionati e movimenti fisici.

Un nuovo sistema di controllo?

Lo sviluppo di questi strumenti, tuttavia, avrebbe incontrato alcuni ostacoli legati alla disponibilità di potenza di calcolo. I documenti mostrano che nel 2024 Geedge e il laboratorio di ricerca collegato all’azienda hanno dovuto fare i conti con le restrizioni statunitensi sull’esportazione di chip avanzati per l’intelligenza artificiale.

La carenza di processori grafici di ultima generazione avrebbe costretto i ricercatori a utilizzare modelli meno sofisticati, rallentando il progresso del progetto. Nonostante ciò, secondo diversi esperti, la Cina continua a investire massicciamente nello sviluppo di tecnologie predittive per la sicurezza pubblica e sta cercando di ridurre la dipendenza dai semiconduttori progettati negli Stati Uniti.

Al momento non esistono prove che il sistema di previsione del dissenso sia stato completato o adottato su larga scala, ma la direzione intrapresa appare chiara. Se perfezionate, queste tecnologie potrebbero consentire alle autorità di selezionare e monitorare in modo sempre più mirato persone considerate potenzialmente problematiche, trasformando enormi quantità di dati raccolti quotidianamente in strumenti di prevenzione politica.

Poland plots phone school ban; Meta expands teen controls

2 June 2026 at 16:04

Tech giants and nations stepped up measures to protect young users online as Poland moved to ban mobile phones in primary schools and Meta Platforms separately beefed up teen content controls globally.

Poland’s proposed ban, due to take effect on 1 September 2026, will apply to children aged 7 to 15 on school premises, including during breaks. According to Reuters, the proposed bill will also give schools a legal basis to create storage deposits for handsets.

Polish Prime Minister Donald Tusk said the restriction aims to give parents and teachers more control over pupils’ device use. “We propose a ban on cell phone use in primary schools during lessons and breaks,” he said, adding, “this is not a perfect solution, we have no illusions about that, but we must address this serious problem, which is addiction to phones and the internet”.

Another bill proposed by Poland’s minister for digital affairs also imposes new obligations on pornography websites to restrict access by children.

Poland’s proposals come as social media platforms face mounting scrutiny over child safety across the globe.

Meta moves
Earlier today (2 June), Meta announced it is expanding its 13+ content settings for teen accounts on Instagram, Facebook and Messenger globally. The controls were initially launched in select countries in October last year and are designed to filter out content deemed inappropriate for underage users as the default for teenagers’ accounts.

A more restrictive “limited content” setting will also be made available on Facebook and Messenger later this year. In addition, Meta’s Instagram platform is also testing a feature to prevent teenage users from repeatedly seeing certain types of content to promote a more balanced social media feed.

In December, Australia became the world’s first country to ban social media for under-16s, while countries including the UK, Denmark, Greece, France, Malaysia, Norway and Spain are all weighing or advancing restrictions.

The post Poland plots phone school ban; Meta expands teen controls appeared first on Mobile World Live.

Meta tracking tool raises EU GDPR concerns

1 June 2026 at 10:32

Meta Platforms reportedly acknowledged its controversial employee surveillance programme captures data from employees outside the US, raising fresh legal questions in Europe.

Reuters reported internal documentation it reviewed showed the company’s Model Capability Initiative (MCI) does capture data outside of the US.

MCI was introduced last month as a tool to record how US-based employees interact with their work computers by tracking mouse movements, clicks and navigation patterns across more than 200 apps and websites.

The goal of MCI is to use the employee-generated data to train AI agents capable of performing coding and white-collar tasks.

Meta told staff the programme is confined to US devices and stated safeguards are in place to protect sensitive information.

The news agency noted Meta acknowledged in a question-and-answer document provided to employees MCI will capture the contents of any emails or direct messages sent to US personnel, regardless of the sender’s ⁠location.

Meta spokesperson Dave Arnold told Reuters the company notified non-US employees the tool was running on the machines of US-based colleagues they might correspond with, describing the step as one of transparency.

A representative for Meta told Mobile World Live: “We’ve been clear that this tool is for US-based personnel only, and in the interest of transparency, we notified non-US employees that it was deployed on the computers of US colleagues they may email or chat with in the normal course of business.”

“We carefully considered and mitigated potential privacy risks in both the development and deployment of this tool, and we are committed to complying with applicable laws and regulations.” 

New regulatory exposure
Reuters stated the disclosure introduces new regulatory exposure in Europe, where technology companies are already fighting a series of heated legal battles over data collection.

Under the EU’s GDPR rules, the news site explained companies must establish a clear legal basis for processing personal data, disclose what is being collected and satisfy strict conditions around sensitive categories of information.

Kleanthi Sardeli, a legal expert at privacy advocacy group NOYB, told the news site even limited or incidental capture of EU employee data could put Meta in breach of GDPR rules.

A key question, she said, is whether data originally gathered for work communications can lawfully be repurposed to train an AI model.

