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L’IA convince le imprese italiane, ma molte non si sentono ancora pronte

5 June 2026 at 12:21

L’intelligenza artificiale è uscita dalla fase della curiosità tecnologica per entrare stabilmente nelle strategie delle imprese. Il punto, però, è che riconoscerne il potenziale non significa necessariamente essere pronti a sfruttarlo. E proprio qui emerge il principale nodo che il sistema produttivo italiano deve affrontare nei prossimi anni. Secondo l’Osservatorio “Pronti a competere?”, realizzato da Lenovo in collaborazione con il Comitato Triregionale dei Giovani Imprenditori di Confindustria e presentato al Convegno di Rapallo 2026, oltre otto imprese su dieci non ritengono di possedere oggi le competenze necessarie per utilizzare pienamente l’intelligenza artificiale. L’82,4 per cento delle aziende intervistate dichiara infatti di non disporre di risorse interne adeguate per governare questa trasformazione.

Il dato appare ancora più significativo se confrontato con il livello di consapevolezza ormai raggiunto dal mondo imprenditoriale. Il 43,3 per cento degli intervistati considera già oggi l’AI un fattore di crescita “fondamentale” o “molto importante”, mentre il 67,5 per cento ritiene che diventerà indispensabile per la competitività entro i prossimi tre anni. Eppure soltanto il 18,7 per cento delle imprese utilizza attualmente l’intelligenza artificiale in modo strutturato all’interno dei propri processi.

La distanza tra intenzioni e realtà è il vero elemento che emerge dall’indagine. Da una parte cresce la convinzione che l’intelligenza artificiale rappresenti una leva strategica per la competitività; dall’altra, le aziende faticano ancora a tradurre questa consapevolezza in organizzazione, competenze e processi concreti.

«I dati dell’Osservatorio “Pronti a competere?” evidenziano un nodo centrale per il futuro del sistema produttivo italiano: oggi la competitività delle imprese non è limitata dalla tecnologia, ma dalla capacità di adottarla e governarla», osserva Enza Truzzolillo, amministratore delegato di Lenovo Italia. «La vera sfida oggi non è introdurre l’intelligenza artificiale, ma renderla una leva concreta di competitività: e questo è un tema di leadership, metodo e governo del cambiamento».

Secondo Truzzolillo, la questione assume un’importanza ancora maggiore in una fase di crescente competizione internazionale. «In un contesto globale sempre più competitivo, la capacità di governare l’adozione dell’intelligenza artificiale diventa decisiva anche per il futuro del Made in Italy: senza un’integrazione efficace dell’intelligenza artificiale nei processi industriali e decisionali, il rischio è una progressiva perdita di competitività sui mercati internazionali».

L’indagine mostra comunque un atteggiamento tutt’altro che ostile verso la tecnologia. Il 79,5 per cento degli imprenditori associa all’intelligenza artificiale sentimenti positivi come opportunità, fiducia ed entusiasmo, mentre il 60,7 per cento prevede di aumentare gli investimenti nel settore nei prossimi 12-24 mesi. Circa il trenta per cento ritiene inoltre che l’intelligenza artificiale cambierà in modo profondo o radicale il proprio settore entro i prossimi tre anni.

Le difficoltà emergono soprattutto in un contesto economico che le imprese continuano a percepire come complesso. Tra le principali criticità vengono citate l’incertezza macroeconomica, l’aumento dei costi e la difficoltà nel reperire competenze specializzate. Non sorprende quindi che il 38,2 per cento degli intervistati individui nella perdita di competitività il principale rischio legato a una mancata adozione dell’intelligenza artificiale, davanti alla minore efficienza e alla ridotta capacità di innovazione.

Il tema delle competenze è centrale anche per il sistema dei Giovani Imprenditori di Confindustria. «Come Giovani Imprenditori Confindustria siamo impegnati, a livello nazionale e territoriale, a diffondere conoscenza e consapevolezza sull’intelligenza artificiale quale leva fondamentale per la crescita futura», spiega Maria Anghileri, presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria.

Per Anghileri, l’Italia parte comunque da una base solida. «L’Italia dispone di un patrimonio unico di dati industriali, competenze, filiere e saperi: dobbiamo innestare l’intelligenza artificiale in questo patrimonio per generare valore, produttività e nuovi spazi di mercato». E aggiunge: «Partendo dai bisogni concreti delle imprese, stiamo mostrando applicazioni reali e favorendo connessioni tra startup, grandi imprese, Pmi e ricerca. Costruiamo ecosistemi abilitanti mettendo le persone – chiave di volta di ogni cambiamento – al centro».

La sfida, conclude la presidente dei Giovani Imprenditori, è trasformare una rivoluzione tecnologica in un vantaggio competitivo reale: «Nel nostro Sistema abbiamo le intelligenze e le capacità per affrontare i rischi e cogliere le opportunità: dobbiamo impegnarci al massimo per governare questa rivoluzione e trasformarla in un motore concreto di efficienza e trasformazione industriale».

La fotografia che emerge da Rapallo è quindi quella di un sistema imprenditoriale che ha ormai compreso la portata dell’intelligenza artificiale, ma che deve ancora colmare il divario tra consapevolezza e capacità di esecuzione. Un passaggio decisivo, soprattutto considerando che l’ottantuno per cento delle imprese intervistate ritiene che l’Italia sia oggi in ritardo rispetto ai principali Paesi europei sul fronte dell’intelligenza artificiale.

