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Brasil aparece em 6º lugar no ranking das seleções mais valiosas do mundo

2 June 2026 at 19:57

O futebol de seleções se consolidou como uma indústria multibilionária, e o valor de mercado dos elencos nacionais passou a refletir não apenas o desempenho esportivo, mas também a força econômica das principais potências do esporte.

O chamado “valor de plantel” representa a soma das avaliações individuais de todos os jogadores convocáveis de uma seleção. Levantamento elaborado com base em dados da Transfermarkt e da Sports Value aponta a Inglaterra como a seleção mais valiosa do mundo em 2026.

De acordo com o ranking, o elenco inglês está avaliado em aproximadamente € 1,62 bilhão, o equivalente a R$ 9,44 bilhões. A França aparece na segunda colocação, com valor estimado em R$ 8,57 bilhões, seguida pela Espanha, com R$ 7,64 bilhões.

A Alemanha ocupa o quarto lugar, com um plantel avaliado em R$ 5,89 bilhões, enquanto Portugal aparece logo atrás, com R$ 5,63 bilhões.

O Brasil surge na sexta posição entre as seleções mais valiosas da Copa do Mundo de 2026, com valor de mercado estimado em R$ 5,28 bilhões. O ranking é influenciado pela presença de atletas que atuam nos principais clubes da Europa e possuem elevado valor de transferência no mercado internacional.

Confira as 10 seleções mais valiosas da Copa do Mundo de 2026:

  1. Inglaterra — R$ 9,44 bilhões
  2. França — R$ 8,57 bilhões
  3. Espanha — R$ 7,64 bilhões
  4. Alemanha — R$ 5,89 bilhões
  5. Portugal — R$ 5,63 bilhões
  6. Brasil — R$ 5,28 bilhões
  7. Holanda — R$ 4,45 bilhões
  8. Argentina — R$ 4,44 bilhões
  9. Bélgica — R$ 3,25 bilhões
  10. Turquia — R$ 3,06 bilhões

O ranking evidencia a concentração de talentos nas principais ligas europeias e mostra como o mercado do futebol influencia diretamente a valorização das seleções nacionais às vésperas da Copa do Mundo de 2026.

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Nuove atomiche in Europa: il piano Usa e i Paesi pronti a ospitare le testate

La Nato potrebbe presto aprire una delle discussioni più delicate dalla fine della Guerra Fredda: l’estensione del proprio programma di condivisione nucleare ai Paesi dell’Europa orientale.

Secondo quanto rivelato dal Financial Times e confermato da diverse fonti diplomatiche e militari, gli Stati Uniti avrebbero avviato colloqui informali per valutare la possibilità di coinvolgere nuovi alleati nel sistema che oggi consente a sei Paesi europei di ospitare armamenti nucleari statunitensi sotto controllo americano. Tra i candidati figurano soprattutto la Polonia e alcuni Stati baltici, da anni in prima linea nel chiedere un rafforzamento della deterrenza contro la Russia.

Da un lato la guerra in Ucraina ha riportato il rischio nucleare al centro della sicurezza europea; dall’altro l’amministrazione Trump sta spingendo gli alleati a farsi carico di una quota crescente della difesa convenzionale, alimentando interrogativi sulla futura presenza militare americana nel continente. In questo contesto, l’ombrello nucleare statunitense continua a essere considerato l’elemento irrinunciabile della sicurezza europea.

La richiesta dell’Est europeo: Varsavia guida il fronte dei favorevoli

La Polonia è da tempo il Paese più esplicito nel chiedere un maggiore coinvolgimento nella deterrenza nucleare occidentale. L’ex presidente Andrzej Duda aveva già sollecitato Washington a trasferire sul territorio polacco parte delle capacità nucleari condivise della Nato, sostenendo che l’espansione verso Est sarebbe una risposta naturale al dispiegamento di armamenti nucleari russi in Bielorussia e alla crescente militarizzazione dell’enclave di Kaliningrad.

Secondo le informazioni emerse nelle ultime ore, i colloqui riguarderebbero l’eventuale presenza di basi per velivoli “dual capable aircraft” (DCA), ossia aerei in grado di impiegare sia armamento convenzionale sia bombe nucleari americane. L’interesse non riguarda soltanto Varsavia. Anche alcuni Paesi baltici avrebbero manifestato disponibilità a ospitare infrastrutture collegate alla missione nucleare dell’Alleanza.

La guerra in Ucraina ha modificato profondamente la percezione della sicurezza nella regione. Le ripetute dichiarazioni di Vladimir Putin sulle capacità nucleari russe e il trasferimento di armi atomiche tattiche in Bielorussia hanno rafforzato nei governi dell’Est la convinzione che la deterrenza debba essere resa più visibile e più vicina ai confini della Federazione Russa.

Come funziona il “nuclear sharing” della Nato

Il programma di condivisione nucleare rappresenta uno dei pilastri meno conosciuti ma più importanti dell’architettura di sicurezza occidentale. Nato durante la Guerra Fredda, consente ad alcuni Paesi alleati non dotati di armi nucleari di partecipare alla pianificazione e alle esercitazioni dell’Alleanza relative alla deterrenza atomica, pur senza acquisire il controllo degli ordigni.