The post Meta tracking tool raises EU GDPR concerns appeared first on Mobile World Live.

Olhão com quatro candidaturas aprovadas às Novas 7 Maravilhas de Portugal

30 May 2026 at 07:10

O concelho de Olhão viu aprovadas quatro candidaturas às Novas 7 Maravilhas de Portugal, iniciativa que volta a destacar o património nacional e a sua importância para a identidade dos territórios.

Os Mercados Municipais de Olhão e o Salva-Vidas da Fuseta foram selecionados na categoria Século XX, enquanto o Auditório Municipal Maria Barroso e a Biblioteca Municipal José Mariano Gago integram a categoria Século XXI.

Estas distinções representam o reconhecimento do valor arquitetónico, histórico, cultural e social de quatro espaços emblemáticos do concelho, que testemunham diferentes momentos da evolução de Olhão e o compromisso do município com a valorização do seu património.

A Meia-Final Regional do Algarve terá lugar no próximo dia 27 de junho, em Olhão, constituindo uma oportunidade única para afirmar o património local perante todo o país.

O Município apela à participação de todos os cidadãos nesta votação, contribuindo para que Olhão continue a afirmar-se como um território de património, cultura e identidade.

O conteúdo Olhão com quatro candidaturas aprovadas às Novas 7 Maravilhas de Portugal aparece primeiro em Sempre à Mão.

Olharapos, gambozinos, sereias e mouras encantadas do imaginário português reunidos num atlas ilustrado

1 June 2026 at 10:06

Almajonas, olharapos, musaranhos e sereias estão entre as criaturas fantásticas do imaginário popular português convocadas para um atlas ilustrado, de Samuel F. Pimenta e Helena Soares, dirigido aos mais novos e editado este mês.

“Atlas das criaturas mágicas de Portugal” é uma compilação de personagens e figuras de histórias antigas, muitas vezes associadas à mitologia de uma determinada região, e cujo conhecimento tem passado de geração em geração por via da narração oral.

O livro, editado pela Penguin Random House, foi construído como um atlas geográfico, no qual são reveladas cerca de 70 criaturas fantásticas de norte a sul do país, arquipélagos dos Açores e Madeira.

Na breve introdução ao livro, Samuel F. Pimenta explica que as personagens reunidas no livro são tão antigas como os Trasgos, “considerados os duendes portugueses” cujo passatempo preferido é desarrumar a casa, ou tão recentes como os gambozinos, sobre os quais se fala “em praticamente todo o território português”.

Com duplas páginas profusamente coloridas, o livro apresenta uma composição visual que conjuga várias personagens, repartidas por regiões e acompanhadas de pequenos textos descritivos.

Da região norte, Samuel F. Pimenta apresenta o Tatro Azeiteiro, “uma criatura feita de brumas que habita o nevoeiro e produz um cheiro a azeite”, ou o Coca de Monção, “um dragão que sai das águas do rio Minho e causa o terror entre a população”.

Na região centro, há o Gigante Monderigon, que batizou o rio Mondego e foi enterrado de pé em Penacova, e o Monstro Chevelhudo, que vive sob a lagoa escura da Serra da Estrela.

Os gigantes Cardiga e Almourol, o João Pestana, “que tem a missão de transportar o sono”, as Tágides, as ninfas do rio Tejo, o Homem das Sete Dentaduras, que “aparece na zona da Fuseta” , e a Moura Encantada Floripes, que vive aprisionada em Olhão, também estão presentes neste atlas, desenhado pela ilustradora Helena Soares.

“Independentemente da forma como estas criaturas te vão chegar, espero que possam continuar a ser imaginadas além das páginas deste livro”, escreveu Samuel F. Pimenta na introdução desta estreia literária para os mais novos.

Samuel F. Pimenta, licenciado em Ciências da Comunicação pela Universidade Nova de Lisboa, é autor de poesia e romance, nomeadamente “Ágora” (2016), “Iluminações de Uma Mulher Livre” (2017) e “Ophiussa” (2024).

Helena Soares, ilustradora e design gráfica, é coautora do livro ilustrado “António Variações, uma biografia” (2020), com texto de Bruno Horta.

“Atlas das Criaturas Mágicas” vai ser apresentado pelos autores no sábado na livraria Papa Livros, no Porto, a 04 de junho na Feira do Livro de Lisboa, e a 20 de junho na livraria Aqui Há Gato, em Santarém.

Foto de destaque: Estátua da Moura Floripes nas ruas de Olhão

O conteúdo Olharapos, gambozinos, sereias e mouras encantadas do imaginário português reunidos num atlas ilustrado aparece primeiro em Sul Informação.

CUBA: Il falco, l’isola ed il Papa

30 May 2026 at 23:01
Marco Rubio, l’oligarchia dello zucchero e il prezzo umano della linea dura su Cuba Nell’estate del 1985, in una casetta anonima affacciata su un canale tiepido a ovest di Miami, ...

Leggi tutto

❌