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Addio vuvuzela, la Fifa le bandisce dal Mondiale 2026

5 June 2026 at 05:45

Per molti tifosi era un rumore insopportabile. Per altri, il suono stesso del Mondiale. Sedici anni dopo aver accompagnato ogni partita in Sudafrica, la vuvuzela scompare dagli stadi: la Fifa ha deciso di vietarla durante il Mondiale 2026 che inizierà giovedì prossimo e si giocherà tra Stati Uniti, Canada e Messico.

La celebre trombetta di plastica, diventata il simbolo dell’edizione del 2010, compare infatti nell’elenco degli oggetti proibiti contenuto nel nuovo regolamento per gli spettatori. Insieme alle vuvuzela saranno vietati anche fischietti, trombe ad aria compressa e altri dispositivi considerati eccessivamente rumorosi.

Per chi ricorda il torneo sudafricano, è difficile pensare a una decisione più simbolica. Per un mese il ronzio continuo delle vuvuzela accompagnò ogni partita, entrando nelle telecronache, nelle polemiche e persino nelle discussioni tra giocatori e allenatori. C’era chi sosteneva che rendessero impossibile comunicare in campo e chi le difendeva come espressione autentica della cultura calcistica locale. La Fifa allora resistette alle richieste di vietarle, sostenendo che facessero parte della tradizione dei tifosi sudafricani.

Oggi il clima è diverso. Il primo Mondiale a 48 squadre sarà anche il più grande e complesso mai organizzato, distribuito tra tre Paesi e sedici città ospitanti. La federazione punta a standardizzare il più possibile l’esperienza negli stadi, introducendo regole comuni per tutti gli impianti.

La stretta non riguarda soltanto il rumore. Nel codice di condotta aggiornato compaiono anche il divieto di puntatori laser e altre limitazioni pensate per ridurre i rischi per spettatori e giocatori. Nelle stesse ore la Fifa ha inoltre deciso di vietare l’ingresso delle borracce riutilizzabili, una scelta motivata con ragioni di sicurezza ma che ha già suscitato critiche tra i tifosi, preoccupati per le temperature elevate previste in alcune sedi del torneo.

Dietro il caso delle vuvuzela c’è però qualcosa di più di una semplice norma organizzativa. La loro esclusione segna il tramonto di uno degli ultimi simboli di un Mondiale profondamente legato alla cultura del Paese ospitante. Se nel 2010 la Fifa aveva accettato che il torneo si adattasse alle tradizioni locali, nel 2026 sembra prevalere la logica opposta: sono le tradizioni a doversi adattare al format globale della competizione.

E così, dopo aver monopolizzato l’attenzione del mondo intero per un’estate, il suono che più di ogni altro evocava il Mondiale sudafricano resterà fuori dai cancelli degli stadi.

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Lasciare la quiete di Le Pertuis per un destino inatteso

5 June 2026 at 03:45

La porta del palazzo si aprì sull’atrio risonante. Dalle stanze alte e ombrose spirava una frescura ammuffita che sapeva di oscurità, di bassotto bagnato e di naftalina, una frescura proveniente dai muri di calce impregnati dall’umidità monsonica e dai secchi d’acqua delle domestiche che lavavano le lastre di marmo dei pavimenti lasciando le impronte dei piedi nudi con le dita distanziate. Al piano terra, la vecchia Ms Bill era distesa a letto. Attraverso uno spiraglio della porta avevo intravisto baluginare le lenti dei suoi occhiali e scorto il cuscino bianco su cui poggiava la testa mentre, in balia del sentore umido, seguivo mia zia al piano superiore. 

Qui Mr Bill, il figlio di Ms Bill, avviluppato in una vestaglia di seta grigio elefante, il mento fasciato da una benda rosso ciliegia e in testa un cappellino da baseball con scritte gialle su fondo blu, se ne stava sul divano nel suo boudoir televisivo, un’intima stanza piena di poltrone, sedie e sgabelli in palissandro tappezzati di un tessuto ceruleo. Dalle alte finestre di quella piccola sala penetravano il brusio del traffico, gli squilli dei clacson di auto e camion, il clangore dei risciò e le urla dei venditori ambulanti. Nel rondeau del giardino fiorivano le bocche di leone. Mr Bill indossava pantofole a forma di gondola, e i suoi occhi scuri e lucenti fissavano lo schermo di un Hitachi 1080 che, dopo la morte della moglie, aveva sostituito l’altare domestico. 

Così com’era, Bhupinder Singh Bill dava a chiunque entrasse l’impressione che quei nuovi riti mattutini gli piacessero più dei precedenti, che per lui lo starsene sdraiato sul divano fosse cosa sacra. Nonostante l’educazione britannica, Mr Bill non si alzò dai cuscini per ricevere mia zia, la vedova di un Lord. Quando Lord Leslie, il quale, per una forma di modestia del tutto incomprensibile a Bhupinder, non aveva mai rivendicato quel titolo magnifico era ancora in vita, Bhupinder non si era mai permesso un simile comportamento, ma ora il Lord era morto, e Mr Bill considerava la zia come qualcosa di completamente inutile, una vedova, per l’appunto. 

In passato gli era servita perché poteva presentarla come Lady Leslie. Ma presentare una vedova! Non voleva forse dire presentare una morta? Con Lord e Lady Leslie Mr Bill era solito mettersi in mostra alle feste di nozze sikh, nei golf club, nei bar degli alberghi e ai garden party. Piccolo e disinvolto, faceva la sua comparsa tra gli amici con la coppia elegante, un bicchiere di Johnny Walker nella mano destra, la sinistra nella tasca dei pantaloni. «Nel XII secolo» raccontava poi in inglese, «un nobile fiammingo, Bartholomew, ottenne la baronia di Lesly. Sir Andrew Leslie fu tra i firmatari della lettera al papa del 1320, in cui si dichiarava l’indipendenza della Scozia.» Quella frase, che aveva imparato a memoria, fuoriusciva morbida e sommessa dalle sue piccole labbra carnose e gli donava quanto il turbante color prugna o lampone, il bicchiere di whisky, o il ventre gonfio e tondo come la sua fiabesca ricchezza. 