Attualmente il sistema coinvolge Belgio, Germania, Italia, Paesi Bassi, Turchia e Regno Unito. Le bombe nucleari rimangono sotto custodia e controllo esclusivo degli Stati Uniti, che mantengono l’unica autorità autorizzata al loro impiego. I Paesi ospitanti, invece, addestrano equipaggi e forze aeree in grado di partecipare a eventuali operazioni e alle esercitazioni della Nato, come la periodica “Steadfast Noon”.

Per la Nato il sistema svolge una funzione politica oltre che militare: consente agli alleati europei di contribuire alla strategia nucleare dell’Alleanza senza sviluppare arsenali nazionali, rafforzando al tempo stesso la credibilità dell’impegno statunitense nella difesa collettiva.

Il nodo strategico: rassicurare l’Europa senza provocare Mosca

Le discussioni in corso riflettono una tensione crescente all’interno dell’Alleanza. Da una parte, molti governi europei temono che il progressivo spostamento dell’attenzione americana verso l’Indo-Pacifico possa ridurre la presenza militare statunitense nel continente. Dall’altra, Washington cerca di rassicurare gli alleati sulla permanenza della propria garanzia nucleare mentre chiede loro di assumere maggiori responsabilità sul piano convenzionale.

Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, sostiene che esiste una “comprensione comune” sul fatto che, anche se gli Stati Uniti concentreranno maggiormente la loro attenzione su altri teatri strategici, il livello complessivo di deterrenza e difesa in Europa dovrà restare invariato. Le sue parole sono state accompagnate da un avvertimento diretto a qualsiasi potenziale aggressore: un attacco contro l’Alleanza riceverebbe una risposta “devastante”.

Al momento non esiste alcun accordo imminente per ampliare il numero dei Paesi ospitanti e le discussioni restano in una fase preliminare. Tuttavia, il semplice fatto che il tema sia tornato sul tavolo testimonia quanto la sicurezza europea stia entrando in una nuova fase. Se per trent’anni la Nato ha progressivamente ridotto il ruolo delle armi nucleari nel continente, la guerra in Ucraina e il confronto sempre più duro con Mosca stanno spingendo l’Alleanza nella direzione opposta: riportare la deterrenza atomica al centro della propria strategia difensiva.

Putin muove caccia, missili Kinzhal e sottomarini nucleari: cosa c'è dietro le mosse russe in Asia

Negli ultimi mesi la Russia ha intensificato la propria presenza militare nell'Estremo Oriente, schierando nuovi sistemi d'arma nelle aree che si affacciano sul Giappone e rafforzando le proprie capacità navali nel Pacifico. Il timore di Tokyo è che Mosca stia consolidando un nuovo teatro strategico proprio mentre i rapporti tra il Cremlino e la Cina diventano sempre più stretti. La risposta del governo giapponese sta tutta in un conseguente rafforzamento delle difese nell'isola di Hokkaido, il territorio nipponico più vicino alla Federazione Russa.

Cosa succede tra Russia e Giappone

Secondo diverse ricostruzioni rilanciate dall'account X di NEXTA, che segue da vicino gli sviluppi militari di Mosca, il Cremlino avrebbe dispiegato caccia Su-35 e sistemi missilistici antinave nelle isole Curili meridionali, l'arcipelago conteso tra Russia e Giappone dalla fine della Seconda guerra mondiale.

In primavera sarebbero inoltre stati avvistati velivoli equipaggiati con missili ipersonici Kinzhal nelle vicinanze delle acque giapponesi. Non solo: nel Mare di Ochotsk si registra una presenza crescente dei sottomarini nucleari della classe Borei, tra i pilastri della deterrenza strategica russa. Parliamo di mezzi in grado di trasportare missili balistici armati con numerose testate nucleari e rappresentano una componente fondamentale della triade atomica del Cremlino.

Il ministro della Difesa giapponese Shinjiro Koizumi ha definito le attività militari russe nell'Estremo Oriente "motivo di seria preoccupazione", collegandole anche alla crescente cooperazione strategica tra Mosca e Pechino. Negli ultimi anni, infatti, Russia e Cina hanno aumentato le esercitazioni congiunte nei cieli e nelle acque vicine al Giappone, alimentando i timori di Tokyo per un possibile coordinamento tra le due potenze in caso di crisi regionale.

La contromossa di Tokyo

Le preoccupazioni giapponesi non riguardano soltanto l'attuale dispiegamento di forze. Analisti e osservatori militari ritengono che il Cremlino stia investendo in modo significativo nelle proprie infrastrutture nel Pacifico. La base dei sottomarini nucleari nella penisola della Kamchatka sarebbe stata ampliata, mentre la Marina russa starebbe sviluppando nuove capacità per le operazioni sottomarine profonde.

In questo quadro rientra anche il sottomarino nucleare Khabarovsk, destinato alla Flotta del Pacifico e considerato uno degli asset più avanzati della Marina russa. Di fronte a questo scenario, il Giappone sta modificando una dottrina difensiva che per decenni era rimasta sostanzialmente immutata. Pur essendo limitato dalla propria Costituzione pacifista, il Paese ha avviato programmi per dotarsi di capacità di contrattacco a lungo raggio e ha aumentato in maniera significativa il budget destinato alla difesa.

Negli ultimi nove mesi i caccia giapponesi sono decollati centinaia di volte per intercettare velivoli stranieri nelle vicinanze dello spazio aereo nazionale. L’incubo di Tokyo è del resto uno: doversi trovare a fronteggiare contemporaneamente le pressioni di Mosca a nord e quelle della Cina nel Pacifico occidentale.

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