Come suonava mondana quella frase nell’aria afosa di un giardino indiano, tra i vapori di gamberetti fritti e di riso al limone! Alle cose che riguardavano la vita in società, i titoli, le antiche storie di famiglia, e a tutto ciò che avesse a che fare col denaro, Mr Singh Bill era indiscutibilmente sensibile. «He comes from a very good family»: un’affermazione di cui usava cingere di volta in volta il capo della persona premiata come di una corona di alloro, poiché per Bhupinder non c’era nella vita laurea più prestigiosa della provenienza da una buona famiglia. A parte questo, era l’emblema di un sikh privo di poesia, e se mio zio non fosse stato Lord, Mr Bill si sarebbe indignato per quell’uomo e per il suo modo di trascorrere la vita: leggendo, collezionando rarità e scrivendo. 

Ma ancor più si sarebbe indignato per mia zia, che a nessun party, matrimonio o aperitivo perdeva mai l’occasione di accusare l’intera famiglia di irresponsabilità sociale. Poi, con un’ampia gonna, una camicetta verde serpente, cerchi d’oro alle orecchie e bracciali tribali afghani, sedeva su una delle poltrone verde muschio del salotto di Mr Naranjan Singh e porgeva il suo bicchiere vuoto al servitore, affinché le versasse ancora un po’ di whisky, il cui effetto inebriante, in tarda serata, l’aiutava ad attaccare quella banda di fannulloni viziati: la signora Bina Singh Bill, che aveva sacrificato ogni possibilità di far qualcosa della sua vita alle strane concezioni della morale sikh, o suo fratello, talmente rimbambito dai propri privilegi che riusciva a valutare con sicurezza solo le condizioni meteorologiche. In quei frangenti, nessuno dei Bill rispondeva. Si scambiavano sorrisi con lo sguardo avvelenato. L’educazione ricevuta vietava loro di zittire una signora alterata. «Tu non capisci l’India.»

«Non la capisco, ma ho occhi per vedere i prati da golf ben curati davanti alle vostre fabbriche. Li avete allestiti per i vostri operai? E perché non sostituite le ruote dei carri trainati dai buoi con pneumatici di gomma?» «Troppo costoso» esclamava il vecchio Naranjan Singh, lisciandosi la barba con le dita sottilissime, lunghe e inanellate, «è compito del governo», al che le donne facevano tintinnare rumorosamente i loro braccialetti portando la conversazione su una partita di tennis, un modello di occhiali da sole, la ricetta di una torta di datteri o l’olio d’oliva italiano. «Olive oil is the best!» strepitava la vecchia signora Naranjan Singh, mentre Bhupinder raccontava di una caccia alla tigre nel 1971 e “uncle Zutshi”, il fabbricante di tovaglie, ricordava un’indimenticabile partita di polo a Kolkata. Ma poi ché all’epoca mia zia era ancora la moglie di Lord Leslie, le sue accuse venivano accettate con la stessa educazione con cui veniva tollerata l’irritante gentilezza che riservava alla servitù dei Bill. Solo una volta il vecchio Singh l’aveva guardata severamente e le aveva detto: «All is karma!».

Sullo sgabello davanti al divano, nello stesso stile indiano delle altre poltrone e sedie, quello stile unico del mobilio britannico-orientale che dopo il 1947 nelle grandi case non aveva più subito cambiamenti drastici, c’era un bicchiere di tè masala, un piatto con uova strapazzate schiumose e una fetta di pane un po’ troppo tostata per essere considerata un perfetto toast inglese.

Io e la zia eravamo entrate nella stanza proprio nel momento in cui Mr Singh Bill era in procinto di spalmare le uova sul toast con l’aiuto di un piccolo coltello d’argento. Un momento indubbiamente delicato, tanto che alla nostra vista gli sfuggì di bocca un sommesso «Ah».

La tigre nel giardino, Cover

Tratto da “La tigre nel giardino”, di Anna Katharina Fröhlich, 2026, 19€, 168 pagine

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Il cessate il fuoco tra Israele e Libano c’è, ma non basta a chiudere la guerra

4 June 2026 at 05:55

L’accordo annunciato da Israele, Libano e Stati Uniti per il rinnovo del cessate il fuoco lungo il confine israelo-libanese rappresenta molto più di una tregua locale. Dietro l’intesa mediata a Washington si intravede infatti uno dei nodi centrali della crisi mediorientale degli ultimi mesi: il tentativo dell’amministrazione Trump di separare il dossier libanese dal più ampio confronto con l’Iran, mentre Teheran cerca di fare esattamente il contrario.

Secondo i termini dell’accordo, Hezbollah dovrebbe cessare completamente gli attacchi contro Israele e ritirare i propri operativi dal settore meridionale del Libano. In alcune aree pilota, il controllo esclusivo della sicurezza verrebbe assunto dalle Forze armate libanesi, con l’esclusione di qualsiasi attore armato non statale. Se attuata, la misura ridurrebbe significativamente la presenza operativa di Hezbollah lungo il confine settentrionale israeliano.

È proprio questo aspetto a spiegare perché l’intesa abbia un valore strategico che va ben oltre il teatro libanese. Per Israele, l’obiettivo è creare una fascia di sicurezza che impedisca a Hezbollah di minacciare direttamente il nord del Paese senza dover ricorrere a una presenza militare permanente oltre confine. Per Washington, invece, il cessate il fuoco costituisce un tassello fondamentale di una strategia più ampia volta a stabilizzare la regione e favorire un’intesa con l’Iran sulla sicurezza marittima nel Golfo e sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. Il presidente Donald Trump si è detto pronto a incontrare la Guida suprema iraniana Mojtaba Khamenei.

Il problema è che Teheran non sembra intenzionata a trattare questi dossier separatamente. Negli ultimi giorni esponenti iraniani e dirigenti di Hezbollah hanno ripetuto che una soluzione duratura non può prescindere dal ritiro delle forze israeliane dal Libano meridionale e dalla fine delle operazioni militari contro il movimento sciita. In altre parole, l’Iran sta cercando di trasformare un negoziato sulla sicurezza regionale e sulla navigazione nel Golfo in una trattativa più ampia sull’assetto strategico del Levante.

Dal punto di vista iraniano, la questione è tutt’altro che marginale. Hezbollah non è soltanto un alleato politico o militare. Rappresenta uno dei principali strumenti della deterrenza regionale costruita dalla Repubblica islamica negli ultimi quarant’anni. La sua capacità di minacciare Israele costituisce un elemento essenziale dell’architettura di sicurezza iraniana. Accettare un arretramento significativo del movimento in Libano significherebbe quindi ridurre una delle leve più importanti di Teheran nei confronti sia di Israele sia degli Stati Uniti.

Per questo motivo la tenuta dell’accordo resta tutt’altro che scontata. Le dichiarazioni provenienti da Hezbollah continuano a indicare una forte opposizione a qualsiasi cessate il fuoco che non preveda anche concessioni israeliane più ampie. Le stesse violazioni registrate nelle ore successive all’annuncio dimostrano quanto il terreno resti instabile e quanto sia fragile il confine tra de-escalation e nuova escalation.

L’intesa tra Israele e Libano va dunque letta non come il punto di arrivo di una crisi, ma come una tappa di un negoziato molto più vasto. La vera partita si gioca infatti sul rapporto tra Washington e Teheran e sulla definizione dei nuovi equilibri regionali dopo mesi di conflitto.

Se gli Stati Uniti riusciranno a mantenere separati il dossier libanese e quello iraniano, il cessate il fuoco potrebbe aprire la strada a una progressiva stabilizzazione del fronte settentrionale di Israele. Se invece l’Iran riuscirà a imporre il collegamento tra i due tavoli negoziali, il Libano rischia di diventare il principale terreno di confronto politico e militare attraverso cui si deciderà il futuro assetto del Medio Oriente.

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La velocità invisibile della MotoGP

3 June 2026 at 10:42

Al Mugello, durante il weekend del Gran Premio d’Italia, il rumore arriva prima di tutto il resto. Arriva prima delle immagini, prima dei tempi sul monitor, prima delle spiegazioni tecniche. È un suono fisico, quasi solido, che attraversa l’aria e ricorda a chiunque si trovi nel paddock che questo sport resta una faccenda viscerale, meccanica, umana. Poi, però, appena ci si avvicina al box Ducati Lenovo Team, la percezione cambia. La MotoGP, per certi versi, è la stessa di tanti anni fa, fatta di benzina, gomma, freni incandescenti e traiettorie impossibili. Ma oggi non è più soltanto questo. Si capisce subito che la prestazione dei piloti in pista è solo l’ultimo anello di una catena invisibile e lunghissima. C’è un’intera filiera di dati, simulazioni, sensori, infrastrutture mobili e decisioni prese in pochi minuti. La MotoGP contemporanea si corre  anche dentro un sistema tecnologico.

È soprattutto una ricerca spasmodica di dettagli. Millesimi di secondo. Piccole cose che, sommate, permettono a una moto di andare più forte di un’altra. Il pilota resta fondamentale, certo. Ma la moto, oggi, non è più solo un oggetto meccanico: è una piattaforma piena di sensori, circa cinquanta, che misurano continuamente quello che accade durante ogni gara. Tutto, dalle frenate ai trasferimenti di carico, dal comportamento delle sospensioni alle risposte dell’elettronica, diventa informazione. E l’informazione, in MotoGP, è una materia prima di inestimabile valore.

Durante un weekend di gara le Ducati in pista producono centinaia di gigabyte di dati. Il regolamento, però, impedisce la trasmissione continua dalla moto al garage. Non esiste un flusso in tempo reale come si potrebbe immaginare guardando una gara in televisione. La moto, di base, non comunica con il box. Alcune informazioni possono essere trasmesse, molte altre no. Il grosso del lavoro comincia quando il pilota rientra. A quel punto i dati vengono scaricati, processati, interpretati. E da quella lettura deve uscire una decisione.

Lo ha spiegato bene Nicolò Mancinelli, Vehicle Development Manager di Ducati Corse, durante la roundtable: in MotoGP la prestazione nasce da una ricerca quasi ossessiva di dettagli. «Il pilota fa ancora la differenza, ma la moto oggi è un oggetto meccanico attraversato dai dati», ha detto. Sensori, analisi a fine run, confronto con le sensazioni del pilota e interventi su setup, aerodinamica ed elettronica compongono una catena rapidissima, in cui la tecnologia non sostituisce l’esperienza degli ingegneri ma la rende più precisa, più veloce, più spendibile nel tempo limitato di un weekend di gara.

Lenovo

È qui che la tecnologia di Lenovo diventa parte della prestazione. Non una presenza decorativa sul cupolino, non un logo da hospitality, ma un pezzo dell’architettura competitiva di Ducati Corse. La differenza sta nella velocità con cui un’enorme massa di dati viene trasformata in un’indicazione utile: cambiare una regolazione, modificare un parametro, provare un assetto diverso, intervenire sull’elettronica, preparare la moto per la sessione successiva.

La MotoGP, vista da dentro, è meno romantica e più affascinante di quanto sembri. Perché non toglie nulla al talento dei piloti, ma lo circonda di una complessità che rende ogni giro il risultato di un lavoro collettivo. Le condizioni della pista, la temperatura, il tipo di gomma, lo stile di guida del singolo pilota, l’aerodinamica, le sospensioni, la gestione dell’impennata, il modo in cui la centralina taglia o restituisce potenza: tutto è variabile, tutto è misurabile, tutto è migliorabile.

Al centro c’è un’infrastruttura che deve essere potente, ma soprattutto mobile e affidabile. In pista non c’è il comfort di un data center stabile. C’è un campionato itinerante, che sposta persone, moto e tecnologia da un continente all’altro, in ambienti radicalmente diversi: caldo secco, umidità estrema, polvere, freddo, ritmi compressi. In questo contesto la tecnologia non deve soltanto essere performante. Deve funzionare sempre, ovunque, sotto pressione.

Il paradosso del box è che tutto sembra orientato alla tecnica del pilota, ma dietro ogni gesto in pista c’è una macchina organizzativa che lavora per ridurre l’incertezza. Gli ingegneri analizzano i dati raccolti dalle moto, li confrontano con le sensazioni dei piloti, li mettono in relazione con simulazioni, configurazioni precedenti, caratteristiche del circuito. L’obiettivo non è “fare tecnologia” per raccontarla, ma prendere decisioni migliori quando il tempo a disposizione è pochissimo.

La collaborazione tra Ducati e Lenovo, iniziata nel 2018, è cresciuta dentro questa necessità. Lenovo fornisce strumenti per trasformare i dati in informazioni, eseguire simulazioni complesse e supportare decisioni strategiche in tempi rapidissimi. Nel 2024 la partnership ha introdotto nel garage del Ducati Lenovo Team l’infrastruttura iperconvergente ThinkAgile e i server edge ThinkSystem SE350, pensati per gestire e analizzare grandi quantità di dati anche in ambienti difficili. Non è un dettaglio tecnico: è il modo in cui il garage diventa una piccola centrale di calcolo itinerante.

Ma il lavoro non finisce in pista. C’è anche Borgo Panigale, il quartier generale, il cosiddetto Ducati Lenovo Remote Garage, dove gli ingegneri possono collaborare da remoto con il team presente sul circuito. C’è il lavoro sulle simulazioni aerodinamiche e fluidodinamiche, alimentato dall’HPC. C’è la progettazione degli aggiornamenti che arriveranno più avanti, perché ogni Gran Premio non è solo una gara: è anche un laboratorio che produce conoscenza per quella successiva.

Lenovo

La parte più interessante, però, è ciò che sta arrivando. Durante la roundtable si è parlato di intelligenza artificiale non come parola magica, ma come strumento concreto. Uno degli sviluppi più promettenti è un chatbot interno, addestrato sui dati aziendali, capace di aiutare ingegneri e tecnici a ritrovare rapidamente prove, simulazioni, risultati precedenti, correlazioni. Non per sostituire chi decide, ma per accorciare il tempo tra la domanda e l’informazione utile.

In uno sport in cui i weekend sono compressi e ogni scelta pesa, poter chiedere a un sistema: “Che cosa era successo in una condizione simile?”, “Quale configurazione aveva funzionato?”, “Che risultato aveva dato quella simulazione?” potrebbe diventare un vantaggio decisivo. L’intelligenza artificiale permette una ricerca accelerata, è un sistema di sintesi operativa.

Un altro ambito è la manutenzione predittiva. In MotoGP un componente che si rompe può compromettere una gara, generare penalizzazioni, o addirittura creare rischi per il pilota. Se l’analisi dei dati permette di capire che un componente è vicino a una soglia critica, la decisione può essere presa prima del guasto. Cambiarlo in anticipo significa proteggere la prestazione, ma anche la sicurezza.

È in questo punto che il motorsport mostra la sua natura più contemporanea. La moto migliore e il pilota migliore non bastano più, se non esiste attorno a loro un ecosistema tecnologico capace di farli esprimere. La prestazione non nasce da un singolo elemento, ma dall’integrazione tra talento, meccanica, elettronica, dati, software, infrastruttura e organizzazione.

Per Lenovo, lo sport è anche questo: un ambiente estremo in cui mettere alla prova le proprie soluzioni. Lo ha spiegato Lara Rodini, Global Sponsorships & Activation Director di Lenovo, durante la conversazione nel paddock, rispondendo alla domanda su come raccontare ai tifosi la partnership con Ducati. I fan del motorsport, ha detto, sono sempre più tech minded. Non cercano solo velocità e limite, ma vogliono sentirsi parte di ciò che accade. Vogliono scoprire cosa c’è dietro, vivere contenuti, esperienze, accessi digitali, nuove forme di vicinanza.

Lara Rodini – Lenovo

In questa trasformazione, Lenovo si posiziona su due livelli. Da una parte supporta il partner tecnico, mettendo infrastruttura e tecnologia al servizio della ricerca di quei millisecondi che possono cambiare una qualifica o una gara. Dall’altra contribuisce a creare contenuti ed esperienze per un’audience sempre più frammentata e curiosa: creator, community femminili, gaming, sportivi digitali, nuovi appassionati che non vivono il motorsport come lo vivevano le generazioni precedenti.

La risposta di Lara è stata interessante anche per un altro motivo. Ha spostato il discorso dal “perché Lenovo è in MotoGP” al “che cosa la MotoGP restituisce a Lenovo”. Il motorsport, ha spiegato, permette di testare tecnologie e infrastrutture in condizioni di stress reale. Prodotti e soluzioni devono funzionare dopo viaggi intercontinentali, in ambienti climatici opposti, sotto pressione, con margini di errore minimi. Se una tecnologia regge lì, può reggere anche nelle aziende, nei data center, nelle organizzazioni che hanno bisogno di affidabilità oltre che di potenza.

Alla fine, il punto non è stabilire se la tecnologia abbia cambiato la natura della MotoGP. Lo ha già fatto. La questione, semmai, è capire chi riesce a integrarla meglio dentro la cultura della competizione. Al Mugello, il Ducati Lenovo Team mostra proprio questo: non una semplice somma tra un costruttore di moto e un’azienda tecnologica, ma un sistema in cui l’esperienza racing di Ducati e la capacità di calcolo, analisi e infrastruttura di Lenovo lavorano nella stessa direzione.

È qui che la partnership trova il suo significato più concreto. Lenovo non è soltanto title partner, ma un abilitatore tecnologico che accompagna Ducati Corse dalla progettazione alla pista: dalle workstation e dai server che supportano ricerca e sviluppo a Bologna, fino agli strumenti che nel weekend di gara aiutano il team a leggere i dati, simulare scenari, prendere decisioni più rapide. Ducati porta la cultura della velocità, dell’ingegneria e del limite; Lenovo porta la potenza necessaria per trasformare quella cultura in metodo, informazioni e scelte operative.

Per stare al top in MotoGP bisogna far dialogare mondi che un tempo sembravano distanti. Meccanica e software, pilota e algoritmo, pista e data center, intuizione e simulazione. Il valore dell’alleanza tra Ducati e Lenovo sta esattamente qui: nel dimostrare che l’eccellenza non nasce più da un solo gesto, da un solo motore o da un solo talento, ma da una rete di competenze che si muove insieme. E quando questa rete funziona, anche pochi millesimi possono diventare una differenza mondiale.

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Spring Attitude celebra i suoi quindici anni trasformando La Nuvola in una città possibile

3 June 2026 at 08:37

Ogni festival, quando trova la sua forma, finisce per raccontare qualcosa di più della musica che porta sul palco. Spring Attitude lo fa da quindici anni, cambiando spazi, attraversando Roma, inseguendo le mutazioni della scena contemporanea senza trasformarle in posa. L’edizione 2026, chiusa alla Nuvola dell’EUR con ventimila presenze in due giorni e un doppio sold out, ha avuto il tono delle cose arrivate a maturità senza perdere irrequietezza: un compleanno importante, ma non celebrativo; un bilancio, ma ancora in movimento; una festa, certo, ma anche un modo per ricordare che la città può essere abitata diversamente quando la musica smette di fare da sottofondo e diventa presenza collettiva.

Il dato numerico conta, certo. Ventimila persone sono una soglia, una misura di scala, una prova di fiducia. Ma raccontano solo una parte della storia. L’altra riguarda il modo in cui quelle persone sono state dentro lo spazio: non da spettatori occasionali, ma da comunità mobile, da pubblico composito, da folla intermittente capace di passare dalla canzone alla club culture, dal live al dj set, dalla ricerca al pop, senza vivere queste traiettorie come contraddizioni. È qui che Spring Attitude continua a distinguersi: nella capacità di costruire un luogo dove la contemporaneità musicale non viene ordinata per compartimenti, ma lasciata circolare.

Non è un caso che Spring Attitude appaia come una risposta possibile alla rassegnazione: un festival capace di trasformare La Nuvola in un esercizio riuscito di “hacking urbano controllato”. Non una rivoluzione, ma un modo concreto per far vivere, per due giorni, uno spazio simbolico e un quartiere spesso percepito come monumentale, direzionale, più attraversato che abitato. La formula funziona perché non si limita a importare un modello festivaliero, ma lo adatta a una specificità romana: grandi architetture, vuoti urbani, stratificazioni, ambizioni passate e nuove possibilità d’uso.

Kimberley Ross. Courtesy of Spring Attitude

La Nuvola, in questo senso, è stata molto più di una location. È diventata una macchina scenica, un contenitore estetico e sociale. La sua scala, la sua freddezza apparente, la sua monumentalità da grande opera pubblica si sono lasciate occupare da una materia opposta: corpi, calore, sudore, code, bassi, luci, bicchieri, voci, abiti, telefoni alzati, incontri. Il festival, realizzato in coproduzione con EUR SpA, ha trasformato ancora una volta il quartiere EUR in un punto di incontro della scena musicale italiana e internazionale.

Sul Ploom Stage si sono alternati alcuni dei nomi più riconoscibili dell’edizione. Nathy Peluso, con il suo CLUB GRASA, ha portato una forma di energia fisica e teatrale, mainstream e laterale allo stesso tempo. I Nu Genea hanno trasformato il loro ritorno in una celebrazione collettiva, tra disco, funk e immaginario mediterraneo. Motta ha celebrato i dieci anni de La fine dei vent’anni, riportando sul palco un disco generazionale senza ridurlo a operazione nostalgia. I PARISI hanno attraversato elettronica, visioni pop e clubbing culture con uno spettacolo costruito sul movimento e sulla precisione.

Intorno ai nomi più grandi, però, Spring Attitude ha continuato a fare quello che gli riesce meglio: tenere insieme centro e margine, riconoscibilità e scoperta. Tony Pitony è stato indicato dal comunicato come uno dei momenti più partecipati e imprevedibili dell’edizione; Yousuke Yukimatsu ha portato un set intenso e fisico; Mind Enterprises, okgiorgio, Yin Yin e Dov’è Liana hanno ampliato il perimetro sonoro del festival, tra psichedelia, italo-french touch, elettronica e forme ibride di intrattenimento intelligente.

La parte più interessante, però, resta forse quella che riguarda le nuove traiettorie del songwriting italiano. Emma Nolde, Lamante, Altea, Birthh e Gaia Banfi hanno mostrato quanto la canzone, quando smette di voler difendere i propri confini, possa dialogare con l’elettronica, l’ambient, il pop obliquo, l’indie più inquieto e le scritture personali. Spring Attitude non le inserisce come quota “cantautorale” dentro un programma dance, ma come parte di una stessa mappa: quella di una musica contemporanea che non si lascia più raccontare con le vecchie etichette.

Kimberley Ross, YOUSUKE KIM. Courtesy of Apring Attitude Festival

È proprio questa la forza dell’edizione dei quindici anni: non aver costruito una celebrazione autoreferenziale, ma un bilancio in movimento. Spring Attitude è nato, cresciuto, cambiato, ha attraversato luoghi e forme diverse, ma ha conservato una postura riconoscibile: curiosità verso ciò che accade nella musica contemporanea, attenzione ai pubblici che cambiano, fiducia nella contaminazione. Andrea Esu, co-fondatore e direttore artistico del festival, ha sintetizzato questa traiettoria sottolineando come Spring Attitude sia cresciuto insieme alla città, mantenendo negli anni la stessa curiosità e vedendo anche in questa edizione pubblici diversi incontrarsi e lasciarsi sorprendere.

Poi c’è lo S/A Block Party, che ha trasformato la terrazza della Nuvola in un dancefloor affacciato sulla città. Non un dettaglio laterale, ma uno degli spazi più partecipati dell’intera manifestazione: la prova che un festival contemporaneo non vive soltanto nel palco principale, ma nelle sue zone di passaggio, nei luoghi in cui il pubblico cambia postura, si ferma, guarda Roma da un’altra altezza, balla dentro un’architettura che per due giorni smette di essere solo icona e diventa esperienza.

Il punto, allora, non è soltanto dire che Spring Attitude ha funzionato. Il punto è capire perché. Ha funzionato perché non ha scelto tra festa e ricerca, tra club e canzone, tra pubblico largo e nicchia, tra architettura e corpo. Ha funzionato perché ha accettato la complessità della musica contemporanea e l’ha trasformata in un’esperienza accessibile senza renderla piatta. Ha funzionato perché, in un Paese in cui spesso si discute di festival inseguendo paragoni impossibili con i grandi modelli internazionali, Spring Attitude conferma una via italiana credibile: più diffusa, più situata, più legata ai luoghi, meno ossessionata dalla gigantomania e più interessata alla qualità dell’incontro.

Kimberley Ross, GAIA BANFI. Courtesy of Spring Attitude Festival

Anche Enrico Gasbarra, presidente di EUR SpA, ha letto l’edizione come un passaggio simbolico: i ventimila ingressi alla Nuvola, i quindici anni del festival e i dieci anni dell’edificio progettato da Massimiliano Fuksas diventano parte dello stesso racconto, quello di un quadrante urbano che vuole essere sempre più punto di riferimento per eventi culturali e internazionali. È una lettura istituzionale, certo, ma non distante da ciò che si percepiva nel pubblico: l’idea che la cultura possa servire anche a cambiare temporaneamente il modo in cui una città guarda i propri spazi.

Alla fine, Spring Attitude 2026 lascia tre immagini. La prima è quella di La Nuvola attraversata da ventimila persone, non più oggetto architettonico da contemplare ma spazio da vivere. La seconda è quella di una line-up capace di far convivere Nathy Peluso e Nu Genea, Motta e Yousuke Yukimatsu, Emma Nolde e Tony Pitony, senza chiedere al pubblico di scegliere una sola appartenenza. La terza è quella di Roma, che per due giorni ha mostrato una sua possibilità diversa: meno cartolina, meno monumento immobile, più corpo collettivo, più movimento, più primavera.

Quindici anni dopo, Spring Attitude non sembra un festival arrivato al punto di consolidarsi per inerzia. Sembra piuttosto un appuntamento che ha capito come restare riconoscibile continuando a cambiare. E forse è questa la sua vera forma di maturità: non diventare istituzione nel senso più fermo del termine, ma restare un’infrastruttura temporanea di desiderio, scoperta e presenza. Un posto in cui la musica non consola dalla città, ma la riattiva.

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Stati Uniti e Iran si sono colpiti a vicenda, in una delle notti più violente dal cessate il fuoco

3 June 2026 at 06:52

Gli Stati Uniti e l’Iran sono tornati a colpirsi a vicenda, nella notte più violenta dal cessate il fuoco del 13 aprile. Missili, droni, attacchi contro navi commerciali e basi militari hanno riportato il Golfo Persico al centro di una crisi che sembrava essersi temporaneamente congelata, mentre i negoziati per una nuova tregua appaiono sempre più in difficoltà.

L’escalation, scrive il Guardian, è iniziata quando le forze statunitensi hanno fermato e danneggiato con un missile Hellfire una petroliera battente bandiera del Botswana, la Lexie, diretta verso l’isola iraniana di Kharg, uno dei principali hub petroliferi del Paese. Il Comando Centrale statunitense (Centcom) sostiene che l’imbarcazione stesse tentando di violare il blocco navale imposto ai porti iraniani e che l’equipaggio avesse ignorato per oltre ventiquattro ore gli avvertimenti americani.

Poco dopo è arrivata la risposta di Teheran. Le difese aeree del Kuwait sono entrate in azione contro missili e droni diretti verso il Paese, mentre le sirene d’allarme hanno risuonato anche in Bahrein. Secondo il Centcom, due missili iraniani diretti verso il Kuwait non hanno raggiunto il bersaglio o si sono disintegrati in volo, mentre altri tre, lanciati contro il Bahrein, sono stati intercettati dalle forze americane e bahreinite. Washington afferma inoltre di aver abbattuto diversi droni diretti verso le proprie installazioni militari e verso navi civili in transito nell’area.

Gli Stati Uniti hanno poi colpito una stazione di controllo militare sull’isola di Qeshm, nello Stretto di Hormuz. I Guardiani della Rivoluzione hanno invece rivendicato attacchi contro il quartier generale della Quinta Flotta americana in Bahrein e contro basi statunitensi nella regione, anche se Washington sostiene che tutti i tentativi iraniani siano stati respinti senza conseguenze.

Lo scambio di raid arriva in un momento di completo stallo diplomatico. Da un lato il segretario di Stato Marco Rubio continua a sostenere che un accordo con Teheran sarebbe ancora possibile e che il regime iraniano avrebbe mostrato aperture sul dossier nucleare. Dall’altro, l’Iran minaccia di sospendere i colloqui accusando Stati Uniti e Israele di aver compromesso il cessate il fuoco attraverso le operazioni militari in Libano.

Proprio il fronte libanese rappresenta uno dei principali ostacoli ai negoziati. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha ribadito che la tregua con Washington «vale su tutti i fronti, compreso il Libano», sostenendo che qualsiasi violazione da parte di Israele rischia di far saltare l’intera architettura diplomatica costruita nelle ultime settimane. Secondo il Guardian, nelle ultime ventiquattro ore l’aviazione israeliana ha condotto decine di raid nel sud del Libano, provocando vittime civili e nuove tensioni con Hezbollah.

La nuova escalation conferma la fragilità della tregua raggiunta in aprile. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui passa una quota significativa del commercio energetico mondiale, resta il principale punto di pressione esercitato da Teheran. Gli Stati Uniti rivendicano di aver già bloccato o deviato oltre cento navi dirette verso porti iraniani dall’inizio del blocco navale. L’Iran, dal canto suo, continua a considerare queste operazioni un atto di aggressione e promette nuove ritorsioni se Washington dovesse proseguire con la strategia della massima pressione.

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L’Ucraina ha colpito un grande terminal petrolifero vicino San Pietroburgo

3 June 2026 at 06:18

L’Ucraina torna a colpire in profondità il territorio russo. Nella notte tra il 2 e il 3 giugno un attacco con droni ha preso di mira il terminal petrolifero di San Pietroburgo, uno dei principali impianti russi per lo stoccaggio e l’esportazione di prodotti petroliferi. Lo riporta il Kyiv Independent, citando immagini e video diffusi sui social e analizzati dal canale indipendente russo Astra. Le riprese mostrano una vasta colonna di fumo nero e incendi nell’area del porto, sul Golfo di Finlandia. Secondo Astra, i droni avrebbero colpito il grande terminal petrolifero della zona, una struttura che movimenta circa 12,5 milioni di tonnellate di carburanti all’anno attraverso collegamenti ferroviari, stradali e fluviali. Le autorità russe non hanno ancora confermato il danneggiamento dell’impianto. Il governatore della regione di Leningrado, Aleksandr Drozdenko, ha dichiarato che le difese aeree hanno abbattuto cinquanta droni sopra la regione, senza però commentare gli incendi segnalati nell’area portuale.

L’attacco arriva appena ventiquattro ore dopo uno dei più pesanti bombardamenti russi delle ultime settimane contro Kyjiv, Dnipro e altre città ucraine. Sempre secondo il Kyiv Independent, il raid missilistico e con droni lanciato da Mosca ha causato almeno ventitré morti, tra cui due bambini, e oltre cento feriti.

La tempistica dell’operazione ha anche un forte valore simbolico. L’attacco coincide infatti con l’apertura dello St. Petersburg International Economic Forum, il grande appuntamento economico internazionale promosso ogni anno dal presidente russo Vladimir Putin e spesso definito il “Davos russo”. Alla manifestazione partecipano delegazioni provenienti da oltre centotrenta Paesi e territori e il Cremlino la usa tradizionalmente per mostrare la forza dell’economia russa nonostante sanzioni e isolamento diplomatico.

Negli ultimi mesi Kyjiv ha intensificato gli attacchi contro infrastrutture energetiche, raffinerie e nodi logistici situati lontano dal fronte. Una strategia che punta a colpire le entrate petrolifere della Russia e a portare la guerra sempre più vicino ai centri economici del Paese. San Pietroburgo era già stata bersaglio di raid analoghi in passato: nel gennaio 2024 un drone aveva provocato un incendio nello stesso terminal, mentre nel settembre 2025 le forze ucraine avevano colpito il porto petrolifero di Primorsk, il più grande terminal russo sul Baltico.

L’entità dei danni provocati dall’ultimo attacco non è ancora stata verificata in modo indipendente. Ma il messaggio politico appare chiaro: mentre Mosca continua a colpire le città ucraine, Kyjiv dimostra di poter raggiungere obiettivi strategici a centinaia di chilometri dal fronte, proprio mentre Putin cerca di presentare al mondo l’immagine di una Russia stabile e aperta agli affari.

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